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“Può pertanto enunciarsi il seguente principio di diritto: con riferimento ai rapporti svoltisi, in tutto o in parte, nel periodo anteriore all’entrata in vigore delle disposizioni di cui all’art. 2 bis d.l. n. 185 del 2008, inserito dalla legge di conversione n. 2 del 2009, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta come determinato in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della commissione di massimo scoperto eventualmente applicata – intesa quale commissione calcolata in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento – rispettivamente con il tasso soglia e con la “CMS soglia”, calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei decreti ministeriali emanati ai sensi dell’art. 2, comma 1, della predetta legge n. 108, compensandosi, poi, l’importo della eventuale eccedenza della CMS in concreto praticata, rispetto a quello della CMS rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati”.

La decisione delle Sezioni Unite afferma i seguenti importanti principi di diritto: · L’irrilevanza del fenomeno dell’usura sopravvenuta: qualora il tasso di interessi concordato tra il mutuante e il mutuatario sia, al momento della pattuizione, inferiore al tasso soglia in quel momento applicabile, l’eventuale superamento dello stesso nel corso del rapporto contrattuale non determina né la nullità o l’inefficacia della clausola o la sostituzione automatica del tasso divenuto usurario con il tasso soglia applicabile in quel momento, né l’applicabilità delle sanzioni penali; · La pretesa del mutuante di riscuotere interessi secondo il tasso validamente concordato, pur se successivamente divenuto superiore al tasso soglia, non costituisce, in sé, comportamento contrario al canone di buona fede nell’esecuzione del contratto. Tale pronuncia, concentrando sull’originaria pattuizione lo scrutinio in merito al carattere o meno usurario di un contratto, ha come diretto ed immediato effetto quello di aumentare notevolmente la certezza dei rapporti contrattuali. E ciò anche in una ottica di maggiore efficienza degli scambi commerciali e della cessione del credito, rendendo immediatamente identificabile l’unico momento rilevante per la valutazione del carattere usurario di un rapporto

L’accordo transattivo stipulato dalle parti in data 25/02/2014 (doc. 2 allegato all’atto di opposizione) prevede, al punto 1), l’obbligo di X di pagare alla banca la somma di € 5.000.000,00 “entro e non oltre il 31/12/2016“; prevede inoltre, al punto 6), che “il mancato puntuale pagamento alle scadenze pattuite delle somme di cui ai precedenti punti 1) e 2), nonché la mancata costituzione del pegno o della sua sostituzione negoziata di cui al precedente punto 3), comporteranno la risoluzione di diritto dell’accordo nascente dalla presente proposta, senza necessità di comunicazione alcuna e/o di costituzione in mora da parte di codesta Banca; è però fatta salva la possibilità di rinegoziare con Voi tali scadenze ed in tal caso, solo se raggiunto, varrà l’eventuale nuovo accordo“. 

  • Con lettera del 30/12/2016 inviata via fax in pari data (doc. 3 del fascicolo di parte opponente), X chiese a Banca s.p.a. una posticipazione di sei mesi della scadenza del 31/12/2016 fissata nell’accordo transattivo, invariato per il resto quanto ivi pattuito. 
  •  
  • A tale proposito va osservato che non può dubitarsi della natura di termine essenziale della predetta scadenza del 31/12/2016, poiché la clausola di cui al punto 6) dell’accordo transattivo, sopra riportata, ricollega a detta scadenza l’automatica risoluzione del contratto, senza necessità di alcuna comunicazione da parte della banca, che è esattamente il meccanismo di operatività del termine essenziale, previsto dall’art. 1457 c.c. 
  • Né può condividersi l’assunto della convenuta opposta secondo il quale il punto 6) dell’accordo transattivo, nel prevedere la non necessità di alcuna comunicazione da parte della banca, escluderebbe anche che quest’ultima fosse tenuta a dare notizia all’altra parte, entro tre giorni dalla scadenza del termine essenziale pattuito, della propria volontà di esigere l’esecuzione della prestazione pecuniaria nonostante tale scadenza: è evidente, infatti, che la previsione de qua è riferita solo alla produzione dell’effetto risolutivo, e non anche alla facoltà della banca di rinunciarvi dopo la scadenza del termine, sicché non risulta esistente alcuna deroga convenzionale alla regola di cui all’art. 1457, comma 1, c.c. 
  • Deve poi rilevarsi che non è pertinente il riferimento effettuato dalla convenuta opposta al principio, ripetutamente affermato dalla Suprema Corte, secondo il quale “in tema di risoluzione dei contratti, costituisce rinuncia all’effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della clausola risolutiva espressa, manifesti in modo inequivoco l’interesse alla tardiva esecuzione del contratto” (Cass. 01/08/2007 n. 16993; Cass. 16/02/1988 n. 1661): la giurisprudenza richiamata, infatti, si riferisce al caso, ben diverso da quello in esame, in cui sia il contraente inadempiente a voler dare esecuzione al contratto, invocando la rinuncia della controparte all’effetto risolutivo conseguente all’inadempimento.

È evidente, quindi, che l’accordo transattivo posto a fondamento dell’azione monitoria deve ritenersi risolto a causa dell’inosservanza, da parte del X, del termine essenziale fissato dalle parti al 31/12/2016, senza che la banca abbia tempestivamente esercitato la facoltà di esigere l’adempimento dopo la scadenza di quel termine. 

 

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI RAVENNA

in composizione monocratica, nella persona del Giudice dott. Massimo Vicini, ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 1724/2017 promossa da: 

(C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. BISERNI CHRISTIAN e dell’avv. VASELLI GIORGIO, elettivamente domiciliato in PIAZZA CADUTI PER LA LIBERTÀ 34 48121 RAVENNA presso il difensore avv. BISERNI CHRISTIAN 

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

ATTORE 

contro

BANCA S.P.A. (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. CORINALDESI FRANCESCO, dell’avv. CORINALDESI PIER LUIGI e dell’avv. CORELLI GRAPPADELLI GIOVANNI, elettivamente domiciliata in CORSO GIACOMO MATTEOTTI 43 48022 LUGO (RA) presso il difensore avv. CORELLI GRAPPADELLI GIOVANNI 

CONVENUTA 

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni. 

MOTIVI DELLA DECISIONE

Banca s.p.a. ha ottenuto da questo Tribunale il decreto ingiuntivo n. 375/2017 del 15/03/2017, provvisoriamente esecutivo, con il quale è stato intimato ad X il pagamento della somma di € 5.000.000,00, oltre a interessi e spese, in forza di un accordo transattivo concluso in data 25/02/2014, con il quale l’ingiunto si era impegnato al pagamento del suddetto importo in favore della banca ricorrente entro e non oltre il 31/12/2016. 

Il X ha proposto rituale opposizione avverso tale provvedimento monitorio, eccependo che l’accordo transattivo del 25/02/2014 doveva intendersi risolto di diritto in conseguenza del mancato rispetto del suddetto termine di pagamento, da ritenersi essenziale ai sensi dell’art. 1457 c.c., e conseguentemente non poteva essere posto a fondamento della domanda sfociata nell’emissione del decreto ingiuntivo n. 375/2017, trattandosi di domanda proposta quando l’accordo in questione aveva già cessato di avere efficacia. 

Banca s.p.a. si è ritualmente costituita in giudizio, contestando la risoluzione contrattuale invocata ex adverso, e chiedendo pertanto la conferma del decreto ingiuntivo opposto. 

Esaminati gli atti e i documenti prodotti, il Tribunale osserva quanto segue. 

L’accordo transattivo stipulato dalle parti in data 25/02/2014 (doc. 2 allegato all’atto di opposizione) prevede, al punto 1), l’obbligo di X di pagare alla banca la somma di € 5.000.000,00 “entro e non oltre il 31/12/2016“; prevede inoltre, al punto 6), che “il mancato puntuale pagamento alle scadenze pattuite delle somme di cui ai precedenti punti 1) e 2), nonché la mancata costituzione del pegno o della sua sostituzione negoziata di cui al precedente punto 3), comporteranno la risoluzione di diritto dell’accordo nascente dalla presente proposta, senza necessità di comunicazione alcuna e/o di costituzione in mora da parte di codesta Banca; è però fatta salva la possibilità di rinegoziare con Voi tali scadenze ed in tal caso, solo se raggiunto, varrà l’eventuale nuovo accordo“. 

Con lettera del 30/12/2016 inviata via fax in pari data (doc. 3 del fascicolo di parte opponente), X chiese a Banca s.p.a. una posticipazione di sei mesi della scadenza del 31/12/2016 fissata nell’accordo transattivo, invariato per il resto quanto ivi pattuito. 

La banca riscontrò tale richiesta con raccomandata a.r. del 16/01/2017, comunicando il parziale accoglimento della richiesta di proroga, nel senso che il X avrebbe dovuto provvedere al pagamento di almeno € 2.500.000,00 entro il 31/01/2017, fermo il saldo entro e non oltre il 30/06/2017, in difetto dei quali l’accordo de quo sarebbe stato risolto di pieno diritto. 

Il X non riscontrò la predetta raccomandata della banca, né effettuò alcun versamento a favore della stessa. 

Banca s.p.a. decise poi di non avvalersi dell’effetto risolutivo connesso all’inadempimento contrattuale del X, notificando a quest’ultimo in data 29/03/2017 il decreto ingiuntivo n. 375/2017 del 15/03/2017, emesso dal Tribunale di Ravenna sulla base del predetto accordo transattivo. 

Si tratta ora di stabilire se tale effetto risolutivo possa essere invocato dal X al fine di paralizzare la pretesa creditoria avanzata dalla banca in forza dell’accordo transattivo non adempiuto dall’opponente, ossia se tale accordo debba considerarsi non più operante nei confronti del X per il fatto che la banca ha omesso di comunicargli entro tre giorni dalla scadenza pattuita del 31/12/2016, come previsto dall’art. 1457, comma 1, c.c., la propria volontà di esigere il pagamento di € 5.000.000,00 che avrebbe dovuto essere effettuato entro quella data. 

A tale proposito va osservato che non può dubitarsi della natura di termine essenziale della predetta scadenza del 31/12/2016, poiché la clausola di cui al punto 6) dell’accordo transattivo, sopra riportata, ricollega a detta scadenza l’automatica risoluzione del contratto, senza necessità di alcuna comunicazione da parte della banca, che è esattamente il meccanismo di operatività del termine essenziale, previsto dall’art. 1457 c.c. 

Né può condividersi l’assunto della convenuta opposta secondo il quale il punto 6) dell’accordo transattivo, nel prevedere la non necessità di alcuna comunicazione da parte della banca, escluderebbe anche che quest’ultima fosse tenuta a dare notizia all’altra parte, entro tre giorni dalla scadenza del termine essenziale pattuito, della propria volontà di esigere l’esecuzione della prestazione pecuniaria nonostante tale scadenza: è evidente, infatti, che la previsione de qua è riferita solo alla produzione dell’effetto risolutivo, e non anche alla facoltà della banca di rinunciarvi dopo la scadenza del termine, sicché non risulta esistente alcuna deroga convenzionale alla regola di cui all’art. 1457, comma 1, c.c. 

Deve poi rilevarsi che non è pertinente il riferimento effettuato dalla convenuta opposta al principio, ripetutamente affermato dalla Suprema Corte, secondo il quale “in tema di risoluzione dei contratti, costituisce rinuncia all’effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della clausola risolutiva espressa, manifesti in modo inequivoco l’interesse alla tardiva esecuzione del contratto” (Cass. 01/08/2007 n. 16993; Cass. 16/02/1988 n. 1661): la giurisprudenza richiamata, infatti, si riferisce al caso, ben diverso da quello in esame, in cui sia il contraente inadempiente a voler dare esecuzione al contratto, invocando la rinuncia della controparte all’effetto risolutivo conseguente all’inadempimento. 

È evidente, quindi, che l’accordo transattivo posto a fondamento dell’azione monitoria deve ritenersi risolto a causa dell’inosservanza, da parte del X, del termine essenziale fissato dalle parti al 31/12/2016, senza che la banca abbia tempestivamente esercitato la facoltà di esigere l’adempimento dopo la scadenza di quel termine. 

L’opposizione proposta dal X va pertanto accolta, con conseguente revoca del decreto ingiuntivo opposto.

Le spese di lite seguono la soccombenza. 

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunciando sulla domanda oggetto del presente giudizio, così provvede: 

1) accerta e dichiara l’intervenuta risoluzione di diritto dell’accordo transattivo stipulato dalle parti in causa in data 25/02/2014, e conseguentemente revoca il decreto ingiuntivo opposto; 

2) condanna Banca s.p.a. a rifondere ad X le spese del presente giudizio, che liquida in € 870,00 per anticipazioni ed € 15.000,00 per compenso professionale, oltre a rimborso forf. spese generali nella misura del 15%, I.V.A. e C.P.A. 

Così deciso in Ravenna, il giorno 18/01/2020. 

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