avvocato esperto bologna

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CASSAZIONE PENALE: BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO :REATO DI FURTO CELLULARE: CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 27 maggio 2017, n.20193 – Pres. Fiandanese – est. Beltrani

AFFERMA CON INTERESSE MASSIMO GIURIDICO LA SUPREMA CORTE:

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte (per tutte, fra le molteplici, Sez. I, n. 13599 del 13.3.2012, Rv. 252285; Sez. II, n. 29198 del 25.5.2010, Rv. 248265; Sez. II, n. 41423 del 27.10.2010, Rv. N. 248718; Sez. II, n. 29198 del 25 maggio 2010, rv. 248265; Sez. II, n. 50952 del 26.11.2013, Rv. 257983; Sez. II, n. 5522 del 22.10.2013, dep. 2014, Rv. 258624), ai fini della configurabilità del reato di ricettazione,

 la prova dell’elemento soggettivo QUANDO VIENE RAGGIUNTA?

 

 può essere raggiunta anche sulla base dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta, che costituisce prova della conoscenza dell’illecita provenienza della res, in quanto sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede.

Il principio è stato più volte ribadito, e sempre nei medesimi termini, anche successivamente alla decisione della Corte di appello (Sez. II, n. 37775 del 1.6.2016, Rv. 268085; Sez. II, n. 43427 del 7.9.2016, rv. 267969; Sez. II, n. 52271 del 10.11.2016, Rv. 268643; Sez. II, n. 53017 del 22.11.2016, Rv. 268713, per la quale, in particolare, ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere raggiunta da qualsiasi elemento, anche indiretto, e quindi anche dall’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta da parte del soggetto agente: ciò non costituisce una deroga ai principi in tema di onere della prova, e nemmeno un ‘vulnus’ alle guarentigie difensive, in quanto è la stessa struttura della fattispecie incriminatrice che richiede, ai fini dell’indagine sulla consapevolezza circa la provenienza illecita della ‘res’, il necessario accertamento sulle modalità acquisitive della stessa).

 Il principio è stato affermato anche con riguardo alla valutazione inerente alla corretta qualificazione giuridica del fatto accertato.

  • Si è, infatti, ritenuto che il mero possesso ingiustificato di cose sottratte consente la configurazione del delitto di ricettazione, in assenza di elementi probatori indicativi della riconducibilità del possesso alla commissione del furto.
  • All’elemento della contiguità temporale tra la sottrazione e l’utilizzazione delle cose sottratte,
  • il giudice di merito, con apprezzamento insindacabile in sede di legittimità, può, infatti, contrapporre, ai fini della qualificazione giuridica del fatto come ricettazione (e non come furto), l’assenza di indicazioni sul punto da parte dell’imputato.
  • Si è, inoltre, osservato che questo orientamento ‘non produce un’anomala inversione dell’onere della prova, né incide il diritto al silenzio dell’imputato. Si tratta, invece, della presa d’atto della impossibilità di provare la sottrazione in assenza di elementi che giustifichino l’inquadramento della detenzione come esito diretto del furto, piuttosto che come quello della ricezione di cose illecite.

Afferma la cassazione che l’evidenza della detenzione per essere ridotta ad elemento di prova del reato di furto deve essere, infatti accompagnata dalla esistenza di ulteriori elementi indicativi della ‘immediata’ (nel senso letterale di ‘non mediata’) riconducibilità della detenzione al furto. Tra tali elementi possono essere ricomprese anche le eventuali indicazioni provenienti dall’imputato. A fronte della prova della detenzione la indicazione di tali elementi si prospetta come diretta all’inquadramento della condotta in fattispecie meno grave, fermo restando che l’accusato può scegliere di esercitare il diritto al silenzio, essenziale ed irrinunciabile declinazione del diritto di difesa’ (Sez. II, n. 43427 del 7.9.2016 cit.).

  • 2.4. Osserva in proposito il collegio che non si richiede, in tal modo, all’imputato di provare la provenienza del possesso delle cose, ma soltanto di fornire una attendibile spiegazione dell’origine del possesso delle cose medesime, assolvendo non ad onere probatorio, bensì ad un onere di allegazione di elementi, che potrebbero costituire l’indicazione di un tema di prova per le parti e per i poteri officiosi del giudice, e che comunque possano essere valutati da parte del giudice di merito secondo i comuni principi del libero convincimento (in tal senso, Sez. un., n. 35535 del 12.7.2007, in motivazione).

  • 2.5. D’altro canto (Sez. I, n. 27548 del 17.6.2010, Rv. 247718; Sez. II, n. 45256 del 22.11.2007, Rv. 238515; Sez. II, n. 41002 del 20.9.2013, Rv. 257237), questa Corte è ferma anche nel ritenere che ricorre il dolo di ricettazione nella forma eventuale quando l’agente ha consapevolmente accettato il rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, non limitandosi ad una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa, che invece connota l’ipotesi contravvenzionale dell’acquisto di cose di sospetta provenienza.

  • Nel medesimo senso, le stesse Sezioni Unite (n. 12433 del 26.11.2009, dep. 2010, Rv. 246324) hanno confermato che l’elemento psicologico della ricettazione può essere integrato anche dal dolo eventuale, che è configurabile in presenza della rappresentazione da parte dell’agente della concreta possibilità della provenienza della cosa da delitto e della relativa accettazione del rischio, non potendosi desumere da semplici motivi di sospetto, né potendo consistere in un mero sospetto; in particolare, rispetto alla ricettazione, il dolo eventuale è ravvisabile quando l’agente, rappresentandosi l’eventualità della provenienza delittuosa della cosa, non avrebbe agito diversamente anche se di tale provenienza avesse avuto la certezza.