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AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO@impugnazione testamento avvocato esperto

 

Impugnazione testamento olografo falso

Avvocato SERGIO ARMAROLI per impugnazione testamento

impugnazione testamento e mediazione 

Prima di agire in giudizio contro gli altri eredi, l’interessato deve avviare il tentativo di mediazione,

che è obbligatorio per tutte le cause in materia di successione. Se la mediazione fallisce è possibile

rivolgersi al giudice. Se invece non viene esperita la mediazione, il giudice,

alla prima udienza, dà un termine per provvedervi e, in difetto, rigetta la domanda per improcedibilità.

 

impugnazione testamento e azione di riduzione 

Quando un testamento è invalido oppure le disposizioni da esso recate sono lesive dei diritti di legittima,

bisogna procedere in modo rapido. Occorre evitare che l’eredità sparisca o che l’azione per recuperarla

si prescriva. In altri casi sono possibili percorsi conciliativi, si pensi agli accordi che possono intervenire tra eredi

e finalizzati a riconoscere comunque la parte spettante al legittimario leso o addirittura del tutto escluso (pretermesso).

A)    AZIONE DI RIDUZIONE: azione personale che rende inefficaci le donazioni (o le disposizioni testamentarie)

B)    compiute dal de cuius in pregiudizio delle ragioni del legittimario;

C)    AZIONE DI RESTITUZIONE: se e solo se il legittimario, vittorioso nell’azione di riduzione,

D)    non trova capienza nel patrimonio di chi per donazione (o testamento) ha ricevuto beni per valore superiore

E)     alla quota disponibile, egli può rivolgersi all’attuale proprietario dei beni donati e pretenderne la restituzione.

Le donazioni effettuate in vita dal defunto si possono ridurre solo se il legittimario escluso o leso non trova di che soddisfare il suo diritto su quanto il de cuius ha lasciato alla sua morte.

impugnazione testamento e donazione 

L’azione di reintegrazione della quota legittima si compone dei seguenti passaggi:

·       riduzione delle disposizioni testamentarie e delle donazioni lesive;

·       restituzione da parte dei beneficiari delle disposizioni o donazioni lesive;

·       restituzione da parte dei terzi acquirenti dai beneficiari delle disposizioni o donazioni lesive.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO SUCCESSIONI BOLOGNA
AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO
Quando è falso un testamento olografo?

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO@impugnazione testamento avvocato esperto

Quando non è stato scritto o firmato dal testatore
Un testamento è da ritenersi nullo quando è contrario alla legge oppure presenta gravi difetti di forma.
Nel caso del testamento olografo,
impugnazione testamento pubblico
impugnazione testamento olografo falso
impugnazione testamento lesione legittima
impugnazione testamento dopo accettazione
impugnazione testamento termine
atto di citazione impugnazione testamento
impugnazione testamento olografo
impugnazione testamento mediazione
art. 590 c.cconferma ed esecuzione volontaria di disposizioni testamentarienulle:  la nullità della disposizione testamentaria (att. 137), da qualunque causa dipenda, non può essere fatta valere da chi, conoscendo la causa della nullità, ha, dopo la morte del testatore, confermato la disposizione (conferma espressa) o dato ad essa volontaria esecuzione.
                                 LE SUCCESSIONI 1.Generalità Per successione a causa di morte si indica il fenomeno in base al quale un soggetto vivente subentra nella  titolarità di una situazione giuridica attiva e/o passiva facente capo ad una persona defunta e non estinta con la morte di quest’ultima.  Il suo fondamento è da rinvenire da un lato nell’interesse di natura sociale alla tutela della proprietà di cui all’articolo 42 Cost onde evitare, che, a seguito della morte del de cuis, i suoi beni diventino res nullius e, dall’altro, nell’interesse dei parenti a mantenere nell’ambito della cerchia familiare il patrimonio del soggetto defunt. Non esistono che due fonti della successione posto che il legislatore ha espressamente stabilito all’articolo 457 comma 1 c.c che l’eredità si devolve solo per legge o per testamento. In tale inquadramento manca l’individuazione della successione necessaria che viene fatta rientrare insieme alla successione legittima nel più ampio genus di successione per legge condividendo con quella ab intestato sia il titolo costitutivo che il fondamento. Si parla infatti di “successione legittima potenziata” considerato che mentre le disposizioni previste a tutela dei legittimari prevalgono anche sulla eventuale volontà contraria del testatore, ex articolo 457 comma 3 c.c, tra successione legittima e testamentaria sussiste un rapporto di sussidiarietà, codificato al secondo comma dell’articolo in questione, in forza del quale non si fa luogo alla prima se non quando manca, in tutto o in parte,la seconda. La regola generale in ogni tipo di successione, sia essa titolo universale o particolare, è quella della trasmissibilità dei soli diritti patrimoniali con alcune eccezioni rinvenibili nei rapporti intuitu personae,  in quelli legati ad uno status familiare e nei diritti reali legati alla vita del titolare. Sono invece intrasmissibili i diritti c.d personalissimi, ossia strettamente legati alla persona del loro titolare e, normalmente di contenuto non patrimoniale tra i quali rientrano i diritti della personalità, i rapporti e gli stati familiari. Si estinguono altresì con la morte del soggetto le posizioni aventi carattere strettamente personale o dichiarate intrasmissibili e i diritti e gli obblighi derivanti da rapporti di diritto pubblico. Un cenno particolare merita il diritto d’autore per cui occorre distinguere due diverse posizioni giuridiche. Ed infatti mentre il diritto patrimoniale d’autore, relativo allo sfruttamento economico dell’opera è trasmissibile in quanto diritto patrimoniale, il diritto morale d’autore, garantito dalla norma che protegge la paternità e l’integrità dell’opera, è la legge ad attribuirlo a determinate categorie di congiunti ( coniuge e figli), indipendentemente dalla loro qualità di eredi. Il Procedimento successorio Ai sensi dell’articolo 456 c.c. la successione si apre al momento della morte nel luogo di ultimo domicilio del defunto. Per quanto concerne la determinazione temporale, l’accertamento pubblico della morte è effettuato dall’ufficiale di stato civile con l’atto di morte, poi annotato nei registri dello stato civile,  nel quale sono enunciati in particolare il luogo, il giorno,l’ora della morte e le generalità del defunto, in forza del disposto dell’ articolo 73 del d.p.r. 396 del 2000. Alla morte naturale dottrina e giurisprudenza della Cassazione equiparano la morte presunta pur se diverso è il modo di accertamento del decesso. In tale ultimo caso, infatti, la successione si apre nel momento in cui la sentenza abbia presunto essersi verificata la morte dell’assente, coincidente di solito con il giorno a cui risale l’ultima notizia del dichiarato morto e trascorsi dieci anni da questa, mentre la delazione ereditaria ha luogo solo nel momento in cui diviene eseguibile la sentenza dichiarativa della morte presunta. L’elemento spaziale, individuato nell’ultimo domicilio del defunto, rileva al fine di individuare l’autorità giudiziaria competente per una serie di atti relativi alla materia successoria. Diverso dal domicilio è il requisito della residenza che concorre, alternativamente alla cittadinanza, ad individuare invece la legge applicabile alla successione di cui si tratta. Ed infatti  ai sensi dell’articolo 46 della legge 218 del 1995 la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del soggetto della cui eredità si tratta, al momento della morte. Il secondo comma invece prevede la possibilità di esercitare la cosiddetta professio iuris consentendo al soggetto di sottoporre, con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. In materia è però da ultimo intervenuto il regolamento U.E. n.650 del 2012, applicabile alle successioni delle persone decedute alla data o dopo il 17 Agosto 2015, il quale ha invertito il criterio di individuazione della legge applicabile che risulta essere ora quella dello Stato in cui il defunto aveva la propria residenza abituale al momento della morte, fatta salva la possibilità per lo stesso di scegliere la legge dello Stato in cui ha la cittadinanza. Il procedimento successorio, apertosi con l’apertura della successione, presenta quali ulteriori fasi quelle della vocazione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità. Mentre la vocazione sottolinea l’aspetto soggettivo, vale a dire la designazione, fatta per legge o per testamento, di coloro che dovranno succedere, la delazione, invece, indica l’aspetto oggettivo e va intesa come il complesso dei diritti, dei doveri e delle altre situazioni giuridiche che, alla morte del defunto, viene offerto al soggetto che succede.[4] Vige a tale ultimo proposito il principio della unicità della delazione sposato dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti per le quali, pur se duplice può essere la fonte dell’offerta (testamentaria o legale) , una sola è delazione. La Cassazione con la sentenza 12575 del 2000 ha fatto proprio il principio in questione evidenziando come “il vigente ordinamento giuridico non prevede una distinta accettazione dell’eredità a seconda del titolo della delazione, se per testamento o per legge, ma un solo diritto di accettazione che ha per oggetto il diritto all’eredità e non il titolo della delazione di quest’ultima.” D’altronde ammettere il contrario comporrebbe porre in essere un’accettazione o una rinuncia parziale all’eredità entrambe vietate L’espressione “chiamato all’eredità” utilizzata dal legislatore ex articolo 460  c.c. non individua il vocato all’eredità ma solo il soggetto a cui questa è offerta, vale a dire il delato, che è immediatamente, anche prima dell’acquisto dell’eredità, titolare di due posizioni giuridiche distinte: egli ha innanzitutto il diritto di accettare l’eredità e, se muore senza averla accettata, tale diritto si trasmette ai suoi eredi,ai sensi dell’articolo 479 c.c.,  e gli compete inoltre un potere di amministrazione che gli consente ogni attività conservativa sul patrimonio ereditario Ora, sebbene nella maggior parte dei casi vocazione e delazione coincidono nel tempo, verificandosi entrambe alla morte del de cuis, rectius all’apertura della successione, spesso tale convergenza temporale viene a mancare: in tali ipotesi, definite di aspettativa di delazione, all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita ad un momento successivo, per cui al vocato non ancora delato non competono i poteri tipici di quest’ultimo. Ultima vicenda del procedimento successorio è l’acquisto dell’eredità che avviene con l’accettazione da parte del chiamato-delato, con cui egli diventa erede. L’accettazione può essere ,con riferimento all’incidenza della volontà, espressa o tacita ovvero, con riferimento alla responsabilità dei debiti ereditari, semplice o beneficiata. L’accettazione espressa è disciplinata dall’articolo 475 c.c: è un negozio unilaterale non recettizio, irrevocabile stante il noto principio semel heres semper heres, e  che deve essere posto in essere  per atto pubblico o scrittura privata autenticata. È inoltre un actus legittimus  avuto riguardo al disposto dell’articolo 475 co.2 che stabilisce la nullità della dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine così come è parimenti nulla l’accettazione parziale dell’eredità ( articolo 475 co.3). Relativamente all’accettazione tacita ex articolo 476 c.c., essa si ha “quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”. Il legislatore ha poi previsto espressamente delle ipotesi tipiche di accettazione tacita agli articoli 477 e 478 c.c. Quanto al primo articolo, la disposizione comprende tutti i contratti bilaterali a titolo oneroso o gratuito, facendo menzione non solo della donazione e della vendita ma anche della cessione che il chiamato faccia dei suoi diritti di successione ad un estraneo o ad altri chiamati all’eredità.  Il secondo si riferisce alla rinuncia ai diritti di successione, qualora detto atto sia fatto dietro corrispettivo o favore di alcuni soltanto dei chiamati, ossia a titolo gratuito. L’eredità devolute a minori, gli interdetti, gli inabiliti e i minori emancipati devono accettarsi con beneficio di inventario, ai sensi degli articoli 471 e 472 c.c. Un obbligo analogo è posto a carico delle persone giuridiche o le associazioni, fondazioni o enti non riconosciuti, ex articolo 473 c.c,  con l’esclusione invece delle società che hanno la facoltà di accettare puramente e semplicemente. La capacità di succedere Ai sensi dell’articolo 462 “ sono capaci di succedere coloro che, al tempo di apertura della successione, sono nati o concepiti  e, in caso di successione testamentaria, i figli non ancora concepiti di persona vivente al tempo della morte del testatore”. Per quanto concerne poi la capacità di succedere dell’assente,  l’articolo 70 c.c statuisce che “ quando si apre una successione alla quale sarebbe chiamata una persona di cui si ignora l’esistenza, la successione è devoluta a coloro i quali spetterebbe in mancanza della detta persona, salvo il diritto di rappresentazione. Coloro ai quali è devoluta la successione devono innanzitutto procedere all’inventario dei beni e devono dare cauzione.”  In relazione a ciò, parte della dottrina ritiene che non sia esatto parlare di incapacità a succedere dell’assente, dal momento che l’articolo 70 c.c. dovrebbe essere posto in relazione con il precedente articolo 69 c.c. secondo cui “nessuno può reclamare un diritto in nome della persona di cui si ignora l’esistenza, se non prova che la persona esisteva quando il diritto è nato.” Norma che è a sua volta applicazione del più generale principio di diritto processuale di cui all’articolo 2697 c.c.  L’incertezza in ordine alla sopravvivenza dell’assente non esclude la delazione in suo favore ma impedisce agli interessati la prova della sopravvivenza stessa di tal chè se l’assente ricompare egli potrà far valere i suoi diritti sull’eredità a lui offerta.[5] Anche le persone giuridiche, sia pubbliche che private, possono essere successori ma solo per testamento, non essendovi per quest’ultime una successione legittima, fatto salvo lo Stato.  3.1 La capacità di succedere dei nascituri La normativa dell’articolo 462 c.c. si pone in perfetta aderenza con l’articolo 1 comma 1 del codice civile il quale espressamente stabilisce che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”, evidenziando come la capacità a succedere altro non sia se non una species del più ampio genus di quest’ultima. Un problema particolare è però posto dai nascituri solo concepiti che il terzo comma dell’articolo 462 individua come possibili successibili anche prima dell’evento nascita. Stante quanto sopra in dottrina sono state avanzate numerose tesi relative alla natura giuridica della successione dei nascituri.  In proposito alcuni autori hanno ravvisato nel dettato dell’articolo 462 una particolare ipotesi di capacità giuridica anticipata, altri hanno parlato di capacità provvisoria che diventa definitiva se il concepito viene ad esistenza, altri ancora hanno osservato che il legislatore nel caso di specie abbia operato attraverso lo strumento della finzione: il nascituro succede solo perché, in virtù appunto di una finzione legale, la sua nascita si considera come già avvenuta al tempo di apertura della successione La tesi però più seguita e prevalente è quella che individua nella istituzione di nascituri una fattispecie a formazione progressiva richiamando il disposto dell’articolo 1 comma 2 secondo cui i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento nascita. Si ha in altri termini una delazione condizionata dovuta all’ inesistenza del chiamato all’eredità che diverrà attuale nel momento in cui questi verrà alla luce. Per i nascituri, dunque, si rientra in quella fase di aspettativa di delazione già analizzata nella quale all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita; in cui non è consentita né un’accettazione né una rinuncia all’eredità o al legato prima della nascita e in cui non decorre il termine di prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità. L’aver ammesso la possibilità che il nascituro sia chiamato alla successione ha indotto il legislatore ha prevedere norme che consentano la tutela e l’amministrazione dei beni ereditari durante il periodo di tempo che precede la nascita. Fondamentale è a questo proposito distinguere tra soggetti concepiti e non concepiti. Ed infatti, nel secondo caso si verifica una scissione tra amministrazione dei beni ,affidata ai soggetti che sarebbero chiamati all’eredità qualora la nascita non si verificasse ( ossia il sostituto, coeredi in accrescimento ed eredi legittimi)stante il richiamato effettuato dall’articolo 643 all’articolo 642 c.c. , e la tutela dei diritti successori del non concepiti che spetta invece ai suoi futuri genitori. Qualora invece chiamato all’eredità sia un concepito l’amministrazione e la tutela si cumulano nella persona dei genitori di quest’ultimo, ai quali si applicano, stante il richiamo contenuto nell’articolo 644, le norme che disciplinano i poteri del curatore dell’eredità giacente. Il divieto dei patti successori  L’espressione patto successorio indica l’accordo tra vivi avente ad oggetto una futura successione. In particolare, l’articolo 458 c.c. sancisce la nullità delle tre tipologie di patti successori previsti: istitutivi, dispositivi e rinunziativi. I primi sono veri e propri contratti aventi natura giuridica mortis causa stipulati tra futuro dante causa e avente causa con cui il primo dispone della propria successione per il tempo in cui avrà cessato di vivere. La ratio del loro divieto è da rinvenirsi da un lato nell’inammissibilità di una terza forma di delazione, quale sarebbe quella contrattuale, e dall’altro nella tutela dell’assoluta libertà del testatore  che non potrebbe, come invece è ammesso per il negozio testamentario, revocare le proprie volontà. Al contrario di quelli istitutivi i patti successori dispositivi e rinunziativi sono invece negozi giuridici inter vivos e non mortis causa in quanto non regolano la devoluzione della propria eredità o del proprio legato ma dispongono di un’eredità altrui non ancora aperta: i dispositivi hanno generalmente natura contrattuale ma possono essere anche negozi giuridici unilaterali nei limiti in cui tali negozi siano ammessi; nei rinunziativi rientrano sia la rinunzia unilaterale sia quella contrattuale, ossia il vero e proprio patto con cui taluno rinunzia ai diritti che gli deriveranno da una successione non ancora aperta. Il fondamento di questi ultimi due patti successori, molto meno convincente della ratio di quelli istitutivi, è da ricercare nella duplice esigenza di tutelare i soggetti inesperti e prodighi cosi come nell’impedire il desiderio della morte del de cuius. Il divieto in questione assume una fondamentale importanza in riferimento al diritto internazionale privato sia in ragione del carattere transfrontaliero che le vicende successorie tendono ad assumere nei tempi recenti sia in relazione al fatto che la legge 218 del 1995 non contiene alcuna esplicita disposizione sui patti successori. Stante quanto sopra la dottrina maggioritaria, propende per l’applicazione della norma dettata in tema di successioni con tutti i problemi che tale inquadramento comporta posto che i patti successori sarebbero regolati da una legge che risulta determinabile con certezza solo con la morte del soggetto della cui successione si tratta, rimanendo invece privo di disciplina il periodo transitorio tra la conclusione del patto successorio e l’apertura della successione. Esclusa poi altresì la natura dell’articolo 458 c.c. come norma contraria all’ordine pubblico internazionale, non potendosi quindi ritenere invalido un patto successorio che una legge straniera riconosce come valido, occorre domandarsi se detto articolo possa qualificarsi come norma di applicazione necessaria, vale a dire norma imperativa che deve comunque trovare applicazione, indipendentemente dalla legge di conflitto applicabile. A tale quesito non può che darsi risposta negativa dal momento che una regola che ritenga validi i patti successori possa compromettere interessi di primaria importanza sociale quali devono essere quelli riguardanti una norma di applicazione necessaria. Anche in materia è intervenuto  il Regolamento U.E. n.650 del 2012 il cui articolo 25 detta una apposita disposizione in materia di patti successori stabilendo che la legge applicabile ai patti successori è quella che, in forza dello stesso regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione del soggetto se questi fosse deceduto il giorno della conclusione del patto. La disposizione citata inoltre prevede la possibilità di un patto successorio riguardante la successione di più persone che è ritenuto valido solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero disciplinato la successione di ciascuna se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto. Il terzo paragrafo dell’articolo 25 ammette la possibilità per le parti di scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, la legge che la persona o una delle persone della cui successione  si tratta avrebbe potuto scegliere effettuando la professio iuris, ossia quella dello Stato in cui ha la cittadinanza: in tal modo le parti potranno sottoporre ad una differente legge non tutta la vicenda successoria ma solo il patto successorio. Nel divieto dell’articolo 458 c. rientrano non solo i patti successori reali, ossia quelli con cui taluno dispone immediatamente della propria successione o dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad un altro soggetto ovvero rinunzia a tali diritti, ma anche quelli con cui ci si obbliga in tal senso, facendo sorgere in tale ultimo caso il problema relativo alla validità dell’atto esecutivo successivo compiuto dal de cuius o dall’erede. Mentre è evidente la piena validità dell’atto successivo compiuto senza che il soggetto si senta obbligato dal precedente patto successorio, occorre invece analizzare più approfonditamente il caso in cui il soggetto con tale atto adempia all’obbligo assunto con il negozio vietato. Quanto agli atti esecutivi di patti istitutivi, la tesi preferibile è quella che lo ritiene nullo per illiceità del motivo, ex articolo 656 c.c; illiceità rinvenibile proprio nel  proposito del testatore di rispettare l’impegno assunto. Per escludere tale invalidità, è sufficiente che il testamento successivo, che normalmente rappresenta l’atto successivo del patto istitutivo, non contenga la menzione dell’impegno del testatore, poiché in tal modo non risulta applicabile la sanzione di cui alla citata norma la quale presuppone non solo che il motivo sia determinante ma anche che esso risulti espressamente dal testamento. Relativamente agli atti successivi di patti dispositivi, essi sono annullabili per errore di diritto ai sensi dell’articolo 1429 n.4 trattandosi di atti inter vivos e non mortis causa. Per gli atti successivi di patti rinunziativi invece essi non potranno essere impugnati in quanto, ai sensi dell’articolo 526 c.c., la rinuncia all’eredità può essere impugnata solo se è l’effetto di violenza o dolo non anche per errore.-4

QUALI SONO I REQUISITI FONDAMENTALI DI UN TESTAMENTO OLOGRAFO:

1) l’olografia, ossia le volontà devono essere scritte dalla mano del testatore su qualsiasi materiale e con qualsiasi mezzo che garantisca la tracciabilità del documento.
2) la data,  deve contenere il giorno, il mese e l’anno in cui il testo viene redatto.
3) la sottoscrizione OVVERO  firma o una signatura identificativa.
tali difetti possono riguardare l’autografia (per esempio un testamento non interamente scritto di pugno del testatore) e la mancanza della sottoscrizione.
Il testamento è invece annullabile nel caso in cui il testatore sia incapace d’intendere e di volere o per altri difetti di forma del testamento, quali la mancanza della data.
Esempio alla morte dello zio Caio trova un testamento olografo con il quale lo zio lascia tutti i beni a Tizio.
Analizzando la scirttura Caio suppone che il testamento non sia sottoscritto dallo zio o che il testamento non sia scritto di pugno dallo zio

CAUSE DI NULLITA’ TESTAMENTO

1)vizi di forma essenziali: mancanza o insufficienza della firma;
2)disposizione a favore di beneficiari indicati in modo generico, cioè in modo da non poter essere identificati;
3)testamenti reciproci (con un unico testamento due soggetti dispongono l’uno a favore dell’altro):
4)testamento con il quale si rimette all’arbitrio del terzo l’indicazione dell’erede;
5)disposizioni illecite.
AZIONE DI IMPUGNAZIONE TESTAMENTO NULLO:
di un testamento nullo può essere promossa da chiunque vi abbia interesse senza limiti di tempo.
Chiunque abbia interesse può promuovere un’azione di annullamento del testamento nel termine di cinque anni dal momento in cui le volontà testamentarie vengono eseguite o da quando viene a conoscenza dell’eventuale errore, dolo o violenza.
Sul punto, la Corte di Cassazione ha un orientamento contrastante: con la sentenza Corte di del 24 maggio 2012 n. 8272 ha affermato che per contestarne l’autenticità del testamento olografo occorre la querela di falso “data l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata che connota il testamento, che, quindi, non può essere assimilato ad una scrittura privata proveniente da un terzo estraneo alla lite”.

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La parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo, grava sulla parte stessa.

l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, con il conseguente onere, a carico di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (Cass. n. 9081 del 2010). Invero, posto che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a colui che impugna il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo” (Cass. n. 8079 del 2005; Cass. n. 9508 del 2005).
Pur nella consapevolezza delle obiezioni mosse ilio tempore a tale ipotesi di soluzione del problema, la Cassazione ritiene che la proposizione di una azione di accertamento negativo che ponga una questio nullitatis in seno al processo (anche se, più correttamente, sarebbe a discorrere di una quaestio inexistentiae) consente di rispondere:
1) da un canto, all’esigenza di mantener il testamento olografo definitivamente circoscritto nell’orbita delle scritture private;
2) dall’altro, di evitare la necessità di individuare un (assai problematico) criterio che consenta una soddisfacente distinzione tra la categoria delle scritture private la cui valenza probatoria risulterebbe “di incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso”, non potendosi esse “relegare nel novero delle prove atipiche” (così la citata Cass. ss.uu. 15161/2010 al folio 4 della parte motiva);
3) dall’altro, di non equiparare l’olografo, con inaccettabile semplificazione, ad una qualsivoglia scrittura proveniente da terzi, destinata come tale a rappresentare, quoad probationis, una ordinaria forma di scrittura privata non riconducibile alle parti in causa;
4) dall’altro ancora, di evitare che il semplice disconoscimento di un atto caratterizzato da tale peculiarità ed efficacia dimostrativa renda troppo gravosa la posizione processuale dell’attore che si professa erede, riversando su di lui l’intero onere probatorio del processo in relazione ad un atto che, non va dimenticato, è innegabilmente caratterizzato da una sua intrinseca forza dimostrativa;
5) infine, di evitare che la soluzione della controversia si disperda nei rivoli di un defatigante procedimento incidentale quale quello previsto per la querela di falso, consentendo di pervenire ad una soluzione tutta interna al processo, anche alla luce dei principi affermati di recente da questa stessa Corte con riguardo all’oggetto e alla funzione del processo e della stessa giurisdizione, apertamente definita “risorsa non illimitata” (Cass. ss.uu. 26242/2014).
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Suprema Corte di Cassazione
sezione II
sentenza  10 marzo 2014, n. 5527
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato il 2 maggio 1995, R.D. conveniva in giudizio, dinnanzi al Tribunale di Cassino, C.A. , F.B. , F.C. e S.C. ed esponeva che il fratello R.M. , deceduto in (omissis), aveva disposto del suo patrimonio in favore delle convenute con testamento pubblico ricevuto il 16 novembre 1992, ore 18,50, presso la Clinica (omissis), dal notaio G. Iadecola di Cassino; che al momento in cui aveva sottoscritto il testamento, il fratello era incapace di testare, in quanto privo della capacità di intendere e di volere per lo stato di grave infermità da cui era affetto; che nel testamento non risultava indicata, da parte del notaio, la grave ed evidente difficoltà di R.M. di sottoscrivere l’atto. Sulla base di tali premesse, l’attore chiedeva che il testamento fosse dichiarato nullo o comunque annullato, ai sensi dell’art. 591 cod. civ., e che venisse ordinato alle convenute il rilascio dei beni immobili indicati nel testamento in favore di esso attore, nella sua qualità di erede legittimo, con condanna delle convenute al risarcimento dei danni, da quantificarsi in separato giudizio.

Costituitesi le convenute, che chiedevano il rigetto della domanda, e intervenuto in causa con comparsa dell’aprile 1998 G.M. , figlio di Ru.Ma. , sorella premorta del de cuius, il quale aderiva alle richieste dell’attore, l’adito Tribunale, all’esito della espletata istruttoria, rigettava la domanda e condannava il R. e il G. al pagamento, in solido, delle spese processuali.
Avverso tale sentenza, il G. proponeva appello con atto di citazione notificato alle originarie convenute e a R.G. e Ca.Di. vedova R. , quali eredi dell’attore R.D. nel frattempo deceduto; si costituivano sia la S. che la C. e le F. , contestando il gravame, nonché R.G. e Ca.Cl. (Di. ), quali eredi di R.G. , che invece aderivano alla impugnazione principale.

Con sentenza depositata il 24 ottobre 2006, la Corte d’appello di Roma rigettava l’appello.
La Corte capitolina rigettava innanzitutto il motivo di gravame concernente la esclusione, da parte del Tribunale, della sussistenza, in capo al de cuius, di una situazione di incapacità naturale. Richiamata la giurisprudenza di questa Corte sulla interpretazione dell’art. 591 cod. civ., la Corte territoriale rilevava che il Tribunale, con motivazione adeguata e supportata dalle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, aveva ritenuto che non vi fosse prova sufficiente della incapacità d intendere e di volere del testatore, non potendosi sostenere che la demenza senile arteriosclerotica diagnosticata al de cuius solo in occasione della visita per il riconoscimento della indennità di accompagnamento circa tre mesi dopo la sottoscrizione del testamento (16 novembre 1992), fosse tale da escludere completamente la capacità del testatore di autodeterminarsi al momento della sottoscrizione del testamento pubblico.
La Corte d’appello dava anche atto delle seguenti circostanze: che il testatore era stato ricoverato il (OMISSIS) ; che in quell’occasione non erano emersi elementi significativi di una patologie incidenti sulle facoltà cerebrali superiori; che peraltro si era determinato un repentino deterioramento di tali facoltà, verosimilmente, secondo la valutazione del c.t.u., per effetto dell’anestesia praticata in occasione di un intervento chirurgico; che in data (OMISSIS) si era ritenuto necessario sottoporre il paziente ad una TAC cerebrale. Tuttavia, se pure questi fatti potevano essere sintomatici della insorgenza di problematiche di ordine neuropsichiatrico, confermate dalla terapia praticata, non potevano di per sé essere ritenuti significativi per formulare un giudizio di incapacità di intendere e di volere, non essendo emerso dall’esame strumentale alcun dato significativo al riguardo.

In sostanza, non poteva ritenersi che uno stato di incapacità fosse già in atto prima del 16 novembre 1992, con conseguente onere delle convenute di provare che il testamento era stato sottoscritto in un lucido intervallo. D’altra parte non erano state articolate prove o prodotti documenti ulteriori rispetto a quelli relativi al periodo successivo al testamento, utili al fine di provare la pregressa insorgenza di una infermità mentale a carattere intermittente o ricorrente come la demenza arteriosclerotica. In questo senso non poteva ritenersi significativa neanche la diagnosi formulata il (omissis) di involuzione senile, non implicando la stessa il completo decadimento delle facoltà intellettive superiori del soggetto.
In questo contesto la Corte d’appello, pur consapevole che lo stato di sanità mentale del testatore attestato dal notaio che aveva redatto il testamento pubblico, potesse essere contestato con qualsiasi mezzo di prova e non con la querela di falso, rilevava che l’appellante si era limitato a sollecitare il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio; richiesta, questa, che non poteva essere accolta non emergendo elementi tali da indurre a dissentire dalle conclusioni del c.t.u. Se carenze vi erano state, queste erano riferibili agli elementi acquisiti, non anche alle valutazioni espresse dal c.t.u..
La Corte d’appello rigettava poi il secondo motivo di gravame, con il quale si era rilevato che dall’esame del testamento emergeva con evidenza la grave difficoltà del testatore nel sottoscrivere l’atto, risultando la scheda firmata due volte, consecutivamente, in modo più che incerto e sbilenco, e si era contestata la mancata dichiarazione di nullità del testamento ai sensi dell’art. 603 cod. civ., non avendo il R. dichiarato la causa della difficoltà di sottoscrizione. In proposito, la Corte territoriale ricordava che il Tribunale aveva osservato che il testamento era stato sottoscritto sia pure verosimilmente – con una certa difficoltà dal testatore, e che tuttavia tale difficoltà era circoscritta alla linearità della firma; e ribadiva che la circostanza non integrava comunque la grave difficoltà da cui discende l’obbligo della dichiarazione da parte del testatore e quello del notaio di farne menzione prima della lettura dell’atto, atteso che in entrambi i casi la sottoscrizione “R.M. ” era chiaramente comprensibile.
Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso G.M. sulla base di tre motivi; ha resistito con controricorso C.A. ; non hanno svolto attività difensiva gli intimati S.C. , F.B. , F.C. , R.G. e Ca.Cl. (Di. ).
Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
Motivi della decisione
  1. – Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 591 cod. civ., anche in relazione agli artt. 2697 e seguenti e 2727 e seguenti cod. civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.
    Il ricorrente ricorda che nella prima relazione il c.t.u. aveva osservato che il 6 novembre 1992, prima della redazione del testamento, un accertamento strumentale aveva rilevato come lo stress dell’evento, e più probabilmente un effetto dell’anestesia, avessero provocato un generale indebolimento delle funzioni cerebrali, tanto da ridurre in modo drammatico la validità psico-fisica del R. . Ricorda altresì che il (omissis) era stato redatto il testamento, e cioè quando quest’ultimo era ancora degente presso la Casa di cura (…), e mostrava chiaramente i segni di un decadimento vorticoso del proprio stato psico-fisico. Ricorda, infine, che il (OMISSIS) il R. era stato sottoposto a visita per l’accertamento dell’invalidità civile, ed era stato trovato affetto da demenza senile arteriosclerotica.
    Nella relazione resa a seguito di richiesta di chiarimenti il c.t.u. aveva poi precisato che l’esame del 6 novembre si era reso necessario per un improvviso quanto inaspettato deterioramento del quadro clinico e soprattutto neuropsichiatrico, culminato tre mesi dopo in una diagnosi di demenza senile arteriosclerotica.

  2. Il ricorrente sostiene quindi che, sulla scorta delle stesse relazioni del c.t.u., doveva ritenersi certo che il 19 novembre il R. era affetto da demenza senile e che in data (omissis) era stata eseguita una TAC cerebrale per un improvviso deterioramento del quadro neuropsichiatrico, che ne aveva ridotto in modo drammatico la validità psico-fisica. In tale contesto, la circostanza non pienamente provata era quella relativa allo stato del R. il giorno della sottoscrizione del testamento. Peraltro, soccorreva in proposito il principio per cui, accertata l’incapacità di intendere e di volere di un soggetto in due momenti prossimi nel tempo, per il periodo intermedio vi è una presunzione di incapacità, con conseguente inversione dell’onere della prova.
  3. afd4
    In ciò dovrebbe ravvisarsi, ad avviso del ricorrente, la violazione di legge, in relazione alla quale viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se, accertata l’incapacità di intendere e di volere in due determinati periodi, tra loro prossimi nel tempo (nella specie circa tre mesi), per il periodo intermedio la sussistenza della predetta incapacità deve ritenersi assistita da presunzione iuris tantum, con conseguente inversione dell’onere della prova, nel senso che deve essere colui che vi ha interesse a dimostrare che il de cuius ha agito in una fase di lucido intervallo”.
    Con riferimento al denunciato vizio di motivazione il ricorrente evidenzia il fatto controverso, costituito dalla sussistenza della capacità di intendere e di volere di R.M. al momento di testare e individua il difetto motivazionale nella mancata valutazione della incapacità del testatore esistente sia prima che dopo la redazione del testamento.
    2. – Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 591 cod. civ., in relazione agli artt. 2727 e seguenti cod. civ., nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. La Corte d’appello, sostiene il ricorrente, avrebbe violato le regole in tema di presunzione, essendo stati provati numerosi elementi dal chiaro valore indiziario nel senso della incapacità del R. al momento della sottoscrizione del testamento.
    Il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se, ai fini della prova dell’incapacità di intendere e di volere, ai sensi dell’art. 591 c.c., lo stato di sanità mentale del testatore, ancorché ritenuto dal notaio che redige il testamento pubblico, può essere contestato con qualsiasi mezzo di prova, ed anche a mezzo di presunzioni semplici, a condizione che il fatto ignoto da provare (la capacità di intendere e di volere del testatore al momento del testamento) sia desunto da una pluralità di fatti noti gravi, precisi ed univocamente convergenti nella dimostrazione della sussistenza del fatto ignoto (nella specie, i fatti noti erano rappresentati da tutti gli eventi indicati al punto II.1 del presente motivo, tra i quali il preesistente morbo di Parkinson, i presupposti e l’esito della TAC cerebrale, la diagnosi di involuzione senile e di demenza senile”.
    Il ricorrente indica altresì il fatto controverso, consistente nella sussistenza della capacità di intendere e di volere di R.M. al momento di testare e individua il difetto motivazionale in ciò che la Corte d’appello ha, da un lato, riconosciuto che lo stato si sanità mentale del testatore poteva essere provato con qualsiasi mezzo e, dall’altro, ha omesso di analizzare la potenziale valenza presuntiva degli elementi di fatto evidenziati.
    3. – Con il terzo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 603, terzo comma,cod. civ., in relazione all’art. 606, secondo comma, cod. civ., nonché di tutte le disposizioni in materia di nullità e annullamento del testamento.
    Il ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello, pur avendo dato atto della grande difficoltà manifestata dal testatore nella sottoscrizione del testamento pubblico, non ne abbia tratto le conseguenze in punto di nullità o annullabilità del testamento, non avendo il R. dichiarato le ragioni della difficoltà e non avendo il notaio annotato alcunché a tale proposito.
    A conclusione del motivo il ricorrente formula il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione se la grave difficoltà a sottoscrivere il testamento, di cui è parola nel terzo comma dell’art. 603 c.c., si riferisce anche all’ipotesi della sottoscrizione che, pur se leggibile, per le caratteristiche morfologiche del tratto d’inchiostro, nonché per le circostanze ambientali in occasione delle quali essa è apposta, possa far sorgere il sospetto di non essere primamente rispondente all’intima volontà del testatore (nel caso di specie, si trattava di sottoscrizione dal tratto palesemente incerto ed ondeggiante, apposta due volte, e raccolta dal notaio in costanza del ricovero del testatore in una clinica)”.

  4. 4. – Il primo e il secondo motivo, che per ragioni di connessione possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati.
    4.1. – Occorre premettere che nella giurisprudenza di questa Corte è consolidato il principio per cui “l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, con il conseguente onere, a carico di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere(Cass. n. 9081 del 2010). Invero, posto che lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a colui che impugna il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo” (Cass. n. 8079 del 2005; Cass. n. 9508 del 2005).
    4.2. Tanto rilevato, occorre evidenziare come la censura, specificamente svolta nel primo motivo, muova da una premessa – quella che fosse accertata in data anteriore al 16 novembre 1992 la incapacità di intendere e di volere del testatore – che la Corte d’appello ha invece motivatamente ritenuto insussistente.
    Le argomentazioni del ricorrente, ancorché sviluppate con puntuale riferimento agli accertamenti tecnici desumibili dalle produzioni documentali effettuate nei giudizi di merito e dalle relazioni del c.t.u., sollecitano, in realtà, un diverso apprezzamento di tale circostanza di fatto. Il che è inammissibile in questa sede.
    Del resto, se è vero che “quando un giudizio deve necessariamente risultare dall’esame coordinato di numerosi elementi, come nel caso di giudizio sulla capacita di intendere e di volere della persona defunta (al fine di riconoscere o meno la sua capacita di testare), il problema se il giudice del merito abbia o meno motivato adeguatamente va esaminato con riferimento all’insieme di tali elementi e con riguardo al complesso delle difese rispettivamente dedotte dalle parti contrapposte” e che “l’eventuale silenzio della motivazione su taluni degli elementi citati non può essere considerato omesso esame di punti decisivi qualora, nel suo complesso, il giudizio risulti adeguatamente e concretamente giustificato né si possa affermare che senza quel silenzio la decisione avrebbe potuto essere diversa” (Cass. n. 2407 del 1981), non può qui non sottolinearsi la congruità della motivazione della sentenza impugnata con riferimento a tutte le circostanze dedotte dal ricorrente a sostegno della tesi della sussistenza di una situazione di incapacità naturale già in epoca antecedente alla data della redazione del testamento, e, nella specie, con riferimento alla data del (omissis).
    4.3. – Inoltre, non può non essere evidenziata la circostanza che il ricorrente ha omesso di prendere in considerazione una ulteriore specificazione contenuta nella sentenza impugnata. La Corte d’appello, proprio dando atto della difficoltà di accertare la sussistenza dello stato di incapacità di intendere e di volere del R. al momento della sottoscrizione del testamento, ha rilevato come le parti interessate a far valere la detta incapacità non avessero articolato alcuna prova ulteriore volta a confortare la tesi della incapacità in epoca anteriore alla sottoscrizione del testamento, essendosi limitate a produrre documentazione relativa ad un periodo successivo al 16 novembre 1992 e a sollecitare una nuova consulenza tecnica d’ufficio, laddove il problema non riguardava la valutazione degli elementi acquisiti, quanto piuttosto una necessaria integrazione degli elementi di valutazione; integrazione istruttoria che, secondo il non censurato apprezzamento della Corte d’appello, non è stata effettuata dalle parti interessate.
    4.4. – Le considerazioni sin qui svolte valgono anche ad escludere la fondatezza del secondo motivo, atteso che, una volta escluso che gli elementi di valutazione in possesso del consulente dimostrassero in modo inequivoco la presenza di una condizione di incapacità di intendere e di volere in epoca anteriore al 16 novembre 1992, non appare ravvisabile alcun vizio nella motivazione con la quale la Corte territoriale è pervenuta a ritenere non raggiunta la prova della incapacità di intendere e di volere del testatore a quella data.
    In sostanza, la Corte d’appello ha fatto puntuale applicazione della giurisprudenza di questa Corte, atteso che, in presenza di una prova della incapacità di intendere e di volere del testatore alla data del febbraio 1993, ma in assenza di una prova, anche presuntiva, della esistenza della incapacità naturale del testatore in epoca anteriore al 16 novembre 1992, ha ritenuto che non operasse la deroga in tema di onere probatorio, continuando lo stesso a gravare in capo alla parte che mirava a far affermare la incapacità e non anche sul beneficiario delle disposizioni testamentarie.
    5. – Il terzo motivo è infondato.
    Questa Corte, anche di recente, ha avuto modo di affermare che “l’obbligo del notaio di menzionare, prima della lettura del testamento pubblico, ai sensi dell’art. 603, terzo comma, cod. civ. e delle connesse disposizioni della legge 16 febbraio 1913, n. 89, la dichiarazione del testatore che si trovi in grave difficoltà di firmare l’atto, sussiste solamente nell’ipotesi che il testatore non sottoscriva il documento e non già anche nel caso in cui, sia pure con grave difficoltà, egli apponga effettivamente la sua firma. Infatti, la formalità della dichiarazione e della menzione costituisce un equipollente della sottoscrizione mancante, mirante ad attestare che l’impedimento dichiarato, e realmente esistente, è l’unica causa per cui non si sottoscrive e ad evitare che la mancanza di firma possa essere intesa come rifiuto di assumere la paternità del contenuto dell’atto” (Cass. n. 2743 del 2012; in senso conforme, Cass. n. 2123 del 1953).
    In motivazione, nella citata sentenza si è rilevato che “la formalità della dichiarazione e della menzione costituisce infatti un equipollente della sottoscrizione mancante: l’osservanza di essa è prescritta per attestare che l’impedimento dichiarato, e realmente esistente, è l’unica causa per cui non si sottoscrive, e ad evitare che la mancanza di firma possa essere intesa come rifiuto di assumere la paternità del contenuto dell’atto”.
    Orbene, poiché nella specie è pacifico che il testatore ha apposto effettivamente la sua firma per due volte, la formalità della dichiarazione del de cuius e della menzione del notaio non era necessaria, e ciò assorbe ogni indagine sul se la difficoltà nell’esecuzione della sottoscrizione sussistesse e se essa fosse connotata dal requisito della gravità.
    Correttamente, pertanto, la Corte territoriale, nel confermare la sentenza di primo grado, ha escluso la denunciata nullità del testamento.
    6. – Il ricorso va dunque rigettato.
    In applicazione del principio della soccombenza, il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5,000,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi e agli accessori di legge.
 
AVVOCATO SERGIO ARMAROLI PER IMPUGNAZIONE TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO@impugnazione testamento avvocato esperto
 
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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II
SENTENZA 23 dicembre 2014, n. 27353
Ritenuto in  fatto

Con atto di citazione per querela di falso ritualmente notificato L.P. e M.P. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Sassari L.S., F.S. e P.S. assumendo:
– verificatosi il decesso di G.S. senza lasciare figli, la relativa eredità era stata devoluta alle sorelle ed ai fratelli;
– stante l’impossibilità di addivenire ad una divisione amichevole, nei 1996 era stato instaurato un giudizio di divisione nel quale con sentenza parziale del 1968 il Tribunale di Tempio Pausania aveva accolto la domanda di divisione, avendo ritenuto non provata l’esistenza di un testamento redatto dalla defunta;
– con sentenza definitiva del 1998 lo stesso Tribunale aveva dichiarato lo scioglimento della comunione ereditaria secondo il progetto divisorio elaborato nel corso dei giudizio;
– proposto gravame nei confronti di entrambe le suddette sentenze, la Corte di Appello di Cagliari sezione distaccata di Sassari con sentenza del 3-2-2000, nel riformare integralmente le citate sentenze di primo grado, aveva accolto l’appello degli S. e della S., rigettando la domanda di divisione e dichiarando che l’eredità della “de cuius” era stata devoluta a mezzo di un testamento olografo;
– il successivo ricorso per cassazione proposto dalle esponenti era stato rigettato.
Tanto premesso le attrici, essendo convinte della falsità del testamento in questione, non autentico ed integrante un falso materiale, lo impugnavano per querela di falso, essendo loro interesse l’accertamento della sua falsità per proporre un successivo giudizio di revocazione; chiedevano quindi in via principale la declaratoria di falsità dei testamento stesso e, in via subordinata, la declaratoria di falsità della sola sottoscrizione di esso.
Costituendosi in giudizio i convenuti contestavano l’ammissibilità della querela in quanto, a fronte della possibilità di scegliere tra il disconoscimento della sottoscrizione apposta dalla testatrice nella scheda testamentaria in questione e l’impugnazione di quest’ultima per querela di falso, le attrici nel precedente giudizio soltanto ad una udienza tenutasi nel 1995 avevano dichiarato di disconoscere la sottoscrizione della “de cuius” ed avevano chiesto la verificazione della scheda stessa; peraltro, attesa la tardività della contestazione, i giudici avevano ritenuto detta sottoscrizione implicitamente riconosciuta per mancato tempestivo disconoscimento; il successivo passaggio in giudicato della sentenza della Corte territoriale aveva comportato il definitivo accertamento della verità dei documento con conseguente inammissibilità della querela di falso.
Con sentenza non definitiva dei 28-4.2006 il Tribunale di Sassari dichiarava ammissibile la querela di falso, rimettendo con separata ordinanza le parti dinanzi al giudice istruttore per il prosieguo dei giudizio.
Proposta impugnazione da parte di L.S., F.S. e P.S. cui resistevano L.P. e M.P. la Corte di Appello di Cagliari sezione distaccata di Sassari con sentenza del 29-10-2008 ha rigettato il gravame; al riguardo ha affermato che non ricorreva la invocata improponibilità della domanda di querela di falso, sia in quanto il riconoscimento tacito della autenticità della sottoscrizione dei testamento in questione era l’effetto di un pregresso e distinto giudizio, sia in quanto in quest’ultimo non si era svolto alcun procedimento di verificazione dell’autenticità della sottoscrizione, e sia infine in quanto l’oggetto del presente giudizio non era limitato alla mera contestazione dell’autenticità della sottoscrizione, ma alla contestazione dell’autenticità dell’intera scheda testamentaria, della quale si lamentava la sua integrale riconducibilità alla mano della testatrice.
Avverso tale sentenza L.S., F.S. e P.S. hanno proposto un ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo cui L.P. ha resistito con controricorso; M.P. non ha svolto attività difensiva in questa sede; le parti hanno successivamente depositato delle memorie

Motivi della decisione
Con l’unico motivo formulato i ricorrenti, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2702 c.c. e 221 c.p.c., affermano che la sentenza impugnata ha ritenuto che il giudicato formatosi sul tacito riconoscimento della sottoscrizione apposta al testamento olografo per cui è causa a seguito della sentenza della Corte di Appello di Cagliari sezione distaccata di Sassari del 3-2-2000 non precludeva la presentazione della querela di falso avverso la stessa scheda testamentaria; tale convincimento è basato sull’orientamento giurisprudenziale secondo cui alla parte contro la quale viene prodotta una scrittura privata deve ritenersi consentita, oltre la facoltà di disconoscerla, facendo carico alla controparte di chiedere la verificazione addossandosi il relativo onere probatorio, anche la possibilità alternativa, senza riconoscere né espressamente né tacitamente la scrittura medesima, di proporre la querela di falso al fine di contestare la genuinità del documento.
I ricorrenti, premesso che non intendono contestare tale indirizzo, negano peraltro che l’opzione tra il disconoscimento e la querela di falso possa essere esercitata dopo la conclusione del giudizio nel quale la scrittura è stata prodotta e dopo il passaggio in giudicato della sentenza che la abbia dichiarata tacitamente riconosciuta, utilizzando strumentalmente l’istituto della querela quale mezzo di impugnazione di una sentenza non più impugnabile; a tale riguardo i ricorrenti sostengono che alla fondatezza della tesi propugnata dal giudice di appello osta, oltre la disposizione dell’art. 221 c.p.c., anche l’art. 2702 c.c., secondo cui la scrittura privata da considerarsi come legalmente riconosciuta può essere impugnata con la querela di falso solo per contestare la provenienza delle dichiarazioni da parte di colui che l’ha sottoscritta, possibilità insussistente in caso di testamento olografo, ove il legale riconoscimento si estende all’intera scrittura.
Il motivo è infondato.
Invero il convincimento espresso dalla sentenza impugnata deve essere condiviso con particolare riferimento alla ribadita diversa natura da un lato del disconoscimento della scrittura privata dalla parte nei cui confronti essa venga prodotta e dall’altro lato della proposizione della querela di falso, ed al rilievo che, nella fattispecie, l’oggetto del giudizio riguarda la contestazione dell’autenticità non solo della sottoscrizione, ma anche della intera scheda testamentaria, della quale si nega la sua integrale riconducibilità alla mano della testatrice.
Sotto un profilo sistematico deve anzitutto osservarsi che il mancato o tardivo disconoscimento della scrittura privata dà luogo ad un riconoscimento tacito della stessa, cosicché non vi è dubbio che l’art. 215 c.p.c. preveda un procedimento specifico onde attribuire alla scrittura privata prodotta l’efficacia probatoria stabilita dall’art. 2702 c.c. circa la provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta, `fino a querela di falso’.
La querela di falso, invece, si pone su di un piano diverso, in quanto presuppone proprio l’esistenza di un documento avente l’efficacia probatoria designata dal legislatore come ‘prova piena’ (Cass. 16-8-1990 n. 8318), ed ha per oggetto la prova che la dichiarazione che appare proveniente dalla parte che l’ha sottoscritta, considerata separatamente dalla firma riconosciuta, non è stata in realtà effettuata; la querela di falso quindi tende a rimuovere la fede privilegiata che caratterizza la scrittura privata con sottoscrizione riconosciuta ai sensi dell’art. 2702 c.c..
Dunque resta incontestabile che, per escludere l’autenticità della scrittura privata che si assume contraffatta, pur se riconosciuta o legalmente considerata tale, l’unico mezzo possibile è costituito dalla querela di falso; infatti l’oggetto della querela riguarda l’efficacia di prova legale attribuita dall’art. 2702 c.c. alla scrittura privata riconosciuta.
I rilievi finora svolti inducono quindi a sottolineare il diverso ambito e la diverse finalità che caratterizzano la querela di falso ed il disconoscimento della scrittura privata, in quanto la prima postula l’esistenza di una scrittura privata riconosciuta, della quale si intende eliminare l’efficacia probatoria attribuitale dall’art. 2702 c.c., mentre l’altro, investendo la stessa provenienza del documento, mira ad impedire che la scrittura privata acquisti detta efficacia, e si risolve in una impugnazione vincolata da forme particolari, volta a negare l’autenticità del documento che si assume contraffatto (Cass. 24-1-2007 n. 1572); in linea più generale, poi, è evidente che lo strumento della querela di falso è rivolto al conseguimento di un risultato più ampio e definitivo, ovvero quello della contestazione della genuinità del documento e quindi della completa rimozione del suo valore probatorio con effetti ‘erga omnes’ e non nei soli riguardi della controparte.
Orbene sulla base delle esposte considerazioni deve escludersi che il giudicato formatosi nel precedente giudizio sul riconoscimento tacito del testamento olografo suddetto precluda la querela di falso proposta con la presente controversia nei confronti di esso onde accertare in via principale che il contenuto e la sottoscrizione che figurano nella scheda testamentaria non sono riferibili a G.S.; è invero evidente anzitutto che la querela di falso proposta ha ad oggetto una questione, relativa alla negata riconducibilità a quest’ultima non solo della sottoscrizione, ma anche delle disposizioni ivi redatte, che non ha costituito oggetto di accertamento nel precedente giudizio, cosicché non sussiste un giudicato in proposito, neppure implicito; alle stesse conclusioni deve poi giungersi anche con riferimento alla sola questione della sottoscrizione, avuto riguardo alla sopra evidenziata finalità della querela di falso, costituita dalla rimozione dell’efficacia probatoria della scrittura privata riconosciuta.
Al riguardo deve richiamarsi l’orientamento già espresso da questa Corte (dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi) secondo cui avverso la scrittura privata espressamente o tacitamente riconosciuta è proponibile querela di falso anche quando si voglia impugnare la riferibilità della sottoscrizione al suo autore apparente, dal momento che l’avvenuto riconoscimento esclude solamente che colui al quale la sottoscrizione è attribuita possa limitarsi a disconoscere la sottoscrizione addossando l’onere della verificazione alla parte che del documento voglia avvalersi, ma non si pone come accertamento di autenticità non altrimenti impugnabile (Cass. 12-6-1987 n. 5131; Cass. 10-6-1996 n. 5350, in una fattispecie in cui si era formato il giudicato sul riconoscimento tacito della scrittura privata successivamente oggetto di querela di falso).
Infine è appena il caso di evidenziare l’infondatezza anche del profilo di censura secondo cui la querela di falso non sarebbe proponibile nei confronti di un testamento olografo oggetto di riconoscimento tacito, in quanto in tal caso il riconoscimento tacito si estenderebbe all’intera scrittura privata; infatti detto riconoscimento ha riguardato (e non poteva che riguardare) soltanto la sottoscrizione della scheda testamentaria, e non quindi il suo contenuto, e d’altra parte la querela proposta ha avuto ad oggetto, come già rilevato, anche le disposizioni testamentarie, e non solo la sottoscrizione.
In definitiva il ricorso deve essere rigettato; ricorrono giusti motivi, avuto riguardo alla natura in parte controversa delle questioni oggetto di causa, per compensare interamente tra le parti le spese di giudizio.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa interamente tra le parti le spese di giudizio.
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Suprema Corte di Cassazione
sezione V
sentenza 2 dicembre 2014, n. 50355
Ritenuto in fatto
1. P.E. è stata assolta in primo grado dai delitti di cui agli articoli 485 e 489 cp, per avere, al fine di procurarsi un vantaggio, senza essere concorsa nella falsità, fatto uso di un falso testamento olografo a nome M.O. (capo A) e dal delitto di cui agli articoli 56-640 cp per aver tentato di indurre in errore l’esecutore testamentario utilizzando, il falso testamento sopraindicato (capo B). La assoluzione è intervenuta con la formula “il fatto non costituisce reato” ed è stata accompagnata dalla dichiarazione di falsità del testamento. La corte di appello di Torino, investita della impugnazione da parte della P. (beneficiaria del testamento dichiarato falso) , con riferimento, ovviamente, alla sola dichiarazione di falsità dell’atto, ha confermati, con la sentenza di cui in epigrafe, la sentenza di primo grado.
2. Ricorre per cassazione la P., con il ministero del suo difensore, e deduce violazione di legge e carenza dell’apparato motivazionale, atteso che non può essere dichiarata la falsità del testamento per il solo fatto che sia intervenuto nella sua redazione un terzo, diverso dal testatore. Il negozio successorio, secondo la giurisprudenza civile della cassazione, è certamente reso nullo se non si accerta la olografia del documento; tuttavia gli interventi successivi alla redazione del testamento non possono togliere validità allo stesso, se – comunque – è agevolmente ricostruibile la volontà del testatore. Diversamente ragionando, sarebbe facile per chiunque rendere nullo un testamento olografo, apportandovi note ed aggiunte. Orbene, la sentenza impugnata arbitrariamente afferma che le aggiunte (peraltro non rilevanti in ordine alla corretta ricostruzione della volontà della testatrice) sono state coeve alla redazione del testamento.
3. Con memoria depositata in termini, il difensore della PC chiede che il ricorso della imputata sia dichiarato inammissibile, ovvero rigettato atteso che le modifiche apportata da mano estranea sono interne all’atto e, oltretutto, significative (destinazione di un importo a favore di un cugino della testatrice e modifica di altro importo percentuale, relativo alla distribuzione delle somme).
Considerato in diritto
1. Premesso che, avendo il giudice di merito accertato che la P. non ha materialmente alterato il documento e non avendo il medesimo giudice affermato che la stessa sia in qualche maniera concorsa (ad es. quale istigatrice) nella sua alterazione, la formula assolutoria avrebbe dovuto essere “per non aver commesso il fatto”, il ricorso è fondato e merita accoglimento.
2. Parte della giurisprudenza citata nella sentenza de qua è inconferente, altra è non condivisibile.
2.1. Invero, la sentenza ASN 200605087-RV 233628 è relativa la caso in cui la mano del testatore sia stata “guidata” da mano estranea. Nel caso in esame, tale eventualità non è stata formulata.
2.2. La sentenza ASN 200427520-RV 228706 ha affermato che, ai fini della configurabilità del reato di falso in testamento olografo, è irrilevante che questo presenti profili di annullabilità o di nullità, ai sensi della disciplina civilistica, dovendosi considerare come testamento olografo, ai fini penalistici, qualsiasi manifestazione di volontà estrinsecatasi nella forma di cui all’art. 602 cc, con la quale taluno disponga, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o parte di esse.
3. A parere del collegio, viceversa, la prospettiva va radicalmente rovesciata, atteso che una cosa è la nullità o la annullabilità civilisticamente intese (che vanno eventualmente accertate nella deputata sede processuale), altra cosa è la falsità come rilevante in diritto penale. Se falsità è immutatio veri, è di tutta evidenza che solo una alterazione (materiale, nel caso in esame) significativa del documento originale può e deve essere presa in considerazione. Se, come nel caso di specie, la parte aggiunta e/o alterata è nettamente e agevolmente distinguibile dalla parte originaria, è ovvio che la falsità, se deve essere dichiarata, deve essere dichiarata in parte qua, non dovendosi (né potendosi), oltretutto, il giudice penale sostituire a quello civile in quello che è un accertamento connotato da squisito tecnico, ancorato ai principi di quel ramo dello scibile giuridico.
3.1. Orbene è la stessa sentenza che afferma (e la parte civile, nella sua memoria, indirettamente corrobora tale assunto) che le “aggiunte” (non operate per mano della imputata) sono ictu oculi individuabili.
3.2. Va da sé che, se il senso e il valore dell’intero documento risultassero del tutto sconvolti da tali “innesti”, tanto da non potersi ricostruire l’originaria volontà di chi esso ebbe a scrivere, la falsità (ai fini penalistici) investirebbe l’intero documento.
4. Impregiudicate, dunque (come è ovvio), rimanendo le questioni di pertinenza del giudice civile, la sentenza impugnata va annullata con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Tornio per nuovo esame, in ordine alla questione oggetto del presente ricorso.
P.Q.M.
annulla la sentenza impugnata limitatamente alla declaratoria di falsità del testamento olografo, con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della corte di appello di Torino.
By | 2017-05-28T17:51:25+00:00 marzo 3rd, 2015|Successioni eredità|0 Comments

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