Il mio obiettivo? La tua soddisfazione!
CHIAMA SUBITO!!!

OME OTTENERE L’EREDITA’ CHE TI SPETTA AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA FAENZA CESENA FORLI

 

COME OTTENERE L’EREDITA’ CHE TI SPETTA AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA FAENZA CESENA FORLI

 apratiche

ADSVETEMPODENATOSCRITTA 

Il testamento – olografo o pubblico che sia – non deve necessariamente contenere, a pena di nullita’, le indicazioni catastali e di configurazione degli immobili cui si riferisce, essendo invece sufficiente, per la validita’ dell’atto, che questi siano comunque identificabili senza possibilita’ di confusioni, salva la necessita, la quale peraltro non attiene ad un requisito di regolarita’ e validita’ del testamento, che gli eredi, in sede di denuncia di successione e di trascrizione del testamento medesimo, provvedano essi ad indicare specificamente gli immobili predetti, menzionandone dati catastali, confinazioni ecc..

 ADENAROLENTE

A1A1Suprema Corte di Cassazione

sezione II civile

sentenza 23 gennaio 2017, n. 1649

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente

Dott. MIGLIUCCI Emilio – rel. Consigliere

Dott. MATERA Lina – Consigliere

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15512-2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1434/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 03/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/10/2016 dal Consigliere Dott. MIGLIUCCI EMILIO;

udito l’Avvocato (OMISSIS), difensore della ricorrente che si riporta agli atti depositati insiste per l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato (OMISSIS) difensore del resistente che ha chiesto l’accoglimento del controricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI CARMELO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. (OMISSIS) conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Lodi il fratello (OMISSIS) per far accertare e dichiarare la nullita’ e/o annullabilita’ del testamento pubblico in data 29.1.2001 per Notaio (OMISSIS) di (OMISSIS) contenente le ultime volonta’ della madre (OMISSIS), deceduta il (OMISSIS), con conseguente apertura della successione legittima ex articolo 566 c.c., e, previa individuazione dell’asse ereditario e collazione, attribuzione all’attrice di una quota pari alla meta’ del patrimonio relitto. Formulava altresi’, in via subordinata, domanda di riduzione della quota assegnata al fratello nella misura necessaria a consentire la reintegrazione di quella spettante le per legge.

Si costituiva in giudizio il convenuto che chiedeva il rigetto di tutte le domande e deduzioni avversarie e, in via riconvenzionale, l’accertamento e il computo del valore dei beni donati dalla defunta alla figlia, oltre al risarcimento dei danni morali subiti per le espressioni offensive contenute nell’atto di citazione.

Con sentenza n. 924/2010 il Tribunale rigettava le domande di nullita’ e annullabilita’ del testamento pubblico della (OMISSIS) e la domanda subordinata di riduzione delle disposizioni testamentarie per lesione della quota di legittima, condannando l’attrice alla rifusione delle spese di lite e di CTU.

Con sentenza n. 1434/13 Corte di appello di Milano rigettava l’impugnazione proposta dall’attrice.

Secondo i Giudici: non era tale da inficiare la validita’ del testamento pubblico la circostanza che il notaio, prima della redazione dell’atto, avesse preso appunti in occasione di un incontro con la testatrice avvenuto in data precedente a quella risultante dal testamento, posto che non solo aveva dato lettura, in presenza delle testatrice e dei testimoni dell’atto scritto a macchina riportante la volonta’ in precedenza espressa dalla testatrice ma l’aveva completato con le postille che la de cuius aveva voluto aggiungere, con particolare riferimento al lascito di gioielli in favore della figlia; per quel che riguardava la altre anomalie dell’atto denunciate, si trattava di circostanze in parte smentite dal testo dell’atto pubblico in parte inconsistenti e inconferenti; era da escludere che la testatrice versasse in stato d’incapacita’ di intendere e di volere a stregua delle circostanze emerse da tutte le deposizioni testimoniali escusse, ad eccezione di quelle rese dal convivente e dai figli dell’attrice; d’altra parte, le certificazioni mediche prodotte avevano attestato patologie del tutto estranee a una presunta incapacita’ dell’attrice, meramente asserita da un parere medico rilasciato il 20-12-2004, irritualmente prodotto e, in ogni caso, contenente giudizi opinabili e singolari considerazioni riferite al momento della redazione del testamento pubblico; tali conclusioni non erano scalfite dalle considerazioni compiute dalla difesa dell’appellante secondo cui lo stato di incapacita’ della de cuius sarebbe stato aggravato dal rapporto di succubanza rispetto al figlio (OMISSIS).

In relazione alle doglianze sollevate con riferimento alla ricostruzione dell’asse ereditario, erano ritenute inammissibili le censure in proposito articolate; in particolare, l’appellante non aveva offerto la prova circa gli atti di compravendita che il figlio avrebbe effettuato previa elargizione di somme di denaro da parte della madre;

sfornite di prova erano le affermazioni circa la indebita percezione da parte del convenuto dei canoni di locazione cosi’ come il diritto dell’attrice sui gioielli della madre;

il valore del compendio ereditario era stato determinato con stima da parte del consulente di ufficio genericamente contestato dall’attrice e che il tribunale aveva ritenuto esente da vizi.

  1. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione (OMISSIS) sulla base di undici motivi illustrati da memoria.

Resiste con controricorso l’intimato.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. – Il primo motivo censura la decisione gravata che aveva escluso la nullita’ del testamento pubblico, pur essendo risultato dalle stesse dichiarazioni del notaio che lo stesso era stato redatto in data diversa da (antecedente a) quella risultante dall’atto, senza che dallo stesso risultasse la visita domiciliare nel corso della quale aveva in realta’ raccolto le dichiarazioni di ultima volonta’.

Denuncia la non veridicita’ delle circostanze menzionate nell’atto in merito al luogo in cui il notaio aveva raccolto le dichiarazioni della de cuius, immobilizzata al letto in gravi condizioni di salute, completamente cieca e non in grado di sottoscrivere; il notaio avrebbe dovuto verificare, attraverso visita medica specialistica, le condizioni di capacita’ di intendere e di volere della donna.

Evidenzia il comportamento del notaio che aveva a lungo tergiversato prima di consegnare copia dell’atto richiesta dall’attrice.

1.2. Il motivo e’ infondato.

La sentenza ha correttamente operato – con riferimento alla stipula del testamento pubblico- la distinzione fra operazioni attinenti al ricevimento delle disposizioni testamentarie e quelle relative alla confezione della scheda che, pertanto, possono svolgersi al di fuori di un unico contesto temporale. Ai fini della validita’ del testamento, qualora la scheda sia stata predisposta dal notaio, condizione necessaria e sufficiente e’ che egli, prima di dare lettura della scheda stessa, faccia manifestare di nuovo al testatore la sua volonta’ in presenza dei testi (Cass. 2742/1975) il che -secondo quanto accertato dai Giudici – si e’ appunto verificato nella specie d’altra parte, la cecita’ del testatore non e’ causa di invalidita’ del testamento pubblico (Cass. 3939/1983).

  1. – Il secondo motivo denuncia l’omesso esame di circostanze decisive da cui sarebbe emerso lo stato di incapacita’ di intendere e di volere della testatrice, non avendo considerato le circostanze riferite al riguardo dai testi escussi sulle condizioni mentali e fisiche della donna mentre le deposizioni favorevoli alla controparte erano smentite dalla documentazione clinica prodotta e dalla relazione del prof. (OMISSIS).
  2. – Il terzo motivo censura la sentenza impugnata laddove aveva confermato la decisione di primo grado che, nell’escludere lo stato di incapacita’, aveva fondato il proprio convincimento su giudizi e valutazioni dei testimoni, svalutando certificati medici e le argomentazioni date dal prof. (OMISSIS) o ancora la circostanza obiettiva del sequestro della madre da parte del figlio quando la prova testimoniale deve avere a oggetto fatti obiettivi e non apprezzamenti.
  3. Il quarto motivo deduce che la motivazione della sentenza impugnata si era basata su un mero rinvio a quella del primo giudice, senza che i Giudici di appello avessero proceduto all’esame della documentazione medica attestante le gravi condizioni di salute che integravano lo stato di incapacita’ previsto dall’articolo 591 c.c.,evidenziando, in proposito, travisamento compiuto dal tribunale delle risultanze emerse da tale certificazione.
  4. Il quinto motivo denuncia la mancata ammissione della consulenza tecnica, chiesta sia in primo grado sia con l’appello, e che comunque il giudice puo’ disporre di ufficio, trattandosi di mezzo indispensabile per verificare le condizioni mentali della testatrice.
  5. Il sesto motivo censura la sentenza impugnata laddove aveva escluso lo stato succumbanza in cui si trovava la madre nei confronti del figlio;

denuncia l’omesso esame delle circostanze emerse a proposito del comportamento del convenuto, il quale si era fatto consegnare dalla sorella le chiavi dell’appartamento in cui abitava la madre – ubicato sullo stesso pianerottolo in cui risiedeva il predetto – chiudendola in casa in modo da impedire che la stessa avesse contatti con l’esterno.

  1. Il settimo motivo denuncia la nullita’ del testamento per violazione dell’articolo 51 legge notarile non essendo state adottate le prescrizioni stabilite per la redazione degli atti che abbiano ad oggetto beni immobili.
  2. L’ottavo motivo denuncia che -contrariamente a quanto affermato dai Giudici – erano stati documentati gli atti di disposizione del patrimonio della madre compiuti a proprio esclusivo vantaggio dal convenuto.
  3. Il nono motivo denuncia l’erronea valutazione delle prove esperite relativamente a quanto emerso circa l’ammontare dei canoni di locazione percepiti da (OMISSIS) con riferimento agli appartamenti assegnati per testamento alla ricorrente.
  4. Il decimo motivo censura la sentenza laddove, contrariamente a quanto emerso dalla istruttoria testimoniale espletata, aveva escluso il diritto dell’attrice sui gioielli di proprieta’ della madre in possesso del fratello.
  5. L’undicesimo motivo lamenta che la Corte di appello avesse ritenuto generiche le censure sollevate con l’appello alla stima compiuta dal CTU del valore del compendio immobiliare lasciato dal de cuius, quando invece le critiche erano state analitiche, specifiche e supportate dalla consulenza di parte la quale aveva evidenziato, fra l’altro la potenzialita’ commerciale del locale adibito ad autorimessa; comunque il valore effettivo del garage autorimessa era di rilevantissimo valore, ben superiore a quello quantificato da consulente di ufficio.
  6. Vanno esaminati i motivi, due, tre, quattro, cinque, sei, otto, nove, dieci e undici: le doglianze hanno a oggetto gli accertamenti di fatto compiuti dai Giudici ovvero la valutazione degli elementi di prova che sarebbero emersi, per cui si impone la trattazione unitaria dei predetti motivi.

Occorre premettere che alla specie trova applicazione l’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, che introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che e’ inammissibile il motivo di ricorso per l’omesso esame di elementi istruttori ove il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice. Ed invero, la riformulazione dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’articolo 12 delle Prell., come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimita’ sulla motivazione. Pertanto, e’ denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in se’, purche’ il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. v. Cass. 14324/15; S.U. 8053/14. D’altra parte, appare opportuno precisare che, in relazione al fatto decisivo, deducibile ex articolo 360, n. 5 cit., occorre che la acquisizione di documento o delle risultanze di una prova, di cui si lamenti l’omesso sia tale da invalidare, con giudizio di certezza e non di mera probabilita’, l’efficacia probatoria delle altre risultanze di causa su cui si e’ fondato il convincimento del giudice del merito, si che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di base. Pertanto, non puo’ essere dedotto il vizio di motivazione per denunciare il mancato esame di elementi che, nel coacervo delle acquisizioni istruttorie, siano suscettibili di essere liberamente apprezzati unitamente ad altri con essi contrastanti nell’ambito della valutazione discrezionale del complessivo materiale probatorio riservata al giudice di merito altrimenti la Corte di Cassazione verrebbe in sostanza investita del riesame del merito della controversia, che e’ sottratto al giudice di legittimita’.

Nella specie, da un canto, dalla sentenza impugnata risulta che i Giudici hanno esaminato e valutato i fatti storici, principali e secondari, decisivi tenendo conto criticamente di quelli che erano stati i motivi di appello; dall’altro, le doglianze formulate dalla ricorrente a proposito delle condizioni e dello stato di succumbanza della de cuius, della ricostruzione e del valore dell’asse ereditario, della proprieta’ dei beni mobili o ancora circa gli atti di disposizione che si assume compiuti dal convenuto si risolvono nella censura della valutazione ed interpretazione delle risultanze processuali (deposizioni testi; parere medico che, quale perizia medica di parte, e’ una mera difesa tecnica), sollecitando la ricorrente – attraverso la prospettazione soggettiva di una difforme ricostruzione in fatto – un inammissibile riesame del merito; non diversamente deve ritenersi a proposito delle censure mosse alla stima compiuta dal consulente circa il valore attribuito al compendio immobiliare e, in particolare modo, al locale officina laddove, facendo fra l’altro riferimento anche alla eventuale trasformazione futura della destinazione del cespite, la ricorrente in effetti contrappone una personale valutazione; ancora, e’ rimessa alla discrezionalita’ del giudice di merito e, come tale, insindacabile in sede di legittimita’ la decisione di ammettere o meno la consulenza tecnica di ufficio.

Va esaminato quindi il settimo motivo.

7.2 Il motivo e’ infondato.

Il testamento – olografo o pubblico che sia – non deve necessariamente contenere, a pena di nullita’, le indicazioni catastali e di configurazione degli immobili cui si riferisce, essendo invece sufficiente, per la validita’ dell’atto, che questi siano comunque identificabili senza possibilita’ di confusioni, salva la necessita, la quale peraltro non attiene ad un requisito di regolarita’ e validita’ del testamento, che gli eredi, in sede di denuncia di successione e di trascrizione del testamento medesimo, provvedano essi ad indicare specificamente gli immobili predetti, menzionandone dati catastali, confinazioni ecc..

Il ricorso va rigettato.

Le spese della presente fase vanno poste a carico della ricorrente, risultata soccombente.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, ratione temporis applicabile, va dichiarata la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, articolo 1 bis.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore del resistente delle spese relative alla presente fase che liquida in Euro 4.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per onorari di avvocato oltre accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’articolo 1 bis dello stesso articolo 13.

 

 

ADENAROSVEGLIASCRITTA 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II

SENTENZA 2 dicembre 2015, n. 24521

Ritenuto in fatto

B.L., B.G., B.M. e B.R. convennero in giudizio, dinanzi al Tribunale di Alessandria, il fratello B.A. , con la di lui moglie F.G. e con i figli B.N.F. e B.D.L., unitamente alle rispettive mogli G.M. ed Gr.An..
Esposero che il (omissis) era deceduto ab intestato il loro padre B.N. ; che costui in vita aveva posto in essere una serie di atti dispositivi del suo patrimonio in favore del figlio A. , dei di lui figli N.F. e D.L. e delle rispettive mogli, con i quali si era spogliato di tutti i suoi beni; che tali atti dissimulavano altrettanti donazioni, da ritenersi nulle per difetto di forma prescritta. Chiesero, pertanto, quali eredi legittimi e legittimari di B.N. , che il Tribunale dichiarasse la nullità dei detti atti dispositivi, con conseguente restituzione dei beni che ne costituivano oggetto alla massa ereditaria ovvero dichiarasse la simulazione di tali atti e la loro riduzione ai fini della reintegrazione delle quote di legittima ad essi attori riservate; condannasse i convenuti a rendere il conto dei frutti percepiti su detti beni; in subordine, disponesse la riduzione delle donazioni eventualmente ritenute valide; condannasse in ogni caso i convenuti al risarcimento del danno.
Con separata citazione, gli attori proposero analoghe domande nei confronti di B.M. , altra figlia di B.A. , chiedendo l’annullamento degli atti dispositivi posti in essere dal de cuius in favore della stessa.
Le cause scaturite dalle due citazioni furono poi riunite.
2. – Si costituirono – con distinte comparse – da una parte B.D.L. ed G.A. e, dall’altra, B.A. e F.G. . Sostennero, in relazione agli atti nei quali risultavano rispettivamente acquirenti, di avere versato il corrispettivo in contanti come era stato loro richiesto dal de cuius, il quale poi aveva provveduto ad investire quanto incassato per le cure della seconda moglie, C.B. .
3. – Si costituirono successivamente anche B.N.F. e G.M., i quali, oltre a contestare le domande attoree, chiesero – proponendo domanda in via riconvenzionale – che il Tribunale dichiarasse la nullità delle donazioni effettuate in vita dal de cuius in favore dei figli B.R. e B.G. , con contestuale restituzione dei beni alla massa ovvero disponesse la collazione; dichiarasse la qualità di erede universale di B.N.F. , in forza di testamento pubblico del 21.1.1981 – pubblicato il 19.10.1998 (dopo la notifica dell’atto di citazione) – che contestualmente producevano e, perciò, il diritto del medesimo all’attribuzione di un terzo del patrimonio ereditario, come sarebbe stato ricostruito all’esito del giudizio. Infine, chiesero ed ottennero di chiamare in causa C.B., onde udire pronunziare, anche nei suoi confronti, la nullità delle donazioni dalla stessa ricevute, con ogni conseguente provvedimento.
4. – Anche C.B. si costituì, negando di aver mai ricevuto alcunché dal de cuius a titolo di liberalità, neppure in forma indiretta attraverso l’incarico di gestirne il denaro, essendo stato affidato tale incarico a F.G. , moglie di B.A..
5. – Il Tribunale di Alessandria dichiarò inammissibili e respinse tutte le domande, sia quelle attoree che quelle riconvenzionali.
6. – Sul gravame proposto in via principale dagli attori e in via incidentale da B.N.F. e G.M. , la Corte d’Appello di Torino, con sentenza del 21.1.2009, dichiarò anzitutto la nullità della sentenza di primo grado, in quanto pronunziata dal Tribunale in composizione monocratica, anziché – come prescritto – in composizione collegiale; indi, in parziale accoglimento delle domande attoree, dichiarò che cinque atti di disposizione del patrimonio immobiliare del de cuius dissimulavano in realtà altrettante donazioni, che dichiarò nulle per difetto di forma; dichiarò che gli immobili oggetto degli atti nulli costituivano l’asse ereditario del defunto B.N. ; determinò le quote di riserva spettanti a B.L., B.G., B.M. e B.R., assegnando la restante parte del patrimonio ereditario all’erede universale B.N.F. nominato dal de cuius col testamento pubblico del 21.1.1981; infine rigettò o dichiarò inammissibili tutte le restanti domande.
7. – Per la cassazione della sentenza di appello hanno proposto ricorso (procedimento n. 6139/2010 R.G.) B.M., B.N.F. e G.M. sulla base di tre motivi. Altro ricorso è stato proposto separatamente (procedimento n. 6140/2010 R.G.) da B.A. e F.G. sulla base dei medesimi identici tre motivi.
Hanno resistito con controricorso B.L., B.G., B.M. e B.R..
B.D.L. e Gr.An. sono rimasti intimati.
I ricorrenti B.A. e F.G., nonché i resistenti B.G., B.M. e B.R. hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto

– Preliminarmente, va disposta la riunione dei due procedimenti, avendo gli stessi ad oggetto ricorsi avverso la medesima sentenza.

– Passando all’esame del ricorso proposto da B.M., B.N.F. e G.M. nell’ambito del procedimento n. 6139/2010 R.G., va innanzitutto rigettata l’eccezione con la quale gli intimati hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso e dei relativi motivi in ragione della loro genericità e non autosufficienza. Il ricorso, invero, contiene un’esposizione dei motivi e dei fatti di causa sufficientemente puntuale e completa, sicché complessivamente risponde in modo idoneo al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione.

2.1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 456, 457, 459, 554, 555, 558, 559, 587 cod. civ. e 99,100, 112 cod. proc. civ. Secondo i ricorrenti, gli attori sarebbero carenti di legittimazione e/o di interesse ad agire, non potendosi riconoscere loro la qualità di eredi legittimari né quella di chiamati all’eredità per il fatto di non aver chiesto la riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima. Avrebbe perciò errato la Corte territoriale, da un lato, nel ritenere la qualità di eredi legittimari degli attori e nel non rilevare d’ufficio il loro difetto di legittimazione e/o di interesse ad agire, dall’altro nel ricomprendere nell’asse ereditario i beni immobili oggetto degli atti di disposizione dichiarati nulli in quanto dissimulanti altrettante donazioni.

Le censure non sono fondate.

Va premesso che gli attori hanno agito originariamente, quali eredi legittimi e legittimari del defunto, chiedendo di essere reintegrati nella loro quota di legittima, in rapporto ad una serie di atti dispositivi posti in essere dal de cuius, dissimulanti altrettanti donazioni.

Per effetto della condotta processuale dei convenuti – che hanno prodotto un testamento, pubblicato dopo l’inizio della causa, con il quale il defunto ha istituito suo unico erede il nipote Nicola Francesco – il quadro di riferimento della proposta azione di riduzione è venuto a mutare nel corso della lite: non più successione ab intestato, ma successione testamentaria.

È sorta dunque questione circa l’estensione della originaria domanda di riduzione delle donazioni anche alla disposizione testamentaria di istituzione di un unico erede e la Corte territoriale ha ritenuto che la domanda dovesse ritenersi estesa anche alla disposizione testamentaria, in quanto gli attori non avevano receduto dalla loro pretesa di ottenere la quota di eredità ad essi riservata ex lege.

La statuizione è conforme alla giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal collegio, che ha spiegato come “Gli artt. 554 e 555 c.c. non prevedono e regolano due distinte azioni, bensì un’unica azione, e cioè l’azione di riduzione, concessa ai legittimari, a tutela dei diritti che la legge ad essi riserva, qualora siano lesi da disposizioni testamentarie (artt. 554 c.c.) ovvero da donazioni (art. 555 c.c.), prevedendosi per entrambe che sono soggette a riduzione” (Cass. sez. 2, Sentenza n. 11873 del 1993, in motivazione).

L’unicità dell’azione trova conferma nella unitaria disciplina dettata, ai fini della trascrizione, dall’art. 2652 n. 8 cod. civ., per le domande di riduzione delle donazioni e delle disposizioni testamentarie per lesione di legittima; e trova altresì conferma nel fatto che con l’azione di riduzione non si impugna un atto in quanto nullo o annullabile, ma si chiede semplicemente la riduzione dello stesso, ossia che esso sia privato di efficacia giuridica nella misura sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario.

Risulta pertanto conforme a diritto la valutazione della Corte territoriale secondo cui l’originaria domanda di riduzione delle donazioni deve intendersi estesa alla disposizione testamentaria sopravvenuta in corso di causa; non senza considerare che trattasi di profilo attinente alla interpretazione della domanda che – in quanto giustificato da motivazione esente da vizi logici e giuridici – è insindacabile in sede di legittimità.

Sul punto può affermarsi il seguente principio di diritto:

“Quando l’attore, quale erede legittimo e legittimario, ha proposto domanda di riduzione di atti di donazione lesivi della quota di riserva a lui spettante ai sensi degli artt. 536 e segg. cod. civ., legittimamente il giudice di merito, a seguito della interpretazione della domanda giudiziale, può ritenere che tale domanda si estenda anche alla riduzione delle disposizioni contenute nel testamento del de cuius che sia stato prodotto in corso di causa e di cui l’attore legittimario non conosceva l’esistenza, quando dal tenore della sua pretesa risulti che l’attore intenda comunque conseguire la quota di legittima spettantegli ex lege”.

Infondata è anche la censura relativa al preteso difetto di legittimazione ad agire degli attori.

Com’è noto, la legittimazione ad agire (legitimatio ad causam) si ricollega al principio dettato dall’art. 81 cod. proc. civ., secondo il quale nessuno può far valere nel processo un diritto altrui in nome proprio fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, e comporta – trattandosi di materia attinente al contraddittorio e mirandosi a prevenire una sentenza inutiliter data – la verifica, anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo (con il solo limite della formazione del giudicato interno sulla questione) e in via preliminare al merito, della coincidenza dell’attore e del convenuto con i soggetti che, secondo la legge che regola il rapporto dedotto in giudizio, sono destinatari degli effetti della pronuncia richiesta (Sez. U, Sentenza n. 1912 del 09/02/2012, Rv. 620484).

Tuttavia, la legittimazione ad agire – quale condizione dell’azione – si riduce all’ipotetica accoglibilità della domanda e sussiste, dal Iato attivo, allorché colui che propone la domanda si afferma titolare del preteso diritto e, dal lato passivo, allorché colui nei cui confronti è proposta la domanda è affermato, nella domanda medesima, come colui che ha violato il diritto vantato dall’attore. Orbene, trattandosi di condizione dell’azione, necessaria per ottenere una pronuncia nel merito sulla fondatezza della domanda, l’accertamento della sua sussistenza va compiuto ex ante, ossia con esclusivo riferimento a quanto affermato nella domanda, e non ex post, dopo aver accertato la fondatezza di quanto affermato nella domanda, perché altrimenti, con la pronuncia sul merito, il processo sarebbe già concluso.

Sul punto, va ribadito il principio già dettato da questa Corte, secondo cui la ‘legitimatio ad causam’, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in giudizio, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Da essa va tenuta distinta la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, per la quale non è consentito alcun esame d’ufficio, poiché la contestazione della titolarità del rapporto controverso si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata. Fondandosi, quindi, la legittimazione ad agire o a contraddire, quale condizione all’azione, sulla mera allegazione fatta in domanda, una concreta ed autonoma questione intorno ad essa si delinea solo quando l’attore faccia valere un diritto altrui, prospettandolo come proprio, ovvero pretenda di ottenere una pronunzia contro il convenuto pur deducendone la relativa estraneità al rapporto sostanziale controverso (Sez. 3, Sentenza n. 14468 del 30/05/2008, Rv. 603170; Sez. 1, Sentenza n. 355 del 10/01/2008, Rv. 600878; cfr. anche Sez. 2, Sentenza n. 14177 del 27/06/2011, Rv. 618438).

Nella specie, non è dubbio che gli attori abbiano fatto valere la loro posizione di eredi legittimali del de cuius, chiedendo la reintegrazione della loro quota di legittima.

Deve ritenersi, pertanto, sussistente la legittimazione ad agire degli attori, considerato che l’azione di riduzione è concessa al legittimario in quanto tale – ossia in quanto ricompreso tra i soggetti indicati nell’art. 536 cod. civ. – e non in quanto erede, di modo che essa va riconosciuta anche al legittimario pretermesso (Sez. 2, Sentenza n. 16635 del 03/07/2013, Rv. 627105; Sez. 2, Sentenza n. 12496 del 29/05/2007, Rv. 597504); e peraltro, come rilevato dalla Corte territoriale, la qualità di legittimari degli attori non è stata contestata dai convenuti e, perciò, non poteva essere rilevata dal giudice d’ufficio.

Sul punto, va ribadito il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui la questione relativa alla legittimazione della parte nel processo può essere sollevata ed esaminata, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del processo stesso, ma solo in quanto in atti risultino i presupposti di fatto che tale legittimazione escludano, con la conseguenza che, qualora non sia contestata la qualità di erede, il giudice non può rilevare ex officio un difetto di legittimazione che non risulti già aliunde desumibile (Sez. L, Sentenza n. 12162 del 02/07/2004, Rv. 574066).

2.2. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione di legge e il vizio di motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla ritenuta simulazione dei cinque atti di vendita posti in essere dal de cuius, in quanto dissimulanti altrettante donazioni in favore dei congiunti.

Il motivo di ricorso va dichiarato inammissibile.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, l’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis alla fattispecie (essendo stata la sentenza impugnata pubblicata prima del 4 luglio 2009, data della entrata in vigore dell’art. 47 della legge 18 giugno 2009, n. 69, che ne ha disposto l’abrogazione), nel prevedere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione, dispone la declaratoria di inammissibilità del ricorso qualora, in presenza dei motivi previsti dall’art. 360 cod. proc. civ. comma 1 un. 1, 2, 3 e 4, ciascuna censura, all’esito della sua illustrazione, non si traduca in un quesito di diritto, funzionale, anche alla luce dell’art. 384 cod. proc. civ., all’enunciazione del principio di diritto ovvero a dieta giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza; mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui all’art. 360 cod. proc. civ. n. 5 (per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si concretizzi in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria -ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione (Sez. L, Sentenza n. 4556 del 25/02/2009, Rv. 607177). Il quesito di diritto deve costituire la chiave di lettura delle ragioni illustrate nel motivo e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere al quesito con l’enunciazione di una regula iuris, di un principio di diritto, che sia suscettibile di ricevere applicazione negli ulteriori casi analoghi oggetto di diverse controversie (Sez. U, Ordinanza n.2658 del 05/02/2008); mentre, quando sia dedotto il vizio della motivazione della sentenza impugnata (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.), è necessario che, a conclusione della esposizione della censura, sia formulato il c.d. ‘quesito di fatto’, ossia un apposito momento di sintesi, che ponga la S.C. in condizione di comprendere, dalla lettura del solo quesito, quale sia l’errore motivazionale commesso dal giudice di merito (Sez. 5, Sentenza n. 24255 del 18/11/2011, Rv. 620278).

Ciò posto, va rilevato che, nella specie, i ricorrenti non hanno assolto l’onere di formulare il c.d. quesito di diritto in relazione alla doglianza di violazione di legge, né hanno assolto l’onere di formulare il c.d. ‘quesito di fatto’ relativamente alla censura di vizio di motivazione; non rimane pertanto che prendere atto della inammissibilità del motivo in esame.

2.3. – Col terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1414, 1417, 2697, 2729 cod. civ. e 115, 116 cod. proc. civ.. Secondo i ricorrenti, la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere che gli atti di disposizione inter vivos impugnati dissimulassero una donazione, non essendovi prova – neppure indiretta – della ritenuta simulazione, in quanto le presunzioni formulate dai giudici di appello non sarebbero né gravi né precise né concordanti e sarebbero in contrasto con l’id quod plerumque accidit.

La censura non è fondata.

La presunzione semplice (o prova indiretta), che trova base normativa nell’art. 2727 cod. civ., consiste in una illazione logica con la quale il giudice desume il fatto da provare (factum probandum o ‘fatto ignoto’) – che corrisponde al fatto giuridico costitutivo o impeditivo o modificativo o estintivo del diritto controverso oggetto della causa (c.d. ‘fatto principale’) – da un fatto giuridicamente irrilevante ma rilevante sul piano probatorio del quale abbia conoscenza, in quanto sia stato provato nel giudizio o costituisca fatto notorio o fatto non contestato o ammesso (c.d. ‘fatto semplice’, ‘fatto noto’ o indizio).

L’art. 2729 cod. civ., nel prescrivere che le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla “prudenza del giudice” (secondo una formula analoga a quella che si rinviene nell’art. 116 cod. proc. civ. a proposito della valutazione delle prove dirette), impone al giudice di compiere l’inferenza logica dal fatto secondario (fatto noto) al fatto principale (fatto ignoto) sulla base di una regola d’esperienza che egli deve ricavare dal sensus communis, dalla conoscenza dell’uomo medio, dal sapere collettivo della comunità sociale in quel dato momento storico. Grazie alla regola d’esperienza adottata, è possibile per il giudice concludere che l’esistenza del fatto secondario (indizio) deponga, con un grado di probabilità più o meno alto, per l’esistenza del fatto principale.

Lo stesso art. 2729 cod. civ. si cura di precisare come debba manifestarsi la “prudenza” del giudice, stabilendo che il decidente deve ammettere solo presunzioni che siano “gravi, precise e concordanti”; laddove il requisito della ‘precisione’ va riferito al fatto noto (indizio) che costituisce il punto di partenza dell’inferenza e postula che esso non sia vago ma ben determinato nella sua realtà storica; il requisito della ‘gravità’ va riferito al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola d’esperienza adottata, è possibile desumere dal fatto noto; mentre il requisito della ‘concordanza’ richiede che il fatto ignoto sia – di regola – desunto da una pluralità di indizi gravi e precisi, univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza (cfr. Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726), anche se il requisito della ‘concordanza’ deve ritenersi menzionato dalla legge solo per il caso di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (Sez. 5, Sentenza n. 17574 del 29/07/2009, Rv. 609153).

Dal modello di prova per presunzioni configurato dalla legge, risulta che il giudice deve seguire un procedimento logico che si articola in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre che il giudice valuti in maniera analitica ognuno degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, rivestano i caratteri della precisione e della gravità, presentino cioè una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria;

successivamente, egli deve procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta considerando atomisticamente uno o alcuni indizi (Sez. 1, Sentenza n. 19894 del 13/10/2005, Rv. 583806). In questo secondo momento valutativo, perciò, gli indizi devono essere presi in esame e valutati dal giudice tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri allo scopo di verificare la concordanza delle presunzioni che da essi possono desumersi (c.d. convergenza del molteplice); dovendosi considerare erroneo l’operato del giudice di merito il quale, al cospetto di plurimi indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Sez. 3, Sentenza n. 3703 del 09/03/2012, Rv. 621641).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida ai sensi degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto – in forza di una regola d’esperienza – come conseguenza meramente probabile, secondo un criterio di normalità (Sez. 2, Sentenza n. 22656 del 31/10/2011, Rv. 619955); in altre parole, è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit (in virtù di una inferenza di natura probabilistica), sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza, mentre è da escludere che possa attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici (Sez. L, Sentenza n. 2632 del 05/02/2014, Rv. 629841).

Essendo la presunzione semplice affidata alla “prudente” valutazione del decidente (art. 2729 cod. civ.), spetta al giudice di merito valutare la possibilità di fare ricorso a tale tipo di prova, scegliere i fatti noti da porre a base della presunzione e le regole d’esperienza – tra quelle realmente esistenti nel sapere collettivo della società – tramite le quali dedurre il fatto ignoto, valutare la ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge; trattandosi di apprezzamento affidato alla valutazione discrezionale del giudice di merito, esso è sottratto al sindacato di legittimità se congruamente motivato (Sez. 3, Sentenza n. 8023 del 02/04/2009, Rv. 607382; Sez.L, Sentenza n. 15737 del 21/10/2003, Rv. 567551; Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726; da ultimo, Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 101 del 08/01/2015, Rv. 634118).

Nella specie, la Corte territoriale ha congruamente motivato in ordine alla sussistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, tali da consentire di ritenere che gli atti dispositivi impugnati dissimulavano altrettante donazioni, richiamando in proposito quali fatti indiziarii i rapporti familiari privilegiati esistenti tra de cuius e acquirenti, le modalità attuati ve degli atti dispositivi, il prezzo esiguo rispetto al valore dei beni, le modalità di pagamento asseritamente avvenuto in contanti per centinaia di milioni di lire, le condizioni economiche degli acquirenti, la sparizione del denaro che sarebbe stato incassato dal de cuius, etc.

Trattasi di motivazione esente da vizi logici e giuridici, conforme alle regole d’esperienza e all’id quod plerutnque accidit, che – in quanto tale – è insindacabile in sede di legittimità, non essendo in tale sede consentito al ricorrente in cassazione prospettare una possibilità o anche una probabilità di una spiegazione logica alternativa rispetto alla ricostruzione del fatto cui è pervenuto il giudice di merito.

2.4. – In definitiva, il ricorso proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. deve essere rigettato.

– In ordine al secondo ricorso proposto da B.A. e F.G. , che ha dato luogo all’iscrizione del procedimento n. 6140/2010 R.G., trattasi di ricorso che va qualificato incidentale.

E invero, il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso; tuttavia quest’ultima modalità non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte, indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto con atto a sé stante, in ricorso incidentale, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 cod. proc. civ., indipendentemente dai termini (quello breve e quello lungo) di impugnazione in astratto operativi. Tale principio non trova deroghe riguardo all’impugnazione di tipo adesivo che venga proposta dal litisconsorte dell’impugnante principale e persegue il medesimo intento di rimuovere il capo della sentenza sfavorevole ad entrambi, né nell’ipotesi in cui si intenda proporre impugnazione contro una parte non impugnante o avverso capi della sentenza diversi da quelli oggetto della già proposta impugnazione (Sez. L, Sentenza n. 5695 del 20/03/2015, Rv. 634799).

Ciò posto, va rilevato che il ricorso proposto da B.A. e F.G. presenta i medesimi motivi – contenenti le medesime argomentazioni – del ricorso principale proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. . Stante l’identità dei motivi di ricorso, esso va parimenti rigettato, non rilevando l’esame della questione relativa alla tempestività dell’impugnazione.

– Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico di tutti i ricorrenti in solido e liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi; condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 5.200,00 (cinquemiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Avvocato separazioni Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato civilista Bologna , Avvocato matrimonialista Bologna , Avvocato Bologna , Avvocati Bologna , malasanità risarcimento, Testamento olografo, diritto di famiglia avvocato, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento incidente mortale, incidente mortale risarcimento, risarcimento danni incidente mortale, incidente stradale mortale risarcimento danni, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimento danni sinistro stradale mortale, risarcimento danni incidente, risarcimento danni sinistro mortale, incidente stradale risarcimento, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimenti incidenti stradali, morte incidente stradale risarcimento, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento incidente stradale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento incidente mortale tabelle, tabella risarcimento morte incidente stradale, incidenti stradali risarcimento, risarcimento per incidente stradale, risarcimenti danni incidenti stradali, indennizzo morte incidente stradale, sinistri stradali risarcimento, risarcimento sinistro stradale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni fisici incidente, indennizzo incidente stradale, sinistro stradale risarcimento

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

Articoli Correlati

» BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

» OME OTTENERE L’EREDITA’ CHE TI SPETTA AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA FAENZA CESENA FORLI

» AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA L’ INVALIDITA’ DEL TESTAMENTO PER VIZI DELLA VOLONTA’

» EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

» BOLOGNA RAVENNA Hai un problema inerente eredità o successione ? Hai intenzione di fare un testamento ? Vuoi impugnare un testamento o resistere ad una causa legale di impugnazione ?

» AZIONE DI RIDUZIONE TESTAMENTO SUCCESSIONE IMPUGNAZIONE TESTAMENTO BOLOGNA

» EREDE QUOTE COME CALCOLARE LA QUOTA DELL’EREDE? AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA

» EREDE COME RIVENDICARE I PROPRI DIRITTI CHIAMA L’AVVOCATO ESPERTO La Corte – prosegue la ricorrente – non avrebbe poi rilevato che “l’originale delle fotocopie prodotte non fu mai prodotto, nè che le stesse, prive di data, di sottoscrizione e di intestazione, neppure potevano essere qualificate documenti”. Inoltre sarebbe errata l’affermazione secondo la quale la questione della proprietà delle società svizzere “muove dalla necessaria premessa dell’accertamento della qualità di erede di O. M.” (cfr. pag. 23 della sentenza). Tale affermazione sarebbe smentita dalla stessa narrazione della sentenza, che a pag. 1 testualmente afferma: ” O.J. rivendica i diritti ereditari della madre adottiva sul patrimonio rimasto indiviso con M. già dal tempo del decesso della madre M

» DEBITI EREDITARI RINUNCIA EREDITA’ L’assunzione della qualità di erede non può certamente desumersi dalla mera chiamata all’eredità, né dalla denuncia di successione trattandoci di un atto di natura meramente fiscale (Cass. Sez. 2, n. 10729 del 2009) che non ha rilievo ai fini dell’assunzione della qualità di erede che consegue solo all’accettazione dell’eredità, espressa o tacita, la cui ricorrenza rappresenta un elemento costitutivo del diritto azionato nei confronti del soggetto evocato in giudizio quale successore del de cuius (Cass. n. 6479 del 2002, Cass. n. 2849 del 1992). In ipotesi di debiti del de cuius di natura tributaria, pertanto, l’accettazione dell’eredità è una condizione imprescindibile affinché possa affermarsi l’obbligazione del chiamato all’eredità a risponderne. Non può ritenersi obbligato chi abbia rinunciato all’eredità, ai sensi dell’art. 519 cod.civ..

» EREDE ACCETTAZIONE CON BENEFICIO INVENTARIO DEBITI ERARIO sentenza n. 4419 del 21/02/2008 ha affermato che la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti ereditari, derivante dall’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, è opponibile a qualsiasi creditore, ivi compreso l’erario. Rappresentò la contribuente di aver accettato l’eredità del (…) con beneficio di inventario, che l’inventario si era concluso in data 29.7.2000 e che in data 26.1.2001, a seguito della trascrizione della dichiarazione di rilascio dei beni ai creditori, era stato nominato dal Presidente del Tribunale di Perugia il curatore per provvedere alla liquidazione dei beni ereditari. Sostenne, altresì, la (…) che, ai sensi dell’art. 490 c.c.» “l’erede non è tenuto al pagamento dei debiti ereditari e dei legati oltre il valore dei beni a lui pervenuti” e che, sino alla conclusione della liquidazione dei beni ereditari l’Ufficio non avrebbe potuto esigere l’imposta, non essendo possibile conoscere l’esatto ammontare dei beni a lei pervenuti ovvero l’attivo ereditario su cui calcolare l’imposta, specificando che, mentre i beni siti in (…) erano stati tutti liquidati, non era ancora terminata la liquidazione dei beni siti in (…).

avvocato a bologna

Articoli Recenti

» CORTE APPELLO BOLOGNA TRIBUNALE DI BOLOGNA DANNO JURE PROPRIO IN INCIDENTE MORTALE La Corte si e’ soffermata sulla natura delle tabelle milanesi e sul come la loro inosservanza si ponga rispetto ai paradigmi dell’articolo 360 c.p.c., nella sentenza n. 4447 del 2014. In detta decisione la Corte si e’ soffermata su quello che ha individuato come il problema della “ritualita’ della deduzione come violazione di norma di diritto delle c.d. tabelle milanesi” ed ha svolto le seguenti considerazioni.

» BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

» AVVOCATO PER SUCCESSIONE EREDI TESTAMENTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA SUCCESSIONE QUOTE SRL SUCCESSIONE LEGITTIMA CONIUGE Le partecipazioni sono liberamente trasferibili (1) per atto tra vivi e per successione a causa di morte, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo [2284, 2322, 2462, 2471, 2468]. Qualora l’atto costitutivo preveda l’intrasferibilità delle partecipazioni o ne subordini il trasferimento al gradimento (2) di organi sociali, di soci o di terzi senza prevederne condizioni e limiti, o ponga condizioni o limiti che nel caso concreto impediscono il trasferimento a causa di morte, il socio o i suoi eredi possono esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’articolo 2473. In tali casi l’atto costitutivo può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato .

» RISOLVI ORA PORRETTA LIZZANO IN BELVEDERE VIDICIATICO GAGGIO MONTANO AVVOCATO MATRIMONIALISTA SEPARAZIONI E DIVORZI SEPARAZIONE DOMANDE E RISPOSTE DOMANDA ma separarsi è una cosa facile? RISPOSTA No, vi sono mille problematiche da risolvere! DOMANDA Quale sono le problematiche maggiori nella separazione? RISPOSTA :i figli la casa coniugale il mantenimento 1)DOMANDA quale differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?

» MALASANITA’ FORLI SENTENZA TRIB FORLI’ INFEZIONE DANNO CASA DI CURA RISARCIMENTO Nella responsabilità medica, se invocata a titolo contrattuale sul presupposto di un rapporto contrattuale “da contatto” intercorso tra il paziente e il medico o la struttura sanitaria, l’onere probatorio per il paziente danneggiato consiste nella dimostrazione che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento dannoso, rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione oppure da un suo aggravamento fino a comportare una nuova patologia ovvero il decesso del paziente. Al contrario l’ente ospedaliero deve fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente, con l’osservanza di tutte le regole di prevenzione ed igiene ed anche di aver adottato tutte le procedure, i protocolli e le linee guida idonei a fornire agli operatori sanitari le indicazioni necessarie per un corretto svolgimento della prestazione sanitaria e che gli esiti peggiorativi siano determinati da un esito imprevisto ed imprevedibile. Ai fini della determinazione del quantum risarcitorio, la legge 189/2012 non ha efficacia retroattiva. Ne consegue che per i fatti verificatisi anteriormente all’entrata in vigore di tale legge, l’importo è determinato facendo rifermento alla tabella in uso presso il Tribunale di Milano.

» Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

» RINUNCIA ALL’EREDITA’ QUANDO LA RINUNCIA E’ INEFFICACE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

» RINUNCIA EREDITA’ BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

» SUCCESSIONE FORLI RAVENNA CESENA TRIB FORLI SENTENZA SIMULAZIONE PREZZO VENDITA E DONAZIONE Trib. Forlì, Sentenza parziale 3879/2010 del 10.03.2015, Pres. Pescatore est. Ramacciotti Successione – Azione di simulazione relativa – Prescrizione – Dies a quo.

» FORLI CESENA BOLOGNA CAUSE EREDITARIE AVVOCATO ESPERTO DOMANDA la delazione basta per acquisire la qualita’ di erede? No occorre anche l’accettazione

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

PUOI CONTATTARMI ANCHE VIA MAIL: avvsergioarmaroli@gmail.com
Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna