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IMPUGNAZIONE TESTAMENTO – AVVOCATO BOLOGNA.PERCHE’ SI IMPUGNA TESTAMENTO?

 

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO, AVVOCATO BOLOGNA

STUDIO LEGALE BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 

VIENE ANALIZZATO IN QUESTO ARTICOLO NUOVAMENTE LA QUESTIONE DELLA IMPUGNAZIONE DI TESTAMENTO, DA PARTE DEGLI EREDI NECESSARI, CHE SI SONO VISTI LESI DALLO STESSO TESTAMENTO NELLE QUOTE DI LORO SPETTANZA IN FORZA DELLA LEGGE. EREDI NECESSARI SONO QUELLI A CUI LA LEGGE RICONOSCE UNA QUOTA IN FORZA DEL LORO LEGAME PARENTALE CON IL DE CUIUS .

“Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;”

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Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli diritto penale

Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli

Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli

Quanto al rapporto tra successore ex lege e scheda olografa, ed alla posizione dell’erede ab intestato, il vasto dibattito giurisprudenziale e dottrinale che, in seno alla teoria generale del processo, si agita in ordine alla stessa categoria concettuale di “terzo”, non sembra del tutto funzionale all’adozione di una soddisfacente soluzione del caso concreto. Non sembra, difatti, seriamente revocabile in dubbio che alcuni successibili, quali i legittimari, difficilmente possano essere qualificati “terzi” ai fini della non riconoscibilità della sottoscrizione del de cuius. Mentre la stessa impugnazione del testamento olografo, la contestazione della sua provenienza e/o autenticità, è spesso proposta proprio da chi, pur beneficiario di una quota inferiore a quella spettantegli, è comunque (anche) un erede testamentario, sicché nei suoi confronti non potrebbe porsi alcuna questione di accertamento della sua qualità di erede.

Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli danni
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18.1.1. Di conseguenza, non appare utile prospettare alternative che, a seconda della posizione assunta da chi contesta il testamento (escluso totalmente dalla eredità, erede legittimo compreso nelle categorie dei legittimari, erede testamentario sia pur per quota che non lo soddisfi), postulino poi l’adozione di soluzioni differenziate caso per caso.

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IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO, AVVOCATO BOLOGNA

 

  1. “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;

  1. “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;

  1. “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;

  1. “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza  4 dicembre 2015, n. 24755

Ritenuto in fatto

  1. – M.S., M.L.B. e M.M. – nella qualità di eredi legittimane del comune padre Ma.Sc., il quale, con testamento olografo, aveva lasciato ai suoi figli maschi la proprietà di tutti i suoi beni mobili e immobili e alla moglie l’usufrutto generale sugli stessi – convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Vicenza, i loro fratelli M.C., M.I. e M.L. e la comune madre B.M.E., chiedendo la riduzione delle disposizioni testamentarie del cuius e la reintegrazione di esse attrici nella loro quota di riserva, con la condanna dei convenuti alla corresponsione della quota dei frutti ad esse spettanti.

Nella resistenza dei convenuti, l’adito Tribunale determinò il valore del compendio ereditario e il valore della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatane con riferimento al momento dell’apertura della successione, dichiarò proporzionalmente ridotte le disposizioni testamentarie del de cuius e dichiarò inammissibile – in quanto tardivamente proposta in sede di precisazione delle conclusioni – la domanda di divisione dei beni ereditari.

  1. – Con sentenza dell’11.6.2009, la Corte di Appello di Venezia rigettò l’appello principale proposto dalle attrici e gli appelli incidentali proposti dai convenuti M.C., M.I. e M.L. e confermò le predette statuizioni della pronuncia di primo grado.

  2. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono M.S., M.L.B. e M.M. sulla base di quattro motivi.

Resistono con controricorso M.C., M.I., anche nella qualità di eredi della comune madre B.M.E. , nel frattempo deceduta.

M.L. , intimato in proprio e quale erede di B.M.E., e M.F., intimata solo nella qualità di erede della B. , non hanno svolto attività difensiva.

Le ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Considerato in diritto

  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla quantificazione del valore globale dell’asse ereditario al momento dell’apertura della successione e al valore della quota di legittima spettante a ciascuna delle attrici sotto un duplice profilo: quello dell’avvenuta decurtazione del valore dei beni conseguente al rapporto di affitto gravante sugli stessi; e quello della mancata riduzione dell’usufrutto assegnato al coniuge superstite, nonostante che esso risultasse eccedente la quota disponibile.

In particolare, con riferimento al primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato a decurtare il valore stimato dei beni immobili costituenti l’asse ereditario nella misura del 25% per la ritenuta esistenza di un contratto di affitto dei detti beni (costituiti da fondi agricoli), stipulato tra la comune madre B.M.E. (quale concedente) e il convenuto M.L. (quale affittuario); ciò in quanto non vi sarebbe prova di tale contratto di affitto e il contratto di affitto prodotto solo in appello dai convenuti sarebbe ininfluente, perché stipulato solo nell’anno 1995, ben otto anni dopo l’apertura della successione. Con riferimento al secondo profilo, si lamenta la carenza assoluta di motivazione in ordine alle deduzioni contenute nell’atto di appello, con le quali si lamentava che le attrici, seppur reintegrate nella loro quota di riserva sulla nuda proprietà dei beni relitti, non erano state reintegrate nella loro quota di riserva spettante sull’usufrutto assegnato alla madre, che era eccedente la quota disponibile e che doveva, pertanto, essere ridotto.

Il primo profilo della censura non può trovare accoglimento.

Dalla relazione del C.T.U., richiamata dalla parte resistente, risulta che il contratto di affitto in favore di M.L. , del quale si è tenuto conto ai fini della stima del valore dell’asse ereditario, era stato stipulato in data 1.7.1981 tra il de cuius (quale concedente) e M.L. (quale affittuario). Pertanto, ai fini della determinazione del valore dell’asse ereditario, si è tenuto conto di tale contratto preesistente alla morte del de cuius, e non del successivo contratto menzionato da parte ricorrente; e ciò trova conferma nel fatto che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha fatto riferimento ad un contratto di affitto esistente all’epoca dell’apertura della successione, evidentemente diverso da quello – stipulato tra B.M.E. e M.L. – prodotto nel successivo giudizio di appello; contratto quest’ultimo che, pertanto, non risulta essere stato posto a base delle conformi statuizioni sul punto dei giudici di primo e di secondo grado. Non è dubbio, invero, che la Corte di Appello, nel ribadire l’esistenza di un contratto di affitto, ha inteso fare riferimento al contratto accertato dal primo giudice e risultante dalla C.T.U., e non al successivo contratto prodotto nel giudizio di gravame.

Sotto tale profilo, peraltro, la censura non supera neppure il vaglio di ammissibilità per difetto di autosufficienza, nella misura in cui non sono state trascritte nel ricorso le risultanze istruttorie complete relative al contratto di affitto, cosicché non si consente alla Corte una più approfondita verifica del denunciato vizio di motivazione.

È fondato, invece, il secondo profilo della censura.

A fronte della precisa censura mossa con l’atto di appello, la Corte territoriale ha omesso del tutto di motivare circa le ragioni per le quali la riduzione, da disporsi a seguito dell’accertata lesione delle quote di legittima spettanti alle attrici, non ha investito, oltre alla nuda proprietà degli immobili, anche l’usufrutto assegnato alla comune madre, che risultava eccedente la quota disponibile (secondo le risultanze della C.T.U., riportate nel ricorso, il valore dell’usufrutto era pari ad lire 199.360.00, mentre il valore della disponile ammontava a lire 91.000.000).

Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, perché il giudice di rinvio esamini la censura de qua e decida di conseguenza.

  1. – Gli altri motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente.

Col secondo motivo, si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., con riferimento a tre profili: alla omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura; alla omessa pronuncia sulla domanda accessoria per i frutti; e all’omesso ordine di trascrizione della richiesta sentenza attributiva della quota di titolarità sui beni relitti.

Col terzo motivo di ricorso, si lamenta poi il vizio di motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta mancata proposizione di domanda di attribuzione pro quota in natura – a titolo di legittima – della proprietà dei beni relitti; si deduce, in particolare, che la Corte territoriale erroneamente avrebbe negato alle attrici l’attribuzione di una quota di comproprietà dei beni relitti per il fatto che le stesse non avevano chiesto la divisione dei beni ereditari, una cosa essendo l’azione di reintegrazione della quota di legittima, altra cosa la domanda di divisione dell’eredità.

Col quarto motivo di ricorso, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.

Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:

  1. a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;

  2. b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;

  3. c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;

  4. d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.

2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.

La censura è fondata.

Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.

Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.

Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.

La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.

Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).

Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).

Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro.

Peraltro, quando – come nel caso di specie – la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge, in particolare dagli artt. 537 e segg. cod. civ. (la metà; un terzo; un quarto; etc.).

Pertanto, il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.

Diversa e distinta dall’azione di riduzione è l’azione di divisione ereditaria.

E invero, mentre l’azione di riduzione tende, indipendentemente dalla divisione dell’asse ereditario, al soddisfacimento dei diritti dei legittimari nei limiti in cui tali diritti siano stati lesi dalle disposizioni testamentarie, l’azione di divisione tende allo scioglimento della comunione ereditaria già esistente.

L’esercizio dell’azione di divisione ereditaria ha, dunque, come condizione imprescindibile l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto alla eredità, la quale non sussiste necessariamente nella situazione tutelabile con l’azione di reintegrazione della quota di legittima. Tanto è vero che il legittimario pretermesso dal testatore, escluso – in quanto tale – dalla comunione ereditaria, non è legittimato a chiedere la divisione se non dopo avere sperimentato con successo l’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva ed essere così divenuto partecipe della comunione dei beni ereditari (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 35 del 05/01/1967, Rv. 325650).

Dall’autonomia e dalla diversità delle due azioni deriva che le stesse possono essere esercitate sia cumulativamente nello stesso processo sia separatamente l’una dall’altra; senza che, in ogni caso, la domanda di riduzione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di divisione né che la domanda di divisione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di riduzione (cfr., Sez. 2, Sentenza n. 20143 del 03/09/2013, Rv. 627603; Sez. 2, Sentenza n. 1408 del 23/01/2007, Rv. 595739; Sez. 2, Sentenza n. 866 del 12/02/1981, Rv. 411363; Sez. 2, Sentenza n. 3500 del 22/10/1975, Rv. 377675).

Ha errato pertanto la Corte territoriale nell’affermare (p. 15 della sentenza impugnata) che “le appellanti non hanno mai chiesto la divisione dell’asse ereditario, ma solo la quantificazione della quota loro spettante, per cui, in questa fase processuale, non hanno alcun diritto per chiedere l’attribuzione della loro quota in natura”; ha errato sotto due profili.

In primo luogo, perché le attrici, con la domanda introduttiva, avevano chiesto di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti e ciò era sufficiente per dichiararle eredi necessarie del de cuius e partecipi della comunione dei beni ereditari nei limiti delle quote per esse previste dalla legge.

In secondo luogo, perché, alla stregua della rilevata autonomia e diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto all’azione di riduzione, la mancata valida proposizione della domanda di divisione da parte delle attrici non poteva pregiudicare il loro diritto di conseguire in natura le loro quote di legittima, ma avrebbe dovuto avere il solo effetto di determinare il protrarsi della comunione ereditaria. In altre parole, la mancata proposizione della domanda di divisione dei beni ereditali non avrebbe potuto spiegare alcun effetto sulla domanda di riduzione e di reintegrazione delle quote di legittima spettanti alle attrici.

Ha errato, pertanto, la Corte di Appello di Venezia a riconoscere alle attrici solo un credito meramente pecuniario nei confronti dei convenuti; così come errò il Tribunale nel quantificare in una somma di denaro l’ammontare della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatarie.

Se è vero infatti che la quantificazione in denaro del valore della quota di legittima spettante al riservatario serve strumentalmente – ai fini dell’accertamento della fondatezza dell’azione di riduzione – a valutare la sussistenza della lesione della quota di riserva e l’estensione della stessa, è pari menti vero che, ultimata tale valutazione, il giudice – nell’accogliere l’azione di riduzione – deve poi limitarsi a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi spettante a ciascun legittimario.

2.2. – Parimenti fondata è la censura di cui al quarto motivo di ricorso, con la quale si deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel negare alle legittimarie la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni ai sensi dell’art. 734 cod. civ..

Secondo la Corte di Appello di Venezia, “essendo volontà del de cuius che i terreni rimanessero nell’esclusiva disponibilità dei tre figli maschi, è evidente come lo stesso avesse già operato la divisione dei suoi beni, liquidando in vita le figlie in denaro, onde a queste spetta il solo credito pecuniario nei confronti dell’eredità ex art. 734 c.c.” (p. 15 della sentenza impugnata).

Con ciò la Corte territoriale è incorsa nella denunciata violazione dell’art. 735 cod. civ., che prevede la nullità della divisione nella quale il testatore non abbia compreso le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva, tra i diversi beni, somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimane in luogo dei beni immobili relitti.

Trattasi di una nullità che costituisce corollario del carattere inderogabile delle disposizioni in tema di reintegrazione della quota di legittima; essa può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (art. 1421 cod. civ.).

Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte secondo cui il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ. (Sez. 2, Sentenza n. 3694 del 12/03/2003, Rv. 561111; Sez. 2, Sentenza n. 16698 del 11/08/2015, Rv. 636171; Sez. 2, Sentenza n. 3599 del 23/03/1992, Rv. 476411).

Né la Corte territoriale avrebbe potuto riconoscere validità alla scrittura privata stipulata il 16.3.1975 tra il de cuius – ancora in vita – e le sue figlie (odierne attrici), con la quale queste ultime accettarono una somma di denaro “a tacitazione completa della futura eredità”: sia perché, ai sensi dell’art. 557 comma 2 cod. civ., l’azione di riduzione è irrinunciabile finché il donante è in vita; sia perché l’art. 458 cod. civ. (sotto la rubrica “Divieto di patti successori”) dichiara espressamente nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta o rinunzia ai medesimi.

In definitiva, è priva di ogni fondamento giuridico la ratio decidendi alternativa individuata dalla Corte territoriale per giustificare la mancata attribuzione alle attrici delle loro quote di legittima in natura; conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata anche sotto il profilo della riconosciuta validità della divisione testamentaria disposta dal de cuius ai sensi dell’art. 734 cod. civ..

2.3. – Conseguente alla ritenuta fondatezza delle censure dianzi esaminate – e all’accoglimento del ricorso relativamente alle medesime – è l’assorbimento della censura di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta l’omessa pronuncia sulla domanda accessoria relativa ai frutti.

Il mancato riconoscimento dei frutti era coerente – nel percorso logico seguito dai giudici di merito – con la mancata attribuzione dei beni in natura alle attrici legittimane e col riconoscimento ad esse di un mero diritto di credito. Una volta però riconosciuto che alle attrici spetta l’attribuzione delle loro quote di legittima in natura, va riconosciuta loro anche la corresponsione dei frutti dei beni ereditari dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alle quote astratte di eredità a ciascuna di esse spettanti su tali beni.

Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte, secondo cui al legittimario cui venga restituito un immobile per reintegrare la quota di legittima spetta, a norma dell’art. 561 cod. civ., anche il diritto ai frutti quali accessori del bene, in relazione al suo mancato godimento (Sez. 2, Sentenza n. 7478 del 05/06/2000, Rv. 537243).

2.4. – Parimenti assorbita nell’accoglimento delle censure esaminate nei paragrafi 2.1. e 2.2., è la doglianza di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta il mancato ordine di trascrizione delle quote di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.

Sul punto, è comunque il caso di osservare che, se al legittimario spetta l’attribuzione della sua quota di legittima in natura (in particolare, spetta – nel caso di pluralità di eredi – una quota della comproprietà dei beni ereditari), non è dubbio che il giudice di merito è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari, a dichiarare la quota di proprietà sugli stessi che spetta al legittimario e a disporre la trascrizione di tale titolo di proprietà nei pubblici registri immobiliari.

Ha errato, pertanto, la Corte territoriale a ritenere che, in assenza di domanda di divisione, nulla vi è da trascrivere nei registri immobiliari (p. 17 della sentenza impugnata): una cosa è, invero, la domanda di divisione ereditaria, quale richiesta di scioglimento di una comunione esistente; altra cosa è l’azione di riduzione, quale istanza per la costituzione della comunione ereditaria – prima inesistente – tra legittimari ed eredi testamentari. E con la costituzione della comunione ereditaria tra eredi legittimari ed eredi testamentari, sorge la necessità di disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, delle quote di comproprietà sui beni della comunione ereditaria indivisi spettanti ai singoli eredi.

In tal senso, dopo aver riconosciuto la partecipazione delle attrici alla comunione ereditaria, avrebbero dovuto provvedere i giudici di merito.

  1. – In definitiva, il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale si conformerà, ai sensi dell’art. 384 comma 2 cod. proc. civ., ai seguenti principi di diritto:

– “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, va effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni”;

– “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;

– “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;

– “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;

– “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.

Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO, AVVOCATO BOLOGNA

IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO, AVVOCATO BOLOGNA

STUDIO LEGALE BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

 

 

1.   impugnazione testamento olografo

 

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70.                impugnare il testamento

 

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85.                impugnazione testamento modello

 

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92.                modalità impugnazione testamento

 

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101.            impugnazione testamento olografo competenza territoriale

 

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IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO AVVOCATO BOLOGNA

  1. Si evidenzia in particolare che, alla luce di tale orientamento nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e colui il quale vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su quest’ultimo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sul primo, con l’ulteriore conseguenza che, sulla ripartizione dell’onere probatorio, nessuna rilevanza può attribuirsi alla posizione processuale delle parti – ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.

  1. Un secondo orientamento, pur senza iscrivere il testamento olografo nella categoria degli atti pubblici, ne evidenzia tuttavia la (particolarmente elevata) rilevanza sostanziale e processuale, di talché la contestazione della sua autenticità si risolve in un’eccezione di falso, e deve essere sollevata soltanto nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ., con il conseguente onere probatorio a carico della parte che contesti la genuinità della scheda testamentaria.

  1. L’ordinanza di rimessione non tralascia di osservare come queste stesse sezioni unite, con la sentenza n. 15169 del 23 giugno 2010, chiamate a risolvere un altro contrasto insorto sui modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, ebbero modo di indicare, sia pur in obiter, nella querela di falso lo strumento processuale idoneo a privare di ogni efficacia il testamento olografo, anche se proprio il detto carattere di obiter dictum ha impedito il superamento della contrapposizione tra i due indirizzi – tanto che in epoca successiva ad essa si leggono pronunce ancora orientate in un senso o nell’altro, pur nella consapevolezza del dictum delle sezioni unite.

  1. Dalla constatazione dell’apparente insanabilità di un ormai pluridecennale contrasto tra i due orientamenti l’ordinanza di rimessione della seconda sezione civile ha tratto motivo per rimettere la questione a queste sezioni unite affinché provvedano alla sua ricomposizione, anche alla luce degli studi e delle conclusioni (a loro volta non univoci) cui è pervenuta la dottrina specialistica.

  1. Non può tacersi che le singole indagini ermeneutiche sfociate nell’adesione all’uno o all’altro indirizzo appaiono ciascuna sorretta da argomentazioni che, singolarmente valutate, si caratterizzano tutte e parimenti per autorevolezza e persuasività, così che l’odierna questione non pare potersi ricondurre, sic et simpliciter, ad una superficiale scelta dello strumento processuale cui ricorrere per contraddire o impedire che il testamento acquisti efficacia nei riguardi di chi non ne è menzionato quale beneficiario, ovvero, su di un piano del tutto speculare, perché possa farsi valere nei confronti di chi, potenziale erede ab intestato, dalla efficacia di quell’atto veda compromesse, le proprie pretese ereditarie, consacrando definitivamente i diritti del successore chiamato nella scheda olografa.

  1. La scelta de qua postula, difatti, la parallela indagine in ordine al valore, anche probatorio, delle scritture private che non provengono da nessuna delle parti in causa, e in ordine al riparto dell’onere probatorio.

  2. E ciò perché il testamento olografo non è solo un documento che fonda, o contribuisce a fondare, sul piano probatorio, le ragioni della parte in causa, ma costituisce esso stesso il titolo in forza del quale il soggetto ivi menzionato diviene titolare di diritti soggettivi, e in ragione del quale si realizza la successione in locum et ius defuncti.

  1. Ricostruendo funditus i termini del contrasto, emerge come parte della giurisprudenza di questa Corte, nel riconoscere al testamento olografo natura giuridica di scrittura privata, ammetta che la contestazione della autenticità della sua sottoscrizione possa legittimamente compiersi attraverso il semplice disconoscimento (i.e. il non riconoscimento) della scheda testamentaria.

  1. La tesi trova un suo risalente precedente nella pronuncia di cui a Cass. n. 3371 del 16 ottobre 1975, secondo cui la parte che intenda contestare l’autenticità di una scrittura privata non riconosciuta non deve proporre querela di falso, occorrendo invece impugnare, in via di eccezione, la sottoscrizione mediante il disconoscimento, con la conseguenza che graverebbe sulla controparte l’onere di chiedere la verificazione e di dimostrare l’autenticità della scheda testamentaria.

  1. A fondamento di tale decisione la Corte pose la considerazione secondo cui lo strumento della querela di falso si rende indispensabile solo quando la scrittura abbia acquistato l’efficacia di piena prova ai sensi dell’art. 2702 cod. civ. per riconoscimento tacito o presunto, ovvero all’esito del procedimento di verificazione (e ciò anche nell’ipotesi in cui, contro l’erede istituito con un precedente testamento, sia prodotto un successivo testamento istitutivo di altro erede).

  1. La giurisprudenza favorevole allo strumento processuale della verificazione ex art. 214 c.p.c., peraltro, non esclude tout court il ricorso alla querela di falso, riconosciuta come strumento alternativo rispetto al semplice disconoscimento (così, tra le altre, Cass. n. 3883 del 22 aprile 1994), ma mette a sua volta in rilievo – sulla premessa per cui l’onere probatorio ricade sulla parte che del testamento voglia servirsene e che a tal fine propone l’istanza di verificazione (salvo la diversa scelta della controparte di promuovere azione di querela di falso) – la non incidenza sull’onere probatorio della posizione processuale assunta dalle parti stesse (e cioè se l’azione sia esperita dall’erede legittimo che adduca in via principale la falsità del documento, ovvero dall’erede testamentario che voglia far valere i propri diritti ereditari e si trovi di fronte alla contestazione dell’autenticità del documento da parte dell’erede legittimo: Cass. n. 7475 del 12 aprile 2005 e n. 26943 dell’11 novembre 2008).

  • Tracce dell’orientamento in parola si rinvengono anche in epoca successiva al ricordato obiter di queste sezioni unite.

  1. Secondo Cass. n. 28637 del 23 dicembre 2011, difatti – riaffermatosi in premessa che querela di falso e disconoscimento sono istituti preordinati a finalità diverse e del tutto indipendenti tra loro -, il testamento olografo non perderebbe la sua natura di scrittura privata per il fatto di dover rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (ex art. 602 c.c.), volta che esso deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne compia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta: quest’ultimo, per impedire tale riconoscimento e contestare tout court l’intera scheda testamentaria, deve dunque proporre l’azione di disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente.

  1. questo indirizzo si contrappone l’orientamento che, pur non attribuendo valore di atto pubblico al testamento olografo, postula, per la contestazione della sua autenticità, la proposizione della querela di falso.

  1. Anche tale filone interpretativo ha origini assai risalenti: si legge in Cass. n. 2793 del 3 agosto 1968 che la contestazione dell’erede legittimo si risolve in una eccezione di falso, da sollevarsi esclusivamente nelle forme di cui agli artt. 221 cod. proc. civ. e segg., atteso che il disconoscimento può provenire soltanto da chi sia autore dello scritto o da un suo erede – in tal senso, e prima ancora, Cass. n. 766 del 18 marzo 1966, secondo la quale il principio sostanziale dell’art. 2702 cod. civ. volto a disciplinare l’efficacia in giudizio della scrittura privata riconosciuta effettivamente o presupposta tale, e la procedura di disconoscimento e di verificazione regolata dagli artt. 214 e ss. c.p.c., sono istituti applicabili solo alle scritture provenienti dai soggetti del processo e alla ipotesi di negazione della propria scrittura o della propria firma da parte di quel soggetto contro il quale sia stato prodotto lo scritto. Quando invece l’atto non sia attribuibile alla parte contro cui viene prodotto, la contestazione della sua autenticità, risolvendosi in una eccezione di falso, necessita della relativa querela.

  1. Sarà proprio questo risalente insegnamento a costituire a lungo una delle più solide basi su cui si fonda l’indirizzo giurisprudenziale favorevole al ricorso allo strumento disciplinato dagli artt. 221 e segg. cit..

  1. Gli eredi legittimi che contestano l’autenticità della scheda olografa, secondo questa interpretazione (fatta propria anche da una parte della dottrina), devono, difatti, ritenersi soggetti estranei alla scrittura testamentaria, onde la loro esclusione anche dallo schema dell’art. 214, secondo comma, c.p.c..

  1. Conferma indiretta della ratio di tale ricostruzione si trova nella pronuncia di cui a Cass. n. 1599 del 28 maggio 1971, la quale, pur concludendo nella specie per la legittimità del solo disconoscimento, a ciò perviene solo in ragione della qualifica di erede attribuita alla parte che in concreto ed in quel giudizio contestava un testamento olografo.

  1. Si legge, difatti, in sentenza che l’erede istituito col primo testamento, agendo con la petitio heraeditatis in quanto investito di un valido titolo di legittimazione fino al momento in cui non ne sia dichiarata giudizialmente la caducazione, conserva pur sempre la veste di erede anche nei confronti di altro soggetto che pretenda avere diritto alla eredità in base a successiva disposizione testamentaria, così che egli non può qualificarsi terzo fino al momento del definitivo accertamento della validità del secondo testamento, ed è legittimato a contestare l’efficacia del testamento posteriore mediante il mero disconoscimento, senza necessità di proporre querela, incombendo sull’altra parte che abbia proposto domanda riconvenzionale – tendente a far dichiarare la validità del secondo testamento e la conseguente caducazione delle disposizioni contenute nel primo – l’onere di provare tale domanda chiedendo la verificazione dell’olografo successivo di cui intende avvalersi.

  1. 4. L’indirizzo favorevole alla querela di falso, che tiene conto della provenienza della scrittura, risulta espresso in seguito da Cass. n. 16362 del 30 ottobre 2003, secondo cui la procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata riguarda unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto, mentre, per le scritture provenienti da terzi estranei, come nel caso del testamento olografo, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e segg. c.p.c., perché si risolve in una eccezione di falso.

  1. 5. Le argomentazioni a favore dello strumento della querela, principalmente incentrate sull’assunto della terzietà del soggetto rispetto al testamento olografo contro di lui prodotto, trovano una peculiare evoluzione interpretativa nella già ricordata sentenza di queste ss.uu. n. 15169 del 2010 (supra, 7.4).

  1. Intervenendo sul contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, la pronuncia ne ricostruisce l’efficacia probatoria inquadrandole tra le prove atipiche dal valore meramente indiziario, e, tenendo conto di tale valore probatorio, afferma che esse possono essere liberamente contestate dalle parti; ma, circoscrivendone l’analisi con particolare riguardo al testamento olografo, nega poi che un simile documento possa annoverarsi tra le prove atipiche per l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata riconosciutagli, ritenendo (senza che l’affermazione costituisca ratio decidendi della pronuncia) che la sua contestazione necessiti della querela di falso. 9.5.1.

  1. L’intero plesso argomentativo della sentenza rende peraltro tale obiter del tutto peculiare, poiché le stesse scritture provenienti da terzi finiscono per distinguersi in due sottocategorie – la prima, contenente la generalità delle scritture, a valenza probatoria “debole”, la seconda, comprensiva di atti di particolare incisività perché essi stessi titolo immediatamente esecutivo del diritto fatto valere, a valenza sostanziale e processuale “particolarmente pregnante” -, per la contestazione di ciascuna delle quali si indica uno distinto strumento processuale.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 15 giugno 2015, n. 12307

I fatti

  1. Il (omissis) decedeva A.C.

1.1. La vedova Angela C. ne fece pubblicare un testamento olografo, dell’8 luglio 1963, con il quale le veniva attribuito l’intero patrimonio.

1.1.2. Gli altri eredi, A.C. , B. , Ca. e G.G. , premesso che il defunto, dal (omissis) , era stato colpito da ictus ed era caduto in stato di totale incoscienza sino al decesso, convennero in giudizio la C. impugnando il testamento, a loro dire falso per difetto di autenticità, e rivendicarono il proprio diritto al riconoscimento della qualità di eredi, oltre alla attribuzione dei beni del de cuius e alla declaratoria di indegnità della vedova, con conseguente condanna alla restituzione dei frutti percepiti.

1.1.3. In subordine, osservarono che, comunque, il testamento sembrava assegnare alla C. il solo usufrutto dei beni ereditari, con conseguente diritto di essi attori alla nuda proprietà.

  1. Il Tribunale di Roma, con sentenza del 12 gennaio 1981, rigettò le domande.

2.1. La pronuncia si fondava sull’assunto che il testamento olografo disconosciuto dagli attori fosse impugnabile soltanto con querela di falso, che, nella specie, pur se ritualmente formulata, appariva sfornita di prova.

  1. In concomitanza con l’appello proposto avverso questa sentenza, fu introdotto dagli appellanti un autonomo giudizio per querela di falso.

3.1. La domanda fu accolta in entrambi i giudizi di merito.

3.2. Questa Corte, investita dell’impugnazione della sentenza di appello sul falso, rilevato un difetto di contraddittorio, annullò la decisione con sentenza n. 2671 del 23 febbraio 2001, senza che la causa fosse mai riassunta.

  1. L’appello proposto avverso la sentenza del 1981 venne deciso il 29 ottobre 2007 dalla Corte capitolina, che rilevò in limine la mancata impugnazione in parte qua della sentenza di primo grado affermativa della necessità della querela, e, verificato che il separato processo per querela di falso si era estinto per mancata riassunzione, rigettò il gravame.

  1. Avverso questa sentenza hanno proposto separato ricorso A.B. e B.A.G. (il secondo nella qualità erede di A.C.).

5.1. P.D. e L. (eredi C.A. ) hanno resistito proponendo a loro volta ricorso incidentale (anche) condizionato, cui ha resistito A.B. con controricorso.

5.1.1. Vi sono in atti memorie illustrative.

  1. Per quanto di rilievo nel presente giudizio di rimessione a queste sezioni unite, A.B. ha lamentato (con il secondo motivo di ricorso) la violazione e falsa applicazione degli artt. 214 e seguenti e 221 e seguenti, cod. proc. civ., anche in relazione agli artt. 163, 345 e 112 cod. proc. civ. (art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ.) sostenendo che, se la pronuncia impugnata avesse inteso confermare la sentenza di primo grado nella parte in cui individuava nella querela di falso e non anche nella verificazione di scrittura l’unico mezzo per infirmare il testamento olografo, tale motivazione doveva ritenersi censurabile alla luce del più corretto orientamento giurisprudenziale che riconosceva la possibilità di ricorso ad entrambi gli strumenti processuali (querela di falso e disconoscimento seguito dalla verificazione) per contestare la genuinità del testamento

6.1. Formulava, a tal fine, il seguente quesito di diritto:

Dica la Corte se all’erede legittimo deve ritenersi consentita la facoltà di disconoscere, ai sensi e per gli effetti degli arti. 214 e seguenti c.p.c., il testamento olografo fatto valere contro di lui, e se tale disconoscimento può essere esercitato anche in sede di azione di petitio heraeditatis, nel corso della quale l’erede legittimo esplicitamente contesti l’autenticità del predetto testamento.

6.2. Dello stesso tenore i motivi di impugnazione di B.A.G. , che, nella (più ampia) formulazione del quesito, chiede tra l’altro a questa Corte la conferma del principio di diritto secondo il quale il testamento olografo può essere disconosciuto ex artt. 214 e segg. c.p.c. dall’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e che l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su chi vanti diritti in forza di esso.

  1. Con ordinanza di rimessione n. 28586 del 20 dicembre 2013, la seconda sezione, investita dei ricorsi riuniti, e con riguardo al comune motivo relativo allo strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo, ha rimesso gli atti al Primo Presidente, che li ha a sua volta trasmessi a queste sezioni unite, ritenendo opportuna la risoluzione del contrasto esistente nella giurisprudenza della Corte di legittimità in subiecta materia.

7.1. Con il citato provvedimento interlocutorio si rileva che, sulla questione, si sono diacronicamente contrapposti due orientamenti.

7.2. Secondo un primo indirizzo, il testamento olografo, nonostante i requisiti di forma previsti dall’art. 602 cod. civ., trova comunque la sua legittima collocazione tra le scritture private, sicché, sul piano della efficacia sostanziale, è necessario e sufficiente che colui contro il quale sia prodotto disconosca (rectius, non riconosca) la scrittura, da ciò derivando l’onere della controparte, che alla efficacia di quella scheda abbia invece interesse (perché fonte della delazione ereditaria), di dimostrare la sua provenienza dall’autore apparente.

7.2.1. Si evidenzia in particolare che, alla luce di tale orientamento nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e colui il quale vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe su quest’ultimo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sul primo, con l’ulteriore conseguenza che, sulla ripartizione dell’onere probatorio, nessuna rilevanza può attribuirsi alla posizione processuale delle parti – ossia se la falsità del documento sia fatta valere in via principale dall’erede legittimo che a tal fine abbia proposto l’azione, oppure se, introdotto dall’erede testamentario un giudizio per il riconoscimento dei propri diritti ereditari in forza della scheda testamentaria, questa sia stata disconosciuta dall’erede legittimo.

7.3. Un secondo orientamento, pur senza iscrivere il testamento olografo nella categoria degli atti pubblici, ne evidenzia tuttavia la (particolarmente elevata) rilevanza sostanziale e processuale, di talché la contestazione della sua autenticità si risolve in un’eccezione di falso, e deve essere sollevata soltanto nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ., con il conseguente onere probatorio a carico della parte che contesti la genuinità della scheda testamentaria.

7.4. L’ordinanza di rimessione non tralascia di osservare come queste stesse sezioni unite, con la sentenza n. 15169 del 23 giugno 2010, chiamate a risolvere un altro contrasto insorto sui modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, ebbero modo di indicare, sia pur in obiter, nella querela di falso lo strumento processuale idoneo a privare di ogni efficacia il testamento olografo, anche se proprio il detto carattere di obiter dictum ha impedito il superamento della contrapposizione tra i due indirizzi – tanto che in epoca successiva ad essa si leggono pronunce ancora orientate in un senso o nell’altro, pur nella consapevolezza del dictum delle sezioni unite.

7.5. Dalla constatazione dell’apparente insanabilità di un ormai pluridecennale contrasto tra i due orientamenti l’ordinanza di rimessione della seconda sezione civile ha tratto motivo per rimettere la questione a queste sezioni unite affinché provvedano alla sua ricomposizione, anche alla luce degli studi e delle conclusioni (a loro volta non univoci) cui è pervenuta la dottrina specialistica.

7.5.1. Non può tacersi che le singole indagini ermeneutiche sfociate nell’adesione all’uno o all’altro indirizzo appaiono ciascuna sorretta da argomentazioni che, singolarmente valutate, si caratterizzano tutte e parimenti per autorevolezza e persuasività, così che l’odierna questione non pare potersi ricondurre, sic et simpliciter, ad una superficiale scelta dello strumento processuale cui ricorrere per contraddire o impedire che il testamento acquisti efficacia nei riguardi di chi non ne è menzionato quale beneficiario, ovvero, su di un piano del tutto speculare, perché possa farsi valere nei confronti di chi, potenziale erede ab intestato, dalla efficacia di quell’atto veda compromesse, le proprie pretese ereditarie, consacrando definitivamente i diritti del successore chiamato nella scheda olografa.

7.5.2. La scelta de qua postula, difatti, la parallela indagine in ordine al valore, anche probatorio, delle scritture private che non provengono da nessuna delle parti in causa, e in ordine al riparto dell’onere probatorio.

7.5.3. E ciò perché il testamento olografo non è solo un documento che fonda, o contribuisce a fondare, sul piano probatorio, le ragioni della parte in causa, ma costituisce esso stesso il titolo in forza del quale il soggetto ivi menzionato diviene titolare di diritti soggettivi, e in ragione del quale si realizza la successione in locum et ius defuncti.

  1. Ricostruendo funditus i termini del contrasto, emerge come parte della giurisprudenza di questa Corte, nel riconoscere al testamento olografo natura giuridica di scrittura privata, ammetta che la contestazione della autenticità della sua sottoscrizione possa legittimamente compiersi attraverso il semplice disconoscimento (i.e. il non riconoscimento) della scheda testamentaria.

8.1. La tesi trova un suo risalente precedente nella pronuncia di cui a Cass. n. 3371 del 16 ottobre 1975, secondo cui la parte che intenda contestare l’autenticità di una scrittura privata non riconosciuta non deve proporre querela di falso, occorrendo invece impugnare, in via di eccezione, la sottoscrizione mediante il disconoscimento, con la conseguenza che graverebbe sulla controparte l’onere di chiedere la verificazione e di dimostrare l’autenticità della scheda testamentaria. A fondamento di tale decisione la Corte pose la considerazione secondo cui lo strumento della querela di falso si rende indispensabile solo quando la scrittura abbia acquistato l’efficacia di piena prova ai sensi dell’art. 2702 cod. civ. per riconoscimento tacito o presunto, ovvero all’esito del procedimento di verificazione (e ciò anche nell’ipotesi in cui, contro l’erede istituito con un precedente testamento, sia prodotto un successivo testamento istitutivo di altro erede).

8.2. La giurisprudenza favorevole allo strumento processuale della verificazione ex art. 214 c.p.c., peraltro, non esclude tout court il ricorso alla querela di falso, riconosciuta come strumento alternativo rispetto al semplice disconoscimento (così, tra le altre, Cass. n. 3883 del 22 aprile 1994), ma mette a sua volta in rilievo – sulla premessa per cui l’onere probatorio ricade sulla parte che del testamento voglia servirsene e che a tal fine propone l’istanza di verificazione (salvo la diversa scelta della controparte di promuovere azione di querela di falso) – la non incidenza sull’onere probatorio della posizione processuale assunta dalle parti stesse (e cioè se l’azione sia esperita dall’erede legittimo che adduca in via principale la falsità del documento, ovvero dall’erede testamentario che voglia far valere i propri diritti ereditari e si trovi di fronte alla contestazione dell’autenticità del documento da parte dell’erede legittimo: Cass. n. 7475 del 12 aprile 2005 e n. 26943 dell’11 novembre 2008).

8.3. Tracce dell’orientamento in parola si rinvengono anche in epoca successiva al ricordato obiter di queste sezioni unite.

8.3.1. Secondo Cass. n. 28637 del 23 dicembre 2011, difatti – riaffermatosi in premessa che querela di falso e disconoscimento sono istituti preordinati a finalità diverse e del tutto indipendenti tra loro -, il testamento olografo non perderebbe la sua natura di scrittura privata per il fatto di dover rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (ex art. 602 c.c.), volta che esso deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne compia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta: quest’ultimo, per impedire tale riconoscimento e contestare tout court l’intera scheda testamentaria, deve dunque proporre l’azione di disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente.

  1. A questo indirizzo si contrappone l’orientamento che, pur non attribuendo valore di atto pubblico al testamento olografo, postula, per la contestazione della sua autenticità, la proposizione della querela di falso.

9.1 Anche tale filone interpretativo ha origini assai risalenti: si legge in Cass. n. 2793 del 3 agosto 1968 che la contestazione dell’erede legittimo si risolve in una eccezione di falso, da sollevarsi esclusivamente nelle forme di cui agli artt. 221 cod. proc. civ. e segg., atteso che il disconoscimento può provenire soltanto da chi sia autore dello scritto o da un suo erede – in tal senso, e prima ancora, Cass. n. 766 del 18 marzo 1966, secondo la quale il principio sostanziale dell’art. 2702 cod. civ. volto a disciplinare l’efficacia in giudizio della scrittura privata riconosciuta effettivamente o presupposta tale, e la procedura di disconoscimento e di verificazione regolata dagli artt. 214 e ss. c.p.c., sono istituti applicabili solo alle scritture provenienti dai soggetti del processo e alla ipotesi di negazione della propria scrittura o della propria firma da parte di quel soggetto contro il quale sia stato prodotto lo scritto. Quando invece l’atto non sia attribuibile alla parte contro cui viene prodotto, la contestazione della sua autenticità, risolvendosi in una eccezione di falso, necessita della relativa querela.

9.2. Sarà proprio questo risalente insegnamento a costituire a lungo una delle più solide basi su cui si fonda l’indirizzo giurisprudenziale favorevole al ricorso allo strumento disciplinato dagli artt. 221 e segg. cit.. Gli eredi legittimi che contestano l’autenticità della scheda olografa, secondo questa interpretazione (fatta propria anche da una parte della dottrina), devono, difatti, ritenersi soggetti estranei alla scrittura testamentaria, onde la loro esclusione anche dallo schema dell’art. 214, secondo comma, c.p.c..

9.3. Conferma indiretta della ratio di tale ricostruzione si trova nella pronuncia di cui a Cass. n. 1599 del 28 maggio 1971, la quale, pur concludendo nella specie per la legittimità del solo disconoscimento, a ciò perviene solo in ragione della qualifica di erede attribuita alla parte che in concreto ed in quel giudizio contestava un testamento olografo. Si legge, difatti, in sentenza che l’erede istituito col primo testamento, agendo con la petitio heraeditatis in quanto investito di un valido titolo di legittimazione fino al momento in cui non ne sia dichiarata giudizialmente la caducazione, conserva pur sempre la veste di erede anche nei confronti di altro soggetto che pretenda avere diritto alla eredità in base a successiva disposizione testamentaria, così che egli non può qualificarsi terzo fino al momento del definitivo accertamento della validità del secondo testamento, ed è legittimato a contestare l’efficacia del testamento posteriore mediante il mero disconoscimento, senza necessità di proporre querela, incombendo sull’altra parte che abbia proposto domanda riconvenzionale – tendente a far dichiarare la validità del secondo testamento e la conseguente caducazione delle disposizioni contenute nel primo – l’onere di provare tale domanda chiedendo la verificazione dell’olografo successivo di cui intende avvalersi.

9.4. L’indirizzo favorevole alla querela di falso, che tiene conto della provenienza della scrittura, risulta espresso in seguito da Cass. n. 16362 del 30 ottobre 2003, secondo cui la procedura di disconoscimento e di verificazione di scrittura privata riguarda unicamente le scritture provenienti da soggetti del processo e presuppone che sia negata la propria firma o la propria scrittura dal soggetto contro il quale il documento è prodotto, mentre, per le scritture provenienti da terzi estranei, come nel caso del testamento olografo, la contestazione non può essere sollevata secondo la disciplina dettata dalle predette norme, bensì nelle forme dell’art. 221 e segg. c.p.c., perché si risolve in una eccezione di falso.

9.5. Le argomentazioni a favore dello strumento della querela, principalmente incentrate sull’assunto della terzietà del soggetto rispetto al testamento olografo contro di lui prodotto, trovano una peculiare evoluzione interpretativa nella già ricordata sentenza di queste ss.uu. n. 15169 del 2010 (supra, 7.4).

Intervenendo sul contrasto relativo ai modi di contestazione delle scritture private provenienti da terzi estranei alla lite, la pronuncia ne ricostruisce l’efficacia probatoria inquadrandole tra le prove atipiche dal valore meramente indiziario, e, tenendo conto di tale valore probatorio, afferma che esse possono essere liberamente contestate dalle parti; ma, circoscrivendone l’analisi con particolare riguardo al testamento olografo, nega poi che un simile documento possa annoverarsi tra le prove atipiche per l’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata riconosciutagli, ritenendo (senza che l’affermazione costituisca ratio decidendi della pronuncia) che la sua contestazione necessiti della querela di falso. 9.5.1. L’intero plesso argomentativo della sentenza rende peraltro tale obiter del tutto peculiare, poiché le stesse scritture provenienti da terzi finiscono per distinguersi in due sottocategorie – la prima, contenente la generalità delle scritture, a valenza probatoria “debole”, la seconda, comprensiva di atti di particolare incisività perché essi stessi titolo immediatamente esecutivo del diritto fatto valere, a valenza sostanziale e processuale “particolarmente pregnante” -, per la contestazione di ciascuna delle quali si indica uno distinto strumento processuale.

9.6. L’orizzonte della giurisprudenza di legittimità si sposta così, alla luce della soluzione adottata, dal rapporto tra scrittura e soggetto (terzo) contro cui è prodotta al valore intrinseco del documento, in una nuova e più attenta consonanza con la relativa elaborazione dottrinaria.

9.6.1. L’indirizzo favorevole alla tesi della necessità della querela trova, infine, recente conferma nella pronuncia di cui a Cass. n. 8272 del 24 maggio 2012, predicativa della correttezza del rimedio processuale disciplinato dagli artt. 221 e segg. c.p.c. essendo il testamento un documento proveniente da terzi, e riaffermativa, nel solco delle Sezioni Unite, dell’incidenza sostanziale e processuale particolarmente elevata della scheda olografa, che giustifica il ricorso alla querela di falso per contestarne l’autenticità.

  1. Il panorama giurisprudenziale si completa con l’antico enunciato di cui a Cass. n. 1545 del 15 giugno 1951, che, premessa la legittimità della proposizione di un’azione di accertamento negativo in ordine alla provenienza delle scritture private e del testamento olografo, afferma che l’onere della prova spetta all’attore che chieda di accertare la non provenienza del documento da chi apparentemente ne risulta l’autore, in consonanza con l’opinione dottrinaria secondo cui la contestazione della genuinità del testamento olografo si traduce in una domanda di accertamento negativo della validità del documento stesso.

10.1. La pronuncia (senza assumere tuttavia posizione esplicita sulla forma di tale accertamento negativo, se, cioè, dovesse o meno seguire le forme della querela di falso), fu oggetto di autorevoli consensi e di penetranti critiche in dottrina (in estrema sintesi, alla tesi secondo cui l’impugnazione per falsità del testamento olografo si risolve in una quaestio nullitatis, con conseguente applicabilità alla fattispecie della norma di cui all’art. 606 cod. civ. dettata in tema di nullità del testamento olografo per mancanza dei requisiti si replicò che l’olografo impugnato per falsità non è nullo per difetto di forma ma inesistente), non trovò ulteriore seguito in giurisprudenza, che vide così contrapporsi, come finora ricordato, la tesi della verificazione a quella della querela, con opposte conseguenze in ordine all’onere della prova, ripartito sul presupposto delle diverse finalità e dell’indipendenza dei due istituti.

  1. La questione del riparto degli oneri probatori, in particolare, fu oggetto di approfondita disamina nella sentenza di questa Corte n. 3880 del 18 giugno 1980, ove si legge che la querela postula l’esistenza di una scrittura riconosciuta, mentre il disconoscimento, investendo la provenienza stessa del documento, mira a impedire che la scrittura medesima acquisti efficacia probatoria, con la conseguenza che chi contesti l’autenticità della sottoscrizione della scrittura onde impedire che ali ‘apparente sottoscrittore di essa venga imputata la dichiarazione sottoscritta nella sua totalità, deve disconoscere la sottoscrizione e non già proporre la querela di falso, mentre invece, allorché sia accertata l’autenticità della sottoscrizione, chi voglia contestare la provenienza delle dichiarazioni contenute nella scrittura di colui che, ormai incontrovertibilmente, l’ha sottoscritta, ha l’onere di proporre la querela di falso.

  1. In una dimensione del tutto speculare rispetto alle posizioni della giurisprudenza, la dottrina specialistica si è a sua volta divisa tra i due citati e dominanti orientamenti, con argomentazioni che fanno di volta in volta riferimento:

– al rapporto tra provenienza della scrittura e parte in causa contro cui è prodotta;

– alla valutazione del documento per la riconosciuta incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata;

– all’esigenza di tener separato il piano del contenuto del testamento (concreto thema probandum) da quello dello strumento mediante il quale esso possa acquisire rilevanza agli effetti processuali.

Su di un piano più generale, ciascuna delle tesi proposte non appare poi insensibile al problema dell’efficacia delle scritture private e dei relativi strumenti di impugnazione.

  1. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa sufficiente il ricorso al disconoscimento colloca tout court il testamento olografo tra le scritture private.

13.1. Tale ricostruzione della scheda testamentaria è sostanzialmente univoca, salva l’attribuzione ad essa di quel “valore intrinsecamente elevato” evidenziato da questa stesse sezioni unite nel 2010. Distinzione peraltro criticata da chi ne contesta il fondamento normativo, denunciando l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcuni documenti provenienti da terzi di un regime giuridico “rafforzato” rispetto a quanto assicurato alle scritture private provenienti dalle parti – regime del quale si lamenta l’assenza di un efficace riferimento normativo che sostenga l’intrinseco grado di attendibilità del testamento olografo a giustificazione della necessaria proposizione della querela di falso, e la conseguente confusione concettuale tra il piano processuale e quello sostanziale (confondendosi cioè l’aspetto morfologico del documento e del suo contenuto con lo strumento processuale funzionale al suo riconoscimento sul piano della prova in giudizio).

Tale sovrapposizione concettuale conduceva, difatti, secondo tale orientamento, all’errore in cui incorrevano i sostenitori della necessità di ricorrere alla querela di falso, così criticandosi l’assunto secondo cui incombeva su colui che contestava il testamento olografo la prova del suo accertamento negativo, e ritenendosi invece sufficiente, al pari di ogni scrittura privata, il mero disconoscimento del documento.

13.2. L’indirizzo favorevole al semplice disconoscimento della scheda testamentaria apparve, peraltro, illieo et immediate destinato a confrontarsi con due delicate questioni.

13.2.1. La prima questione aveva ad oggetto il rapporto tra autore del testamento e parti in causa, poiché il testamento proviene pur sempre da un terzo rispetto alle parti del processo, perciò solo esulando, secondo i sostenitori della tesi della querela di falso, dalla fattispecie normativa di cui all’art. 214 c.p.c. – a tanto replicandosi che la scheda olografa, pur materialmente proveniente da chi non può assumere la qualità di parte in senso processuale o sostanziale, acquistando efficacia solo con la morte del suo autore, è pur tuttavia caratterizzata da una sua così specifica peculiarità che la posizione di “parte” del destinatario della attribuzione deriva unicamente dalla devoluzione ereditaria, evidenziandosi poi l’esistenza di casi in cui il documento, pur non provenendo da alcuna delle parti in causa, non può essere considerato alla stregua di una scrittura di terzo estraneo alla lite.

13.2.2. Si è ancora opinato, avvertendo l’utilità di circoscrivere la qualità di terzo rispetto alla scrittura privata prodotta in giudizio (e dunque all’olografo), che, dall’esame esegetico degli artt. 2702, 2704 cod. civ., 214 c.p.c., e in una più ampia dimensione di teoria generale del diritto, il concetto di terzo ha natura relazionale, per tale intendendosi chi è estraneo a un qualsiasi rapporto o atto giuridico, così individuandosi tre diverse dimensioni in cui si colloca il concetto di terzo (e, specularmente, quello di parte), e cioè quella proprio della formazione della scrittura (che, considerando la convenzione come fatto storico puntuale, definisce “parte” colui che abbia sottoscritto o vergato di suo pugno la scrittura, e correlativamente terzo chi non abbia né sottoscritto né vergato a mano la medesima), quella negoziale (afferente alla situazione giuridica di diritto sostanziale disciplinata dal contenuto della scrittura privata prodotta in giudizio, in tale prospettiva essendo parte la persona fisica/soggetto autore della dichiarazione), e infine quella processuale (quella, cioè del giudizio in cui la scrittura privata è prodotta, in questa accezione essendo “terzo” la persona fisica che non in giudizio nel processo pendente).

L’espressione “eredi o aventi causa” utilizzata dal secondo comma dell’art. 214 cod. proc. civ. andrebbe, pertanto, intesa in senso ampio, e comprensiva di tutti coloro che si trovino in una “generica posizione di dipendenza”.

13.2.3. La critica alla preclusione del disconoscimento imposta all’erede legittimo (formalmente terzo sino alla declaratoria di non autenticità o di falsità dell’olografo), si appunta ancora sull’erronea valorizzazione del nesso processuale tra il documento ed il soggetto, mentre anche il successibile ex lege, in ragione della propria posizione sostanziale, non sarebbe “terzo” bensì soggetto contro il quale l’olografo è prodotto.

13.2.4. La posizione del successibile ex lege (se parte o terzo rispetto al testamento olografo che istituisca erede altro soggetto), dissolta in parte qua la differenza tra erede legittimo e quello testamentario ai fini del mezzo cui ricorrere per contestare una scheda olografa, diviene così oggetto di un accertamento giudiziale circoscritto alla fattispecie successoria (legale o testamentaria) invocata in proprio favore, onde il riparto dell’onere della prova andrebbe riferito unicamente all’effetto giuridico di tale fattispecie: costituendo proprio il negozio testamentario il tema della prova, dell’attore o del convenuto, il relativo onere graverebbe ipso facto su colui che vuoi far valere quel documento, con l’effetto che la parte nei cui confronti l’atto testamentario è prodotto può limitarsi al disconoscimento.

13.2.5. La seconda questione, a sua volta influente sull’elaborazione teorica che ha riguardo all’onere della prova, esplora il rapporto tra successione legittima e successione testamentaria, e la supposta preminenza della seconda sulla prima. Si afferma, così, che il tenore dell’art. 457, secondo comma, c.c. (a mente del quale “non si fa luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria”) attribuirebbe alle norme sul testamento valenza dispositiva, a fronte della valenza suppletiva della legittima. Per i fautori della querela di falso, questa preminenza inciderebbe in modo determinante sulla ripartizione dell’onere probatorio, perché la contestazione del testamento olografo si traduce in una azione di accertamento negativo volta che, a fronte della “posizione consolidata” attribuita dal testamento all’erede vocato, chi voglia impugnarlo avrebbe l’onere di dimostrare la falsità della provenienza o la insussistenza dei requisiti di validità, in osservanza dei principi generali di ripartizione dell’onere probatorio prescritti dall’art. 2697 cod. civ.. La preminenza della successione testamentaria è stata, peraltro, autorevolmente contestata, sino ad invertirne il rapporto con quella legittima, attribuendo a quest’ultima funzione primaria (e conseguentemente carattere dispositivo alla sua disciplina), residuando alla vocazione testamentaria un carattere soltanto suppletivo: di qui, la legittimità del (solo) disconoscimento della scheda testamentaria.

  1. La tesi favorevole all’indirizzo che reputa necessaria la querela di falso muove dalla premessa secondo cui il testamento olografo, costituendo una autentica prova legale, può essere “distrutto”, e oggetto di verifica, soltanto attraverso lo strumento processuale di cui agli artt. 221 ss. c.p.c.

14.1. Le posizioni dottrinarie contrarie al disconoscimento, meno numerose, non appaiono tuttavia meno autorevoli per la dovizia delle argomentazioni addotte, volte ad indagare funditus sugli aspetti, sostanziali e processuali, riconducibili alle peculiarità del testamento olografo.

14.2. Pur non dubitandosi della estraneità del testamento dalla categoria degli atti pubblici, ne viene pur tuttavia evidenziato il carattere sui generis sul piano sostanziale, reso manifesto innanzitutto dalla circostanza che la falsificazione della scheda olografa, nel diritto penale, è equiparata, quoad poenam, al medesimo reato avente ad oggetto gli atti pubblici, secondo quanto previsto dall’art. 491 c.p., mentre la stessa condotta criminosa, a differenza che per le scritture private, è perseguibile d’ufficio ai sensi del successivo art. 493 bis.

14.3. Non si omette poi di considerare che l’olografo produce immediatamente e direttamente effetti nella sfera giuridica del terzo, e costituisce, una volta pubblicato, titolo immediato di acquisto per l’erede e per il legatario, come prescritto dall’art. 620 quinto comma c.c., trattandosi di scrittura la cui efficacia non necessita dell’accertamento della autenticità, e comunque distinta da tutte le altre scritture private, per loro natura inidonee a costituire titolo immediatamente costitutivo di diritti verso i beneficiati.

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14.4. AI riconoscimento del suo intrinseco valore sul piano sostanziale contribuisce, secondo tale orientamento, la stessa disciplina delle norme sulla pubblicità degli atti (in particolare, gli artt. 2648 e 2660 cod. civ.), che consentono la trascrizione dell’acquisto a causa di morte per effetto della sola presentazione del testamento e dell’atto di accettazione della eredità, restando così implicitamente confermata la non necessità di verificare l’autenticità della scheda, in evidente contrapposizione con il trattamento riservato alle altre scritture private, che possono trascriversi solo se autenticate o giudizialmente accertate, secondo il disposto dell’art. 2657 cod. civ.

14.5. Si è poi contestato che il procedimento di verificazione sia adeguato al disconoscimento del testamento, trovandosi il documento in deposito presso un notaio per la pubblicazione art. 620 cod. civ.): e se per la querela di falso l’art. 224 prevede il sequestro del documento quale misura più elevata per la sua custodia quando è tenuto presso un depositario, nessuna disposizione così rigorosa è prevista nel procedimento di verificazione.

14.6. Sul piano più squisitamente processuale, si poi affermato che la contestazione della autenticità del testamento andrebbe esercitata servendosi del più rigoroso strumento della querela non tanto per la efficacia probatoria del documento, quanto perché, in materia di contraffazione, l’azione di verificazione si risolverebbe in una iniziativa processuale identica nel contenuto alla querela, ma inammissibilmente libera dalle formalità essenziali che la legge prevede invece nella disciplina dettata dagli artt. 221 e segg. c.p.c.. E si è ancora posto l’accento sulla natura dell’accertamento – per i suoi riflessi sull’onere della prova — e sulla posizione di terzietà del successibile ex lege rispetto al testamento.

14.6.1. La soluzione della querela, difatti, conduce, secondo i suoi sostenitori, ad un più corretto riparto dell’onere della prova, che verrebbe a gravare su chi contesta il testamento olografo, in ossequio al disposto dell’art. 2697 e dell’art. 457, secondo comma, c.c., il quale ultimo prevede la successione ex lege solo in mancanza di vocazione testamentaria – risolvendosi la contestazione del documento olografo, come si è detto, in una domanda di accertamento negativo (così aderendosi alla tesi della preminenza della vocazione testamentaria rispetto alla legale). Quanto poi al rapporto tra erede ab intestato e testamento, si afferma che il disconoscimento di una scrittura non può provenire da terzi, poiché tale strumento è riservato alle parti contro cui il documento è rivolto, e agli eredi o aventi causa, che possono limitarsi a non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione del suo autore. La fattispecie normativa si riferisce, difatti, ad una scrittura del de cuius prodotta contro gli eredi a fondamento di una pretesa eccepita nei loro riguardi, mentre, prodotto il testamento, deve escludersi che chi lo contesti possa qualificarsi, sic et simpliciter, erede, poiché detta qualifica in capo ai parenti che lo impugnano richiede proprio la dimostrazione della falsità del testamento: per il successibile ex lege non residuerebbe, dunque, che lo strumento della querela di falso per contestare l’autenticità del testamento olografo.

  1. Gli arresti giurisprudenziali e il perdurante contrasto che li caratterizza, al pari delle divergenti conclusioni cui è pervenuta la stessa dottrina, sono lo specchio del complessità della questione posta al collegio, la cui soluzione sul piano teorico è destinata ad assumere un determinante rilievo nelle controversie per lesione di legittima ove assai di frequente si sollevano, in via di domanda o di eccezione, doglianze in ordine alla autenticità del testamento.

La peculiarità e la singolarità della questione sta poi nel fatto che tanto gli argomenti che sorreggono quanto le critiche che contestano ciascuna delle possibili soluzioni non mancano di autorevolezza e di forza persuasiva.

  1. A sostegno della sufficienza del disconoscimento gli argomenti maggiormente convincenti appaiono quelli predicativi:

– della natura di scrittura privata del testamento olografo;

– della attribuzione al successibile ex lege della qualità di erede dell'(apparente) autore della scheda olografa;

– della netta distinzione tra il piano sostanziale, che riguarda più propriamente il thema probandum, e il piano processuale, che riguarda le modalità con le quali in un processo può trovare ingresso, con dignità di prova, il documento di delazione testamentaria.

  1. L’indirizzo a sostegno della necessità della querela di falso trova invece fondamento:

– nella incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata che è riconosciuta al testamento, testimoniata da un plesso di norme la cui lettura depone (deporrebbe) in tal senso;

– nella esclusione in capo al successibile ex lege della qualità di erede (almeno sino a quando tale qualità non sia stata processualmente accertata), con conseguente inapplicabilità della fattispecie contemplata nell’art. 214, secondo comma, c.p.c.

  1. Non vanno per altro verso trascurate le riflessioni critiche specularmente mosse alle argomentazioni favorevoli all’una e all’altra delle tesi che si propongono oggi come soluzione (senza apparente alternativa) della questione oggetto di giudizio.

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18.1. Quanto al rapporto tra successore ex lege e scheda olografa, ed alla posizione dell’erede ab intestato, il vasto dibattito giurisprudenziale e dottrinale che, in seno alla teoria generale del processo, si agita in ordine alla stessa categoria concettuale di “terzo”, non sembra del tutto funzionale all’adozione di una soddisfacente soluzione del caso concreto. Non sembra, difatti, seriamente revocabile in dubbio che alcuni successibili, quali i legittimari, difficilmente possano essere qualificati “terzi” ai fini della non riconoscibilità della sottoscrizione del de cuius. Mentre la stessa impugnazione del testamento olografo, la contestazione della sua provenienza e/o autenticità, è spesso proposta proprio da chi, pur beneficiario di una quota inferiore a quella spettantegli, è comunque (anche) un erede testamentario, sicché nei suoi confronti non potrebbe porsi alcuna questione di accertamento della sua qualità di erede.

18.1.1. Di conseguenza, non appare utile prospettare alternative che, a seconda della posizione assunta da chi contesta il testamento (escluso totalmente dalla eredità, erede legittimo compreso nelle categorie dei legittimari, erede testamentario sia pur per quota che non lo soddisfi), postulino poi l’adozione di soluzioni differenziate caso per caso.

18.1.2. Né appare senza significato considerare che una formale disamina del concetto di terzo conduce inevitabilmente a ritenere che quella posizione, ai fini dell’art. 214 cod. proc. civ., non andrebbe esaminata non dal punto di vista del soggetto parte della lite ma dell’autore del documento che si vuoi disconoscere – e sotto tale profilo il de cuius non è mai parte nel giudizio di impugnazione del proprio testamento -, e che l’erede in disconoscimento della scrittura o della sottoscrizione del suo autore sarebbe colui che subentra al de cuius nei suoi rapporti – e ciò presuppone che quel medesimo scritto si sarebbe potuto produrre nei confronti del testatore se ancora in vita.

E tuttavia risulta assai poco agevole affermare che, tra i documenti (siano essi negoziali oppure dichiarazioni di scienza) possa annoverarsi, sic et simpliciter, il testamento, formato dal medesimo de cuius, ma destinato a produrre effetti nella sfera giuridica dei suoi destinatari e non in quella dell’autore, acquistando efficacia dal momento del suo decesso e non prima. La ratio della distinzione tra scritture private, fatta propria dalle sezioni unite di questa Corte nel 2010, secondo cui ad alcune di esse andrebbe attribuito un valore intrinsecamente maggiore, trova proprio in tali considerazioni il suo fondamento, pur senza trascurare la legittimità delle critiche di chi contesta l’irragionevolezza dell’attribuzione ad alcune di esse di un regime giuridico “rafforzato” rispetto a quanto assicurato a quelle provenienti dalle parti, anche alla luce della difficoltà di individuare un criterio da adoperare per la relativa classificazione.

18.2. Parimenti poco esplorabile, ai fini che occupano il collegio, si rivela la altrettanto delicata questione relativa alla preminenza della forma testamentaria su quella legittima o viceversa, secondo la lettura data dell’art. 457, secondo comma, cod. civ., e alle relative conseguenze in ordine all’onere dalla prova. Il percorso interpretativo che la caratterizza appare altrettanto impervio, e conduce a risultati assai poco certi, alla luce dei rilievi sollevati dai fautori dell’indirizzo favorevole al disconoscimento, i quali sottolineano come nella specie non si controverta sul valore della fonte della successione (legale o testamentaria, che resta il thema probandum), ma sullo strumento probatorio utilizzabile per dare ingresso nel processo al documento stesso.

  1. L’indagine deve allora indirizzarsi verso l’analisi dei due più rilevanti aspetti della questione:

  2. a) il valore sostanziale da attribuire al testamento;

  3. b) il meccanismo processuale attraverso cui il testamento possa acquistare definitiva efficacia probatoria.

19.1. Privilegiando l’aspetto processuale della questione, sembra potersi concordare con l’assunto secondo cui, qualunque valore possa attribuirsi al testamento olografo, la sua contestazione avrà pur sempre ad oggetto il titolo della successione, e ciò riguarderà propriamente il thema probandum, mentre la opzione tra disconoscimento e successiva (eventuale) verificazione a carico di chi di quel testamento voglia valersi, ovvero querela di falso a carico di chi quel testamento voglia eliminare dalla realtà processuale, riguarda squisitamente il piano della prova, ossia lo strumento processuale funzionale a consentire che il testamento spieghi efficacia nel processo. Con la conseguenza che la sua natura di scrittura privata è destinata a privilegiare la prima soluzion19.2. Se invece viene si privilegia l’aspetto sostanziale della vicenda, appare valorizzata l’intrinseca, elevata e peculiare incidenza che il testamento spiega per sua stessa natura. E si è già avuto modo di osservare come, sotto tale profilo, non manchino conferme offerte dal relativo plesso di norme destinate a evidenziarne le differenze rispetto ad una ordinaria scrittura privata (dalla sua immediata esecutività e trascrivibilità, alla disciplina penalistica che ne accomuna le sorti al documento pubblico nella ipotesi di falsificazione). È indiscusso, anche da parte di chi finisce per propendere per la soluzione favorevole al disconoscimento, che il testamento olografo sia una scrittura il cui tratto formalistico, olografo, datato e sottoscritto ai fini della sua validità la rende una scrittura privata sui generis, i cui requisiti tendono a garantire la corrispondenza del contenuto del documento a quello della dichiarazione e la tutela della integrale autenticità di quest’ultima contro le manomissioni del terzo. Proprio all’olografia (di cui non si rinvengono altri riscontri) è attribuita una funzione specifica, ossia la funzione integrativa della “conoscenza” dell’atto, nel senso che con essa vuoi garantirsi che il testo sia stato “conosciuto” dal suo autore, in un significato dunque che va oltre la “presunzione di conoscenza” delle normali scritture.

In favore di questo indirizzo, che conduce alla soluzione favorevole alla querela di falso, si rilevano ancora la maggiore coerenza dello strumento della querela (che, con la partecipazione al processo del Pubblico Ministero, assicurerebbe migliore armonia con la rigorosa disciplina penale prevista per la ipotesi di falsificazione dell’olografo, parificata al reato di falsificazione dell’atto pubblico); la maggiore coerenza in riferimento all’oggetto dell’indagine (poiché con la contestazione della autenticità dell’olografo l’accertamento non si limita mai alla sola sottoscrizione per stabilirne la provenienza, ma all’intero testo, investito di dubbi in ordine alla sua genuinità, e ciò in armonia con l’oggetto dell’indagine per l’ipotesi di querela di falso dell’atto pubblico); la maggiore adeguatezza agli effetti giuridici dell’olografo, il quale, a differenza di ogni altra scrittura privata, è immediatamente esecutivo ed immediatamente costitutivo di situazioni giuridiche soggettive, attive e passive, in capo al chiamato alla successione.

  1. È convincimento del collegio che le inevitabili aporie destinate a vulnerare l’una e l’altra ipotesi di soluzione, tra quelle prospettate sino ad oggi in dottrina e in giurisprudenza, possano essere non del tutto insoddisfacentemente superate adottando una terza via, già indicata dalla giurisprudenza di questa Corte con la risalente sentenza del 1951 (Cass. 15.6.1951 n. 1545, Pres. Mandrioli, est. Torrente), e cioè quella predicativa della necessità di proporre un’azione di accertamento negativo della falsità.

20.1. Pur nella consapevolezza delle obiezioni mosse ilio tempore a tale ipotesi di soluzione del problema, è convincimento del collegio che la proposizione di una azione di accertamento negativo che ponga una questio nullitatis in seno al processo (anche se, più correttamente, sarebbe a discorrere di una quaestio inexistentiae) consente di rispondere:

– da un canto, all’esigenza di mantener il testamento olografo definitivamente circoscritto nell’orbita delle scritture private;

– dall’altro, di evitare la necessità di individuare un (assai problematico) criterio che consenta una soddisfacente distinzione tra la categoria delle scritture private la cui valenza probatoria risulterebbe “di incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso”, non potendosi esse “relegare nel novero delle prove atipiche” (così la citata Cass. ss.uu. 15161/2010 al folio 4 della parte motiva); dall’altro, di non equiparare l’olografo, con inaccettabile semplificazione, ad una qualsivoglia scrittura proveniente da terzi, destinata come tale a rappresentare, quoad probationis, una ordinaria forma di scrittura privata non riconducibile alle parti in causa;

– dall’altro ancora, di evitare che il semplice disconoscimento di un atto caratterizzato da tale peculiarità ed efficacia dimostrativa renda troppo gravosa la posizione processuale dell’attore che si professa erede, riversando su di lui l’intero onere probatorio del processo in relazione ad un atto che, non va dimenticato, è innegabilmente caratterizzato da una sua intrinseca forza dimostrativa;

– infine, di evitare che la soluzione della controversia si disperda nei rivoli di un defatigante procedimento incidentale quale quello previsto per la querela di falso, consentendo di pervenire ad una soluzione tutta interna al processo, anche alla luce dei principi affermati di recente da questa stessa Corte con riguardo all’oggetto e alla funzione del processo e della stessa giurisdizione, apertamente definita “risorsa non illimitata” (Cass. ss.uu. 26242/2014).

  1. Va pertanto affermato il seguente principio di diritto: La parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo, grava sulla parte stessa. In questi sensi ed entro tali limiti il ricorso principale va accolto (con conseguente assorbimento di quello incidentale), e il procedimento rinviato alla Corte di appello di Roma che, alla luce del principio di diritto ora esposto, esaminerà le ulteriori questioni conseguenti alla sua applicazione.

P.Q.M.

La Corte riuniti i ricorsi, accoglie il ricorso principale nei limiti di cui in motivazione, assorbito quello incidentale, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Roma in altra composizione.

. impugnazione testamento olografo
2. impugnazione testamento pubblico
3. impugnazione testamento termini
4. impugnazione testamento mediazione obbligatoria
5. impugnazione testamento lesione legittima
6. impugnazione testamento falso
7. impugnazione testamento prescrizione
8. impugnazione testamento olografo incapacità
9. impugnazione testamento pubblico termini
10. impugnazione testamento per lesione di legittima prescrizione
11. impugnazione testamento accettato
12. impugnazione testamento accettazione eredità
13. impugnazione testamento apocrifo
14. impugnazione testamento azione riduzione
15. impugnazione testamento azione di riduzione
16. impugnazione testamento articolo
17. impugnazione testamento anni
18. impugnazione testamento art
19. impugnazione testamento atto
20. impugnare testamento alzheimer
21. impugnazione testamento blocco beni
22. impugnazione testamento contributo unificato
23. impugnazione testamento competenza territoriale
24. impugnazione testamento creditori
25. impugnazione testamento competenza collegiale
26. impugnazione testamento creditori erede
27. impugnazione testamento captazione
28. impugnazione testamento competenza
29. impugnazione testamento conseguenze
30. impugnazione testamento codice civile
31. impugnazione testamento citazione
32. impugnazione testamento dopo accettazione eredità
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34. impugnazione testamento dopo accettazione
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40. impugnare testamento del fratello
41. impugnare testamento dopo anni
42. impugnazione testamento e mediazione
43. impugnazione testamento eredi legittimi
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49. impugnazione testamento e azione di riduzione
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69. impugnazione testamento integrazione contraddittorio
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72. impugnare il testamento pubblico
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84. impugnazione testamento legato
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87. impugnazione testamento motivi
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90. impugnazione testamento pubblico ministero
91. impugnazione testamento lesione legittima modello
92. modalità impugnazione testamento
93. impugnazione testamento nullo
94. impugnazione testamento notarile
95. impugnazione testamento non olografo
96. impugnare testamento nipoti
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98. impugnazione testamento incapacità naturale
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140. impugnare un testamento pubblico
141. impugnare un testamento per lesione di legittima
142. impugnare un testamento sentenze
143. impugnare un testamento forum
144. impugnare un testamento notarile
145. impugnare un testamento per violenza dolo o errore
146. impugnare un testamento olografo falso
147. impugnare un testamento termini
148. impugnazione testamento valore causa
149. impugnazione testamento violazione legittima termini
150. impugnazione testamento violazione legittima
151. impugnazione testamento pubblico violazione legittima
152. impugnazione testamento olografo verificazione
153. impugnazione testamento per violazione legittima
154. impugnazione testamento per violazione della legittima
155. impugnazione testamento per incapacità
156. impugnazione testamento per circonvenzione di incapace
157. impugnazione testamento per lesione legittima termini
158. impugnazione testamento per errore
159. impugnazione testamento per lesione della legittima
160. impugnare testamento zio
IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO AVVOCATO BOLOGNA

LE SUCCESSIONI

1.Generalità

Per successione a causa di morte si indica il fenomeno in base al quale un soggetto vivente subentra nella  titolarità di una situazione giuridica attiva e/o passiva facente capo ad una persona defunta e non estinta con la morte di quest’ultima.

Il suo fondamento è da rinvenire da un lato nell’interesse di natura sociale alla tutela della proprietà di cui all’articolo 42 Cost onde evitare, che, a seguito della morte del de cuis, i suoi beni diventino res nullius e, dall’altro, nell’interesse dei parenti a mantenere nell’ambito della cerchia familiare il patrimonio del soggetto defunto.

Non esistono che due fonti della successione posto che il legislatore ha espressamente stabilito all’articolo 457 comma 1 c.c che l’eredità si devolve solo per legge o per testamento. In tale inquadramento manca l’individuazione della successione necessaria che viene fatta rientrare insieme alla successione legittima nel più ampio genus di successione per legge condividendo con quella ab intestato sia il titolo costitutivo che il fondamento. Si parla infatti di “successione legittima potenziata” considerato che mentre le disposizioni previste a tutela dei legittimari prevalgono anche sulla eventuale volontà contraria del testatore, ex articolo 457 comma 3 c.c, tra successione legittima e testamentaria sussiste un rapporto di sussidiarietà, codificato al secondo comma dell’articolo in questione, in forza del quale non si fa luogo alla prima se non quando manca, in tutto o in parte,la seconda.

La regola generale in ogni tipo di successione, sia essa titolo universale o particolare, è quella della trasmissibilità dei soli diritti patrimoniali con alcune eccezioni rinvenibili nei rapporti intuitu personae,  in quelli legati ad uno status familiare e nei diritti reali legati alla vita del titolare. Sono invece intrasmissibili i diritti c.d personalissimi, ossia strettamente legati alla persona del loro titolare e, normalmente di contenuto non patrimoniale tra i quali rientrano i diritti della personalità, i rapporti e gli stati familiari. Si estinguono altresì con la morte del soggetto le posizioni aventi carattere strettamente personale o dichiarate intrasmissibili e i diritti e gli obblighi derivanti da rapporti di diritto pubblico. Un cenno particolare merita il diritto d’autore per cui occorre distinguere due diverse posizioni giuridiche. Ed infatti mentre il diritto patrimoniale d’autore, relativo allo sfruttamento economico dell’opera è trasmissibile in quanto diritto patrimoniale, il diritto morale d’autore, garantito dalla norma che protegge la paternità e l’integrità dell’opera, è la legge ad attribuirlo a determinate categorie di congiunti ( coniuge e figli), indipendentemente dalla loro qualità di eredi.

  1. Il Procedimento successorio

Ai sensi dell’articolo 456 c.c. la successione si apre al momento della morte nel luogo di ultimo domicilio del defunto. Per quanto concerne la determinazione temporale, l’accertamento pubblico della morte è effettuato dall’ufficiale di stato civile con l’atto di morte, poi annotato nei registri dello stato civile,  nel quale sono enunciati in particolare il luogo, il giorno,l’ora della morte e le generalità del defunto, in forza del disposto dell’ articolo 73 del d.p.r. 396 del 2000. Alla morte naturale dottrina e giurisprudenza della Cassazione equiparano la morte presunta pur se diverso è il modo di accertamento del decesso. In tale ultimo caso, infatti, la successione si apre nel momento in cui la sentenza abbia presunto essersi verificata la morte dell’assente, coincidente di solito con il giorno a cui risale l’ultima notizia del dichiarato morto e trascorsi dieci anni da questa, mentre la delazione ereditaria ha luogo solo nel momento in cui diviene eseguibile la sentenza dichiarativa della morte presunta.

L’elemento spaziale, individuato nell’ultimo domicilio del defunto, rileva al fine di individuare l’autorità giudiziaria competente per una serie di atti relativi alla materia successoria.

Diverso dal domicilio è il requisito della residenza che concorre, alternativamente alla cittadinanza, ad individuare invece la legge applicabile alla successione di cui si tratta. Ed infatti  ai sensi dell’articolo 46 della legge 218 del 1995 la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del soggetto della cui eredità si tratta, al momento della morte. Il secondo comma invece prevede la possibilità di esercitare la cosiddetta professio iuris consentendo al soggetto di sottoporre, con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. In materia è però da ultimo intervenuto il regolamento U.E. n.650 del 2012, applicabile alle successioni delle persone decedute alla data o dopo il 17 Agosto 2015, il quale ha invertito il criterio di individuazione della legge applicabile che risulta essere ora quella dello Stato in cui il defunto aveva la propria residenza abituale al momento della morte, fatta salva la possibilità per lo stesso di scegliere la legge dello Stato in cui ha la cittadinanza.

Il procedimento successorio, apertosi con l’apertura della successione, presenta quali ulteriori fasi quelle della vocazione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità. Mentre la vocazione sottolinea l’aspetto soggettivo, vale a dire la designazione, fatta per legge o per testamento, di coloro che dovranno succedere, la delazione, invece, indica l’aspetto oggettivo e va intesa come il complesso dei diritti, dei doveri e delle altre situazioni giuridiche che, alla morte del defunto, viene offerto al soggetto che succede.[4] Vige a tale ultimo proposito il principio della unicità della delazione sposato dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti per le quali, pur se duplice può essere la fonte dell’offerta (testamentaria o legale) , una sola è delazione. La Cassazione con la sentenza 12575 del 2000 ha fatto proprio il principio in questione evidenziando come “il vigente ordinamento giuridico non prevede una distinta accettazione dell’eredità a seconda del titolo della delazione, se per testamento o per legge, ma un solo diritto di accettazione che ha per oggetto il diritto all’eredità e non il titolo della delazione di quest’ultima.” D’altronde ammettere il contrario comporrebbe porre in essere un’accettazione o una rinuncia parziale all’eredità entrambe vietate

L’espressione “chiamato all’eredità” utilizzata dal legislatore ex articolo 460  c.c. non individua il vocato all’eredità ma solo il soggetto a cui questa è offerta, vale a dire il delato, che è immediatamente, anche prima dell’acquisto dell’eredità, titolare di due posizioni giuridiche distinte: egli ha innanzitutto il diritto di accettare l’eredità e, se muore senza averla accettata, tale diritto si trasmette ai suoi eredi,ai sensi dell’articolo 479 c.c.,  e gli compete inoltre un potere di amministrazione che gli consente ogni attività conservativa sul patrimonio ereditario

Ora, sebbene nella maggior parte dei casi vocazione e delazione coincidono nel tempo, verificandosi entrambe alla morte del de cuis, rectius all’apertura della successione, spesso tale convergenza temporale viene a mancare: in tali ipotesi, definite di aspettativa di delazione, all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita ad un momento successivo, per cui al vocato non ancora delato non competono i poteri tipici di quest’ultimo.

Ultima vicenda del procedimento successorio è l’acquisto dell’eredità che avviene con l’accettazione da parte del chiamato-delato, con cui egli diventa erede. L’accettazione può essere ,con riferimento all’incidenza della volontà, espressa o tacita ovvero, con riferimento alla responsabilità dei debiti ereditari, semplice o beneficiata.

L’accettazione espressa è disciplinata dall’articolo 475 c.c: è un negozio unilaterale non recettizio, irrevocabile stante il noto principio semel heres semper heres, e  che deve essere posto in essere  per atto pubblico o scrittura privata autenticata. È inoltre un actus legittimus  avuto riguardo al disposto dell’articolo 475 co.2 che stabilisce la nullità della dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine così come è parimenti nulla l’accettazione parziale dell’eredità ( articolo 475 co.3).

Relativamente all’accettazione tacita ex articolo 476 c.c., essa si ha “quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”. Il legislatore ha poi previsto espressamente delle ipotesi tipiche di accettazione tacita agli articoli 477 e 478 c.c. Quanto al primo articolo, la disposizione comprende tutti i contratti bilaterali a titolo oneroso o gratuito, facendo menzione non solo della donazione e della vendita ma anche della cessione che il chiamato faccia dei suoi diritti di successione ad un estraneo o ad altri chiamati all’eredità.  Il secondo si riferisce alla rinuncia ai diritti di successione, qualora detto atto sia fatto dietro corrispettivo o favore di alcuni soltanto dei chiamati, ossia a titolo gratuito.

L’eredità devolute a minori, gli interdetti, gli inabiliti e i minori emancipati devono accettarsi con beneficio di inventario, ai sensi degli articoli 471 e 472 c.c. Un obbligo analogo è posto a carico delle persone giuridiche o le associazioni, fondazioni o enti non riconosciuti, ex articolo 473 c.c,  con l’esclusione invece delle società che hanno la facoltà di accettare puramente e semplicemente.

  1. La capacità di succedere

Ai sensi dell’articolo 462 “ sono capaci di succedere coloro che, al tempo di apertura della successione, sono nati o concepiti  e, in caso di successione testamentaria, i figli non ancora concepiti di persona vivente al tempo della morte del testatore”.

Per quanto concerne poi la capacità di succedere dell’assente,  l’articolo 70 c.c statuisce che “ quando si apre una successione alla quale sarebbe chiamata una persona di cui si ignora l’esistenza, la successione è devoluta a coloro i quali spetterebbe in mancanza della detta persona, salvo il diritto di rappresentazione. Coloro ai quali è devoluta la successione devono innanzitutto procedere all’inventario dei beni e devono dare cauzione.”  In relazione a ciò, parte della dottrina ritiene che non sia esatto parlare di incapacità a succedere dell’assente, dal momento che l’articolo 70 c.c. dovrebbe essere posto in relazione con il precedente articolo 69 c.c. secondo cui “nessuno può reclamare un diritto in nome della persona di cui si ignora l’esistenza, se non prova che la persona esisteva quando il diritto è nato.” Norma che è a sua volta applicazione del più generale principio di diritto processuale di cui all’articolo 2697 c.c.  L’incertezza in ordine alla sopravvivenza dell’assente non esclude la delazione in suo favore ma impedisce agli interessati la prova della sopravvivenza stessa di tal chè se l’assente ricompare egli potrà far valere i suoi diritti sull’eredità a lui offerta.

Anche le persone giuridiche, sia pubbliche che private, possono essere successori ma solo per testamento, non essendovi per quest’ultime una successione legittima, fatto salvo lo Stato.

3.1 La capacità di succedere dei nascituri

La normativa dell’articolo 462 c.c. si pone in perfetta aderenza con l’articolo 1 comma 1 del codice civile il quale espressamente stabilisce che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”, evidenziando come la capacità a succedere altro non sia se non una species del più ampio genus di quest’ultima. Un problema particolare è però posto dai nascituri solo concepiti che il terzo comma dell’articolo 462 individua come possibili successibili anche prima dell’evento nascita.

Stante quanto sopra in dottrina sono state avanzate numerose tesi relative alla natura giuridica della successione dei nascituri.  In proposito alcuni autori hanno ravvisato nel dettato dell’articolo 462 una particolare ipotesi di capacità giuridica anticipata, altri hanno parlato di capacità provvisoria che diventa definitiva se il concepito viene ad esistenza, altri ancora hanno osservato che il legislatore nel caso di specie abbia operato attraverso lo strumento della finzione: il nascituro succede solo perché, in virtù appunto di una finzione legale, la sua nascita si considera come già avvenuta al tempo di apertura della successione.

La tesi però più seguita e prevalente è quella che individua nella istituzione di nascituri una fattispecie a formazione progressiva richiamando il disposto dell’articolo 1 comma 2 secondo cui i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento nascita. Si ha in altri termini una delazione condizionata dovuta all’ inesistenza del chiamato all’eredità che diverrà attuale nel momento in cui questi verrà alla luce. Per i nascituri, dunque, si rientra in quella fase di aspettativa di delazione già analizzata nella quale all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita; in cui non è consentita né un’accettazione né una rinuncia all’eredità o al legato prima della nascita e in cui non decorre il termine di prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità.

L’aver ammesso la possibilità che il nascituro sia chiamato alla successione ha indotto il legislatore ha prevedere norme che consentano la tutela e l’amministrazione dei beni ereditari durante il periodo di tempo che precede la nascita.

Fondamentale è a questo proposito distinguere tra soggetti concepiti e non concepiti. Ed infatti, nel secondo caso si verifica una scissione tra amministrazione dei beni ,affidata ai soggetti che sarebbero chiamati all’eredità qualora la nascita non si verificasse ( ossia il sostituto, coeredi in accrescimento ed eredi legittimi)stante il richiamato effettuato dall’articolo 643 all’articolo 642 c.c. , e la tutela dei diritti successori del non concepiti che spetta invece ai suoi futuri genitori.

Qualora invece chiamato all’eredità sia un concepito l’amministrazione e la tutela si cumulano nella persona dei genitori di quest’ultimo, ai quali si applicano, stante il richiamo contenuto nell’articolo 644, le norme che disciplinano i poteri del curatore dell’eredità giacente.

  1. Il divieto dei patti successori

L’espressione patto successorio indica l’accordo tra vivi avente ad oggetto una futura successione. In particolare, l’articolo 458 c.c. sancisce la nullità delle tre tipologie di patti successori previsti: istitutivi, dispositivi e rinunziativi.

I primi sono veri e propri contratti aventi natura giuridica mortis causa stipulati tra futuro dante causa e avente causa con cui il primo dispone della propria successione per il tempo in cui avrà cessato di vivere. La ratio del loro divieto è da rinvenirsi da un lato nell’inammissibilità di una terza forma di delazione, quale sarebbe quella contrattuale, e dall’altro nella tutela dell’assoluta libertà del testatore  che non potrebbe, come invece è ammesso per il negozio testamentario, revocare le proprie volontà.

Al contrario di quelli istitutivi i patti successori dispositivi e rinunziativi sono invece negozi giuridici inter vivos e non mortis causa in quanto non regolano la devoluzione della propria eredità o del proprio legato ma dispongono di un’eredità altrui non ancora aperta: i dispositivi hanno generalmente natura contrattuale ma possono essere anche negozi giuridici unilaterali nei limiti in cui tali negozi siano ammessi; nei rinunziativi rientrano sia la rinunzia unilaterale sia quella contrattuale, ossia il vero e proprio patto con cui taluno rinunzia ai diritti che gli deriveranno da una successione non ancora aperta. Il fondamento di questi ultimi due patti successori, molto meno convincente della ratio di quelli istitutivi, è da ricercare nella duplice esigenza di tutelare i soggetti inesperti e prodighi cosi come nell’impedire il desiderio della morte del de cuius.

Il divieto in questione assume una fondamentale importanza in riferimento al diritto internazionale privato sia in ragione del carattere transfrontaliero che le vicende successorie tendono ad assumere nei tempi recenti sia in relazione al fatto che la legge 218 del 1995 non contiene alcuna esplicita disposizione sui patti successori.

Stante quanto sopra la dottrina maggioritaria, propende per l’applicazione della norma dettata in tema di successioni con tutti i problemi che tale inquadramento comporta posto che i patti successori sarebbero regolati da una legge che risulta determinabile con certezza solo con la morte del soggetto della cui successione si tratta, rimanendo invece privo di disciplina il periodo transitorio tra la conclusione del patto successorio e l’apertura della successione.

Esclusa poi altresì la natura dell’articolo 458 c.c. come norma contraria all’ordine pubblico internazionale, non potendosi quindi ritenere invalido un patto successorio che una legge straniera riconosce come valido, occorre domandarsi se detto articolo possa qualificarsi come norma di applicazione necessaria, vale a dire norma imperativa che deve comunque trovare applicazione, indipendentemente dalla legge di conflitto applicabile. A tale quesito non può che darsi risposta negativa dal momento che una regola che ritenga validi i patti successori possa compromettere interessi di primaria importanza sociale quali devono essere quelli riguardanti una norma di applicazione necessaria.[8]

Anche in materia è intervenuto  il Regolamento U.E. n.650 del 2012 il cui articolo 25 detta una apposita disposizione in materia di patti successori stabilendo che la legge applicabile ai patti successori è quella che, in forza dello stesso regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione del soggetto se questi fosse deceduto il giorno della conclusione del patto. La disposizione citata inoltre prevede la possibilità di un patto successorio riguardante la successione di più persone che è ritenuto valido solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero disciplinato la successione di ciascuna se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto.

Il terzo paragrafo dell’articolo 25 ammette la possibilità per le parti di scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, la legge che la persona o una delle persone della cui successione  si tratta avrebbe potuto scegliere effettuando la professio iuris, ossia quella dello Stato in cui ha la cittadinanza: in tal modo le parti potranno sottoporre ad una differente legge non tutta la vicenda successoria ma solo il patto successorio.

Nel divieto dell’articolo 458 c. rientrano non solo i patti successori reali, ossia quelli con cui taluno dispone immediatamente della propria successione o dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad un altro soggetto ovvero rinunzia a tali diritti, ma anche quelli con cui ci si obbliga in tal senso, facendo sorgere in tale ultimo caso il problema relativo alla validità dell’atto esecutivo successivo compiuto dal de cuius o dall’erede.

Mentre è evidente la piena validità dell’atto successivo compiuto senza che il soggetto si senta obbligato dal precedente patto successorio, occorre invece analizzare più approfonditamente il caso in cui il soggetto con tale atto adempia all’obbligo assunto con il negozio vietato.

Quanto agli atti esecutivi di patti istitutivi, la tesi preferibile è quella che lo ritiene nullo per illiceità del motivo, ex articolo 656 c.c; illiceità rinvenibile proprio nel  proposito del testatore di rispettare l’impegno assunto. Per escludere tale invalidità, è sufficiente che il testamento successivo, che normalmente rappresenta l’atto successivo del patto istitutivo, non contenga la menzione dell’impegno del testatore, poiché in tal modo non risulta applicabile la sanzione di cui alla citata norma la quale presuppone non solo che il motivo sia determinante ma anche che esso risulti espressamente dal testamento.

Relativamente agli atti successivi di patti dispositivi, essi sono annullabili per errore di diritto ai sensi dell’articolo 1429 n.4 trattandosi di atti inter vivos e non mortis causa.

Per gli atti successivi di patti rinunziativi invece essi non potranno essere impugnati in quanto, ai sensi dell’articolo 526 c.c., la rinuncia all’eredità può essere impugnata solo se è l’effetto di violenza o dolo non anche per errore.

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