• RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?
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RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ . Cosa vuol dire?

RIFIUTO DNA  PATERNITA’ LEGITTIMA PRESUNZIONE PATERNITA’ AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI RIMINI

DNA RIFIUTO Se il padre si rifiuta di fare l’esame del dna  per accertamento della paternita’ vi puo’ esser euna legittima presunzione di paternita’ .

Cosa vuol dire?

DNA RIFIUTO :Che il semplice manifesto intento di non fare esame del dna appare elemento presuntivo della paternita’ !!

Quindi attenzione non è evitando il dna  che si rioslve la questione ma nel caso di controversie solo l’esito negativo del dna lo risolve

Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SESTA CIVILE SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –
Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – rel. Consigliere – Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –
Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –
Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

ha pronunciato la seguente: ORDINANZA

sul ricorso 25802/2016 proposto da:
C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA POMPEO MAGNO 3, presso lo studio dell’avvocato SAVERIO GIANNI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAURO FRIGERIO;
– ricorrente –
contro
F.Q.D.V.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OTRANTO 36, presso lo studio dell’avvocato MARIO MASSANO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati FRANCESCA POGGI, FRANCESCO POGGI;

– controricorrente –
avverso la sentenza n. 749/2016 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 06/07/2016;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 19/04/2018 dal Consigliere Dott. MARIA GIOVANNA C. SAMBITO.
Svolgimento del processo
Con sentenza in data 6.7.2016, la Corte d’Appello di Genova ha confermato la decisione con la quale il Tribunale di Genova ha dichiarato che C.L. è padre di F.Q.D.V.L.. Per la cassazione della sentenza, ha proposto ricorso il C., sulla base di un motivo, con cui denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 269, 116 e 118 c.p.c., resistito con controricorso da F.Q.D.V.L..
Motivi della decisione
1. Il Collegio ha autorizzato la redazione della motivazione in forma semplificata.
2. La sentenza si fonda sull’incontroversa relazione sentimentale e di convivenza del ricorrente con la madre della resistente nell’epoca presunta del concepimento, sulla deposizione del teste G. (annuncio della nascita della piccola L.), sull’accompagnamento della gestante alle visite ospedaliere; sulla donazione (poi rifiutata) di una parure e di una medaglietta alla bambina; sull’esistenza di fotografie che ritraggono le parti insieme, quando la controricorrente era piccolina, sulla partecipazione del ricorrente ad una festa di compleanno di L., e sul rifiuto da lui opposto a sottoporsi ad esami ematologici.
3. Il motivo, con cui si svalutano gli elementi fattuali desunti dalle deposizioni e si esclude la rilevanza al rifiuto del preteso padre di sottoporsi all’esame del DNA, è inammissibile. Esso, da una parte, formula una critica diretta della valutazione del quadro probatorio, che sfugge al sindacato di legittimità ed è prerogativa esclusiva del giudice del merito, e, dall’altra, non offre alcun argomento per mutare l’orientamento

giurisprudenziale (cfr. tra le altre Cass. 24/7/2012 n. 12971; 25/3/2015 n. 6025; 3479 del 2016; 18626 2017), al quale si è attenuta l’impugnata sentenza, secondo cui il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116 c.p.c., comma 2, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

  1. Quanto al dubbio di costituzionalità del combinato disposto dell’art. 269 c.c., e artt. 116 e 118 c.p.c., ove interpretato nel senso della possibilità di dedurre argomenti di prova dal rifiuto del preteso padre di sottoporsi a prelievi ematici al fine dell’espletamento dell’esame del DNA, il ricorrente si limita a richiamare plurimi parametri normativi (artt. 2, 3, 13, 15, 24, 30, 31 e 32 Cost.), senza farsi carico in alcun modo di illustrare le ragioni idonee ad indurre ad un ripensamento circa la manifesta infondatezza della questione di costituzionalità, già affermata in riferimento agli artt. 13, 15, 24, 30 e 32 Cost., da questa Corte (Cass. n. 5116 del 2003; n. 27237 del 2008; n. 6025 del 2015), che ha evidenziato come dall’art. 269 c.c., non derivi alcuna restrizione della libertà personale, avendo il soggetto piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, mentre il trarre argomenti di prova dai comportamenti della parte costituisce applicazione del principio della libera valutazione della prova da parte del giudice, senza che ne resti pregiudicato il diritto di difesa, e, inoltre, il rifiuto aprioristico della parte di sottoporsi ai prelievi non può ritenersi giustificato nemmeno con esigenze di tutela della riservatezza, tenuto conto sia del fatto che l’uso dei dati nell’ambito del giudizio non può che essere rivolto a fini di giustizia, sia del fatto che il sanitario chiamato dal giudice a compiere l’accertamento è tenuto tanto al segreto professionale che al rispetto della L. 31 dicembre 1996, n. 675. Il dubbio di costituzionalità delle menzionate disposizioni risulta totalmente criptico in riferimento ai parametri di cui agli artt. 2 e 31 Cost., che tutelano, rispettivamente, i diritti inviolabili dell’uomo, richiedendogli, al contempo, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, e la famiglia, con particolare riguardo a quelle numerose, proteggendo la maternità l’infanzia e la gioventù, e favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
  2. La statuizione d’inammissibilità del motivo, come ha eccepito la controricorrente, consegue al principio, stabilito da Cass. S.U. 21/3/2017 n. 7155, che, rimeditando il precedente indirizzo (Cass. SU n. 19051 del 2010)i attribuisce alla disposizione di cui all’art. 360 bis c.p.c., la funzione di “filtro d’ammissibilità”.
  3. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 5.100,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre a spese generali e ad accessori come per legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del

D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 19 aprile 2018. Depositato in Cancelleria il 5 giugno 2018

By Sergio Armaroli|2018-11-11T10:05:01+00:00Novembre, 2018|News|