infezione ospedaliera

analizziamo l’infezione  ospedaliera, l’infezione ospedaliera e morte del paziente, l’infezione ospedaliera e risarcimento del danno

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infezione ospedaliera risarcimento

  • Una volta accertato che di infezione ospedaliera trattasi, non essendo stato accertato il momento e lo specifico contesto e settore (nell’ambito dell’ospedale) nel quale  l’infezione è insorta, il nosocomio avrebbe dovuto fornire la prova seria e rigorosa di aver fatto tutto il possibile per evitare l’insorgenza dell’infezione stessa.

 

  • In realtà l’I.N.I. non ha affatto assolto all’onere che le incombeva, vale a dire di provare di avere posto in essere ogni cautela e precauzione, funzionale, strutturale e di metodo, al fine di realizzare  e  mantenere costante un’ ottimale sanificazione della struttura, dei locali, degli ambienti, dei mezzi e del personale addetto.

 

  • Solo se avesse soddisfatto a tale onere il giudice avrebbe potuto valutare la eventuale rilevanza, a favore del nosocomio, dell’essere l’infezione di cui trattasi una  complicanza di tal genere di intervento (per inciso risulta documentalmente anche un deficit specifico di cautela laddove la paziente non è stata sottoposta, come elementare prudenza consigliava, nell’immediatezza dell’intervento chirurgico, a trattamento antibiotico preventivo)

 

  • L’I.N.I. è pertanto soccombente in punto di responsabilità.

 

  • Invero il nosocomio convenuto ha prodotto esclusivamente i protocolli di sterilizzazione relativi alla sala operatoria ed allo strumentario adottati presso l’INI.

 

  • Si tratta di difesa assolutamente e platealmente carente ed insufficiente

 

  • In primo luogo non essendo stato accertato in quale momento ed ambito del perimetro temporale e spaziale nel quale l’attrice è entrata nella sfera di azione della struttura ospedaliera sia stata contratta l’infezione, è del tutto riduttivo aver prodotto, come ha fatto l’I.N.I., solo i protocolli di sterilizzazione relativi alla sala operatoria, potendo essere stata diffusa l’infezione in altro momento (rispetto all’intervento chirurgico) e luogo dell’ospedale (la C. è rimasta nell’ospedale dal 20 marzo al 10 aprile del 2008)

 

  • In secondo luogo si tratta di protocolli astratti, nel senso di programmatici, mentre è mancata sia la prova sia la semplice allegazione di quali siano state in concreto le condotte poste in essere dall’Istituto per una efficace e consapevole opera di sanificazione (che implica, da parte del management ospedaliero a ciò deputato, ad esempio del Comitato per le I. O., del Risk Manager etc., l’adozione di tutta una serie di attenzioni e misure organizzative, effettive e non meramente burocratiche, come di seguito ben chiarito.)

 

  • Va ribadito, come più volte ricordato nei provvedimenti di questo giudice, che ben altro ci si deve e si può ragionevolmente attendere da un ospedale in materia di tutela contro il rischio di contrazione di infezioni (che peraltro non riguarda solo i pazienti ma anche il personale che vi lavora).
  • In particolare il giudice ha più volte ricordato lo stato della scienza del settore al riguardo (che è precisamente ciò che si può e si deve esigere che sia attuato), predisponendo quello che può essere considerato una sorta di decalogo del buon Risk Manager.

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  1. Il postulato (dell’attrice, che il contagio ad opera di un batterio tipicamente nosocomiale (vale a dire che vive, prolifera, si rafforza e si caratterizza per la sua presenza in ambito ospedaliero), e dei danni alla persona (anche in termini di aggravamento delle condizioni del paziente), che ne siano conseguiti, presupponga indefettibilmente, a carico dell’ospedale, una carenza, una deficienza di attenzione e di messa in opera in ordine alle procedure di sanificazione e di asetticità che devono costantemente garantire la sicurezza del paziente contro i contagi da infezioni nella struttura ospedaliera, è, nella sua assolutezza, errato in quanto viziato da un salto logico e quindi, non condivisibile.
  2. Va evidenziato, che nel caso in esame come pressoché in ogni altro analogo, è pressoché impossibile, anche laddove sia accertata con sicurezza la natura e la provenienza nosocomiale del batterio che ha contagiato il paziente ricoverato, ed anche laddove sia certo che il medesimo non era affetto prima del ricovero dalla relativa patologia infettiva, individuare specificamente il luogo e settore dell’ospedale nel quale si è prodotto il contagio, vale a dire il momento preciso, il settore di attività, l’azione medica o infermieristica o invece il contesto di altro genere (che può  essere una semplice situazione omissiva quale ad esempio la mancata adeguata pulizia dei bagni) scatenante, e, in definitiva, l’anello assente o incrinato della catena di protezione delle misure di sanificazione nel quale si è inserito il fattore nocivo (batterio)
  3. In altre parole, la mancata identificazione del dove del quando e del come il batterio, proliferante in ambiente ospedaliero, sia stato trasmesso al paziente è una costante di tali vicende, anche in sede giudiziale.
  4. Proprio tale pressoché costante carenza conoscitiva introduce un elemento di  rottura della concatenazione dei fatti del processo deduttivo relativo all’accertamento della responsabilità dell’ospedale, del che non sempre si è consapevoli, tanto che talvolta si giunge ) comunque e nonostante ciò, ad affermare (con vera aporia) la responsabilità della struttura ospedaliera.
  5. Infatti, mentre nel caso (raro, quasi meramente di scuola) in cui si possa affermare che l’infezione è stata contratta in un luogo e momento specifico, ad esempio nella camera operatoria, a causa della mancata (o non adeguata) sterilizzazione dai strumenti adoperati dai medici chirurghi, il cerchio della responsabilità è definitivamente chiuso con la accertata responsabilità dell’ospedale; nel caso, diverso e ordinario, che vi sia solo la certezza che l’infezione è di natura ospedaliera, non può affermarsi tout court una tale responsabilità, che verrebbe predicata solo in via deduttiva, da una solo presunta carenza di sanificazione da parte della struttura ospedaliera.
  6. Tribunale di Roma

Sezione XIII Civile

Sentenza 22 giugno 2015

In NOME del POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE di ROMA SEZIONE Sez.XIII°

  1. RG.37466-12

REPUBBLICA ITALIANA

Il   Giudice   dott. cons.   Massimo Moriconi

nella causa tra

  1. C.  (avv.ti Paolo Bernardinetti e Angelo Porzioli)

attrice

E

srl INI Istituto Neurotraumatologico Italiano in persona del legale rappresentante pro tempore (avv.Massimo Laurenti)

convenuta

ha emesso e pubblicato la seguente

SENTENZA

letti gli atti e le istanze delle parti,

osserva:

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avvocato malasanita’ Bologna

-1-

La domanda dell’attrice risulta fondata nei limiti di quanto di seguito precisato.

  1. C. veniva sottoposta presso l’I.N.I. ad intervento chirurgico in data 25.3.2008, con diagnosi di ingresso presso il convenuto istituto, di gonartrosi destra.

Ciò che lamenta l’attrice non è l’esecuzione in sé dell’intervento di artroprotesi totale di ginocchio destro, che non ha ricevuto censure di merito, quanto la contrazione a causa e durante il ricovero di una infezione (peri-protesica) ospedaliera.

Tale infezione ha causato gravi problemi alla paziente, che ha subito successivi reinterventi in particolare per la rimozione della protesi  e la revisione della stessa.

A seguito di tali eventi la C. che prima sia pure con difficoltà possedeva una certa mobilità ha visto peggiorare sensibilmente la sua condizione tanto da poter camminare solo con ausilio materiale (bastoni) o di accompagnatore.

A seguito dell’infezione e degli interventi che sono seguiti R. C. ha qindi residuato dei postumi decisamente peggiori rispetto a quelli che avrebbe (comunque) dovuto sopportare in relazione alla sua condizione fisica già di per sé compromessa prima dell’intervento del 25 marzo 2008.

Il risarcimento del danno pertanto si muove in questa area specifica  che non è quella tout court della descritta deteriorata situazione fisica in cui versa all’attuale la C., ma del differenziale fra il suo stato (peggiore) e quello che sarebbe stato (migliore), se l’infezione (e quanto ad essa necessariamente conseguito) non fosse stata contratta.

Che all’esito dell’intervento del 25 marzo 2008 l’attrice abbia contratto un’infezione nosocomiale senza alcun dubbio riconducibile, secondo la condivisa ricostruzione degli eventi effettuata dal consulente del Giudice, al ricovero ed all’intervento stesso, non può essere revocato in dubbio (e di fatto neppure l.N.I. lo contesta, rifugiandosi piuttosto nella inappropriata evocazione della complicanza, tale definita l’infezione, quale caso fortuito)

-2-

Una volta accertato che di infezione ospedaliera trattasi, non essendo stato accertato il momento e lo specifico contesto e settore (nell’ambito dell’ospedale) nel quale  l’infezione è insorta, il nosocomio avrebbe dovuto fornire la prova seria e rigorosa di aver fatto tutto il possibile per evitare l’insorgenza dell’infezione stessa.

In realtà l’I.N.I. non ha affatto assolto all’onere che le incombeva, vale a dire di provare di avere posto in essere ogni cautela e precauzione, funzionale, strutturale e di metodo, al fine di realizzare  e  mantenere costante un’ ottimale sanificazione della struttura, dei locali, degli ambienti, dei mezzi e del personale addetto.

Solo se avesse soddisfatto a tale onere il giudice avrebbe potuto valutare la eventuale rilevanza, a favore del nosocomio, dell’essere l’infezione di cui trattasi una  complicanza di tal genere di intervento (per inciso risulta documentalmente anche un deficit specifico di cautela laddove la paziente non è stata sottoposta, come elementare prudenza consigliava, nell’immediatezza dell’intervento chirurgico, a trattamento antibiotico preventivo)

L’I.N.I. è pertanto soccombente in punto di responsabilità.

Invero il nosocomio convenuto ha prodotto esclusivamente i protocolli di sterilizzazione relativi alla sala operatoria ed allo strumentario adottati presso l’INI.

Si tratta di difesa assolutamente e platealmente carente ed insufficiente.

In primo luogo non essendo stato accertato in quale momento ed ambito del perimetro temporale e spaziale nel quale l’attrice è entrata nella sfera di azione della struttura ospedaliera sia stata contratta l’infezione, è del tutto riduttivo aver prodotto, come ha fatto l’I.N.I., solo i protocolli di sterilizzazione relativi alla sala operatoria, potendo essere stata diffusa l’infezione in altro momento (rispetto all’intervento chirurgico) e luogo dell’ospedale (la C. è rimasta nell’ospedale dal 20 marzo al 10 aprile del 2008)

In secondo luogo si tratta di protocolli astratti, nel senso di programmatici, mentre è mancata sia la prova sia la semplice allegazione di quali siano state in concreto le condotte poste in essere dall’Istituto per una efficace e consapevole opera di sanificazione (che implica, da parte del management ospedaliero a ciò deputato, ad esempio del Comitato per le I. O., del Risk Manager etc., l’adozione di tutta una serie di attenzioni e misure organizzative, effettive e non meramente burocratiche, come di seguito ben chiarito.)

Va ribadito, come più volte ricordato nei provvedimenti di questo giudice, che ben altro ci si deve e si può ragionevolmente attendere da un ospedale in materia di tutela contro il rischio di contrazione di infezioni (che peraltro non riguarda solo i pazienti ma anche il personale che vi lavora).

In particolare il giudice ha più volte ricordato lo stato della scienza del settore al riguardo (che è precisamente ciò che si può e si deve esigere che sia attuato), predisponendo quello che può essere considerato una sorta di decalogo del buon Risk Manager.

infezione ospedaliera risarcimento

infezione ospedaliera risarcimento

-3-

Il postulato (dell’attrice, che il contagio ad opera di un batterio tipicamente nosocomiale (vale a dire che vive, prolifera, si rafforza e si caratterizza per la sua presenza in ambito ospedaliero), e dei danni alla persona (anche in termini di aggravamento delle condizioni del paziente), che ne siano conseguiti, presupponga indefettibilmente, a carico dell’ospedale, una carenza, una deficienza di attenzione e di messa in opera in ordine alle procedure di sanificazione e di asetticità che devono costantemente garantire la sicurezza del paziente contro i contagi da infezioni nella struttura ospedaliera, è, nella sua assolutezza, errato in quanto viziato da un salto logico e quindi, non condivisibile.

Va evidenziato, che nel caso in esame come pressoché in ogni altro analogo, è pressoché impossibile, anche laddove sia accertata con sicurezza la natura e la provenienza nosocomiale del batterio che ha contagiato il paziente ricoverato, ed anche laddove sia certo che il medesimo non era affetto prima del ricovero dalla relativa patologia infettiva, individuare specificamente il luogo e settore dell’ospedale nel quale si è prodotto il contagio, vale a dire il momento preciso, il settore di attività, l’azione medica o infermieristica o invece il contesto di altro genere (che può  essere una semplice situazione omissiva quale ad esempio la mancata adeguata pulizia dei bagni) scatenante, e, in definitiva, l’anello assente o incrinato della catena di protezione delle misure di sanificazione nel quale si è inserito il fattore nocivo (batterio)

In altre parole, la mancata identificazione del dove del quando e del come il batterio, proliferante in ambiente ospedaliero, sia stato trasmesso al paziente è una costante di tali vicende, anche in sede giudiziale.

Proprio tale pressoché costante carenza conoscitiva introduce un elemento di  rottura della concatenazione dei fatti del processo deduttivo relativo all’accertamento della responsabilità dell’ospedale, del che non sempre si è consapevoli, tanto che talvolta si giunge ) comunque e nonostante ciò, ad affermare (con vera aporia) la responsabilità della struttura ospedaliera.

Infatti, mentre nel caso (raro, quasi meramente di scuola) in cui si possa affermare che l’infezione è stata contratta in un luogo e momento specifico, ad esempio nella camera operatoria, a causa della mancata (o non adeguata) sterilizzazione dai strumenti adoperati dai medici chirurghi, il cerchio della responsabilità è definitivamente chiuso con la accertata responsabilità dell’ospedale; nel caso, diverso e ordinario, che vi sia solo la certezza che l’infezione è di natura ospedaliera, non può affermarsi tout court una tale responsabilità, che verrebbe predicata solo in via deduttiva, da una solo presunta carenza di sanificazione da parte della struttura ospedaliera.

Ciò per la elementare ragione che il ventaglio di possibilità di contrazione dell’infezione in relazione a condotte, luoghi  e situazioni si amplifica, in questo caso, a dismisura, riducendo correlativamente il grado di certezza in merito NON all’esistenza del nesso causale (condotta dell’ospedale in materia di sanificazione – diffusione dell’infezione), che è stato definitivamente accertato a mezzo della consulenza (o addirittura per via di non specifica contestazione),  quanto alla esistenza della colpa, la cui sussistenza è altresì necessaria (sarebbe infatti un errore grossolano ritenere di poter imputare il danno di cui trattasi a titolo di responsabilità oggettiva dell’ospedale)

Invero, per comprendere la pertinenza e la rilevanza di tale questione, la domanda da porsi  è la seguente:

Sono le I.C.A., oltre che prevedibili tutte prevenibili ?

Ovvero al contrario questo tipo di infezioni può sfuggire al controllo anche in presenza di una soddisfacente concreta e fattiva attenzione da parte dell’ospedale alle problematiche relative della sanificazione degli ambienti, del personale, dei mezzi e di ogni altra possibile fonte di contatto e di contagio, nonché della messa in opera di adeguati protocolli ?

Ovvero, più realisticamente la prevenibilità è un obiettivo solo tendenziale ed auspicabile ma allo stato non realizzabile, come gli studi scientifici e le statistiche sembrano dimostrare?

E che quindi occorre operare in termini di sforzi diretti al miglioramento degli standard di sicurezza, in modo selettivo e settoriale, ad esempio isolando quelle infezioni attribuibili a problemi relativi alla qualità dell’assistenza, attraverso una riduzione delle procedure non necessarie, la scelta di presidi più sicuri, l’adozione di misure di assistenza al paziente che garantiscano condizioni asettiche e via dicendo..

Fermo restando quanto precede, e cioé  che possono intervenire infezioni nosocomiali non addebitabili all’ospedale, per essere esse prevedibili ma non tutte e sempre prevenibili,  va ritenuto che una volta accertato che il paziente abbia contratto una infezione nosocomiale, in virtù dei principi che regolano l’onere della prova, in materia contrattuale (qual’è quella che ci occupa, ancorché non fondata sul contratto, ma sul “contratto sociale”) non vi può essere alcun dubbio che incombe alla struttura ospedaliera provare di avere adottato tutte le misure utili e necessarie per una corretta e consapevole sanificazione, al fine di evitare la contaminazione dei pazienti ad opera dei batteri c.d.nosocomiali.

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malasanita’

La convenuta avrebbe dunque dovuto fornire la prova – che come infra esposto non può che essere indiziaria- che l’evento dannoso (contagio da batterio nosocomiale) era sì  possibile e prevedibile (fatto pacifico), ma non prevenibile, rientrando in quella percentuale di casi che la scienza medica ha enucleato come eventi che possono sfuggire ai controlli di sicurezza apprestabili e di fatto apprestati dalla struttura sanitaria.

Qual’è il modo di adempiere a tale prova negativa ?

Quello di fornire la prova positiva di aver fatto tutto quanto la scienza del settore ha finora escogitato per evitare o quanto meno ridurre al massimo il rischio di contaminazione.

Si può ritenere  che la convenuta abbia fornito tale prova ?

La risposta è negativa.

Dall’esame a contrariis dell’ elencazione delle attività di sanificazione che sarebbero state poste in essere, di cui alle difese dell’Istituto convenuto, si può escludere che sia stato costituito ivi un CIO “organismo multidisciplinare responsabile dei programmi e delle strategie di lotta e di contrasto contro le infezioni ospedaliere” [1] così come che nell’ambito delle funzioni di tale comitato o in qualsiasi altro modo analogo ma egualmente efficace, siano stati predisposti percorsi di formazione del personale a vario titolo operante nella struttura diretti alla conoscenza delle problematiche e delle condotte virtuose, nonché alla sensibilizzazione di tutti gli addetti nei confronti dell(l’enorme valenza sociale che sta sempre più assumendo il contrasto ) delle infezioni Ospedaliere (IO) o Correlate all’ Assistenza (ICA)

Ciò che è necessario, esigibile e che il giudice richiede, è infatti questo.

Vale a dire la prova che siano stati attuati specifici protocolli diretti all’applicazione, monitoraggio, aggiornamento e verifica dei risultati delle pratiche dirette ad evitare o contenere le infezioni nosocomiali; che  sia stato istituito un comitato o gruppo di lavoro a ciò deputato; e che sia rappresentato come abbia operato e quali siano state le iniziative intraprese.

Il tutto al fine di pervenire ad una ragionevole e motivata valutazione  sulla sussistenza di profili di colpa a carico del nosocomio.

Ovvero per escluderlo, mediante l’affermazione che avendo adempiuto il nosocomio a quanto era possibile ed esigibile allo stato dell’arte, l’evento dannoso infezione andrebbe ascritto nel novero delle complicanze imprevedibili ed inevitabili collegate alla presenza della paziente nel nosocomio.

E che in tale contesto di azioni positive giammai potrebbe predicarsi una responsabilità del nosocomio se non fondandola su un inaccettabile principio di responsabilità oggettiva dell’ospedale (a cui carico verrebbero posti anche i casi di infezioni non evitabili pur in presenza di una condotta immune da censure per quanto riguarda la sanificazione)

Tale esclusione di responsabilità va in definitiva rapportata ad un obiettivo che il giudice identifica, mutuandolo da altre settori scientifici (ed esempio in materia di propagazione di onde elettromagnetiche la cui dannosità – o meno- è ancora largamente ignota), nel c.d. minimo rischio (ovvero nella adozione di un insieme di procedure e di protocolli elaborati allo stato attuale dalla scienza del settore per ridurre al minimo il rischio di esposizione ad infezioni nosocomiali dei pazienti).

Come visto la difesa dell’I.N.I. su tali questioni è del tutto carente e di stile, cosicché non può che essere affermata la piena responsabilità del nosocomio per l’evento dannoso subito dall’attrice.

-4-

Il danno conseguenza risarcibile è il solo danno differenziale, vale a dire il maggior danno, quello correlato all’aggravamento delle condizioni, già deteriorate, dell’attrice a causa dell’infezione nosocomiale.

Per quanto riguarda la quantificazione del danno, è nota la giurisprudenza, che si condivide, predicativa della unitarietà del danno non patrimoniale e della necessità che si evitino duplicazioni di poste, mascherate sotto nomi diversi.

E’ altrettanto nota la giurisprudenza che segnala la necessità, una volta individuato, il valore del risarcimento attribuibile con il sistema tabellare (che è quello in uso, con quelle romane, presso il tribunale capitolino), di valutare la opportunità di diminuire o aumentare l’ammontare del risarcimento in relazione alle circostanze tutte del caso, ove e nella misura che siano accertate e riconosciute, al fine della migliore quanto possibile, personalizzazione del ristoro.

Invero per quanto concerne:

il danno biologico (temporaneo e permanente) relativo ad aree diverse da quella dei danni derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti ed

il danno biologico permanente derivante da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti per il quale i postumi delle lesioni sono superiori al nove per cento, come in questo caso,

il sistema seguito per la valutazione del danno non patrimoniale muove dal valore di punto (in questo caso relativamente a fattispecie n.1).

Invero l’applicazione delle tabelle di punto ha il vantaggio di attenuare la possibilità di trattamenti diversi per situazioni analoghe (come pure quello di consentire alle parti di addivenire più agevolmente a soluzioni transattive extragiudiziali).

Tutto ciò però non può assolutamente offuscare la doverosità da parte del Giudice (correlativa alla legittima aspettativa  della parte) che sia  valutata specificamente la situazione sottopostagli valendo in tale contesto le tabelle romane quale utile dato orientativo, potendosi aumentare o diminuire, motivatamente, i risultati con esse conseguiti, a seconda delle circostanze ed al fine di pervenire al risarcimento di tutti i danni patiti dal danneggiato.

Il Giudice, peritus peritorum, ritiene che in questo caso il danno non patrimoniale  che contiene oltre al danno biologico in senso stretto, anche le componenti dinamico relazionali sulle quali il pregiudizio ha inciso ed il dolore e le sofferenze (morali) provocate dall’evento, sia da collocare in misura del 15 % (aderendo così alla prospettazione del consulente del giudice)

Così ricostruito l’evento ed il danno conseguenza, non risultano voci di danno non ristorate.

Condivisa la relazione peritale d’ufficio, va stabilito che l’attrice ha diritto al ristoro dei danni in relazione ai seguenti parametri:

invalidità permanente  15  %

invalidità temporanea di gg.90 (al 100%) e gg 90 (al 50%)

L’ammontare del risarcimento viene pertanto così determinato:

invalidità permanente: €.27.000

invalidità  temporanea: €. 14.600

Le somme riconosciute sono la risultanza della rivalutazione alla data della decisione (secondo le tabelle aggiornate): ed invero solo attraverso il meccanismo della rivalutazione monetaria è possibile rendere effettivo il principio secondo cui il patrimonio del creditore danneggiato deve essere ricostituito per intero (quanto meno per equivalente); essendo evidente che, pur nell’ambito del vigente principio nominalistico, altro è un determinato importo di denaro disponibile oggi ed altro è il medesimo importo disponibile in un tempo  passato).

A tali somme vanno aggiunti gli interessi legali.

amal1Infatti è doveroso riconoscere l’ ulteriore danno consistente nel mancato godimento da parte del danneggiato dell’equivalente monetario del bene perduto per tutto il tempo decorrente fra il fatto  e la sua liquidazione. Ed invero devesi a tale fine fare applicazione delle presunzioni semplici in virtù delle quali non si può obliterare che ove il danneggiato fosse stato in possesso delle somme predette le avrebbe verosimilmente impiegate secondo i modi e le forme tipiche del piccolo risparmiatore in parte investendole nelle forme d’uso di tale categoria economica  (ad esempio in azioni ed obbligazioni, in fondi, in titoli di Stato o di altro genere) ricavandone i relativi guadagni. Con tali comportamenti  oltre a porre il denaro al riparo dalla svalutazione vi sarebbe stato un guadagno (che è invece mancato) che pertanto è giusto e doveroso risarcire, in via equitativa, con la attribuzione degli interessi legali.

Il calcolo di tali interessi viene effettuato  in virtù della sentenza del 17.2.1995 n.1712 della Suprema Corte procedendo prima alla devalutazione delle somme alla data del fatto, importi che erano stati rivalutati alla data della sentenza; e successivamente calcolando sugli importi rivalutati anno per anno i relativi interessi legali ai tassi stabiliti per legge anno per anno, senza alcuna capitalizzazione.

In definitiva quindi all’attrice spetta complessivamente la somma di €.46.950,00 = oltre interessi legali fino al saldo al cui pagamento la casa di cura convenuta va condannata.

Le spese (che vengono regolate secondo le previsioni – orientative per il giudice che tiene conto di ogni utile circostanza per adeguare nel modo migliore la liquidazione al caso concreto-  della l.24.3.2012 n.27 e del D.M. Ministero Giustizia 10.3.2014 n.55) seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

La sentenza  è per legge esecutiva.-

P.Q.M.

definitivamente pronunziando, ogni contraria domanda eccezione e deduzione respinta, così provvede:

CONDANNA la srl INI Istituto Neurotraumatologico Italiano in persona del legale rappresentante pro tempore al pagamento in favore di R. C. della complessiva somma di €.46.950,00 oltre interessi legali dalla data della sentenza al saldo;

CONDANNA la srl INI Istituto Neurotraumatologico Italiano in persona del legale rappresentante pro tempore al pagamento delle spese di causa, anche per la fase dell’ATP, che liquida in favore di R. C. per compensi in complessivi €.9.000,00 oltre IVA, CAP e spese generali;  oltre alle  spese di consulenza di ufficio a carico definitivo della convenuta;

SENTENZA esecutiva

Roma lì 22.6.2015

Il Giudice

dott.cons.Massimo Moriconi

infezioni ospedaliere mortali

  • a proposito della non idoneità interruttiva, in relazione al nesso causale tra la condotta e l’evento, delle infezioni sopraggiunte sulla paziente nel reparto di terapia intensiva: non è in sostanza configurabile, nella specie, il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui la giurisprudenza annette valore interruttivo del rapporto di causalità (si veda per tutte Sez. 4, n. 25689 del 03/05/2016, Di Giambattista e altri, Rv. 267374, ove la Corte ha evidenziato come l'”infezione nosocomiale” sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti).
  • In tale quadro, appare evidente che non ha alcun pregio la prospettazione difensiva mirante all’inquadramento della condotta della S. nell’ambito della “colpa lieve”, ai fini di quanto stabilito dalla L. n. 189 del 2012, art. 3, vigente all’epoca del fatto.
  • Va infatti osservato, in primo luogo, che, secondo quanto si legge alle pagine 6 e 8 della sentenza impugnata, la condotta dell’imputata è stata correttamente e motivatamente qualificata come caratterizzata da “grave negligenza”: ragione per la quale è stata disattesa la richiesta di applicazione dell’anzidetta disposizione di legge.
  • Ma pur volendosi prescindere da tale classificazione del grado di colpa e della tipologia di condotta colposa attribuita alla S., deve rilevarsi che essa non risulterebbe in ogni caso aderente alle linee guida e/o alle buone pratiche, non solo sulla base della ricostruzione peritale accolta dalla Corte di merito, ma neppure in base alla stessa prospettazione difensiva; e che, secondo la predetta disposizione, solo il sanitario che “si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”. Di tal che in nessun caso potrebbe ricondursi il caso in esame nella fattispecie abrogativa de qua.
  • E’ infine appena il caso di evidenziare che, in ogni caso, l’inosservanza delle linee guida e, comunque, delle buone pratiche clinico assistenziali, nonchè la (corretta) qualificazione della condotta della ricorrente come caratterizzata da “negligenza” piuttosto che da “imperizia” escluderebbero anche la configurabilità dell’ipotesi di non punibilità del fatto prevista dal nuovo art. 590-sexies c.p. (introdotto dalla L. n. 24 del 2017, art. 6), che oggi disciplina la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie in relazione alle fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose.
  • SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 6 giugno – 11 luglio 2017, n. 33770

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Presidente –

Dott. DI SALVO Emanuele – Consigliere –

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PAVICH Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.V., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/10/2016 della CORTE APPELLO di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. GIUSEPPE PAVICH;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dr. Romano Giulio, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Udito il difensore di Parte Civile avvocato COCUCCI GIOVANNI del foro di Firenze conclude per l’inammissibilità del ricorso; deposita conclusioni scritte e nota spese.

L’avvocato TURI MARIO del foro di SALERNO in difesa di S.V. si riporta ai motivi e ne chiede l’accoglimento.

Svolgimento del processo

  1. La Corte d’appello di Roma, in data 14 ottobre 2016, ha confermato la sentenza di condanna alla pena di giustizia e alle statuizioni civili emessa dal Tribunale di Roma il 15 aprile 2015 nei confronti di S.V., imputata del delitto di omicidio colposo a lei contestato in rubrica.

1.1. L’addebito mosso alla S., medico anestesista presso il Policlinico (OMISSIS), riguarda le condotte dalla stessa poste in essere nei riguardi della paziente R.A., che era stata ricoverata presso il nosocomio in relazione agli esiti traumatici di un incidente stradale.

In seguito al ricovero, la R., il (OMISSIS), veniva sottoposta presso il Policlinico ad un intervento chirurgico di riduzione chiusa di una frattura nasale non a cielo aperto; dopo l’operazione, la donna veniva trasferita nel reparto di rianimazione, dove però decedeva il (OMISSIS) per insufficienza cardiorespiratoria. Secondo la ricostruzione operata dai consulenti del Pubblico ministero e accolta dai giudici di merito, al termine dell’intervento chirurgico si era manifestata nella R. un’encefalopatia ischemica, dalla quale era derivato lo stato comatoso, con progressivo peggioramento delle condizioni generali e conseguente decesso; l’ischemia cerebrale veniva collegato a una carenza d’ossigeno generalizzata a livello cerebrale, indotta dalla condotta della d.ssa S., che aveva determinato un’insufficienza respiratoria a causa della mala gestio delle vie aeree (ed in specie dell’apparato oro tracheale).

Più precisamente la S., secondo le linee guida, avrebbe dovuto assicurare alla paziente una corretta ventilazione polmonare durante l’intervento, pur con il presidio della cannula di Guedel (in concreto utilizzata al posto della più prudente intubazione oro tracheale), per evitare il pericolo, purtroppo verificatosi, di ostruzione delle alte vie respiratorie. La cattiva gestione delle vie aeree da parte della S. – proseguita pur a fronte di segni clinici strumentali della carenza di ossigeno nel sangue durante l’intervento determinava però, come detto, una condizione di prolungata ipossia, con conseguente danno cerebrale, in paziente che oltretutto era sottoposta ad operazione chirurgica in sede nasale.

1.2. La Corte di merito ha disatteso le doglianze dell’imputata appellante, rivolte contro le valutazioni dei consulenti e alcune dichiarazioni testimoniali delle infermiere M. e Ma.

Più in particolare, veniva rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto tra il consulente della difesa e quello del P.M., atteso che la ricostruzione operata da quest’ultimo risultava condivisibile, in quanto argomentata sulla base di dati certi, e che non si ravvisavano contraddizioni fra l’elaborato scritto del consulente prof. P. e le sue dichiarazioni in aula. La Corte d’appello ha poi effettuato una sintetica ricostruzione dei passaggi della vicenda, condividendo le valutazioni del consulente del P.M. a proposito delle manchevolezze della d.ssa S. e della loro rilevanza nel prodursi del corna cerebrale a carico della R.. Infine, i giudici del collegio hanno escluso la rilevanza dei segnalati elementi di contraddizione fra le dichiarazioni rese dalle infermiere, ed hanno altresì escluso la decisività della rilevanza causale (e la portata interruttiva del nesso di causalità) delle infezioni contratte dalla vittima all’interno del reparto di rianimazione dopo l’intervento.

  1. Avverso la prefata sentenza ricorre la S., per il tramite del suo difensore di fiducia.

2.1. Il ricorso consta di un unico motivo, con il quale la deducente lamenta vizio di motivazione e mancata assunzione di una prova decisiva: in specie, oggetto di lagnanza è il mancato accoglimento della richiesta difensiva di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante confronto fra il consulente del P.M. e quello della difesa (confronto già oggetto di richiesta in primo grado, rigettata dal Tribunale); tale acquisizione probatoria, che alla luce della motivazione della sentenza di primo grado avrebbe avuto portata decisiva, non è stata però disposta, sebbene la Corte di merito potesse, dal confronto fra gli esperti, trarre motivi per giungere a un convincimento diverso da quello del primo giudice. Prosegue la ricorrente evidenziando la contraddittorietà dell’affermazione del consulente del P.M. il quale, nel corso del giudizio, ha dichiarato di non avere mai visionato il cartellino anestesiologico, pur avendolo criticato a pag. 47 dell’elaborato da lui scritto, e di poter solo supporre che tipo di anestesia fosse stata praticata, così ponendo a base delle sue conclusioni mere ipotesi interpretative in luogo di certezze. Ciò a fronte delle diverse conclusioni cui è giunto il consulente della difesa.

Ed ancora, l’esponente osserva che l’uso della cannula di Guedel era stato ritenuto idoneo per il tipo d’intervento in corso; perciò occorreva accertare che la desaturazione ritenuta decisiva ai fini del decesso fosse stata determinata dalla mancata ossigenazione segnalata dal macchinario d’allarme, e che tale segnalazione non fosse stato preso nella dovuta considerazione dalla d.ssa S.

Infine, la ricorrente ritiene che l’invocato supplemento istruttorio avrebbe consentito di fugare ogni dubbio circa la rilevanza causale delle infezioni insorte nel reparto di terapia intensiva, in rapporto all’accertamento della concausa preesistente ravvisata nella ridotta ossigenazione della paziente durante l’intervento, in realtà durata non più di cinque minuti; in alternativa, la mancata tempestiva maggiore ossigenazione attribuita alla S. potrebbe non essere stata la sola causa del decesso e, quindi, un suo eventuale profilo di colpa sarebbe ascrivibile alla colpa lieve di cui alla L. n. 189 del 2012, art. 3.

  1. Va dato atto che all’odierna udienza il difensore delle costituite parti civili ha rassegnato conclusioni scritte e depositato nota spese.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è infondato.

1.1. Va in primo luogo ricordato che deve ritenersi “decisiva”, secondo la previsione dell’art. 606 c.p.p. , lett. d) la prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia; ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (per tutte vds. Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323, nella quale si evidenzia che la “decisività” della prova suppletiva non può riconoscersi laddove sia ravvisabile il carattere “meramente congetturale” delle conseguenze che la difesa intendeva trarre dall’assunzione di detta prova).

Deve poi aggiungersi che il carattere di “prova decisiva” è escluso, dalla giurisprudenza di legittimità, sia con riguardo al confronto (cfr. Sez. 2, n. 35661 del 16/05/2014, D’Aponte e altri, Rv. 260343), sia con riguardo all’accertamento peritale (cfr. da ultimo Sez. 2, n. 52517 del 03/11/2016, Russo, Rv. 268815).

Nella specie, l’invocato confronto fra i due consulenti (del P.m. e della difesa) doveva vertere oltretutto, secondo la prospettazione della ricorrente, su circostanze la cui decisività era tutta da dimostrare, non bastando all’uopo la semplice ipotesi – formulata nel ricorso – di un’eventuale acquisizione di elementi potenzialmente di segno diverso rispetto alla ricostruzione accolta dai giudici di merito, e tali da poter fugare i dubbi derivanti dalla diversità delle due ipotesi formulate dai consulenti di parte.

A fronte di ciò, la Corte distrettuale ha congruamente motivato il proprio convincimento, osservando che le conclusioni del consulente del P.M. si basavano su dati certi (esame necroscopico e autoptico) e pervenivano, con argomentazioni esenti da errori o vizi logici, all’accertamento della causa del decesso della R., riconducibile alla prolungata ipossia indotta nella paziente dalla condotta addebitata alla S. nel corso dell’intervento: condotta che i giudici di merito ricollegano non già all’impiego della cannula di Guedel, ma all’omesso costante controllo che le vie aeree fossero libere (controllo che, se fosse stato eseguito, non avrebbe determinato l’insorgere dell’ipossia) e al fatto che la carente ossigenazione della paziente è intervenuta, per un tempo giudicato comunque eccessivamente lungo, pur a fronte della segnalazione di tale condizione proveniente dal segnale di allarme del macchinario che controllava il livello di ossigeno del sangue.

1.2. A fronte dell’andamento affatto congetturale delle lagnanze difensive sul punto, è altresì adeguato il percorso argomentativo della Corte di merito a proposito della non idoneità interruttiva, in relazione al nesso causale tra la condotta e l’evento, delle infezioni sopraggiunte sulla paziente nel reparto di terapia intensiva: non è in sostanza configurabile, nella specie, il sopravvenire di un rischio nuovo e incommensurabile, del tutto incongruo rispetto alla condotta originaria, cui la giurisprudenza annette valore interruttivo del rapporto di causalità (si veda per tutte Sez. 4, n. 25689 del 03/05/2016, Di Giambattista e altri, Rv. 267374, ove la Corte ha evidenziato come l'”infezione nosocomiale” sia uno dei rischi tipici e prevedibili da tener in conto nei casi di non breve permanenza nei raparti di terapia intensiva, ove lo sviluppo dei processi infettivi è tutt’altro che infrequente in ragione delle condizioni di grave defedazione fisica dei pazienti).

1.3. In tale quadro, appare evidente che non ha alcun pregio la prospettazione difensiva mirante all’inquadramento della condotta della S. nell’ambito della “colpa lieve”, ai fini di quanto stabilito dalla L. n. 189 del 2012, art. 3, vigente all’epoca del fatto.

Va infatti osservato, in primo luogo, che, secondo quanto si legge alle pagine 6 e 8 della sentenza impugnata, la condotta dell’imputata è stata correttamente e motivatamente qualificata come caratterizzata da “grave negligenza”: ragione per la quale è stata disattesa la richiesta di applicazione dell’anzidetta disposizione di legge.

Ma pur volendosi prescindere da tale classificazione del grado di colpa e della tipologia di condotta colposa attribuita alla S., deve rilevarsi che essa non risulterebbe in ogni caso aderente alle linee guida e/o alle buone pratiche, non solo sulla base della ricostruzione peritale accolta dalla Corte di merito, ma neppure in base alla stessa prospettazione difensiva; e che, secondo la predetta disposizione, solo il sanitario che “si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”. Di tal che in nessun caso potrebbe ricondursi il caso in esame nella fattispecie abrogativa de qua.

1.4. E’ infine appena il caso di evidenziare che, in ogni caso, l’inosservanza delle linee guida e, comunque, delle buone pratiche clinico assistenziali, nonchè la (corretta) qualificazione della condotta della ricorrente come caratterizzata da “negligenza” piuttosto che da “imperizia” escluderebbero anche la configurabilità dell’ipotesi di non punibilità del fatto prevista dal nuovo art. 590-sexies c.p. (introdotto dalla L. n. 24 del 2017, art. 6), che oggi disciplina la responsabilità degli esercenti le professioni sanitarie in relazione alle fattispecie di omicidio colposo e lesioni personali colpose.

  1. Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al rimborso, in favore delle parti civili costituite, delle spese di giudizio, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al rimborso delle spese di giudizio in favore delle parti civili, liquidate in Euro tremila oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 6 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2017

infezione ospedaliera risarcimento danni

  • come l’ospedale convenuto abbia sostanzialmente preso posizione su ogni circostanza dedotta dalle attrici nell’atto introduttivo di primo grado, offrendo un inquadramento della fattispecie diverso ed opposto rispetto a quello dedotto dalle controparti”, il motivo risulta infondato giacchè, per quanto emerge dalla sentenza impugnata (cfr. “svolgimento del processo”, a pag. 4), dallo stesso contenuto del ricorso (a pagg. 82 e 83) e – più diffusamente – dal controricorso (a pagg. 8-11), il Policlinico aveva contestato sotto ogni profilo gli assunti avversari, sicchè non residuava alcun ambito rispetto al quale potesse ritenersi integrata una mancata contestazione idonea a sollevare la parte attrice dall’onere di provare gli addebiti mossi alla convenuta e il giudice dal compito di procedere alla loro verifica.
  • Il terzo e il quarto motivo deducono la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115, 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 del c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4” (con l’aggiunta, quanto al quarto motivo, del riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5): la ricorrente lamenta che la Corte abbia “- con apparente o comunque insufficiente ed incongrua motivazione – escluso la responsabilità del Policlinico nella fase pre-operatoria” (terzo motivo) e “nella fase peri-intra-post operatoria” (quarto motivo), “in contrasto con il diritto vivente in tema di responsabilità contrattuale medica e con gli stessi accertamenti dei CCTTUU, ed omettendo ogni valutazione delle deduzioni critiche alla CTU”.. Entrambi i motivi – che possono essere esaminati congiuntamente – sono inammissibili, in quanto deducono in modo generico la violazione delle numerose norme di diritto indicate nella rubrica, senza individuare specifici errores in iure, e sono volti, nella sostanza, a sollecitare una nuova e diversa lettura della vicenda sotto il profilo della questio facti, mirando pertanto a conseguire un apprezzamento di merito funzionale all’affermazione della responsabilità del Policlinico, in relazione alle varie fasi (pre-operatoria e peri-infra-post operatoria) in cui si è articolata la prestazione dei sanitari della struttura ospedaliera.
  • Col quinto motivo (che denuncia nuovamente la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115 e 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 del c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”), la ricorrente censura la sentenza “per avere la Corte d’Appello – con omessa o apparente disamina e motivazione e comunque con insufficiente ed incongrua motivazione – escluso il nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario, peraltro riconosciuto dai CCTTUU, e le lesioni mortali del sig. M. (nonostante l’incontestato nesso causale materiale)”.
  • Il motivo è infondato atteso che, per quanto rilevato al punto 1.1, la Corte territoriale ha correttamente affermato che “l’accertamento in merito alla assenza di responsabilità della struttura sanitaria nella produzione dell’evento letale del sig. M. rende superflua l’analisi del nesso di causalità tra l’operato dei sanitari e l’evento stesso”.
  • Il sesto motivo (che prospetta anch’esso la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115 e 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”) lamenta che sia stata esclusa “la responsabilità del (OMISSIS) per inidoneo consenso informato”, rilevando che la Corte, “pur partendo dal corretto assunto giuridico per il quale il consenso informato deve essere chiaro ed esaustivo sui rischi e sulle alternative terapeutiche, ha, con incongrua motivazione ed in violazione dei pacifici principi giuridici in materia, ritenuto corretto quello prestato nella specie, adagiandosi supinamente sulle carenti considerazioni dei CCTTUU ed omettendo di considerare le contestazioni sul punto dell’odierna ricorrente, nonchè decisivi elementi di fatto”; assume, in particolare, che “il modulo di consenso informato de quo era un mero prestampato valido per qualsiasi intervento al cuore, che quindi non puntualizzava le percentuali di rischio specifico di morbilità e mortalità in relazione a quell’intervento ed a quel paziente, e non illustrava neppure le concrete alternative terapeutiche”.
  • SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 7 dicembre 2018 – 7 marzo 2019, n. 6593

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiaera – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9379-2017 proposto da:

M.M., in proprio e quale procuratrice speciale, P.G. entrambi quali parti lese ed eredi de de cuius M.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CATONE, 15, presso lo studio dell’avvocato CLEMENTINA FAFONE, che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati GIUSEPPE MAZZUCCHIELLO, GIUSEPPE COLAPIETRO giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA in persona del Presidente Dott. R.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FABIO MASSIMO 95, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PIERI NERLI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati VITTORIO GELPI, STEFANO DALLE DONNE giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente – avverso la sentenza n. 606/2017 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 15/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/12/201E dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI;

udito il P.M. in persona del Sostil.uto Prccuratore Generale Dott. CARDINO ALBERTO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato MARIA GAETANA DI NOCERA per delega;

udito l’Avvocato GIOVANNI PERI NERLI;

Svolgimento del processo

M.M. e P.G., in proprio e in qualità di eredi di M.R. (padre della prima e marito della seconda), convennero in giudizio la soc. I.R.c.c.S. (OMISSIS) s.p.a. per sentirla condannare al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali conseguiti al decesso del predetto M.R., avvenuto il (OMISSIS) dopo un intervento di valvuloplastica mitrale cui era stato sottoposto, presso il Policlinico, in data (OMISSIS).

La società convenuta contestò gli addebiti e chiese il rigetto delle domande.

Eseguita una c.t.u. medico-legale, il Tribunale respinse le domande attoree, con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Milano, che ha dichiarato di condividere le conclusioni della c.t.u., secondo cui “il decesso del sig. M. non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario del (OMISSIS), ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili, quali embolia polmonare, anuria, infarto intestinale, shock settico”, con esclusione della sussistenza di “comportamenti imperiti o negligenti da parte dei sanitari, nè negli accertamenti pre-operatori, nè nel trattamento chirurgico, nè nella gestione del paziente dopo l’intervento”.

Ha proposto ricorso per cassazione M.M., anche in qualità di procuratrice speciale della madre P.G., entrambe in proprio e quali eredi di M.R., affidandosi ad otto motivi illustrati da memoria; ha resistito il (OMISSIS) s.p.a., con controricorso.

Motivi della decisione

  1. Col primo motivo (che deduce la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115 e 116 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nonchè dell’art. 111 Cost. e degli artt. 1218, 2697, 2727, 2729 e 2043 c.c., oltre che degli artt. 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4), la ricorrente censura la sentenza impugnata per avere erroneamente ritenuto, “con apparente o, comunque, insufficiente ed illogica motivazione”, che il Tribunale avesse “correttamente invocato ed applicato i principi giuridici in materia di responsabilità contrattuale medica”: assume che la sentenza di primo grado aveva “ingiustamente addossato al paziente-creditore, anzichè al danneggiante, la prova del nesso causale” e che la Corte, confermando la pronuncia, non aveva “spiegato perchè sarebbe conforme al diritto in materia l’avere il Tribunale erroneamente onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato”.1.1. Premesso che non ricorre un’ipotesi di apparenza della motivazione e che l’insufficienza della motivazione non è più deducibile ai sensi del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, il motivo risulta privo di interesse, dal momento che la decisione non rinviene la sua ratio fondante nell’individuazione della spettanza dell’onere probatorio in punto di nesso causale, ma esclude – a monte – che vi sia stato un qualche inadempimento da parte dei sanitari del Policlinico, negando il presupposto stesso della responsabilità contrattuale della struttura, senza necessità – quindi – di affrontare il profilo del nesso causale fra la condotta sanitaria e il decesso del M..Il tutto a prescindere dal rilievo che i più recenti e ormai consolidati arresti di questa Corte hanno chiarito che, anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, la previsione dell’art. 1218 c.c. solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento (cfr., ex multis, Cass. n. 18392/2017 e Cass. n. 29315/2017).2. Il secondo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115, 116, 132, 167 e 183 c.p.c., nonchè dell’art. 111 Cost. e degli artt. 1218, 1223, 2236, 2697 e 2727 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, censurando la sentenza impugnata per non aver ritenuto applicabile il principio di non contestazione, sull’assunto che “le divergenze fra le parti riguarderebbero non i fatti ma l’interpretazione degli stessi, ed in ogni caso il (OMISSIS) avrebbe ben contestato tutti i fatti dedotti da parte attrice, mentre quest’ultima non avrebbe precisato quali sarebbero le circostanze non contestate e, quindi, provate”.2.1. Premesso che la Corte ha evidenziato “come l’ospedale convenuto abbia sostanzialmente preso posizione su ogni circostanza dedotta dalle attrici nell’atto introduttivo di primo grado, offrendo un inquadramento della fattispecie diverso ed opposto rispetto a quello dedotto dalle controparti”, il motivo risulta infondato giacchè, per quanto emerge dalla sentenza impugnata (cfr. “svolgimento del processo”, a pag. 4), dallo stesso contenuto del ricorso (a pagg. 82 e 83) e – più diffusamente – dal controricorso (a pagg. 8-11), il Policlinico aveva contestato sotto ogni profilo gli assunti avversari, sicchè non residuava alcun ambito rispetto al quale potesse ritenersi integrata una mancata contestazione idonea a sollevare la parte attrice dall’onere di provare gli addebiti mossi alla convenuta e il giudice dal compito di procedere alla loro verifica.3. Il terzo e il quarto motivo deducono la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115, 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 del c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4” (con l’aggiunta, quanto al quarto motivo, del riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5): la ricorrente lamenta che la Corte abbia “- con apparente o comunque insufficiente ed incongrua motivazione – escluso la responsabilità del Policlinico nella fase pre-operatoria” (terzo motivo) e “nella fase peri-intra-post operatoria” (quarto motivo), “in contrasto con il diritto vivente in tema di responsabilità contrattuale medica e con gli stessi accertamenti dei CCTTUU, ed omettendo ogni valutazione delle deduzioni critiche alla CTU”.3.1. Entrambi i motivi – che possono essere esaminati congiuntamente – sono inammissibili, in quanto deducono in modo generico la violazione delle numerose norme di diritto indicate nella rubrica, senza individuare specifici errores in iure, e sono volti, nella sostanza, a sollecitare una nuova e diversa lettura della vicenda sotto il profilo della questio facti, mirando pertanto a conseguire un apprezzamento di merito funzionale all’affermazione della responsabilità del Policlinico, in relazione alle varie fasi (pre-operatoria e peri-infra-post operatoria) in cui si è articolata la prestazione dei sanitari della struttura ospedaliera.4. Col quinto motivo (che denuncia nuovamente la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115 e 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 del c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5”), la ricorrente censura la sentenza “per avere la Corte d’Appello – con omessa o apparente disamina e motivazione e comunque con insufficiente ed incongrua motivazione – escluso il nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario, peraltro riconosciuto dai CCTTUU, e le lesioni mortali del sig. M. (nonostante l’incontestato nesso causale materiale)”.4.1. Il motivo è infondato atteso che, per quanto rilevato al punto 1.1, la Corte territoriale ha correttamente affermato che “l’accertamento in merito alla assenza di responsabilità della struttura sanitaria nella produzione dell’evento letale del sig. M. rende superflua l’analisi del nesso di causalità tra l’operato dei sanitari e l’evento stesso”.5. Il sesto motivo (che prospetta anch’esso la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115 e 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”) lamenta che sia stata esclusa “la responsabilità del (OMISSIS) per inidoneo consenso informato”, rilevando che la Corte, “pur partendo dal corretto assunto giuridico per il quale il consenso informato deve essere chiaro ed esaustivo sui rischi e sulle alternative terapeutiche, ha, con incongrua motivazione ed in violazione dei pacifici principi giuridici in materia, ritenuto corretto quello prestato nella specie, adagiandosi supinamente sulle carenti considerazioni dei CCTTUU ed omettendo di considerare le contestazioni sul punto dell’odierna ricorrente, nonchè decisivi elementi di fatto”; assume, in particolare, che “il modulo di consenso informato de quo era un mero prestampato valido per qualsiasi intervento al cuore, che quindi non puntualizzava le percentuali di rischio specifico di morbilità e mortalità in relazione a quell’intervento ed a quel paziente, e non illustrava neppure le concrete alternative terapeutiche”.5.1. Il motivo è inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 6, dato che le doglianze circa la dedotta inidoneità dello “stampato” sottoscritto dal M. sono svolte senza ottemperare all’onere di trascrivere il contenuto del documento, in modo da consentire a questa Corte di apprezzarne le lamentate genericità e incompletezza; tanto più a fronte dei rilievi della Corte territoriale secondo cui il documento era “redatto con un linguaggio chiaro, che unisce ad una precisione tecnica e ad una dettagliata descrizione delle varie problematiche connesse alla specifica tipologia dell’intervento, un’esposizione efficace, che utilizza espressioni e descrizioni comprensibili da chiunque”.6. Col settimo motivo (che nuovamente prospetta la “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112, 113, 115, 132 c.p.c., dell’art. 111 Cost., nonchè degli artt. 1218, 1223, 1224, 1226, 2043, 2056, 2059, 2697 e 2727 c.c. e dell’art. 2, 3, 4, 13, 29, 30, 31, 32, 35 e 32 Cost., degli artt. 40 e 41 c.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 “), la ricorrente si duole che la Corte abbia, “-con apparente o comunque insufficiente ed incongrua motivazione -negato il nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario riconosciuto dagli stessi CCTTUU e le chances terapeutiche” e chiede che la sentenza venga cassata con rinvio alla Corte territoriale perchè, rinnovata la c.t.u., “valuti la percentuale di sopravvivenza, guarigione o miglioramento in caso di tempestiva e corretta gestione, anche chirurgica, delle complicanze postoperatorie, e per l’effetto riconosca e quantifichi, secondo equità circostanziata, il relativo ristoro del danno da perdita di chances terapeutiche”.

    6.1. Anche questo motivo è infondato, giacchè – come correttamente osservato al punto VII della sentenza impugnata – l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari dell’ospedale non consente di “prendere in considerazione la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento e/o una migliore qualità della vita del sig. M. e, quindi, della sussistenza di pregiudizi in tal senso risarcibili”: va rimarcato, infatti, che anche il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa – commissiva od omissiva- che integri la causa del pregiudizio.

    7. L’ottavo motivo denuncia l'”errata pronuncia sulle spese processuali, per apparente o insufficiente motivazione e violazione degli artt. 132-134 c.p.c., artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè del D.M. n. 55 del 2014, artt. 2, 4 e 5 in relazione all’artt. 111 Cost., comma 6 e art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4″: la ricorrente evidenzia che la condanna alle spese disposta in primo e in secondo grado aveva raggiunto la “ragguardevole somma di Euro 35.000,00” e assume che, “in ogni caso, la dedotta fondatezza dei motivi di ricorso, e l’auspicata cassazione della decisione impugnata, dovrà travolgere (…) anche la predetta pronuncia sulle spese del giudizio”.

    7.1. Il motivo è infondato nella parte in cui prospetta la mancanza di motivazione della condanna alle spese – evidentemente ed espressamente correlata alla soccombenza della parte appellante – e inammissibile per il resto, in quanto non individua alcuna violazione delle norme richiamate in rubrica (non spiegando perchè ed in quali termini sarebbero stati violati gli artt. 91 e 92 c.p.c. e il D.M. n. 55 del 2014, artt. 2, 4 e 5), ma si limita ad auspicare che l’accoglimento del ricorso “dovrà travolgere” anche la pronuncia sulle spese.

    8. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza.

    9. Sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, al rimborso degli esborsi (liquidati in Euro 200,00) e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 7 marzo 2019.

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