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PADOVA, VICENZA TREVISO ROVIGO impugnazione testamento impugnazione successione impugnazione eredità processo testamento

 

PADOVA, VICENZA TREVISO ROVIGO impugnazione testamento

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SI PUO’ IMPUGNARE UN TESTAMENTO ?

COME SI FA A IMPUGNARE UN TESTAMENTO?

CHI PUO’ IMPUGNARE UN TESTAMENTO ?

 AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA ESPERTO MATERIA TESTAMENTI E SUCCESSIONI 

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– se il possesso dell’autore si trasferisca o meno all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene;

– se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 comma II c.c. unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso.

Nel precedente testé richiamato si è dato conto della diversità della convivenza di fatto, fondata sull’affectio quotidiana (ma liberamente e in ogni istante revocabile) di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato, invece da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio; si è tuttavia osservato che questa distinzione non comporta che il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, nei casi in cui l’unione, pur libera, che abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare; pertanto in questi casi, anche dopo la dissoluzione del rapporto di coppia così stabilizzato (nel caso qui in esame per la morte del convivente) non è consentito al convivente proprietario (nel caso qui in esame all’erede che subentra nell’identica posizione) ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare e di concedere un termine congruo per reperire altra sistemazione.

 

stata poi ritenuta applicabile anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene (Cass. 2/1/ La legittimazione all’azione di spoglio da parte del convivente more uxorio è 2014 n.7).

 

. L’orizzonte della giurisprudenza di legittimità si sposta così, alla luce della soluzione adottata, dal rapporto tra scrittura e soggetto (terzo) contro cui è prodotta al valore intrinseco del documento, in una nuova e più attenta consonanza con la relativa elaborazione dottrinaria.

L’indirizzo favorevole alla tesi della necessità della querela trova, infine, recente conferma nella pronuncia di cui a Cass. n. 8272 del 24 maggio 2012, predicativa della correttezza del rimedio processuale disciplinato dagli artt. 221 e segg. c.p.c. essendo il testamento un documento proveniente da terzi, e riaffermativa, nel solco delle Sezioni Unite, dell’incidenza sostanziale e processuale particolarmente elevata della scheda olografa, che giustifica il ricorso alla querela di falso per contestarne l’autenticità.

Il panorama giurisprudenziale si completa con l’antico enunciato di cui a Cass. n. 1545 del 15 giugno 1951, che, premessa la legittimità della proposizione di un’azione di accertamento negativo in ordine alla provenienza delle scritture private e del testamento olografo, afferma che l’onere della prova spetta all’attore che chieda di accertare la non provenienza del documento da chi apparentemente ne risulta l’autore, in consonanza con l’opinione dottrinaria secondo cui la contestazione della genuinità del testamento olografo si traduce in una domanda di accertamento negativo della validità del documento stesso.

 La pronuncia (senza assumere tuttavia posizione esplicita sulla forma di tale accertamento negativo, se, cioè, dovesse o meno seguire le forme della querela di falso), fu oggetto di autorevoli consensi e di penetranti critiche in dottrina (in estrema sintesi, alla tesi secondo cui l’impugnazione per falsità del testamento olografo si risolve in una quaestio nullitatis, con conseguente applicabilità alla fattispecie della norma di cui all’art. 606 cod. civ. dettata in tema di nullità del testamento olografo per mancanza dei requisiti si replicò che l’olografo impugnato per falsità non è nullo per difetto di forma ma inesistente), non trovò ulteriore seguito in giurisprudenza, che vide così contrapporsi, come finora ricordato, la tesi della verificazione a quella della querela, con opposte conseguenze in ordine all’onere della prova, ripartito sul presupposto delle diverse finalità e dell’indipendenza dei due istituti.

La questione del riparto degli oneri probatori, in particolare, fu oggetto di approfondita disamina nella sentenza di questa Corte n. 3880 del 18 giugno 1980, ove si legge che la querela postula l’esistenza di una scrittura riconosciuta, mentre il disconoscimento, investendo la provenienza stessa del documento, mira a impedire che la scrittura medesima acquisti efficacia probatoria, con la conseguenza che chi contesti l’autenticità della sottoscrizione della scrittura onde impedire che ali ‘apparente sottoscrittore di essa venga imputata la dichiarazione sottoscritta nella sua totalità, deve disconoscere la sottoscrizione e non già proporre la querela di falso, mentre invece, allorché sia accertata l’autenticità della sottoscrizione, chi voglia contestare la provenienza delle dichiarazioni contenute nella scrittura di colui che, ormai incontrovertibilmente, l’ha sottoscritta, ha l’onere di proporre la querela di falso.

 In una dimensione del tutto speculare rispetto alle posizioni della giurisprudenza, la dottrina specialistica si è a sua volta divisa tra i due citati e dominanti orientamenti, con argomentazioni che fanno di volta in volta riferimento:

– al rapporto tra provenienza della scrittura e parte in causa contro cui è prodotta;

– alla valutazione del documento per la riconosciuta incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata;

– all’esigenza di tener separato il piano del contenuto del testamento (concreto thema probandum) da quello dello strumento mediante il quale esso possa acquisire rilevanza agli effetti processuali.

Su di un piano più generale, ciascuna delle tesi proposte non appare poi insensibile al problema dell’efficacia delle scritture private e dei relativi strumenti di impugnazione.

 La tesi favorevole all’indirizzo che reputa sufficiente il ricorso al disconoscimento colloca tout court il testamento olografo tra le scritture private.

 Tale ricostruzione della scheda testamentaria è sostanzialmente univoca, salva l’attribuzione ad essa di quel “valore intrinsecamente elevato” evidenziato da questa stesse sezioni unite nel 2010. Distinzione peraltro criticata da chi ne contesta il fondamento normativo, denunciando l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcuni documenti provenienti da terzi di un regime giuridico “rafforzato” rispetto a quanto assicurato alle scritture private provenienti dalle parti – regime del quale si lamenta l’assenza di un efficace riferimento normativo che sostenga l’intrinseco grado di attendibilità del testamento olografo a giustificazione della necessaria proposizione della querela di falso, e la conseguente confusione concettuale tra il piano processuale e quello sostanziale (confondendosi cioè l’aspetto morfologico del documento e del suo contenuto con lo strumento processuale funzionale al suo riconoscimento sul piano della prova in giudizio).

Tale sovrapposizione concettuale conduceva, difatti, secondo tale orientamento, all’errore in cui incorrevano i sostenitori della necessità di ricorrere alla querela di falso, così criticandosi l’assunto secondo cui incombeva su colui che contestava il testamento olografo la prova del suo accertamento negativo, e ritenendosi invece sufficiente, al pari di ogni scrittura privata, il mero disconoscimento del documento.

. L’indirizzo favorevole al semplice disconoscimento della scheda testamentaria apparve, peraltro, illieo et immediate destinato a confrontarsi con due delicate questioni.

13.2.1. La prima questione aveva ad oggetto il rapporto tra autore del testamento e parti in causa, poiché il testamento proviene pur sempre da un terzo rispetto alle parti del processo, perciò solo esulando, secondo i sostenitori della tesi della querela di falso, dalla fattispecie normativa di cui all’art. 214 c.p.c. – a tanto replicandosi che la scheda olografa, pur materialmente proveniente da chi non può assumere la qualità di parte in senso processuale o sostanziale, acquistando efficacia solo con la morte del suo autore, è pur tuttavia caratterizzata da una sua così specifica peculiarità che la posizione di “parte” del destinatario della attribuzione deriva unicamente dalla devoluzione ereditaria, evidenziandosi poi l’esistenza di casi in cui il documento, pur non provenendo da alcuna delle parti in causa, non può essere considerato alla stregua di una scrittura di terzo estraneo alla lite.

Si è ancora opinato, avvertendo l’utilità di circoscrivere la qualità di terzo rispetto alla scrittura privata prodotta in giudizio (e dunque all’olografo), che, dall’esame esegetico degli artt. 2702, 2704 cod. civ., 214 c.p.c., e in una più ampia dimensione di teoria generale del diritto, il concetto di terzo ha natura relazionale, per tale intendendosi chi è estraneo a un qualsiasi rapporto o atto giuridico, così individuandosi tre diverse dimensioni in cui si colloca il concetto di terzo (e, specularmente, quello di parte), e cioè quella proprio della formazione della scrittura (che, considerando la convenzione come fatto storico puntuale, definisce “parte” colui che abbia sottoscritto o vergato di suo pugno la scrittura, e correlativamente terzo chi non abbia né sottoscritto né vergato a mano la medesima), quella negoziale (afferente alla situazione giuridica di diritto sostanziale disciplinata dal contenuto della scrittura privata prodotta in giudizio, in tale prospettiva essendo parte la persona fisica/soggetto autore della dichiarazione), e infine quella processuale (quella, cioè del giudizio in cui la scrittura privata è prodotta, in questa accezione essendo “terzo” la persona fisica che non in giudizio nel processo pendente).

L’espressione “eredi o aventi causa” utilizzata dal secondo comma dell’art. 214 cod. proc. civ. andrebbe, pertanto, intesa in senso ampio, e comprensiva di tutti coloro che si trovino in una “generica posizione di dipendenza”.

 

L’azione è comunque esperibile anche nei confronti dell’erede del proprietario il quale, pur subentrando per fictio iuris nel possesso del de cuius non è legittimato ad estromettere dal possesso con violenza o clandestinità colui che non poteva esserne estromesso dal de cuius.

 

Il ricorrente richiama inoltre un certificato di residenza secondo il quale la residenza della S. sarebbe in altro luogo; trattandosi di questione di fatto non può essere esaminata in questa sede di legittimità tenuto conto che nella sentenza impugnata sono stati evidenziati elementi idonei per la prova della relazione di fatto con l’immobile (v. pagg. 11 e 12 nei riferimenti al trasporto di effetti personali e alla presenza nell’alloggio dei mobili della convivente) e dell’inammissibilità per mancanza del momento di sintesi della censura di vizio di motivazione.

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AFOTOGRAFICA1

impugnazione testamento

impugnazione successione

impugnazione eredità

processo testamento

Coniuge (in mancanza di figli e senza fratelli e ascendenti) = intera eredità

Coniuge + figlio unico = 50% per ciascuno

Coniuge + due figli = 33,3% per ciascuno

Coniuge + tre o più di tre figli = 33,3% per il coniuge + 66,6% in parti uguali per i figli

Coniuge + ascendenti = 66,6% coniuge + 33,3% ascendenti

Coniuge + fratelli = 66,6% coniuge + 33,3% fratelli

Coniuge + ascendenti + fratelli = 66,6% coniuge + 25% ascendenti + 8,33% fratelli

Figlio (senza coniuge) = intera eredità

Più figli (senza coniuge) = intera eredità in parti uguali

Ascendenti (senza coniuge, senza figli e senza fratelli) = intera eredità

Fratelli (senza coniuge, senza figli, e senza ascendenti) = intera eredità in parti uguali

Ascendenti + fratelli (senza coniuge e senza figli) = 50% ascendenti + 50% fratelli

Altri parenti oltreil 6° grado (se unici eredi) = intera eredità in parti uguali ai parenti di grado più prossimo.-

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE

Sentenza 10 luglio – 15 settembre 2014, n. 19423

(Presidente Bursese – Relatore Proto)

Svolgimento del processo

Con ricorso del 24/3/2003 S.I. chiedeva la reintegrazione nel possesso di un appartamento e relative pertinenze essendone stata privata da R.L. che vi si era introdotto clandestinamente impedendole l’accesso.

La ricorrente esponeva di essersi unita in matrimonio religioso con dispensa da trascrizione, sin dal 1977 con D.V.D., il quale, deceduto il (omissis), l’aveva istituita usufruttuaria dell’appartamento suddetto che costituiva la loro casa ove convivevano come marito e moglie.

Nella fase a cognizione sommaria il giudice accoglieva il ricorso e successivamente il Collegio rigettava il reclamo del resistente.

Nella fase di merito, espletata l’istruttoria, il Tribunale con sentenza del 17/4/2004 accoglieva la domanda possessoria e ordinava a R.L. di reintegrare S.I. nel possesso.

  1. proponeva appello che era rigettato dalla Corte di Appello di Torino con sentenza del 22/2/2007.

La Corte territoriale rilevava:

– che la ricorrente, in quanto convivente more uxorio e quindi detentore qualificato era legittimata ad agire con l’azione di spoglio;

– che era irrilevante, ai fini di precludere l’esercizio dell’azione, la qualità di erede del resistente, che non era possessore quando era in vita il de cuius, ma solo ospite per il rapporto di parentela con il nonno D.V.D.;

– che inoltre il resistente non aveva ragione di far valere la sua qualità di erede in quanto il thema decidendum era limitato al compossesso tra le parti come dedotto dal R.;

– che non era decorso l’anno dal sofferto spoglio;

– che la ricorrente non aveva volontariamente abbandonato l’alloggio, ma viveva altrove proprio a causa dello spoglio subito.

R.L. ha proposto ricorso affidato a due motivi.

S.I. è rimasta intimata.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 100, 112, 342 c.p.c. e 1140, 1168 e 1170 c.c. sostenendo che la S. , in quanto convivente more uxorio, non sarebbe stata legittimata ad agire con l’azione possessoria nei suoi confronti perché egli era erede del proprietario convivente che la ospitava e, comunque, compossessore, essendo succeduto nel possesso; aggiunge che la S. avrebbe avuto altrove la propria residenza.

Il ricorrente, formulando i quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. ora abrogato, ma applicabile ratione temporis, chiede:

– se il convivente more uxorio sia o meno legittimato all’azione possessoria;

– se tale azione possa essere esercitata nei confronti dell’altro convivente ospitante e nei confronti degli eredi di costui.

1.1 Il motivo, con riferimento al vizio di motivazione è inammissibile per l’assoluta mancanza del momento di sintesi.

Le censure trascurano che, nel vigore dell’art. 366-bis c.p.c., il motivo di ricorso per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, proposto ai sensi dell’art. 360, comma 1, n.5, c.p.c., deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione e pertanto la relativa censura deve essere accompagnata da un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; il motivo, cioè, deve contenere – a pena d’inammissibilità – una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass. S.U. 20/05/2010 n. 12339; Cass. 4/2/2008 n. 2652 Ord.; Cass. S.U. 1/10/2007 n. 20603).

Il motivo, con riferimento alla violazione delle norme indicate nell’epigrafe del motivo e nell’ambito delimitato dai quesiti di diritto, è infondato perché le ragioni giuridiche addotte a sostegno del motivo trovano confutazione, in diritto, nella giurisprudenza di questa Corte; ai quesiti deve quindi rispondersi affermando che il convivente more uxorio è legittimato all’azione possessoria e che tale azione possa essere esercitata nei confronti dell’altro convivente ospitante e nei confronti degli eredi di costui.

Questa Corte, infatti, già con sentenza 21/3/2013 n. 7214 ha affermato che la convivenza “more uxorio“, quale formazione sociale che da vita ad un consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità e tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Pertanto l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio.

Nel precedente testé richiamato si è dato conto della diversità della convivenza di fatto, fondata sull’affectio quotidiana (ma liberamente e in ogni istante revocabile) di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato, invece da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio; si è tuttavia osservato che questa distinzione non comporta che il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anziché sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, nei casi in cui l’unione, pur libera, che abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare; pertanto in questi casi, anche dopo la dissoluzione del rapporto di coppia così stabilizzato (nel caso qui in esame per la morte del convivente) non è consentito al convivente proprietario (nel caso qui in esame all’erede che subentra nell’identica posizione) ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perché il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare e di concedere un termine congruo per reperire altra sistemazione.

 

La legittimazione all’azione di spoglio da parte del convivente more uxorio è stata poi ritenuta applicabile anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene (Cass. 2/1/2014 n.7).

 

L’azione è comunque esperibile anche nei confronti dell’erede del proprietario il quale, pur subentrando per fictio iuris nel possesso del de cuius non è legittimato ad estromettere dal possesso con violenza o clandestinità colui che non poteva esserne estromesso dal de cuius.

 

Il ricorrente richiama inoltre un certificato di residenza secondo il quale la residenza della S. sarebbe in altro luogo; trattandosi di questione di fatto non può essere esaminata in questa sede di legittimità tenuto conto che nella sentenza impugnata sono stati evidenziati elementi idonei per la prova della relazione di fatto con l’immobile (v. pagg. 11 e 12 nei riferimenti al trasporto di effetti personali e alla presenza nell’alloggio dei mobili della convivente) e dell’inammissibilità per mancanza del momento di sintesi della censura di vizio di motivazione.

 

  1. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1146 c.c. e il vizio di motivazione.

Il ricorrente sostiene:

– che la Corte di Appello ha violato il principio dell’art. 1146 c.c. secondo il quale il possesso continua nell’erede con effetto dall’apertura della successione;

– che pertanto egli era succeduto nel medesimo possesso o compossesso del defunto D.V. e la Corte di Appello avrebbe dovuto rigettare la domanda possessoria per essere egli possessore o quanto meno compossessore dell’immobile;

– che era contraddittoria, omessa o insufficiente la motivazione per la quale il thema decidendum doveva essere limitato all’accertamento dell’eventuale sussistenza della situazione di compossesso tra le parti, in quanto la situazione di compossesso era quella indicata negli atti difensivi di primo grado nei quali si invocava la qualità di erede e la successione nel possesso o compossesso.

Il ricorrente, formulando i quesiti di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, chiede:

– se il possesso dell’autore si trasferisca o meno all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene;

– se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 comma II c.c. unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso.

2.1 Il motivo, con riferimento al vizio di motivazione è inammissibile per l’assoluta mancanza del momento di sintesi; sul punto si richiamano i precedenti giurisprudenziali e i principi già enunciati al precedente punto 1.1.

Va comunque osservato che la motivazione, pur sintetica, si collega alla motivazione della sentenza di primo grado trascritta a pag. 20 del ricorso secondo la quale egli non aveva mai agito in qualità di erede e “il ricorrente non può far valere tale sua qualità neppure nella fase di merito” (si intende il merito possessorio); la questione riproposta con il motivo di ricorso attinge quindi l’interpretazione dell’iniziale domanda e la motivazione della Corte di Appello si salda con la più completa motivazione del primo giudice, espressamente richiamata.

Il motivo, con riferimento alla violazione dell’art. 1146 c.c. è infondato perché l’azione possessoria, come detto in precedenza, avrebbe potuto essere esercitata anche nei confronti del convivente more uxorio, ancorché proprietario, ove avesse estromesso (come ha fatto l’erede) l’odierna intimata con clandestinità dall’unità abitativa e pertanto anche all’erede è precluso estromettere con violenza o clandestinità colei che esercitava sull’immobile un potere di fatto basato su di un interesse proprio e fondato su una relazione di convivenza meritevole di tutela. In ogni caso, la reintegrazione deve avvenire nella stessa situazione di fatto esistente al momento dello spoglio, nella quale la S. , dopo la morte del convivente, esercitava un potere di fatto basato su una detenzione qualificata senza la presenza di altri e la disposta reintegrazione non contrasta con la previsione di cui all’art. 1146 comma II c.c. tenuto conto che per effetto di una fictio iuris, il possesso del “de cuius” si trasferisce agli eredi i quali subentrano nel possesso del bene anche senza necessità di una materiale apprensione così che, mancando il precedente possesso “corpore”, la materiale apprensione con esclusione del detentore qualificato è stata legittimamente sanzionata con l’ordine di reintegrazione.

Pertanto il primo quesito non è pertinente perché, pur essendo corretto affermare che il possesso dell’autore si trasferisce all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene, ciò non preclude, per le ragioni già dette, l’azione di spoglio della convivente more uxorio nei confronti dell’erede del proprietario che non era nel possesso dei beni del de cuius prima della sua morte (ciò essendo stato escluso con valutazione di merito in entrambi i gradi del giudizio).

Egualmente inconferente rispetto alla concreta fattispecie anche il secondo quesito con il quale si chiede se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 comma II c.c. unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso: nella specie il ricorrente non ha esercitato una azione a tutela del possesso, ma è ricorso a vie di fatto estromettendo dall’immobile la detentrice qualificata ed ha operato una materiale apprensione del bene illegittima per le sue modalità.

  1. In conclusione il ricorso deve essere rigettato; non si pronuncia condanna alle spese in quanto la parte intimata e non soccombente non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

 

Infatti, secondo la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, in tema di successione per rappresentazione il discendente rappresentante che subentri nel luogo e nel grado dell’ascendente rappresentato che non possa o non voglia accettare l’eredità succede direttamente al de cuius, con la conseguenza che la detta eredità è a lui devoluta nella identica misura che sarebbe spettata al rappresentato (Cfr. Cass. n. 12496 del 2007; n. 20018 del 2004). In applicazione di tale principio la Suprema Corte di Cassazione è giunta ad affermare che, in caso di successione per rappresentazione, il discendente rappresentante, essendo successore iure proprio nell’eredità, è legittimato all’esercizio del retratto successorio ex art. 732 c.c. (Cfr. Cass., n. 594 del 2015).

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 2 febbraio 2016, n.1987 – Pres. Mazzacane – est. Scalisi

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Motivi della decisione

 

1.- Con il primo motivo di ricorso Z.D. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 732 c.c. ex art. 360, n. 3, c.p.c.. Secondo il ricorrente la Corte di Appello di Venezia avrebbe erroneamente considerato soggetti non estranei alla comunione B.O. , E. e G. sul presupposto che sarebbero succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale sola, invece, aveva la qualità di coerede. In tal modo, era stato escluso che essa ricorrente potesse esercitare il diritto di prelazione riconosciuto dall’art. 732 c.c., in favore di ogni coerede nel caso uno dei comproprietari volesse cedere in tutto od in parte la sua quota di eredità a soggetti estranei alla comunione.

1.1- Il motivo è infondato.

L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.

Sostiene la ricorrente che estranei alla comunione sarebbero, in caso di successione testamentaria (come nella specie), tutti coloro che non sono stati nominati eredi con il testamento che ha dato origine alla comunione stessa. Ne consegue che, a suo avviso, i convenuti, ancorché succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale era di certo una degli originari coeredi testamentari, sarebbero da considerare estranei alla comunione, non essendo stati indicati nel testamento quali eredi della res.

L’assunto non merita di essere condiviso.

Infatti, secondo la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, in tema di successione per rappresentazione il discendente rappresentante che subentri nel luogo e nel grado dell’ascendente rappresentato che non possa o non voglia accettare l’eredità succede direttamente al de cuius, con la conseguenza che la detta eredità è a lui devoluta nella identica misura che sarebbe spettata al rappresentato (Cfr. Cass. n. 12496 del 2007; n. 20018 del 2004). In applicazione di tale principio la Suprema Corte di Cassazione è giunta ad affermare che, in caso di successione per rappresentazione, il discendente rappresentante, essendo successore iure proprio nell’eredità, è legittimato all’esercizio del retratto successorio ex art. 732 c.c. (Cfr. Cass., n. 594 del 2015).

Se ne ricava che il successore per rappresentazione ha la qualità di coerede ai sensi dell’art. 732 c.c. e che, quindi, non può essere considerato un soggetto estraneo alla comunione nei cui confronti sia possibile esercitare il diritto di riscatto previsto da tale ultima disposizione (c.d. ius retractionis).

  1. – Con il secondo ed il terzo motivo la ricorrente contesta la qualità di eredi dei resistenti con riferimento alla disposizione testamentaria che li aveva visti beneficiari della liquidità della de cuius, mentre con il quarto si duole della tardi vita della loro affermazione di essere eredi diretti e non solo per rappresentazione della testatrice. Epperò tutti questi profili sono ormai privi di rilievo, dovendosi comunque ritenere B.O. , E. e G. coeredi ex art. 732 c.c., ancorché succeduti per rappresentazione all’originaria coerede V.P.D. .

2.1.- Questi motivi (il secondo, il terzo ed il quarto) devono considerarsi assorbiti, posto che alla luce del rigetto del primo motivo, non sussiste più alcun interesse al loro esame.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 cpc. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori come per legge.

 

  • DOMANDA Quando e dove si apre la successione?

Nel  momento della morte nel luogo dell’ultimodomicilio del defunto

  • DOMANDA

Quanto tempo ho per l’accettazione di eredità?

Il termine è 10 anni dall’apertura della successione

3)DOMANDA Chi è chiamato all’eredità è automaticamente titolare dei beni e diritti della stessa? 

Assolutamente No, in quanto prima deve accettare l’eredità espressamente (si accetta o si assume il titolo di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata) oppure tacitamente (ipotesi più frequente e consistente nel compiere un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare: si pensi alla vendita di un bene ereditario).

RISPOSTE EREDITA’ TESTAMENTO SUCCESSIONE

 

4)DOMANDA testamento olografo erede universale cosa vuol dire?RISPOSTA

Vuol dire che il testamento se validi ha designato una persona ered edell’intero patrimonio, attenzione però anche degli eventuali debiti

5)DOMANDA testamento a favore dei nipoti?

RISPOSTA Non si puo’ dimenticare gli eredi necessari ad esempio non possiamo fare testamento dell’intero patrimonio a favore di nipoti se abbiamo figli, se lo facciamo per la quota di legittima spettante ai figli il testamento non è valido

6)DOMANDA si può escludere un figlio dal testamento?

RISPOSTA No al figlio spetta la quota di legittima per legge, il figlio è erede necessario

7)DOMANDA erede legittimo escluso dal testamento ?

RISPOSTA Puo’ gustamente rivendicare la sua quota, e chiedere quindi che le venga riconosciuta

8)DOMANDA iltestamento può escludere i fratelli ?

 

RISPOSTA I fratelli non sono eredi necessari quindi il testamento puo’ escluderli

9)DOMANDA Si puo lasciare in eredità una casa ?

 

RISPOSTA : Si puo’

6)Domanda eredità senza testamento come funziona ?

RISPOSTA l’eredità senza testamento porta all’applicazione delle norme del codice civile per l’eredita’ e la sua divisione tra eredi legittimi

10) DOMANDA anticipo eredità legittima ?

RISPOSTA Non si puo’ non vi è eredità se non muore il de cuius.

Colui che deve fare testamento puo’ fare donazioni in vita ma se ne terrà conto ai fini dell’eredita’

rinunciare all’eredità prima della morte

11) domanda posso chiedere un anticipo sull’eredità?

Risposta la norma generale è l’articolo 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualifica di legatario”. Il legato è soggetto all’azione di riduzione se il testatore non ha rispettato le quote di riserva ( o di legittima), disponendo oltre la quota di legittima, se sussistano ovviamente i legittimari. Diversamente il legato essendo attribuito in via specifica non viene considerato come quota dell’intera eredità.

 

Si ma si intende una donazione e se ne terrà conto nella futura divisione

 

 

12)DOMANDA Eredità soldi in banca cosa fare

 

RISPOSTA In generale, possiamo affermare che hanno diritto ad una quota del conto corrente del defunto glieredi che hanno accettato l’eredità: la rinuncia con beneficio di inventario non è di ostacolo all’eredità delle somme del conto corrente ma lo è la rinuncia pura all’eredità stessa. Quindi, solo colui che ha accettato l’eredità può ottenere la propria quota di conto.

L’erede ha diritto a conoscere dalla banca presso cui il soggetto defunto aveva aperto il conto, l’effettiva giacenza del conto stesso. A tal fine l’erede deve recarsi presso l’istituto di credito e dimostrare la propria qualità di erede a mezzo di atto notorio e l’avvenuto decesso con il certificato di morte. Con tale documentazione, l’erede potrà avere informazioni dalla banca su tutti i conti correnti, i depositi, i libretti di risparmio, le cassette di sicurezza, i finanziamenti in corso e quelli estinti, le azioni e le obbligazioni intestate dal soggetto defunto.

13)DOMANDA Anticipo eredità in denaro?

RISPOSTA Si mediante una donazione

14)DOMANDA si può escludere un figlio dall’eredità?

 

RISPOSTA No il figlio ha diritto alla quota di leggitim a prevista dalla legge

 

Alla morte di una persona, la legge riserva ad alcuni parenti stretti, per lo più figli e coniuge, una quota del patrimonio del defunto, intendendosi per patrimonio non solo ciò che lascia, ma anche ciò di cui si è spogliato, in vita, per donazione. Nel caso in cui vengano all’eredità, insieme alle due sorelle, anche il coniuge, la quota di legittima sarà di 1/4 per ciascuno, potendo disporre liberamente di 1/4 dell’eredità.

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15) DOMANDA impugnare testamento redatto da notaio si puo’

 

RISPOSTA certamente si ,teniamo presente che trattasi di testamento pubblico assai piu’ difficile da rimuovere rispetto a un testamento olografo !!

Il testamento pubblico (art. 603 c.c.) è ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni, con il testatore che dichiara al notaio la propria volontà; volontà che il notaio mette per iscritto, dopo di che darà lettura del testamento ai presenti. Di ciascuna di tali formalità viene fatta menzione nel testamento. Questo deve indicare il luogo, la data del ricevimento e l’ora della sottoscrizione, e dev’essere firmato dal testatore, dai testimoni e dal notaio. Se il testatore non può sottoscrivere, o può farlo solo con grave difficoltà, deve dichiararne la causa e il notaio deve menzionare questa dichiarazione prima della lettura dell’atto.

16)DOMANDA cosa succede se si impugna un testamento ?

 

17)DOMANDA termine per impugnare testamento per lesione di legittima?

 

RISPOSTA Dieci anni dall’apertura successione

 

 

L’azione per ripristinare le quote dei legittimari lesi può essere esperita entro 10 anni dall’apertura della successione.

Dunque per impugnare un testamento per lesione di legittima, gli eredi “legittimari” hanno 10 anni di tempo.

18) DOMANDA impugnare testamento fratello?

 

RISPOSTA Ricordiamo che i fratelli sono eredi legittimi ma non legittimari: in sostanza beneficiano della massa ereditaria solamente se il de cuius muore senza lasciare testamento e se non ci sono altri eredi (coniuge, figli, genitori).

Quindi salvo casi specifici e particolari, gli eredi legittimi non hanno titolo per impugnare il testamento.

19) DOMANDA impugnazione testamento olografo falso come si fa?

 

RISPOSTA La parte che intenda contestare l’autenticità del testamento olografo prodotto in giudizio per far valere posizioni successorie ad esso ricollegabili ha l’onere di proporre la relativa domanda di accertamento negativo circa la provenienza della scrittura testamentaria, a cui è correlato, quindi, alla stregua dei principi generali in materia, anche quello di provarne i fatti dedotti a suo fondamento.

1)Lo studio si occupa di offrire assistenza al cliente che intenda redigere testamento.Consulenza e difesa in materia successoria e delle donazioni ed in particolare in tema di divisione ereditaria e distribuzione del patrimonio, redazione e custodia di testamenti, rinunce e petizioni di eredità, legati, azione di riduzione e lesioni di legittima, accettazioni con beneficio d’inventario, validità e vizi del testamento, donazioni e prescrizione.

16)DOMANDA  calcolo quote ereditarie come si fa?

 

RISPOSTA In base a quanto previsto dal codice civile se non vi è testamento

 

 

20)DOMANDA calcolo  quote ereditarie coniuge e due figli

 

 

21)DOMANDA   l’eredita’ in assenza di testamento va divisa in tre parti uguali

successione senza testamento?

  • RISPOSTA Ecco come vien attribuito agli eredi legittimi il patrimonio del defunto, in assenza di testamento, in base alle norme del Codice Civile.

Coniuge

Tutto

Coniuge più un figlio

Metà al coniuge; metà al figlio

Coniuge e due o più figli

Un terzo al coniuge; due terzi da dividersi in parti uguali tra i figli

Coniuge più fratelli e/o sorelle

Due terzi al coniuge, un terzo da dividersi in parti uguali tra le sorelle e i fratelli germani (entrambi i genitori in comune). In caso di fratelli sia germani, sia unilaterali (un solo genitore in comune), a quelli unilaterali spetta la metà della quota che spetta a ciascuno dei germani

Coniuge più un nipote (figlio di un fratello o di una sorella defunti)

Due terzi al coniuge; un terzo al nipote

Coniuge più entrambi i genitori

Due terzi al coniuge; un sesto al padre, un sesto alla madre

Coniuge più un solo genitore

Due terzi al coniuge; un terzo al genitore

22)DOMANDA  successione testamentaria quote come si calcolano

  • RISPOSTA Il testamento deve tener conto e socciager ealle regole degli eredi necessari .

  • quote di eredità di cui il testatore può disporre liberamente. Esse sono le seguenti:

  • Se il testatore era sposato e il coniuge è ancora in vita

  • Se colui che ha fatto testamento era sposato e il coniuge è ancora in vita al momento della sua morte, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se è rimasto un solo figlio: la quota di eredità disponibile è di un terzo (1/3). Questo perché 1/3 dell’eredità deve andare al coniuge superstite, mentre l’altro terzo al figlio;

  • se è rimasto più di un figlio: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4). Questo perché un quarto (1/4) dell’eredità deve andare al coniuge superstite e un mezzo (1/2) va a finire a tutti i figli che dovranno dividerla in parti uguali tra loro;

  • se non ci sono figli e sono rimasti solo entrambi i genitori o uno solo: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4).

  • Se il testatore non era sposato o il coniuge è già morto

  • Se colui che ha fatto testamento non era sposato oppure il suo coniuge è già morto in precedenza, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se non ci sono né figli, né genitori o nonni: il testatore è libero di disporre di tutta la propria eredità per come meglio crede, senza cioè dover rispettare alcun legittimario (poiché, difatti, non ce ne sono). Questo significa, ad esempio, che se l’eredità è costituita da un patrimonio di 10mila euro, di questi il testatore è libero di fare ciò che vuole, lasciandoli anche a un’associazione no profit;

  • 23)DOMANDA testamentoa favore di un solo figlio si puo’?

  • RISPOSTA se si hanno piu’ figli ognuno di loro gha diritto alla legittima

  • 24 DOMANDA PER QUALI MOTIVI SI IMPUGNA UN TESTAMENTO?

  • La sentenza che rigetta l’impugnazione del testamento, una volta passata in giudicato, fa stato solo nei confronti delle parti di quel giudizio, ma non è opponibile, in virtù dell’efficacia riflessa del giudicato, ad altro legittimato all’annullamento che abbia successivamente promosso nuovo giudizio per lo stesso motivo (App. Napoli 29/7/1980).

    Frequente motivo d’impugnazione è captazione, ossia il dolo che si assume essere stato posto in essere per condizionare la volontà del testatore. Per affermare l’esistenza della captazione, che dev’essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta però una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato. L’idoneità dei mezzi de quibus deve però essere valutata, in relazione al testamento, con maggiore larghezza rispetto alla materia contrattuale, e, in ogni caso, con precipuo riferimento all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, in considerazione della particolare natura del negozio testamentario, nonché del fatto che, nell’atto di compierlo, il disponente potrebbe risultare più facile vittima di altrui suggestioni a causa di anormali condizioni di salute o di spirito. (Cass. 14/6/2001, n. 8047).

    Altro motivo d’impugnazione del testamento può essere la sua falsità, per il cui accertamento ci si può giovare del procedimento di verificazione della scrittura privata (art. 216 e segg. c.p.c.). L’espletamento della consulenza grafica in questo tipo di procedimento non osta a che il giudice di merito possa far ricorso ad altre fonti di prova e, in particolare, a presunzioni semplici, desunte, secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, da fatti acquisiti mediante prova testimoniale (Cass. 6/4/1981, n. 1940).

 

 

  • 25 DOMANDA È possibile modificare il proprio testamento nel tempo?

 

 

ASSOLUTAMENTE SI TEORICAMENTE SI PUO’ anche fare un testamento al giorno quello che vale è l’ultimo in ordine di data

 

  • 26 Per fare testamento è necessario recarsi da un notaio?

Assolutamete no se il testamento è olografo posso metterlo in banca  o in un cassetto o darlo a persona di mia fiducia il rischio è che un domani non venga fuori e vada disperso

By | 2017-09-03T10:02:54+00:00 maggio 8th, 2016|Successioni eredità|0 Comments

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