INCIDENTE MORTALE , MORTE DEL CONVIVENTE: MORTE DEL CONVIVENTE DANNO 

DIVORZIO-ASSEGNOI

 

  • MORTE DEL CONVIVENTE DANNO
  • del mutamento della legislazione nel senso di riconoscere, a tutti i livelli, la famiglia di fatto, in virtù dei valori costituzionalmente garantiti, la difesa dell’appellante insiste nella richiesta di liquidazione di tutti i danni, da perdita parentale,

 

  • MORTE DEL CONVIVENTE DANNO
  • Occorre quindi dimostrare sia l’esistenza, che la durata, di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale

 

  • MORTE DEL CONVIVENTE DANNO
  • Sono indici di tale condivisione: la gestione quotidiana e duratura dei molteplici aspetti della vita quotidiana, le scelte di vita comune ed altresì la condivisione dei compiti connessi alla nascita ed alla crescita dei figli.

 

  • MORTE DEL CONVIVENTE DANNO
  • la Suprema Corte ha ritenuto che il risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto spetta anche ai componenti della famiglia naturale, come il convivente “more uxorio” ed il figlio naturale non riconosciuto.

 

  • MORTE DEL CONVIVENTE DANNO
  • Ancor più di recente, la cassazione penale (sez. IV, sentenza n. 46351 del 16 ottobre 2014) ha affermato che la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come «..stabile legame tra due persone..», connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti (la cui prova può essere fornita con ogni mezzo e deve essere apprezzata dal giudice ai fini risarcitori).

MORTE DEL CONVIVENTE DANNO

Da tutti gli elementi acquisiti in atti è emersa la prova che la coppia non ha avuto la possibilità di dare vita ad una relazione stabile, connotata da comunanza di vita e di affetti e da interessi proiettati nel futuro, al di là del fatto che avevano una vita sociale con amici comuni e ad avevano arredato l’appartamento dove andare a convivere, situazioni che non provano in ogni caso l’insorgere di quell’attività di mutua assistenza morale e materiale che presuppone la durata e la stabilità del rapporto di convivenza e che fa sì che la convivenza sia equiparata ad un matrimonio o al rapporto “more uxorio“.

MORTE DEL CONVIVENTE DANNO :

In considerazione dell’evoluzione della giurisprudenza e del mutamento della legislazione nel senso di riconoscere, a tutti i livelli, la famiglia di fatto, in virtù dei valori costituzionalmente garantiti, la difesa dell’appellante insiste nella richiesta di liquidazione di tutti i danni, da perdita parentale, morale, patrimoniale ed anche esistenziali, non avendo il primo giudice adeguatamente considerato lo sconvolgimento dell’esistenza dell’attrice dopo la morte del proprio fidanzato convivente.

Si contrappone a tale ricostruzione la difesa della Compagnia appellata, la quale rileva che, dalla stessa istruttoria espletata in primo grado, era emerso che la XX, pur essendo rimasta per un po’ nella casa del compagno, aveva iniziato un’altra convivenza e che da tale convivenza era nata, nell’agosto 2003, la figlia M(omissis). Il (omissis) maggio 2009 XX ha inoltre sposato il nuovo compagno, V(omissis) E(omissis).

Ciò premesso, va rammentato che la giurisprudenza, pur nell’evoluzione dottrinale, giurisprudenziale e normativa che equipara la famiglia di fatto a quella connotata da matrimonio, ha uniformemente ritenuto che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito concretatosi in un evento mortale, con riguardo sia al danno morale sia a quello patrimoniale, spetti anche al convivente “more uxorio” del defunto purché risulti dimostrata tale relazione, caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale.

Occorre quindi dimostrare sia l’esistenza, che la durata, di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale.

Sono indici di tale condivisione: la gestione quotidiana e duratura dei molteplici aspetti della vita quotidiana, le scelte di vita comune ed altresì la condivisione dei compiti connessi alla nascita ed alla crescita dei figli. La prova di tali aspetti può essere fornita con ogni mezzo ed è liberamente valutata dal giudice di merito (Cass. civ. sez. 3, sentenza n.8976 del 29/04/2005; cfr. anche Cass. sez. 3, sentenza n. 23725 del 16 settembre 2008, rel. Spirito, con cui è stata confermata la sentenza impugnata nella parte in cui aveva escluso il risarcimento della ricorrente, che aveva contratto con la vittima matrimonio canonico privo di effetti civili, ritenendo mancata la prova dell’esistenza di una relazione tendenzialmente stabile e di una mutua assistenza morale e materiale tra i due).AVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-6

MORTE DEL CONVIVENTE DANNO:

:gli orientamenti precedenti, la Suprema Corte ha ritenuto che il risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto spetta anche ai componenti della famiglia naturale, come il convivente “more uxorio” ed il figlio naturale non riconosciuto, a condizione che gli interessati dimostrino l’esistenza di un saldo e duraturo legame affettivo con la vittima, assimilabile al rapporto coniugale (sempre sez. 3, n. 12278 del 7/06/011).

Ancor più di recente, la cassazione penale (sez. IV, sentenza n. 46351 del 16 ottobre 2014) ha affermato che la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come «..stabile legame tra due persone..», connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti (la cui prova può essere fornita con ogni mezzo e deve essere apprezzata dal giudice ai fini risarcitori). Si tratta del danno subito dalla fidanzata non convivente, precedente invocato anche dalla difesa dell’appellante.

Diversamente, sembra a questa Corte che una simile prova non sia emersa nel caso specifico.

Le prove orali hanno infatti consentito di accertare che XX e C(omissis) si erano fidanzati circa cinque anni prima del sinistro (allorché XX aveva 21 anni e C(omissis) 25) e che dopo tale periodo avevano tentato una convivenza durata solo un anno, a causa della tragica morte di quest’ultimo.

È inoltre circostanza pacifica, in quanto confermata dalle varie dichiarazioni testimoniali, che XX, proprio per la giovane età e per non essere riuscita a creare con il proprio compagno quella duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, in tutto e per tutto assimilabile ad un’unione matrimoniale, è riuscita dopo poco più di un anno a rifarsi una famiglia con un nuovo compagno e questa unione si è consolidata anche per la nascita di una figlia, nell’agosto 2003 (dichiarazioni testimoniali di B(omissis) R(omissis) all’udienza dell’11 marzo 2005). La coppia ha contratto matrimonio nel 2009.

Anche la madre di XX, S(omissis) M(omissis), ha confermato le circostanze sopra richiamate: ossia che la figlia aveva iniziato la convivenza con il fidanzato il 9 aprile 2000 (il convivente era deceduto l’11 aprile 2001); che dopo un anno e mezzo dalla morte, durante il quale XX aveva continuato a rimanere nell’abitazione del compagno, era tornata ad abitare con i genitori e l’anno successivo, nel 2003, era andata a convivere con il nuovo compagno da cui (quello stesso anno) ha avuto una figlia.

La teste G(omissis) M(omissis), oltre ad illustrare, con dovizia di particolari, il grave turbamento patito dalla madre per la morte di C(omissis), ha confermato la circostanza della permanenza di XX, per circa un anno e mezzo, presso la casa dove conviveva con il compagno. “Dopo di che avendo conosciuto un’altra persona e poiché l’abitazione dove conviveva con C(omissis) era sottostante a quella dei genitori di quest’ultimo, non si è più sentita di vivere lì. Attualmente ha una bimba di un anno e mezzo.” (Testimonianza resa sempre all’udienza dell’11 marzo 2005).

Ritiene in definitiva questa Corte che l’istruttoria compiuta in primo grado sia stata ampia ed approfondita, proprio con riguardo al tipo di rapporto che si era instaurato tra l’attrice e il fidanzato, scomparso nel sinistro per cui è causa, e che dalla stessa sia emersa la mancanza di prova dei requisiti che avrebbero legittimato il riconoscimento del danno da perdita parentale anche alla fidanzata da poco convivente. In altre parole, dalle risultanze in atti è emerso che i due giovani si frequentavano da qualche anno ed avevano iniziato a porre le basi per un rapporto più consapevole e duraturo ma non hanno avuto il tempo di dar vita a quel rapporto di stabilità e di mutua assistenza morale e materiale che equipara una convivenza di fatto ad un matrimonio.

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A tale riguardo, deve confermarsi l’irrilevanza dei capitoli di prova testimoniale non ammessi dal primo giudice in quanto non utili a dimostrare quanto sostenuto (cfr. i rapporti sociali intrattenuti da entrambi durante il fidanzamento e la convivenza e l’interruzione degli stessi da parte di XX dopo la morte del compagno).

Da tutti gli elementi acquisiti in atti è emersa la prova che la coppia non ha avuto la possibilità di dare vita ad una relazione stabile, connotata da comunanza di vita e di affetti e da interessi proiettati nel futuro, al di là del fatto che avevano una vita sociale con amici comuni e ad avevano arredato l’appartamento dove andare a convivere, situazioni che non provano in ogni caso l’insorgere di quell’attività di mutua assistenza morale e materiale che presuppone la durata e la stabilità del rapporto di convivenza e che fa sì che la convivenza sia equiparata ad un matrimonio o al rapporto “more uxorio“.

MORTE DEL CONVIVENTE DANNO

Non depone certamente in questo senso il fatto che l’appellante si è rifatta subito una vita con un nuovo compagno, con cui ha compiuto scelte stabili e durature quale il dedicarsi ad allevare e crescere una figlia. Si evidenzia tra l’altro che, essendo la figlia nata nell’agosto 2003, si deve giocoforza ritenere che la XX avesse già il nuovo compagno mentre ancora abitava nella casa del suo primo fidanzato: conseguentemente, la stessa ha dovuto trasferirsi altrove essendo tale sistemazione incompatibile con le sue nuove scelte di vita.

Tutte le circostanze provate in atti fanno quindi ritenere che i due giovani, durante il fidanzamento, si erano comportati come nella norma, cercando di godere insieme di tutti gli aspetti belli della vita, di coppia e di socialità, mentre scegliendo di convivere indubbiamente avevano intenzione di trasformare il loro rapporto in qualcosa di più stabile e duraturo, che purtroppo non sono riusciti ad ottenere, perché impediti dalla fatalità.

Non si riscontra quindi alcuna violazione di diritti costituzionali nel diniego della richiesta di risarcimento presentata dalla fidanzata da poco convivente, atteso che l’affetto che XX indubbiamente provava per il suo compagno non ha avuto la possibilità di diventare intenso e duraturo, al pari di quello dei genitori che, con la morte dell’unico figlio, hanno perduto l’unico affetto importante della loro vita ed altresì un sostegno, sia morale che materiale, per la loro vecchiaia.

Tutte le considerazioni che precedono rendono assorbito l’esame dei motivi di appello sul danno patrimoniale e sul danno esistenziale.

Sotto il primo profilo, è pacifico che l’appellante non ha perso alcun sostegno di tipo materiale, considerato il nuovo rapporto di convivenza intrapreso dopo poco tempo, mentre a nulla rilevano i documenti di spesa per i mobili che dovevano essere acquistati per iniziare una convivenza nella casa, tra l’altro, messa a disposizione dai genitori di C(omissis).

Quanto al danno esistenziale, non è provato alcuno sconvolgimento di vita subito dalla XX, a causa del sinistro, essendo invece emerso che, fortunatamente, la sua vita ha assunto una nuova direzione piena ed appagante e che la stessa ha avuto presto la possibilità di creare un nucleo familiare nel quale esplicare le proprie esigenze personali ed affettive.

Ne deriva l’integrale rigetto dell’appello.

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MORTE DEL CONVIVENTE DANNO

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

2^ SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Roberto Aponte Presidente

dott. Anna De Cristofaro Consigliere Relatore

dott. Maria Cristina Salvadori Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 1059/2009 promossa da:

XX (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Pier Paolo Benini, elettivamente domiciliato presso l’avv. Katiusa Tani, via Sante Vincenzi, n. 46 Bologna

APPELLANTE

contro

GENERTEL S.p.A. (c.f. …omissis…), con il patrocinio dell’avv. Mauro Brighi, elettivamente domiciliato presso l’Avv. Antonio Trentin, Via San Petronio Vecchio, n. 4/2 Bologna

APPELLATO

YY

APPELLATO contumace

In punto a:

Appello avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna depositata il 21 ottobre 2008 n. 947/2008

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione, notificato a YY ed alla Compagnia Assicurativa Genertel S.p.A., i genitori e la compagna convivente [ recte : XX ; NdRedattore ] di B(omissisC(omissis) [ recte : di seguito solo “B.” o solo “C.” ; NdRedattore ], deceduto nel sinistro stradale dell’11 aprile 2001, a causa della condotta di guida del convenuto, chiedevano al Tribunale, previo accertamento della responsabilità del YY, la condanna dei responsabili, in solido, al risarcimento in favore dei congiunti di tutti i danni, patrimoniali e non patrimoniali, patiti a seguito ed in conseguenza della prematura scomparsa del B(omissis).

Si costituiva in giudizio la Compagnia di Assicurazioni che non contestava la dinamica del sinistro, limitando le proprie osservazioni al valore ante-sinistro dell’autovettura, al quantum dei danni richiesti dai genitori (dovendosi ritenere adeguate le somme offerte nella misura di € 213.977,73) ed infine alla legittimazione attiva della fidanzata della vittima, convivente da meno di un anno.

La causa veniva istruita mediante prove orali e documentali nonché mediante l’espletamento di una consulenza medico-legale per il danno biologico subito dalla madre.

All’esito, il Tribunale, accertata la responsabilità dei convenuti, li condannava a corrispondere ai genitori l’ulteriore somma dovuta a titolo di risarcimento, al netto degli acconti già corrisposti dalla Compagnia e con gli accessori di legge, mentre respingeva ogni domanda proposta dall’attrice XX per la mancanza di durevolezza e stabilità del legame sentimentale che la legava al defunto.

Le spese erano parzialmente compensate per il rigetto di una parte delle domande attoree.

Propone appello la signora XX che insiste in tutti gli argomenti proposti in primo grado e chiede la condanna dei responsabili al risarcimento di tutti i danni subiti dalla stessa per la prematura scomparsa del proprio fidanzato convivente, inclusi quelli dovuti a titolo di danno esistenziale, insistendo nei capitoli di prova orale non ammessi dal Tribunale di prima istanza.

Si è costituita la Compagnia per chiedere il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza.

La Corte, all’udienza dell’8 marzo 2016, ha trattenuto la causa in decisione concedendo i termini di cui all’articolo 190 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONEincidente-auto-1

L’appello proposto non può trovare accoglimento in base a quanto di seguito argomentato.

La sentenza impugnata ha sinteticamente disatteso ogni richiesta dell’attrice XX, «..essendo emerso in esito all’istruttoria orale che la convivenza more uxorio con il defunto perdurava da circa un anno, sicché deve negarsi che il legame sentimentale che la legava al defunto avesse connotati di durevolezza e stabilità equiparabili al rapporto di coniugio..».

Con i motivi di appello, il difensore insiste sulle seguenti circostanze:

-il fatto che i due giovani erano fidanzati da circa cinque anni e che da oltre un anno avevano compiuto l’importante passo della convivenza;

-l’esistenza di una comunanza di vita e di interessi tale da far presumere che il rapporto sarebbe continuato, ove il fatto illecito non si fosse verificato;

-il fatto che, dopo l’incidente, per circa un anno e mezzo, XX aveva continuato ad abitare nella casa coniugale.

In considerazione dell’evoluzione della giurisprudenza e del mutamento della legislazione nel senso di riconoscere, a tutti i livelli, la famiglia di fatto, in virtù dei valori costituzionalmente garantiti, la difesa dell’appellante insiste nella richiesta di liquidazione di tutti i danni, da perdita parentale, morale, patrimoniale ed anche esistenziali, non avendo il primo giudice adeguatamente considerato lo sconvolgimento dell’esistenza dell’attrice dopo la morte del proprio fidanzato convivente.

Si contrappone a tale ricostruzione la difesa della Compagnia appellata, la quale rileva che, dalla stessa istruttoria espletata in primo grado, era emerso che la XX, pur essendo rimasta per un po’ nella casa del compagno, aveva iniziato un’altra convivenza e che da tale convivenza era nata, nell’agosto 2003, la figlia M(omissis). Il (omissis) maggio 2009 XX ha inoltre sposato il nuovo compagno, V(omissis) E(omissis).

Ciò premesso, va rammentato che la giurisprudenza, pur nell’evoluzione dottrinale, giurisprudenziale e normativa che equipara la famiglia di fatto a quella connotata da matrimonio, ha uniformemente ritenuto che il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito concretatosi in un evento mortale, con riguardo sia al danno morale sia a quello patrimoniale, spetti anche al convivente “more uxorio” del defunto purché risulti dimostrata tale relazione, caratterizzata da tendenziale stabilità e da mutua assistenza morale e materiale.

Occorre quindi dimostrare sia l’esistenza, che la durata, di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale.

Sono indici di tale condivisione: la gestione quotidiana e duratura dei molteplici aspetti della vita quotidiana, le scelte di vita comune ed altresì la condivisione dei compiti connessi alla nascita ed alla crescita dei figli. La prova di tali aspetti può essere fornita con ogni mezzo ed è liberamente valutata dal giudice di merito (Cass. civ. sez. 3, sentenza n.8976 del 29/04/2005; cfr. anche Cass. sez. 3, sentenza n. 23725 del 16 settembre 2008, rel. Spirito, con cui è stata confermata la sentenza impugnata nella parte in cui aveva escluso il risarcimento della ricorrente, che aveva contratto con la vittima matrimonio canonico privo di effetti civili, ritenendo mancata la prova dell’esistenza di una relazione tendenzialmente stabile e di una mutua assistenza morale e materiale tra i due).

Confermando gli orientamenti precedenti, la Suprema Corte ha ritenuto che il risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto spetta anche ai componenti della famiglia naturale, come il convivente “more uxorio” ed il figlio naturale non riconosciuto, a condizione che gli interessati dimostrino l’esistenza di un saldo e duraturo legame affettivo con la vittima, assimilabile al rapporto coniugale (sempre sez. 3, n. 12278 del 7/06/011).

Ancor più di recente, la cassazione penale (sez. IV, sentenza n. 46351 del 16 ottobre 2014) ha affermato che la convivenza non deve intendersi necessariamente come coabitazione, quanto piuttosto come «..stabile legame tra due persone..», connotato da duratura e significativa comunanza di vita e di affetti (la cui prova può essere fornita con ogni mezzo e deve essere apprezzata dal giudice ai fini risarcitori). Si tratta del danno subito dalla fidanzata non convivente, precedente invocato anche dalla difesa dell’appellante.

Diversamente, sembra a questa Corte che una simile prova non sia emersa nel caso specifico.

Le prove orali hanno infatti consentito di accertare che XX e C(omissis) si erano fidanzati circa cinque anni prima del sinistro (allorché XX aveva 21 anni e C(omissis) 25) e che dopo tale periodo avevano tentato una convivenza durata solo un anno, a causa della tragica morte di quest’ultimo.

È inoltre circostanza pacifica, in quanto confermata dalle varie dichiarazioni testimoniali, che XX, proprio per la giovane età e per non essere riuscita a creare con il proprio compagno quella duratura e significativa comunanza di vita e di affetti, in tutto e per tutto assimilabile ad un’unione matrimoniale, è riuscita dopo poco più di un anno a rifarsi una famiglia con un nuovo compagno e questa unione si è consolidata anche per la nascita di una figlia, nell’agosto 2003 (dichiarazioni testimoniali di B(omissis) R(omissis) all’udienza dell’11 marzo 2005). La coppia ha contratto matrimonio nel 2009.

Anche la madre di XX, S(omissis) M(omissis), ha confermato le circostanze sopra richiamate: ossia che la figlia aveva iniziato la convivenza con il fidanzato il 9 aprile 2000 (il convivente era deceduto l’11 aprile 2001); che dopo un anno e mezzo dalla morte, durante il quale XX aveva continuato a rimanere nell’abitazione del compagno, era tornata ad abitare con i genitori e l’anno successivo, nel 2003, era andata a convivere con il nuovo compagno da cui (quello stesso anno) ha avuto una figlia.

La teste G(omissis) M(omissis), oltre ad illustrare, con dovizia di particolari, il grave turbamento patito dalla madre per la morte di C(omissis), ha confermato la circostanza della permanenza di XX, per circa un anno e mezzo, presso la casa dove conviveva con il compagno. “Dopo di che avendo conosciuto un’altra persona e poiché l’abitazione dove conviveva con C(omissis) era sottostante a quella dei genitori di quest’ultimo, non si è più sentita di vivere lì. Attualmente ha una bimba di un anno e mezzo.” (Testimonianza resa sempre all’udienza dell’11 marzo 2005).

Ritiene in definitiva questa Corte che l’istruttoria compiuta in primo grado sia stata ampia ed approfondita, proprio con riguardo al tipo di rapporto che si era instaurato tra l’attrice e il fidanzato, scomparso nel sinistro per cui è causa, e che dalla stessa sia emersa la mancanza di prova dei requisiti che avrebbero legittimato il riconoscimento del danno da perdita parentale anche alla fidanzata da poco convivente. In altre parole, dalle risultanze in atti è emerso che i due giovani si frequentavano da qualche anno ed avevano iniziato a porre le basi per un rapporto più consapevole e duraturo ma non hanno avuto il tempo di dar vita a quel rapporto di stabilità e di mutua assistenza morale e materiale che equipara una convivenza di fatto ad un matrimonio.

A tale riguardo, deve confermarsi l’irrilevanza dei capitoli di prova testimoniale non ammessi dal primo giudice in quanto non utili a dimostrare quanto sostenuto (cfr. i rapporti sociali intrattenuti da entrambi durante il fidanzamento e la convivenza e l’interruzione degli stessi da parte di XX dopo la morte del compagno).

Da tutti gli elementi acquisiti in atti è emersa la prova che la coppia non ha avuto la possibilità di dare vita ad una relazione stabile, connotata da comunanza di vita e di affetti e da interessi proiettati nel futuro, al di là del fatto che avevano una vita sociale con amici comuni e ad avevano arredato l’appartamento dove andare a convivere, situazioni che non provano in ogni caso l’insorgere di quell’attività di mutua assistenza morale e materiale che presuppone la durata e la stabilità del rapporto di convivenza e che fa sì che la convivenza sia equiparata ad un matrimonio o al rapporto “more uxorio“.

Non depone certamente in questo senso il fatto che l’appellante si è rifatta subito una vita con un nuovo compagno, con cui ha compiuto scelte stabili e durature quale il dedicarsi ad allevare e crescere una figlia. Si evidenzia tra l’altro che, essendo la figlia nata nell’agosto 2003, si deve giocoforza ritenere che la XX avesse già il nuovo compagno mentre ancora abitava nella casa del suo primo fidanzato: conseguentemente, la stessa ha dovuto trasferirsi altrove essendo tale sistemazione incompatibile con le sue nuove scelte di vita.

Tutte le circostanze provate in atti fanno quindi ritenere che i due giovani, durante il fidanzamento, si erano comportati come nella norma, cercando di godere insieme di tutti gli aspetti belli della vita, di coppia e di socialità, mentre scegliendo di convivere indubbiamente avevano intenzione di trasformare il loro rapporto in qualcosa di più stabile e duraturo, che purtroppo non sono riusciti ad ottenere, perché impediti dalla fatalità.

Non si riscontra quindi alcuna violazione di diritti costituzionali nel diniego della richiesta di risarcimento presentata dalla fidanzata da poco convivente, atteso che l’affetto che XX indubbiamente provava per il suo compagno non ha avuto la possibilità di diventare intenso e duraturo, al pari di quello dei genitori che, con la morte dell’unico figlio, hanno perduto l’unico affetto importante della loro vita ed altresì un sostegno, sia morale che materiale, per la loro vecchiaia.

Tutte le considerazioni che precedono rendono assorbito l’esame dei motivi di appello sul danno patrimoniale e sul danno esistenziale.

Sotto il primo profilo, è pacifico che l’appellante non ha perso alcun sostegno di tipo materiale, considerato il nuovo rapporto di convivenza intrapreso dopo poco tempo, mentre a nulla rilevano i documenti di spesa per i mobili che dovevano essere acquistati per iniziare una convivenza nella casa, tra l’altro, messa a disposizione dai genitori di C(omissis).

Quanto al danno esistenziale, non è provato alcuno sconvolgimento di vita subito dalla XX, a causa del sinistro, essendo invece emerso che, fortunatamente, la sua vita ha assunto una nuova direzione piena ed appagante e che la stessa ha avuto presto la possibilità di creare un nucleo familiare nel quale esplicare le proprie esigenze personali ed affettive.

Ne deriva l’integrale rigetto dell’appello.

Le spese seguono la soccombenza e vengono determinate, in dispositivo, non solo in base al valore desunto dalla domanda, ma anche in base alla concreta attività difensiva espletata, considerata l’unicità della questione dibattuta.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da XX nei confronti di Genertel S.p.A. e YY, avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna depositata il 21 ottobre 2008 n. 947/08, così dispone:

respinge l’appello;

condanna l’appellante a rifondere alla Compagnia di Assicurazioni Genertel S.p.A. appellata costituita le spese di questo grado, liquidate in € 8.000 a titolo di compensi, oltre al rimborso forfettario, tributi e contributi come per legge.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Seconda Sezione Civile, il 31 maggio 2016.

Il presidente

dott. Roberto Aponte

Il consigliere estensore

dott. Anna De Cristofaro

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