APPROPRIAZIONE INDEBITA REATO :COSE MOBILI O DENARO

Avvocato a Bologna | Studio Legale avv. Sergio Armaroli

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L’art. 646 c.p. indica, quali possibili oggetti dell’appropriazione indebita, il denaro o le cose mobili.

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Come recentemente osservato dalla Suprema Corte , “per cosa mobile deve intendersi qualsiasi entità di cui sia possibile la fisica detenzione, sottrazione, impossessamento od appropriazione e che sia in grado di spostarsi autonomamente ovvero di essere trasportata da un luogo ad un altro, compresa quella che, pur non mobile originariamente, sia resa tale mediante l’avulsione o l’enucleazione dal complesso immobiliare di cui faceva parte” (Cass. 11 maggio 2010, n. 20647). La nozione penalistica di cosa mobile non coincide quindi con quella civilistica, rivelandosi per certi aspetti più ridotta, in particolare laddove non considera cose mobili le entità immateriali – come le opere dell’ingegno ed i diritti soggettivi – che, invece, l’art. 813 c.c., assimila ai beni mobili. Tale nozione non è dunque comprensiva dei diritti soggettivi in genere e dei crediti in particolare che, in quanto beni immateriali, non sono suscettibili di fisica appropriazione.

L’espressa menzione del denaro potrebbe, a rigor di termini, apparire pleonastica, essendo anch’esso una cosa mobile. Ed invece, questa specificazione serve a chiarire che anche il danaro può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, nonostante la sua ontologica fungibilità che, sotto il profilo degli effetti civili, comporta l’immediato trasferimento della proprietà unitamente al possesso, con l’obbligo eventualmente previsto dal titolo di restituire il tantundem. Dal punto di vista penalistico, invece, proprio in virtù della precisazione contenuta nell’art. 646 c.p. al trasferimento del possesso non si accompagna necessariamente anche quello della proprietà, come accade nei casi di deposito, di custodia o di consegna del danaro con un preciso vincolo di scopo: in questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del titolare del denaro e ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Cass. 25 ottobre 1972, n. 4584).

Anche il denaro, pertanto, deve essere inteso nella sua accezione materiale di bene mobile, e non come utilità ‘mediata’, ossia quale oggetto della prestazione di un debito pecuniario. La espressa dicitura contenuta nell’art. 646 c.p. trova la sua giustificazione nell’esigenza di superare il principio civilistico valevole per le cose fungibili, ma non sta affatto a significare che l’appropriazione indebita possa riguardare, oltre le cose mobili, anche i crediti pecuniari.

Infatti, poiché la fattispecie di cui all’art. 646 c.p. presuppone – quale elemento minino essenziale della condotta incriminatrice – l’atto materiale dell’appropriazione, l’oggetto dell’azione delittuosa deve essere costituito necessariamente da un bene mobile suscettibile di essere fisicamente appreso. Tali non si rivelano i diritti di credito, a meno che non siano ‘incorporati’ in un documento (come nel caso dei titoli di credito).

La questione illustrata nel ricorso non è quindi pertinente. La delimitazione della nozione penalistica di ‘possesso’ giova a circoscrivere l’area dei beni di cui l’agente si può indebitamente appropriare da quelli che altrimenti costituiscono oggetto di furto. Si tratta, quindi, di una qualificazione che traccia un sottoinsieme all’interno delle cose mobili o del denaro; un concetto che, per dirla in altri termini, deve essere applicato dopo quello di ‘bene mobile’. Non tutti i beni giuridici di cui l’agente ha la disponibilità giuridica sono suscettibili di appropriazione indebita, ma solo i beni mobili ed il denaro.

Il ragionamento esposto nel ricorso in esame non tiene, invece, conto di quest’ultimo passaggio ed indica la relazione di ‘possesso’ fra il soggetto attivo ed il bene come l’unico criterio selettivo delle cose suscettibili di appropriazione indebita; in tal modo si giunge quindi all’inappropriata conclusione che i crediti, di cui l’agente ha la giuridica disponibilità, possono essere indebitamente appresi. Si trascura però di considerare il dato decisivo che il bene, ancor prima che posseduto dall’agente, deve essere astrattamente suscettibile di fisica apprensione e quindi deve essere un bene materiale.

In conclusione, deve essere affermato il seguente principio di diritto. In tema di appropriazione indebita, il bene oggetto del reato deve essere costituito dal denaro o da altro bene mobile comunque suscettibile di fisica apprensione. Pertanto, difettando il carattere della materialità, non sono suscettibili di appropriazione indebita i crediti di cui taluno abbia la giuridica disponibilità per conto d’altri (come può avvenire nei casi di mandato, commissione, agenzia, mediazione, ecc), a meno che tali crediti non siano divenuti equiparabili alle cose mobili per effetto della ‘incorporazione’ in un documento (ad esempio, un titolo di credito).

Piuttosto, commette il reato di cui all’art. 646 c.p. l’agente che, solo dopo aver effettivamente riscosso la prestazione, se ne appropri senza rivolgerla in favore all’avente diritto.