CONSULENTI FINANZIARI PATTO NON CONCORRENZA QUANDO E’ NULLO?

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avvocato esperto a livello nazionale consulenti finanziari

civile e penale e disciplinare consob,CONSULENTI FINANZIARI PATTO NON CONCORRENZA

b) non deve essere di ampiezza tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in termini che ne compromettano ogni potenzialità reddituale;

c) quanto al corrispettivo dovuto, il patto non deve prevedere compensi simbolici o manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenta per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto valido il patto con il quale il dipendente di un istituto di credito, assunto come “private banker”, si era impegnato a non operare per un periodo di tre anni nel solo settore del “private banking”, limitatamente ai prodotti già trattati con la clientela dell’istituto stesso, nell’ambito di una sola regione e dietro un corrispettivo di euro 7.500,00 annui, regolarmente versati per tutta la durata del rapporto di lavoro)“: (Cass. n. 9790/2020).

TRIBUNALE ORDINARIO di RAVENNA

SEZIONE CIVILE

SETTORE LAVORO

Il Giudice del Lavoro Dario Bernardi

A scioglimento della riserva precedentemente assunta,

pronuncia la seguenteAVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-BELLA

ORDINANZA

EX ART. 700 C.P.C.

Con ricorso cautelare ex art. 700 c.p.c. ante causam BANCA S.P.A. domandava “1. In via principale: nell’attesa dell’instaurando giudizio di merito diretto tra l’altro all’accertamento della violazione, da parte del sig. sig. X, del patto di non concorrenza (e del correlato obbligo di informativa del reperimento di una nuova occupazione lavorativa) e alla condanna di quest’ultimo al pagamento delle penali ivi pattuite, oltre interessi, rivalutazione monetaria e risarcimento afferente il diverso e maggior danno subito e subendo da Banca Italia S.p.A. in conseguenza della condotta illegittima, visto l’art. 700 c.p.c., ritenuta la propria competenza, ritenuto fondato il timore di un pregiudizio concreto, grave, imminente ed irreparabile per Banca Italia S.p.A., per i motivi tutti di cui in narrativa, emettere, inaudita altera parte, ovvero, in subordine, previa convocazione delle parti dinanzi a sé, i provvedimenti ritenuti più idonei a impedire il suddetto pregiudizio, e in particolare ordinare al sig. X di astenersi immediatamente dallo svolgimento dell’attività concorrenziale contrattualmente vietata ponendo, se ritenuto, a carico del convenuto eventualmente non ottemperante una somma (da determinarsi secondo il prudente apprezzamento del Giudice) da corrispondere a Banca Italia S.p.A. per ogni giorno di inadempimento del suddetto ordine, in attesa della decisione di merito che compiutamente accerti la/e violazione/i da quest’ultimo posta/e in essere e i conseguenti oneri risarcitori”.

X resisteva al ricorso.AVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-3

Il ricorso è infondato, basandosi la richiesta di inibitoria su un patto nullo.

Ai sensi dell’art. 2125 c.c. “Il patto con il quale si limita lo svolgimento dell’attività del prestatore di lavoro, per il tempo successivo alla cessazione del contratto, è nullo se non risulta da atto scritto, se non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro e se il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo“.

Secondo la giurisprudenza di legittimità in tema, “Al fine di valutare la validità del patto di non concorrenza previsto dall’art. 2125 c.c., occorre osservare i seguenti criteri: a) il patto non deve necessariamente limitarsi alle mansioni espletate dal lavoratore nel corso del rapporto, ma può riguardare qualsiasi prestazione lavorativa che possa competere con le attività economiche svolte dal datore di lavoro, da identificarsi in relazione a ciascun mercato nelle sue oggettive strutture, ove convergano domande e offerte di beni o servizi identici o comunque parimenti idonei a soddisfare le esigenze della clientela del medesimo mercato; b) non deve essere di ampiezza tale da comprimere la esplicazione della concreta professionalità del lavoratore in termini che ne compromettano ogni potenzialità reddituale; c) quanto al corrispettivo dovuto, il patto non deve prevedere compensi simbolici o manifestamente iniqui o sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno, indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenta per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto valido il patto con il quale il dipendente di un istituto di credito, assunto come “private banker”, si era impegnato a non operare per un periodo di tre anni nel solo settore del “private banking”, limitatamente ai prodotti già trattati con la clientela dell’istituto stesso, nell’ambito di una sola regione e dietro un corrispettivo di euro 7.500,00 annui, regolarmente versati per tutta la durata del rapporto di lavoro)“: (Cass. n. 9790/2020).

I profili di nullità sono una pluralità.

Innanzi tutto l’ambito di estensione non risulta “contenuto entro determinati limiti di luogo“, posto che ai sensi dell’art. 2.2) del patto “viste le potenzialità degli attuali mezzi tecnologici – che consentono una dissociazione tra il luogo di svolgimento della prestazione ed il luogo in cui la stessa può essere utilizzata – si conviene che la limitazione territoriale sopra rappresentata si riferisce ad entrambe le ipotesi ed è, pertanto, vincolante sia con riferimento al luogo in cui verrà effettuata la sua attività in qualunque forma, sia al luogo in cui essa produrrà effetti concorrenziali, e ciò a prescindere dalla sua presenza fisica nell’ambito territoriale di cui al precedente punto 2.1)

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Questo impediva, nella sostanza, al ricorrente di andare a lavorare ovunque nel mondo con l’obiettivo di procacciarsi clientela nel territorio emiliano romagnolo.

Ma anche di continuare a lavorare in Emilia-Romagna disinteressandosi di tale mercato, per operare a distanza su mercati diversi.

Ma qui delle due l’una: se l’interesse perseguito è quello di cui alla prima parte (salvaguardare la clientela emiliano romagnola ed in particolare quella di precedente acquisizione da parte del lavoratore), allora la seconda (impossibilità di lavorare con base in Emilia-Romagna ma con riferimento a mercati extraregionali) realizza una ingiustificata compressione della libertà del lavoratore (“sacrificio” secondo la legge).

Tale ultimo aspetto, proprio in quanto adottato nella consapevolezza della se non altro parziale remotizzabilità dell’attività professionale del ricorrente, rappresenta un elemento eccessivamente gravoso e squilibrato del sinallagma, rilevante – se non già in sé e per sé – anche in punto a determinazione dell’entità del patto (“proporzione” del compenso in rapporto al “sacrificio“).

In secondo luogo l’importo previsto (il corrispettivo è pari a circa il 14 % della R.A.L., come allegato dalla difesa della ricorrente), pur non irrisorio, risulta sproporzionato sotto vari profili.

Va ricordato che l’analisi involge la valutazione che “il patto non deve prevedere compensi … sproporzionati in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno“.

Innanzi tutto i riferimenti da adottarsi al riguardo sono molteplici: la R.A.L., l’entità della clausola penale (l’ammontare della stessa, in rapporto con il corrispettivo la dice lunga su quali interessi economici nel patto sono risultati penalizzati e quali soddisfatti), l’art. 36 Cost. (con un rilievo appunto indiretto e di verifica, non trattandosi di emolumento avente natura retributiva), l’entità esatta delle rinunce alle quali il lavoratore acconsente (“sacrifici“), le modalità di pagamento del premio.

Tutti tali elementi depongono per la sproporzione.

Il 14 % della R.A.L. è stato già ritenuto da autorevole giurisprudenza insufficiente (Trib. Milano 4-3-2009, in D.L. RCDL, 2009, 1, 183), con conseguente nullità del patto.

Al riguardo, trattandosi di vizio genetico, il patto e in particolare l’oggetto (qui in rilievo) dello stesso va verificato ab origine, “a bocce ferme”, senza verifica alcuna dell’andamento concreto del rapporto tra le parti (e, dunque, di quando rapporto di lavoro in concreto è cessato e della concreta indennità prevista per tale situazione).

Il compenso per il patto, come allegato dalla difesa della ricorrente, è e resta prevista in ragione di circa il 14 % della R.A.L. annua.

L’art. 36 Cost. conferma tale dato, posto che la limitazione territoriale alla regione, considerata la dislocazione della provincia di provenienza (Ravenna) e residenza del lavoratore ed i collegamenti (notoriamente non eccellenti) della stessa con le regioni limitrofe (p.e. per un viaggio Lugo – Venezia occorrono quasi 3 ore a tratta), ne impedisce ragionevolmente l’impiego in giornata (ossia senza trasferire il domicilio fuori regione) per le stesse mansioni presso altri ambiti territoriali non ostacolati dal patto.

costringendo pertanto il lavoratore alle seguenti scelte:

1) la limitazione dei mezzi di sussistenza all’ammontare del patto di non concorrenza (somma, tuttavia, insufficiente al pieno mantenimento del lavoratore nel periodo di un anno e comunque con pregiudizio della professionalità del lavoratore a causa dell’anno di stop);

2) il trasferimento in altra regione al fine di conservare la professionalità e garantirsi il sostentamento economico (con rilevantissimi sacrifici personali, oltre che con costi economici – vitto, alloggio e trasferimenti – probabilmente appena coperti dal compenso per il patto, che quindi non andrebbe più a coprire i sacrifici personali);

3) reimpiego in regione in altro settore e/o mansione (peraltro del tutto aleatorio vista la congiuntura economica e del mercato del lavoro), con perdita di professionalità (sacrificio personale e lavorativo) ma con possibilità di maggiore sostentamento economico (ancorché con sicura “riduzione delle sue capacità di guadagno“).

Dunque, l’importo del compenso (anche nella versione del minimo garantito, ossia il compenso annuo moltiplicato per 3 per totali € 16.500,00 lordi), andando a coprire in ipotesi, il costo di trasferimento presso un’altra regione del ricorrente, evidentemente lascia scoperti tutti gli altri sacrifici (personali, familiari, affettivi in generale) imposti dal patto di non concorrenza, con la conseguenza che l’importo in questione risulta sproporzionato ai sacrifici complessivamente imposti al lavoratore.

Peraltro, come si avrà modo di vedere subito oltre, in realtà il lavoratore non è nemmeno entrato in possesso, al momento dello scioglimento del rapporto di lavoro, della maggior parte della somma prevista dal patto, con la conseguenza concreta (ma anche geneticamente astratta, posto che ciò è avvenuto sulla base di specifiche clausole del negozio) che, allo stato, il compenso previsto dal patto come già entrato nella disponibilità del lavoratore, risulta insufficiente a coprire qualunque sacrificio (personale, familiare, professionale, economico in senso stretto) tra quelli imposti dal patto stesso alla parte debole dello stesso.

L’entità della penale è di 70.000,00 euro, salvo il maggior danno, entità dunque del tutto sproporzionata rispetto al compenso annuo di € 5.500,00 euro lordi riconosciuti al lavoratore (ma risulta ben sproporzionata anche al minimo garantito di 16.500,00 euro).

Nel senso che l’inadempimento del lavoratore può portare a danni enormi (non quantificati nel massimo), ma minimo con una soglia minima (presunta) di 70.000,00 euro a titolo di penale.

L’inadempimento del datore di lavoro a 5.500,00 euro annui (circa il 14 % della R.A.L.).

L’impossibilità (preclusa dal patto) di continuare a lavorare dalla regione Emilia-Romagna ma su un mercato diverso, infine, rappresenta un ulteriore, gravoso onere per il lavoratore, obbligato così a rompere il proprio menage personale e familiare trasferendosi in un’altra città, come detto, al fine di non perdere la propria professionalità e di sostentarsi, in luogo che un più ragionevole (e meno sacrificante) impiego a distanza.

Il patto è nullo anche (e soprattutto) per le modalità di versamento dello stesso, che non consentono al lavoratore di potere effettivamente contare sulla somma in questione durante il periodo di forzata inattività o di limitata attività.

Come detto, l’importo minimo garantito, pari al triplo annuale, ossia € 5.500,00 lordi x 3, può dirsi sufficiente a compensare le spese di un eventuale trasferimento annuale fuori regione del ricorrente al fine di occuparsi nello stesso settore di lavoro, ma con i notori e rilevanti “sacrifici” personali e familiari connessi ad un trasferimento, che restano del tutto scoperti a livello compensativo (e, dunque, si torna alla sproporzione).

Ma tale compenso (e questo è forse il punto più dolente del meccanismo coniato dal datore di lavoro), come già anticipato, in forza di specifiche pattuizioni contenute nel negozio anticoncorrenziale, nemmeno è entrato nella disponibilità del lavoratore ed anzi in buona parte lo diventerà solo all’esito del trascorrere del termine di durata temporale del patto in questione.

Infatti, il pagamento della somma in questione, detratto quanto già ricevuto, avverrà per la metà dopo 6 mesi dalla cessazione del rapporto e per la restante metà al termine della durata naturale del patto di concorrenza, ossia dopo l’anno dalla cessazione del rapporto.

Ne consegue, sotto questo profilo, l’evidente difetto non solo circa l’oggetto del patto, ma anche di causa del patto stesso posto che, ex latere debitoris dell’obbligazione caratteristica, il patto di non concorrenza ha la funzione di compensare il lavoratore del sacrificio lavorativo e personale imposto dal patto, andandone innanzi tutto a limitare o mitigare gli effetti economici sulla sua sfera patrimoniale.

Ciò che evidentemente non può avvenire se la somma relativa al patto viene pagata in buona parte addirittura dopo molti mesi di efficacia delle limitazioni post contrattuali previste dal patto stesso e se pure altra buona fetta della somma in questione viene pagata addirittura dopo la conclusione degli effetti del patto stesso.

Tale ultima pattuizione, peraltro, ha anche un’altra, evidente, rilevanza nel caso di specie.

Tale termine di adempimento, anche laddove non andasse (ex art. 1419 c.c.) ad importare la nullità dell’intero patto di non concorrenza, sarebbe comunque nullo in sé e per sé (proprio perché impedisce al lavoratore di godere del corrispettivo nel momento funzionale in cui lo stesso dovrebbe averne la disponibilità), con la conseguenza che l’obbligazione – portable: art. 1182, 3° comma c.c. – sarebbe subito esigibile (ed il datore di lavoro automaticamente in mora: art. 1219, 2° comma n. 3 c.c.) all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, in sinallagma dunque anche temporale con l’obbligo di non facere assunto dal lavoratore.

Ma siccome alla parte inadempiente si può non adempiere (art. 1460 c.c., rimedio questo in generale azionato dal lavoratore nel corpo della memoria difensiva), del tutto correttamente il lavoratore ha violato il patto che per primo è stato violato dal datore di lavoro, che non ne ha corrisposto il relativo compenso.

Infatti, inadimplenti non est adimplendum.

In conclusione, il ricorso va respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate (valore indeterminabile, complessità media, valori da tabella, 3 fasi su 4) in dispositivo, secondo valori medi.

P.Q.M.

1) respinge il ricorso;

2) condanna la ricorrente alla refusione delle spese di lite in favore di parte resistente, spese che liquida in € 4.454,00 per compensi, oltre I.V.A., C.P.A. e 15 % rimborso spese generali come per legge;

Si comunichi.

Ravenna, li 29/10/2020

IL GIUDICE

DOTT. DARIO BERNARDI

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