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ESERCIZIO DEL DIRITTO

art. 480 c.c.   prescrizione

il diritto di accettare l’eredità si prescrive in 10 anni (c.c.2946).
Il termine decorre dal giorno dell’apertura della successione (c.c.456) e, in caso d’istituzione condizionale (633 e s.s.), dal giorno in cui si verifica la condizione (c.c.2935).
Il termine non corre per i chiamati ulteriori, se vi è stata accettazione da parte di precedenti chiamati e successivamente il loro acquisto ereditario e venuto meno.
Un così lungo termine mal si accompagna a quella celerità della vicenda successoria voluta dall’ordinamento a tutela dei traffici; è ben vero che, specialmente i creditori e i legatari, possono ricorrere alla nomina di un curatore dell’eredità giacente, ma è anche vero che se questo istituto tutela i terzi non tutela i potenziali chiamati all’eredità che hanno un’aspettativa ereditaria di grado ulteriore rispetto al chiamato che non sciogli il dubbio.
art. 481 c.c.   fissazione di un termine per l’accettazione (ACTIO INTERROGATORIA)
chiunque vi ha interesse può chiedere che l’autorità giudiziaria fissi un termine (C.p.c. 749) entro il quale il chiamato dichiari se accetta o rinunzia all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare (c.c.488).

ADENAROSVEGLIAOROLOGIOBELLAimpugnare testamento olografo

testamento pubblico

art . 602 cc

testamento segreto

testamento olografo nullo

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Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

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AVVOCATO ASSISTENZA LEGALE IMPRESE, AVVOCATO ASSISTENZA LEGALE CONCORDATO PREVENTIVO
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In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.
La rinuncia all’eredità:
con la rinuncia all’eredità, l’erede rinuncia al proprio diritto all’eredità. La rinuncia deve essere formalizzata e, pertanto, dovrà essere ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale competente.
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L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario:
permette di limitare la propria responsabilità al fine di evitare che, in caso di eredità con molti debiti, l’erede sia costretto a rinunciare all’eredità.
In caso di accettazione con beneficio d’inventario, infatti, il patrimonio del defunto e quello dell’erede rimangono separati.
Questo permette all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato e, quindi, senza che il proprio patrimonio venga intaccato.
 
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  1. Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mono del testatore”(comma 1); “La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno.

 

 

  1. La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento” (comma 3).

 

 

  1. Ai sensi del combinato disposto degli artt. 602 e 606 cpv. cod. civ., la mancanza della data nel testamento olografo è causa di annullabilità dello stesso.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE 

Sentenza 29 settembre – 11 novembre 2015, n. 23014

Ritenuto in fatto

  1. – P.D., P.M., P.A., P.T. e P.F. convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Cagliari, A.L. e M.I., impugnando il testamento olografo col quale la sorella P.P. – morta suicida – aveva nominato suoi eredi i convenuti; chiesero dichiararsi la nullità del testamento per mancanza di autografia e di sottoscrizione e, in subordine, annullare lo stesso per mancanza della data, per lo stato di incapacità di intendere e di volere nel quale versava la testatrice al momento della redazione della scheda testamentaria e, in ogni caso, perché viziato da errore; chiesero ancora che i convenuti fossero condannati al rilascio dell’immobile da essi occupato – già di proprietà della defunta e costituente la casa di abitazione della stessa – nonché al risarcimento del danno.
Con separata citazione, gli attori chiesero poi che, qualora fosse stata riconosciuta la validità della disposizione testamentaria, venisse dichiarato che la stessa non era una istituzione di erede, bensì un legato.
Nella resistenza dei convenuti e previa riunione delle due cause, il Tribunale adito dichiarò la nullità del testamento olografo per difetto di autografia e, comunque, ne dichiarò l’invalidità per mancanza di data; dichiarò che gli attori erano eredi di P.P. ; condannò i convenuti al rilascio dell’immobile da essi occupato e alla restituzione dei frutti a far tempo dalla notifica dell’atto di citazione.
  1. – Sul gravame proposto da A.L. e M.I. , la Corte di Appello di Cagliari, con sentenza del 19.1.2009, rigettò la domanda di annullamento del testamento per mancanza di data e, con separata ordinanza, dispose per la prosecuzione del giudizio ai fini della decisione sulle altre domande. Ritenne la Corte territoriale che la data del testamento olografo della de cuius, seppur formalmente mancante sulla scheda testamentaria, fosse comunque dalla stessa ricavatale sulla base delle espressioni adottate dalla testatrice.
  2. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono, sulla base di tre motivi, P.D. , P.M. , P.A. , P.T. , nonché – nella qualità di eredi di P.F. , nel frattempo deceduto – G.C. , P.N. , P.S. e P.I. 
Resistono con controricorso A.L. e M.I. 
Considerato in diritto
  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 602 e 606 cod. civ. Secondo i ricorrenti, la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere che la data del testamento, seppur formalmente mancante, fosse però ricavabile dal contenuto della scheda testamentaria grazie al riferimento – in essa contenuto – al suicidio della testatrice; a loro dire, l’apposizione della data nel testamento sarebbe un elemento non fungibile e, comunque, le espressioni contenute nel testamento non conterrebbero alcun riferimento alla data del suicidio né sarebbero utili a stabilire quando il testamento è stato redatto.
Col terzo motivo – che può essere trattato unitariamente e col quale si denuncia il vizio della motivazione sul punto – si deduce poi che l’espressione contenuta nel testamento “oggi finisco di soffrire e voglio finirla” non significherebbe affatto – come ritenuto dalla Corte territoriale – che la redazione del testamento avvenne nel medesimo giorno del suicidio della testatrice, mancando elementi intrinseci al testamento che lo attestino e non potendo la data di redazione del testamento essere ricavata ab extrinseco dall’accertamento del decesso, essendo quest’ultimo un dato esterno rispetto alla scheda testamentaria.
Entrambe le censure sono fondate.
Va premesso che – ai sensi dell’art. 602 cod. civ. – “Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mono del testatore” (comma 1); “La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno. La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento” (comma 3). Ai sensi del combinato disposto degli artt. 602 e 606 cpv. cod. civ., la mancanza della data nel testamento olografo è causa di annullabilità dello stesso.
Dalla disciplina appena richiamata discende che il testamento olografo, come il testamento pubblico e quello segreto, costituisce un negozio mortis causasolenne, che ha carattere formale (c.d. negozio a forma vincolata), nel senso che la sua validità è subordinata all’osservanza di determinati requisiti di forma che la legge prescrive ad substantiam, dimodoché l’atto negoziale non è valido se non è osservata la forma tassativamente stabilita dalla legge.
Sono requisiti formali del testamento olografo: la scrittura autografa del testatore, la data e la sottoscrizione.
Secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, in tema di validità del testamento olografo, la completa indicazione della data, composta di giorno, mese ed anno, costituisce un “requisito essenziale di forma” dell’atto anche nel caso in cui, in concreto, l’omissione sia irrilevante rispetto al regolamento d’interessi risultante dalle disposizioni testamentarie (nella fattispecie, la Corte ha confermato la pronuncia di annullamento del testamento olografo che non conteneva nella data, accanto al mese e all’anno, l’indicazione del giorno) (Sez. 2, Sentenza n. 12124 del 14/05/2008, Rv. 603424).
Trattandosi di requisito di forma, cui la legge ricollega la validità del negozio, deve escludersi che la data del testamento possa ricavarsi aliunde da elementi estranei all’atto e che l’invalidità del testamento sia subordinata all’incidenza in concreto dell’omissione della data sui rapporti dipendenti dalle disposizioni testamentarie (Sez. 2, Sentenza n. 7783 del 08/06/2001, Rv. 547333; Sez. 2, Sentenza n. 6682 del 09/12/1988, Rv. 460964; Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312520).
Il carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo fa si che, ai fini della validità del negozio, ciò che conta è che sulla scheda testamentaria vi sia una data scritta di pugno dal testatore o che essa sia comunque ricavabile – nella sua completezza di giorno, mese e anno – dal contenuto della scheda testamentaria (come nel caso in cui essa contenga dati o indicazioni equipollenti), senza che possano rilevare elementi estranei all’atto, ricavabilialiunde; non rileva invece – ai fini della validità del testamento – che la data apposta sulla scheda testamentaria sia anche veritiera (Sez. 2, Sentenza n. 2874 del 20/07/1976, Rv. 381621):
La legge (art. 602, comma 3, cod. civ.), infatti, non ammette la prova della non veridicità della data apposta sulla scheda testamentaria, se non nei casi in cui “si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento”. Perciò, coerentemente al carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo, la falsità di tale data non costituisce, di per sé, causa di annullabilità del testamento (Sez. 2, Sentenza n. 25845 del 27/10/2008, Rv. 605269); mentre costituisce causa di annullamento del testamento olografo la mancanza (o l’incompletezza) della data, che può essere fatta valere anche se non si controverta sulla capacita del testatore, sulla priorità di data fra più testamenti o su altre questioni da decidersi in base all’accertamento del tempo in cui l’olografo fu redatto (Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312521).
In sostanza, solo l’impugnativa volta a dimostrare la non verità della data è condizionata all’esistenza di una delle finalità di cui all’art. 602 comma 3 cod. civ. (l’accertamento della capacità di testare del de cuius, della priorità della data tra più testamenti o di altra questione da risolversi in base alla data del testamento), mentre l’impugnativa per mancanza od incompletezza della data è svincolata dalla necessità della ricorrenza di una determinata ragione, che renda rilevante l’accertamento della data di redazione del testamento: perciò, la mancanza od incompletezza della data – il fatto che la stessa non sia ricavabile dal testo della scheda testamentaria, indipendentemente da ogni elemento estraneo all’atto – è causa, di per sé, di annullabilità del testamento, da far valere – secondo quanto prescrive l’art. 606, comma 2, cod. civ. – nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.
Orbene, la Corte territoriale, pur non disconoscendo i principi di diritto sopra richiamati, ne ha fatto tuttavia erronea applicazione allorquando è pervenuta alla conclusione che la data del testamento della de cuius, pur non essendo stata espressamente indicata nella scheda testamentaria, fosse comunque evincibile dalla medesima e fosse corrispondente a quella del giorno nel quale la testatrice ha posto fine alla sua vita, suicidandosi.
Nella specie, la Corte di merito ha evidenziato che, nella scheda testamentaria, la de cuius, rivolgendosi ai suoi più stretti congiunti e premettendo di non poter più sopportare il dolore per la perdita del marito, ha scritto: “oggi finisco di soffrire“, “voglio finirla“, “vi saluto e la faccio finita“. Secondo i giudici di merito, queste espressioni permetterebbero di concludere che il testamento è stato redatto dalla testatrice nello stesso giorno del suo suicidio.
E tuttavia, è evidente l’errore nel quale sono incorsi i giudici di merito; giacché essi hanno desunto la data del testamento da un elemento del tutto estrinseco rispetto alla scheda testamentaria, costituito dall’evento del suicidio.
È bensì vero, come dianzi detto, che la data del testamento olografo, ove non espressamente indicata nell’atto, può essere ricavata da dati o indicazioni equipollenti in esso contenuti. È questo il caso in cui il testatore, anziché apporre al testamento in modo esplicito la data di redazione dello stesso (composta da giorno, mese e anno), indichi tale data, ad es., con le formule: Capodanno 2010, Natale 2009 o Pasqua 2011; ovvero faccia riferimento ad un evento costituito da un “fatto notorio” che abbia una precisa data: ad es., il giorno dell’elezione di un Papa precisamente indicato; il giorno di un terribile evento naturale o provocato dall’uomo (un terremoto, un attentato, una strage).
In casi come questi, la data del testamento è ricavabile con precisione e completezza dal contenuto dell’atto sulla base delle conoscenze umane generalmente conosciute, costituenti la cultura dell’uomo medio, dimodoché deve ritenersi osservato il requisito di forma della indicazione della data del negozio testamentario.
Diverso è il caso oggetto della presente controversia, in cui nella scheda testamentaria la testatrice si è limitata a fare riferimento ad un evento futuro ed incerto, come il suo suicidio. Trattasi di un evento incertus an, incertus quando: incerto nell’in, perché la testatrice, dopo aver redatto la scheda testamentaria, ben avrebbe potuto cambiare idea e non suicidarsi affatto; incerto nel quando, perché ella, dopo aver manifestato l’intenzione di suicidarsi nello stesso giorno della redazione della scheda testamentaria, avrebbe potuto decidere di indugiare un tempo più o meno lungo, per porre poi fine alla sua vita nei giorni o nei mesi successivi rispetto alla redazione del testamento (circostanza, quest’ultima, che – sul piano logico – non può certo escludersi a priori).
E allora, se è vero che la testatrice scrivendo “oggi finisco di soffrire” ha manifestato l’intenzione di suicidarsi nel medesimo giorno in cui ha redatto il testamento olografo, non è men vero che – al di là delle intenzioni dalla stessa manifestate all’atto della compilazione della scheda testamentaria – nulla consente di concludere che la de cuius si sia effettivamente tolta la vita nello stesso giorno della redazione del testamento.
D’altra parte, nei casi di suicidio (come quello oggetto della causa), la data di morte del defunto è determinata attraverso un giudizio medicolegale che costituisce un dato certamente estrinseco rispetto al contenuto del testamento e, dunque, non idoneo ad integrare il requisito formale della data; né potrebbe neppure escludersi che l’azione suicidaria sia avvenuta in un giorno e l’eventus mortis sia avvenuto il giorno successivo (come nel caso in cui l’azione suicidaria sia stata posta in essere pochi minuti prima della mezzanotte, l’agonia sia durata un certo tempo, cosicché la morte si sia verificata nel giorno successivo).
In definitiva, dalla semplice lettura del testamento non è dato ricavare la data in cui esso è stato redatto: il testamento è privo del requisito formale della data. Né tale data può essere individuata in quella della morte della de cuius, in quanto tale ultima data risulta solo da elementi esterni rispetto alla scheda testamentaria.
Va affermato allora, ai sensi dell’art. 384 primo comma cod. proc. civ., il seguente principio di diritto: “In tema di validità del testamento olografo, nel caso in cui il tastatore, in seno ad una scheda testamentaria priva di data, affermi che il testamento è stato redatto nello stesso giorno di un avvenimento ancora da verificarsi (come il suo suicidio), la scheda testamentaria deve considerarsi priva della data prescritta dall’art. 602 cod. civ. e, perciò, il testamento è annullabile ai sensi dell’art. 606 secondo comma dello stesso codice”.
Alla stregua di quanto sopra, la sentenza impugnata va cassata per falsa applicazione dell’art. 602 cod. civ..
  1. – A questo punto, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, rileva la Corte come sussistano i presupposti di cui all’art. 384 secondo comma cod. proc. civ. per decidere la causa nel merito.
Alla luce di quanto sopra osservato, dovendosi ritenere che la scheda testamentaria manchi di data, non rimane che disporre l’annullamento del testamento impugnato.
  1. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 602 – 606 – 2697 – 2698 e 112 – 115 – 216 cod. proc. civ. Lamentano i ricorrenti che la Corte territoriale – nel decidere sull’appello proposto dai convenuti avverso la statuizione della sentenza di primo grado con la quale era stata dichiarata la nullità del testamento olografo per difetto di autografia – abbia accolto l’istanza di verificazione del testamento olografo avanzata dai convenuti in grado di appello, disponendo conseguentemente la prosecuzione del giudizio per l’espletamento di apposita consulenza tecnica, mentre – a loro dire – avrebbe dovuto rigettare tale istanza e confermare la pronuncia di primo grado, in quanto gli appellanti non ebbero a produrre, neppure in appello, l’originale della scheda testamentaria né scritture di comparazione.
La censura è inammissibile
In forza del principio della prevalenza della sostanza sulla forma, la statuizione con la quale la Corte di Appello ha disposto la verificazione del testamento olografo, disponendo conseguentemente la prosecuzione del giudizio per l’espletamento di apposita consulenza tecnica, pur avendo la forma di sentenza, ha la sostanza di ordinanza, in quanto non ha contenuto decisorio né carattere definitivo (cfr. Sez. U, Sentenza n. 480 del 20/07/1999, Rv. 528783). Conseguentemente, il ricorso per cassazione proposto nei confronti di essa è inammissibile.
  1. – In definitiva, vanno accolti il primo e il terzo motivo di ricorso e va dichiarato inammissibile il secondo. Va cassata la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, va annullato il testamento olografo impugnato.
In ordine alle spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità, la Corte ritiene di disporne l’integrale compensazione tra le parti, attesa la singolarità della fattispecie sottoposta a giudizio.
P.Q.M.
La Corte Suprema di Cassazione accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso; dichiara inammissibile il secondo; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, annulla il testamento olografo di P.P. ; compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità.

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Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.

La rinuncia all’eredità:

con la rinuncia all’eredità, l’erede rinuncia al proprio diritto all’eredità. La rinuncia deve essere formalizzata e, pertanto, dovrà essere ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale competente.

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L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario:

permette di limitare la propria responsabilità al fine di evitare che, in caso di eredità con molti debiti, l’erede sia costretto a rinunciare all’eredità.

In caso di accettazione con beneficio d’inventario, infatti, il patrimonio del defunto e quello dell’erede rimangono separati.

Questo permette all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato e, quindi, senza che il proprio patrimonio venga intaccato.

 

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 2 febbraio 2016, n.1987 – Pres. Mazzacane – est. Scalisi
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Motivi della decisione
1.- Con il primo motivo di ricorso Z.D. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 732 c.c. ex art. 360, n. 3, c.p.c.. Secondo il ricorrente la Corte di Appello di Venezia avrebbe erroneamente considerato soggetti non estranei alla comunione B.O. , E. e G. sul presupposto che sarebbero succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale sola, invece, aveva la qualità di coerede. In tal modo, era stato escluso che essa ricorrente potesse esercitare il diritto di prelazione riconosciuto dall’art. 732 c.c., in favore di ogni coerede nel caso uno dei comproprietari volesse cedere in tutto od in parte la sua quota di eredità a soggetti estranei alla comunione.
1.1- Il motivo è infondato.
L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.
In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.
Sostiene la ricorrente che estranei alla comunione sarebbero, in caso di successione testamentaria (come nella specie), tutti coloro che non sono stati nominati eredi con il testamento che ha dato origine alla comunione stessa. Ne consegue che, a suo avviso, i convenuti, ancorché succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale era di certo una degli originari coeredi testamentari, sarebbero da considerare estranei alla comunione, non essendo stati indicati nel testamento quali eredi della res.
L’assunto non merita di essere condiviso.
Infatti, secondo la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, in tema di successione per rappresentazione il discendente rappresentante che subentri nel luogo e nel grado dell’ascendente rappresentato che non possa o non voglia accettare l’eredità succede direttamente al de cuius, con la conseguenza che la detta eredità è a lui devoluta nella identica misura che sarebbe spettata al rappresentato (Cfr. Cass. n. 12496 del 2007; n. 20018 del 2004). In applicazione di tale principio la Suprema Corte di Cassazione è giunta ad affermare che, in caso di successione per rappresentazione, il discendente rappresentante, essendo successore iure proprio nell’eredità, è legittimato all’esercizio del retratto successorio ex art. 732 c.c. (Cfr. Cass., n. 594 del 2015).
Se ne ricava che il successore per rappresentazione ha la qualità di coerede ai sensi dell’art. 732 c.c. e che, quindi, non può essere considerato un soggetto estraneo alla comunione nei cui confronti sia possibile esercitare il diritto di riscatto previsto da tale ultima disposizione (c.d. ius retractionis).
  1. – Con il secondo ed il terzo motivo la ricorrente contesta la qualità di eredi dei resistenti con riferimento alla disposizione testamentaria che li aveva visti beneficiari della liquidità della de cuius, mentre con il quarto si duole della tardi vita della loro affermazione di essere eredi diretti e non solo per rappresentazione della testatrice. Epperò tutti questi profili sono ormai privi di rilievo, dovendosi comunque ritenere B.O. , E. e G. coeredi ex art. 732 c.c., ancorché succeduti per rappresentazione all’originaria coerede V.P.D. .
2.1.- Questi motivi (il secondo, il terzo ed il quarto) devono considerarsi assorbiti, posto che alla luce del rigetto del primo motivo, non sussiste più alcun interesse al loro esame.
In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 cpc. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori come per legge.
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La chiarezza in un momento difficile

Cos’è la successione e a chi va?

Cosa si intende per successione legittima?

E se il testamento esiste?

Che accade se le quote non sono rispettate?

Si può essere esclusi dall’eredità?

Che fare se i propri diritti non vengono rispettati?

La chiarezza in un momento difficile

Quando in famiglia arriva un lutto, non ci sono solo gli aspetti affettivi, già fin troppo impegnativi di per sé, da affrontare. In aggiunta al dolore della scomparsa, nel momento in cui una persona muore si apre la fase della successione, un momento delicato che richiede attenzione e chiarezza per gli eredi, termine nel quale vanno compresi tutti coloro che hanno diritto alla propria quota di eredità. E la chiarezza passa innanzitutto dal significato delle parole.
Cos’è la successione e a chi va?
La successione è infatti il trasferimento dei beni mobili e immobili agli aventi diritto. E tra questi ultimi rientrano due categorie. Nella prima sono compresi i parenti (eredi universali): a loro va la totalità dei beni, debiti compresi che, solo nel caso di accettazione con beneficio di inventario, intaccano la quota dei beni ricevuta (l’eredità può essere comunque rifiutata entro 3 mesi dalla morte del congiunto). Nella seconda, invece, sono compresi coloro che vantano comunque un diritto (eredi legati o legatari) senza obblighi sui beni trasferiti. Infine si può lasciare parte del proprio patrimonio a un ente o un’associazione, ma solo la cosiddetta quota disponibile, che va da un quarto a due terzi del patrimonio stesso. Se tuttavia non ci sono eredi, il lascito può coincidere con l’intero ammontare dei propri beni.

Cosa si intende per successione legittima?

Esistono tre tipi di successione. La prima è la legittima, quando manca un testamento e riguarda il coniuge superstite, i discendenti (i figli), gli ascendenti (i genitori), i collaterali (i fratelli, le sorelle e i loro discendenti) e altri parenti (ascendenti fino al quinto grado e discendenti entro il sesto grado). Per loro sono definite quote riportate nella tabella 1. Infine c’è lo Stato a cui va l’eredità “vagante”, quando non esistono eredi.
Tabella 1 – Quote in caso di successione legittima

E se il testamento esiste?

La seconda, se invece il testamento esiste, si chiama testamentaria: in questo caso il testamento deve essere olografo (scritto e firmato a mano da chi lascia i suoi beni con tanto di data e luogo in cui viene redatto) oppure redatto sotto dettatura di un notaio con due testimoni presenti (testamento pubblico). Si chiama testamento segreto quello olografo ricevuto in busta chiusa dal notaio. Le quote in questo caso sono riportate nella tabella 2.
Tabella 2 – Quote in caso di successione testamentaria

Che accade se le quote non sono rispettate?

La terza invece prende il nome di successione necessaria e si profila quando le quote di riserva destinate agli eredi (legittime) non sono rispettate.

Si può essere esclusi dall’eredità?

La risposta è sì e accade in casi particolari: succede infatti a chi ha subito una condanna per omicidio o tentato omicidio ai danni del defunto o dei suoi eredi. Il concetto si estende a chi ha falsificato (o provato a falsificare) il testamento, a chi ha calunniato un erede e ha provato a far revocare o modificare il testamento. Non è escluso invece il coniuge separato a cui non è stata addebitata la separazione mentre il coniuge divorziato perde i propri diritti sull’eredità.

Che fare se i propri diritti non vengono rispettati?

In questo caso si può ricorrere in giudizio. Chi non ha ancora accettato l’eredità, può agire affinché la durata dell’azione giudiziaria non intacchi il patrimonio in modo grave o irreparabile. Può inoltre chiedere l’autorità giudiziaria l’autorizzazione a vendere beni deperibili o che sarebbe troppo oneroso conservare. L’erede in quanto tale, invece, può agire nei confronti di chi usufruisce un bene ereditato con la cosiddetta petizione di eredità. In questi casi si apre un capitolo complesso, un capitolo che richiede un’assistenza specializzata che tuteli gli aventi diritto e che possa seguire tutta la questione con le competenze necessarie.

EREDITA’ TESTAMENTO ,PERCHE’ LITIGARE ?….

Molti parenti , fratelli , ricevono un’eredità ,anzi non molti alcuni e improvvisamente apriti cielo ,incominciano le discussioni, per dividersi il patrimonio.
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CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II CIVILE,
sentenza 28 novembre 2013 – 10 gennaio 2014, n. 406
Presidente Bursese – Relatore Migliucci
Svolgimento del processo
  1. – D.F.L. , in nome e per conto della figlia minore G.A. , conveniva in giudizio davanti il tribunale di Bologna R.R. per sentire accertare la lesione della quota di legittima spettante alla G. con la condanna della convenuta alla restituzione dei beni ereditari nonché dei frutti.

Deduceva che la minore G.A. era erede naturale del padre G.G. , il quale – deceduto in (OMISSIS) aveva nominato erede universale la moglie R.R. , ed alla sua morte, la figlia G.A. , per i beni residui.
R.R. , costituendosi in giudizio, non contestava la qualità di erede della minore, ma negava che vi fosse una cassetta di sicurezza ed evidenziava che esisteva una sola polizza assicurativa, che era stata incassata dalla attrice; chiedeva, quindi, che il tribunale dichiarasse il suo diritto ad ottenere sia la legittima che la disponibile sul patrimonio residuo, provvedendosi, altresì, alla formazione dell’asse ereditario ed alla sua divisione secondo legge, tenendosi contro sia di quanto già incassato dall’attrice che della esistenza di debiti che gravavano sull’eredità.

A seguito del raggiungimento da parte della G. della maggior età, il processo si interrompeva e veniva proseguito dalla G. .
Il tribunale di Bologna, con sentenza non definitiva del 3 febbraio 1987, accertava che la G. aveva diritto di concorrere al patrimonio relitto dal padre in misura di 1/4 della piena proprietà ed in misura di 1/5 dei 5/12 assegnati in usufrutto alla R. , rigettava la domanda relativa alla polizza n.982253, stipulata dal de cuius nell’esclusivo interesse della figlia.

Con sentenza definitiva del 22 giugno 1999 il tribunale disponeva la divisione del patrimonio assegnando alla G. l’immobile sito in (omissis) , mentre erano assegnati alla convenuta gli immobili siti in (OMISSIS) e la villa in (omissis) ; condannava la R. al pagamento del conguaglio pari a lire 33.604.182 oltre rivalutazione monetaria dal 26-4-1995 con gli interessi sulla somma rivalutata mese per mese fino al saldo; condannava la convenuta, a titolo di risarcimento dei danni, per il mancato godimento dal 1975 al 31-12-1988, nella misura del 27% della somma di L. 144.315.000, al netto degli oneri fiscali, con rivalutazione ed interessi sulla somma via via rivalutata sino al saldo, precisando che l’attrice aveva limitato la propria domanda fino al 31.12.1988; quanto ai beni mobili, stabiliva che all’attrice andavano consegnate n. 135 azioni (OMISSIS) , n. 2100 azioni (omissis) , n. 300 azioni (omissis) , n. 135 azioni (OMISSIS) e n. 500 azioni (…), oltre i frutti nella misura del 27%; condannava la R. al pagamento delle spese processuali.

Con sentenza dep. il 31 ottobre 2007 la Corte di appello di Bologna riformava la decisione definitiva che era stata impugnata da entrambe le parti.
In accoglimento dell’appello proposto dalla R. , riteneva che le spese di primo grado dovessero compensarsi; assegnava alla predetta anche l’immobile sito in (OMISSIS) oltre quelli attribuiti dal tribunale, ponendo a suo carico l’importo di Euro 70.000,00 a titolo di conguaglio da rivalutare dal settembre 1988 nonché al pagamento su detto importo degli interessi legali dalla pubblicazione della decisione di appello.

Per quel che ancora interessa nella presente sede, il predetto immobile sito in (…) era assegnato alla convenuta sul rilievo che, essendo la medesima titolare della maggiore quota, il criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. andava applicato con riferimento a ogni singolo immobile facente parte dell’asse ereditario.

Tenuto conto che il valore complessivo degli immobili era pari a lire 477.000.000, in considerazione delle quote di cui era titolare la G. , alla medesima spettava l’importo complessivo di lire 135.500.000,pari a Euro 70.000,00 che andava rivalutato dal momento della redazione della consulenza (settembre 1988).
Era riformata la sentenza definitiva che aveva accolto la domanda di corresponsione dei frutti relativi agli immobili detenuti dalla convenuta, sul rilievo che l’attrice non aveva offerto la prova che tali beni avessero effettivamente prodotto frutti percepiti dalla R. , posto che tale circostanza era stata contestata e indirettamente provata dalla convenuta, la quale aveva dedotto che l’immobile di (…) era stato concesso in comodato ai suoceri, quello di (omissis) era collabente e quello nel quale la moglie viveva con il de cuius (Villa di (omissis) ) costituiva la casa coniugale su cui la medesima era titolare del diritto di abitazione.
Ugualmente doveva ritenersi per le azioni che non avevano dato alcuna redditività.
Nel respingere l’appello incidentale proposto dall’attrice, i Giudici confermavano la sentenza definitiva la quale aveva ritenuto che 40.000 fosse il valore e non il numero delle azioni relitte come preteso dall’attrice, essendo la diversa indicazione contenuta nella denuncia di successione conseguenza di un mero errore materiale, come si ricavava dalla documentazione prodotta dall’appellante e dalle informazioni rese dall’Istituto di credito.
Nel dispositivo erano poste a carico della G. le spese relative al giudizio di appello.
2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la D.F. , quale erede di G.A. nelle more deceduta, sulla base di otto motivi illustrati da memoria.
Resiste con controricorso l’intimata proponendo ricorso incidentale affidato a due motivi.
Motivi della decisione
Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti, ex art. 335 cod. proc. civ., perché sono stati proposti avverso la stessa sentenza.
Va ancora rilevata la legittimazione della D.F. a proporre il presente ricorso, avendo provato la qualità di erede della figlia G.A. , nelle more deceduta, avendo prodotto il relativo certificato di morte.ù
RICORSO PRINCIPALE
1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 718 e 720 cod. civ., censura la decisione gravata che, nell’assegnare alla convenuta tutti gli immobili in comunione aveva disapplicato il generale e prevalente principio della divisione in natura dei beni, quando la norma di cui all’art. 720 citato ne costituisce una deroga applicabile esclusivamente nei casi tassativamente indicati da tale norma.
La Corte non aveva preso in considerazione la possibilità della formazione di singole porzioni

1.2. – Il motivo va accolto.
La sentenza, nell’attribuire anche l’immobile sito in (…) alla R., la quale in tal modo è risultata assegnataria dell’intero complesso immobiliare (gli altri due immobili le erano stati già attribuiti con la sentenza definitiva del tribunale), ha tenuto conto esclusivamente del criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. in tema di divisione di immobili non comodamente divisibili, individuando l’assegnatario nel comunista titolare della quota maggiore su ciascuno dei beni immobili caduti in successione.
Qui occorre chiarire che in tema di divisione ereditaria, a norma dell’art. 718 cod. civ., ciascun coerede ha diritto alla parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli successivi. In particolare, il principio è derogato fra l’altro dall’art. 720 cod. civ., che disciplina l’ipotesi in cui l’eredità comprenda beni immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento : in tale ipotesi detti immobili devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nelle porzioni di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche alle porzioni di più coeredi ove questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione.

La deroga alla previsione dell’art. 718 cod. civ. – la cui applicazione è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, che, peraltro, deve adeguatamente motivarla – è riferibile esclusivamente alla ipotesi in cui singole unità immobiliari siano considerate indivisibili, non potendo trovare applicazione alle ipotesi in cui vi sia una pluralità di beni immobili, laddove è possibile procedere a un progetto che consenta l’assegnazione in natura a ciascun condividente di porzioni dei beni ereditari (Cass. 7700/1994; 25332/2011).

Orbene, la sentenza impugnata ha fatto erronea applicazione di tali principi e di quanto statuito anche dalla S.C. la quale, con la decisione n. 21294/2004, richiamata dai Giudici di appello, pur facendo riferimento alla titolarità della maggior quota, aveva confermato la sentenza impugnata che aveva attribuito a ciascuno dei condividenti (o gruppo di condividenti) uno dei due immobili caduti in successione, proprio in attuazione del principio di cui all’art. 718 cod. civ.: infatti, la titolarità della quota maggioritaria sui due immobili non apparteneva al medesimo condividente (come nel caso de quo) ma a condividenti diversi nel senso che il comunista, titolare della quasi totalità delle quote di comproprietà su un fabbricato, aveva quote minime sul terreno di cui invece gli altri condividenti avevano la maggioranza.

2.1. – Il secondo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 728 cod. civ., censura la sentenza impugnata laddove aveva stabilito il conguaglio relativo all’immobile sito in (…) assegnato con la sentenza impugnata alla R. con riferimento alla stima compiuta dal consulente nel 1988 quando si sarebbe dovuto fare riferimento al valore di mercato del bene all’attualità, non essendo sufficiente la rivalutazione monetaria.

2.2.- Il motivo è assorbito.
L’accoglimento del primo motivo – comportando la caducazione della statuizione relativa alla assegnazione dell’immobile di (…) – assorbe ogni questione circa il relativo conguaglio.

3.1..- Il terzo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 728 cod. civ., in via subordinata denuncia le modalità di determinazione degli interessi legali sulla somma dovuta a titolo di conguaglio, tenuto conto che gli stessi decorrono sugli importi di volta in volta maturati.

3.2.- Anche questo motivo è assorbito per le medesime considerazioni formulate sopra.

4.1.- Il quarto motivo (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia) censura la sentenza impugnata che, nell’escludere la esistenza di frutti mobiliari, aveva omesso di esaminare quanto era al riguardo emerso dagli elaborati peritali depositati nel procedimento di primo grado, laddove era stato determinato il valore complessivo delle rendite maturate.

4.2.- Il motivo è fondato.
La sentenza si è limitata ad affermare in modo apodittico che le azioni non avevano dato alcuna reddittività senza peraltro indicare le ragioni di tale convincimento e senza esaminare e dare conto di quanto emerso dalle risultanze processuali alle quali ha fatto cenno il ricorrente.

5.1.- Il quinto motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 718 e 720 cod. civ., censura la sentenza laddove, nell’escludere il credito relativo ai frutti derivanti dal godimento degli immobili, aveva fondato la decisione su una circostanza irrilevante ovvero la assenza di prova dell’effettiva maturazione e del percepimento dei frutti da parte della convenuta, quando il diritto deriva dalla redditività del bene goduto dal comunista fino al momento dello scioglimento della comunione.
5.2.- Il motivo è fondato nei limiti di cui si dirà.
Il diritto dei comunisti alla quota dei frutti dei beni caduti in comunione trova fonte nella redditività potenziale del bene che è rimasto nell’effettivo godimento di uno solo dei comproprietari, tenuto conto che in tema di divisione immobiliare, il condividente di un immobile che durante il periodo di comunione abbia goduto del bene in via esclusiva senza un titolo giustificativo, deve corrispondere agli altri i fratti civili, quale ristoro della privazione della utilizzazione “pro quota” del bene comune e dei relativi profitti, con riferimento ai prezzi di mercato correnti dal tempo della stima per la divisione a quello della pronuncia. (Cass. n. 7881 del 2011).

Appare del tutto irrilevante – e non potrebbe evidentemente pregiudicare gli altri comproprietari – la non utile gestione che il comunista nel possesso dei beni – il quale amministra il bene anche nell’interesse e per conto degli altri – abbia fatto, dando di sua iniziativa il bene in uso gratuito (comodato), come è avvenuto per l’immobile di XXXXX.

Peraltro, la capacità del bene di produrre reddito va evidentemente compiuta in relazione allo stato in cui il bene si trovi, dovendo verificarsi se lo stesso possa essere effettivamente oggetto di utilizzazione.
Nella specie, la motivazione appare insufficiente laddove non risulta compiuto alcuna effettiva indagine in merito allo stato in cui si trovava l’immobile di (OMISSIS) e in relazione alle condizioni denunciate con l’appello principale: evidentemente il giudice di rinvio dovrà compiere tale indagine.
Appare invece corretto escludere l’obbligo di frutti relativamente all’immobile (villa (omissis) ), perché abitato dal coniuge abitasse al momento della morte del de cuius (circostanza che non risulta specificamente contestata) : essendo oggetto del legato ex lege a favore del coniuge superstite, l’acquisto avviene al momento dell’apertura della successione ed esclude – relativamente a esso – quindi lo stato di comunione.

6.1.- Il sesto motivo ( violazione e/o falsa applicazione dell’art. 282 cod. proc. civ.) denuncia che erroneamente la sentenza aveva fatto decorrere gli interessi compensativi sul conguaglio dalla data della sentenza di appello, dovendo gli stessi piuttosto decorrere dalla sentenza definitiva del tribunale che, essendo provvisoriamente esecutiva, aveva determinato lo scioglimento della comunione.

6.2. Il motivo è infondato.
Occorre premettere che la sentenza di appello, in accoglimento dell’impugnazione proposta dalla R. , ha determinato dalla data di pubblicazione della decisione la decorrenza degli interessi compensativi dovuti sul complessivo conguaglio liquidato (quindi anche sul conguaglio sugli immobili attribuiti con la decisione del tribunale).

Al riguardo va chiarito che il principio della natura dichiarativa della sentenza di divisione opera esclusivamente in riferimento all’effetto distributivo, per cui ciascun condividente è considerato titolare, sin dal momento dell’apertura della successione, dei soli beni concretamente assegnatigli e a condizione che si abbia una distribuzione dei beni comuni tra i condividenti e le porzioni a ciascuno attribuite siano proporzionali alle rispettive quote; non opera invece, e la sentenza produce effetti costitutivi, quando ad un condividente sono assegnati beni in eccedenza rispetto alla sua quota, in quanto rientranti nell’altrui quota (Cass. 9659/200, 6653/2003).

L’anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, quando la statuizione condannatoria è legata all’effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico e non meramente dipendente, come appunto nella specie, in cui il diritto al conguaglio dovuto agli altri comunisti da parte dell’assegnatario sorge nel momento in cui viene a cessare lo stato di indivisione e trova fonte nell’attribuzione ad altro condividente di un bene eccedente la sua quota.

7.1.- Il settimo motivo (violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2735 e 2733 cod. civ.) denuncia l’errore in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata laddove, nel confermare la decisione definitiva del tribunale sul numero di azioni cadute in successione, aveva ritenuto frutto di errore materiale la indicazione, contenuta nella denuncia di successione e nella dichiarazione formulata dalla stessa convenuta in sede di inventario, dichiarazione che, essendo stata fatta in presenza del legale rappresentane dell’attrice, avrebbe valore di confessione stragiudiziale e, come tale, di prova legale non suscettibile di essere liberamente apprezzata dal giudice.

7.2.- Il motivo è infondato.
La indicazione sul numero di azioni compiuta dalla convenuta, seppure alla presenza della controparte, era stata formulata al fine di procedere alla redazione dell’inventario dei beni relitti e, dunque, non poteva integrare la confessione stragiudiziale, la quale si configura quando sia resa alla controparte la consapevole dichiarazione di un fatto a sé sfavorevole e a quella favorevole.
La sentenza, con accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità, ha ritenuto che la indicazione era da ritenersi frutto di errore materiale, avendo verificato la effettiva consistenza delle azioni in base alle informazioni dell’Istituto di credito.

8. L’ottavo motivo che concerne la statuizione delle spese processuali è assorbito.
RICORSO INCIDENTALE.
1.1. – Il primo motivo (violazione dell’art. 112 cod. proc. civ.) denuncia che la sentenza impugnata pur avendo accolto il primo motivo, con il quale era stata riconosciuta la compensazione delle spese del giudizio di primo grado aveva poi nel dispositivo condannato essa attrice al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

1.2.- Il motivo va disatteso.
Occorre premettere che in tema di liquidazione delle spese giudiziali, il criterio della soccombenza non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi, ma va considerato unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito per sé favorevole ( Cass. 11599/2004, – 198880/2011; Ord. 6369/2013).
La riforma, anche parziale, della sentenza di primo grado comporta la caducazione delle consequenziali statuizioni relative alle spese processuali che il giudice deve di ufficio liquidare in base all’esito complessivo della lite; ove, invece, la decisione di primo grado sia confermata, la regolamentazione delle spese di primo grado potrà essere oggetto di riesame soltanto nel caso in cui la parte soccombente abbia proposto uno specifico motivo di gravame.
Ciò premesso, la cassazione della sentenza di appello comporta l’assorbimento della censura circa la decisione sulle statuizioni sulle spese, posto che sarà il giudice di rinvio a doversi pronunciare sulle spese di primo grado – peraltro oggetto di specifico motivo di appello – e di gravame secondo l’esito della controversia.

2.1.- Il secondo motivo (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione) deduce che la sentenza, pur avendo con la motivazione chiarito che il conguaglio era stabilito per tutti gli immobili caduti in successione, nel dispositivo aveva attribuito tale somma per il solo immobile di (…).

2.2.- Il motivo è infondato.
Nell’ordinario giudizio di cognizione, l’esatto contenuto della pronuncia va individuato non alla stregua del solo dispositivo, bensì integrando questo con la motivazione nella parte in cui la medesima rivela l’effettiva volontà del giudice. Ne consegue che, in assenza di un vero e proprio contrasto tra dispositivo e motivazione, è da ritenere prevalente la statuizione contenuta in una di tali parti del provvedimento che va, quindi, interpretato in base all’unica statuizione che, in realtà, esso contiene.
Nella specie, deve peraltro escludersi il contrasto denunciato laddove il riferimento contenuto nel dispositivo agli immobili già attribuiti alla convenuta con la sentenza definitiva del tribunale consente di comprendere che il conguaglio era determinato per l’intero asse immobiliare e non solo con riferimento all’immobile di (…).

Il ricorso incidentale va rigettato.
Pertanto, vanno accolti il primo, il quarto, il quinto – per quanto in motivazione – motivo del ricorso principale; vanno rigettati il sesto e il settimo mentre sono assorbiti il secondo, il terzo e l’ottavo.
La sentenza va cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.
P.Q.M.
Riunisce i ricorsi; accoglie il primo, il quarto e il quinto, per quanto in motivazione, del ricorso principale, assorbiti il secondo, il terzo e l’ottavo, rigetta il sesto e il settimo; rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

Art. 718.
Diritto ai beni in natura.

Ciascun coerede può chiedere la sua parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli seguenti.
Art. 719.
Vendita dei beni per il pagamento dei debiti ereditari.
Se i coeredi aventi diritto a più della metà dell’asse concordano nella necessità della vendita per il pagamento dei debiti e pesi ereditari, si procede alla vendita all’incanto dei beni mobili e, se occorre, di quei beni immobili la cui alienazione rechi minor pregiudizio agli interessi dei condividenti.
Quando concorre il consenso di tutte le parti, la vendita può seguire tra i soli condividenti e senza pubblicità, salvo che vi sia opposizione dei legatari o dei creditori.

Art. 720.
Immobili non divisibili.

Se nell’eredità vi sono immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene, e la divisione dell’intera sostanza non può effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto.

Art. 721.
Vendita degli immobili.

I patti e le condizioni della vendita degli immobili, qualora non siano concordati dai condividenti, sono stabiliti dall’autorità giudiziaria.
Il motivo è stato accolto in ragione del ragionamento che segue. La Cassazione ha evidenziato che la sentenza gravata ha tenuto conto esclusivamente del criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. in tema di divisione di immobili non comodamente divisibili, individuando l’assegnatario nel comunista titolare della quota maggiore su ciascuno dei beni immobili caduti in successione.
Da qui, secondo la Suprema Corte, è sorta la necessità di chiarire le caratteristiche della divisione ereditaria per cui, a norma dell’art. 718 cod. civ., ciascun coerede ha diritto alla parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli successivi. In particolare, il principio dell’art. 718 c.c. è derogato fra l’altro dall’art. 720 cod. civ., che disciplina la particolare ipotesi in cui l’eredità ricomprenda beni immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento. In tal caso il Codice prevede che detti immobili debbano preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nelle porzioni di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche alle porzioni di più coeredi ove questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione.
Art. 720.
Immobili non divisibili.
Se nell’eredità vi sono immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene, e la divisione dell’intera sostanza non può effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto.

CONTROVERSIE EREDITARIE

CONTROVERSIE SUCCESSIONI EREDITARIE

Con atto di citazione notificato il 25 gennaio e il 1 febbraio 1997, P.S. ed E. convenivano in giudizio, davanti al Pretore di Rieti, P.A. e P.M. e – assumendo di essere venute a conoscenza, a seguito di visura catastale eseguita in data 19 giugno 1996, del decreto pretorile suddetto che non era loro opponibile e che faceva sorgere il loro interesse all’esperimento dell’azione intrapresa – chiedevano l’accertamento giudiziale dell’autenticità delle sottoscrizioni di P.F. ed Pe.Au. in calce all’atto di divisione del 9 novembre 1968 e della sottoscrizione di Pe.Ma. in calce all’atto di rinuncia del 4 agosto 1968 nonché la dichiarazione di loro esclusiva proprietà delle porzioni di fabbricato loro rispettivamente assegnate con l’atto di divisione.
I convenuti si costituivano, resistendo. Eccepivano la nullità: dell’atto di rinuncia di M.A. alla propria quota di comproprietà del fabbricato in favore dei figli, trattandosi di donazione non effettuata con atto pubblico; della rinuncia di Pe.Ma. alla sua quota, trattandosi di cessione della quota a lui pervenuta in donazione dalla madre ma non ancora accettata; infine, della clausola con la quale lo stesso Pe.Ma. aveva rinunciato, per sé e per i suoi aventi causa, in favore degli assegnatari delle rimanenti quote del fabbricato, ai diritti che potessero derivargli sul fabbricato stesso a seguito di eventuale successione, trattandosi di patto successorio vietato dall’art. 458 cod. civ. Deducevano, infine, l’opponibilità del decreto pretorile alle attrici, le quali non potevano considerarsi terzi.
Integrato il contraddittorio nei confronti di A.C. , di Pe.Gi. e di P.G. , eredi di Pe.Au. , e di Pe.Ma. , tutti rimasti contumaci, con sentenza non definitiva n. 328 del 2001 il Tribunale di Rieti, divenuto competente a seguito della soppressione del Pretore, dichiarava la nullità della clausola n. 7 della scrittura privata del 4 agosto 1968, con la quale Pe.Ma. aveva rinunciato ad eventuali diritti successori sulla casa di via S. Maria degli Angeli, mentre rigettava le altre eccezioni sollevate dai convenuti e, con separata ordinanza, rimetteva la causa sul ruolo per l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio ai fini dell’accertamento dell’autenticità delle firme di P.F. , Au. e Ma. .
Nel prosieguo della causa, espletata consulenza tecnico-grafica, il Tribunale, con sentenza definitiva n. 46/2003, dichiarava autentiche le sottoscrizioni apposte sulla scrittura privata del 9 novembre 1968, intercorsa tra M.A. , P.F. , P.S. , P.E. e Pe.Au. .
  1. – Avverso tali sentenze hanno proposto appello P.A. e P.M. .
Si sono costituite P.E. e P.S. , chiedendo il rigetto dell’impugnazione.
Il processo, interrotto per il decesso di P.S. , è stato riassunto nei confronti dei di lei eredi M.C. e M.M.G. , i quali sono rimasti contumaci.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria l’11 febbraio 2009, ha rigettato il gravame.
3.1. – La Corte territoriale ha rilevato che la rinuncia di uno dei comproprietari effettuata, come nel caso di specie, a favore di tutti gli altri comproprietari non richiede l’atto pubblico (trattandosi di donazione indiretta, ossia di liberalità realizzata ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall’art. 782 cod. civ.), ma soltanto la forma scritta (venendo in considerazione la rinuncia alla quota di un bene immobile).

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 dicembre 2014 – 25 febbraio 2015, n. 3819

Presidente Mazzacane – Relatore Giusti

Ritenuto in fatto

  1. – Con scrittura privata in data 4 agosto 1968, M.A. ved. P. – proprietaria, per la metà, di un fabbricato sito in (omissis) , in catasto al foglio 23 particella 111 sub 1, rinunciava alla sua suddetta quota in favore dei propri figli F. , S. , E. , Au. e Ma. , comproprietari dell’altra metà.
Con la stessa scrittura:
– P.F. , S. , E. ed Au. rinunciavano alle loro quote di comproprietà di un fondo rustico sito in località (omissis) in favore di Pe.Ma.;
– Pe.Ma. rinunciava alla sua quota di comproprietà, nella consistenza derivante dalla rinuncia della madre, sulla suddetta casa di via (omissis) ;
– P.F. , S. , E. ed Au. si obbligavano a “far abitare, a titolo gratuito, in vita natural durante, la loro madre M.A. in una stanza della casa” suddetta;
– tutte le parti si impegnavano “a tradurre la… scrittura in atto pubblico a richiesta di uno di essi”;
– veniva stabilita una penale di L. 2.000.000 per il caso di inadempimento;
– si stabiliva che “qualora al Sig. Pe.Ma. dovesse derivare un diritto in forza di successione sulla casa di via (omissis) …, questo o i suoi aventi diritto dovranno rinunziarvi, previo equo corrispettivo, in favore di tutti coloro che già dispongono di una quota della predetta casa”.
Con successiva scrittura privata del 9 novembre 1968, i germani P.F. , S. , E. ed Au. , rimasti i soli comproprietari della suddetta casa, procedevano alla divisione della stessa, attribuendosene ognuno una parte.
  1. – Con ricorso depositato il 18 dicembre 1993, P.M. ed A. , aventi causa di P.F. , chiedevano ed ottenevano dalla Pretura circondariale di Rieti – ai sensi della legge 10 maggio 1976, n. 346, che consente l’usucapione quindicennale dei fondi rustici con annessi fabbricati siti in comuni montani – il riconoscimento del loro avvenuto acquisto della proprietà del suindicato fabbricato qualificato come “rurale”, ma non di fondi rustici.
Con atto di citazione notificato il 25 gennaio e il 1 febbraio 1997, P.S. ed E. convenivano in giudizio, davanti al Pretore di Rieti, P.A. e P.M. e – assumendo di essere venute a conoscenza, a seguito di visura catastale eseguita in data 19 giugno 1996, del decreto pretorile suddetto che non era loro opponibile e che faceva sorgere il loro interesse all’esperimento dell’azione intrapresa – chiedevano l’accertamento giudiziale dell’autenticità delle sottoscrizioni di P.F. ed Pe.Au. in calce all’atto di divisione del 9 novembre 1968 e della sottoscrizione di Pe.Ma. in calce all’atto di rinuncia del 4 agosto 1968 nonché la dichiarazione di loro esclusiva proprietà delle porzioni di fabbricato loro rispettivamente assegnate con l’atto di divisione.
I convenuti si costituivano, resistendo. Eccepivano la nullità: dell’atto di rinuncia di M.A. alla propria quota di comproprietà del fabbricato in favore dei figli, trattandosi di donazione non effettuata con atto pubblico; della rinuncia di Pe.Ma. alla sua quota, trattandosi di cessione della quota a lui pervenuta in donazione dalla madre ma non ancora accettata; infine, della clausola con la quale lo stesso Pe.Ma. aveva rinunciato, per sé e per i suoi aventi causa, in favore degli assegnatari delle rimanenti quote del fabbricato, ai diritti che potessero derivargli sul fabbricato stesso a seguito di eventuale successione, trattandosi di patto successorio vietato dall’art. 458 cod. civ. Deducevano, infine, l’opponibilità del decreto pretorile alle attrici, le quali non potevano considerarsi terzi.
Integrato il contraddittorio nei confronti di A.C. , di Pe.Gi. e di P.G. , eredi di Pe.Au. , e di Pe.Ma. , tutti rimasti contumaci, con sentenza non definitiva n. 328 del 2001 il Tribunale di Rieti, divenuto competente a seguito della soppressione del Pretore, dichiarava la nullità della clausola n. 7 della scrittura privata del 4 agosto 1968, con la quale Pe.Ma. aveva rinunciato ad eventuali diritti successori sulla casa di via S. Maria degli Angeli, mentre rigettava le altre eccezioni sollevate dai convenuti e, con separata ordinanza, rimetteva la causa sul ruolo per l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio ai fini dell’accertamento dell’autenticità delle firme di P.F. , Au. e Ma. .
Nel prosieguo della causa, espletata consulenza tecnico-grafica, il Tribunale, con sentenza definitiva n. 46/2003, dichiarava autentiche le sottoscrizioni apposte sulla scrittura privata del 9 novembre 1968, intercorsa tra M.A. , P.F. , P.S. , P.E. e Pe.Au. .
  1. – Avverso tali sentenze hanno proposto appello P.A. e P.M. .
Si sono costituite P.E. e P.S. , chiedendo il rigetto dell’impugnazione.
Il processo, interrotto per il decesso di P.S. , è stato riassunto nei confronti dei di lei eredi M.C. e M.M.G. , i quali sono rimasti contumaci.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria l’11 febbraio 2009, ha rigettato il gravame.
3.1. – La Corte territoriale ha rilevato che la rinuncia di uno dei comproprietari effettuata, come nel caso di specie, a favore di tutti gli altri comproprietari non richiede l’atto pubblico (trattandosi di donazione indiretta, ossia di liberalità realizzata ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall’art. 782 cod. civ.), ma soltanto la forma scritta (venendo in considerazione la rinuncia alla quota di un bene immobile).
La Corte d’appello ha poi confermato il giudizio di marginalità del patto successorio vietato nel contesto dell’operazione economico-sociale posta in essere con le scritture.
Infine, la Corte ha sottolineato che l’inopponibilità del decreto pretorile a P.E. e S. si evince, a contrario, dal disposto dell’ultimo comma dell’art. 3 della legge n. 346 del 1976.
  1. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello P.A. e P.M. hanno proposto ricorso, con atto notificato il 7 ottobre 2009, sulla base di quattro motivi.
Hanno resistito, con controricorso, P.E. , M.C. e M.M.G. .
Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.
Considerato in diritto
  1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 809, 1362, 1363 e 1367 cod. civ.) i ricorrenti deducono che la rinuncia operata da M.A. nella scrittura privata del 4 agosto 1968 costituirebbe una donazione diretta di cui agli artt. 782 e ss. cod. civ. Essi chiedono conclusivamente che sia affermato il principio di diritto secondo cui “la rinuncia ad un diritto reale immobiliare in favore di soggetti nominativamente individuati, se effettuata a titolo di liberalità, ovvero senza corrispettivo e senza che essa concretizzi adempimento di una obbligazione, sia pure di natura morale, configura la fattispecie della donazione reale traslativa, in quanto la sua causa tipica è data dall’animus donandi e, in conseguenza, deve avere a pena di nullità la forma dell’atto pubblico. Per l’effetto, anche la rinuncia donationis causa al diritto di comproprietà su un bene immobile in favore degli altri comproprietari, a tal uopo specificamente designati, poiché persegue una funzione direttamente attributiva e non già meramente abdicativa del diritto reale, è soggetta alla disciplina della donazione diretta ex art. 769 e segg. cod. civ. e deve perciò risultare a pena di nullità da atto pubblico”.
1.1. – La censura – scrutinabile nei limiti del quesito che la accompagna – è infondata.
Costituisce donazione indiretta la rinunzia alla quota di comproprietà, fatta in modo da avvantaggiare in via riflessa tutti gli altri comproprietari. In tal caso si è infatti di fronte ad una rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà, perché l’acquisto del vantaggio accrescitivo da parte degli altri comunisti si verifica solo in modo indiretto attraverso l’eliminazione dello stato di compressione in cui l’interesse degli altri contitolari si trovava a causa dell’appartenenza del diritto in comunione anche ad un altro soggetto; e poiché per la realizzazione del fine di liberalità viene utilizzato un negozio, la rinunzia alla quota da parte del comunista, diverso dal contratto di donazione, non è necessaria la forma dell’atto pubblico richiesta per quest’ultimo.
Di tale principio ha fatto corretta applicazione la Corte del merito, dopo avere sottolineato che la rinuncia alla quota di un mezzo sulla proprietà della casa è stata compiuta da M.A. puramente e semplicemente in favore di tutti gli altri comproprietari, con una estensione automatica in proporzione delle loro quote di comproprietà, mediante l’utilizzazione di un negozio tipico, appunto la rinunzia di uno dei comproprietari ai sensi dell’art. 1104 cod. civ..
  1. – Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 1419, primo comma, cod. civ., sul rilievo che l’intera stipulazione sarebbe inficiata dalla nullità del patto successorio presente nella clausola n. 7, con cui Pe.Ma. ed i suoi aventi causa hanno rinunciato, in favore di F. , S. , E. ed Au. , ai diritti di proprietà sulla casa patriarcale di (OMISSIS) che gli sarebbero potuti derivare in via successoria. La clausola n. 7 sarebbe stata predisposta allo scopo unitario di conseguire la divisione inter vivos dell’asse ereditario e costituirebbe il presupposto indefettibile della scrittura privata in data 4 agosto 1968 nonché del consequenziale atto di divisione del 9 novembre 1968. I ricorrenti chiedono che sia affermato il principio secondo cui il patto successorio inserito nel testo di una scrittura privata contenente una pluralità di rinunce e ulteriori convenzioni tra le parti contraenti aventi ad oggetto diritti reali immobiliari, a sua volta collegata ad un successivo negozio giuridico tra i medesimi sottoscrittori avente ad oggetto la divisione dei cennati diritti reali immobiliari, è in rapporto di interdipendenza ed inscindibilità tanto con le clausole inserite nella prima stipulazione, quanto con il successivo negozio giuridico. Sicché, in quanto predisposto in vista di uno scopo unitario, tale patto successorio ha natura essenziale nell’economia dell’accordo negoziale e la sua intrinseca nullità (sancita dall’art. 458 cod. civ.) inficia ex art. 1419, primo comma, cod. civ. la validità dell’intera stipulazione che lo contiene nonché del successivo negozio giuridico ad esso collegato.
2.1. – Il motivo è infondato.
L’insegnamento consolidato di questa Corte regolatrice è nel senso che l’indagine diretta a stabilire, ai fini della conservazione del negozio, se la pattuizione nulla debba ritenersi essenziale, va condotta con criterio oggettivo, in funzione del permanere o meno dell’utilità del contratto in relazione agli interessi che si intendono attraverso di esso perseguire, quali risultano individuati attraverso l’interpretazione del negozio (Sez. III, 21 maggio 2007, n. 11673; Sez. III, 30 settembre 2009, n. 20948; Sez. II, 11 luglio 2012, n. 11749). Pertanto l’applicabilità del principio di conservazione (utile per inutile non vitiatur) deve escludersi solo quando la clausola o il patto nullo si riferiscano ad un elemento essenziale del negozio, oppure si trovino con le altre pattuizioni in tale rapporto di interdipendenza che queste non possono sussistere in modo autonomo (Sez. III, 17 aprile 1980, n. 2546; Sez. I, 22 marzo 1983, n. 2012), nel senso che il contratto non si sarebbe concluso senza quella clausola nulla o quel patto nullo (Sez. II, 4 dicembre 2003, n. 18535; Sez. I, 20 maggio 2005, n. 10690). Simile indagine, integrando un giudizio di fatto esclusivamente rimesso al giudice del merito, è incensurabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione immune da vizi logici e di diritto (Sez. I, 1 aprile 1977, n. 1230; Sez. I, 4 settembre 1980, n. 5100; Sez. II, 1 marzo 1995, n. 2340).
Ciò premesso, la denunziata violazione dell’art. 1419 cod. civ. non sussiste, avendo i giudici d’appello escluso, condividendo la valutazione espressa dal Tribunale, la ravvisabilità di un rapporto di interdipendenza tra il patto successorio nullo (ex art. 458 cod. civ.) e la parte residua dei negozi racchiusi nelle scritture private in questione, sul rilievo, fondato su un’attenta e compiuta considerazione dei termini della scrittura: (a) della formulazione estremamente vaga ed ipotetica della convenzione, collegata a diritti successori discendenti dalle disposizioni mortis causa di un eventuale testatore; (b) della marginalità del patto successorio vietato nel contesto di tutta l’operazione economico-sociale posta in essere con le suddette scritture (posto che la convenzione consacrata nella clausola non si pone come passaggio obbligato ed indefettibile, essendo intesa ad assicurare ai condividenti un vantaggio soltanto eventuale, futuro ed aggiuntivo, rappresentato dalla ipotetica possibilità di conseguire, semmai se ne fossero verificate le condizioni, un accrescimento della loro quota in virtù della rinuncia manifestata da Pe.Ma. ); (c) della non pertinenza della prospettazione fornita dagli appellanti, secondo i quali “la loro nonna aveva voluto beneficiare della proprietà della casa solo gli altri figli, escludendo anche da benefici futuri il figlio Mario in considerazione del cespite a questo pervenuto in conseguenza della rinuncia dei propri fratelli alle loro quote del fondo in località (omissis) ” (e ciò in quanto “la rinuncia ad eventuali diritti eredi tari da parte di Pe.Ma. , o di suoi eventuali aventi causa, non sarebbe, comunque, dovuta avvenire a titolo gratuito, ma previo equo corrispettivo”).
  1. – Il terzo motivo è relativo alla opponibilità del decreto di riconoscimento della proprietà a P.S. e a E. . Deducono i ricorrenti che costoro hanno avuto contezza dell’esistenza del procedimento a seguito degli adempimenti e delle comunicazioni prescritte dalla legge ed avrebbero potuto proporre opposizione ex art. 3, terzo comma, della legge n. 346 del 1976 ovvero, successivamente alla emissione del decreto pretorile, nelle forme e nei termini di cui al sesto comma dello stesso art. 3. P.E. e S. non potrebbero qualificarsi come soggetti terzi rispetto al riconoscimento della proprietà che P.A. e M. avrebbero promosso in buona fede.
3.1. – Il motivo è inammissibile, perché le deduzioni riguardo alla conoscenza del decreto pretorile in capo a P.E. e S. si fondano su mere affermazioni non suffragate da alcun puntuale richiamo a documenti verificabili.
  1. – Con il quarto mezzo si censura insufficiente motivazione. La motivazione della Corte d’appello presenterebbe gravi lacune in ordine al processo logico-giuridico in forza del quale è stato rigettato il gravame. La Corte territoriale avrebbe “ellitticamente richiamato le asserite corrette e condivisibili argomentazioni del giudice di prime cure senza fornire una spiegazione ragionevole delle scelte influenti nel contesto della decisione e senza entrare nel merito degli istituti di diritto sostanziale sottesi alla presente vicenda giudiziaria”.
4.1. – La censura è inammissibile perché, difettando del quesito di sintesi, non rispetta la prescrizione di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ..
Alla stregua della letterale formulazione del citato art. 366-bis cod. proc. civ. – introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, dall’art. 6 del d.gs. 2 febbraio 2006, n. 40, e abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dall’art. 47 della legge 18 giugno 2009, n. 69, ma applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. art. 58, comma 5, della legge n. 69 del 2009) – questa Corte è ferma nel ritenere che, a seguito della novella del 2006, nel caso previsto dall’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., allorché, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione (Cass., Sez. Un., 18 ottobre 2012, n. 17838).
Ciò importa, in particolare, che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo al quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603).
Al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente che l’indicazione del fatto controverso e delle ragioni della non adeguatezza della motivazione sia esposta nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, occorrendo a tal fine una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata.
Nella specie il quarto motivo del ricorso, formulato ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ., è totalmente privo di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo.
  1. – Il. ricorso è rigettato.
Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna, i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 3.000 per compensi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
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  1. La presunzione semplice (o prova indiretta), che trova base normativa nell’art. 2727 cod. civ., consiste in una illazione logica con la quale il giudice desume il fatto da provare (factum probandum o ‘fatto ignoto’) – che corrisponde al fatto giuridico costitutivo o impeditivo o modificativo o estintivo del diritto controverso oggetto della causa (c.d. ‘fatto principale’) – da un fatto giuridicamente irrilevante ma rilevante sul piano probatorio del quale abbia conoscenza, in quanto sia stato provato nel giudizio o costituisca fatto notorio o fatto non contestato o ammesso (c.d. ‘fatto semplice’, ‘fatto noto’ o indizio).

  1. L’art. 2729 cod. civ., nel prescrivere che le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla “prudenza del giudice” (secondo una formula analoga a quella che si rinviene nell’art. 116 cod. proc. civ. a proposito della valutazione delle prove dirette), impone al giudice di compiere l’inferenza logica dal fatto secondario (fatto noto) al fatto principale (fatto ignoto) sulla base di una regola d’esperienza che egli deve ricavare dal sensus communis, dalla conoscenza dell’uomo medio, dal sapere collettivo della comunità sociale in quel dato momento storico. Grazie alla regola d’esperienza adottata, è possibile per il giudice concludere che l’esistenza del fatto secondario (indizio) deponga, con un grado di probabilità più o meno alto, per l’esistenza del fatto principale.

  1. Lo stesso art. 2729 cod. civ. si cura di precisare come debba manifestarsi la “prudenza” del giudice, stabilendo che il decidente deve ammettere solo presunzioni che siano “gravi, precise e concordanti”; laddove il requisito della ‘precisione’ va riferito al fatto noto (indizio) che costituisce il punto di partenza dell’inferenza e postula che esso non sia vago ma ben determinato nella sua realtà storica; il requisito della ‘gravità’ va riferito al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola d’esperienza adottata, è possibile desumere dal fatto noto; mentre il requisito della ‘concordanza’ richiede che il fatto ignoto sia – di regola – desunto da una pluralità di indizi gravi e precisi, univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza (cfr. Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726), anche se il requisito della ‘concordanza’ deve ritenersi menzionato dalla legge solo per il caso di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (Sez. 5, Sentenza n. 17574 del 29/07/2009, Rv. 609153).

  1. Dal modello di prova per presunzioni configurato dalla legge, risulta che il giudice deve seguire un procedimento logico che si articola in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre che il giudice valuti in maniera analitica ognuno degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, rivestano i caratteri della precisione e della gravità, presentino cioè una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria;

  2. successivamente, egli deve procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta considerando atomisticamente uno o alcuni indizi (Sez. 1, Sentenza n. 19894 del 13/10/2005, Rv. 583806). In questo secondo momento valutativo, perciò, gli indizi devono essere presi in esame e valutati dal giudice tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri allo scopo di verificare la concordanza delle presunzioni che da essi possono desumersi (c.d. convergenza del molteplice); dovendosi considerare erroneo l’operato del giudice di merito il quale, al cospetto di plurimi indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Sez. 3, Sentenza n. 3703 del 09/03/2012, Rv. 621641).

  1. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida ai sensi degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto – in forza di una regola d’esperienza – come conseguenza meramente probabile, secondo un criterio di normalità (Sez. 2, Sentenza n. 22656 del 31/10/2011, Rv. 619955); in altre parole, è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit (in virtù di una inferenza di natura probabilistica), sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza, mentre è da escludere che possa attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici (Sez. L, Sentenza n. 2632 del 05/02/2014, Rv. 629841).

  1. Essendo la presunzione semplice affidata alla “prudente” valutazione del decidente (art. 2729 cod. civ.), spetta al giudice di merito valutare la possibilità di fare ricorso a tale tipo di prova, scegliere i fatti noti da porre a base della presunzione e le regole d’esperienza – tra quelle realmente esistenti nel sapere collettivo della società – tramite le quali dedurre il fatto ignoto, valutare la ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge; trattandosi di apprezzamento affidato alla valutazione discrezionale del giudice di merito, esso è sottratto al sindacato di legittimità se congruamente motivato (Sez. 3, Sentenza n. 8023 del 02/04/2009, Rv. 607382; Sez.L, Sentenza n. 15737 del 21/10/2003, Rv. 567551; Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726; da ultimo, Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 101 del 08/01/2015, Rv. 634118).

  1. Nella specie, la Corte territoriale ha congruamente motivato in ordine alla sussistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, tali da consentire di ritenere che gli atti dispositivi impugnati dissimulavano altrettante donazioni, richiamando in proposito quali fatti indiziarii i rapporti familiari privilegiati esistenti tra de cuius e acquirenti, le modalità attuati ve degli atti dispositivi, il prezzo esiguo rispetto al valore dei beni, le modalità di pagamento asseritamente avvenuto in contanti per centinaia di milioni di lire, le condizioni economiche degli acquirenti, la sparizione del denaro che sarebbe stato incassato dal de cuius, etc.

  1. Trattasi di motivazione esente da vizi logici e giuridici, conforme alle regole d’esperienza e all’id quod plerutnque accidit, che – in quanto tale – è insindacabile in sede di legittimità, non essendo in tale sede consentito al ricorrente in cassazione prospettare una possibilità o anche una probabilità di una spiegazione logica alternativa rispetto alla ricostruzione del fatto cui è pervenuto il giudice di merito.

  • 4. – In definitiva, il ricorso proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. deve essere rigettato.

    • In ordine al secondo ricorso proposto da B.A. e F.G. , che ha dato luogo all’iscrizione del procedimento n. 6140/2010 R.G., trattasi di ricorso che va qualificato incidentale.

 

  • E invero, il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso; tuttavia quest’ultima modalità non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte, indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto con atto a sé stante, in ricorso incidentale, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 cod. proc. civ., indipendentemente dai termini (quello breve e quello lungo) di impugnazione in astratto operativi.

 

 

  • Tale principio non trova deroghe riguardo all’impugnazione di tipo adesivo che venga proposta dal litisconsorte dell’impugnante principale e persegue il medesimo intento di rimuovere il capo della sentenza sfavorevole ad entrambi, né nell’ipotesi in cui si intenda proporre impugnazione contro una parte non impugnante o avverso capi della sentenza diversi da quelli oggetto della già proposta impugnazione (Sez. L, Sentenza n. 5695 del 20/03/2015, Rv. 634799).
  • Ciò posto, va rilevato che il ricorso proposto da B.A. e F.G. presenta i medesimi motivi – contenenti le medesime argomentazioni – del ricorso principale proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. . Stante l’identità dei motivi di ricorso, esso va parimenti rigettato, non rilevando l’esame della questione relativa alla tempestività dell’impugnazione.

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II

SENTENZA 2 dicembre 2015, n. 24521

Ritenuto in fatto

B.L., B.G., B.M. e B.R. convennero in giudizio, dinanzi al Tribunale di Alessandria, il fratello B.A. , con la di lui moglie F.G. e con i figli B.N.F. e B.D.L., unitamente alle rispettive mogli G.M. ed Gr.An..
Esposero che il (omissis) era deceduto ab intestato il loro padre B.N. ; che costui in vita aveva posto in essere una serie di atti dispositivi del suo patrimonio in favore del figlio A. , dei di lui figli N.F. e D.L. e delle rispettive mogli, con i quali si era spogliato di tutti i suoi beni; che tali atti dissimulavano altrettanti donazioni, da ritenersi nulle per difetto di forma prescritta. Chiesero, pertanto, quali eredi legittimi e legittimari di B.N. , che il Tribunale dichiarasse la nullità dei detti atti dispositivi, con conseguente restituzione dei beni che ne costituivano oggetto alla massa ereditaria ovvero dichiarasse la simulazione di tali atti e la loro riduzione ai fini della reintegrazione delle quote di legittima ad essi attori riservate; condannasse i convenuti a rendere il conto dei frutti percepiti su detti beni; in subordine, disponesse la riduzione delle donazioni eventualmente ritenute valide; condannasse in ogni caso i convenuti al risarcimento del danno.
Con separata citazione, gli attori proposero analoghe domande nei confronti di B.M. , altra figlia di B.A. , chiedendo l’annullamento degli atti dispositivi posti in essere dal de cuius in favore della stessa.
Le cause scaturite dalle due citazioni furono poi riunite.
2. – Si costituirono – con distinte comparse – da una parte B.D.L. ed G.A. e, dall’altra, B.A. e F.G. . Sostennero, in relazione agli atti nei quali risultavano rispettivamente acquirenti, di avere versato il corrispettivo in contanti come era stato loro richiesto dal de cuius, il quale poi aveva provveduto ad investire quanto incassato per le cure della seconda moglie, C.B. .
3. – Si costituirono successivamente anche B.N.F. e G.M., i quali, oltre a contestare le domande attoree, chiesero – proponendo domanda in via riconvenzionale – che il Tribunale dichiarasse la nullità delle donazioni effettuate in vita dal de cuius in favore dei figli B.R. e B.G. , con contestuale restituzione dei beni alla massa ovvero disponesse la collazione; dichiarasse la qualità di erede universale di B.N.F. , in forza di testamento pubblico del 21.1.1981 – pubblicato il 19.10.1998 (dopo la notifica dell’atto di citazione) – che contestualmente producevano e, perciò, il diritto del medesimo all’attribuzione di un terzo del patrimonio ereditario, come sarebbe stato ricostruito all’esito del giudizio. Infine, chiesero ed ottennero di chiamare in causa C.B., onde udire pronunziare, anche nei suoi confronti, la nullità delle donazioni dalla stessa ricevute, con ogni conseguente provvedimento.
4. – Anche C.B. si costituì, negando di aver mai ricevuto alcunché dal de cuius a titolo di liberalità, neppure in forma indiretta attraverso l’incarico di gestirne il denaro, essendo stato affidato tale incarico a F.G. , moglie di B.A..
5. – Il Tribunale di Alessandria dichiarò inammissibili e respinse tutte le domande, sia quelle attoree che quelle riconvenzionali.
6. – Sul gravame proposto in via principale dagli attori e in via incidentale da B.N.F. e G.M. , la Corte d’Appello di Torino, con sentenza del 21.1.2009, dichiarò anzitutto la nullità della sentenza di primo grado, in quanto pronunziata dal Tribunale in composizione monocratica, anziché – come prescritto – in composizione collegiale; indi, in parziale accoglimento delle domande attoree, dichiarò che cinque atti di disposizione del patrimonio immobiliare del de cuius dissimulavano in realtà altrettante donazioni, che dichiarò nulle per difetto di forma; dichiarò che gli immobili oggetto degli atti nulli costituivano l’asse ereditario del defunto B.N. ; determinò le quote di riserva spettanti a B.L., B.G., B.M. e B.R., assegnando la restante parte del patrimonio ereditario all’erede universale B.N.F. nominato dal de cuius col testamento pubblico del 21.1.1981; infine rigettò o dichiarò inammissibili tutte le restanti domande.
7. – Per la cassazione della sentenza di appello hanno proposto ricorso (procedimento n. 6139/2010 R.G.) B.M., B.N.F. e G.M. sulla base di tre motivi. Altro ricorso è stato proposto separatamente (procedimento n. 6140/2010 R.G.) da B.A. e F.G. sulla base dei medesimi identici tre motivi.
Hanno resistito con controricorso B.L., B.G., B.M. e B.R..
B.D.L. e Gr.An. sono rimasti intimati.
I ricorrenti B.A. e F.G., nonché i resistenti B.G., B.M. e B.R. hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto

– Preliminarmente, va disposta la riunione dei due procedimenti, avendo gli stessi ad oggetto ricorsi avverso la medesima sentenza.

– Passando all’esame del ricorso proposto da B.M., B.N.F. e G.M. nell’ambito del procedimento n. 6139/2010 R.G., va innanzitutto rigettata l’eccezione con la quale gli intimati hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso e dei relativi motivi in ragione della loro genericità e non autosufficienza. Il ricorso, invero, contiene un’esposizione dei motivi e dei fatti di causa sufficientemente puntuale e completa, sicché complessivamente risponde in modo idoneo al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione.

2.1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 456, 457, 459, 554, 555, 558, 559, 587 cod. civ. e 99,100, 112 cod. proc. civ. Secondo i ricorrenti, gli attori sarebbero carenti di legittimazione e/o di interesse ad agire, non potendosi riconoscere loro la qualità di eredi legittimari né quella di chiamati all’eredità per il fatto di non aver chiesto la riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima. Avrebbe perciò errato la Corte territoriale, da un lato, nel ritenere la qualità di eredi legittimari degli attori e nel non rilevare d’ufficio il loro difetto di legittimazione e/o di interesse ad agire, dall’altro nel ricomprendere nell’asse ereditario i beni immobili oggetto degli atti di disposizione dichiarati nulli in quanto dissimulanti altrettante donazioni.

Le censure non sono fondate.

Va premesso che gli attori hanno agito originariamente, quali eredi legittimi e legittimari del defunto, chiedendo di essere reintegrati nella loro quota di legittima, in rapporto ad una serie di atti dispositivi posti in essere dal de cuius, dissimulanti altrettanti donazioni.

Per effetto della condotta processuale dei convenuti – che hanno prodotto un testamento, pubblicato dopo l’inizio della causa, con il quale il defunto ha istituito suo unico erede il nipote Nicola Francesco – il quadro di riferimento della proposta azione di riduzione è venuto a mutare nel corso della lite: non più successione ab intestato, ma successione testamentaria.

È sorta dunque questione circa l’estensione della originaria domanda di riduzione delle donazioni anche alla disposizione testamentaria di istituzione di un unico erede e la Corte territoriale ha ritenuto che la domanda dovesse ritenersi estesa anche alla disposizione testamentaria, in quanto gli attori non avevano receduto dalla loro pretesa di ottenere la quota di eredità ad essi riservata ex lege.

La statuizione è conforme alla giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal collegio, che ha spiegato come “Gli artt. 554 e 555 c.c. non prevedono e regolano due distinte azioni, bensì un’unica azione, e cioè l’azione di riduzione, concessa ai legittimari, a tutela dei diritti che la legge ad essi riserva, qualora siano lesi da disposizioni testamentarie (artt. 554 c.c.) ovvero da donazioni (art. 555 c.c.), prevedendosi per entrambe che sono soggette a riduzione” (Cass. sez. 2, Sentenza n. 11873 del 1993, in motivazione).

L’unicità dell’azione trova conferma nella unitaria disciplina dettata, ai fini della trascrizione, dall’art. 2652 n. 8 cod. civ., per le domande di riduzione delle donazioni e delle disposizioni testamentarie per lesione di legittima; e trova altresì conferma nel fatto che con l’azione di riduzione non si impugna un atto in quanto nullo o annullabile, ma si chiede semplicemente la riduzione dello stesso, ossia che esso sia privato di efficacia giuridica nella misura sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario.

Risulta pertanto conforme a diritto la valutazione della Corte territoriale secondo cui l’originaria domanda di riduzione delle donazioni deve intendersi estesa alla disposizione testamentaria sopravvenuta in corso di causa; non senza considerare che trattasi di profilo attinente alla interpretazione della domanda che – in quanto giustificato da motivazione esente da vizi logici e giuridici – è insindacabile in sede di legittimità.

Sul punto può affermarsi il seguente principio di diritto:

“Quando l’attore, quale erede legittimo e legittimario, ha proposto domanda di riduzione di atti di donazione lesivi della quota di riserva a lui spettante ai sensi degli artt. 536 e segg. cod. civ., legittimamente il giudice di merito, a seguito della interpretazione della domanda giudiziale, può ritenere che tale domanda si estenda anche alla riduzione delle disposizioni contenute nel testamento del de cuius che sia stato prodotto in corso di causa e di cui l’attore legittimario non conosceva l’esistenza, quando dal tenore della sua pretesa risulti che l’attore intenda comunque conseguire la quota di legittima spettantegli ex lege”.

Infondata è anche la censura relativa al preteso difetto di legittimazione ad agire degli attori.

Com’è noto, la legittimazione ad agire (legitimatio ad causam) si ricollega al principio dettato dall’art. 81 cod. proc. civ., secondo il quale nessuno può far valere nel processo un diritto altrui in nome proprio fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, e comporta – trattandosi di materia attinente al contraddittorio e mirandosi a prevenire una sentenza inutiliter data – la verifica, anche d’ufficio in ogni stato e grado del processo (con il solo limite della formazione del giudicato interno sulla questione) e in via preliminare al merito, della coincidenza dell’attore e del convenuto con i soggetti che, secondo la legge che regola il rapporto dedotto in giudizio, sono destinatari degli effetti della pronuncia richiesta (Sez. U, Sentenza n. 1912 del 09/02/2012, Rv. 620484).

Tuttavia, la legittimazione ad agire – quale condizione dell’azione – si riduce all’ipotetica accoglibilità della domanda e sussiste, dal Iato attivo, allorché colui che propone la domanda si afferma titolare del preteso diritto e, dal lato passivo, allorché colui nei cui confronti è proposta la domanda è affermato, nella domanda medesima, come colui che ha violato il diritto vantato dall’attore. Orbene, trattandosi di condizione dell’azione, necessaria per ottenere una pronuncia nel merito sulla fondatezza della domanda, l’accertamento della sua sussistenza va compiuto ex ante, ossia con esclusivo riferimento a quanto affermato nella domanda, e non ex post, dopo aver accertato la fondatezza di quanto affermato nella domanda, perché altrimenti, con la pronuncia sul merito, il processo sarebbe già concluso.

Sul punto, va ribadito il principio già dettato da questa Corte, secondo cui la ‘legitimatio ad causam’, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere e del dovere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto in causa, mediante la deduzione di fatti in astratto idonei a fondare il diritto azionato, secondo la prospettazione dell’attore, prescindendo dall’effettiva titolarità del rapporto dedotto in giudizio, con conseguente dovere del giudice di verificarne l’esistenza in ogni stato e grado del procedimento. Da essa va tenuta distinta la titolarità della situazione giuridica sostanziale, attiva e passiva, per la quale non è consentito alcun esame d’ufficio, poiché la contestazione della titolarità del rapporto controverso si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata. Fondandosi, quindi, la legittimazione ad agire o a contraddire, quale condizione all’azione, sulla mera allegazione fatta in domanda, una concreta ed autonoma questione intorno ad essa si delinea solo quando l’attore faccia valere un diritto altrui, prospettandolo come proprio, ovvero pretenda di ottenere una pronunzia contro il convenuto pur deducendone la relativa estraneità al rapporto sostanziale controverso (Sez. 3, Sentenza n. 14468 del 30/05/2008, Rv. 603170; Sez. 1, Sentenza n. 355 del 10/01/2008, Rv. 600878; cfr. anche Sez. 2, Sentenza n. 14177 del 27/06/2011, Rv. 618438).

Nella specie, non è dubbio che gli attori abbiano fatto valere la loro posizione di eredi legittimali del de cuius, chiedendo la reintegrazione della loro quota di legittima.

Deve ritenersi, pertanto, sussistente la legittimazione ad agire degli attori, considerato che l’azione di riduzione è concessa al legittimario in quanto tale – ossia in quanto ricompreso tra i soggetti indicati nell’art. 536 cod. civ. – e non in quanto erede, di modo che essa va riconosciuta anche al legittimario pretermesso (Sez. 2, Sentenza n. 16635 del 03/07/2013, Rv. 627105; Sez. 2, Sentenza n. 12496 del 29/05/2007, Rv. 597504); e peraltro, come rilevato dalla Corte territoriale, la qualità di legittimari degli attori non è stata contestata dai convenuti e, perciò, non poteva essere rilevata dal giudice d’ufficio.

Sul punto, va ribadito il principio, già affermato da questa Corte, secondo cui la questione relativa alla legittimazione della parte nel processo può essere sollevata ed esaminata, anche d’ufficio, in ogni stato e grado del processo stesso, ma solo in quanto in atti risultino i presupposti di fatto che tale legittimazione escludano, con la conseguenza che, qualora non sia contestata la qualità di erede, il giudice non può rilevare ex officio un difetto di legittimazione che non risulti già aliunde desumibile (Sez. L, Sentenza n. 12162 del 02/07/2004, Rv. 574066).

2.2. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione di legge e il vizio di motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla ritenuta simulazione dei cinque atti di vendita posti in essere dal de cuius, in quanto dissimulanti altrettante donazioni in favore dei congiunti.

Il motivo di ricorso va dichiarato inammissibile.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, l’art. 366-bis cod. proc. civ., applicabile ratione temporis alla fattispecie (essendo stata la sentenza impugnata pubblicata prima del 4 luglio 2009, data della entrata in vigore dell’art. 47 della legge 18 giugno 2009, n. 69, che ne ha disposto l’abrogazione), nel prevedere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione, dispone la declaratoria di inammissibilità del ricorso qualora, in presenza dei motivi previsti dall’art. 360 cod. proc. civ. comma 1 un. 1, 2, 3 e 4, ciascuna censura, all’esito della sua illustrazione, non si traduca in un quesito di diritto, funzionale, anche alla luce dell’art. 384 cod. proc. civ., all’enunciazione del principio di diritto ovvero a dieta giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza; mentre, ove venga in rilievo il motivo di cui all’art. 360 cod. proc. civ. n. 5 (per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si concretizzi in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria -ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione (Sez. L, Sentenza n. 4556 del 25/02/2009, Rv. 607177). Il quesito di diritto deve costituire la chiave di lettura delle ragioni illustrate nel motivo e porre la Corte di cassazione in condizione di rispondere al quesito con l’enunciazione di una regula iuris, di un principio di diritto, che sia suscettibile di ricevere applicazione negli ulteriori casi analoghi oggetto di diverse controversie (Sez. U, Ordinanza n.2658 del 05/02/2008); mentre, quando sia dedotto il vizio della motivazione della sentenza impugnata (art. 360 n. 5 cod. proc. civ.), è necessario che, a conclusione della esposizione della censura, sia formulato il c.d. ‘quesito di fatto’, ossia un apposito momento di sintesi, che ponga la S.C. in condizione di comprendere, dalla lettura del solo quesito, quale sia l’errore motivazionale commesso dal giudice di merito (Sez. 5, Sentenza n. 24255 del 18/11/2011, Rv. 620278).

Ciò posto, va rilevato che, nella specie, i ricorrenti non hanno assolto l’onere di formulare il c.d. quesito di diritto in relazione alla doglianza di violazione di legge, né hanno assolto l’onere di formulare il c.d. ‘quesito di fatto’ relativamente alla censura di vizio di motivazione; non rimane pertanto che prendere atto della inammissibilità del motivo in esame.

2.3. – Col terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1414, 1417, 2697, 2729 cod. civ. e 115, 116 cod. proc. civ.. Secondo i ricorrenti, la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere che gli atti di disposizione inter vivos impugnati dissimulassero una donazione, non essendovi prova – neppure indiretta – della ritenuta simulazione, in quanto le presunzioni formulate dai giudici di appello non sarebbero né gravi né precise né concordanti e sarebbero in contrasto con l’id quod plerumque accidit.

La censura non è fondata.

La presunzione semplice (o prova indiretta), che trova base normativa nell’art. 2727 cod. civ., consiste in una illazione logica con la quale il giudice desume il fatto da provare (factum probandum o ‘fatto ignoto’) – che corrisponde al fatto giuridico costitutivo o impeditivo o modificativo o estintivo del diritto controverso oggetto della causa (c.d. ‘fatto principale’) – da un fatto giuridicamente irrilevante ma rilevante sul piano probatorio del quale abbia conoscenza, in quanto sia stato provato nel giudizio o costituisca fatto notorio o fatto non contestato o ammesso (c.d. ‘fatto semplice’, ‘fatto noto’ o indizio).

L’art. 2729 cod. civ., nel prescrivere che le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla “prudenza del giudice” (secondo una formula analoga a quella che si rinviene nell’art. 116 cod. proc. civ. a proposito della valutazione delle prove dirette), impone al giudice di compiere l’inferenza logica dal fatto secondario (fatto noto) al fatto principale (fatto ignoto) sulla base di una regola d’esperienza che egli deve ricavare dal sensus communis, dalla conoscenza dell’uomo medio, dal sapere collettivo della comunità sociale in quel dato momento storico. Grazie alla regola d’esperienza adottata, è possibile per il giudice concludere che l’esistenza del fatto secondario (indizio) deponga, con un grado di probabilità più o meno alto, per l’esistenza del fatto principale.

Lo stesso art. 2729 cod. civ. si cura di precisare come debba manifestarsi la “prudenza” del giudice, stabilendo che il decidente deve ammettere solo presunzioni che siano “gravi, precise e concordanti”; laddove il requisito della ‘precisione’ va riferito al fatto noto (indizio) che costituisce il punto di partenza dell’inferenza e postula che esso non sia vago ma ben determinato nella sua realtà storica; il requisito della ‘gravità’ va riferito al grado di probabilità della sussistenza del fatto ignoto che, sulla base della regola d’esperienza adottata, è possibile desumere dal fatto noto; mentre il requisito della ‘concordanza’ richiede che il fatto ignoto sia – di regola – desunto da una pluralità di indizi gravi e precisi, univocamente convergenti nella dimostrazione della sua sussistenza (cfr. Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726), anche se il requisito della ‘concordanza’ deve ritenersi menzionato dalla legge solo per il caso di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (Sez. 5, Sentenza n. 17574 del 29/07/2009, Rv. 609153).

Dal modello di prova per presunzioni configurato dalla legge, risulta che il giudice deve seguire un procedimento logico che si articola in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre che il giudice valuti in maniera analitica ognuno degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, rivestano i caratteri della precisione e della gravità, presentino cioè una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria;

successivamente, egli deve procedere ad una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta considerando atomisticamente uno o alcuni indizi (Sez. 1, Sentenza n. 19894 del 13/10/2005, Rv. 583806). In questo secondo momento valutativo, perciò, gli indizi devono essere presi in esame e valutati dal giudice tutti insieme e gli uni per mezzo degli altri allo scopo di verificare la concordanza delle presunzioni che da essi possono desumersi (c.d. convergenza del molteplice); dovendosi considerare erroneo l’operato del giudice di merito il quale, al cospetto di plurimi indizi, li prenda in esame e li valuti singolarmente, per poi giungere alla conclusione che nessuno di essi assurga a dignità di prova (Sez. 3, Sentenza n. 3703 del 09/03/2012, Rv. 621641).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, per la configurazione di una presunzione giuridicamente valida ai sensi degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto – in forza di una regola d’esperienza – come conseguenza meramente probabile, secondo un criterio di normalità (Sez. 2, Sentenza n. 22656 del 31/10/2011, Rv. 619955); in altre parole, è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull’id quod plerumque accidit (in virtù di una inferenza di natura probabilistica), sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall’apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza, mentre è da escludere che possa attribuirsi valore probatorio ad una presunzione fondata su dati meramente ipotetici (Sez. L, Sentenza n. 2632 del 05/02/2014, Rv. 629841).

Essendo la presunzione semplice affidata alla “prudente” valutazione del decidente (art. 2729 cod. civ.), spetta al giudice di merito valutare la possibilità di fare ricorso a tale tipo di prova, scegliere i fatti noti da porre a base della presunzione e le regole d’esperienza – tra quelle realmente esistenti nel sapere collettivo della società – tramite le quali dedurre il fatto ignoto, valutare la ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge; trattandosi di apprezzamento affidato alla valutazione discrezionale del giudice di merito, esso è sottratto al sindacato di legittimità se congruamente motivato (Sez. 3, Sentenza n. 8023 del 02/04/2009, Rv. 607382; Sez.L, Sentenza n. 15737 del 21/10/2003, Rv. 567551; Sez. L, Sentenza n. 11906 del 06/08/2003, Rv. 565726; da ultimo, Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 101 del 08/01/2015, Rv. 634118).

Nella specie, la Corte territoriale ha congruamente motivato in ordine alla sussistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, tali da consentire di ritenere che gli atti dispositivi impugnati dissimulavano altrettante donazioni, richiamando in proposito quali fatti indiziarii i rapporti familiari privilegiati esistenti tra de cuius e acquirenti, le modalità attuati ve degli atti dispositivi, il prezzo esiguo rispetto al valore dei beni, le modalità di pagamento asseritamente avvenuto in contanti per centinaia di milioni di lire, le condizioni economiche degli acquirenti, la sparizione del denaro che sarebbe stato incassato dal de cuius, etc.

Trattasi di motivazione esente da vizi logici e giuridici, conforme alle regole d’esperienza e all’id quod plerutnque accidit, che – in quanto tale – è insindacabile in sede di legittimità, non essendo in tale sede consentito al ricorrente in cassazione prospettare una possibilità o anche una probabilità di una spiegazione logica alternativa rispetto alla ricostruzione del fatto cui è pervenuto il giudice di merito.

2.4. – In definitiva, il ricorso proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. deve essere rigettato.

– In ordine al secondo ricorso proposto da B.A. e F.G. , che ha dato luogo all’iscrizione del procedimento n. 6140/2010 R.G., trattasi di ricorso che va qualificato incidentale.

E invero, il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso; tuttavia quest’ultima modalità non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte, indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto con atto a sé stante, in ricorso incidentale, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 cod. proc. civ., indipendentemente dai termini (quello breve e quello lungo) di impugnazione in astratto operativi. Tale principio non trova deroghe riguardo all’impugnazione di tipo adesivo che venga proposta dal litisconsorte dell’impugnante principale e persegue il medesimo intento di rimuovere il capo della sentenza sfavorevole ad entrambi, né nell’ipotesi in cui si intenda proporre impugnazione contro una parte non impugnante o avverso capi della sentenza diversi da quelli oggetto della già proposta impugnazione (Sez. L, Sentenza n. 5695 del 20/03/2015, Rv. 634799).

Ciò posto, va rilevato che il ricorso proposto da B.A. e F.G. presenta i medesimi motivi – contenenti le medesime argomentazioni – del ricorso principale proposto da B.M. , B.N.F. e G.M. . Stante l’identità dei motivi di ricorso, esso va parimenti rigettato, non rilevando l’esame della questione relativa alla tempestività dell’impugnazione.

– Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico di tutti i ricorrenti in solido e liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi; condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 5.200,00 (cinquemiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

 

  • DOMANDA Quando e dove si apre la successione?

 

Nel  momento della morte nel luogo dell’ultimodomicilio del defunto

  • DOMANDA

Quanto tempo ho per l’accettazione di eredità?

Il termine è 10 anni dall’apertura della successione

3)DOMANDA Chi è chiamato all’eredità è automaticamente titolare dei beni e diritti della stessa? 

Assolutamente No, in quanto prima deve accettare l’eredità espressamente (si accetta o si assume il titolo di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata) oppure tacitamente (ipotesi più frequente e consistente nel compiere un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare: si pensi alla vendita di un bene ereditario).

RISPOSTE EREDITA’ TESTAMENTO SUCCESSIONE

 

4)DOMANDA testamento olografo erede universale cosa vuol dire?RISPOSTA

Vuol dire che il testamento se validi ha designato una persona ered edell’intero patrimonio, attenzione però anche degli eventuali debiti

5)DOMANDA testamento a favore dei nipoti?

RISPOSTA Non si puo’ dimenticare gli eredi necessari ad esempio non possiamo fare testamento dell’intero patrimonio a favore di nipoti se abbiamo figli, se lo facciamo per la quota di legittima spettante ai figli il testamento non è valido

6)DOMANDA si può escludere un figlio dal testamento?

 

RISPOSTA No al figlio spetta la quota di legittima per legge, il figlio è erede necessario

7)DOMANDA erede legittimo escluso dal testamento ?

 

RISPOSTA Puo’ gustamente rivendicare la sua quota, e chiedere quindi che le venga riconosciuta

8)DOMANDA iltestamento può escludere i fratelli ?

 

RISPOSTA I fratelli non sono eredi necessari quindi il testamento puo’ escluderli

9)DOMANDA Si puo lasciare in eredità una casa ?

 

RISPOSTA : Si puo’

6)Domanda eredità senza testamento come funziona ?

RISPOSTA l’eredità senza testamento porta all’applicazione delle norme del codice civile per l’eredita’ e la sua divisione tra eredi legittimi

10) DOMANDA anticipo eredità legittima ?

RISPOSTA Non si puo’ non vi è eredità se non muore il de cuius.

Colui che deve fare testamento puo’ fare donazioni in vita ma se ne terrà conto ai fini dell’eredita’

rinunciare all’eredità prima della morte

11) domanda posso chiedere un anticipo sull’eredità?

Risposta la norma generale è l’articolo 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualifica di legatario”. Il legato è soggetto all’azione di riduzione se il testatore non ha rispettato le quote di riserva ( o di legittima), disponendo oltre la quota di legittima, se sussistano ovviamente i legittimari. Diversamente il legato essendo attribuito in via specifica non viene considerato come quota dell’intera eredità.

 

Si ma si intende una donazione e se ne terrà conto nella futura divisione

 

 

12)DOMANDA Eredità soldi in banca cosa fare ?

 

RISPOSTA In generale, possiamo affermare che hanno diritto ad una quota del conto corrente del defunto gli eredi che hanno accettato l’eredità: la rinuncia con beneficio di inventario non è di ostacolo all’eredità delle somme del conto corrente ma lo è la rinuncia pura all’eredità stessa. Quindi, solo colui che ha accettato l’eredità può ottenere la propria quota di conto.

L’erede ha diritto a conoscere dalla banca presso cui il soggetto defunto aveva aperto il conto, l’effettiva giacenza del conto stesso. A tal fine l’erede deve recarsi presso l’istituto di credito e dimostrare la propria qualità di erede a mezzo di atto notorio e l’avvenuto decesso con il certificato di morte. Con tale documentazione, l’erede potrà avere informazioni dalla banca su tutti i conti correnti, i depositi, i libretti di risparmio, le cassette di sicurezza, i finanziamenti in corso e quelli estinti, le azioni e le obbligazioni intestate dal soggetto defunto.

13)DOMANDA Anticipo eredità in denaro?

RISPOSTA Si mediante una donazione

14)DOMANDA si può escludere un figlio dall’eredità?

 

RISPOSTA No il figlio ha diritto alla quota di leggitim a prevista dalla legge

 

Alla morte di una persona, la legge riserva ad alcuni parenti stretti, per lo più figli e coniuge, una quota del patrimonio del defunto, intendendosi per patrimonio non solo ciò che lascia, ma anche ciò di cui si è spogliato, in vita, per donazione. Nel caso in cui vengano all’eredità, insieme alle due sorelle, anche il coniuge, la quota di legittima sarà di 1/4 per ciascuno, potendo disporre liberamente di 1/4 dell’eredità.

dichiarazione di successione conto corrente

documenti per successionebanca

ereditàconto corrente svuotato

tempibanca per successione

tasse sueredità in denaro

successione conto corrente cointestato

successione conto corrente tasse

dichiarazionedi successione solo denaro

15) DOMANDA impugnare testamento redatto da notaio si puo’?

 

RISPOSTA certamente si ,teniamo presente che trattasi di testamento pubblico assai piu’ difficile da rimuovere rispetto a un testamento olografo !!

Il testamento pubblico (art. 603 c.c.) è ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni, con il testatore che dichiara al notaio la propria volontà; volontà che il notaio mette per iscritto, dopo di che darà lettura del testamento ai presenti. Di ciascuna di tali formalità viene fatta menzione nel testamento. Questo deve indicare il luogo, la data del ricevimento e l’ora della sottoscrizione, e dev’essere firmato dal testatore, dai testimoni e dal notaio. Se il testatore non può sottoscrivere, o può farlo solo con grave difficoltà, deve dichiararne la causa e il notaio deve menzionare questa dichiarazione prima della lettura dell’atto.

16)DOMANDA cosa succede se si impugna un testamento ?

 

17)DOMANDA termine per impugnare testamento per lesione di legittima?

 

RISPOSTA Dieci anni dall’apertura successione

 

 

L’azione per ripristinare le quote dei legittimari lesi può essere esperita entro 10 anni dall’apertura della successione.

Dunque per impugnare un testamento per lesione di legittima, gli eredi “legittimari” hanno 10 anni di tempo.

18) DOMANDA impugnare testamento fratello?

 

RISPOSTA Ricordiamo che i fratelli sono eredi legittimi ma non legittimari: in sostanza beneficiano della massa ereditaria solamente se il de cuius muore senza lasciare testamento e se non ci sono altri eredi (coniuge, figli, genitori).

Quindi salvo casi specifici e particolari, gli eredi legittimi non hanno titolo per impugnare il testamento.

19) DOMANDA impugnazione testamento olografo falso come si fa?

 

RISPOSTA La parte che intenda contestare l’autenticità del testamento olografo prodotto in giudizio per far valere posizioni successorie ad esso ricollegabili ha l’onere di proporre la relativa domanda di accertamento negativo circa la provenienza della scrittura testamentaria, a cui è correlato, quindi, alla stregua dei principi generali in materia, anche quello di provarne i fatti dedotti a suo fondamento.

1)Lo studio si occupa di offrire assistenza al cliente che intenda redigere testamento.Consulenza e difesa in materia successoria e delle donazioni ed in particolare in tema di divisione ereditaria e distribuzione del patrimonio, redazione e custodia di testamenti, rinunce e petizioni di eredità, legati, azione di riduzione e lesioni di legittima, accettazioni con beneficio d’inventario, validità e vizi del testamento, donazioni e prescrizione.

20)DOMANDA  calcolo quote ereditarie come si fa?

 

RISPOSTA In base a quanto previsto dal codice civile se non vi è testamento

 

 

21)DOMANDA calcolo  quote ereditarie coniuge e due figli

 

 

22)DOMANDA   l’eredita’ in assenza di testamento va divisa in tre parti uguali

successione senza testamento?

  • RISPOSTA Ecco come vien attribuito agli eredi legittimi il patrimonio del defunto, in assenza di testamento, in base alle norme del Codice Civile.

Coniuge

Tutto

Coniuge più un figlio

Metà al coniuge; metà al figlio

Coniuge e due o più figli

Un terzo al coniuge; due terzi da dividersi in parti uguali tra i figli

Coniuge più fratelli e/o sorelle

Due terzi al coniuge, un terzo da dividersi in parti uguali tra le sorelle e i fratelli germani (entrambi i genitori in comune). In caso di fratelli sia germani, sia unilaterali (un solo genitore in comune), a quelli unilaterali spetta la metà della quota che spetta a ciascuno dei germani

Coniuge più un nipote (figlio di un fratello o di una sorella defunti)

Due terzi al coniuge; un terzo al nipote

Coniuge più entrambi i genitori

Due terzi al coniuge; un sesto al padre, un sesto alla madre

Coniuge più un solo genitore

Due terzi al coniuge; un terzo al genitore

23)DOMANDA  successione testamentaria quote come si calcolano

  • RISPOSTA Il testamento deve tener conto e socciager ealle regole degli eredi necessari .

  • quote di eredità di cui il testatore può disporre liberamente. Esse sono le seguenti:

  • Se il testatore era sposato e il coniuge è ancora in vita

  • Se colui che ha fatto testamento era sposato e il coniuge è ancora in vita al momento della sua morte, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se è rimasto un solo figlio: la quota di eredità disponibile è di un terzo (1/3). Questo perché 1/3 dell’eredità deve andare al coniuge superstite, mentre l’altro terzo al figlio;

  • se è rimasto più di un figlio: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4). Questo perché un quarto (1/4) dell’eredità deve andare al coniuge superstite e un mezzo (1/2) va a finire a tutti i figli che dovranno dividerla in parti uguali tra loro;

  • se non ci sono figli e sono rimasti solo entrambi i genitori o uno solo: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4).

  • Se il testatore non era sposato o il coniuge è già morto

  • Se colui che ha fatto testamento non era sposato oppure il suo coniuge è già morto in precedenza, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se non ci sono né figli, né genitori o nonni: il testatore è libero di disporre di tutta la propria eredità per come meglio crede, senza cioè dover rispettare alcun legittimario (poiché, difatti, non ce ne sono). Questo significa, ad esempio, che se l’eredità è costituita da un patrimonio di 10mila euro, di questi il testatore è libero di fare ciò che vuole, lasciandoli anche a un’associazione no profit;

  • 24)DOMANDA testamentoa favore di un solo figlio si puo’?

  • RISPOSTA se si hanno piu’ figli ognuno di loro gha diritto alla legittima

  • 25 DOMANDA PER QUALI MOTIVI SI IMPUGNA UN TESTAMENTO?

  • La sentenza che rigetta l’impugnazione del testamento, una volta passata in giudicato, fa stato solo nei confronti delle parti di quel giudizio, ma non è opponibile, in virtù dell’efficacia riflessa del giudicato, ad altro legittimato all’annullamento che abbia successivamente promosso nuovo giudizio per lo stesso motivo (App. Napoli 29/7/1980).

    Frequente motivo d’impugnazione è captazione, ossia il dolo che si assume essere stato posto in essere per condizionare la volontà del testatore. Per affermare l’esistenza della captazione, che dev’essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta però una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato. L’idoneità dei mezzi de quibus deve però essere valutata, in relazione al testamento, con maggiore larghezza rispetto alla materia contrattuale, e, in ogni caso, con precipuo riferimento all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, in considerazione della particolare natura del negozio testamentario, nonché del fatto che, nell’atto di compierlo, il disponente potrebbe risultare più facile vittima di altrui suggestioni a causa di anormali condizioni di salute o di spirito. (Cass. 14/6/2001, n. 8047).

    Altro motivo d’impugnazione del testamento può essere la sua falsità, per il cui accertamento ci si può giovare del procedimento di verificazione della scrittura privata (art. 216 e segg. c.p.c.). L’espletamento della consulenza grafica in questo tipo di procedimento non osta a che il giudice di merito possa far ricorso ad altre fonti di prova e, in particolare, a presunzioni semplici, desunte, secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, da fatti acquisiti mediante prova testimoniale (Cass. 6/4/1981, n. 1940).

 

 

  • 26 DOMANDA È possibile modificare il proprio testamento nel tempo?

 

 

ASSOLUTAMENTE SI TEORICAMENTE SI PUO’ anche fare un testamento al giorno quello che vale è l’ultimo in ordine di data

 

 

  • 27 DOMANDA  Per fare testamento è necessario recarsi da un notaio?

Assolutamete no se il testamento è olografo posso metterlo in banca  o in un cassetto o darlo a persona di mia fiducia il rischio è che un domani non venga fuori e vada disperso

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