AFFIDO FIGLI BOLOGNA –COME ? QUANDO ? AVVOCATO ESPERTO

L’affido minori è una delle questioni più delicate in corso di separazione e/o divorzio. 

Spesso l’affidamento dei figli è causa di gravi contrasti che conducono, nei casi più gravi e complessi, a gesti estremi.

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

AFFIDO FIGLI BOLOGNA –COME ? QUANDO ? AVVOCATO ESPERTO

L’affido minori è una delle questioni più delicate in corso di separazione e/o divorzio. 

Spesso l’affidamento dei figli è causa di gravi contrasti che conducono, nei casi più gravi e complessi, a gesti estremi.

AFFIDO FIGLI BOLOGNA –COME ? QUANDO ? AVVOCATO ESPERTO

L’affido minori è una delle questioni più delicate in corso di separazione e/o divorzio. 

Spesso l’affidamento dei figli è causa di gravi contrasti che conducono, nei casi più gravi e complessi, a gesti estremi.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI, SCRIVIMI TI RISPONDERO' O CONTATTAMI 051 6447838
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Nel 2006 è entrata in vigore in Italia la Legge 54 che ha introdotto l’affidamento condiviso. L’affidamento condiviso è volta a salvaguardare il diritto di ogni bambino a mantenere rapporti costanti con entrambi i genitori.

La presenza di figli avuti durante il matrimonio diventerà un punto focale su cui discutere. Il loro benessere, il diritto di avere un rapporto paritario con entrambi i genitori e il loro mantenimento sono diritti sanciti dalle Leggi italiane.

Nel caso di figli maggiorenni – ma non ancora economicamente autosufficienti – la coppia avrà, comunque, il compito di procedere al sostentamento.

La separazione, consensuale e non, è un momento di “pausa” del matrimonio, durante il quale i coniugi possono chiarirsi le idee sulla propria vita futura.

Infatti, la separazione giudiziale con figli minorenni o maggiorenni può evolvere in una riconciliazione tra le parti (in questo caso si interrompe la separazione) o dirigersi verso l’apertura di una pratica di divorzio (in questo caso, si porrà fine in maniera definitiva al matrimonio).

 

Difatti questa legge, oltre al recepire il principio giuridico di alta civiltà del “diritto alla bigenitorialità” (Regolamento CE n.2210/2003), enfatizzando la parificazione delle responsabilità genitoriali, contrappone alla cultura del conflitto quella della mediazione, e realizza il diritto-dovere costituzionale (art. 30 Cost. – art. 147 c.c.) di mantenere, istruire ed educare i figli.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Ordinanza 28 febbraio 2020, n. 5604 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente – Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere – Dott. ACIERNO Maria – Consigliere – Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere – Dott. SCALIA Laura – Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso 29424/2018 proposto da: P.M., elettivamente domiciliato in Roma, Via Ludovisi n. 35, presso lo studio dell’avvocato Lauro Massimo, rappresenta e difende unitamente all’avvocato Piazza Carlo, giusta procura in calce al ricorso; – ricorrente – contro Pa.Mi., elettivamente domiciliata in Roma, Via A. Ammannato n. 19, presso lo studio dell’avvocato Attenni Celeste, che la rappresenta e difende, giusta procura in calce alla memoria con comparsa di costituzione di nuovo difensore; – controricorrente – avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il 07/03/2018; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 29/11/2019 dal cons. VALITUTTI ANTONIO. Svolgimento del processo 1. Con decreto depositato in data 1:3 dicembre 2016, il Tribunale di Roma rigettava la domanda di affidamento condiviso del minore P.T.J. – nato dalla relazione more uxorio tra P.M. e Pa.Mi. ed affidato al Comune di Roma, con decreto della Corte d’appello di Roma dell’11 ottobre 2013 -, avanzata dal padre, confermava la sospensione dell’a responsabilità genitoriale, disposta dal Tribunale per i minorenni di Roma con decreto del 6 maggio 2016, e determinava in Euro 650,00 il contributo mensile dovuto dal P. per il mantenimento del minore, ponendo le spese straordinarie a carico di entrambi i genitori al 50%. 2. La Corte d’appello di Roma, con decreto n. 584/2018, depositato il 7 marzo 2018, rigettava il reclamo principale proposto da Pa.Mi., diretto ad ottenere un incremento dell’assegno di mantenimento, nonchè il reclamo incidentale proposto da P.M., con il quale il medesimo richiedeva l’affido condiviso del minore ed una diminuzione – nel caso fosse stata mantenuta la situazione attuale di affidamento al Comune di Roma – dell’assegno di mantenimento a suo carico. Il giudice del gravame riteneva che l’elevata conflittualità – non attenuatasi nel tempo – tra i due genitori escludesse in radice la possibilità di un affido condiviso del minore e che, quanto agli aspetti economici, fosse corretta la determinazione dell’assegno di mantenimento in Euro 650,00 mensili, stabilita dal Tribunale di Roma.

 

 

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La Corte – accertato l’inadempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno – disponeva inoltre, ai sensi dell’art. 156 c.c., che il datore di lavoro del P. provvedesse a versare direttamente alla Pa. il contributo per il mantenimento del figlio. 3. Per la cassazione di tale sentenza ha proposto, quindi, ricorso P.M. nei confronti di Pa.Mi., affidato a due motivi. La resistente ha replicato con controricorso e con memoria ex art. 380 bis. 1. c.p.c. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo di ricorso, P.M. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 147, 148, 316 bis e 337 ter c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. 1.1. Lamenta il ricorrente che la Corte d’appello abbia ritenuto di confermare – peraltro con motivazione apparente, e senza esaminare alcuni fatti decisivi per il giudizio – la quantificazione dell’assegno, a favore del figlio, in Euro 650,00 operata dal Tribunale, senza tenere conto dell’effettiva situazione patrimoniale di entrambi i genitori ed, in particolare, senza compiere le indagini patrimoniali, richieste dall’I/ istante, sulla situazione reddituale della madre, titolare di beni immobili dai quali percepirebbe cospicue rendite. La Corte avrebbe, poi, confermato la misura dell’assegno, sebbene avesse accertato che la Pa. non si era attivata per trovare un’attività lavorativa, pur avendone le capacità ed essendo ancora giovane di età. 1.2. Anche il provvedimento ex art. 156 c.c., disposto nei confronti del datore di lavoro di P.M. sarebbe, pertanto, “illegittimo e gravatorio”, non essendosi il medesimo reso totalmente inadempiente, ma avendo operato soltanto una riduzione dell’assegno, da Euro 650,00 ad Euro 400,00, per cinque mesi, per la “difficile e grave situazione economica in cui il ricorrente versava e in cui si trova tutt’ora”. 1.3. Il motivo è inammissibile. 1.3.1. Va osservato che, nel quantificare l’ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento del figlio minore, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto (Cass., 01/03/2018, n. 4811; Cass. civ., Sez. I, Sent., (data ud. 19/03/2013) 10/07/2013, n. 17089). 1.3.2. A siffatti principi si è attenuto il giudice di appello, nel caso di specie, avendo la Corte confermato la misura dell’assegno stabilita dal Tribunale sulla base dell’esame del reddito di entrambi i genitori e delle esigenze del minore. La Corte ha, invero, accertato, in fatto, che il reddito del P. aveva avuto un leggero incremento, laddove quello della Pa. era rimasto pressochè alterato; il che avrebbe dovuto indurre al ripristino dell’assegno di Euro 1.000,00, fissato dal Tribunale per i minorenni di Milano – in un primo procedimento – con decreto del 20 dicembre 2012. E tuttavia, la Corte ha escluso tale aumento dell’assegno – richiesto dalla Pa. nel giudizio di gravame – in considerazione: a) della circostanza sopravvenuta costituita dalla riduzione della spesa per l’asilo nido, pari ad Euro 465,00 mensili; b) dei costi cui va incontro il P., per effetto dell’intervenuto trasferimento del minore a Roma; c) del fatto che “non sono state documentate particolari esigenze del minore che richiedano esborsi superiori a quelli normalmente apprezzabile per bambini della sua età”; d) dell’ulteriore circostanza sopravvenuta, costituita dalla colpevole inoccupazione della Pa., ovverosia dalla sua inerzia nel reperire un’attività lavorativa, certamente non più giustificabile a distanza di anni dal suo trasferimento da Milano – ove la medesima svolgeva un’attività lavorativa – a Roma. La considerazione degli elementi suesposti ha, pertanto, indotto la Corte territoriale a confermare motivatamente l’importo dell’assegn0 fissato, in primo grado, nella somma di Euro 650,00. Il denunciato difetto assoluto di motivazione non può, pertanto, ritenersi sussistente. 1.3.3. Nè rileva, al riguardo, neppure il mancato accoglimento dell’istanza di indagini patrimoniali, avanzata dall’odierno ricorrente, non potendo revocarsi in dubbio che tali indagini – stante il tenore della norma di cui all’art. 337 ter c.c., secondo cui esse sono disposte “ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate – sono rimesse alla valutazione discrezionale del giudice di merito, all’esito dell’esame delle risultanze probatorie acquisite agli atti (Cass., 21/05/2002, n. 7435, con riferimento all’analoga disposizione di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 9). Nella specie, la Corte territoriale ha adeguatamente motivato in ordine alla mancata disposizione di tali indagini, “attesa la finalità esclusivamente esplorativa non avendo il resistente offerto alcun concreto elemento neanche in forma d, mera allegazione argomentativa in ordine all’esistenza di eventuali fonti occulte di reddito della reclamante”. E tale statuizione non è stata neppure specificamente impugnata dal ricorrente. 1.3.4. A fronte delle suesposte, motivate, conclusioni della Corte d’appello la censura si risolve, sostanzialmente, in una richiesta di rivisitazione del merito della vicenda processuale, certamente inammissibile in questa sede. Con il ricorso per cassazione – anche se proposto con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la parte non può, invero, rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito, poichè la revisione degli accertamenti di fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità (Cass. civ., Sez. VI – 5, Ord., (data ud. 16/11/2017) 07/12/2017, n. 29404; Cass., 04/08/2017, n. 19547; Cass., 02/08/2016, n. 16056). 1.3.5. Per quanto concerne, infine, l’ordine impartito al datore di lavoro del P., di pagare direttamente l’assegno di mantenimento per il figlio minore alla Pa., va osservato che l’art. 156 c.c., comma 6, nell’attribuire al giudice, in caso d’inadempimento dell’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento, il potere di ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto, postula una valutazione di opportunità che implica esclusivamente un apprezzamento in ordine all’idoneità del comportamento dell’obbligato a suscitare dubbi circa l’esattezza e la regolarità del futuro adempimento e, quindi, a frustrare le finalità proprie dell’assegno di mantenimento. La relativa valutazione resta affidata in via esclusiva al giudice di merito e, se adeguatamente motivata, non è sindacabile in sede di legittimità (Cass., 19/05/2011, n. 11062; Cass., 06/11/2006, n. 23668). Nel caso concreto, il decreto impugnato ha congruamente motivato l’emissione del provvedimento, ancorandola al presupposto normativo dell’inadempimento, sia pure parziale, ammesso dallo stesso obbligato, nel giudizio di appello ed anche nel presente giudizio di legittimità (ricorso, p. 22). Sicchè la relativa statuizione non può essere riesaminata in questa sede. 1.4. Per le ragioni esposte, il mezzo va, pertanto, disatteso. 2. Con il secondo motivo di ricorso, P.M. denuncia la violazione e falsa applicazione degli art. 337 ter c.c., e art. 8 della CEDU, nonchè il vizio di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. 2.1. Si duole il ricorrente del fatto che la Corte d’appello non abbia tenuto conto del fatto che il conflitto tra i genitori era stato determinato dal trasferimento della madre da Milano – dove viveva con il compagno – a Roma, con la conseguenza di creare, per il piccolo T. due ambiti affettivi, senza possibilità di un pieno esercizio della bigenitorialità, garantita al minore dall’art. 337 ter c.c., comma 1. Con le conseguenza che tutte le scelte di vita del minore sarebbero state demandate alla sola madre, senza che il padre possa influire, in concreto, sulle stesse, laddove a tale esigenza potrebbe ovviare un affidamento condiviso, con collocazione del minore presso il genitore ritenuto più idoneo. 2.2. Il provvedimento impugnato sarebbe, poi, del tutto privo di motivazione, non avendo il giudice del gravame ritenuto neppure di ammettere la chiesta c.t.u. psicologica sui genitori e sul minore,,ecl al fine di monitorare le “condotte materne dirette a marginalizzare la figura genitoriale del padre. 2.3. La censura è inammissibile. 2.3.1. La mera conflittualità riscontrata tra i genitori non coniugati, che vivono separati, non preclude – in via di principio – il ricorso al regime preferenziale dell’affidamento condiviso dei figli ove si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole, mentre può assumere connotati ostativi alla relativa applicazione, ove si traduca in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psico-fisico dei figli, e, dunque, tali da pregiudicare il loro interesse (Cass., 06/03/2019, n. 6535; Cass. civ., Sez. I, Sent., (data ud. 23/02/2012) 29/03/2012, n. 5108). 2.3.2. Nel caso concreto, la Corte d’appello ha reso sul punto un’ampia e logica motivazione dalla quale è emerso, quanto alla capacità genitoriale della coppia P.- Pa., un quadro assolutamente desolante, essendosi rivelati entrambi – per la loro palese immaturità – “incapaci di elaborare il lutto del fallimento del progetto di coppia per rapportarsi responsabilmente alla genitorialità” (p. 5), nonchè di avere un minimo dialogo nell’interesse superiore del minore, ossia di concordare alcunchè “senza il ricorso ad avvocati ed autorità giudiziaria”. La totale conflittualità esistente tra li genitori – posta in luce dalle relazioni dei Servizi sociali del Comune di Roma – il tentativo di ciascuno di essi di delegittimare la figura dell’altro, il rifiuto persistente di sottoporsi ad un percorso di mediazione, la sofferenza ingenerata nel minore, che non sa cosa fare e la cui aspirazione sarebbe che “la mamma ed il papà facessero pace”, hanno motivatamente indotto la Corte a confermare l’affidamento disposto dalla Corte d’appello di Roma con provvedimento dell’11 ottobre 2013 – del minore al Comune della capitale, con la nomina del Sindaco pro tempore quale tutore provvisorio del piccolo T.. A quest’ultimo è stato, altresì, offerto un supporto psicologico di sostegno, nell’attesa che la situazione dei genitori venga ulteriormente monitorata, ai fini di stabilirne l’effettiva adeguatezza in concreto, allo stato del tutto esclusa dal giudice di merito. 2.3.3. A fronte di tali motivate conclusioni, la doglianza si concreta, per contro, in un tentativo di rivisitazione del merito, certamente inammissibile in questa sede. 2.3.4. E neppure la Corte era affatto obbligata a disporre – come sembra adombrare il ricorrente – avendo agli atti le relazioni dei Servizi sociali, dalle quali ha tratto adeguati elementi di valutazione circa la situazione del minore e dei genitori, la consulenza tecnica psicologica richiesta dal P., rientrando la nomina di un consulente tecnico nella valutazione discrezionale del giudice di merito (Cass. civ., Sez. lavoro, Sent., (data ud. 08/01/2015) 02/03/2015, n. 4185; Cass., 05/07/2007, n. 15219). 2.3.5. Quanto al mutamento di residenza della madre – che non è affidataria, bensì mera collocataria del minore – tale circostanza non fa perdere alla stessa nè il diritto all’affidamento, ove esistente, nè la qualità di collocataria del minore, dovendo il giudice esclusivamente valutare se sia più funzionale all’interesse della prole il collocamento presso l’uno o l’altro dei genitori, per quanto ciò ineluttabilmente incida in negativo sulla quotidianità dei rapporti con il genitore non affidatario (Cass., 14/09/2016, n. 18087; Cass. civ., Sez. I, Sent., (data ud. 03/02/2015) 12/05/2015, n. 9633). Peraltro, la censura è altresì del tutto generica sul punto, non avendo l’istante allegato concreti elementi in ipotesi dedotti nel giudizio di merito – dai quali possa dedursi un’effettiva situazione di disagio del minore per effetto del trasferimento da Milano a Roma. 2.4. Il motivo, poichè inammissibile, va, pertanto disatteso. 3. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente, in favore della controricorrente, alle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge, con attribuzione ai difensore dichiaratosi antistatario. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, che in caso di diffusione della presente ordinanza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti. Così deciso in Roma, il 29 novembre 2019. Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2020

Capo della decisione sulla mancata statuizione del diritto all’assegno divorzile pag. 6 e 7, in particolare «..Ritiene il Collegio di aderire alla recente Giurisprudenza della Corte di Cassazione (sez. I 10.5.2017) che modificando il precedente orientamento ha affermato i seguenti principi di diritto: Il Giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970 art. 5, comma 6, come sostituito dalla l. n. 74 del 1987 art.10 , nel rispetto del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse … A) deve verificare nella fase dell’an debeatur … (si richiamano tutte le espressioni letterali di cui da pag. 6 a 7 e cioè “..fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge..”); B) deve tener conto nella fase dell’an debeatur – informata al principio della solidarietà economica “dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro quale persona economicamente debole (art.2 e 23 cost.) il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed al quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase conclusasi con il riconoscimento del diritto … -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (…) … a seguire sino all’espressione letterale “..canoni di distribuzione dell’onere della prova ( ar.2697c.c.)”..»;

e ancora : capo della sentenza pag. 7 attestante «..Ai fini della verifica della esistenza in astratto (an debeatur) la previsione normativa (“..non ha mezzi adeguati..”)deve essere interpretata non con riferimento al parametro del “..tenore di vita” ma a quello della “indipendenza/autosufficienza economica”.»;

sempre sul III capoverso: «..Considerato che è a carico dell’ex coniuge che fa valere il diritto all’assegno di divorzio l’onere della prova della “non indipendenza”..»;

-cpv III ed in particolare i seguenti punti della parte motiva (in diritto) : «..è a carico dell’ex coniuge, che fa valere il diritto all’assegno di divorzio, l’onere della prova della non indipendenza economica e tenuto conto della valutazione degli “indici” indicati dalla Suprema Corte quali elementi per accertare la sussistenza economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio, si ritiene che la Sig.ra XX non abbia assolto l’onere di provare la sua non indipendenza economica.»;

Cpv IIIed ancora la decisione sul punto : «..Risulta infatti che la ricorrente lavora ormai in modo continuativo pur se l’attività lavorativa viene prestata presso società spesso diverse. Sulla base di tali elementi (possesso di redditi, capacità e possibilità effettiva di lavoro personale) si deve affermare la sussistenza della “indipendenza economica dell’ex coniuge”. Punto della decisione viziato in fatto e in diritto come da motivi di appello infra svolti.».

2) Il capo della decisione di i^ grado relativo alla modifica e nuova determinazione del contributo al mantenimento dei figli minori come indicato a pag.7e 8 : capoverso IV : “Erra il Tribunale di Ferrara per aver ritenuto sussistenti i presupposti giustificati della variazione del reddito del padre onerato nel punto in cui afferma: «Non può escludersi che la dismissione della quota non sia stato un atto necessitato, visto che dalla CTU risulta che i minori frequentano abitualmente i nonni paterni, e che i rapporti tra questi ed il ricorrente sarebbero “buoni”, come dichiarato alla ctu da parte della nuova compagna del YY.”. Errore di fatto ed in diritto.»; ed ancora il punto del IV capoverso: «..Dalle indagini eseguite dalla GDF risulta comunque confermato che il Sig. YY svolge un’attività di soccorso stradale e che non possiede altre fonti di sostentamento; dalla dichiarazione relativa all’anno 2015 risulta che egli ha percepito circa 7.000,00 a fronte dei 14.000,00 dell’anno 2014..».

3) Capoverso v sul quantum del mantenimento dei figli come modificato: «Considerato che attualmente il sig. YY versa 300 euro al mese oltre al 50% delle spese straordinarie, che il reddito da impresa non è certamente diminuito e che la frequentazione dei nonni paterni da parte dei figli ha un’evidente incidenza economica a sollievo del padre, si reputa equo porre a carico un contributo al mantenimento dei figli di € 400,00 mensili (200 + 200), da aggiornare annualmente secondo gli indici del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati elaborati dall’ÌSTAT. ..».

4) Capoverso VIII sulla mancata pronucia in merito alla domanda ex art.709 ter per errata e contraddittoria motivazione sulla base delle risultanze della gdf quale presupposto di giustificazione del comportamento processuale del genitore onerato : «Sulla domanda ex art. 709 ter cpc si osserva che già nel corso del giudizio erano emersi dubbi (mere dichiarazioni in udienza del YY NDR) di far fronte agli obblighi assunti disposti in sede presidenziale, dubbi che hanno trovato conferma negli esiti delle indagini patrimoniali.». “Errore in fatto e in diritto come di seguito impugnato nel motivo n. 1 e 3”.

5) Capo della decisione indicato al capoverso IX in merito alla condanna parziale delle spese di ctu anche a carico della convenuta XX per mancata considerazione dell’esito sfavorevole al YY della suddetta ctu chiesta dal YY nella fase cautelare ex art.700 e confermata nel giudizio di merito del divorzio. A pag. 9 con le seguenti espressioni: «Le spese di CTU sono quindi definitivamente liquidate in € 818,26 a carico della sig.ra XX ed € 409,13 a carico dell’Erario, atteso che la quota che in astratto graverebbe sul YY (pari a quella della resistente) è soggetta a dimidiazione del 50%.».

6) Capo della decisione afferente le spese di giudizio ingiustamente compensate per errata pronuncia della soccombenza della XX alla domanda dell’assegno divorzile con le seguenti espressioni pag.9: «In considerazione della natura e degli esiti della controversia … si reputa equo disporre l’integrale compensazione delle spese di lite.». ...

8.2 L’appellante formulava i seguenti motivi di appello.

8.3 In primo luogo, l’appellante lamentava erronea, contradditoria e carente motivazione della sentenza impugnata in ordine alla configurabilità dei presupposti per la concessione dell’assegno divorzile di cui alla legge n. 898/1970 ed in particolare:

  1. A) per omesso esame delle reali condizioni economiche della resistente rispetto alla vita matrimoniale condotta in costanza di convivenza e degli anni della separazione;
  2. B) per omesso esame della sussistenza nel caso di specie dei presupposti per l’attribuzione alla moglie dell’assegno divorzile: era mancato, l’esame della funzione assistenziale/perequativa/compensativa dell’assegno divorzile alla luce dei presupposti stabiliti dalla Suprema Corte a sezioni unite 11.07.2018.

Il giudice di prime cure nella decisione impugnata aveva completamente omesso di valutare e di utilizzare i quattro indici sintomatici dell’indipendenza economica come specificati dalla stessa Suprema Corte e cioè: 1) il possesso di redditi, 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, 3) la capacità e possibilità effettiva di lavoro, 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Nel capo della sentenza impugnata, infatti, il Giudice di prime cure riteneva XX autosufficiente economicamente soltanto sulla base della circostanza che la richiedente «..lavora ormai in modo continuativo..», senza considerare che la sua unica fonte di reddito consisteva in una retribuzione inferiore a 1.000,00 euro, con un contratto di lavoro a termine rinnovabile di volta in volta, con due figli minori a carico, cui dover prestare quotidiani compiti domestici e di cura, assenza di una abitazione di proprietà, la mancanza di qualsiasi cespite patrimoniale, le sue difficoltà, per età e capacità professionale, di reperire un’occupazione lavorativa stabile, impossibilità di poter progettare autonomamente il suo futuro.

Nello specifico:

  1. A) XX a differenza del marito, che viveva nella casa di proprietà della nonna deceduta, e cioè della sua famiglia d’origine, non possedeva redditi diversi da quello modesto, da lavoro dipendente, per circa 1.000,00 euro mensili, con contratto a termine che le veniva rinnovato di anno in anno; B) XX non possedeva cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari; C) Il reddito da lavoro dipendente era vincolato al rinnovo di anno in anno del relativo contratto e questa non era una stabilità economica sia per il modesto compenso sia perché legato al rinnovo contrattuale; D) XX, non aveva neppure una stabilità abitativa.

Il Tribunale aveva erroneamente accertato le capacità reddituali della XX, così come quelle del YY.

In particolare, quanto al YY, il Tribunale di Ferrara non aveva considerato, circa i redditi da nuova attività del YY, che le potenzialità economiche dello stesso erano ben superiori a quelle che emergevano dalle relazioni della Guardia di Finanza anno 2016.

Dunque, non si poteva affermare che la XX avesse raggiunto un‘indipendenza economica tale da consentirle di godere di mezzi adeguati, ragion per cui la decisione di primo grado doveva essere riformata, con riconoscimento del diritto all’assegno divorzile in applicazione dei criteri di valutazione forniti dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni unite n. 18287 del 2018.

Inoltre, anche a prescindere dalla mancanza di prova certa sull’effettiva indipendenza economica, l’autosufficienza economica non costituiva più elemento ostativo, ai fini della statuizione dell’assegno divorzile, alla stregua della nuova giurisprudenza della Suprema Corte. Invero, a circa un anno di distanza dalla c.d. “Sentenza Grilli”, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite aveva dichiarato che «..il parametro del tenore di vita goduto in costanza del matrimonio torna ad essere un criterio su cui quantificare l’assegno divorzile..», poiché a quest’ ultimo doveva attribuirsi una funzione assistenziale, compensativa e perequativa (Cass. Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018).

Alla luce del nuovo orientamento della Suprema Corte di Cassazione (luglio 2018) sussistevano, nel caso di specie, i presupposti dell’assegno di divorzio.

8.4 Come secondo motivo di appello la XX deduceva: erronea, contradditoria e carente motivazione della sentenza impugnata in ordine alla determinazione del contributo al mantenimento del padre verso i figli minori e/o carenza della prova quantum di mantenimento dei figli.

Dalla lettura della motivazione emergeva che il Tribunale aveva fissato la suddetta somma di mantenimento, tenendo in considerazione la dichiarazione dei redditi del YY anno 2016 e ritenendo che la frequentazione dei nonni paterni da parte dei figli avesse un’evidente incidenza economica a sollievo del padre.

Tuttavia, il contributo al mantenimento dei figli minori stabilito dal giudice di prime cure, non poteva ritenersi “equo” e/o “congruo”, perché la somma di euro 400,00 era stata determinata soltanto sulla base di un documento fiscale e di una circostanza, come quella della frequentazione dei nonni, che risultava essere del tutto astratta, aleatoria e priva di regolamentazione scritta in ordine alle suddette visite.

Il Tribunale aveva erroneamente accertato il reddito del YY sulla base della dichiarazione fiscale da lui prodotta, documento che non poteva essere utilizzato come unico parametro per la valutazione e determinazione del contributo al mantenimento dei figli minori.

In primo luogo, in quanto le dichiarazioni dei redditi avevano una funzione tipicamente fiscale, sicché, nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario, come quello relativo all’attribuzione o quantificazione dell’assegno di mantenimento, queste non avevano valore vincolante per il giudice che, nella sua valutazione discrezionale, poteva fondare il convincimento anche su altre risultanze probatorie (Cass. Civile, 15 gennaio 2018, n. 769).

In secondo luogo, in quanto la suddette dichiarazioni dei redditi non potevano ritenersi attendibili per le seguenti ragioni:

a) Il YY svolge attività di soccorso stradale su tutta Italia, reperibile 24 ore su 24, pubblicizzata con apposito sito internet; b) Il YY svolge anche attività di autofficina, carrozzeria, elettrauto e gommista, come comprovato dalla presenza di un “ponte sollevatore auto” rinvenuto all’interno del garage della sua officina; c) Il YY svolge un’attività professionale in un settore che non conosce la crisi del mercato; d) La scelta del YY di cedere la propria quota e di intraprendere un’autonoma attività professionale, conferma la sua stabilità e fluidità economia – patrimoniale, oltre alla sua capacità lavorativa e professionale.“.

Infine, nella vicenda del presente giudizio di gravame, il Giudice di prime cure aveva determinato il mantenimento mensile dei figli, senza prendere in considerazione altri elementi ritenuti imprescindibili, come: 1) le esigenze attuali dei figli minori J e W; 2) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 3) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore; 4) il tenore di vita goduto dai figli durante la convivenza con entrambi i genitori.

8.5 Come terzo motivo di appello la XX deduceva “..errata valutazione delle prove e/o contraddittorietà della motivazione sulla prova per errata valutazione del reddito dell’onerato sia ai fini dell’assegno divorzile sia per la dichiarata riduzione del contributo economico dei figli..”. Infatti, la prova utilizzata dal Giudice di primo grado era inidonea, incompleta e contraddittoria rispetto alle produzioni versate in atti dalla XX, sul tipo di attività lavorativa svolta in concreto dal YY ed in un settore non in crisi.

Il Tribunale di Ferrara aveva errato nella valutazione delle prove documentali versate in atti compresi i verbali della GDF che per altro erano incompleti quanto al reddito d’impresa, riferendosi solo all’epoca degli accertamenti e cioè all’anno 2016 in cui la Ditta YY Soccorso Stradale era stata appena avviata e nella insegna recava la esclusiva denominazione della sola attività di soccorso stradale: il Giudice di prime cure non aveva tenuto conto del documento prodotto dalla resistente XX in udienza in cartaceo (pubblicità da facebook – internet), volantino pubblicitario che attestava l’attività ulteriore svolta in concreto dalla suddetta Ditta di autosoccorso e cioè quella di Carrozzeria, auto officina, gommista ed elettrauto, con presumibili ulteriori entrate e redditi per dette nuove ulteriori attività.

Il mancato esame delle prove documentali in atti (volantino pubblicitario) e delle dichiarazioni dei redditi anno 2017 (per l’intero anno 2016) e anno 2018 (per l’anno intero 2017) aveva impedito la reale ricostruzione della effettiva capacità economica reddituale del YY, in quanto i verbali della GDF indicavano i solo i redditi d’impresa fino a luglio 2016.

8.6 Come quarto motivo di appello, la XX deduceva: “..erronea, carente e non adeguata motivazione del Tribunale sull’ammissione al patrocinio gratuito a favore del YY ragione: a) per la compensazione delle spese di giudizio; b) per la dimidiazione delle spese di ctu a carico della XX..”. Infatti, l’ingiusta condanna della XX alle spese della CTU si basava sull’erroneo presupposto che il YY fosse nelle condizioni di patrocinio gratuito: l’errata valutazione del Giudice di primo grado era stata determinata dal mancato esame delle ultime dichiarazioni dei redditi 2017, in quanto l’ammissione al patrocinio era stata ottenuta dal YY sulla scorta del mancato reddito da lavoro autonomo nel 2015 e del ridotto reddito nel 2016, esame incompleto nelle relazioni della G.D.F. poiché afferenti solo un periodo dell’anno (6 mesi sino a luglio 2016 – datate 26.7.2016).

La XX evidenziava, inoltre, che gli esiti della c.t.u., sfavorevoli al YY, giustificavano la condanna del medesimo al pagamento per intero delle spese di tale incombente processuale.

8.7 Come quinto motivo di appello la XX lamentava l’erroneità del regolamento delle spese processuali, tenuto conto della soccombenza del YY, sia in relazione alla statuizione di affidamento esclusivo dei minori sia in relazione al giudizio cautelare ex art. 700 c.p.c., da lui promosso sostenendo l’inaffidabilità – incapacità da patologia della moglie nella gestione dei figli.

  1. Si costituiva l’appellato YY, rassegnando le seguenti conclusioni:

Voglia l’Ecc.ma Corte d’Appello di Bologna, contrariis reiectis:

– respingere l’appello principale e confermare la sentenza del Tribunale di Ferrara in ordine a tutti i punti impugnati dalla signora XX;

– in accoglimento dell’appello incidentale, riformare la sentenza impugnata in ordine all’affidamento dei figli minori J e W e per l’effetto, disporre l’affido condiviso degli stessi ad entrambi i genitori.

Si contestano sin da ora le nuove produzioni documentali effettuate dall’appellante con il deposito dell’atto d’appello in quanto tardive.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari di entrambi i gradi del giudizio.”.

L’appellato deduceva, oltre alla sussistenza dei presupposti per la valutazione di autosufficienza economica della XX, la propria situazione di impossidenza e di inadeguata capacità reddituale:

Si tratta di cifre compatibili con un’autosufficienza economica. Per contro è il signor YY che si è trovato in una situazione di difficoltà economica indipendente dalla sua volontà: una situazione che, peraltro, lascia fondatamente presumere che al termine del rapporto matrimoniale non sussistesse un patrimonio personale del YY ovvero un patrimonio comune dal quale egli abbia potuto trarre maggiori vantaggi rispetto all’ex coniuge. D’altra parte, sotto il profilo perequativo-compensativo, si deve osservare che la signora XX non ha provato né ha richiesto di provare quale fosse la situazione economica della famiglia al momento della scelta di sciogliere l’unione matrimoniale; non ha provato né chiesto di dimostrare se vi fosse un patrimonio comune e di quale entità né in quale misura la stessa abbia contribuito a realizzarlo. Le istanze istruttorie formulate dall’odierna appellante nel corso del giudizio di primo grado si sono incentrate tutte sulla capacità genitoriale e su quella economica attuale dell’ex coniuge; istanze che, peraltro sono state soddisfatte dal Giudice di prime cure: la prima mediante la disposizione di consulenza tecnica d’ufficio e la seconda mediante gli accertamenti della Polizia Tributaria. Al momento della scelta di sciogliere il vincolo matrimoniale era certamente il YY a trovarsi in una posizione di debolezza, potendo contare su di un reddito annuale di circa € 7.000,00.“.

Quanto all’appello incidentale, il YY deduceva “..errata valutazione delle risultanze della ctu.”. Secondo l’appellante incidentale, difettavano i presupposti in punto di fatto per l’affidamento esclusivo alla madre, essendo sul punto la relazione di c.t.u. lacunosa, contraddittoria e anche illogica.

  1. Il Procuratore Generale chiedeva la conferma della sentenza impugnata.
  2. Entrambi gli appelli sono infondati e devono essere rigettati.
  3. Infondatezza dell’appello principale.
  4. Quanto alla domanda di assegno divorzile.

13.1 Deve confermarsi la decisione del Tribunale, seppure con diversa motivazione.

13.2 Il Tribunale ha negato l’assegno divorzile sulla base della ritenuta autosufficienza economica della XX e in adesione al principio di diritto affermato da Corte di Cassazione, sez. I, 10/05/2017, n. 11504.

La XX ha proposto appello sul punto, deducendo l’inesistenza di una situazione di autosufficienza economica e, in ogni caso, rivendicando l’applicazione alla fattispecie del principio di diritto affermato dalla successiva Cassazione, Sezioni unite, n. 18287 del 2018, secondo cui «..All’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate.».

Parte appellata YY ha ribadito l’allegazione, già fatta in primo grado, in ordine alla insussistenza di una propria situazione di capacità reddituale idonea a sostenere l’onere di un assegno divorzile.

13.3 Deve ritenersi condivisibile l’assunto difensivo di parte appellata.

A prescindere da ogni altra considerazione in ordine alla sussistenza dei presupposti dell’assegno divorzile, così come individuati dalle Sezioni Unite n. 18287 del 2018, dalle risultanze probatorie in atti (dichiarazione dei redditi 2016 e 2017 nonché accertamenti patrimoniali della G.d.F.) emerge una situazione economico – patrimoniale e reddituale tale da non consentire al YY di sostenere l’onere economico dell’assegno divorzile, oltre a quello (già posto a suo carico dal primo giudice e non impugnato dal medesimo con l’appello incidentale) a titolo di contribuzione al mantenimento dei figli (euro 400,00 mensili).

La dichiarazione dei redditi del 2016 (anno di imposta 2015) evidenzia un reddito imponibile di euro 7142,00; la dichiarazione dei redditi del 2017 (anno di imposta 2016) evidenzia un “reddito lordo” di euro 6.656,00.

Tenuto conto dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli minori, appare evidente l’assoluta inidoneità di tale reddito a garantire la corresponsione di un assegno divorzile.

Tale conclusione è rafforzata dalle risultanze degli accertamenti della G.D.F., che fanno emergere evidenze patrimoniali del tutto compatibili con l’entità suddetta del reddito da attività lavorativa: mancanza di possidenze immobiliari, cointestazione di due rapporti di deposito bancario con madre e padre, con un saldo di euro 4.811,85 ciascuno. Dal rapporto della G.D.F. emerge anche la natura dell’attività esercitata: “traino e soccorso stradale“, impresa individuale.

Parte appellante ha dedotto che, pur in assenza dei dati reddituali del periodo di imposta 2017 e 2018, emergerebbero in atti elementi di fatto tali da far ritenere la sussistenza di un reddito ben superiore a quello risultante sia dalle dichiarazioni dei redditi in atti sia dal rapporto della G.D.F. Secondo tali allegazioni, oltre all’attività di soccorso stradale verrebbero esercitate attività ben più remunerative: “YY svolge anche attività di autofficina, carrozzeria, elettrauto e gommista, come comprovato dalla presenza di un ‘ponte sollevatore auto’ rinvenuto all’interno del garage della sua officina.”. L’effettivo svolgimento di tale attività sarebbe comprovato sia dal contenuto di un volantino pubblicitario sia da quello di un verbale di pignoramento, da cui si evince il rinvenimento all’interno dell’azienda de qua di un “..ponte auto di circa 18-20 quintali..”.

Deve ritenersi che tali emergenze fattuali, ancorché costituenti un elemento indiziario circa lo svolgimento di tali attività ulteriori rispetto al mero soccorso stradale, non siano di per sé, in mancanza di elementi maggiormente significativi e dotati di specifica valenza probatoria, idonee a dimostrare l’effettiva percezione di un reddito superiore in misura tale da consentire l’erogazione dell’assegno divorzile.

Deve, pertanto, rigettarsi l’appello principale sul punto.

  1. Quanto al contributo al mantenimento dei figliminori.

Tale statuizione è stata appellata solo dalla XX.

In base a tutte le considerazioni in ordine alle attuali consistenze reddituali e patrimoniali del YY, deve escludersi che le medesime siano idonee a consentire un apporto maggiore rispetto a quello accertato dal Tribunale.

La situazione economico-patrimoniale e reddituale del YY esclude un aumento del contributo al mantenimento dei figli e rende superfluo l’esame di ogni altra deduzione svolta sul punto dalla parte appellante principale.

Deve, quindi, rigettarsi l’appello proposto dalla XX sul punto.

  1. Essendo incentrato sulla erronea valutazione delle capacità reddituali della XX e del YY, anche il terzo motivo di appello deve essere rigettato in forza delle superiori considerazioni.
  2. Infondato è il quarto motivo di appello.

Ingiusta sarebbe la condanna al pagamento delle spese di c.t.u., così come determinato in sentenza, in quanto, da un lato, non sussisterebbero le condizioni per l’ammissione al Patrocinio a spese dello Stato per il YY e, dall’altro lato, l’esito della c.t.u. evidenzierebbe una soccombenza sul punto del YY.

In primo luogo, deve ritenersi che il Tribunale abbia correttamente ritenuto la persistenza dei presupposti per l’ammissione del YY al Patrocinio a spese dello Stato, tenuto conto dei redditi accertati in giudizio. In secondo luogo, correttamente il primo giudice ha disposto la compensazione delle spese di c.t.u., nell’ambito della più ampia valutazione di complessiva reciproca soccombenza delle parti e di integrale compensazione delle spese di giudizio.

La disciplina delle spese processuali, dettata, come nel caso di specie, dalla valutazione di reciproca soccombenza, implica la correttezza di una statuizione di compensazione integrale delle spese di giudizio, ivi comprese le spese di consulenza tecnica d’ufficio.

In ordine alla dimidiazione del 50% dell’importo posto a carico del YY, deve evidenziarsi che la medesima è prevista dalla disciplina del patrocinio a spese dello Stato (art. 130 Dpr n. 115/2002).

  1. Infondato è il quinto motivo di appello.

Per le medesime considerazioni appena esposte, corretta è la valutazione di compensazione integrale delle spese del giudizio, ivi compresa la fase cautelare ex art. 700 c.p.c.

La corretta valutazione di reciproca soccombenza, posta a base del regolamento delle spese processuali, legittima la compensazione integrale di ogni spesa afferente al giudizio, ivi compresa una fase cautelare.

  1. Deve darsi atto che la XX ha indicato come parte della sentenza oggetto di impugnazione anche il mancato accoglimento dell’istanza exart. 709 ter c.p.c. .

Peraltro, nelle conclusioni dell’appello manca ogni richiesta sul punto, mentre dalla parte narrativa dell’atto medesimo non è dato evincere nemmeno quale fosse il contenuto della istanza ex art. 709 ter c.p.c.

 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

1^ SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giovanni Benassi – Presidente

dott. Carla Fazzini – Consigliere

dott. Andrea Lama – Consigliere Relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 232/2019 promossa da:

XX (c.f. ***) [ recte : coniuge divorziato (ex moglie) di YY ; NdRedattore ], rappresentata e difesa dall’Avv. Antonella Giunta (c.f. ***), elettivamente domiciliata in via Ciro Menotti, 83 Modena

APPELLANTE

contro

YY – Ammesso al Patrocinio a Spese dello Stato il 2/9/2016 – (c.f. ***) [ recte : coniuge divorziato (ex marito) di XX ; NdRedattore ], rappresentato e difeso dall’Avv. Francesco Andriulli (c.f. ***) elettivamente domiciliato in via Borgoleoni, 91 Ferrara

APPELLATO

in punto a

“appello avverso la sentenza n. 520/2018 del Tribunale di Ferrara

pubblicata in data 29.06.2018″/p>

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

Con l’intervento del Procuratore Generale che ha concluso per la conferma delle sentenza appellata.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO e MOTIVI DELLA DECISIONE

1– Il primo giudice ricostruiva i profili fattuali e giuridici della vicenda nei termini che seguono.

2– Con ricorso ritualmente notificato YY chiedeva che fosse dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto con XX.

Premesso che dall’unione erano nati i figli W e J, minorenni, e che in data 5.12.2011 era stata omologata la separazione personale dei coniugi, il ricorrente deduceva che, anche dopo la separazione, erano proseguiti i comportamenti vessatori da sempre ingiustificatamente posti in essere dalla moglie.

Il ricorrente aveva, quindi, richiesto, in separata sede, la modifica delle condizioni di separazione e nel corso di quel procedimento era emerso che la moglie aveva intrapreso un’attività lavorativa.

Secondo il ricorrente, tale ultima circostanza, unitamente al peggioramento delle proprie condizioni economiche, giustificava una riduzione del contributo al mantenimento dei figli (a suo tempo concordato in € 700,00 mensili) e la revoca dell’assegno di mantenimento previsto in favore della moglie.

Chiedeva, quindi, la rimodulazione del contributo al mantenimento “..in misura equitativa..” e la “modifica” delle condizioni di separazione in punto “assegno perequativo“, con revoca ovvero riduzione dell’importo a suo tempo previsto.

  1. 3. Si costituiva la resistente e aderiva alla domanda di divorzio.

Quanto alle cause della crisi coniugale, la resistente affermava che la situazione di tensione descritta in ricorso traeva origine dai numerosi tradimenti del marito e non dai comportamenti della moglie.

Nel procedimento menzionato in ricorso era stata disposta una CTU, che aveva escluso che la resistente avesse disturbi e sintomi psichiatrici, presentando solo aspetti ansiosi e flessione del tono dell’umore.

Quanto agli aspetti economici, la resistente riconosceva di lavorare presso l’Interporto di Bentivoglio, con retribuzione di circa 800,00 euro mensili.

La resistente deduceva che le esigenze proprie e dei figli e, in particolare, quelle della piccola W, rendevano necessario un contributo in favore dei figli di € 800,00 mensili e un assegno divorzile di € 500,00; chiedeva, infine, che il marito fosse condannato al risarcimento dei danni derivanti dalla affermazioni ingiuriose e diffamatorie a suo carico.

  1. 4. Il Presidente, dato atto del rigetto della richiesta di modifica della condizioni di separazione, confermava queste ultime, fatta eccezione per l’assegno in favore della moglie, che riduceva a € 200,00 mensili.

Era poi disposta la rimessione sul ruolo per verificare la persistenza dei presupposti dell’ammissione del ricorrente al patrocinio a spese dello Stato.

  1. 5. Il Tribunale decideva come segue:

«..dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto da YY e XX in Cento, in data 27.5.2001 e trascritto nel Registro atti di matrimonio del Comune di Cento al n. 25, parte II serie A.

Dispone l’affidamento esclusivo dei minori J e W (omissis) alla madre.

Pone a carico di YY l’obbligo versare un contributo al mantenimento dei figli di complessivi € 400,00 mensili, da rivalutare annualmente secondo indici Istat, oltre al 50% delle spese straordinarie;

Dispone che il contributo al mantenimento sia versato entro il giorno dieci del mese;

Dispone in ordine alla frequentazione come da parte motiva.

Pone le spese di CTU a carico delle parti nelle misura indicata in parte motiva.

Respinge nel resto.

Compensa le spese di giudizio

Ordina al competente Ufficiale dello Stato Civile di procedere all’ annotazione della sentenza.».

  1. 6. Secondo il Tribunale, la domanda di divorzio era fondata e doveva essere accolta.

Dalla documentazione prodotta risultava che in data 5.12.2011 era stata omologata la separazione personale dei coniugi.

Era ampiamente decorso il termine previsto dall’art. 3, n.° 2 lettera b), l. 898/1970, così come modificato dalla l. 55/2015.

Il lungo intervallo di tempo trascorso dalla separazione, che si presumeva ininterrotta, e la volontà sul punto espressa dai medesimi facevano ritenere impossibile la ricostituzione tra i coniugi di una comunione di vita spirituale e materiale.

  1. 7. Il Tribunale così motivava la propria decisione, quanto all’affidamento.

7.1 La CTU dott.ssa Malagutti aveva affermato: “..Dai colloqui effettuati è emerso che la signora XX lavora regolarmente e si occupa a tempo pieno dei figli. Non emergono motivi per limitare le condizioni attuali di visita del padre, in quanto il signor YY vede i minori tutti i giorni senza visite prestabilite in accordo con la signora XX. Durante la perizia i bambini hanno cenato a casa del padre in assenza della compagna del signor YY e la situazione è risultata molto positiva per tutti.”.

La CTU, preso atto della scarsa collaborazione del ricorrente (“..visto: – le affermazioni evidentemente contraddittorie del signor YY e di sua madre; – il continuo rimandare dello stesso signor YY nel farsi somministrare i test per valutare la genitorialità fino ad arrivare al punto che sono stata costretta a concludere senza una valutazione completa; – gli orari lavorativi non regolari del signor YY; – una evidente gestione dei bambini da quando sono nati da parte della signora XX..”) aveva così concluso: “consiglio un affidamento esclusivo dei bambini alla madre con modalità di visita del padre come sopra indicato. Qualora, come si auspica, i bambini passino del tempo a casa del padre, si auspica che, fino ad un miglioramento del rapporto tra i genitori in relazione anche alla compagna del padre, i minori non vedano la sig.ra C(omissis) in quanto il disagio presentato dagli stessi durante il colloquio peritale è stato davvero evidente. 2 Un monitoraggio e un’organizzazione progettuale da parte dei servizi sociali per un sostegno alle persone vicine ai due minori che possa prevedere una mediazione tra i genitori, un sostegno per il signor YY finalizzato ad un supporto nella relazione complessa con le persone a lui vicine.”.

7.2 Osservava il Tribunale che il comportamento scarsamente responsabile tenuto dal ricorrente durante la CTU e la scarsa consapevolezza che questi aveva dimostrato nella gestione dei rapporti tra i figli e la nuova compagna confortavano le conclusioni della CTU in punto di affidamento esclusivo alla madre.

7.3 Quanto alla frequentazione, risultava che il padre vedesse i figli tutti i giorni.

Nulla ostando ovviamente alla prosecuzione degli incontri, il Tribunale riteneva opportuno comunque fissare un calendario di incontri, da applicarsi nel caso di inasprimento della latente conflittualità tra i genitori:

Si disponeva, quindi, quanto segue:

«..durante la settimana il padre potrà tenere con sé i figli due giorni, con un pernottamento (il martedì ed il mercoledì, in difetto di accordo);

nel fine settimana, a settimane alterne, dal venerdì dopo la scuola al lunedì mattina;

nelle vacanze estive (da concordare entro il 30 maggio) quindici giorni anche non consecutivi nel periodo natalizio, sette giorni consecutivi, comprendenti, ad anni alterni, il giorno di Natale ed il giorno di Capodanno;

nel periodo pasquale: tre giorni consecutivi, comprendenti, ad anni alterni, il giorno di Pasqua ed il Lunedì dell’Angelo.».

7.4 Quanto all’assegno divorzile.

Riteneva il Collegio di aderire alla giurisprudenza della Corte di Cassazione (sez. I, 10/05/2017, n. 11504), che, modificando il precedente orientamento, aveva affermato i seguenti principi di diritto:

«Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

  1. A) deve verificarenella fase dell’an debeatur– informata al principio dell’ “autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”), con esclusivo riferimento all’ “indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;
  2. B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (“(….) condizioni dei coniugi, (….) ragioni della decisione, (….) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (….) reddito di entrambi (….)”), e “valutare” “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.).».

In sostanza, secondo il Tribunale, ai fini della verifica dell’esistenza del diritto in astratto (an debeatur), la previsione normativa (“..non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive..”) doveva essere interpretata non con riferimento al parametro del «tenore di vita» ma a quello della «indipendenza/autosufficienza economica».

Essendo a carico dell’ex coniuge, richiedente l’assegno di divorzio, l’onere della prova della non “indipendenza economica” e tenuto conto della valutazione degli “indici” indicati dalla Suprema Corte, il Tribunale riteneva che la XX non avesse assolto l’onere della prova a suo carico.

Risultava, infatti, che la ricorrente lavorasse ormai in modo continuativo, pur se l’attività lavorativa (quale addetta alla logistica presso l’interporto di Bentivoglio) veniva prestata presso società spesso diverse.

Sulla base di tali elementi (possesso di redditi, capacità e possibilità effettiva di lavoro personale), si doveva affermare la sussistenza della “indipendenza economica” dell’ex coniuge.

7.5 Quanto al contributo al mantenimento dei figli.

Il ricorrente aveva richiesto una riduzione del contributo concordato in sede di separazione, adducendo il netto peggioramento della propria situazione economica, riconducibile alle difficoltà economiche della ‘Alfa’ S.r.l., società della quale egli deteneva una quota.

Il ricorrente aveva sostenuto che la cessione della quota sociale sarebbe stata determinata sia dalla necessità di reperire una nuova occupazione sia dal deterioramento dei rapporti con i genitori.

Non poteva escludersi che la dismissione della quota non fosse stata un atto necessitato, visto che dalla CTU risultava che i minori frequentavano abitualmente i nonni paterni e che i rapporti fra questi ed il ricorrente risultavano “buoni”, come dichiarato alla CTU da parte della nuova compagna del YY.

Dalle indagini eseguite dalla G.D.F. emergeva che il sig. YY svolgeva oggi un’attività di soccorso stradale e che non possedeva altre fonti di sostentamento; dalla dichiarazione relativa all’anno 2015 risultava che egli aveva percepito circa 7.000,00 euro a fronte dei 14.000,00 dell’anno 2014. La resistente, nel 2016, aveva percepito € 13.538,00 (cfr. dichiarazione dei redditi prodotta il 4.1.2018), mentre il YY — nello stesso periodo — aveva mantenuto il modesto reddito accertato dalla G.D.F. (cfr. dichiarazione dei redditi prodotta il 7.12.2017).

Considerato che attualmente il YY versava 300,00 euro al mese, oltre al 50 % delle spese straordinarie, che il reddito da impresa non era certamente diminuito e che la frequentazione dei nonni paterni da parte dei figli aveva un’evidente incidenza economica a sollievo del padre, il Tribunale reputava equo porre a suo carico un contributo al mantenimento dei figli di € 400,00 mensili (200+200), da aggiornare annualmente secondo gli indici del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati elaborati dall’ ISTAT.

A carico del resistente doveva essere posto il 50% delle spese straordinarie che, come da accordi raggiunti in udienza dalle parti, il Tribunale indicava nelle seguenti:

  1. A) spese mediche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: 1) visite specialistiche prescritte dal medico curante; 2) cure dentistiche presso strutture pubbliche; 3) trattamenti sanitari non erogati dal Servizio Sanitario Nazionale; 4) ticketsanitari;
  2. B) spese mediche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: 1) cure dentistiche, ortodontiche e oculistiche; 2) cure termali e fisioterapiche; 3) trattamenti sanitari erogati anche dal Servizio Sanitario Nazionale; 4) farmaci particolari;
  3. C) spese scolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: 1) gite scolastiche senza pernottamento; 2) trasposto pubblico o scuolabus; 3) mensa; 4) libri scolastici;
  4. D) spese scolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: 1) tasse scolastiche e universitarie imposte da istituti privati e/o pubblici; 2) corsi di specializzazione; 3) gite scolastiche con pernottamento; 4) viaggi di studio od istruzione; 5) corsi di recupero e lezioni private; 6) alloggio presso la sede universitaria;
  5. E) spese extrascolastiche (da documentare) che non richiedono il preventivo accordo: 1) tempo prolungato, pre-scuola e dopo-scuola; 2) centro ricreativo estivo e gruppo estivo;
  6. F) spese extrascolastiche (da documentare) che richiedono il preventivo accordo: 1) corsi di istruzione, 2) spese di iscrizione e frequenza per attività sportive ed artistiche e ricreative e ludiche e pertinenti attrezzature; 3) viaggi e vacanze.

7.6 Quanto alle ulteriori domande di parte resistente.

La resistente aveva formulato varie domande risarcitorie, tutte inammissibili in questa sede.

L’art. 40 c.p.c. consentiva nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi, soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione (artt. 31, 32, 34, 35, 36), così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ai sensi dell’art. 33 e dell’art. 133 c.p.c. e soggette a riti diversi (in tal senso Cass. 17 maggio 2005 n. 10356).

Tali domande dovevano essere, dunque, formulate in altra sede.

7.7 Sulla domanda ex art. 709 ter c.p.c. il Tribunale osservava che già nel corso del giudizio erano emersi dubbi sulla capacità del YY di far fronte agli obblighi assunti disposti in sede presidenziale, dubbi che avevano poi trovato conferma negli esiti delle indagini patrimoniali.

Il versamento parziale del mantenimento — frutto di incapacità economica — non era fonte di responsabilità.

Altresì inammissibile in questa sede era la domanda di condanna degli ascendenti paterni, dalla stessa resistente definiti “terzi” e dunque estranei al processo.

7.8 Quanto alle spese di CTU.

Nelle more del giudizio il ricorrente era stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato sicché doveva essere parzialmente revocato il provvedimento del 14.2.2017, con il quale il GI aveva posto a carico del YY e non dell’Erario il 50% della spese di CTU.

Le spese di CTU erano, quindi, definitivamente liquidate in € 1.227,39 e dovevano essere poste a carico delle parti nella seguente misura: € 818,26 a carico della sig.ra XX ed € 409,13 a carico dell’Erario, atteso che la quota in astratto gravante sul YY (pari a quella della resistente) era soggetta a dimidiazione del 50%.

7.9 Sulle spese di giudizio.

In considerazione della natura e degli esiti della controversia, che aveva visto il rigetto di gran parte delle domande formulate dalla resistente, il Tribunale reputava equo disporre l’integrale compensazione delle spese di lite.

  1. XX proponeva appello, rassegnando le seguenti conclusioni:

Piaccia alla Corte d’Appello Adita respinta ogni contraria istanza, riformare l’impugnata sentenza e per l’effetto dichiarare:

-A) accertata la presenza nel caso di specie dei presupposti e condizioni per la liquidazione a favore della moglie XX dell’assegno divorzile, dirsi tenuto il YY a corrispondere alla moglie la somma mensile non inferiore a Euro 500 o quella diversa somma ritenuta equa e di giustizia, a titolo di assegno divorzile; tenuto conto che svolge attività di lavoro subordinato determinato e quindi priva di auto indipendenza e/o autosufficienza economica, con decorrenza espressa dalla data della domanda di I^ grado;

-B) confermare l’assegno di mantenimento rideterminato a favore dei figli W e J (omissis) come stabilito in sede di udienza presidenziale in euro 700, o in quella diversa somma ritenuta equa e di giustizia, con decorrenza espressa come richiesto dalla data della domanda di I^ grado;

  1. C) revocare l’ingiusta condanna in parte qua delle spese della Consulenza tecnica; e conseguentemente accertata la soccombenza del YY anche sulle risultanze della CTU (affidamento esclusivo) del primo grado e del giudizio ex art. 700 cp.c., liquidare a favore della moglie, le spese di entrambi i giudizi compreso quello cautelare ex art. 700 c.p.c.

Con vittoria di spese, competenze e onorari di entrambi i giudizi.“.

8.1 L’appellante indicava, come oggetto di impugnazione, i seguenti capi della decisione:

1) Capo della decisione sulla mancata statuizione del diritto all’assegno divorzile pag. 6 e 7, in particolare «..Ritiene il Collegio di aderire alla recente Giurisprudenza della Corte di Cassazione (sez. I 10.5.2017) che modificando il precedente orientamento ha affermato i seguenti principi di diritto: Il Giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui alla L. n. 898 del 1970 art. 5, comma 6, come sostituito dalla l. n. 74 del 1987 art.10 , nel rispetto del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse … A) deve verificare nella fase dell’an debeatur … (si richiamano tutte le espressioni letterali di cui da pag. 6 a 7 e cioè “..fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge..”); B) deve tener conto nella fase dell’an debeatur – informata al principio della solidarietà economica “dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro quale persona economicamente debole (art.2 e 23 cost.) il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed al quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase conclusasi con il riconoscimento del diritto … -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (…) … a seguire sino all’espressione letterale “..canoni di distribuzione dell’onere della prova ( ar.2697c.c.)”..»;

e ancora : capo della sentenza pag. 7 attestante «..Ai fini della verifica della esistenza in astratto (an debeatur) la previsione normativa (“..non ha mezzi adeguati..”)deve essere interpretata non con riferimento al parametro del “..tenore di vita” ma a quello della “indipendenza/autosufficienza economica”.»;

sempre sul III capoverso: «..Considerato che è a carico dell’ex coniuge che fa valere il diritto all’assegno di divorzio l’onere della prova della “non indipendenza”..»;

-cpv III ed in particolare i seguenti punti della parte motiva (in diritto) : «..è a carico dell’ex coniuge, che fa valere il diritto all’assegno di divorzio, l’onere della prova della non indipendenza economica e tenuto conto della valutazione degli “indici” indicati dalla Suprema Corte quali elementi per accertare la sussistenza economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno di divorzio, si ritiene che la Sig.ra XX non abbia assolto l’onere di provare la sua non indipendenza economica.»;

Cpv IIIed ancora la decisione sul punto : «..Risulta infatti che la ricorrente lavora ormai in modo continuativo pur se l’attività lavorativa viene prestata presso società spesso diverse. Sulla base di tali elementi (possesso di redditi, capacità e possibilità effettiva di lavoro personale) si deve affermare la sussistenza della “indipendenza economica dell’ex coniuge”. Punto della decisione viziato in fatto e in diritto come da motivi di appello infra svolti.».

2) Il capo della decisione di i^ grado relativo alla modifica e nuova determinazione del contributo al mantenimento dei figli minori come indicato a pag.7e 8 : capoverso IV : “Erra il Tribunale di Ferrara per aver ritenuto sussistenti i presupposti giustificati della variazione del reddito del padre onerato nel punto in cui afferma: «Non può escludersi che la dismissione della quota non sia stato un atto necessitato, visto che dalla CTU risulta che i minori frequentano abitualmente i nonni paterni, e che i rapporti tra questi ed il ricorrente sarebbero “buoni”, come dichiarato alla ctu da parte della nuova compagna del YY.”. Errore di fatto ed in diritto.»; ed ancora il punto del IV capoverso: «..Dalle indagini eseguite dalla GDF risulta comunque confermato che il Sig. YY svolge un’attività di soccorso stradale e che non possiede altre fonti di sostentamento; dalla dichiarazione relativa all’anno 2015 risulta che egli ha percepito circa 7.000,00 a fronte dei 14.000,00 dell’anno 2014..».

3) Capoverso v sul quantum del mantenimento dei figli come modificato: «Considerato che attualmente il sig. YY versa 300 euro al mese oltre al 50% delle spese straordinarie, che il reddito da impresa non è certamente diminuito e che la frequentazione dei nonni paterni da parte dei figli ha un’evidente incidenza economica a sollievo del padre, si reputa equo porre a carico un contributo al mantenimento dei figli di € 400,00 mensili (200 + 200), da aggiornare annualmente secondo gli indici del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati elaborati dall’ÌSTAT. ..».

4) Capoverso VIII sulla mancata pronucia in merito alla domanda ex art.709 ter per errata e contraddittoria motivazione sulla base delle risultanze della gdf quale presupposto di giustificazione del comportamento processuale del genitore onerato : «Sulla domanda ex art. 709 ter cpc si osserva che già nel corso del giudizio erano emersi dubbi (mere dichiarazioni in udienza del YY NDR) di far fronte agli obblighi assunti disposti in sede presidenziale, dubbi che hanno trovato conferma negli esiti delle indagini patrimoniali.». “Errore in fatto e in diritto come di seguito impugnato nel motivo n. 1 e 3”.

5) Capo della decisione indicato al capoverso IX in merito alla condanna parziale delle spese di ctu anche a carico della convenuta XX per mancata considerazione dell’esito sfavorevole al YY della suddetta ctu chiesta dal YY nella fase cautelare ex art.700 e confermata nel giudizio di merito del divorzio. A pag. 9 con le seguenti espressioni: «Le spese di CTU sono quindi definitivamente liquidate in € 818,26 a carico della sig.ra XX ed € 409,13 a carico dell’Erario, atteso che la quota che in astratto graverebbe sul YY (pari a quella della resistente) è soggetta a dimidiazione del 50%.».

6) Capo della decisione afferente le spese di giudizio ingiustamente compensate per errata pronuncia della soccombenza della XX alla domanda dell’assegno divorzile con le seguenti espressioni pag.9: «In considerazione della natura e degli esiti della controversia … si reputa equo disporre l’integrale compensazione delle spese di lite.». ...

8.2 L’appellante formulava i seguenti motivi di appello.

8.3 In primo luogo, l’appellante lamentava erronea, contradditoria e carente motivazione della sentenza impugnata in ordine alla configurabilità dei presupposti per la concessione dell’assegno divorzile di cui alla legge n. 898/1970 ed in particolare:

  1. A) per omesso esame delle reali condizioni economiche della resistente rispetto alla vita matrimoniale condotta in costanza di convivenza e degli anni della separazione;
  2. B) per omesso esame della sussistenza nel caso di specie dei presupposti per l’attribuzione alla moglie dell’assegno divorzile: era mancato, l’esame della funzione assistenziale/perequativa/compensativa dell’assegno divorzile alla luce dei presupposti stabiliti dalla Suprema Corte a sezioni unite 11.07.2018.

Il giudice di prime cure nella decisione impugnata aveva completamente omesso di valutare e di utilizzare i quattro indici sintomatici dell’indipendenza economica come specificati dalla stessa Suprema Corte e cioè: 1) il possesso di redditi, 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari, 3) la capacità e possibilità effettiva di lavoro, 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione.

Nel capo della sentenza impugnata, infatti, il Giudice di prime cure riteneva XX autosufficiente economicamente soltanto sulla base della circostanza che la richiedente «..lavora ormai in modo continuativo..», senza considerare che la sua unica fonte di reddito consisteva in una retribuzione inferiore a 1.000,00 euro, con un contratto di lavoro a termine rinnovabile di volta in volta, con due figli minori a carico, cui dover prestare quotidiani compiti domestici e di cura, assenza di una abitazione di proprietà, la mancanza di qualsiasi cespite patrimoniale, le sue difficoltà, per età e capacità professionale, di reperire un’occupazione lavorativa stabile, impossibilità di poter progettare autonomamente il suo futuro.

Nello specifico:

  1. A) XX a differenza del marito, che viveva nella casa di proprietà della nonna deceduta, e cioè della sua famiglia d’origine, non possedeva redditi diversi da quello modesto, da lavoro dipendente, per circa 1.000,00 euro mensili, con contratto a termine che le veniva rinnovato di anno in anno; B) XX non possedeva cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari; C) Il reddito da lavoro dipendente era vincolato al rinnovo di anno in anno del relativo contratto e questa non era una stabilità economica sia per il modesto compenso sia perché legato al rinnovo contrattuale; D) XX, non aveva neppure una stabilità abitativa.

Il Tribunale aveva erroneamente accertato le capacità reddituali della XX, così come quelle del YY.

In particolare, quanto al YY, il Tribunale di Ferrara non aveva considerato, circa i redditi da nuova attività del YY, che le potenzialità economiche dello stesso erano ben superiori a quelle che emergevano dalle relazioni della Guardia di Finanza anno 2016.

Dunque, non si poteva affermare che la XX avesse raggiunto un‘indipendenza economica tale da consentirle di godere di mezzi adeguati, ragion per cui la decisione di primo grado doveva essere riformata, con riconoscimento del diritto all’assegno divorzile in applicazione dei criteri di valutazione forniti dalla sentenza della Suprema Corte di Cassazione a Sezioni unite n. 18287 del 2018.

Inoltre, anche a prescindere dalla mancanza di prova certa sull’effettiva indipendenza economica, l’autosufficienza economica non costituiva più elemento ostativo, ai fini della statuizione dell’assegno divorzile, alla stregua della nuova giurisprudenza della Suprema Corte. Invero, a circa un anno di distanza dalla c.d. “Sentenza Grilli”, la Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite aveva dichiarato che «..il parametro del tenore di vita goduto in costanza del matrimonio torna ad essere un criterio su cui quantificare l’assegno divorzile..», poiché a quest’ ultimo doveva attribuirsi una funzione assistenziale, compensativa e perequativa (Cass. Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018).

Alla luce del nuovo orientamento della Suprema Corte di Cassazione (luglio 2018) sussistevano, nel caso di specie, i presupposti dell’assegno di divorzio.

8.4 Come secondo motivo di appello la XX deduceva: erronea, contradditoria e carente motivazione della sentenza impugnata in ordine alla determinazione del contributo al mantenimento del padre verso i figli minori e/o carenza della prova quantum di mantenimento dei figli.

Dalla lettura della motivazione emergeva che il Tribunale aveva fissato la suddetta somma di mantenimento, tenendo in considerazione la dichiarazione dei redditi del YY anno 2016 e ritenendo che la frequentazione dei nonni paterni da parte dei figli avesse un’evidente incidenza economica a sollievo del padre.

Tuttavia, il contributo al mantenimento dei figli minori stabilito dal giudice di prime cure, non poteva ritenersi “equo” e/o “congruo”, perché la somma di euro 400,00 era stata determinata soltanto sulla base di un documento fiscale e di una circostanza, come quella della frequentazione dei nonni, che risultava essere del tutto astratta, aleatoria e priva di regolamentazione scritta in ordine alle suddette visite.

Il Tribunale aveva erroneamente accertato il reddito del YY sulla base della dichiarazione fiscale da lui prodotta, documento che non poteva essere utilizzato come unico parametro per la valutazione e determinazione del contributo al mantenimento dei figli minori.

In primo luogo, in quanto le dichiarazioni dei redditi avevano una funzione tipicamente fiscale, sicché, nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario, come quello relativo all’attribuzione o quantificazione dell’assegno di mantenimento, queste non avevano valore vincolante per il giudice che, nella sua valutazione discrezionale, poteva fondare il convincimento anche su altre risultanze probatorie (Cass. Civile, 15 gennaio 2018, n. 769).

In secondo luogo, in quanto la suddette dichiarazioni dei redditi non potevano ritenersi attendibili per le seguenti ragioni:

a) Il YY svolge attività di soccorso stradale su tutta Italia, reperibile 24 ore su 24, pubblicizzata con apposito sito internet; b) Il YY svolge anche attività di autofficina, carrozzeria, elettrauto e gommista, come comprovato dalla presenza di un “ponte sollevatore auto” rinvenuto all’interno del garage della sua officina; c) Il YY svolge un’attività professionale in un settore che non conosce la crisi del mercato; d) La scelta del YY di cedere la propria quota e di intraprendere un’autonoma attività professionale, conferma la sua stabilità e fluidità economia – patrimoniale, oltre alla sua capacità lavorativa e professionale.“.

Infine, nella vicenda del presente giudizio di gravame, il Giudice di prime cure aveva determinato il mantenimento mensile dei figli, senza prendere in considerazione altri elementi ritenuti imprescindibili, come: 1) le esigenze attuali dei figli minori J e W; 2) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 3) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore; 4) il tenore di vita goduto dai figli durante la convivenza con entrambi i genitori.

8.5 Come terzo motivo di appello la XX deduceva “..errata valutazione delle prove e/o contraddittorietà della motivazione sulla prova per errata valutazione del reddito dell’onerato sia ai fini dell’assegno divorzile sia per la dichiarata riduzione del contributo economico dei figli..”. Infatti, la prova utilizzata dal Giudice di primo grado era inidonea, incompleta e contraddittoria rispetto alle produzioni versate in atti dalla XX, sul tipo di attività lavorativa svolta in concreto dal YY ed in un settore non in crisi.

Il Tribunale di Ferrara aveva errato nella valutazione delle prove documentali versate in atti compresi i verbali della GDF che per altro erano incompleti quanto al reddito d’impresa, riferendosi solo all’epoca degli accertamenti e cioè all’anno 2016 in cui la Ditta YY Soccorso Stradale era stata appena avviata e nella insegna recava la esclusiva denominazione della sola attività di soccorso stradale: il Giudice di prime cure non aveva tenuto conto del documento prodotto dalla resistente XX in udienza in cartaceo (pubblicità da facebook – internet), volantino pubblicitario che attestava l’attività ulteriore svolta in concreto dalla suddetta Ditta di autosoccorso e cioè quella di Carrozzeria, auto officina, gommista ed elettrauto, con presumibili ulteriori entrate e redditi per dette nuove ulteriori attività.

Il mancato esame delle prove documentali in atti (volantino pubblicitario) e delle dichiarazioni dei redditi anno 2017 (per l’intero anno 2016) e anno 2018 (per l’anno intero 2017) aveva impedito la reale ricostruzione della effettiva capacità economica reddituale del YY, in quanto i verbali della GDF indicavano i solo i redditi d’impresa fino a luglio 2016.

8.6 Come quarto motivo di appello, la XX deduceva: “..erronea, carente e non adeguata motivazione del Tribunale sull’ammissione al patrocinio gratuito a favore del YY ragione: a) per la compensazione delle spese di giudizio; b) per la dimidiazione delle spese di ctu a carico della XX..”. Infatti, l’ingiusta condanna della XX alle spese della CTU si basava sull’erroneo presupposto che il YY fosse nelle condizioni di patrocinio gratuito: l’errata valutazione del Giudice di primo grado era stata determinata dal mancato esame delle ultime dichiarazioni dei redditi 2017, in quanto l’ammissione al patrocinio era stata ottenuta dal YY sulla scorta del mancato reddito da lavoro autonomo nel 2015 e del ridotto reddito nel 2016, esame incompleto nelle relazioni della G.D.F. poiché afferenti solo un periodo dell’anno (6 mesi sino a luglio 2016 – datate 26.7.2016).

La XX evidenziava, inoltre, che gli esiti della c.t.u., sfavorevoli al YY, giustificavano la condanna del medesimo al pagamento per intero delle spese di tale incombente processuale.

8.7 Come quinto motivo di appello la XX lamentava l’erroneità del regolamento delle spese processuali, tenuto conto della soccombenza del YY, sia in relazione alla statuizione di affidamento esclusivo dei minori sia in relazione al giudizio cautelare ex art. 700 c.p.c., da lui promosso sostenendo l’inaffidabilità – incapacità da patologia della moglie nella gestione dei figli.

  1. Si costituiva l’appellato YY, rassegnando le seguenti conclusioni:

Voglia l’Ecc.ma Corte d’Appello di Bologna, contrariis reiectis:

– respingere l’appello principale e confermare la sentenza del Tribunale di Ferrara in ordine a tutti i punti impugnati dalla signora XX;

– in accoglimento dell’appello incidentale, riformare la sentenza impugnata in ordine all’affidamento dei figli minori J e W e per l’effetto, disporre l’affido condiviso degli stessi ad entrambi i genitori.

Si contestano sin da ora le nuove produzioni documentali effettuate dall’appellante con il deposito dell’atto d’appello in quanto tardive.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari di entrambi i gradi del giudizio.”.

L’appellato deduceva, oltre alla sussistenza dei presupposti per la valutazione di autosufficienza economica della XX, la propria situazione di impossidenza e di inadeguata capacità reddituale:

Si tratta di cifre compatibili con un’autosufficienza economica. Per contro è il signor YY che si è trovato in una situazione di difficoltà economica indipendente dalla sua volontà: una situazione che, peraltro, lascia fondatamente presumere che al termine del rapporto matrimoniale non sussistesse un patrimonio personale del YY ovvero un patrimonio comune dal quale egli abbia potuto trarre maggiori vantaggi rispetto all’ex coniuge. D’altra parte, sotto il profilo perequativo-compensativo, si deve osservare che la signora XX non ha provato né ha richiesto di provare quale fosse la situazione economica della famiglia al momento della scelta di sciogliere l’unione matrimoniale; non ha provato né chiesto di dimostrare se vi fosse un patrimonio comune e di quale entità né in quale misura la stessa abbia contribuito a realizzarlo. Le istanze istruttorie formulate dall’odierna appellante nel corso del giudizio di primo grado si sono incentrate tutte sulla capacità genitoriale e su quella economica attuale dell’ex coniuge; istanze che, peraltro sono state soddisfatte dal Giudice di prime cure: la prima mediante la disposizione di consulenza tecnica d’ufficio e la seconda mediante gli accertamenti della Polizia Tributaria. Al momento della scelta di sciogliere il vincolo matrimoniale era certamente il YY a trovarsi in una posizione di debolezza, potendo contare su di un reddito annuale di circa € 7.000,00.“.

Quanto all’appello incidentale, il YY deduceva “..errata valutazione delle risultanze della ctu.”. Secondo l’appellante incidentale, difettavano i presupposti in punto di fatto per l’affidamento esclusivo alla madre, essendo sul punto la relazione di c.t.u. lacunosa, contraddittoria e anche illogica.

  1. Il Procuratore Generale chiedeva la conferma della sentenza impugnata.
  2. Entrambi gli appelli sono infondati e devono essere rigettati.
  3. Infondatezza dell’appello principale.
  4. Quanto alla domanda di assegno divorzile.

13.1 Deve confermarsi la decisione del Tribunale, seppure con diversa motivazione.

13.2 Il Tribunale ha negato l’assegno divorzile sulla base della ritenuta autosufficienza economica della XX e in adesione al principio di diritto affermato da Corte di Cassazione, sez. I, 10/05/2017, n. 11504.

La XX ha proposto appello sul punto, deducendo l’inesistenza di una situazione di autosufficienza economica e, in ogni caso, rivendicando l’applicazione alla fattispecie del principio di diritto affermato dalla successiva Cassazione, Sezioni unite, n. 18287 del 2018, secondo cui «..All’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate.».

Parte appellata YY ha ribadito l’allegazione, già fatta in primo grado, in ordine alla insussistenza di una propria situazione di capacità reddituale idonea a sostenere l’onere di un assegno divorzile.

13.3 Deve ritenersi condivisibile l’assunto difensivo di parte appellata.

A prescindere da ogni altra considerazione in ordine alla sussistenza dei presupposti dell’assegno divorzile, così come individuati dalle Sezioni Unite n. 18287 del 2018, dalle risultanze probatorie in atti (dichiarazione dei redditi 2016 e 2017 nonché accertamenti patrimoniali della G.d.F.) emerge una situazione economico – patrimoniale e reddituale tale da non consentire al YY di sostenere l’onere economico dell’assegno divorzile, oltre a quello (già posto a suo carico dal primo giudice e non impugnato dal medesimo con l’appello incidentale) a titolo di contribuzione al mantenimento dei figli (euro 400,00 mensili).

La dichiarazione dei redditi del 2016 (anno di imposta 2015) evidenzia un reddito imponibile di euro 7142,00; la dichiarazione dei redditi del 2017 (anno di imposta 2016) evidenzia un “reddito lordo” di euro 6.656,00.

Tenuto conto dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli minori, appare evidente l’assoluta inidoneità di tale reddito a garantire la corresponsione di un assegno divorzile.

Tale conclusione è rafforzata dalle risultanze degli accertamenti della G.D.F., che fanno emergere evidenze patrimoniali del tutto compatibili con l’entità suddetta del reddito da attività lavorativa: mancanza di possidenze immobiliari, cointestazione di due rapporti di deposito bancario con madre e padre, con un saldo di euro 4.811,85 ciascuno. Dal rapporto della G.D.F. emerge anche la natura dell’attività esercitata: “traino e soccorso stradale“, impresa individuale.

Parte appellante ha dedotto che, pur in assenza dei dati reddituali del periodo di imposta 2017 e 2018, emergerebbero in atti elementi di fatto tali da far ritenere la sussistenza di un reddito ben superiore a quello risultante sia dalle dichiarazioni dei redditi in atti sia dal rapporto della G.D.F. Secondo tali allegazioni, oltre all’attività di soccorso stradale verrebbero esercitate attività ben più remunerative: “YY svolge anche attività di autofficina, carrozzeria, elettrauto e gommista, come comprovato dalla presenza di un ‘ponte sollevatore auto’ rinvenuto all’interno del garage della sua officina.”. L’effettivo svolgimento di tale attività sarebbe comprovato sia dal contenuto di un volantino pubblicitario sia da quello di un verbale di pignoramento, da cui si evince il rinvenimento all’interno dell’azienda de qua di un “..ponte auto di circa 18-20 quintali..”.

Deve ritenersi che tali emergenze fattuali, ancorché costituenti un elemento indiziario circa lo svolgimento di tali attività ulteriori rispetto al mero soccorso stradale, non siano di per sé, in mancanza di elementi maggiormente significativi e dotati di specifica valenza probatoria, idonee a dimostrare l’effettiva percezione di un reddito superiore in misura tale da consentire l’erogazione dell’assegno divorzile.

Deve, pertanto, rigettarsi l’appello principale sul punto.

  1. Quanto al contributo al mantenimento dei figliminori.

Tale statuizione è stata appellata solo dalla XX.

In base a tutte le considerazioni in ordine alle attuali consistenze reddituali e patrimoniali del YY, deve escludersi che le medesime siano idonee a consentire un apporto maggiore rispetto a quello accertato dal Tribunale.

La situazione economico-patrimoniale e reddituale del YY esclude un aumento del contributo al mantenimento dei figli e rende superfluo l’esame di ogni altra deduzione svolta sul punto dalla parte appellante principale.

Deve, quindi, rigettarsi l’appello proposto dalla XX sul punto.

  1. Essendo incentrato sulla erronea valutazione delle capacità reddituali della XX e del YY, anche il terzo motivo di appello deve essere rigettato in forza delle superiori considerazioni.
  2. Infondato è il quarto motivo di appello.

Ingiusta sarebbe la condanna al pagamento delle spese di c.t.u., così come determinato in sentenza, in quanto, da un lato, non sussisterebbero le condizioni per l’ammissione al Patrocinio a spese dello Stato per il YY e, dall’altro lato, l’esito della c.t.u. evidenzierebbe una soccombenza sul punto del YY.

In primo luogo, deve ritenersi che il Tribunale abbia correttamente ritenuto la persistenza dei presupposti per l’ammissione del YY al Patrocinio a spese dello Stato, tenuto conto dei redditi accertati in giudizio. In secondo luogo, correttamente il primo giudice ha disposto la compensazione delle spese di c.t.u., nell’ambito della più ampia valutazione di complessiva reciproca soccombenza delle parti e di integrale compensazione delle spese di giudizio.

La disciplina delle spese processuali, dettata, come nel caso di specie, dalla valutazione di reciproca soccombenza, implica la correttezza di una statuizione di compensazione integrale delle spese di giudizio, ivi comprese le spese di consulenza tecnica d’ufficio.

In ordine alla dimidiazione del 50% dell’importo posto a carico del YY, deve evidenziarsi che la medesima è prevista dalla disciplina del patrocinio a spese dello Stato (art. 130 Dpr n. 115/2002).

  1. Infondato è il quinto motivo di appello.

Per le medesime considerazioni appena esposte, corretta è la valutazione di compensazione integrale delle spese del giudizio, ivi compresa la fase cautelare ex art. 700 c.p.c.

La corretta valutazione di reciproca soccombenza, posta a base del regolamento delle spese processuali, legittima la compensazione integrale di ogni spesa afferente al giudizio, ivi compresa una fase cautelare.

  1. Deve darsi atto che la XX ha indicato come parte della sentenza oggetto di impugnazione anche il mancato accoglimento dell’istanza exart. 709 ter c.p.c. .

Peraltro, nelle conclusioni dell’appello manca ogni richiesta sul punto, mentre dalla parte narrativa dell’atto medesimo non è dato evincere nemmeno quale fosse il contenuto della istanza ex art. 709 ter c.p.c.

Deve, quindi, ritenersi l’inammissibilità dell’appello sul punto.

  1. Infondato è, infine, l’appello incidentale proposto dal YY.

Egli chiede la riforma della sentenza in punto di affidamento dei minori, che il Tribunale ha affidato in via esclusiva alla madre, sulla base degli esiti della c.t.u.

Il Tribunale ha optato per l’affidamento esclusivo alla madre sulla base delle seguenti conclusioni e valutazioni del consulente:

Conclusioni. Dai colloqui effettuati è emerso che la signora XX lavora regolarmente e si occupa a tempo pieno dei figli.

Non emergono motivi per limitare le condizioni attuali di visita del padre, in quanto il signor YY vede i minori tutti i giorni senza visite prestabilite in accordo con la signora XX. Durante la perizia i bambini hanno cenato a casa del padre in assenza della compagna del signor YY e la situazione è risultata molto positiva per tutti.

Quindi visto:

– le affermazioni evidentemente contraddittorie del signor YY e di sua madre;

– il continuo rimandare dello stesso signor YY nel farsi somministrare i test per valutare la genitorialità fino ad arrivare al punto che sono stata costretta a concludere senza una valutazione completa;

– gli orari lavorativi non regolari del signor YY;

– una evidente gestione dei bambini da quando sono nati da parte della signora XX,

La sottoscritta consiglia quanto segue:

1 Un affidamento esclusivo dei bambini alla madre con modalità di visita del padre come sopra indicato. Qualora, come si auspica, i bambini passino del tempo a casa del padre, si auspica che, fino ad un miglioramento del rapporto tra i genitori in relazione anche alla compagna del padre, i minori non vedano la sig.ra C(omissis) in quanto il disagio presentato dagli stessi durante il colloquio peritale è stato davvero evidente;

2 Un monitoraggio e un’organizzazione progettuale da parte dei Servizi Sociali per un sostegno alle persone vicine ai due minori che possa prevedere una mediazione tra i genitori, un sostegno per il signor YY finalizzato ad un supporto nella relazione complessa con le persone a lui vicine;

3 Infine, dato il rifiuto da parte della nonna paterna di presentarsi al colloquio peritale con la sottoscritta in veste di CTU, si chiede agli operatori del Servizio Sociale di monitorare anche il ruolo dei nonni paterni in relazione ai minori.

L’aggressività verbale, testimoniata anche nel passato da denunce, tra la signora XX e la signora C(omissis) è molto elevata e condiziona il benessere dei bambini. Il signor YY non riesce a gestire questa dinamica e va supportato per il bene dei propri figli con i quali ha comunque un buon rapporto.

Naturalmente se la tensione emotivo-relazionale tra le persone importanti per i minori diminuirà d’intensità e il signor YY riuscirà gestire con maggior regolarità il suo ruolo paterno, si auspica ad un ritorno dell’affidamento condiviso e visite più regolari tra padre e figli.

Si ritiene opportuno una verifica delle condizioni familiari dopo 8-12 mesi dall’inizio di un eventuale sostegno e monitoraggio da parte dei servizi sociali.“.

Ritiene la Corte che il Tribunale abbia correttamente disposto l’affidamento esclusivo sulla base delle criticità evidenziate dalla consulente, tali da far emergere un’attuale carenza della capacità genitoriale del YY.

  1. Quanto alle spese del presente giudizio di appello.

La reciproca soccombenza giustifica la integrale compensazione delle spese del giudizio di appello.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

I – rigetta l’appello principale proposto da XX e l’appello incidentale proposto da YY;

II – dichiara l’integrale compensazione delle spese del giudizio.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile, il 20 settembre 2019.

Il Presidente

dott. Giovanni Benassi

Il Consigliere

relatore e estensore

dott. Andrea Lama

Depositata in Cancelleria il \ Pubblicazione del 2 Gennaio 2020

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