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#IMPUGNAZIONE TESTAMENTO#IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE#IMPUGNAZIONE EREDITA’ #PROCESSO TESTAMENTO Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna

  1. #IMPUGNAZIONE TESTAMENTO#IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE#IMPUGNAZIONE EREDITA’ #PROCESSO TESTAMENTO Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità BolognaTESTAMENTO OLOGRAFO IMPUGNAZIONE

  1. Secondo un primo indirizzo, il testamento olografo, nonostante i requisiti di forma previsti dall’art. 602 cod. civ., trova comunque la sua legittima collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, è necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto disconosca (rectius, non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda abbia invece interesse (perché fonte della delazione ereditaria), di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.
     
    Si evidenzia in particolare che, alla luce di tale orientamento nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e colui il quale vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su quest’ultimo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sul primo, con l’ulteriore conseguenza che, sulla ripartizione dell’onere probatorio, nessuna rilevanza può attribuirsi alla posizione processuale delle parti – ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.
     
    Un secondo orientamento, pur senza iscrivere il testamento olografo nella categoria degli atti pubblici, ne evidenzia tuttavia la (particolarmente elevata) rilevanza sostanziale e processuale, di talché la contestazione della sua autenticità si risolve in un’eccezione di falso, e deve essere sollevata soltanto nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ., con il conseguente onere probatorio a carico della parte che contesti la genuinità della scheda testamentaria.
    Secondo un primo indirizzo, il testamento olografo, nonostante i requisiti di forma previsti dall’art. 602 cod. civ., trova comunque la sua legittima collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, è necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto disconosca (rectius, non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda abbia invece interesse (perché fonte della delazione ereditaria), di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.
  1. 2.1. Si evidenzia in particolare che, alla luce di tale orientamento nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e colui il quale vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su quest’ultimo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sul primo, con l’ulteriore conseguenza che, sulla ripartizione dell’onere probatorio, nessuna rilevanza può attribuirsi alla posizione processuale delle parti – ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.
  1. 3. Un secondo orientamento, pur senza iscrivere il testamento olografo nella categoria degli atti pubblici, ne evidenzia tuttavia la (particolarmente elevata) rilevanza sostanziale e processuale, di talché la contestazione della sua autenticità si risolve in un’eccezione di falso, e deve essere sollevata soltanto nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ., con il conseguente onere probatorio a carico della parte che contesti la genuinità della scheda testamentaria.
  1. Dalla constatazione dell’apparente insanabilità di un ormai pluridecennale contrasto tra i due orientamenti l’ordinanza di rimessione della seconda sezione civile ha tratto motivo per rimettere la questione a queste sezioni unite affinché provvedano alla sua ricomposizione, anche alla luce degli studi e delle conclusioni (a loro volta non univoci) cui è pervenuta la dottrina specialistica.
  1. Non può tacersi che le singole indagini ermeneutiche sfociate nell’adesione all’uno o all’altro indirizzo appaiono ciascuna sorretta da argomentazioni che, singolarmente valutate, si caratterizzano tutte e parimenti per autorevolezza e persuasività, così che l’odierna questione non pare potersi ricondurre, sic et simpliciter, ad una superficiale scelta dello strumento processuale cui ricorrere per contraddire o impedire che il testamento acquisti efficacia nei riguardi di chi non ne è menzionato quale beneficiario, ovvero, su di un piano del tutto speculare, perché possa farsi valere nei confronti di chi, potenziale erede ab intestato, dalla efficacia di quell’atto veda compromesse, le proprie pretese ereditarie, consacrando definitivamente i diritti del successore chiamato nella scheda olografa.
 
  1. La scelta de qua postula, difatti, la parallela indagine in ordine al valore, anche probatorio, delle scritture private che non provengono da nessuna delle parti in causa, e in ordine al riparto dell’onere probatorio.
 
  1. E ciò perché il testamento olografo non è solo un documento che fonda, o contribuisce a fondare, sul piano probatorio, le ragioni della parte in causa, ma costituisce esso stesso il titolo in forza del quale il soggetto ivi menzionato diviene titolare di diritti soggettivi, e in ragione del quale si realizza la successione in locum et ius defuncti.
 
  1. Anche tale filone interpretativo ha origini assai risalenti: si legge in Cass. n. 2793 del 3 agosto 1968 che la contestazione dell’erede legittimo si risolve in una eccezione di falso, da sollevarsi esclusivamente nelle forme di cui agli artt. 221 cod. proc. civ. e segg., atteso che il disconoscimento può provenire soltanto da chi sia autore dello scritto o da un suo erede – in tal senso, e prima ancora, Cass. n. 766 del 18 marzo 1966, secondo la quale il principio sostanziale dell’art. 2702 cod. civ. volto a disciplinare l’efficacia in giudizio della scrittura privata riconosciuta effettivamente o presupposta tale, e la procedura di disconoscimento e di verificazione regolata dagli artt. 214 e ss. c.p.c., sono istituti applicabili solo alle scritture provenienti dai soggetti del processo e alla ipotesi di negazione della propria scrittura o della propria firma da parte di quel soggetto contro il quale sia stato prodotto lo scritto. Quando invece l’atto non sia attribuibile alla parte contro cui viene prodotto, la contestazione della sua autenticità, risolvendosi in una eccezione di falso, necessita della relativa querela.
    1. Sarà proprio questo risalente insegnamento a costituire a lungo una delle più solide basi su cui si fonda l’indirizzo giurisprudenziale favorevole al ricorso allo strumento disciplinato dagli artt. 221 e segg. cit.. Gli eredi legittimi che contestano l’autenticità della scheda olografa, secondo questa interpretazione (fatta propria anche da una parte della dottrina), devono, difatti, ritenersi soggetti estranei alla scrittura testamentaria, onde la loro esclusione anche dallo schema dell’art. 214, secondo comma, c.p.c..
  2. Conferma indiretta della ratio di tale ricostruzione si trova nella pronuncia di cui a Cass. n. 1599 del 28 maggio 1971, la quale, pur concludendo nella specie per la legittimità del solo disconoscimento, a ciò perviene solo in ragione della qualifica di erede attribuita alla parte che in concreto ed in quel giudizio contestava un testamento olografo. Si legge, difatti, in sentenza che l’erede istituito col primo testamento, agendo con la petitio heraeditatis in quanto investito di un valido titolo di legittimazione fino al momento in cui non ne sia dichiarata giudizialmente la caducazione, conserva pur sempre la veste di erede anche nei confronti di altro soggetto che pretenda avere diritto alla eredità in base a successiva disposizione testamentaria, così che egli non può qualificarsi terzo fino al momento del definitivo accertamento della validità del secondo testamento, ed è legittimato a contestare l’efficacia del testamento posteriore mediante il mero disconoscimento, senza necessità di proporre querela, incombendo sull’altra parte che abbia proposto domanda riconvenzionale – tendente a far dichiarare la validità del secondo testamento e la conseguente caducazione delle disposizioni contenute nel primo – l’onere di provare tale domanda chiedendo la verificazione dell’olografo successivo di cui intende avvalersi.
    1. L’indirizzo favorevole alla querela di falso, che tiene conto della provenienza della scrittura, risulta espresso in seguito da Cass. n. 16362 del 30 ottobre 2003, secondo cui la procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata riguarda unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto, mentre, per le scritture provenienti da terzi estranei, come nel caso del testamento olografo, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e segg. c.p.c., perché si risolve in una eccezione di falso.
  3. Le argomentazioni a favore dello strumento della querela, principalmente incentrate sull’assunto della terzietà del soggetto rispetto al testamento olografo contro di lui prodotto, trovano una peculiare evoluzione interpretativa nella già ricordata sentenza di queste ss.uu. n. 15169 del 2010 (supra, 7.4).
  4. Intervenendo sul contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, la pronuncia ne ricostruisce l’efficacia probatoria inquadrandole tra le prove atipiche dal valore meramente indiziario, e, tenendo conto di tale valore probatorio, afferma che esse possono essere liberamente contestate dalle parti; ma, circoscrivendone l’analisi con particolare riguardo al testamento olografo, nega poi che un simile documento possa annoverarsi tra le prove atipiche per l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata riconosciutagli, ritenendo (senza che l’affermazione costituisca ratio decidendi della pronuncia) che la sua contestazione necessiti della querela di falso. 9.5.1. L’intero plesso argomentativo della sentenza rende peraltro tale obiter del tutto peculiare, poiché le stesse scritture provenienti da terzi finiscono per distinguersi in due sottocategorie – la prima, contenente la generalità delle scritture, a valenza probatoria “debole”, la seconda, comprensiva di atti di particolare incisività perché essi stessi titolo immediatamente esecutivo del diritto fatto valere, a valenza sostanziale e processuale “particolarmente pregnante” -, per la contestazione di ciascuna delle quali si indica uno distinto strumento processuale.
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Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.
In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.
La rinuncia all’eredità:
con la rinuncia all’eredità, l’erede rinuncia al proprio diritto all’eredità. La rinuncia deve essere formalizzata e, pertanto, dovrà essere ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale competente.
Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art.
L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario:
permette di limitare la propria responsabilità al fine di evitare che, in caso di eredità con molti debiti, l’erede sia costretto a rinunciare all’eredità.
In caso di accettazione con beneficio d’inventario, infatti, il patrimonio del defunto e quello dell’erede rimangono separati.
Questo permette all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato e, quindi, senza che il proprio patrimonio venga intaccato.
 
#IMPUGNAZIONE TESTAMENTO#IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE#IMPUGNAZIONE EREDITA’ #PROCESSO TESTAMENTO Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna penalista e ricorsi per Cassazione : difesa penale nel processo penale. Non garantisco mai il risultato perché' non sarebbe corretto, garantisco il mio impegno professionale. Avvocato penalista a Bologna, avvocato penale a Bologna PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI
#IMPUGNAZIONE TESTAMENTO#IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE#IMPUGNAZIONE EREDITA’ #PROCESSO TESTAMENTO Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna SERGIO ARMAROLI
V.D.M. e V.F. convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Melfi, i fratelli germani V. S. con la moglie G.S., V.D. e V. M., nella qualità di eredi legittimari del comune genitore V.G. deceduto ab intestato, chiedendo: che l’atto pubblico in data 10.9.1980 – col quale il de cuius aveva venduto al figlio S. e alla nuora G.S. (in regime di comunione legale col marito) un fondo agricolo con annessi fabbricati – fosse dichiarato simulato e privo di effetti, in quanto dissimulante una donazione indiretta; che tale donazione fosse ridotta fino alla reintegrazione della quota di legittima spettante ciascuno degli eredi; che quindi fosse dichiarata l’apertura della successione del defunto V.G.; che si procedesse a formare la massa ereditaria, la quale era costituita esclusivamente dalla parte del detto fondo residuata a seguito della riduzione della donazione indiretta; che si disponesse, infine, la divisione, con l’assegnazione delle quote agli eredi e con gli eventuali necessari conguagli, previo rendiconto da parte del donatario V.S..
Nella resistenza di V.S. e di G.S. (e per essa, poi, del curatore del suo fallimento) e nella contumacia degli altri convenuti, il Tribunale adito, con sentenza non definitiva, dichiarò la simulazione dell’atto impugnato, riconoscendo che esso costituiva una donazione indiretta; dichiarò aperta la successione di V.G.; dispose la riduzione della donazione e, con ordinanza, rinviò ad altra udienza per l’ulteriore corso.
  1. – Sul gravame proposto da V.S. e G.S., la Corte di Appello di Potenza, con sentenza del 19.2.2002, dichiarò la nullità del giudizio di primo grado e dispose la rimessione della causa al primo giudice, sul presupposto che le attrici avevano proposto la domanda di simulazione dell’atto di compravendita nei confronti degli acquirenti, ma non anche nei confronti degli aventi causa dell’alienante.
  1. – Avverso tale pronuncia proposero ricorso per cassazione le attrici V.D.M. e V.F. e questa Corte, con sentenza del 6.7.2006, in accoglimento del ricorso, cassò la sentenza di appello e rinviò alla Corte di Appello di Lecce per nuovo esame, ritenendo la piena integrità del contraddittorio nel giudizio di primo grado, per essere stati convenuti in giudizio tutti gli eredi del de cuius, parte venditrice nell’atto impugnato.
Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli
Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli
  1. – La Corte di Appello di Lecce, decidendo quale giudice di rinvio, con sentenza del 16.3.2009, rigettò il gravame proposto da V. S. e G.S. e confermò la pronuncia di primo grado.
  1. – Per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Lecce ricorrono V.S. e G.S. sulla base di tre motivi.
Resistono con controricorso V.D.M. e V. F..
Diritto
CONSIDERATO IN DIRITTO
  1. – Preliminarmente, rileva la Corte come il ricorso non risulti notificato a V.D. e V.M., litisconsorti necessari, rimasti contumaci nel giudizio di appello.
Va tuttavia osservato, seguendo un indirizzo ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte e ispirato dalla necessità di osservare il principio della ragionevole durata del processo, che, nel caso di ricorso per cassazione “prima facie” infondato, risulta superflua – pur potendo sussistere i presupposti (come nella specie, per inesistenza della notificazione del ricorso nei confronti di alcuni litisconsorti necessari) – la fissazione del termine ex art. 331 c.p.c., per l’integrazione del contraddittorio, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Sez. U, Ordinanza n. 6826 del 22/03/2010, Rv. 612077; Sez. 2, Sentenza n. 2723 del 08/02/2010
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, il legittimario pretermesso dall’eredità, che impugna – a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima – la compravendita immobiliare compiuta dal de cuius in quanto dissimulante una donazione, agisce in qualità di terzo, sicchè, nei suoi confronti, non può attribuirsi valore vincolante alla dichiarazione relativa al versamento del prezzo, pur contenuta nel rogito notarile, potendo, invece, trarsi elementi di valutazione circa il carattere fittizio del contratto dalla circostanza che il compratore, su cui grava l’onere di provare il pagamento del prezzo, non abbia fornito la relativa dimostrazione (Sez. 2, Sentenza n. 15346 del 25/06/2010, Rv. 613743; Sez. 2, Sentenza n. 22454 del 22/10/2014, Rv. 632953). Peraltro, poichè l’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius assume la qualità di terzo rispetto ai contraenti, egli può avvalersi di qualunque mezzo di prova, anche della prova testimoniale o della prova presuntiva, non valendo nei suoi confronti i limiti di prova previsti dall’art. 1417 c.c., per le parti del contratto (Sez. 3, Sentenza n. 8215 del 04/04/2013, Rv.
625756; Sez. 2, Sentenza n. 24134 del 13/11/2009, Rv. 610015; Sez. 2, Sentenza n.4991 del 03/11/1978, Rv. 394736; Sez. 2, Sentenza n. 1954 del 07/07/1973, Rv. 365051).
Nella specie, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi. La conclusione dei giudici di merito circa il mancato pagamento del prezzo indicato in contratto costituisce accertamento di fatto, che, essendo giustificato da una motivazione esente da vizi logici e giuridici, non è sindacabile in sede di legittimità.
2.3. – Col terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1417 c.c., nonchè il vizio di motivazione della sentenza impugnata; si deduce, in particolare, che la Corte di Appello avrebbe errato a non ammettere le prove (interrogatorio delle parti e prova testimoniale) dedotte dagli appellanti, che miravano a dimostrare che il defunto V. G. aveva pagato alcuni effetti cambiari con denaro ricevuto dal figlio V.S., impedendo così a quest’ultimo di provare l’inesistenza della simulazione.
La censura è inammissibile per violazione del principio di autosufficienza del ricorso. Nel ricorso, infatti, non si indica nè quando le prove sarebbero state dedotte, nè le circostanze in ordine alle quali se ne sarebbe chiesta l’ammissione, impedendosi così alla Corte di valutarne la decisività, neppure dedotta peraltro dai ricorrenti.
Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli successioni Bologna
Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli
  1. , il legittimario totalmente pretermesso (nella specie, in caso di successione ab intestato, per aver il de cuius disposto in vita dell’intero suo patrimonio), il quale proponga domanda di simulazione relativa di una compravendita, preordinata all’eventuale successivo esercizio dell’azione di riduzione, agisce in qualità di terzo e non nella veste di erede, qualità – necessaria ai fini della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario di cui all’art. 564 c.c., comma 1 – che egli acquista solo in conseguenza del positivo esercizio della medesima azione di riduzione (Sez. 2, Sentenza n. 16635 del 03/07/2013, Rv. 627105; Sez. 2, Sentenza n. 12496 del 29/05/2007, Rv. 597504).
  1. Infatti, il legittimario totalmente pretermesso non è chiamato alla successione per il solo fatto della morte del de cuius, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti da parte dell’istituito.
  1. Ne consegue che la condizione della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, stabilita dall’art. 564, comma 1, per l’esercizio dell’azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualità di erede (per disposizione testamentaria o per delazione ab intestato), ma non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore (Sez. 2, Sentenza n. 28632 del 23/12/2011, Rv. 620793;

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(Cass. Civ., Sez. II, 10 novembre 2015, n. 22907
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –
Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –
Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –
Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –
Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 11160/2010 proposto da:
V.S. (OMISSIS), G.S.
(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE
28, presso lo studio dell’avvocato ELISABETTA RAMPELLI, rappresentati
e difesi dall’avvocato BARBUZZI Vito;
– ricorrenti –
contro
V.D.M. (OMISSIS), V.F.
(OMISSIS), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA COLLEFERRO
15, presso lo studio dell’avvocato ANNA MARIA VETERE, rappresentate e
difese dagli avvocati COVIELLO Pietro, RAFFAELE CAGGIANO;
– controricorrenti –
avverso la sentenza n. 145/2009 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
depositata il 16/03/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
29/09/2015 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;
udito l’Avvocato Teresina Titina MACRI’, con delega depositata in
udienza dell’Avvocato Raffaele CAGGIANO, difensore delle resistenti
che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
DEL CORE Sergio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Fatto
RITENUTO IN FATTO
  1. – V.D.M. e V.F. convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Melfi, i fratelli germani V. S. con la moglie G.S., V.D. e V. M., nella qualità di eredi legittimari del comune genitore V.G. deceduto ab intestato, chiedendo: che l’atto pubblico in data 10.9.1980 – col quale il de cuius aveva venduto al figlio S. e alla nuora G.S. (in regime di comunione legale col marito) un fondo agricolo con annessi fabbricati – fosse dichiarato simulato e privo di effetti, in quanto dissimulante una donazione indiretta; che tale donazione fosse ridotta fino alla reintegrazione della quota di legittima spettante ciascuno degli eredi; che quindi fosse dichiarata l’apertura della successione del defunto V.G.; che si procedesse a formare la massa ereditaria, la quale era costituita esclusivamente dalla parte del detto fondo residuata a seguito della riduzione della donazione indiretta; che si disponesse, infine, la divisione, con l’assegnazione delle quote agli eredi e con gli eventuali necessari conguagli, previo rendiconto da parte del donatario V.S..
Nella resistenza di V.S. e di G.S. (e per essa, poi, del curatore del suo fallimento) e nella contumacia degli altri convenuti, il Tribunale adito, con sentenza non definitiva, dichiarò la simulazione dell’atto impugnato, riconoscendo che esso costituiva una donazione indiretta; dichiarò aperta la successione di V.G.; dispose la riduzione della donazione e, con ordinanza, rinviò ad altra udienza per l’ulteriore corso.
  1. – Sul gravame proposto da V.S. e G.S., la Corte di Appello di Potenza, con sentenza del 19.2.2002, dichiarò la nullità del giudizio di primo grado e dispose la rimessione della causa al primo giudice, sul presupposto che le attrici avevano proposto la domanda di simulazione dell’atto di compravendita nei confronti degli acquirenti, ma non anche nei confronti degli aventi causa dell’alienante.
  1. – Avverso tale pronuncia proposero ricorso per cassazione le attrici V.D.M. e V.F. e questa Corte, con sentenza del 6.7.2006, in accoglimento del ricorso, cassò la sentenza di appello e rinviò alla Corte di Appello di Lecce per nuovo esame, ritenendo la piena integrità del contraddittorio nel giudizio di primo grado, per essere stati convenuti in giudizio tutti gli eredi del de cuius, parte venditrice nell’atto impugnato.
  1. – La Corte di Appello di Lecce, decidendo quale giudice di rinvio, con sentenza del 16.3.2009, rigettò il gravame proposto da V. S. e G.S. e confermò la pronuncia di primo grado.
  1. – Per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Lecce ricorrono V.S. e G.S. sulla base di tre motivi.
Resistono con controricorso V.D.M. e V. F..
Diritto
CONSIDERATO IN DIRITTO
  1. – Preliminarmente, rileva la Corte come il ricorso non risulti notificato a V.D. e V.M., litisconsorti necessari, rimasti contumaci nel giudizio di appello.
Va tuttavia osservato, seguendo un indirizzo ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte e ispirato dalla necessità di osservare il principio della ragionevole durata del processo, che, nel caso di ricorso per cassazione “prima facie” infondato, risulta superflua – pur potendo sussistere i presupposti (come nella specie, per inesistenza della notificazione del ricorso nei confronti di alcuni litisconsorti necessari) – la fissazione del termine ex art. 331 c.p.c., per l’integrazione del contraddittorio, atteso che la concessione di esso si tradurrebbe, oltre che in un aggravio di spese, in un allungamento dei termini per la definizione del giudizio di cassazione senza comportare alcun beneficio per la garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti (Sez. U, Ordinanza n. 6826 del 22/03/2010, Rv. 612077; Sez. 2, Sentenza n. 2723 del 08/02/2010, Rv. 611735).
In applicazione di detto principio, essendo il presente ricorso (per le ragioni che andranno ad esporsi nei paragrafi che seguono) prima facie infondato, appare superflua la fissazione di un termine per l’integrazione del contraddittorio, atteso che la concessione di esso allungherebbe i tempi di definizione del giudizio di cassazione senza essere funzionale alla garanzia dell’effettività dei diritti processuali delle parti.
  1. – Premesso quanto sopra, può passarsi all’esame delle censure mosse col ricorso.
2.1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 564 c.c., nonchè il vizio di motivazione della sentenza impugnata. Secondo i ricorrenti, l’azione di riduzione della donazione esercitata dalla attrici sarebbe inammissibile, in quanto le stesse non hanno previamente accettato l’eredità con beneficio d’inventario come prescritto dall’art. 564 c.c., comma 1, accettazione necessaria per essere stata la domanda proposta anche nei confronti di G.S., persona non chiamata all’eredità di V.G.. La Corte territoriale avrebbe perciò errato nel non aver dichiarato inammissibile l’azione di riduzione, per di più ritenendo l’esistenza di una interposizione fittizia della G. rispetto al marito per la quota indivisa di sua pertinenza, sia perchè si tratterebbe di questione nuova in quanto mai dedotta in giudizio, sia perchè la partecipazione della G. all’acquisto del marito era imposta dalla legge (in quanto derivante dal regime di comunione tra i coniugi), sia infine perchè non vi sarebbe prova di tale interposizione fittizia, che sarebbe – anzi – esclusa – dagli elementi di prova acquisiti.
La censura non è fondata.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, il legittimario totalmente pretermesso (nella specie, in caso di successione ab intestato, per aver il de cuius disposto in vita dell’intero suo patrimonio), il quale proponga domanda di simulazione relativa di una compravendita, preordinata all’eventuale successivo esercizio dell’azione di riduzione, agisce in qualità di terzo e non nella veste di erede, qualità – necessaria ai fini della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario di cui all’art. 564 c.c., comma 1 – che egli acquista solo in conseguenza del positivo esercizio della medesima azione di riduzione (Sez. 2, Sentenza n. 16635 del 03/07/2013, Rv. 627105; Sez. 2, Sentenza n. 12496 del 29/05/2007, Rv. 597504). Infatti, il legittimario totalmente pretermesso non è chiamato alla successione per il solo fatto della morte del de cuius, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti da parte dell’istituito. Ne consegue che la condizione della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, stabilita dall’art. 564, comma 1, per l’esercizio dell’azione di riduzione, vale soltanto per il legittimario che abbia in pari tempo la qualità di erede (per disposizione testamentaria o per delazione ab intestato), ma non anche per il legittimario totalmente pretermesso dal testatore (Sez. 2, Sentenza n. 28632 del 23/12/2011, Rv. 620793;
Sez. 2, Sentenza n. 13804 del 15/06/2006, Rv. 589908; Sez. 2, Sentenza n. 19527 del 07/10/2005, Rv. 583417; Sez. 2, Sentenza n. 12632 del 09/12/1995, Rv. 494995; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484559).
Nella specie, essendo state le attrici totalmente pretermesse per avere il de cuis alienato in vita l’unico bene costituente il suo patrimonio, le stesse hanno agito in qualità di terze e l’azione di riduzione da esse esercitata non è soggetta alla condizione della previa accettazione col beneficio d’inventario, non esigibile in mancanza di chiamata all’eredità. Ne deriva l’infondatezza della doglianza relativa alla mancata declaratoria di inammissibilità dell’azione di riduzione ai sensi dell’art. 564 c.c., comma 2.
Nell’inapplicabilità di tale disposizione rimangono assorbite le censure circa la ritenuta interposizione fittizia di G. S..
2.2. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1414, 1415, 1417 e 809 c.c. e art. 2697 c.p.c., nonchè il vizio di motivazione della sentenza impugnata.
Sotto un primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato nel ritenere la simulazione totale dell’atto impugnato, in quanto gli acquirenti – mediante l’accollo di un mutuo ipotecario per L. 8.993.000, gravante sull’immobile oggetto dell’alienazione – avevano realmente pagato quantomeno una parte del prezzo pattuito;
perciò, secondo i ricorrenti, i giudici di merito avrebbero dovuto ritenere solo la simulazione parziale dell’atto (trattandosi di negotium mixtum cum donatione), avrebbero dovuto limitare la riduzione solo alla quota del prezzo ritenuto non pagato (ossia a L. 51.007.000) e avrebbero dovuto conseguentemente limitarsi a dichiarare l’obbligo dei convenuti di versare tale somma alla eredità.
Sotto un secondo profilo, si censura l’accertamento, da parte dei giudici di merito, del mancato pagamento da parte degli acquirenti, in favore del venditore, della detta somma di L. 51.007.000; secondo i ricorrenti, i giudici di merito erroneamente avrebbero ritenuto che le attrici avevano assolto il loro onere probatorio ed erroneamente avrebbero ritenuto provato il mancato pagamento di tale somma sulla base di presunzioni.
Il primo profilo della censura è inammissibile e, comunque, infondato.
E’ inammissibile, in quanto sottopone alla Corte una censura nuova, che non risulta essere stata dedotta nel giudizio di appello, non avendo peraltro il ricorrente adempiuto all’onere di contestare sul punto la sentenza impugnata laddove non menziona tale doglianza e di indicare l’atto in cui tale deduzione sia stata formulata. In ogni caso, trattasi di censura infondata, in quanto le attrici – con la domanda introduttiva – hanno chiesto, non la declaratoria di simulazione assoluta del contratto di compravendita impugnato, ma la riduzione della donazione dissimulata (p. 4 della sentenza impugnata); e in tal senso hanno provveduto i giudici di merito.
#IMPUGNAZIONE TESTAMENTO#IMPUGNAZIONE SUCCESSIONE#IMPUGNAZIONE EREDITA’ #PROCESSO TESTAMENTO Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità BolognaAnche il secondo profilo della censura non può trovare accoglimento.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, il legittimario pretermesso dall’eredità, che impugna – a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima – la compravendita immobiliare compiuta dal de cuius in quanto dissimulante una donazione, agisce in qualità di terzo, sicchè, nei suoi confronti, non può attribuirsi valore vincolante alla dichiarazione relativa al versamento del prezzo, pur contenuta nel rogito notarile, potendo, invece, trarsi elementi di valutazione circa il carattere fittizio del contratto dalla circostanza che il compratore, su cui grava l’onere di provare il pagamento del prezzo, non abbia fornito la relativa dimostrazione (Sez. 2, Sentenza n. 15346 del 25/06/2010, Rv. 613743; Sez. 2, Sentenza n. 22454 del 22/10/2014, Rv. 632953). Peraltro, poichè l’erede legittimario che chieda la dichiarazione di simulazione di una vendita fatta dal de cuius assume la qualità di terzo rispetto ai contraenti, egli può avvalersi di qualunque mezzo di prova, anche della prova testimoniale o della prova presuntiva, non valendo nei suoi confronti i limiti di prova previsti dall’art. 1417 c.c., per le parti del contratto (Sez. 3, Sentenza n. 8215 del 04/04/2013, Rv.
625756; Sez. 2, Sentenza n. 24134 del 13/11/2009, Rv. 610015; Sez. 2, Sentenza n.4991 del 03/11/1978, Rv. 394736; Sez. 2, Sentenza n. 1954 del 07/07/1973, Rv. 365051).
Nella specie, la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tali principi. La conclusione dei giudici di merito circa il mancato pagamento del prezzo indicato in contratto costituisce accertamento di fatto, che, essendo giustificato da una motivazione esente da vizi logici e giuridici, non è sindacabile in sede di legittimità.
2.3. – Col terzo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 1417 c.c., nonchè il vizio di motivazione della sentenza impugnata; si deduce, in particolare, che la Corte di Appello avrebbe errato a non ammettere le prove (interrogatorio delle parti e prova testimoniale) dedotte dagli appellanti, che miravano a dimostrare che il defunto V. G. aveva pagato alcuni effetti cambiari con denaro ricevuto dal figlio V.S., impedendo così a quest’ultimo di provare l’inesistenza della simulazione.
La censura è inammissibile per violazione del principio di autosufficienza del ricorso. Nel ricorso, infatti, non si indica nè quando le prove sarebbero state dedotte, nè le circostanze in ordine alle quali se ne sarebbe chiesta l’ammissione, impedendosi così alla Corte di valutarne la decisività, neppure dedotta peraltro dai ricorrenti.
  1. – Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con conseguente condanna della parte ricorrente, risultata soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.
PQM
P.Q.M.
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 5.200,00 (cinquemiladuecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 29 settembre 2015.
Depositato in Cancelleria il 10 novembre 2015
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