Autoriciclaggio – Confisca – Annullamento – Condizioni – identità tra il profitto del reato presupposto e profitto dell’autoriciclaggio

L’articolo 648-ter.1 del Cp (autoriciclaggio) prevede e punisce come reato unicamente le condotte poste in essere dal soggetto che abbia commesso o concorso a commettere il delitto non colposo presupposto, in precedenza (prima, cioè, della legge 15 dicembre 2014 n. 186, che tale reato ha introdotto) non previste e punite come reato. Mentre le condotte concorsuali poste in essere da terzi “estranei” per agevolare la condotta di autoriciclaggio posta in essere dal soggetto che abbia commesso o concorso a commettere il delitto non colposo presupposto, titolare del bene di provenienza delittuosa “riciclato”, conservano rilevanza penale quale fatto di compartecipazione previsto e punito dall’articolo 648-bis del Cp (riciclaggio) più gravemente di quanto non avverrebbe in applicazione delle norme sul concorso di persone nel reato, ex articoli 110/117 e 648-ter.1 del Cp. 

avvocato penalista esperto difesa Autoriciclaggio - Confisca - Annullamento - Condizioni - identità tra il profitto del reato presupposto e profitto dell'autoriciclaggio

avvocato penalista esperto difesa Autoriciclaggio – Confisca – Annullamento – Condizioni – identità tra il profitto del reato presupposto e profitto dell’autoriciclaggio

 

Responsabilità da autoriciclaggio esclusa

NCAPACITA’ DEL TESTATORE, CAPTAZIONE AVVOCATO EREDITA’ SUCCESSIONI BOLOGNA È indubitabile, per altro verso, che le ulteriori circostanze riferite in sede di illustrazione del secondo motivo (si allude allo stato di isolamento – cui la corte salernitana non avrebbe accordato alcun rilievo – cui la controricorrente avrebbe costretto la madre, stato di isolamento che avrebbe alterato, minandone la genuinità, la volontà della testatrice) possono rivestire valenza essenzialmente nel solco dell’art. 624 c.c, segnatamente sub specie di captazione. Ed è indubitabile, inoltre, perché la captazione possa configurarsi, che non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma che occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata (cfr. Cass. 28.5.2008, n. 14011).

NCAPACITA’ DEL TESTATORE, CAPTAZIONE AVVOCATO EREDITA’ SUCCESSIONI BOLOGNA
È indubitabile, per altro verso, che le ulteriori circostanze riferite in sede di illustrazione del secondo motivo (si allude allo stato di isolamento – cui la corte salernitana non avrebbe accordato alcun rilievo – cui la controricorrente avrebbe costretto la madre, stato di isolamento che avrebbe alterato, minandone la genuinità, la volontà della testatrice) possono rivestire valenza essenzialmente nel solco dell’art. 624 c.c, segnatamente sub specie di captazione.
Ed è indubitabile, inoltre, perché la captazione possa configurarsi, che non è sufficiente qualsiasi influenza di ordine psicologico esercitata sul testatore mediante blandizie, richieste, suggerimenti o sollecitazioni, ma che occorre la presenza di altri mezzi fraudolenti, i quali – avuto riguardo all’età, allo stato di salute, alle condizioni di spirito dello stesso – siano idonei a trarlo in inganno, suscitando in lui false rappresentazioni ed orientando la sua volontà in un senso in cui non si sarebbe spontaneamente indirizzata (cfr. Cass. 28.5.2008, n. 14011).

solo in caso di utilizzo diretto dei proventi del reato presupposto. E senza che vengano posti in essere comportamenti indirizzati a nasconderne la provenienza illecita. E poi: il prodotto, profitto o prezzo dell’autoriciclaggio è del tutto autonomo da quello del reato presupposto e consiste nei proventi ottenuti dall’impiego del prodotto, profitto o prezzo del reato presupposto in altre attività (finanziarie, economiche, imprenditoriali, speculative).

Rispetto alla condotta di truffa aggravata che abbia consentito di acquisire fraudolentemente dei valori bollati (nella specie, relativa a vicenda cautelare, l’indagato era un direttore amministrativo in servizio presso un tribunale, cui si addebitava di avere fraudolentemente indotto un numero indeterminato di utenti a fornire valori bollati in misura superiore rispetto al dovuto, con riferimento a singoli atti concernenti l’ufficio al quale era preposto, poi utilizzando i soli valori bollati realmente necessari e appropriandosi di quelli in eccesso), è astrattamente idonea a configurare anche il reato di autoriciclaggio (articolo 648-ter.1 del Cp) la successiva attività di rivendita dei valori bollati ottenuti in eccesso. Ciò in quanto la reimmissione nel mercato dei valori bollati fraudolentemente ottenuti integra necessariamente un quid pluris rispetto al reato presupposto di truffa, già consumato, e la dissimulazione della provenienza dei beni costituisce l’ulteriore disvalore – rispetto al reato presupposto – della condotta di reimmissione nel mercato degli stessi; mentre la nozione di attività economica o finanziaria rilevante ai fini dell’impiego del profitto del reato presupposto, presa in considerazione dalla norma incriminatrice dell’autoriciclaggio, è desumibile dagli articoli 2082, 2135 e 2195 del codice civile e fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché a ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del Cc. 

Banche e istituti di credito o risparmio – Misure di prevenzione contro il riciclaggio di “denaro sporco” – Obblighi di identificazione della clientela e registrazione delle operazioni – Estensione ad altre categorie professionali a seguito del d.lgs. n. 374 del 1999 – Inosservanza sanzionata dall’art. 2 l. n. 197 del 1991 – Norma penale in bianco – Esclusione – Fattispecie in tema di commercio di oggetti preziosi.

LIBRO SECONDO. Dei delitti in particolare – TITOLO TREDICESIMO. Dei delitti contro il patrimonio – CAPO SECONDO. Dei delitti contro il patrimonio mediante frode

Articolo 648 bis

Riciclaggio

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 5.000 a euro 25.000. (2)

La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale.

La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648. (1)

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Perché sussista il delitto di ricettazione

non è necessario che il denaro o le cose debbano provenire direttamente o immediatamente da un qualsiasi delitto, ma è sufficiente anche una provenienza mediata a condizione che l’agente sia consapevole di tale provenienza. Pertanto, sussiste il delitto in parola non solo in relazione al prodotto o al profitto del reato, ma anche al denaro o alle cose che costituiscono il prezzo del reato, cioè cose acquistate col denaro di provenienza delittuosa oppure denaro conseguito dalla alienazione di cose della medesima provenienza. (Fattispecie in tema di ricorso fondato sulla distinzione, operata ai fini della esclusione della ricettazione, tra denarosporco, direttamente proveniente dal riscatto di un sequestro di persona a scopo di estorsione, e denaro riciclato, trattandosi del provento di un reato di cui il ricorrente era consapevole).

In materia di prevenzione del fenomeno del riciclaggio di “denaro sporco”, la disposizione incriminatrice di cui all’art.2, comma secondo della legge n. 197 del 1991 come integrata dall’art. 4 comma secondo del D.Lgs. n. 374 del 1999, non è norma penale in bianco, in quanto per l’attività di commercio, compresa l’importazione e l’esportazione, di oggetti preziosi, è espressamente prevista l’estensione degli obblighi di identificazione della clientela e di registrazione delle operazioni, e l’inosservanza di tali obblighi risulta sanzionata penalmente.

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|9 novembre 2012| n. 43534

Misure cautelari – Personali

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE ROBERTO Giovanni – Presidente

Dott. SERPICO Francesco – Consigliere

Dott. MILO Nicola – rel. Consigliere

Dott. CARCANO Domenico – Consigliere

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1) (OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso l’ordinanza n. 1149/2011 TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO, del 09/08/2011;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. NICOLA MILO;

sentite le conclusioni del PG Dott. Lettieri Nicola che ha chiesto il rigetto del ricorso.

Udito il difensore avv. (OMISSIS), che ha chiesto l’accoglimento del ricorso (eccependo l’inutilizzabilita’ delle dichiarazioni del (OMISSIS)).

RITENUTO IN FATTO

1. Il Tribunale di Catanzaro, con ordinanza del 9 agosto 2011, decidendo In sede di riesame ex articolo 309 cod. proc. pen., confermava la misura cautelare della custodia in carcere adottata, il precedente 21 luglio, dal Gip dello stesso Tribunale nei confronti di (OMISSIS), indagato in relazione ai reati di cui all’articolo 81 cpv, articoli 110, 648 ter, articolo 648 ter cod. pen. e Decreto Legge n. 152 del 1991, articolo 7, per avere concorso, con numerose altre persone, nel riciclaggio di denaro proveniente dal traffico internazionale di cocaina praticato da (OMISSIS), personaggio collegato all’organizzazione di tipo mafioso che faceva capo alle famiglie (OMISSIS) di (OMISSIS) e (OMISSIS) di (OMISSIS), denaro che, previo accordo con esponenti apicali del (OMISSIS), il direttore generale (OMISSIS) e il presidente (OMISSIS), veniva depositato per un Importo di oltre unmilionetrecentomila euro presso tale banca e ne veniva dissimulata la provenienza, attraverso un serie di complesse operazioni finalizzate ad ostacolare la tracciabilita’ del percorso del denaro medesimo.

Il Giudice del riesame evidenziava che gli esiti dell’attivita’ di intercettazione dell’utenza telefonica di (OMISSIS), che, quale commercialista, custodiva la documentazione contabile relativa a societa’ riferibili al narcotrafficante (OMISSIS), avevano consentito, anche attraverso l’attivazione e l’espletamento di ulteriori indagini, di accertare le modalita’ della citata operazione di riciclaggio e di individuare I soggetti a vario titolo in essa coinvolti: a) il (OMISSIS), versando in una situazione di grave crisi finanziaria, era particolarmente interessato ad acquisire nuova clientela, per procurarsi liquidita’ e, a tal fine, aveva instaurato, per scelta del presidente (OMISSIS), un rapporto di collaborazione esterna con tali (OMISSIS) e (OMISSIS); b) questi ultimi avevano posto in contatto il direttore generale dell’Istituto di credito, (OMISSIS), con (OMISSIS) e, quindi, con il (OMISSIS); c) v’erano stati piu’ incontri tra i predetti, dapprima in (OMISSIS) e poi in (OMISSIS), dove il (OMISSIS) possedeva un albergo e, nel corso di tali incontri, ai quali aveva attivamente partecipato anche l’avvocato (OMISSIS), fratello di (OMISSIS) e abituale difensore del (OMISSIS), si era concordato che quest’ultimo avrebbe depositato ingenti somme di denaro per complessivi 15 milioni di euro presso la banca (OMISSIS), impegnatasi, a sua volta, a riconoscere ai fratelli (OMISSIS), per l la loro intermediazione, una provvigione da accreditare su conti correnti appositamente aperti a loro favore; d) aveva fatto seguito l’effettivo versamento, in due soluzioni, della somma di unmilionetrecentomila euro, consegnata direttamente al (OMISSIS), che, con l’avallo del presidente (OMISSIS) e la ratifica del Comitato esecutivo, presieduto dallo stesso (OMISSIS), aveva, dato corso, nonostante le informazioni negative acquisite sul conto del (OMISSIS) da parte di funzionari della banca, alle complesse operazioni funzionali a dissimulare la provenienza del denaro depositato. Aggiungeva il Giudice del riesame che tale situazione patologica aveva trovato puntuale conferma nelle attendibili dichiarazioni auto ed eteroaccusatorie rese dal (OMISSIS), in quelle rese da (OMISSIS) e nelle testimonianze del funzionari bancari (OMISSIS) e (OMISSIS), che avevano proceduto materialmente, sulle direttive del primo, ad eseguire le operazioni. Concludeva, quindi, che il materiale d’indagine complessivamente acquisito integrava il quadro di gravita’ indiziarla a carico di (OMISSIS) in ordine ai reati contestatigli, sottolineando che il ruolo concreto dal predetto svolto nella vicenda e l’abituale rapporto professionale intrattenuto col (OMISSIS) non legittimavano alcun dubbio circa la piena consapevolezza dell’indagato in ordine alla provenienza illecita del denaro versato dal suo cliente presso il (OMISSIS). Quanto alle esigenze cautelari, le stesse venivano ravvisate nei pericoli di inquinamento probatorio e di reiterazione di reati della stessa specie, resi concreti dalle modalita’ e dalle circostanze del fatto, dalla spregiudicatezza e dall’abilita’ dimostrate nell’ideare e porre in essere la condotta incriminata.

2. Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l’indagato, deducendo: 1) violazione della legge penale, con riferimento all’articolo 273 cod. proc. pen., mancanza e illogicita’ della motivazione sul contributo causale da lui offerto nell’operazione di riciclaggio e comunque sulla sua consapevolezza di concorrere in una tale operazione, considerato che nessun elemento era stato acquisito a dimostrazione della sua conoscenza circa la provenienza illecita del denaro; 2) violazione dell’articolo 274 cod. proc. pen. e vizio di motivazione sulle ritenute esigenze cautelari; 3) violazione della legge penale, con riferimento all’articolo 648 bis, comma 2, articolo 648 ter cod. pen., comma 2, e Decreto Legge n. 152 del 1991, articolo 7 e vizio di motivazione sulle ritenute aggravanti; 4) violazione della legge penale e vizio di motivazione sulla ritenuta configurabilita’ dei reati ipotizzati.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non e’ fondato e deve essere rigettato.

2. I primi due motivi si risolvono in non consentite censure in fatto al percorso argomentativo seguito dall’ordinanza in verifica, che, come agevolmente si evince da quanto innanzi sintetizzato, da conto delle ragioni che giustificano la conclusione alla quale perviene in tema di gravita’ indiziaria e di esigenze cautelari, all’esito di un’analisi approfondita delle emergenze procedimentali, apprezzate e valutate, con riferimento alla specifica posizione dell’indagato, in maniera adeguata e logica.

Si e’ di fronte ad una valutazione in fatto, che, in quanto prerogativa esclusiva del giudice di merito, non puo’ essere posta in discussione in sede di legittimita’, per accreditare, in linea con quanto si prospetta nel ricorso, una diversa e alternativa interpretazione dei materiale acquisto, operazione questa non idonea ad attivare il sollecitato sindacato di legittimita’.

2.1. Non ha pregio il quarto motivo, col quale si sostiene la non configurabilita’ degli ipotizzati reati sulla base della considerazione che, quanto al riciclaggio, le operazioni bancarie incriminate consentirebbero comunque la “perfetta tracciabillta’ dei movimenti di denaro” e, quanto al reato di cui all’articolo 648 ter, vi sarebbe stato “semplicemente il versamento di una somma gia’ precedentemente detenuta presso un istituto di credito”.

Sul primo punto v’e’ puntuale e corretta risposta nella pronuncia di riesame. Non si puo’, infatti, dubitare, stante la fungibilita’ del denaro, che il deposito in banca di “denaro sporco” realizzi automaticamente la sostituzione di esso, essendo la banca obbligata a restituire al depositante la stessa quantita’ di denaro depositato.

Il secondo punto non e’ di agevole intelligibilita’, quindi non specifico e non idoneo a dare spazio alla verifica di legittimita’.

2.2. Anche le doglianze relative alla configurabilita’ delle ipotizzate aggravanti sono prive di pregio.

La circostanza aggravante dei fatto commesso nell’esercizio di una attivita’ professionale e’ chiaramente riferita al compimento delle operazioni di ripulitura del “denaro sporco” da parte di esperti del settore bancario. Trattasi di circostanza oggettiva, che si estende automaticamente a tutti i concorrenti nel reato.

Quanto all’aggravante di cui al Decreto Legge n. 152 del 1991, articolo 7, l’ordinanza impugnata offre – allo stato – adeguata e corretta motivazione, facendo leva sui dati oggettivi riferibili all’attivita’ di narcotrafficante del (OMISSIS) e ai legami di costui con la cosche mafiose “Mancuso” di (OMISSIS) e “Pesce” di (OMISSIS), nonche’ sulla sicura percezione di tale realta’ da parte dell’indagato, che intratteneva, da tempo, rapporti professionali con il medesimo (OMISSIS).

2.3. Il difensore del ricorrente, all’odierna udienza, ha eccepito, per la prima volta, l’inutllizzabilita’ degli interrogatori resi dal (OMISSIS), a seguito di assistenza giudiziaria avanzata dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, dinanzi all’Autorita’ giudiziaria di San Marino, in quanto non preceduti dall’avvertimento di cui all’articolo 64 cod. proc. pen., comma 3, lettera b), italiano.

Osserva la Corte che in tema di rogatoria internazionale trovano applicazione le norme processuali dello Stato in cui l’atto viene compiuto (lex loci), con l’unico limite che la prova non puo’ essere acquisita ove contrasti con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano e, in particolare, con l’inviolabile diritto di difesa.

Tale contrasto non e’ ravvisabile quando sia denunciata la mera inosservanza di regole dettate dal codice di rito dello Stato richiedente, ma lo e’ soltanto quando venga prospettata l’assenza nell’ordinamento dello Stato richiesto di una normativa a tutela delle garanzie difensive. Queste, infatti, possono essere disciplinate in maniera non uniforme dai vari ordinamenti e non e’ detto che la diversa disciplina eventualmente prevista dallo Stato richiesto si ponga in insanabile conflitto con i principi fondamentali del nostro ordinamento.

Con specifico riferimento all’eccezione sollevata dalla difesa del ricorrente, rileva la Corte che il richiamo all’articolo 191 cod. proc. pen., comma 2, fatto dall’articolo 729 cod. proc. pen., comma 2, non comporta una automatica translatio delle norme processuali interne per l’espletamento della rogatoria attiva.

Non risulta ne’ e’ stata dedotta una sostanziale violazione dei diritto di difesa dei (OMISSIS), nel momento in cui fu interrogato dall’Autorita’ giudiziaria di San Marino. Il diritto al silenzio del predetto, a prescindere dal preventivo avvertimento formale di potersene avvalere, puo’ essere stato garantito – di fatto – in altra maniera, non risultando che sia stato costretto a rendere l’interrogatorio.

E’ il caso, inoltre, di sottolineare che, anche a volere ammettere, in astratto, l’inutilizzabilita’ dell’interrogatorio di cui si discute, la regola per cui tale sanzione puo’ essere rilevata in ogni stato e grado dei procedimento deve essere raccordata alla norma che limita la cognizione di questa Corte, oltre i confini del “devolutum”, alle sole questioni di puro diritto, sganciate da ogni accertamento fattuale. Ne consegue che non possono essere proposte per la prima volta, nel giudizio di legittimita’, questioni di inutilizzabilita’ che, data la specificita’ del caso (prova assunta all’estero per rogatoria), richiedono, al di la’ del mero esame degli atti processuali, piu’ approfonditi accertamenti in fatto, che come tali dovevano essere necessariamente sollecitati nel giudizio di riesame, salva l’eventuale possibilita’ di sindacare il relativo provvedimento adottato mediante un successivo ricorso per cassazione, nei limiti segnati dall’articolo 606 cod. proc. pen., comma 1, lettera c).

3. Al rigetto del ricorso segue, di diritto, la condanna del ricorrente al pagamento n delle spese processuali.

Non comportando la presente decisione la rimessione in liberta’ del ricorrente, la cancelleria provvedere agli adempimenti di cui all’articolo 94 disp. att. cod. proc. pen., comma 1 ter.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’articolo 94 disp. att. cod. proc. pen., comma 1 ter.