SEI SICURO CHE TI LASCIA LA CASA CONIUGALE SE TI SPETTA?

CASA CONIUGALE AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA IMOLA CASTELLO DARGILE PIANORO BUDRIO

La problematica della casa coniugale:

In ipotesi di separazione personale dei coniugi, l’assegnazione della casa familiare, in presenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, spetta di preferenza e ove possibile (perciò non necessariamente) al coniuge cui vengano affidati i figli medesimi, mentre, in assenza di figli, può essere utilizzata come strumento per realizzare (in tutto o in parte) il diritto al mantenimento del coniuge privo di adeguati redditi propri.

 

SE VI SONO FIGLI trattandosi di provvedimento da adottare nel preminente interesse della prole,

il giudice può provvedere alla suddetta assegnazione anche in mancanza di una specifica domanda di parte, mentre nel secondo caso,

 trattandosi di questione concernente il regolamento dei rapporti patrimoniali tra coniugi,

L’ assegnazione presuppone un’apposita domanda del coniuge richiedente il mantenimento, onde non è configurabile in ogni caso un dovere (e un potere) del giudice di identificare ed assegnare comunque la casa familiare anche in assenza di qualsivoglia istanza in tal senso (Cassazione civile, sez. I, 11 aprile 2000, n. 4558).

L’assegnazione della casa familiare spesso è uno scoglio alla definizione pacifica delle cause di separazione, divorzio e regolamentazione dei rapporti dei genitori non sposati proprio perché nella casa, più che in altri beni,

La casa familiare per l’ordinamento italiano, è il luogo ove la famiglia durevolmente e prevalentemente convive, assolvendo alle esigenze primarie dell’abitazione.

Non possono considerarsi case familiari quelle esistenti nelle località di villeggiatura, o quelle usate per soggiorni temporanei e connessi ad esigenze stagionali, pur se effettuati con periodica ed abituale ripetizione. Nei casi in cui al momento della domanda di separazione l’immobile non si configuri più come casa familiare, per essersi, per qualsiasi ragione, quell’habitat domestico, già disciolto, non può essere pronunciata l’assegnazione della casa familiare.

 

 

 

fondata la domanda di liquidazione di un’indennità a favore del proprietario (a) in una situazione di “attuale inesistenza di una pronuncia giudiziale da parte del giudice della separazione ovvero del divorzio” in “ordine al permanere delle condizioni che giustifichino il godimento e comunque (b) nell’assenza di una decisione in ordine a tali condizioni dello stesso giudice adito con la domanda di indennizzo, che dunque aveva omesso la pronuncia in argomento in ritenuta violazione dell’art. 112 c.p.c., o comunque aveva reso una motivazione carente; ciò, per giunta, contraddittoriamente in quanto, (c) pur “esclude(ndo) la legittimità di una procedura… di liberazione dell’immobile fino a revoca dell’assegnazione medesima da parte del tribunale della separazione ovvero del divorzio”, aveva nondimeno “riten(uto) fondata la domanda… di accertamento di una indennità per l’occupazione dell’immobile” (così pp. 14 e 15 ricorso). In definitiva, la ricorrente ha invocato l’affermazione che l’acquisto dell’immobile gravato dal diritto di godimento (d) non consenta., a differenza della sentenza impugnata che l’ha riconosciuto con decorrenza dalla data del decreto di trasferimento, di “attribu(ire) il diritto di esigere un’indennità… almeno sino all’intervento di una pronuncia giudiziale che disaminerà (sic) la persistenza dei requisiti legittimanti l’attribuzione” (p. 15 del ricorso).

 

 

 

 

  1. Con il primo motivo la ricorrente deduce “violazione ed errata applicazione” dell’art. 155 c.c., e L. n. 74 del 1987, art. 6, (sic; rectius, L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 6, comma 6, come sostituito dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 11) contestando l’interpretazione fornita dalla corte di merito dell’istituto dell’assegnazione della casa familiare o della convivenza e affermando che essa dovrebbe reputarsi attributiva di un diritto reale (sic) in capo all’assegnatario opponibile ai terzi nei limiti del novennio se non trascritto e senza limiti di tempo ove preventivamente trascritto, finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, rimovibile solo con eventuale successiva pronuncia del giudice (scilicet, del giudice della crisi della famiglia o della convivenza) che accerti il venir meno delle ragioni su cui si è fondata l’attribuzione (p. 13 del ricorso); da ciò discenderebbe l’erroneità della sentenza impugnata, nella parte in cui afferma che il terzo possa chiedere allo stesso giudice adito con domanda di altro tipo (nel caso di specie, di indennizzo per occupazione) di accertare “la permanenza delle condizioni che giustificano l’eccezionale diritto (personale) di godimento” in favore dell’assegnatario (p. 14 del ricorso, oveò si cita la sentenza impugnata).

  2. Con il secondo motivo la ricorrente denunzia “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza su un punto decisivo” e violazione dell’art. 112 c.p.c., nella parte in cui, ravvisata la sussistenza del diritto di godimento sulla casa, la corte territoriale ha però ritenuto fondata la domanda di liquidazione di un’indennità a favore del proprietario (a) in una situazione di “attuale inesistenza di una pronuncia giudiziale da parte del giudice della separazione ovvero del divorzio” in “ordine al permanere delle condizioni che giustifichino il godimento e comunque (b) nell’assenza di una decisione in ordine a tali condizioni dello stesso giudice adito con la domanda di indennizzo, che dunque aveva omesso la pronuncia in argomento in ritenuta violazione dell’art. 112 c.p.c., o comunque aveva reso una motivazione carente; ciò, per giunta, contraddittoriamente in quanto, (c) pur “esclude(ndo) la legittimità di una procedura… di liberazione dell’immobile fino a revoca dell’assegnazione medesima da parte del tribunale della separazione ovvero del divorzio”, aveva nondimeno “riten(uto) fondata la domanda… di accertamento di una indennità per l’occupazione dell’immobile” (così pp. 14 e 15 ricorso). In definitiva, la ricorrente ha invocato l’affermazione che l’acquisto dell’immobile gravato dal diritto di godimento (d) non consenta., a differenza della sentenza impugnata che l’ha riconosciuto con decorrenza dalla data del decreto di trasferimento, di “attribu(ire) il diritto di esigere un’indennità… almeno sino all’intervento di una pronuncia giudiziale che disaminerà (sic) la persistenza dei requisiti legittimanti l’attribuzione” (p. 15 del ricorso).

  3. I due motivi, che in effetti come riepilogato innanzi propongono un più numeroso reticolo di doglianze, sono strettamente connessi, in quanto in particolare – al di là dell’articolazione formale offerta ai motivi stessi dalla parte ricorrente (v. Cass. n. 3437 del 14/02/2014 e n. 6935 del 22/03/2007) – in entrambi vengono contestate, essenzialmente come errores in iudicando ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’affermazione operata dalla corte locale secondo cui il diritto dell’assegnatario sulla casa della famiglia o convivenza sarebbe un diritto personale di godimento (in luogo della visione, auspicata dalla parte, quale diritto reale, peraltro perpetuo se il provvedimento sia stato trascritto); nonché l’altra affermazione conseguenziale per cui il terzo potrebbe chiedere allo stesso giudice adito con domanda di altro tipo (nel caso di specie, almeno originariamente, di condanna al rilascio e al pagamento di indennizzo per occupazione) di accertare “la permanenza delle condizioni che giustificano l’eccezionale diritto… di godimento” dell’assegnatario della casa della famiglia o convivenza; questa contestazione è poi collegata (in quanto il suo esito è determinante i relativi obblighi motivazionali) a quella di omessa o insufficiente motivazione ex art. 360 primo comma n. 5 cod. proc. civ. sollevata con il secondo motivo (unitamente a presunta violazione dell’art. 112 c.p.c.) su profili attinenti la stessa questione giuridica centrale (profili sub a) e sub b) del secondo motivo) nonchè su suoi corollari, che pure dunque vanno esaminati in un unico contesto, riguardanti i rapporti tra domanda di rilascio e domanda di indennità (profilo sub c) del secondo motivo) e la decorrenza dell’indennità medesima (profilo sub d). I due complessi motivi, congiuntamente valutati, sono parzialmente fondati.

  4. Al fine di individuare il quadro normativo da applicarsi alle questioni sollevate, va ricordato che, per effetto della L. 19 maggio 1975, n. 151, l’assegnazione della casa nel giudizio di separazione personale è stata regolata dall’art. 155 c.c., comma 4, che ha disposto che l’abitazione in essa “spetta, di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli”, comma dichiarato costituzionalmente illegittimo da Corte cost. n. 454 del 27/7/1989 nella parte in cui non prevede la trascrizione del provvedimento ai fini dell’opponibilità ai terzi. L’ultimo comma di detto articolo ha previsto la facoltà di chiedere “in ogni tempo” la revisione delle disposizioni. Parallelamente l’art. 6, della L. sui casi di scioglimento del matrimonio 1 dicembre 1970, n. 898 (L. div.), che nel testo originario ha affidato in generale al tribunale il compito di dare provvedimenti riguardo ai figli e stabilire la misura e il modo con cui il coniuge non affidatario debba contribuire al mantenimento degli stessi, è stato novellato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, che visto l’introduzione di un comma sesto a mente del quale “L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L’assegnazione, in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell’art. 1599 c.c.”. Gli aspetti procedimentali della “revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento”, prevista dall’art. 9, L. div., sono stati regolati dallo stesso art. 9, mentre quelli relativi alla separazione sono restati affidati alla procedura di cui agli artt. 710 e 711 c.p.c.

 

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