1. ASSEGNO DI DIVORZIO TRIB BOLOGNA DETERMINAZIONE SS.UU.

    1. 18287 del 2018

Sull’assegno divorzile. Applicazione dei principi esposti dalle SS.UU.

  1. 18287 del 2018 e operatività nel caso di specie.

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Ai fini della decisione è necessario soffermarsi brevemente sulla evoluzione giurisprudenziale in materia di assegno divorzile e soprattutto sulla ormai nota pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287 del 2018, peraltro evocata da entrambe le parti a sostegno delle rispettive determinazioni.[wpforms id=”21592″ title=”true” description=”true”]

Tale pronuncia, come noto, ha ridefinito i principi in materia di assegno divorzile offrendo una rilettura fedele del dettato normativo, fissando sostanzialmente una terza via interpretativa sia rispetto al diritto vivente formatosi sin dagli anni ’90 sia rispetto all’arresto della Cassazione a sezioni semplici del 2017.

Il più tradizionale orientamento giurisprudenziale, inaugurato nel 1990 (Sezioni Unite n. 11490 del 1990) e rimasto immutato per oltre un trentennio, assegnava all’assegno divorzile una natura esclusivamente assistenziale dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“.

Il revirement in materia sostenuto dalla Cassazione del 2017 (sentenza n. 11504 del 2017) aveva tuttavia segnato un arresto significativo, avendo individuato come parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante – non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio – quanto piuttosto la “non autosufficienza economica” dello stesso, rilevando che solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte dell’art. 5 comma 6 Legge sul divorzio.

Le Sezioni Unite del 2018 sopra richiamate hanno infine sottoposto a una revisione critica entrambi gli orientamenti interpretativi. Da un lato, infatti, è stato evidenziato che il tradizionale criterio attributivo dell’assegno fondato sulla valutazione del tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, prestava il fianco alla formazione di una indebita rendita di posizione a vantaggio del coniuge economicamente più debole per il sol fatto del precedente legame matrimoniale e nonostante la cessazione dello stesso.

Dall’altro lato, la diversa e più recente interpretazione del 2017, che nel valorizzare in assoluto il principio di autoresponsabilità di ciascuno dei coniugi attribuiva pressoché esclusivo rilievo alla astratta condizione patrimoniale soggettiva del richiedente, scontava uno scollegamento radicale da una relazione matrimoniale che pure vi era stata tra i coniugi e che sempre si compone di scelte di vita che in molti casi erano state il frutto di decisioni comuni e dalle quali potevano anche essere maturate poi condizioni oggettive di disparità economica.

La disparità economica misurabile ex se attraverso indici oggettivi non poteva considerarsi un indice realmente rappresentativo di realtà invero molto complesse ove, ad esempio, il maggior contributo economico offerto da uno dei due coniugi era stato reso possibile (anche) grazie al diverso e non quantificabile apporto dato dall’altro coniuge nella quotidiana gestione delle esigenze della famiglia e della crescita della prole.

Ed allora proprio sulla scorta di queste criticità le Sezioni Unite hanno inteso riassegnare all’assegno divorzile le funzioni sue proprie, ovvero quella assistenziale (in caso di assenza di reddito e di mezzi in capo al coniuge richiedente), quella compensativa (correlata al contributo dato dal richiedente alla formazione del “capitale invisibile” della famiglia, costituito dalle capacità professionali e di reddito che uno dei coniugi abbia conseguito in costanza di matrimonio anche grazie all’apporto fornito ed ai sacrifici sopportati dall’altro, tenuto conto della durata del matrimonio), quella perequativa (quale ristoro dei sacrifici e delle rinunce condivise cui il coniuge richiedente è andato irreversibilmente incontro, anche tenuto conto dell’età), e, infine, quella risarcitoria (qualora sia da individuare nel coniuge economicamente “forte” la parte cui è da ascrivere la responsabilità della definitiva crisi coniugale).

In tutti i casi concreti, dunque, si impone la necessità di una valutazione equiordinata degli indicatori dell’art. 5 L. div. (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla vita familiare, reddito delle parti, durata del matrimonio, età del richiedente) così assegnando all’emolumento una funzione riequilibrante dell’apporto dato dal coniuge richiedente al menage familiare condotto in costanza di matrimonio, in omaggio alla permanenza di un minimum di solidarietà post coniugale che nulla comunque toglie alla indiscutibile non ultrattività del vincolo stesso.

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Affermano le Sezioni Unite che il rilievo dato alle scelte familiari ha “l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente“. Deve cioè essere in ogni caso accertato, con l’assolvimento di un onere probatorio “rigoroso” in capo al coniuge richiedente che la disparità reddituale abbia proprio quella specifica radice causale, ossia che “derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge“.

Ne consegue, pertanto, che in mancanza di tale legame causale, la eventuale disparità economica tra i due coniugi non legittima – per ciò sola – l’ottenimento dell’assegno divorzile a beneficio del coniuge “debole”.

In applicazione dei criteri interpretativi appena illustrati, questo Collegio ritiene che nel caso di specie non sussistano i presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile a favore della convenuta, la quale a ben vedere non ha assolto al proprio onere probatorio circa le condizioni che ne avrebbero legittimato la corresponsione, limitandosi a fondare la propria pretesa unicamente sul dato della disparità reddituale.

Giova a questo punto soffermarsi sulla complessiva situazione patrimoniale delle parti in causa, così come risultante dalle rispettive allegazioni presentate.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA

Prima Sezione Civile

Il tribunale nelle persone dei Magistrati:

dott. Bruno Perla –Presidente relatore

dott.ssa Silvia Migliori

dott.ssa Arianna D’Addabbo

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 12736/2017

promossa da

X, con il patrocinio dell’avv. Trebbi Giordani Isabella, elettivamente domiciliato in Via Ugo Bassi 3, 40121 Bologna, presso il difensore avv. Trebbi Giordani Isabella (attore)

contro

Y, con il patrocinio dell’avv. Errani R., elettivamente domiciliato in Via Murri 1, Bologna, presso il difensore avv. Errani R. (convenuto)

P.M. (intervenuto)

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da fogli allegati al verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con ricorso depositato in data 27.07.2017 il sig. X o chiedeva al Tribunale adito di pronunciare la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato a Bologna il 24.06.1979 con la sig.ra Y .

La coppia aveva avuto due figli, E. (n. 28.8.1981) e R. (n. 22.10.1985).

Il ricorrente invocava l’applicazione dell’art. 3 n. 2 L. 1.12.1970 n. 898, dando conto del fatto che i coniugi vivevano separati dal 13.11.2013, data nella quale erano comparsi dinanzi al Presidente del Tribunale nel contesto del giudizio di separazione poi definito con decreto di omologa emesso dal Tribunale di Bologna in data 21.11.2013.

Parte ricorrente chiedeva contestualmente che fosse dichiarata l’autosufficienza economica di entrambe le parti senza, dunque, nulla disporre a titolo di assegno divorzile in favore della moglie.

In data 19.01.2018 si costituiva in giudizio la sig.ra Y che non si opponeva alla declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio e tuttavia chiedeva la conferma delle condizioni economiche concordate tra i coniugi in sede di separazione consensuale, aventi per oggetto la corresponsione da parte del sig. X di un assegno mensile di € 4.750,00 a titolo di contributo al mantenimento della moglie.

Con ordinanza del 30.01.2018, resa all’esito dell’udienza presidenziale, il Presidente delegato, dato atto del fallimento del tentativo di riconciliazione dei coniugi, assumeva i provvedimenti provvisori ed urgenti di propria competenza, confermando quanto previsto nel verbale di separazione omologato, e nominava il Giudice Istruttore per la prosecuzione della causa nel merito.

All’udienza davanti al G.I. tenutasi in data 12.07.2018 i difensori delle parti precisavano le conclusioni sul vincolo, sulle quali si pronunciava il Collegio con sentenza parziale n. 2221/2018 pubblicata il 25.07.2018.

Istruita la vertenza solo documentalmente, all’udienza del 12.11.2019 le parti precisavano a verbale le conclusioni.

Il Giudice, esaurita la discussione, tratteneva la causa in decisione, assegnando alle parti i termini ex art. 190 c.p.c. per le memorie finali.

Le parti hanno concluso rispettivamente:

Parte attrice:

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, contrariisrejectis, confermata la sentenza parziale di cessazione degli effetti civili del matrimonio tra il sig. X e la sig.ra Y.

NEL MERITO

– rigettare ogni richiesta di assegno divorzile da parte resistente attesa la sua piena indipendenza ed autosufficienza economica che ne escludono ai sensi di Legge il riconoscimento in suo favore e, conseguentemente, ordinare e condannare la sig.ra Y alla restituzione delle somme tutte percepite a titolo di assegno divorzile a far data dal deposito della domanda o – in subordine – alla restituzione delle somme percepite a titolo di assegno divorzile eccedenti l’importo che l’Ill.mo Giudice adito riterrà finalizzato a soddisfare le mere esigenze di carattere alimentare.

IN VIA ISTRUTTORIA

Si reiterano tutte le istanze istruttorie respinte.

Con vittoria di spese.

Parte convenuta:

Voglia l’Ill.mo Tribunale adito:

– confermare le condizioni economiche già concordate tra i coniugi in sede di separazione consensuale.

Con vittoria delle spese legali in ogni caso.

In via istruttoria si insiste nell’accoglimento delle istanze istruttorie già formulate nel corso del processo.

* * *

Le pretese di parte attrice sono fondate e devono pertanto essere accolte per le ragioni che seguono.

In via preliminare: sulle istanze istruttorie

In via del tutto preliminare quanto alle istanze istruttorie avanzate da entrambe le parti nelle memorie ex art. 183 c.p.c e reiterate in sede di precisazione delle conclusioni, ritiene il Collegio di dover confermare il provvedimento di rigetto emesso dal giudice istruttore con la ordinanza del 10.1.2019.

Si rileva infatti che il themadecidendum della presente causa è definito dalle conclusioni delle parti nella regolamentazione di aspetti prevalentemente di natura economica, in relazione ai quali le reciproche deduzioni e allegazioni risultano essere già di per sé idonee a sostenere l’organo giudicante nelle proprie determinazioni, non essendo pertanto necessarie ulteriori appendici istruttorie.

1. Sull’assegno divorzile. Applicazione dei principi esposti dalle SS.UU.

n. 18287 del 2018 e operatività nel caso di specie.

Ai fini della decisione è necessario soffermarsi brevemente sulla evoluzione giurisprudenziale in materia di assegno divorzile e soprattutto sulla ormai nota pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287 del 2018, peraltro evocata da entrambe le parti a sostegno delle rispettive determinazioni.

Tale pronuncia, come noto, ha ridefinito i principi in materia di assegno divorzile offrendo una rilettura fedele del dettato normativo, fissando sostanzialmente una terza via interpretativa sia rispetto al diritto vivente formatosi sin dagli anni ’90 sia rispetto all’arresto della Cassazione a sezioni semplici del 2017.

Il più tradizionale orientamento giurisprudenziale, inaugurato nel 1990 (Sezioni Unite n. 11490 del 1990) e rimasto immutato per oltre un trentennio, assegnava all’assegno divorzile una natura esclusivamente assistenziale dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“.

Il revirement in materia sostenuto dalla Cassazione del 2017 (sentenza n. 11504 del 2017) aveva tuttavia segnato un arresto significativo, avendo individuato come parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante – non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio – quanto piuttosto la “non autosufficienza economica” dello stesso, rilevando che solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte dell’art. 5 comma 6 Legge sul divorzio.

Le Sezioni Unite del 2018 sopra richiamate hanno infine sottoposto a una revisione critica entrambi gli orientamenti interpretativi. Da un lato, infatti, è stato evidenziato che il tradizionale criterio attributivo dell’assegno fondato sulla valutazione del tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, prestava il fianco alla formazione di una indebita rendita di posizione a vantaggio del coniuge economicamente più debole per il sol fatto del precedente legame matrimoniale e nonostante la cessazione dello stesso.

Dall’altro lato, la diversa e più recente interpretazione del 2017, che nel valorizzare in assoluto il principio di autoresponsabilità di ciascuno dei coniugi attribuiva pressoché esclusivo rilievo alla astratta condizione patrimoniale soggettiva del richiedente, scontava uno scollegamento radicale da una relazione matrimoniale che pure vi era stata tra i coniugi e che sempre si compone di scelte di vita che in molti casi erano state il frutto di decisioni comuni e dalle quali potevano anche essere maturate poi condizioni oggettive di disparità economica.

La disparità economica misurabile ex se attraverso indici oggettivi non poteva considerarsi un indice realmente rappresentativo di realtà invero molto complesse ove, ad esempio, il maggior contributo economico offerto da uno dei due coniugi era stato reso possibile (anche) grazie al diverso e non quantificabile apporto dato dall’altro coniuge nella quotidiana gestione delle esigenze della famiglia e della crescita della prole.

Ed allora proprio sulla scorta di queste criticità le Sezioni Unite hanno inteso riassegnare all’assegno divorzile le funzioni sue proprie, ovvero quella assistenziale (in caso di assenza di reddito e di mezzi in capo al coniuge richiedente), quella compensativa (correlata al contributo dato dal richiedente alla formazione del “capitale invisibile” della famiglia, costituito dalle capacità professionali e di reddito che uno dei coniugi abbia conseguito in costanza di matrimonio anche grazie all’apporto fornito ed ai sacrifici sopportati dall’altro, tenuto conto della durata del matrimonio), quella perequativa (quale ristoro dei sacrifici e delle rinunce condivise cui il coniuge richiedente è andato irreversibilmente incontro, anche tenuto conto dell’età), e, infine, quella risarcitoria (qualora sia da individuare nel coniuge economicamente “forte” la parte cui è da ascrivere la responsabilità della definitiva crisi coniugale).

In tutti i casi concreti, dunque, si impone la necessità di una valutazione equiordinata degli indicatori dell’art. 5 L. div. (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla vita familiare, reddito delle parti, durata del matrimonio, età del richiedente) così assegnando all’emolumento una funzione riequilibrante dell’apporto dato dal coniuge richiedente al menage familiare condotto in costanza di matrimonio, in omaggio alla permanenza di un minimum di solidarietà post coniugale che nulla comunque toglie alla indiscutibile non ultrattività del vincolo stesso.

Affermano le Sezioni Unite che il rilievo dato alle scelte familiari ha “l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente“. Deve cioè essere in ogni caso accertato, con l’assolvimento di un onere probatorio “rigoroso” in capo al coniuge richiedente che la disparità reddituale abbia proprio quella specifica radice causale, ossia che “derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge“.

Ne consegue, pertanto, che in mancanza di tale legame causale, la eventuale disparità economica tra i due coniugi non legittima – per ciò sola – l’ottenimento dell’assegno divorzile a beneficio del coniuge “debole”.

In applicazione dei criteri interpretativi appena illustrati, questo Collegio ritiene che nel caso di specie non sussistano i presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile a favore della convenuta, la quale a ben vedere non ha assolto al proprio onere probatorio circa le condizioni che ne avrebbero legittimato la corresponsione, limitandosi a fondare la propria pretesa unicamente sul dato della disparità reddituale.

Giova a questo punto soffermarsi sulla complessiva situazione patrimoniale delle parti in causa, così come risultante dalle rispettive allegazioni presentate.

1.1.La situazione economica del ricorrente, sig. o X

Il sig. X svolge la professione di Professore universitario presso l’Università di Bologna con contratto a tempo determinato. Oltre all’attività accademica, parte attrice ha svolto diversi incarichi nel settore bancario, ricoprendo anche alcune qualifiche dirigenziali come Presidente di collegio sindacale o sindaco effettivo di alcuni istituti di credito.

Negli ultimi anni, infine, il sig. X aveva ricoperto incarichi giudiziari in seno a procedure concorsuali o quale consulente tecnico d’ufficio nominato in alcune procedure dal Tribunale di Bologna, che gli avevano consentito in quel periodo un ulteriore aumento della propria capacità reddituale.

Dalle ultime dichiarazioni dei redditi presentate dall’attore, infatti, egli risulta percepire un reddito netto mensile di € 10.589,00 (cfr. dich. Redditi del 2019 relativa ad anno 2018) anche più alto negli anni passati (cfr. dich. Redditi 2018, 2017, 2016, depositate in seguito al ricorso introduttivo), grazie appunto anche agli incarichi sopradetti come consulente nelle procedure concorsuali.

Dal punto di vista abitativo, il ricorrente abita in una casa in locazione, pagando un canone mensile di € 1.390,00.

Egli è inoltre comproprietario al 50% insieme con la convenuta di una villa sita in Portogallo (Algarve) e di una multiproprietà a Parigi.

Ha la nuda proprietà di un immobile sito a Sirmione, di cui mantiene tuttavia il pieno usufrutto la sig.ra Y.

1.2.La situazione economica della convenuta, sig.ra Y

La situazione patrimoniale della convenuta, così come emersa dalla documentazione fornita, presenta alcune peculiarità di cui si deve dare conto in questa sede.

In primo luogo è circostanza pacifica che la sig.ra Y, che nei primi anni di matrimonio lavorava come dipendente del Banco di Sicilia, nel 1994 all’età di 34 anni aveva deciso di usufruire della Legge Amato che le consentiva di andare in pensione anticipata. Da quel momento in poi, quindi, la stessa aveva cominciato a percepire (e tuttora percepisce) la pensione, che attualmente le garantisce un reddito netto mensile pari a € 1.278 (cfr. dich. Redditi 2019: reddito da pensione € 16.624 diviso per 13 mensilità, € 1.278).

È altresì pacifico che la sig.ra Y dal momento in cui ha lasciato il proprio lavoro si è dedicata attivamente alla professione di pittrice, guadagnandosi nel corso degli anni una discreta fama nel settore, anche grazie alla frequentazione di numerosi corsi di alta specializzazione che le hanno consentito nel tempo di strutturare in modo professionalizzante la propria attività, anche attraverso l’organizzazione di diverse mostre nelle quali esibiva le proprie opere.

Tali circostanze, invero minimizzate dalla sig.ra Y la quale nei propri atti descrive la sua attività di pittrice quale semplice “hobby” sempre svolto a titolo del tutto gratuito, sono state adeguatamente provate dal ricorrente, attraverso la produzione di numerosa documentazione, peraltro non contestata dalla convenuta (cfr. docc.nn. 24-44 allegati a memoria di replica 183 di parte attrice). Vi è poi un dato da considerare. Nelle dichiarazioni dei redditi presentate, la convenuta ha attestato che il proprio reddito è composto unicamente dall’importo percepito a titolo di pensione, oltre alla somma annuale pari a € 57.000 corrispondente a quanto invece versato dal sig. X a titolo di contributo al suo mantenimento, per un importo mensile netto di € 4.750,00, concordato in sede di separazione e confermato provvisoriamente in sede di ordinanza presidenziale nell’ambito del presente procedimento.

La convenuta afferma, infatti, di poter attingere solo a tali somme, svolgendo invece il lavoro di pittrice sempre e solo a titolo gratuito.

Quest’ultima circostanza è stata tuttavia radicalmente contestata dal ricorrente che, attestando che, al contrario, la sig.ra Y nel proprio sito web in cui espone il catalogo delle proprie opere specifica espressamente che “tutte le opere sono in vendita“, adombra il fatto che le dichiarazioni reddituali della stessa non corrispondano a piena veridicità (cfr. doc. 44 allegato a comparsa conclusionale di parte attrice).

Deve, in effetti, evidenziarsi che quantomeno le dichiarazioni della convenuta in merito alla esclusiva gratuità della propria attività di artista, appare difficilmente conciliabile con la comprovata commercializzazione delle proprie opere.

Allo stesso tempo, la sua più che ventennale partecipazione attiva a scuole di alta specializzazione, a esibizioni e a mostre, alcune delle quali da lei stessa organizzate, così come la intensa produzione artistica che le ha consentito di crearsi una discreta fama soprattutto locale nel settore artistico, poco si adatta al radicale ridimensionamento di tale attività sostenuto dalla sig.ra Y, che ad essa si riferisce come di un “semplice hobby” e al contrario evoca l’idea che effettivamente la convenuta abbia nel corso degli anni attribuito alla propria vocazione artistica una dimensione strutturata e concretamente professionale.

Con riferimento poi alla situazione economica complessivamente intesa, la sig.ra Y risulta risiedere nella casa coniugale di cui ha la piena proprietà e per la quale pertanto non è gravata da alcun onere abitativo.

A ciò si aggiunga che la stessa è comproprietaria, insieme con il marito, dell’immobile sito ad Algarve in Portogallo, così come della multiproprietà a Parigi.

Ha inoltre il pieno usufrutto dell’immobile ad uso abitativo situato a Sirmione.

* * *

Ciò posto, la convenuta fonda la propria richiesta di assegno divorzile sul duplice presupposto della obiettiva disparità reddituale rispetto al coniuge e, sul versante più propriamente compensativo, sulla considerazione che la sua scelta di andare in pensione in così giovane età – percependo quindi un importo molto basso e rinunciando al contempo alla crescita professionale ed economica di cui sicuramente avrebbe goduto – era stata assunta con l’unico scopo di assicurare ai propri figli e alla propria famiglia una presenza costante e quotidiana, che aveva peraltro consentito al coniuge di affermarsi brillantemente nel proprio percorso professionale.

Le affermazioni della convenuta, tuttavia, non sono state confortate adeguatamente da riscontri probatori. Né a tale scopo erano rivolte le richieste istruttorie rigettate dal giudice istruttore, che erano risultate in gran parte esplorative e tese più che altro a rafforzare il solo dato della disparità patrimoniale con il coniuge.

Valgono infatti le seguenti considerazioni.

Non vi è dubbio sul fatto che, stando almeno alle dichiarazioni dei redditi presentate, vi sia un obiettiva disparità reddituale tra le parti a vantaggio del ricorrente.

Tale dato, tuttavia, come già detto, non è di per sé sufficiente a fondare il riconoscimento di un assegno divorzile, di cui nel caso concreto non si possono ravvisare le componenti descritte dalle Sezioni Unite del 2018 sopramenzionate.

Non si ravvisa la componente compensativa. La generica affermazione della convenuta circa la scelta di lasciare il lavoro a 34 anni per occuparsi della famiglia non solo non è stata sostenuta dal benché minimo riscontro ma anzi è stata confutata dal ricorrente, che ha al contrario fornito diversi elementi a sostegno della opposta tesi secondo cui tale scelta era stata al tempo fatta per consentire alla Y di re-investire il proprio tempo in un’altra occupazione, ossia quella di pittrice, cosa che in effetti è avvenuto.

A sostegno di ciò vi è peraltro la contiguità temporale tra la decisione di lasciare il lavoro e di percepire la pensione spettante e lo stabile e duraturo impegno nel mondo dell’arte, che ha visto la sig.ra Y impiegare per quasi 30 anni le proprie capacità.

In definitiva, ad essere carente è proprio l’ineludibile legame causale diretto e specifico tra la scelta della convenuta di rinunciare da giovane al proprio lavoro – con conseguente sacrificio delle connesse aspettative di crescita reddituale – e l’assunzione di un ruolo endo-familiare dominante, risultando al contrario ben più provato il collegamento tra la fine della propria occupazione lavorativa come dipendente di banca e l’inizio di un altro percorso professionale, in ambito artistico.

Non si ravvisa neppure la componente assistenziale, posto che la situazione patrimoniale presentata dalla convenuta non solo sconta qualche dubbio di veridicità circa l’asserita inesistenza di guadagni derivanti dalla attività artistica ma, quand’anche così fosse, non rappresenta in ogni caso una situazione di non autosufficienza economica.

Si evidenzia, infatti, che la sig.ra Y, oltre ad essere piena proprietaria dell’immobile di pregio dove vive e a percepire una pensione di circa € 1.280 al mese per tredici mensilità, gode altresì di altre potenzialità economiche che le derivano direttamente da alcune delle proprietà immobiliari. In primo luogo la stessa vanta il pieno usufrutto dell’immobile situato a Sirmione, come tale avente un’alta potenzialità di messa a reddito.

In secondo luogo, anche le comproprietà possedute al 50% con il sig. X, in primis la villa nella località di Algarve, ben possono considerarsi come facenti parte delle astratte potenzialità reddituali della convenuta.

Sul punto è priva di pregio la circostanza dedotta dalla sig.ra Y circa l’impossibilità di vendere la propria quota al coniuge, posto che tale problematica – peraltro accennata in termini del tutto generici – potrebbe essere superata attraverso l’instaurazione di una procedura di divisione – se del caso – anche giudiziale.

Da ultimo, non si ravvisa neppure la componente risarcitoria dell’assegno, tanto più che nessun profilo di addebito era stato ravvisato in sede di separazione (definita consensualmente) e che le accuse di violenze fisiche e psicologiche asseritamente subite dalla convenuta sono invero state espresse in termini oltremodo generici, senza aver trovato conforto in allegazioni specifiche e solide.

In conclusione, facendo applicazione dei principi espressi dalle Sezioni Unite del 2018, questo Collegio ritiene che i profili di disparità della situazione reddituale delle parti, che vedono in una posizione deteriore la sig.ra Y, non presentano tuttavia alcuna relazione causale con un ruolo endofamiliare dalla stessa assunto negli anni del matrimonio e tale da aver comportato alla stessa un sacrificio professionale.

Pertanto in mancanza anche delle altre componenti, deve essere rigettata la richiesta di corresponsione dell’assegno divorzile avanzata dalla convenuta.

2. Le spese di lite.

Le spese di lite seguono il principio della soccombenza e dovranno pertanto essere poste integralmente a carico della convenuta, liquidandosi come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando così dispone:

preso atto della già intervenuta pronunzia di cessazione degli effetti civili del matrimonio tra X o (nato a Bologna il 5.3.1957) e Y (nata a Messina il 26.11.1958) celebrato a Bologna il 24.6.1979, con sentenza parziale n. 2221/2018 pubblicata il 25.07.2018, ogni altra istanza – anche istruttoria – ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1. RIGETTA la domanda di assegno divorzile avanzata dalla convenuta, con decorrenza dal passaggio in giudicato della sentenza parziale di cessazione del vincolo matrimoniale;

2. CONDANNA la convenuta soccombente Y al pagamento delle spese di lite sostenute da X o, che si liquidano in € 7.254,00 (oltre accessori come per legge).

Così deciso in Bologna, alla Camera di Consiglio della Sezione Prima civile in data 5 maggio 2020.

IL PRESIDENTE EST.

dott. Bruno Perla

La sentenza è stata redatta in collaborazione con il M.O.T. dott.ssa Giulia Ferratini.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2020.

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