DANNO ESTETICO RISARCIMENTO FORLI CESENA RIMINI BOLOGNA RAVENNA

COSA E’ IL DANNO ESTETICO?

Il danno estetico consiste in una modificazione peggiorativa dell’aspetto fisico di una persona.

DANNO ESTETICO A COSA E’ DOVUTO?

Si tratta di un’alterazione fisionomica o fisiognomica – che provoca un peggioramento dell’aspetto fisico della vittima – in seguito a:

  • una operazione di chirurgia plastica
  • un trattamento medico scorretto
  • un incidente di altra natura

 

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AVVOCATO DANNO ESTETICO

Il risarcimento di un danno estetico

 

 

Danni al corpo e il viso costituiscono due importanti biglietti da visita e la loro integrità è fondamentale; i principali mezzi di comunicazione raccontano, però, spesso una realtà ben diversa.

Ad alcuni dopo essersi sottoposte a un intervento di chirurgia estetica, riportano danni di diversa entità e sporadicamente nei peggiori dei casi perdono la vita per complicanze sorte in seguito.
Dunque, secondo l’opinione maggioritaria, il danno estetico fa parte del danno biologico.

Chiaramente, però, laddove vi sia un pregiudizio di natura estetica, lo stesso dovrà essere considerato ai fini della liquidazione, valorizzandolo adeguatamente e dando conto della sua incidenza, al fine di ottenere una personalizzazione del danno non patrimoniale e, dunque, un incremento delle somme dovute per il risarcimento, riferendosi alle specifiche del caso concreto ed alla peculiare incidenza della lesione.

I danni e le lesioni dovute ad errore medico in chirurgia estetica sono delicate e richiedono un’attenta analisi perché le loro conseguenze risentono di una forte componente soggettiva.

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Va in particolare riconosciuto il danno biologico permanente nella misura del 5,5% (pag. 13 relazione c.t.u.). Detto danno va liquidato facendo applicazione delle Tabelle previste per la liquidazione dei danni “micropermanenti” e ciò in quanto “In tema di risarcimento del danno alla salute conseguente ad attività sanitaria, la norma contenuta nell’art. 3, comma 3, del d.l. n. 158 del 2012 (convertito dalla 1. n. 189 del 2012) e sostanzialmente riprodotta nell’art. 7, comma 4, della 1. n. 24 del 2017 – la quale prevede il criterio equitativo di liquidazione del danno non patrimoniale fondato sulle tabelle elaborate in base agli artt. 138 e 139 del d.lgs. n. 209 del 2005 (Codice delle assicurazioni private) – trova applicazione anche nelle controversie relative ad illeciti commessi e a danni prodotti anteriormente alla sua entrata in vigore, nonché ai giudizi pendenti a tale data (con il solo limite del giudicato interno sul “quantum’), in quanto la disposizione, non incidendo retroattivamente sugli elementi costitutivi della fattispecie legale della responsabilità civile, non intacca situazioni giuridiche precostituite ed acquisite al patrimonio del soggetto leso, ma si rivolge direttamente al giudice, delimitandone l’ambito di discrezionalità e indicando il criterio tabellare quale parametro equitativo nella liquidazione del danno” (Cass. Civ., Sez. 3 – , Sentenza n. 28990 del 11/11/2019). Dette tabelle (a differenza delle tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale) concernono solamente la liquidazione del danno biologico, inteso come lesione della integrità psicofisica della persona, temporanea o permanente, accertabile medicalmente; il danno morale, dunque, non è incluso. Pertanto, “In tema di liquidazione dei danni derivanti da sinistri stradali, le tabelle delle cd. micropermanenti non riconoscono alcun valore al danno conseguente alle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla vittima. Laddove la sofferenza soggettiva non sia adeguatamente apprezzata con la sola applicazione dei valori monetari, essa debba trovare riconoscimento attraverso quell’ampia opera di personalizzazione del punto percentuale, che, nella prospettiva del Supremo Consesso, rappresenta un meccanismo di emersione di tutte le differenti componenti del pregiudizio non patrimoniale sofferto e non semplicemente un adeguamento del danno biologico – così come tradizionalmente definito – alle peculiarità del caso concreto. Spetta dunque al Giudice procedere ad un’adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale – personalizzazione, che si ribadisce, non deve essere confusa con quella prevista dal codice delle assicurazioni – al fine di liquidare, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma complessiva che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima, che altrimenti non troverebbe tutela in violazione del disposto dell’art. 32 Cost.” (Tribunale Varese, 08/04/2010, DeJure).

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news/responsabilita-medica-e-struttura-sanitaria-ricorso-ex-art-702-cpc.html

Pertanto, nel caso di specie, attese le caratteristiche del danno che incidono evidentemente non solo sulla sfera della integrità psicofisica della attrice ma anche sulla percezione del suo aspetto esteriore da parte della stessa attrice e dei terzi, creando presumibili disagi anche in situazioni della vita quotidiana (in estate, al mare.) nella quale la attrice, peraltro di giovane età, si trovi coinvolta, deve essere riconosciuta una adeguata personalizzazione del danno tabellare, al fine di garantire il ristoro anche della sfera morale ingiustamente lesa della attrice. Il tutto come da tabella che segue:

Calcolo Danno Biologico di Lieve Entità

Tabella di riferimento2019-2020
Età del danneggiato alla data del sinistro36 anni
Percentuale di invalidità permanente5,50%
Punto base danno permanente€ 814,27
Giorni di invalidità temporanea totale0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 75%0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 50%0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 25%0
CALCOLO del RISARCIMENTO:
Danno biologico permanente€ 6.269,47
Danno morale (33,33%)€ 2.089,61
TOTALE GENERALE:€ 8.359,08

L’importo di euro 8.359,08, trattandosi di obbligazione di valore, dovrà essere devalutato alla data dei fatti (22.04.2014) e successivamente maggiorato di rivalutazione e interessi fino alla data di deposito della presente sentenza, e maggiorato di interessi legali dalla data attuale al saldo effettivo. La somma dovuta risulta così ammontare a euro 8.573,82, oltre interessi legali dalla data del deposito della presente sentenza al saldo effettivo.

L’attrice lamenta anche la lesione del proprio diritto di autodeterminazione all’intervento, per non essere stata correttamente e compiutamente informata sulla natura dell’intervento e le possibili conseguenze, allegando la assoluta genericità del modulo di “consenso informato” sottopostole prima dell’intervento, peraltro non sottoscritto da parte del medico.

E’ evidente che il diritto, rivendicato dalla attrice, di ricevere ogni adeguata informazione prima di sottoporsi ad intervento chirurgico costituisce estrinsecazione del necessario rispetto della sfera di autodeterminazione dell’individuo in relazione alla propria integrità psicofisica, e dunque del diritto alla salute ex art. 32 Cost.. Coerentemente, nella giurisprudenza di legittimità si è affermato che “Il medico-chirurgo viene meno all’obbligo di informare adeguatamente il paziente ed ottenerne il consenso all’atto medico, ove non gli fornisca, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità.” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 15698 del 02/07/2010). Recentemente, la legge 219/2017, all’art. 1 comma 3, ha previsto che “Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.”.

Dall’altro canto, tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che:

“la mancanza di consenso può assumere rilievo a fini risarcitori quando siano configurabili conseguenze pregiudizievoli derivate dalla violazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione in se’ considerato, del tutto a prescindere dalla lesione incolpevole della salute del paziente.

Tale diritto, distinto da quello alla salute, rappresenta, secondo l’insegnamento della stessa Corte costituzionale (sentenza n. 438 del 2008), una doverosa e inalienabile forma di rispetto per la libertà dell’individuo, nonchè uno strumento relazionale volto al perseguimento e alla tutela del suo interesse ad una compiuta informazione, che si sostanzia nella indicazione:

– delle prevedibili conseguenze del trattamento sanitario;

– del possibile verificarsi di un aggravamento delle condizioni di salute;

– dell’eventuale impegnatività, in termini di sofferenze, del percorso riabilitiativo post-operatorio.

Ciò è a dirsi nell’ottica della legittima pretesa, per il paziente, di conoscere con la necessaria e ragionevole precisione le stesse conseguenze dell’intervento medico, onde prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sè e ne sancisce il rispetto in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua essenza, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive (Cass. n. 21748/2007; Cass. 23676/2008, in tema di trasfusioni salvavita eseguite al testimone di Geova).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di FORLI’

SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Valentina Vecchietti ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 4571/2016 promossa da:

X (C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. DILETTA ZAVATTA (CF ***) e dell’avv. EMANUELA VILLANI (CF ***) elettivamente domiciliata in S. Mauro Pascoli, via A. Costa n. 18, presso lo studio dei difensori;

attrice

contro

DR. Y (CF ***), il proprio e in qualità di legale rappresentante della Casa di Cura Privata S. Lorenzino S.p.A., CF/PIVA ***, con il patrocinio dell’avv. CARLO PICCOLI (CF ***), elettivamente domiciliato a Cesena, via Don Minzoni n. 106, presso lo studio del difensore;

convenuti

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale di udienza del 16 gennaio 2020 e dunque come da fogli di precisazione delle conclusioni depositati telematicamente il cui contenuto si riporta di seguito:

per l’attrice:

“Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, contrariis reiectis,così provvedere:

– accertare che il danno subito dalla ricorrente è conseguenza del comportamento colposo tenuto dal Dott. Y e dalla Casa di Cura San Lorenzino e comunque accertare la violazione degli obblighi assunti dai convenuti resistenti;

– accertare la responsabilità del medico Dott. Y per avere violato il dovere di informazione del paziente sui possibili esiti dell’intervento chirurgico e conseguentemente condannare in solido i convenuti al risarcimento per lesione del diritto di autodeterminazione da liquidarsi in via equitativa ;

– condannare in solido i convenuti al risarcimento del danno a favore dell’istante così come accertato in corso di causa da idonea CTU quantificato in € 18.694,00 comprensivo di personalizzazione per il danno morale sofferto e di spese mediche accertate ammontanti ad € 3.604,00, oltre le spese sostenute per l’effettuazione di due consulenze tecniche di parte ammontanti ad €1.076,00, oltre il saldo delle spese di CTU che dovranno essere poste interamente a carico dei convenuti, ed il rimborso della somma di € 2.440,00 già corrisposta dall’attrice per l’effettuazione della CTU a titolo di acconto, ed oltre le spese legali stragiudiziali relative all’attività stragiudiziale svolta per un ammontare di € 2.820,83;

– condannare in solido i convenuti al pagamento della somma di € 5.000,00 prevista per le eventuali spese future per un eventuale miglioramento estetico, così come determinato dal CTU in corso di causa;

– con vittoria di spese, diritti ed onorari del presente giudizio, oltre IVA e CPA come per legge..”

per i convenuti:

“CONCLUSIONI

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, disattesa e respinta ogni diversa contraria istanza, deduzione ed eccezione,

in via preliminare

rigettare la domanda ex adverso formulata in quanto totalmente infondata, non avendo la ricorrente adempiuto all’onere di allegazione che le competeva in sede di atto introduttivo;

in via preliminare, in rito

dichiarare decaduta dal diritto alla prova la ricorrente per le ragioni esposte in atto introduttivo;

in via principale nel merito

respingere le domande formulate da parte ricorrente in quanto palesemente infondate in fatto e in diritto per tutte le ragioni suesposte;

condannare parte ricorrente / attrice per la violazione dell’art. 88 c.p.c. in relazione agli artt. 91, 92 e 96 c.p.c., alle spese di lite da liquidarsi adottando i parametri massimi applicabili per lo scaglione di valore dichiarato;

condannare altresì ai sensi dell’art. 96 c.p.c., l’attrice per responsabilità processuale aggravata per le ragioni esposte nella presente memoria;

in via subordinata nel merito

respingere le domande formulate da parte ricorrente in quanto palesemente infondate in fatto e in diritto per tutte le ragioni suesposte;

condannare in ogni caso la controparte alle spese delle fasi di studio e introduttiva ai sensi dell’art. 88 e 92 c.p.c., per aver erroneamente introdotto il giudizio avvalendosi del rito sommario conseguentemente costringendo i convenuti a costituirsi richiedendo il mutamento del rito con inevitabile allungamento dei tempi processuali e incremento delle spese legali;

condannare altresì ai sensi dell’art. 96 c.p.c., l’attrice per responsabilità processuale aggravata per le ragioni esposte in atti.”

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

La sig.ra X (di seguito anche “l’attrice”) depositava ricorso ex art. 702 bis c.p.c. avverso Casa di Cura privata S. Lorenzino e il dr. Y (collettivamente “i convenuti”), per sentire accertato che il danno subito dalla attrice è conseguenza del comportamento colposo tenuto dal dr. Y e dalla Casa di Cura e comunque accertare la violazione degli obblighi assunti dai convenuti, accertare la responsabilità del dr. Y per avere violato il dovere di informazione alla paziente in ordine ai possibili esiti dell’intervento chirurgico, per l’effetto condannare in solido i convenuti al risarcimento del danno a favore dell’attrice per complessivi euro 42.005,83 oltre interessi e rivalutazione e con vittoria di spese di lite.

Allegava l’attrice di essere stata sottoposta in data 22.04.2014 a intervento estetico, presso la Casa di Cura San Lorenzino di Cesena (di seguito “Casa di Cura”), con diagnosi di addome pendulo meritevole di intervento di addominoplastica, intervento effettuato dal dr. Y e non presentante particolari difficoltà.

Per l’esecuzione di tale intervento l’attrice effettuava un esborso di euro 3.614,00.

Il risultato dell’intervento risultava, ad avviso della attrice, del tutto insoddisfacente: in particolare, gli esiti cicatriziali dell’intervento erano del tutto antiestetici, visibili attraverso gli indumenti e fastidiosi a contatto con i tessuti. Pertanto, la attrice riferiva di essersi sottoposta a visita medico legale, dalla quale emergeva che le cicatrici dell’intervento avevano comportato un aspetto molto innaturale dell’addome, lasciando uno scalino visibile sotto gli indumenti per correggere il quale sarebbe stato necessario un nuovo intervento di lipo – addominoplastica.

L’attrice avrebbe patito dunque ripercussioni estetiche concretizzanti un danno biologico permanente iatrogeno nella misura pari al 8% ed integralmente ascrivibile alle condotte assunte in occasione dell’intervento del 22 aprile 2014.

Sussisterebbe inoltre un danno patrimoniale pari all’importo già corrisposto per l’esecuzione dell’intervento, oltre alla somma di euro 11.000,00 per un nuovo intervento emendativo ed oltre all’importo di euro 1.076,00 per consulenze tecniche di parte e 2.820,83 per attività legale stragiudiziale.

Inoltre, il modulo per la raccolta del consenso informato sarebbe del tutto generico e non riportante le caratteristiche dell’intervento e non sottoscritto da parte del Medico chirurgo.

Allegava di avere tentato in via stragiudiziale, anche mediante istanza di mediazione, di ottenere il risarcimento, senza risultato.

Allegava l’attrice di essere stata sottoposta all’intervento senza il presupposto indefettibile del consenso informato, dato che il modulo presentatole si appalesava generico e non sottoscritto dal medico, non essendo stata così adeguatamente informata circa le caratteristiche dell’intervento, gli effetti conseguibili, le eventuali possibili difficoltà e complicazioni.

Si costituivano in giudizio tempestivamente i convenuti con comparsa di costituzione e risposta, concludendo per il rigetto della domanda attorea, previo mutamento del rito, e con vittoria di spese.

Eccepivano i convenuti in primis l’incompatibilità della vertenza con la sua trattazione som.

Sugli addebiti mossi dalla attrice, evidenziavano i convenuti che la attrice avrebbe taciuto circostanze rilevanti circa la propria anamnesi, idonee a determinare un contributo causale decisivo in relazione agli esiti dell’intervento in questione. Infatti, la attrice risulterebbe affetta, nonostante la giovane età, da patologia metabolica, nello specifico diabete correlato a insulino dipendenza, che avrebbe inciso in modo decisivo sul processo di cicatrizzazione e sui tempi di guarigione. Inoltre, la paziente avrebbe portato a termine due gravidanze, entrambe con parto cesareo.

Sull’obbligo di acquisizione del consenso, eccepivano che il dovere di informazione nei confronti del paziente non è assolto solo con la sottoscrizione di un modulo prestampato, ma anche in via orale ed in assenza di formalità. Nel caso di specie, eccepivano i convenuti che la mancanza, sul modulo del consenso, della sottoscrizione del medico non avrebbe alcuna rilevanza; inoltre, eccepivano che dalla documentazione dimessa in atti si evincerebbe chiaramente che il consenso all’intervento era stato prestato, che si trattava di un intervento di addomino plastica e che alla paziente erano state fornite spiegazioni aggiuntive e ulteriore materiale a corredo del consenso sottoscritto. La stessa attrice fornirebbe conferma di ciò. Mancherebbe inoltre del tutto, da parte dell’attrice, l’allegazione della circostanza che essa non si sarebbe sottoposta al trattamento ove correttamente informata. La domanda di risarcimento del danno sarebbe dunque non accoglibile.

Sulla prestazione chirurgica, eccepivano i convenuti l’inattendibilità della perizia medica di parte prodotta dalla attrice, la quale non evidenzierebbe alcun profilo di colpa in capo al chirurgo, non esponendo ad alcuna critica la tecnica utilizzata né la terapia praticata né indicando la violazione della diligenza professionale in capo al professionista, e nemmeno individuerebbe alcun danno da inabilità temporanea.

Eccepivano ancora, sulla rimozione delle suture, che non vi sarebbe prova alcuna da parte della attrice di avere seguito la prescrizione datale al momento delle dimissioni di rimozione dei punti di sutura nove giorni dopo l’intervento. Sarebbe comunque indispensabile valutare la prestazione del medico che aveva rimosso tali suture. Eccepivano inoltre che la paziente si sarebbe rivolta al nuovo professionista solo dopo lungo tempo dall’intervento, senza avere segnalato alcunchè al chirurgo che la aveva operata.

Un rilievo importante negli inestetismi lamentati dalla attrice sarebbe giocato, inoltre, ad avviso dei convenuti, da un nuovo aumento di peso intervenuto successivamente all’intervento.

Sulla quantificazione del danno, eccepivano i convenuti che essa sarebbe esorbitante ed inverosimile oltre che non provata, in particolare con riferimento alla richiesta personalizzazione. Esorbitante sarebbe inoltre l’indicazione dei costi per l’intervento correttivo. Sulle spese legali della fase stragiudiziale, eccepivano che esse non sarebbero autonomamente valutabili, oltre che non adeguatamente documentate, come pure le spese di consulenza di parte.

Sulla richiesta di rimborso dei costi dell’intervento sostenuto presso la Casa di Cura, eccepivano i convenuti che essa sarebbe inammissibile nell’ambito di una azione meramente risarcitoria e non di risoluzione del contratto per inadempimento.

Ad avviso dei convenuti, infine, sussisterebbe la responsabilità per scorretta condotta processuale della attrice, per avere formulato una domanda del tutto esorbitante e dunque meritevole di condanna alle spese di lite.

Con ordinanza del 2 marzo 2017, il GI disponeva la conversione del rito in ordinario.

La causa è stata istruita documentalmente, mediante c.t.u. medico legale e prova per testi.

Nel caso di specie, non vi è contestazione circa il fatto che la attrice sia stata sottoposta a intervento da parte del dr. Y, e presso la Casa di Cura, qualificandosi la responsabilità del primo quale responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c. e la responsabilità della seconda quale responsabilità contrattuale ex art. 1218 e 1228 c.c. (Cass. Civ. Sez. 3, Sentenza n. 1620 del 03/02/2012); costituisce invece oggetto di contestazione fra le parti: la sussistenza della colpa medica, ovvero della violazione delle regole di condotta di diligenza qualificata nella esecuzione dell’intervento chirurgico oggetto di causa, la sussistenza del nesso di causalità fra l’intervento e le lesioni, soprattutto estetiche, lamentate dalla paziente, il rispetto dei principi di raccolta del consenso informato da parte della paziente, la quantificazione dei danni.

Il c.t.u., nella relazione depositata agli atti di causa in data 7 gennaio 2019, ha evidenziato quanto segue:

“il risultato finale del trattamento di addomino plastica cui si sottopose la signora X per eliminare l’addome pendulo non può ritenersi soddisfacente per i seguenti motivi:

la cicatrice ombelicale è ovulare e obliqua, per errore di esecuzione dell’intervento chirurgico plastico la cicatrice chirurgica è caratterizzata dalla presenza di 33 braccetti satelliti, perché determinata da una sutura a punti staccati laddove invece si sarebbe dovuta eseguire una sutura intradetermica e, in ogni caso, tale da non determinare la grossolana cicatrice che invece è presente;

l’addome, in conseguenza di una irregolare rimozione di lembo cutaneo e sottocutaneo da parte dell’operatore è asimmetrico e solo in parte ha perso la sua caratteristica di addome pendulo”.

Nella valutazione della condotta del medico chirurgo coinvolto nella vicenda in questione, occorre avere riguardo innanzi tutto alle particolarità della attività medica richiesta ed eseguita nel caso di specie, che può essere ricondotta nell’alveo della medicina “estetica” o comunque finalizzata all’ottenimento di un risultato sotto il profilo estetico ed esteriore della paziente. Sul punto, la Cassazione si è espressa osservando che “È opportuno, peraltro, ribadire che la funzione tipica dell’arte medica, individuata nella cura del paziente, al fine di vincere la malattia, ovvero di ridurne gli effetti pregiudizievoli o, quanto meno, di lenire le sofferenze che produce, salvaguardando e tutelando la vita (Art. 43 del codice deontologico approvato nel luglio 1989), non esclude, infatti, la legittimità della chirurgia estetica, che, a prescindere dalle turbe psicologiche che potrebbero derivare da una dilatata considerazione degli aspetti sgradevoli del proprio corpo, tende a migliorarne esclusivamente l’estetica.” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 10014 del 1994); pertanto, il fatto che l’intervento programmato fosse finalizzato al miglioramento della estetica della paziente non esime dal sottoporre la condotta operatoria al consueto vaglio di diligenza, prudenza e perizia, ed anzi impone che del risultato estetico (nel caso di specie insoddisfacente) si tenga conto per la valutazione della correttezza della prestazione medico chirurgica in oggetto.

Nel caso di specie, il c.t.u. ha evidenziato che la condotta operatoria fu caratterizzata da una erronea esecuzione, sotto il profilo in particolare della esecuzione della sutura. L’imperizia nella effettuazione dell’intervento appare così acclarata, né del resto il convenuto ha allegato né dato prova che detta prestazione richiedesse la soluzione di problemi di particolare difficoltà o comunque esulasse dalla prestazione operatoria normalmente eseguita in casi del genere. Appare acclarata anche la sussistenza del nesso di causalità, tanto più che gli aspetti indicati dai convenuti (duplice parto cesareo, presenza di patologia diabetica pregressa…) non sono stati evidenziati dal c.t.u. quali fattori causali determinanti né concorrenti nella determinazione della grossolana e antiestetica cicatrizzazione esistente.

La responsabilità risarcitoria dei convenuti, per i titoli sopra indicati, deve essere dunque affermata.

Per quanto riguarda il risarcimento dei danni, occorre analizzare le diverse voci indicate dalla attrice.

Per quanto riguarda il danno patrimoniale, l’attrice chiede in primo luogo la restituzione della somma di euro 3.614,00 corrisposta per l’effettuazione dell’intervento chirurgico. Detto pagamento non risulta contestato. I convenuti eccepiscono, invece, che la restituzione non sarebbe dovuta non essendo stata chiesta la risoluzione del contratto. L’eccezione dei convenuti coglie nel segno, dal momento che la restituzione del compenso è subordinata all’accoglimento della domanda di risoluzione del contratto, se tempestivamente formulata, e sussistendone i relativi presupposti, ex art. 1453 e 1455 c.c. (crf., Tribunale di Biella, 22.11.2018 n. 492, DeJure).

L’attrice chiede, inoltre, il pagamento delle spese che saranno necessarie al fine dell’intervento emendativo, quantificate dal c.t.u. in euro 5000,00. I convenuti eccepiscono il rischio di duplicazione del danno, nel caso di riconoscimento sia del danno biologico nella sua interezza, sia del danno patrimoniale futuro per l’intervento emendativo. L’eccezione dei convenuti è pienamente condivisibile, dovendosi ricordare la necessità che il risarcimento non si traduca in una indebita locupletazione a vantaggio del creditore ed a danno del debitore (Cassazione civile sez. III, 10/05/2018, (ud. 20/12/2017, dep. 10/05/2018), n.11251); pertanto, avendo la attrice richiesto (come da conclusioni depositate) il risarcimento del danno integralmente indicato nella c.t.u., è evidente che la attrice non può ottenere sia il ristoro del danno biologico nella sua misura integrale quantificata dal c.t.u. (5,5%), sia le spese di un futuro intervento emendativo, dovendosi così il risarcimento limitare al solo primo danno.

L’attrice domanda poi la refusione delle spese per consulenze tecniche di parte, per euro 1.076,00, allegando agli atti (doc.ti 9 e 10) due fatture del dr. Bellero e della dott.ssa Pozzi, non quietanzate. Non essendo provato il pagamento di tali fatture, tuttavia, esse non possono costituire prova del danno (crf., Cass. Civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3293 del 12/02/2018).

Per quanto concerne le spese legali stragiudiziali, va rimarcato che le spese per attività stragiudiziale sono rimborsabili solo quando abbiano assunto autonoma rilevanza. Nel caso di specie, è invece evidente che l’attività stragiudiziale svolta fu sostanzialmente prodromica alla instaurazione del giudizio civile, e non assunte rilevanza autonoma. Si procederà più oltre alla liquidazione delle spese di lite.

Esaurito il punto relativo ai danni patrimoniali, che non risultano liquidabili, per tutte le ragioni di cui sopra, occorre porre ora l’attenzione sul danno non patrimoniale.

Va in particolare riconosciuto il danno biologico permanente nella misura del 5,5% (pag. 13 relazione c.t.u.). Detto danno va liquidato facendo applicazione delle Tabelle previste per la liquidazione dei danni “micropermanenti” e ciò in quanto “In tema di risarcimento del danno alla salute conseguente ad attività sanitaria, la norma contenuta nell’art. 3, comma 3, del d.l. n. 158 del 2012 (convertito dalla 1. n. 189 del 2012) e sostanzialmente riprodotta nell’art. 7, comma 4, della 1. n. 24 del 2017 – la quale prevede il criterio equitativo di liquidazione del danno non patrimoniale fondato sulle tabelle elaborate in base agli artt. 138 e 139 del d.lgs. n. 209 del 2005 (Codice delle assicurazioni private) – trova applicazione anche nelle controversie relative ad illeciti commessi e a danni prodotti anteriormente alla sua entrata in vigore, nonché ai giudizi pendenti a tale data (con il solo limite del giudicato interno sul “quantum’), in quanto la disposizione, non incidendo retroattivamente sugli elementi costitutivi della fattispecie legale della responsabilità civile, non intacca situazioni giuridiche precostituite ed acquisite al patrimonio del soggetto leso, ma si rivolge direttamente al giudice, delimitandone l’ambito di discrezionalità e indicando il criterio tabellare quale parametro equitativo nella liquidazione del danno” (Cass. Civ., Sez. 3 – , Sentenza n. 28990 del 11/11/2019). Dette tabelle (a differenza delle tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale) concernono solamente la liquidazione del danno biologico, inteso come lesione della integrità psicofisica della persona, temporanea o permanente, accertabile medicalmente; il danno morale, dunque, non è incluso. Pertanto, “In tema di liquidazione dei danni derivanti da sinistri stradali, le tabelle delle cd. micropermanenti non riconoscono alcun valore al danno conseguente alle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla vittima. Laddove la sofferenza soggettiva non sia adeguatamente apprezzata con la sola applicazione dei valori monetari, essa debba trovare riconoscimento attraverso quell’ampia opera di personalizzazione del punto percentuale, che, nella prospettiva del Supremo Consesso, rappresenta un meccanismo di emersione di tutte le differenti componenti del pregiudizio non patrimoniale sofferto e non semplicemente un adeguamento del danno biologico – così come tradizionalmente definito – alle peculiarità del caso concreto. Spetta dunque al Giudice procedere ad un’adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale – personalizzazione, che si ribadisce, non deve essere confusa con quella prevista dal codice delle assicurazioni – al fine di liquidare, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma complessiva che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima, che altrimenti non troverebbe tutela in violazione del disposto dell’art. 32 Cost.” (Tribunale Varese, 08/04/2010, DeJure).

Pertanto, nel caso di specie, attese le caratteristiche del danno che incidono evidentemente non solo sulla sfera della integrità psicofisica della attrice ma anche sulla percezione del suo aspetto esteriore da parte della stessa attrice e dei terzi, creando presumibili disagi anche in situazioni della vita quotidiana (in estate, al mare.) nella quale la attrice, peraltro di giovane età, si trovi coinvolta, deve essere riconosciuta una adeguata personalizzazione del danno tabellare, al fine di garantire il ristoro anche della sfera morale ingiustamente lesa della attrice. Il tutto come da tabella che segue:

Calcolo Danno Biologico di Lieve Entità

Tabella di riferimento2019-2020
Età del danneggiato alla data del sinistro36 anni
Percentuale di invalidità permanente5,50%
Punto base danno permanente€ 814,27
Giorni di invalidità temporanea totale0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 75%0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 50%0
Giorni di invalidità temporanea parziale al 25%0
CALCOLO del RISARCIMENTO:
Danno biologico permanente€ 6.269,47
Danno morale (33,33%)€ 2.089,61
TOTALE GENERALE:€ 8.359,08

L’importo di euro 8.359,08, trattandosi di obbligazione di valore, dovrà essere devalutato alla data dei fatti (22.04.2014) e successivamente maggiorato di rivalutazione e interessi fino alla data di deposito della presente sentenza, e maggiorato di interessi legali dalla data attuale al saldo effettivo. La somma dovuta risulta così ammontare a euro 8.573,82, oltre interessi legali dalla data del deposito della presente sentenza al saldo effettivo.

L’attrice lamenta anche la lesione del proprio diritto di autodeterminazione all’intervento, per non essere stata correttamente e compiutamente informata sulla natura dell’intervento e le possibili conseguenze, allegando la assoluta genericità del modulo di “consenso informato” sottopostole prima dell’intervento, peraltro non sottoscritto da parte del medico.

E’ evidente che il diritto, rivendicato dalla attrice, di ricevere ogni adeguata informazione prima di sottoporsi ad intervento chirurgico costituisce estrinsecazione del necessario rispetto della sfera di autodeterminazione dell’individuo in relazione alla propria integrità psicofisica, e dunque del diritto alla salute ex art. 32 Cost.. Coerentemente, nella giurisprudenza di legittimità si è affermato che “Il medico-chirurgo viene meno all’obbligo di informare adeguatamente il paziente ed ottenerne il consenso all’atto medico, ove non gli fornisca, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l’intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità.” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 15698 del 02/07/2010). Recentemente, la legge 219/2017, all’art. 1 comma 3, ha previsto che “Ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.”.

Dall’altro canto, tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che:

“la mancanza di consenso può assumere rilievo a fini risarcitori quando siano configurabili conseguenze pregiudizievoli derivate dalla violazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione in se’ considerato, del tutto a prescindere dalla lesione incolpevole della salute del paziente.

Tale diritto, distinto da quello alla salute, rappresenta, secondo l’insegnamento della stessa Corte costituzionale (sentenza n. 438 del 2008), una doverosa e inalienabile forma di rispetto per la libertà dell’individuo, nonchè uno strumento relazionale volto al perseguimento e alla tutela del suo interesse ad una compiuta informazione, che si sostanzia nella indicazione:

– delle prevedibili conseguenze del trattamento sanitario;

– del possibile verificarsi di un aggravamento delle condizioni di salute;

– dell’eventuale impegnatività, in termini di sofferenze, del percorso riabilitiativo post-operatorio.

Ciò è a dirsi nell’ottica della legittima pretesa, per il paziente, di conoscere con la necessaria e ragionevole precisione le stesse conseguenze dell’intervento medico, onde prepararsi ad affrontarle con maggiore e migliore consapevolezza, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sè e ne sancisce il rispetto in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua essenza, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive (Cass. n. 21748/2007; Cass. 23676/2008, in tema di trasfusioni salvavita eseguite al testimone di Geova).

Ad una corretta e compiuta informazione consegue, difatti:

– la facoltà, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico; la possibilità di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;

– la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;

– la facoltà di rifiutare l’intervento o la terapia – e di decidere consapevolmente di interromperla.

Viene innanzitutto in rilievo il caso in cui, alla prestazione terapeutica, conseguano pregiudizi che il paziente avrebbe alternativamente preferito non sopportare nell’ambito di scelte che solo a lui è dato di compiere.

In secondo luogo, viene in rilievo la considerazione del turbamento e della sofferenza che derivi al paziente sottoposto ad atto terapeutico dal verificarsi di conseguenze del tutto inaspettate perchè non prospettate e, anche per questo, più difficilmente accettate.

Condizione di risarcibilità (in via strettamente equitativa) di tale tipo di danno non patrimoniale è che esso varchi la soglia della gravità dell’offesa secondo i canoni delineati dalle sentenze delle Sezioni unite nn. 26972-26975 del 2008, con le quali è stato condivisibilmente affermato che il diritto deve essere inciso oltre un certo livello minimo di tollerabilità, da determinarsi dal giudice nel bilanciamento tra principio di solidarietà e di tolleranza secondo il parametro costituito dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.

Diversamente, il paziente che – come la S. – richieda il risarcimento anche del danno da lesione della salute che si sia verificato per le non imprevedibili conseguenze di un atto terapeutico, necessario e correttamente eseguito secundum legem artis, ma tuttavia compiuto senza la preventiva informazione circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli e dunque senza un consenso consapevolmente prestato, deve allegare, sulla base anche di elementi soltanto presuntivi (Cass. 16503/2017) – la cui efficienza dimostrativa seguirà una sorta di ideale scala ascendente, a seconda della gravità delle condizioni di salute e della necessarietà dell’operazione – che egli avrebbe rifiutato quel determinato intervento se fosse stato adeguatamente informato (Cass. civ. Sez. 3, Sent., 9-2-2010, n. 2847), allegando ancora che, tra il permanere della situazione patologica in atti e le conseguenze dell’intervento medico, avrebbe scelto la prima situazione, ovvero che, debitamente informato, avrebbe vissuto il periodo successivo all’intervento con migliore e più serena predisposizione ad accettarne le eventuali conseguenze (e le eventuali sofferenze) – predisposizione la cui mancanza andrebbe realisticamente e verosimilmente imputata proprio (e solo) all’assenza di informazione.

Ci si trova, pertanto, in un territorio (e in una dimensione probatoria) che impone al giudice di interrogarsi se il corretto adempimento, da parte del medico, dei suoi doveri informativi avrebbe prodotto l’effetto della non esecuzione dell’intervento chirurgico dal quale, senza colpa di alcuno, lo stato patologico è poi derivato, ovvero avrebbe consentito al paziente la necessaria preparazione e la necessaria predisposizione ad affrontare il periodo post-operatorio nella piena e necessaria consapevolezza del suo dipanarsi nel tempo.

Infatti, se il paziente avesse comunque e consapevolmente acconsentito all’intervento, dichiarandosi disposto a subirlo qual che ne fossero gli esiti e le conseguenze, anche all’esito di una incompleta informazione nei termini poc’anzi indicati sarebbe palese l’insussistenza di nesso di causalità materiale tra la condotta del medico e il danno lamentato, perché quella incolpevole lesione egli avrebbe, in ogni caso, consapevolmente subito, all’esito di un intervento eseguito secondo le leges artis da parte del sanitario.”.

Nel caso di specie, occorre sottolineare due aspetti: in primo luogo, che l’intervento non è stato, evidentemente, correttamente eseguito, sì che le conseguenze pregiudizievoli subite dalla attrice non possono ritenersi complicanze non imprevedibili di un intervento correttamente eseguito, bensì il risultato di una condotta professionalmente non corretta; in secondo luogo, l’attrice, né in atto introduttivo né in prima memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c., ha mai allegato che, in caso di informazione più completa o meno generica, avrebbe scelto di non operarsi, né ha ovviamente fornito prove in tale senso. Così, i presupposti per il risarcimento del danno da mancato “consenso informato” nel caso di specie non possono ritenersi sussistenti.

Restano da definire le spese di lite.

Sul punto, deve rilevarsi che la allegata violazione, da parte della attrice, dell’art. 88 in relazione agli articoli 91, 92, 96 c.p.c. e conseguente domanda di condanna ex art. 96 c.p.c. azionata dai convenuti è infondata. Non può, infatti, ritenersi che la semplice quantificazione del danno in misura superiore a quella che poi risulti dovuta costituisca condotta riprovevole sotto il profilo processuale: al contrario, la questione è affrontata e risolta dall’art. 5 del DM 55 del 2014, che stabilisce che “Nei giudizi per pagamento di somme o liquidazione di danni, si ha riguardo di norma alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata”, sì che l’eventuale errata quantificazione avrà le conseguenze previste in termini di liquidazione delle spese di lite. Inoltre, se è vero che la somma domandata dalla attrice risulta effettivamente superiore a quanto dovuto, i convenuti non hanno allegato né dimostrato di effettivamente avere pagato alcunché a titolo di ristoro del danno patito dalla attrice.

È agli atti, depositata in data 17.12.2018, una proposta transattiva formulata dai convenuti, per la definizione della lite mediante il pagamento del danno biologico corrispondente alla percentuale del 5,5 %, della personalizzazione al 33%, delle spese di c.t.u., delle spese di causa secondo i tariffari medi, tutto corrispondente di fatto all’esito della presente vertenza. Detta proposta non risulta accettata dalla attrice. Sulle spese di lite, pertanto, dovrà tenersi conto del rifiuto della proposta, essenzialmente satisfattiva delle pretese attoree; le predette spese, dunque, seguono la soccombenza e sono poste a carico dei convenuti, in solido, e liquidate come da dispositivo conformemente al DM 55 del 2014, scaglione da euro 5.200,01 a euro 26.000,00, valori medi, ma con esclusione della fase decisoria, atteso l’ingiustificato rifiuto come sopra menzionato.

Le spese di c.t.u. andranno poste a carico dei convenuti in solido fra di loro.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

– Accerta e dichiara la responsabilità, ex art. 1218 c.c. e 1218 e 1228 c.c., di Y e Casa di Cura Privata San Lorenzino per colpa medica chirurgica nella esecuzione dell’intervento di addominoplastica del 22.4.2014 nei confronti della sig.ra X e pertanto

– Condanna Y e Casa di Cura Privata San Lorenzino al risarcimento alla attrice dei danni conseguenti e dunque al pagamento alla attrice X, in solido fra di loro, della somma di euro 8.573,82, oltre interessi legali dalla data del deposito della presente sentenza al saldo effettivo;

– Rigetta le restanti domande avanzate da X;

– Rigetta la domanda ex art. 96 c.p.c. azionata dai convenuti nei confronti della attrice per asserita violazione dell’art. 88 c.p.c. in relazione agli articoli 91, 92, 96 c.p.c.;

– condanna Y e Casa di Cura Privata San Lorenzino, in solido, alla refusione a favore di X delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi euro 3.215,00 oltre 15% per spese generali, CP e IVA se e come dovuti per legge e oltre euro 286,00 per anticipazioni;

– le spese di CTU devono porsi definitivamente a carico di Y e Casa di Cura Privata San Lorenzino, in solido.

Forlì, 10 giugno 2020

Il Giudice

Valentina Vecchietti

Pubblicazione il 12/06/2020

 

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