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EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

 

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EREDE QUOTA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI

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  • il coniuge 
  • i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti)
  • i genitori (solo in assenza di figli)
EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

– “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;
– “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;
– “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti

  • Suprema Corte di Cassazione
  • sezione II
  • sentenza  4 dicembre 2015, n. 24755
  • Ritenuto in fatto 
  • – M.S., M.L.B. e M.M. – nella qualità di eredi legittimane del comune padre Ma.Sc., il quale, con testamento olografo, aveva lasciato ai suoi figli maschi la proprietà di tutti i suoi beni mobili e immobili e alla moglie l’usufrutto generale sugli stessi – convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Vicenza, i loro fratelli M.C., M.I. e M.L. e la comune madre B.M.E., chiedendo la riduzione delle disposizioni testamentarie del cuius e la reintegrazione di esse attrici nella loro quota di riserva, con la condanna dei convenuti alla corresponsione della quota dei frutti ad esse spettanti.
    Nella resistenza dei convenuti, l’adito Tribunale determinò il valore del compendio ereditario e il valore della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatane con riferimento al momento dell’apertura della successione, dichiarò proporzionalmente ridotte le disposizioni testamentarie del de cuius e dichiarò inammissibile – in quanto tardivamente proposta in sede di precisazione delle conclusioni – la domanda di divisione dei beni ereditari.
    2. – Con sentenza dell’11.6.2009, la Corte di Appello di Venezia rigettò l’appello principale proposto dalle attrici e gli appelli incidentali proposti dai convenuti M.C., M.I. e M.L. e confermò le predette statuizioni della pronuncia di primo grado.
    3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorrono M.S., M.L.B. e M.M. sulla base di quattro motivi.
    Resistono con controricorso M.C., M.I., anche nella qualità di eredi della comune madre B.M.E. , nel frattempo deceduta.
    M.L. , intimato in proprio e quale erede di B.M.E., e M.F., intimata solo nella qualità di erede della B. , non hanno svolto attività difensiva.
    Le ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..
  • Considerato in diritto 
  • – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa e insufficiente motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla quantificazione del valore globale dell’asse ereditario al momento dell’apertura della successione e al valore della quota di legittima spettante a ciascuna delle attrici sotto un duplice profilo: quello dell’avvenuta decurtazione del valore dei beni conseguente al rapporto di affitto gravante sugli stessi; e quello della mancata riduzione dell’usufrutto assegnato al coniuge superstite, nonostante che esso risultasse eccedente la quota disponibile.
    In particolare, con riferimento al primo profilo, si deduce che i giudici di merito avrebbero errato a decurtare il valore stimato dei beni immobili costituenti l’asse ereditario nella misura del 25% per la ritenuta esistenza di un contratto di affitto dei detti beni (costituiti da fondi agricoli), stipulato tra la comune madre B.M.E. (quale concedente) e il convenuto M.L. (quale affittuario); ciò in quanto non vi sarebbe prova di tale contratto di affitto e il contratto di affitto prodotto solo in appello dai convenuti sarebbe ininfluente, perché stipulato solo nell’anno 1995, ben otto anni dopo l’apertura della successione. Con riferimento al secondo profilo, si lamenta la carenza assoluta di motivazione in ordine alle deduzioni contenute nell’atto di appello, con le quali si lamentava che le attrici, seppur reintegrate nella loro quota di riserva sulla nuda proprietà dei beni relitti, non erano state reintegrate nella loro quota di riserva spettante sull’usufrutto assegnato alla madre, che era eccedente la quota disponibile e che doveva, pertanto, essere ridotto.
    Il primo profilo della censura non può trovare accoglimento.

    Dalla relazione del C.T.U., richiamata dalla parte resistente, risulta che il contratto di affitto in favore di M.L. , del quale si è tenuto conto ai fini della stima del valore dell’asse ereditario, era stato stipulato in data 1.7.1981 tra il de cuius (quale concedente) e M.L. (quale affittuario). Pertanto, ai fini della determinazione del valore dell’asse ereditario, si è tenuto conto di tale contratto preesistente alla morte del de cuius, e non del successivo contratto menzionato da parte ricorrente; e ciò trova conferma nel fatto che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale ha fatto riferimento ad un contratto di affitto esistente all’epoca dell’apertura della successione, evidentemente diverso da quello – stipulato tra B.M.E. e M.L. – prodotto nel successivo giudizio di appello; contratto quest’ultimo che, pertanto, non risulta essere stato posto a base delle conformi statuizioni sul punto dei giudici di primo e di secondo grado. Non è dubbio, invero, che la Corte di Appello, nel ribadire l’esistenza di un contratto di affitto, ha inteso fare riferimento al contratto accertato dal primo giudice e risultante dalla C.T.U., e non al successivo contratto prodotto nel giudizio di gravame.

    Sotto tale profilo, peraltro, la censura non supera neppure il vaglio di ammissibilità per difetto di autosufficienza, nella misura in cui non sono state trascritte nel ricorso le risultanze istruttorie complete relative al contratto di affitto, cosicché non si consente alla Corte una più approfondita verifica del denunciato vizio di motivazione.

    È fondato, invece, il secondo profilo della censura.

    A fronte della precisa censura mossa con l’atto di appello, la Corte territoriale ha omesso del tutto di motivare circa le ragioni per le quali la riduzione, da disporsi a seguito dell’accertata lesione delle quote di legittima spettanti alle attrici, non ha investito, oltre alla nuda proprietà degli immobili, anche l’usufrutto assegnato alla comune madre, che risultava eccedente la quota disponibile (secondo le risultanze della C.T.U., riportate nel ricorso, il valore dell’usufrutto era pari ad lire 199.360.00, mentre il valore della disponile ammontava a lire 91.000.000).

    Sul punto, pertanto, la sentenza impugnata va cassata, perché il giudice di rinvio esamini la censura de qua e decida di conseguenza.

    2. – Gli altri motivi di ricorso possono essere esaminati unitariamente.

    Col secondo motivo, si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., con riferimento a tre profili: alla omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura; alla omessa pronuncia sulla domanda accessoria per i frutti; e all’omesso ordine di trascrizione della richiesta sentenza attributiva della quota di titolarità sui beni relitti.

    Col terzo motivo di ricorso, si lamenta poi il vizio di motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta mancata proposizione di domanda di attribuzione pro quota in natura – a titolo di legittima – della proprietà dei beni relitti; si deduce, in particolare, che la Corte territoriale erroneamente avrebbe negato alle attrici l’attribuzione di una quota di comproprietà dei beni relitti per il fatto che le stesse non avevano chiesto la divisione dei beni ereditari, una cosa essendo l’azione di reintegrazione della quota di legittima, altra cosa la domanda di divisione dell’eredità.

    EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

    EREDE QUOTA STUDIO LEGALE BOLOGNA PRELAZIONE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA PADOVA, RAVENNA RIMINI CESENA FORLI QUOTA DI LEGITTIMA EREDE Le persone che hanno diritto alla riserva sono : CONIUGE, FIGLI, GENITORI il coniuge i figli (o i loro discendenti, se i figli sono premorti) i genitori (solo in assenza di figli)

    Col quarto motivo di ricorso, infine, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 537 – 542 – 554 – 558 – 561 – 734 – 735 cod. civ., ancora con riferimento al diniego della reintegrazione delle quote di legittima in natura. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel negare alle legittimane la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni. Così opinando, la Corte di merito non avrebbe considerato che una siffatta divisione testamentaria – ove fosse ravvisabile – sarebbe nulla per il disposto dell’art. 735 cod. civ., per non avere il testatore compreso in essa le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimarie in luogo dei beni immobili relitti.
    Le questioni sottoposte con le censure in esame vanno esaminate, nei paragrafi che seguono, secondo il seguente ordine logico:
    a) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, in generale e sotto il profilo della mancata proposizione della domanda;
    b) omessa reintegrazione delle quote di legittima in natura, con attribuzione di quote di comproprietà dei beni relitti, sotto il profilo della osservanza della volontà del de cuius quale manifestata col testamento;
    c) omessa pronuncia sulla domanda relativa ai frutti;
    d) omesso ordine di trascrizione della quota di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    2.1. – Va innanzitutto esaminata la doglianza con la quale si lamenta che la Corte di Appello, nell’accogliere la domanda di reintegrazione delle quote di legittima, non abbia attribuito alle attrici tali quote in natura, riconoscendo loro una quota di comproprietà dei beni relitti. Secondo le ricorrenti, l’argomento contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, secondo cui le attrici non avrebbero titolo per ottenere l’attribuzione delle loro quote in natura per il fatto di non avere chiesto la divisione dell’asse ereditario (tale domanda, in realtà, è stata ritenuta inammissibile per essere stata proposta tardivamente), sarebbe del tutto erroneo, perché l’azione di reintegrazione di legittima è autonoma rispetto alla domanda di divisione dell’eredità.
    La censura è fondata.
    Va premesso che, a tutela dell’interesse generale alla solidarietà familiare, l’ordinamento giuridico prevede – con disposizioni che hanno carattere inderogabile – che i più stretti congiunti del de cuius hanno il diritto di ottenere, anche contro la volontà del defunto e in contrasto con gli atti di disposizioni dallo stesso posti in essere, una quota di valore del patrimonio ereditario e dei beni donati in vita dal defunto stesso (c.d. diritto di legittima o di riserva). La legge configura così una “successione necessaria”, in forza della quale le disposizione del defunto lesive della “quota di legittima”, pur non essendo invalide (mille o annullabili), sono tuttavia soggette a riduzione, sono cioè suscettibili – su domanda del legittimario leso (c.d. azione di riduzione) – di essere private della loro efficacia giuridica nella misura necessaria e sufficiente a reintegrare il diritto del legittimario. In tal senso, l’azione di riduzione (art. 557 cod. civ.) si distingue dalle azioni dirette ad impugnare il testamento o le donazioni per vizi di volontà o di forma e si configura propriamente come un’azione a carattere costitutivo, con la quale il legittimario, leso nel suo diritto di legittima dalle disposizioni testamentarie o dagli atti di donazione posti in essere dal de cuius, può ottenere la pronuncia di inefficacia, nei suoi confronti, delle disposizioni del defunto lesive della sua quota di riserva.
    Il legittimario, quando sia stato interamente pretermesso dal testatore, non ha la posizione di chiamato all’eredità; tuttavia, egli, a seguito dell’esercizio dell’azione di riduzione, acquista la qualità di erede, conseguendo perciò una quota dell’eredità, la cui misura muta – secondo le previsioni di legge – a seconda del numero dei legittimari e della vicinanza del loro legame familiare col defunto.
    Dal carattere inderogabile delle disposizioni sulla successione c.d. necessaria deriva che l’azione di riduzione è irrinunciabile finché la successione non è ancora aperta, incorrendo una tale rinuncia nella violazione del divieto posto dagli artt. 458 e 557 cod. civ.; l’azione di riduzione è invece rinunciabile dal legittimario dopo l’apertura della successione.
    La legge non riserva ai legittimari tutta l’eredità, ma riserva loro solo una quota o frazione di essa (c.d. quota non disponibile o di riserva), consentendo che la restante parte (c.d. quota disponibile) possa mantenere la destinazione voluta dal de cuius.
    Come questa Corte suprema ha più volte chiarito, la quota disponibile da parte del de cuius e, specularmente, la quota di riserva spettante al legittimario vanno calcolate (art. 556 cod. civ.) procedendo, anzitutto, alla formazione della massa di tutti i beni che appartenevano al defunto al tempo della sua morte (c.d. relictum) e alla determinazione del loro valore con riferimento al momento dell’apertura della successione; indi detraendo dal relictum i debiti del defunto, da valutare con riferimento alla stessa data, in modo da ottenere il c.d. attivo netto; provvedendo successivamente alla c.d. riunione fittizia, ad una riunione cioè meramente contabile, tra attivo netto e i beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione (c.d. donatum), dovendosi a tal fine stimare i beni immobili e mobili donati secondo il valore che avevano al tempo dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ.) e il denaro donato secondo il suo valore nominale (art. 751 cod. civ.); calcolando poi la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma tra il valore del relictum al netto ed il valore del donatum; imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario (art. 564, comma 2, cod. civ.), con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 27352 del 23/12/2014, Rv. 633774; Sez. 2, Sentenza n. 12919 del 24/07/2012, Rv. 623475; Sez. 2, Sentenza n. 11873 del 01/12/1993, Rv. 484561).
    Orbene, ciò premesso, va osservato che le attrici, con la domanda introduttiva, chiesero di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti.
    Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, la reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, deve essere effettuata con beni in natura (salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni), senza che si possa procedere alla imputazione del valore dei beni, che è facoltà prevista per la sola collazione nel diverso ambito della divisione ereditaria (Sez. 2, Sentenza n. 4698 del 12/05/1999, Rv. 526231; analogamente, Sez. 2, Sentenza n. 10564 del 19/05/2005, Rv. 582480; Sez. 2, Sentenza n. 1079 del 16/04/1970, Rv. 346628).
    Tale principio trova fondamento giuridico nella natura della legittima, che è una quota di eredità, cosicché la riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius attribuisce al legittimario la qualità di erede. Il legittimario, pertanto, ha diritto di ricevere la sua quota di eredità in natura e non può essere obbligato a ricevere la reintegrazione della sua quota in denaro.
    Peraltro, quando – come nel caso di specie – la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario interamente pretermesso acquista, con la riduzione, la qualità di erede pro quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria. La partecipazione alla comunione ereditaria da parte del legittimario è limitata alla quota astratta o frazione prevista dalla legge, in particolare dagli artt. 537 e segg. cod. civ. (la metà; un terzo; un quarto; etc.).
    Pertanto, il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi che spetta a ciascun legittimario, divenuto erede necessario.
    Diversa e distinta dall’azione di riduzione è l’azione di divisione ereditaria.
    E invero, mentre l’azione di riduzione tende, indipendentemente dalla divisione dell’asse ereditario, al soddisfacimento dei diritti dei legittimari nei limiti in cui tali diritti siano stati lesi dalle disposizioni testamentarie, l’azione di divisione tende allo scioglimento della comunione ereditaria già esistente.
    L’esercizio dell’azione di divisione ereditaria ha, dunque, come condizione imprescindibile l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto alla eredità, la quale non sussiste necessariamente nella situazione tutelabile con l’azione di reintegrazione della quota di legittima. Tanto è vero che il legittimario pretermesso dal testatore, escluso – in quanto tale – dalla comunione ereditaria, non è legittimato a chiedere la divisione se non dopo avere sperimentato con successo l’azione di riduzione delle disposizioni lesive della sua quota di riserva ed essere così divenuto partecipe della comunione dei beni ereditari (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 35 del 05/01/1967, Rv. 325650).
    Dall’autonomia e dalla diversità delle due azioni deriva che le stesse possono essere esercitate sia cumulativamente nello stesso processo sia separatamente l’una dall’altra; senza che, in ogni caso, la domanda di riduzione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di divisione né che la domanda di divisione possa ritenersi implicitamente proposta con la domanda di riduzione (cfr., Sez. 2, Sentenza n. 20143 del 03/09/2013, Rv. 627603; Sez. 2, Sentenza n. 1408 del 23/01/2007, Rv. 595739; Sez. 2, Sentenza n. 866 del 12/02/1981, Rv. 411363; Sez. 2, Sentenza n. 3500 del 22/10/1975, Rv. 377675).
    Ha errato pertanto la Corte territoriale nell’affermare (p. 15 della sentenza impugnata) che “le appellanti non hanno mai chiesto la divisione dell’asse ereditario, ma solo la quantificazione della quota loro spettante, per cui, in questa fase processuale, non hanno alcun diritto per chiedere l’attribuzione della loro quota in natura”; ha errato sotto due profili.
    In primo luogo, perché le attrici, con la domanda introduttiva, avevano chiesto di essere reintegrate nelle quote di legittima loro spettanti e ciò era sufficiente per dichiararle eredi necessarie del de cuius e partecipi della comunione dei beni ereditari nei limiti delle quote per esse previste dalla legge.
    In secondo luogo, perché, alla stregua della rilevata autonomia e diversità dell’azione di divisione ereditaria rispetto all’azione di riduzione, la mancata valida proposizione della domanda di divisione da parte delle attrici non poteva pregiudicare il loro diritto di conseguire in natura le loro quote di legittima, ma avrebbe dovuto avere il solo effetto di determinare il protrarsi della comunione ereditaria. In altre parole, la mancata proposizione della domanda di divisione dei beni ereditali non avrebbe potuto spiegare alcun effetto sulla domanda di riduzione e di reintegrazione delle quote di legittima spettanti alle attrici.
    Ha errato, pertanto, la Corte di Appello di Venezia a riconoscere alle attrici solo un credito meramente pecuniario nei confronti dei convenuti; così come errò il Tribunale nel quantificare in una somma di denaro l’ammontare della quota spettante a ciascuna delle attrici riservatarie.
    Se è vero infatti che la quantificazione in denaro del valore della quota di legittima spettante al riservatario serve strumentalmente – ai fini dell’accertamento della fondatezza dell’azione di riduzione – a valutare la sussistenza della lesione della quota di riserva e l’estensione della stessa, è pari menti vero che, ultimata tale valutazione, il giudice – nell’accogliere l’azione di riduzione – deve poi limitarsi a dichiarare quali siano i beni ereditari e quale sia la quota astratta di partecipazione alla proprietà degli stessi spettante a ciascun legittimario.
    2.2. – Parimenti fondata è la censura di cui al quarto motivo di ricorso, con la quale si deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale nel negare alle legittimarie la proprietà pro quota dei beni relitti sul presupposto che il testatore aveva espresso la volontà di attribuire tali beni ai soli figli maschi, così operando una divisione testamentaria dei suoi beni ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    Secondo la Corte di Appello di Venezia, “essendo volontà del de cuius che i terreni rimanessero nell’esclusiva disponibilità dei tre figli maschi, è evidente come lo stesso avesse già operato la divisione dei suoi beni, liquidando in vita le figlie in denaro, onde a queste spetta il solo credito pecuniario nei confronti dell’eredità ex art. 734 c.c.” (p. 15 della sentenza impugnata).
    Con ciò la Corte territoriale è incorsa nella denunciata violazione dell’art. 735 cod. civ., che prevede la nullità della divisione nella quale il testatore non abbia compreso le posizioni dei legittimari; né l’asse ereditario comprendeva, tra i diversi beni, somme di denaro in contante, che potevano essere attribuite alle legittimane in luogo dei beni immobili relitti.
    Trattasi di una nullità che costituisce corollario del carattere inderogabile delle disposizioni in tema di reintegrazione della quota di legittima; essa può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice (art. 1421 cod. civ.).
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte secondo cui il principio di intangibilità della legittima comporta che i diritti del legittimario debbano essere soddisfatti con beni o denaro provenienti dall’asse ereditario, con la conseguenza che l’eventuale divisione operata dal testatore contenente la disposizione per la quale le ragioni ereditarie di un riservatario debbano essere soddisfatte dagli eredi tra cui è divisa l’eredità mediante corresponsione di somma di denaro non compresa nel relictum è affetta da nullità ex art. 735, primo comma, cod. civ. (Sez. 2, Sentenza n. 3694 del 12/03/2003, Rv. 561111; Sez. 2, Sentenza n. 16698 del 11/08/2015, Rv. 636171; Sez. 2, Sentenza n. 3599 del 23/03/1992, Rv. 476411).
    Né la Corte territoriale avrebbe potuto riconoscere validità alla scrittura privata stipulata il 16.3.1975 tra il de cuius – ancora in vita – e le sue figlie (odierne attrici), con la quale queste ultime accettarono una somma di denaro “a tacitazione completa della futura eredità”: sia perché, ai sensi dell’art. 557 comma 2 cod. civ., l’azione di riduzione è irrinunciabile finché il donante è in vita; sia perché l’art. 458 cod. civ. (sotto la rubrica “Divieto di patti successori”) dichiara espressamente nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta o rinunzia ai medesimi.
    In definitiva, è priva di ogni fondamento giuridico la ratio decidendi alternativa individuata dalla Corte territoriale per giustificare la mancata attribuzione alle attrici delle loro quote di legittima in natura; conseguentemente, la sentenza impugnata va cassata anche sotto il profilo della riconosciuta validità della divisione testamentaria disposta dal de cuius ai sensi dell’art. 734 cod. civ..
    2.3. – Conseguente alla ritenuta fondatezza delle censure dianzi esaminate – e all’accoglimento del ricorso relativamente alle medesime – è l’assorbimento della censura di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta l’omessa pronuncia sulla domanda accessoria relativa ai frutti.
    Il mancato riconoscimento dei frutti era coerente – nel percorso logico seguito dai giudici di merito – con la mancata attribuzione dei beni in natura alle attrici legittimane e col riconoscimento ad esse di un mero diritto di credito. Una volta però riconosciuto che alle attrici spetta l’attribuzione delle loro quote di legittima in natura, va riconosciuta loro anche la corresponsione dei frutti dei beni ereditari dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alle quote astratte di eredità a ciascuna di esse spettanti su tali beni.
    Sul punto, va ribadito il principio dettato da questa Corte, secondo cui al legittimario cui venga restituito un immobile per reintegrare la quota di legittima spetta, a norma dell’art. 561 cod. civ., anche il diritto ai frutti quali accessori del bene, in relazione al suo mancato godimento (Sez. 2, Sentenza n. 7478 del 05/06/2000, Rv. 537243).
    2.4. – Parimenti assorbita nell’accoglimento delle censure esaminate nei paragrafi 2.1. e 2.2., è la doglianza di cui al secondo motivo di ricorso, con la quale si lamenta il mancato ordine di trascrizione delle quote di proprietà dei beni ereditari spettanti alle attrici.
    Sul punto, è comunque il caso di osservare che, se al legittimario spetta l’attribuzione della sua quota di legittima in natura (in particolare, spetta – nel caso di pluralità di eredi – una quota della comproprietà dei beni ereditari), non è dubbio che il giudice di merito è tenuto a dichiarare quali siano i beni ereditari, a dichiarare la quota di proprietà sugli stessi che spetta al legittimario e a disporre la trascrizione di tale titolo di proprietà nei pubblici registri immobiliari.
    Ha errato, pertanto, la Corte territoriale a ritenere che, in assenza di domanda di divisione, nulla vi è da trascrivere nei registri immobiliari (p. 17 della sentenza impugnata): una cosa è, invero, la domanda di divisione ereditaria, quale richiesta di scioglimento di una comunione esistente; altra cosa è l’azione di riduzione, quale istanza per la costituzione della comunione ereditaria – prima inesistente – tra legittimari ed eredi testamentari. E con la costituzione della comunione ereditaria tra eredi legittimari ed eredi testamentari, sorge la necessità di disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, delle quote di comproprietà sui beni della comunione ereditaria indivisi spettanti ai singoli eredi.
    In tal senso, dopo aver riconosciuto la partecipazione delle attrici alla comunione ereditaria, avrebbero dovuto provvedere i giudici di merito.
    3. – In definitiva, il ricorso è fondato e va accolto per quanto di ragione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia, la quale si conformerà, ai sensi dell’art. 384 comma 2 cod. proc. civ., ai seguenti principi di diritto:
    – “La reintegrazione della quota di legittima, conseguente l’esercizio dell’azione di riduzione, va effettuata con beni in natura, salvi i casi eccezionalmente previsti dall’art. 560 secondo e terzo comma cod. proc. civ. per la riduzione dei legati e delle donazioni”;
    – “Quando la riduzione riguarda le disposizioni a titolo universale con le quali sono stati nominati eredi testamentari, il legittimario pretermesso, ottenendo la reintegrazione della quota di legittima, acquista la qualità di erede pro-quota, che lo rende partecipe della comunione ereditaria nella misura della frazione prevista dagli artt. 537 e segg. cod. civ. Ne deriva che il giudice, nell’accogliere la domanda di riduzione, deve dichiarare, non quale sia il valore economico della quota di eredità spettante al legittimario, ma quali siano i beni ereditari e quale sia la quota di partecipazione del legittimario alla proprietà degli stessi”;
    – “La divisione disposta con testamento, nella quale il testatore non abbia contemplato le posizioni di alcuno dei legittimari è nulla, ai sensi dell’art. 735 cod. civ., e tale nullità può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse ed è rilevabile d’ufficio dal giudice”;
    – “Al legittimario che ottiene la reintegrazione della quota di riserva mediante l’attribuzione di beni in natura spetta la corresponsione, da parte dell’erede testamentario, dei frutti dei beni ereditari con decorrenza dal momento dell’apertura della successione e nella misura corrispondente alla quota astratta di eredità spettante al legittimario su tali beni”;
    – “Nel reintegrare la quota di legittima in natura, mediante il riconoscimento della partecipazione del legittimario alla comunione ereditaria nei limiti della frazione prevista dalla legge, il giudice deve disporre la trascrizione, nei pubblici registri immobiliari, della quota di comproprietà sui beni ereditari, adeguatamente individuati, spettante al legittimario e – correlativamente – delle quote di comproprietà spettanti agli eredi testamentari”.
    Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

  • Q.M. 
  • La Corte Suprema di Cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia.

 

EREDE E TESTAMENTO DOMANDE E RISPOSTE  

  • DOMANDA Quando e dove si apre la successione?

Nel  momento della morte nel luogo dell’ultimodomicilio del defunto

  • DOMANDA

Quanto tempo ho per l’accettazione di eredità?

Il termine è 10 anni dall’apertura della successione

3)DOMANDA Chi è chiamato all’eredità è automaticamente titolare dei beni e diritti della stessa? 

Assolutamente No, in quanto prima deve accettare l’eredità espressamente (si accetta o si assume il titolo di erede in un atto pubblico o in una scrittura privata) oppure tacitamente (ipotesi più frequente e consistente nel compiere un atto che presuppone necessariamente la volontà di accettare: si pensi alla vendita di un bene ereditario).

RISPOSTE EREDITA’ TESTAMENTO SUCCESSIONE

 

4)DOMANDA testamento olografo erede universale cosa vuol dire?RISPOSTA

Vuol dire che il testamento se validi ha designato una persona ered edell’intero patrimonio, attenzione però anche degli eventuali debiti

5)DOMANDA testamento a favore dei nipoti?

RISPOSTA Non si puo’ dimenticare gli eredi necessari ad esempio non possiamo fare testamento dell’intero patrimonio a favore di nipoti se abbiamo figli, se lo facciamo per la quota di legittima spettante ai figli il testamento non è valido

6)DOMANDA si può escludere un figlio dal testamento?

RISPOSTA No al figlio spetta la quota di legittima per legge, il figlio è erede necessario

7)DOMANDA erede legittimo escluso dal testamento ?

RISPOSTA Puo’ gustamente rivendicare la sua quota, e chiedere quindi che le venga riconosciuta

8)DOMANDA iltestamento può escludere i fratelli ?

 

RISPOSTA I fratelli non sono eredi necessari quindi il testamento puo’ escluderli

9)DOMANDA Si puo lasciare in eredità una casa ?

 

RISPOSTA : Si puo’

6)Domanda eredità senza testamento come funziona ?

RISPOSTA l’eredità senza testamento porta all’applicazione delle norme del codice civile per l’eredita’ e la sua divisione tra eredi legittimi

10) DOMANDA anticipo eredità legittima ?

RISPOSTA Non si puo’ non vi è eredità se non muore il de cuius.

Colui che deve fare testamento puo’ fare donazioni in vita ma se ne terrà conto ai fini dell’eredita’

rinunciare all’eredità prima della morte

11) domanda posso chiedere un anticipo sull’eredità?

Risposta la norma generale è l’articolo 588 c.c. “Le disposizioni testamentarie, qualunque sia l’espressione o la denominazione usata dal testatore, sono a titolo universale e attribuiscono la qualifica di erede, se comprendono l’universalità o una quota dei beni del testatore. Le altre disposizioni sono a titolo particolare e attribuiscono la qualifica di legatario”. Il legato è soggetto all’azione di riduzione se il testatore non ha rispettato le quote di riserva ( o di legittima), disponendo oltre la quota di legittima, se sussistano ovviamente i legittimari. Diversamente il legato essendo attribuito in via specifica non viene considerato come quota dell’intera eredità.

 

Si ma si intende una donazione e se ne terrà conto nella futura divisione

 

 

12)DOMANDA Eredità soldi in banca cosa fare

 

RISPOSTA In generale, possiamo affermare che hanno diritto ad una quota del conto corrente del defunto glieredi che hanno accettato l’eredità: la rinuncia con beneficio di inventario non è di ostacolo all’eredità delle somme del conto corrente ma lo è la rinuncia pura all’eredità stessa. Quindi, solo colui che ha accettato l’eredità può ottenere la propria quota di conto.

L’erede ha diritto a conoscere dalla banca presso cui il soggetto defunto aveva aperto il conto, l’effettiva giacenza del conto stesso. A tal fine l’erede deve recarsi presso l’istituto di credito e dimostrare la propria qualità di erede a mezzo di atto notorio e l’avvenuto decesso con il certificato di morte. Con tale documentazione, l’erede potrà avere informazioni dalla banca su tutti i conti correnti, i depositi, i libretti di risparmio, le cassette di sicurezza, i finanziamenti in corso e quelli estinti, le azioni e le obbligazioni intestate dal soggetto defunto.

13)DOMANDA Anticipo eredità in denaro?

RISPOSTA Si mediante una donazione

14)DOMANDA si può escludere un figlio dall’eredità?

 

RISPOSTA No il figlio ha diritto alla quota di leggitim a prevista dalla legge

 

Alla morte di una persona, la legge riserva ad alcuni parenti stretti, per lo più figli e coniuge, una quota del patrimonio del defunto, intendendosi per patrimonio non solo ciò che lascia, ma anche ciò di cui si è spogliato, in vita, per donazione. Nel caso in cui vengano all’eredità, insieme alle due sorelle, anche il coniuge, la quota di legittima sarà di 1/4 per ciascuno, potendo disporre liberamente di 1/4 dell’eredità.

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15) DOMANDA impugnare testamento redatto da notaio si puo’

 

RISPOSTA certamente si ,teniamo presente che trattasi di testamento pubblico assai piu’ difficile da rimuovere rispetto a un testamento olografo !!

Il testamento pubblico (art. 603 c.c.) è ricevuto da un notaio in presenza di due testimoni, con il testatore che dichiara al notaio la propria volontà; volontà che il notaio mette per iscritto, dopo di che darà lettura del testamento ai presenti. Di ciascuna di tali formalità viene fatta menzione nel testamento. Questo deve indicare il luogo, la data del ricevimento e l’ora della sottoscrizione, e dev’essere firmato dal testatore, dai testimoni e dal notaio. Se il testatore non può sottoscrivere, o può farlo solo con grave difficoltà, deve dichiararne la causa e il notaio deve menzionare questa dichiarazione prima della lettura dell’atto.

16)DOMANDA cosa succede se si impugna un testamento ?

 

17)DOMANDA termine per impugnare testamento per lesione di legittima?

 

RISPOSTA Dieci anni dall’apertura successione

 

 

L’azione per ripristinare le quote dei legittimari lesi può essere esperita entro 10 anni dall’apertura della successione.

Dunque per impugnare un testamento per lesione di legittima, gli eredi “legittimari” hanno 10 anni di tempo.

18) DOMANDA impugnare testamento fratello?

 

RISPOSTA Ricordiamo che i fratelli sono eredi legittimi ma non legittimari: in sostanza beneficiano della massa ereditaria solamente se il de cuius muore senza lasciare testamento e se non ci sono altri eredi (coniuge, figli, genitori).

Quindi salvo casi specifici e particolari, gli eredi legittimi non hanno titolo per impugnare il testamento.

19) DOMANDA impugnazione testamento olografo falso come si fa?

 

RISPOSTA La parte che intenda contestare l’autenticità del testamento olografo prodotto in giudizio per far valere posizioni successorie ad esso ricollegabili ha l’onere di proporre la relativa domanda di accertamento negativo circa la provenienza della scrittura testamentaria, a cui è correlato, quindi, alla stregua dei principi generali in materia, anche quello di provarne i fatti dedotti a suo fondamento.

1)Lo studio si occupa di offrire assistenza al cliente che intenda redigere testamento.Consulenza e difesa in materia successoria e delle donazioni ed in particolare in tema di divisione ereditaria e distribuzione del patrimonio, redazione e custodia di testamenti, rinunce e petizioni di eredità, legati, azione di riduzione e lesioni di legittima, accettazioni con beneficio d’inventario, validità e vizi del testamento, donazioni e prescrizione.

16)DOMANDA  calcolo quote ereditarie come si fa?

 

RISPOSTA In base a quanto previsto dal codice civile se non vi è testamento

 

 

20)DOMANDA calcolo  quote ereditarie coniuge e due figli

 

 

21)DOMANDA   l’eredita’ in assenza di testamento va divisa in tre parti uguali

successione senza testamento?

  • RISPOSTA Ecco come vien attribuito agli eredi legittimi il patrimonio del defunto, in assenza di testamento, in base alle norme del Codice Civile.

Coniuge

Tutto

Coniuge più un figlio

Metà al coniuge; metà al figlio

Coniuge e due o più figli

Un terzo al coniuge; due terzi da dividersi in parti uguali tra i figli

Coniuge più fratelli e/o sorelle

Due terzi al coniuge, un terzo da dividersi in parti uguali tra le sorelle e i fratelli germani (entrambi i genitori in comune). In caso di fratelli sia germani, sia unilaterali (un solo genitore in comune), a quelli unilaterali spetta la metà della quota che spetta a ciascuno dei germani

Coniuge più un nipote (figlio di un fratello o di una sorella defunti)

Due terzi al coniuge; un terzo al nipote

Coniuge più entrambi i genitori

Due terzi al coniuge; un sesto al padre, un sesto alla madre

Coniuge più un solo genitore

Due terzi al coniuge; un terzo al genitore

22)DOMANDA  successione testamentaria quote come si calcolano

  • RISPOSTA Il testamento deve tener conto e socciager ealle regole degli eredi necessari .

  • quote di eredità di cui il testatore può disporre liberamente. Esse sono le seguenti:

  • Se il testatore era sposato e il coniuge è ancora in vita

  • Se colui che ha fatto testamento era sposato e il coniuge è ancora in vita al momento della sua morte, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se è rimasto un solo figlio: la quota di eredità disponibile è di un terzo (1/3). Questo perché 1/3 dell’eredità deve andare al coniuge superstite, mentre l’altro terzo al figlio;

  • se è rimasto più di un figlio: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4). Questo perché un quarto (1/4) dell’eredità deve andare al coniuge superstite e un mezzo (1/2) va a finire a tutti i figli che dovranno dividerla in parti uguali tra loro;

  • se non ci sono figli e sono rimasti solo entrambi i genitori o uno solo: la quota di eredità disponibile è di un quarto (1/4).

  • Se il testatore non era sposato o il coniuge è già morto

  • Se colui che ha fatto testamento non era sposato oppure il suo coniuge è già morto in precedenza, la quota di eredità disponibile è la seguente:

  • se non ci sono né figli, né genitori o nonni: il testatore è libero di disporre di tutta la propria eredità per come meglio crede, senza cioè dover rispettare alcun legittimario (poiché, difatti, non ce ne sono). Questo significa, ad esempio, che se l’eredità è costituita da un patrimonio di 10mila euro, di questi il testatore è libero di fare ciò che vuole, lasciandoli anche a un’associazione no profit;

  • 23)DOMANDA testamentoa favore di un solo figlio si puo’?

  • RISPOSTA se si hanno piu’ figli ognuno di loro gha diritto alla legittima

  • 24 DOMANDA PER QUALI MOTIVI SI IMPUGNA UN TESTAMENTO?

  • La sentenza che rigetta l’impugnazione del testamento, una volta passata in giudicato, fa stato solo nei confronti delle parti di quel giudizio, ma non è opponibile, in virtù dell’efficacia riflessa del giudicato, ad altro legittimato all’annullamento che abbia successivamente promosso nuovo giudizio per lo stesso motivo (App. Napoli 29/7/1980).

    Frequente motivo d’impugnazione è captazione, ossia il dolo che si assume essere stato posto in essere per condizionare la volontà del testatore. Per affermare l’esistenza della captazione, che dev’essere configurata come il dolus malus causam dans trasferito dal campo contrattuale a quello testamentario, non basta però una qualsiasi influenza esercitata sul testatore per mezzo di sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti, che siano da ritenersi idonei ad ingannare il testatore e ad indurlo a disporre in modo difforme da come avrebbe deciso se il suo libero orientamento non fosse stato artificialmente e subdolamente deviato. L’idoneità dei mezzi de quibus deve però essere valutata, in relazione al testamento, con maggiore larghezza rispetto alla materia contrattuale, e, in ogni caso, con precipuo riferimento all’età, allo stato di salute e alle condizioni psichiche del de cuius, in considerazione della particolare natura del negozio testamentario, nonché del fatto che, nell’atto di compierlo, il disponente potrebbe risultare più facile vittima di altrui suggestioni a causa di anormali condizioni di salute o di spirito. (Cass. 14/6/2001, n. 8047).

    Altro motivo d’impugnazione del testamento può essere la sua falsità, per il cui accertamento ci si può giovare del procedimento di verificazione della scrittura privata (art. 216 e segg. c.p.c.). L’espletamento della consulenza grafica in questo tipo di procedimento non osta a che il giudice di merito possa far ricorso ad altre fonti di prova e, in particolare, a presunzioni semplici, desunte, secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit, da fatti acquisiti mediante prova testimoniale (Cass. 6/4/1981, n. 1940).

 

 

  • 25 DOMANDA È possibile modificare il proprio testamento nel tempo?

 

 

ASSOLUTAMENTE SI TEORICAMENTE SI PUO’ anche fare un testamento al giorno quello che vale è l’ultimo in ordine di data

 

  • Per fare testamento è necessario recarsi da un notaio?

Assolutamete no se il testamento è olografo posso metterlo in banca  o in un cassetto o darlo a persona di mia fiducia il rischio è che un domani non venga fuori e vada disperso

 

Dispositivo dell’art. 732 Codice Civile

Il coerede, che vuol alienare [1542-1547 c.c.] a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione (3), indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione . Questo diritto deve essere esercitato nel termine [2964c.c.] di due mesi dall’ultima delle notificazioni. In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria [1501 ss. c.c.] .
Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali.

ADENAROOROLOGIO

 

Secondo l’orientamento prevalente, il diritto di retratto riconosciuto ai coeredi dalla norma di cui all’art. 732 c.c. può attuarsi soltanto nel caso di alienazione (onerosa) della quota ereditaria, o di parte di essa, e non anche quando sia stato alienato un cespite determinato; in tal caso, infatti, data la mancanza nel coerede della titolarità esclusiva del diritto di proprietà sul singolo bene, l’efficacia della alienazione, con effetti puramente obbligatori, resta subordinata alla condizione della assegnazione, a seguito della divisione, del bene (o della sua quota parte) al coerede medesimo e quindi non può sorgere il pregiudizio (intromissione di estranei nella comunione ereditaria) che la norma in questione vuole evitare (sent. 23 aprile 2010 n. 9744; 2 agosto 1990 n. 7749; 15 giugno 1988 n. 4092; 9 giugno 1983 n. 3959). Una tale limitazione, tuttavia, non ostacola l’esercizio del diritto in questione nel caso in cui gli elementi concreti che caratterizzano la fattispecie evidenzino, comunque, l’intento dei contraenti di sostituire nella comunione ereditaria il terzo estraneo al coerede alienante, e di considerare pertanto, in vista di una tale finalità, il bene, o i beni, oggetto della traslazione, in funzione rappresentativa e come indice espressivo della quota o di parte di essa, in quanto anche la traslazione di un solo bene finisce per individuare, nel caso in questione, la fattispecie presa in considerazione dall‘art. 732 cit. (sent. 7 agosto 2002 n. 11881; 7 dicembre 1999 n. 13704).

4.3. – Nell’ambito di tale orientamento sussiste contrasto in ordine al soggetto gravato dell’onere della prova della sussistenza (o della insussistenza) di una vendita di quota.

Talora, infatti, sulla premessa secondo la quale in tema di retratto successorio la regola è quella della sua esclusione, si è affermato che per poter ritenere che la alienazione di singoli cespiti abbia ad oggetto la quota ereditaria, è necessario che colui che eserciti il diritto di riscatto provi la discordanza della dichiarazione negoziale rispetto alla reale volontà dei contraenti, nel senso che costoro abbiano voluto far subentrare l’acquirente, sia pure nei limiti dei singoli beni oggetto del trasferimento, in tutti i rapporti e in tutte le situazioni giuridiche attive e passive della comunione ereditaria (sent. 16 agosto 1990 n. 8304).

Nello stesso ordine di idee si è affermato che rappresenta pur sempre l’eccezione il caso in cui, pur avendo le parti indicato nella vendita beni determinati o quote di essi, in realtà esse abbiano voluto considerare questi non nella loro individualità, ma in funzione rappresentativa della quota ereditaria dell’alienante o di parte di essa e abbiano perciò inteso sostituire il terzo all’erede nella comunione ereditaria, non dovendosi neppure dimenticare che il principio generale dell’ordinamento è la libera disposizione del proprio patrimonio, e l’eccezione sono i vincoli quale indubbiamente è l’obbligo di dare la preferenza ai coeredi sanzionato con il diritto di retratto attribuito a costoro, per cui occorre essere particolarmente cauti prima di affermare, in via di interpretazione dell’atto di alienazione, che, nonostante la contemplazione di beni determinati come oggetto della alienazione, questi tuttavia siano stati considerati come misura della partecipazione alla comunione ereditaria (sent. 5 dicembre 1977 n. 5272; in senso sostanzialmente conforme cfr. sent. 18 marzo 1981 n. 1609). Si è anche parlato di onere della prova, da parte colui che esercita il diritto di riscatto, della discordanza della dichiarazione negoziale rispetto alla reale volontà dei contraenti, nel senso che costoro abbiano voluto far subentrare l’acquirente, sia pure nei limiti dei singoli beni oggetto del trasferimento, in tutti i rapporti e in tutte le situazioni giuridiche attive e passive della comunione ereditaria (sent. 12 aprile 1983 n. 2754; sen. 16 agosto 1990 n. 8304). Ne consegue che in tanto può parlarsi di retratto successorio in quanto sussistano elementi chiaramente sintomatici (Cass. 3 agosto 1962 n. 2348), o sicuri e convincenti (sent. 15 luglio 1966 n. 1902; sent. 9 aprile 1968 n. 1182) o una chiara ed univoca volontà (Cass. 5 dicembre 1977, cit.) in ordine agli effetti perseguiti dalle parti.

Secondo altre decisioni, invece, la regola è quella della alienazione di quota (espressamente in tal senso cfr.: sent. 15 giugno 1988 n. 4092; 2 agosto 1990 n. 7749; implicitamente cfr. sent.

29 aprile 1992 n. 5181), per cui il retratto successorio va escluso quando risulti che i contraenti non hanno inteso sostituire il terzo all’erede nella comunione ereditaria (sent. 2 agosto 1990, cit.), ma disporre del singolo bene, avendo considerato la res trasferita come bene a sè stante e non come quota del patrimonio ereditario o parametro per individuare la quota di detto patrimonio in quanto tale (sent. 30 ottobre 1992 n. 11809).

L’adesione all’orientamento in questione, comporta, poi, il problema di individuare i criteri in base ai quali stabilire quale sia stata la concreta volontà delle parti.

Ai fini della indagine sulla volontà delle parti si è affermato che il giudice si deve valere di tutti gli elementi di giudizio che la fattispecie concreta presenta, considerando quelli che sono gli indici più sintomatici in materia, che vanno desunti dal tenore dell’atto, dal comportamento complessivo delle parti, dallo scopo pratico da loro perseguito e dalla consistenza del patrimonio ereditario (sent. 10 maggio 1957 n. 1632; 31 marzo 1969 n. 1055; 7 gennaio 1975 n. 22; Cass. 20 ottobre 1979 n. 5458; Cass. 13 luglio 1983 n. 4777; 22 gennaio 1985 n. 246; 15 giugno 1988 n. 4092; 2 agosto 1990 n. 7749).

Non si può tenere conto esclusivo, o preponderante, delle parole usate dalle parti, che possono essere, dal punto di vista tecnico, improprie o poco esatte, ma occorre invece effettuare, caso per caso, un’accurata indagine sulla volontà effettiva delle parti medesime (sent. 23 aprile 1966 n. 1049, con riferimento alle dichiarazioni delle parti precedenti alla alienazione).

Si può invece attribuire rilevanza alla eventuale esistenza di clausole che secondo i principi di normale prudenza le parti sono solite inserire negli atti di acquisto onde regolare tra loro le conseguenze della vendita (sent. 22 gennaio 1985, cit.).

. – Il giudice del merito non può, però, limitarsi a constatare che nell’atto di alienazione sia dichiarato che l’acquirente viene immesso nella situazione giuridica dell’alienante, poichè una tale affermazione, riducendosi ad una clausola di stile, non è da sola idonea a far ritenere che si sia inteso far subentrare l’acquirente nella posizione ereditaria dell’alienante (sent. 17 marzo 1975 n. 1017).

Si è riconosciuta rilevanza alla trasmissione immediata del compossesso (sent. 22 gennaio 1985, cit.), che è connotato normale, anche se non inderogabile, della vendita ad effetti reali (sent. 9 giugno 1987 n. 5042).

Secondo alcune decisioni, per stabilire se la cessione di diritti su un bene determinato costituisca o meno alienazione di quota non ha valore il silenzio dei contraenti in ordine all’eventuale assunzione di passività, dal momento che tale effetto si verifica di diritto ai sensi degli artt. 1542 e 1546 c.c. (sent. 20 febbraio 1962 n. 287; 24 luglio 1964 n. 2008; 10 settembre 1969 n. 3079). In senso contrario si è affermato (sent. 3 agosto 1962 n. 2348) che la mancanza di una esplicita previsione dell’obbligo dell’acquirente di concorrere al pagamento delle passività ereditarie potrebbe costituire la conferma della inesistenza della vendita di una parte di quota.

L’elemento costituito dal valore e dall’importanza del bene oggetto dell’alienazione, anche se considerato in rapporto alla consistenza del complesso ereditario, può costituire un indice rivelatore (sent.16 ottobre 1958 n. 3282; 30 novembre 1962 n. 3245; 31 marzo 1969 n. 1055; 21 febbraio 1979 n. 1124; 20 ottobre 1979 n. 5458; 6 maggio 1980 n. 2978; 10 ottobre 1981 n. 5321; 5 febbraio 1982 n. 661; 9 giugno 1987 n. 5042), ma non ha carattere decisivo, giacchè, come è possibile attraverso la vendita di un bene, la cui entità sia modesta in rapporto alla consistenza dell’asse ereditario, che sia inteso porre in essere una alienazione della quota ereditaria o di una parte di essa (sent. 24 luglio 1964 n. 2008), può viceversa accadere che si alieni, sia pure prò quota, un cespite che costituisca una parte rilevante dell’asse, senza che si voglia con ciò disporre della quota ereditaria (sent. 10 maggio 1957 n. 1632; 3 agosto 1962, cit.; 5 dicembre 1977 n. 5272).

Nello stesso ordine di idee si e affermato che la circostanza che il bene specificato nell’atto di vendita comprenda quasi tutta la quota ereditaria del venditore non è da sola sufficiente per affermare la sussistenza della vendita di quota di eredità, trattandosi di elemento non univoco che, ritenendosi sufficiente, porterebbe alla conseguenza di annullare il principio della esigenza della indagine sulla effettiva volontà delle parti con le norme di ermeneutica contrattuale; in tal modo, infatti, nella vendita di bene determinato di pertinenza ereditaria si ravviserebbe sempre, con una presunzione non prevista dalla legge, la vendita, quanto meno parziale, di un quota di eredità (sent. 30 novembre 1962, cit.).

Per quanto riguarda il comportamento delle parti successivamente alla alienazione si è ritenuto che non può riconoscersi rilevanza alla circostanza che l’acquirente abbia chiesto la divisione dei beni, poichè anche nell’alienazione della proprietà dei singoli beni compresi in una comunione l’acquirente ha diritto di chiedere la divisione, surrogandosi all’alienante (sent. 17 marzo 1974 n. 1017).

Talora si è negato rilevo decisivo alla trasmissione del possesso dell’acquirente quando tale possesso sia limitato al solo bene alienato, giacchè il contratto di vendita obbliga normalmente il venditore alla consegna della cosa venduta che sia in possesso del venditore, indipendentemente dal momento in cui si verifichi, per disposizione di legge o per volontà delle parti, l’effetto reale della trasmissione della proprietà (sent. 5 dicembre 1977 n. 5272);

in altre occasioni si è affermato che l’eventuale trasmissione immediata del compossesso è connotato normale, anche se non inderogabile, della vendita ad effetti reali (sent. 9 giugno 1987 n. 5042), che mal si concilia con quella situazione di aspettativa attribuita al terzo, in caso di vendita di beni determinati, fino allo scioglimento della comunione (sent. 22 gennaio 1985, cit.).

E’ pacifico che l’indagine di merito, diretta ad accertare, ai fini dell’ammissibilità del retratto successorio, se la vendita compiuta da un coerede abbia avuto per oggetto la quota ereditaria (o una sua frazione) ovvero bene determinati, costituisce apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione immune da vizi logici e giuridici (sent. 4 gennaio 2011 n. 97).

Secondo l’orientamento di questa Corte, poi, la alienazione della quota di un coerede sull’unico cespite ereditario non è sufficiente a realizzare le condizioni per l’esercizio del retratto successorio, occorrendo anche in tale ipotesi accertare se le parti abbiano inteso, comunque, rendere partecipe l’acquirente di tutti i rapporti e di tutte le situazioni giuridiche attive e passive che fanno capo alla comunione ereditaria.

Per alcune decisioni nella relativa indagine il criterio oggettivo acquista un peso particolare, costituivo di una presunzione a favore degli altri eredi che intendano esercitare il retratto (sent. 18 marzo 1981 n. 1609; 25 maggio 1982 n. 3181; 12 aprile 1983 n. 2574;

22 gennaio 1985 n. 246; 20 gennaio 1986 n. 369; 13 aprile 1988 n. 2934; 9 aprile 1997 n. 3049; 30 gennaio 2006 n. 1852; 28 ottobre 2010 n. 22086), in quanto, verificandosi in tale ipotesi il sostanziale esaurimento dell’intero complesso ereditario, occorre che dalla indagine circa l’effettiva intenzione delle parti emergano elementi sicuri e convincenti onde ritenere, con riferimento al contenuto complessivo del contratto ed all’atteggiamento delle parti che queste non abbiano inteso, comunque, rendere partecipe l’acquirente di tutti i rapporti e di tutte le situazioni attive e passive che fanno capo alla comunione ereditaria (sent. 24 maggio 1973 n. 1537; 25 maggio 1982 n. 3181). Tale presunzione può tuttavia essere vinta da altri elementi sintomatici di una diversa volontà delle parti, quale la mancanza di ogni riferimento alla consistenza del compendio ereditario o all’accollo di eventuali passività (sent. 23 luglio 1993 n. 8259; nel senso che non sarebbe sufficiente, per superare la presunzione, la previsione nel preliminare della stipulazione del definitivo all’esito del giudizio di divisione, cfr. sent. 2 agosto 1990 n. 7749; sulla irrilevanza del comportamento del retraente, estraneo al contratto medesimo, cfr. 9 aprile 1997 n. 3049).

Non mancano decisioni, peraltro, secondo le quali la circostanza che la alienazione abbia ad oggetto la quota dell’unico bene dell’eredità non autorizza di per sè a presumere la ricorrenza di una vendita di quota ereditaria, ma integra un mero elemento indiziario, valutabile unitamente a tutti gli altri, per stabilire se detto coerede, che invochi il riscatto, abbia assolto l’onere di provare tale vendita di quota ereditaria (sent. 20 gennaio 1986 n. 369; 2 febbraio 1988 n. 950; 29 aprile 1992 n. 5181).

4.6. – Osserva il collegio che alla luce della giurisprudenza esposta il confine tra le alienazioni soggette a retratto e quelle che non lo sono viene ad essere molto nebuloso, il che significa che non si può prevedere con una certa sicurezza se il giudice deciderà in un modo piuttosto che in altro, come è dimostrato dalla esistenza di casi quasi identici risolti in modo del tutto antitetico. Si può in proposito ricordare che la sentenza di questa Corte 3 agosto 1962 n. 2348 ha negato l’esperibilità del retratto nei confronti di una alienazione dei diritti di comproprietà, pari alla metà, sull’unico immobile ereditario, perchè erano esclusi i diritti su beni mobili aventi valore di circa lire 20.000, mentre la sentenza 24 luglio 1964 n. 2008 ha ammesso l’esercizio del retratto rispetto ad una alienazione che aveva per oggetto tutti gli immobili con esclusione di mobili di scarso valore.

Per trovare una soluzione soddisfacente al problema occorre prendere le mosse dalle prime decisioni di questa Corte in tema di alienazioni di eredi su singoli beni ereditari, le quali affermarono che la parte di quota di cui all’art. 732 cod. civ. non sarebbe altro che una frazione matematica del patrimonio ereditario, considerato come complesso di rapporti giuridici attivi e passivi, per cui non darebbe luogo a retratto successorio l’alienazione di beni determinati, non potendo essere la parte che una porzione omogenea rispetto al tutto.

In senso contrario non varrebbe invocare l’art. 768 cod. civ. (il quale considera la vendita di beni singoli come vendita di parte della porzione del coerede), in quanto in tale disposizione il legislatore ha avuto cura di parlare di alienazione ‘porzione’ o di ‘parte di essa’ e non di alienazione di quota e ha negato a quell’alienazione il valore di conferma della divisione quando gli oggetti alienati (che però sono diventati in toto di proprietà dell’alienante) abbiano valore minimo, non in senso assoluto, ma in rapporto alla quota, che viene presa in considerazione unicamente come termine di paragone e non come oggetto della vendita (sent. 7 agosto 1946 n. 1104).

Si è anche affermato che l’esclusione del retratto successorio nel caso di vendita di diritti spettanti all’erede su un bene determinato della comunione dipende dal fatto che tale alienazione avrebbe lo stesso contenuto e la stessa natura della vendita di un bene comune in toto; in entrambi i casi l’alienazione è subordinata alla condizione sospensiva che la cosa comune ed indivisa venga assegnata in tutto o in parte al coerede alienante, secondo quanto disposto dall’art. 757 cod. civ. e quindi non produrrebbe quegli effetti reali immediati che sono il presupposto per l’esercizio del retratto successorio (sent. 7 agosto 1946, cit.; 26 novembre 1950 n. 2658; 9 luglio 1953 n. 2199).

Alcune delle fattispecie sulle quali questa Corte era stata chiamata a pronunciarsi riguardavano, però, alienazioni in cui le parti, pur non parlando espressamente di vendita di quota, trasferivano i diritti del coerede su tutti gli immobili facenti parte della comunione ereditaria, specificamente indicati, senza far cenno dei diritti mobiliari, per lo più di scarso valore.

Di fronte a tali alienazioni si ritenne che, dal momento che non vi sono formule sacramentali da osservare, la individuazione dei beni nell’atto di vendita non è di ostacolo all’esistenza di una vendita di quota (sent. 26 novembre 1950, cit.; 9 luglio 1953, cit.).

Come l’indicazione di beni determinati non esclude che il chiamato sia ritenuto erede e non legatario, in base all’art. 588 cod. civ., quando risulti che il tastatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio, così la indicazione di beni determinati non è di ostacolo a che vi sia alienazione di quota o di porzione della stessa (sent. 26 novembre 1950, cit.; 9 luglio 1953, cit.). Occorre perciò indagare caso per caso se le parti abbiano inteso sostituire il terzo al coerede nella comunione ereditaria oppure vendere cose determinate subordinatamente all’attribuzione di esse al coerede venditore in sede di divisione, tenendo conto anche del fatto che le parti potrebbero avere maliziosamente mascherato nelle forme dell’alienazione di cose determinate l’intendimento di realizzare una cessione di quota ereditaria (sent. 9 luglio 1953, cit.).

4.7. – In tal modo venivano affermati alcuni principi della cui esattezza non si può dubitare: 1) il retratto successorio è esperibile soltanto nel caso di alienazione della quota spettante al coerede o di una frazione matematica di essa; 2) l’alienazione dei diritti (o di una frazione matematica di essi) spettanti ad un coerede su un singolo bene ereditario non costituisce vendita di parte di quota ai fini dell’esercizio del retratto successorio; 3) la alienazione dei diritti (o di una frazione matematica di essi) spettanti ad un coerede su tutti i beni immobili ereditari comporta l’ingresso dell’acquirente nella comunione ereditaria, con conseguente esperibilità del retratto successorio, solo quando risulti che le parti hanno, in realtà, inteso trasferire i diritti (o una frazione matematica di essi) dell’erede su tutti i beni ereditari.

Ad un certo punto, però, intervenne una decisione in una fattispecie particolare, costituita dalla vendita, da parte di alcuni coeredi, dei loro diritti su un azienda elettrica, che costituiva il bene di maggior valore dell’eredità, la quale comprendeva peraltro altri beni mobili ed immobili di notevole valore, per cui era da escludere che le parti, pur facendo riferimento solo ad alcuni dei diritti spettanti agli alienanti sull’eredità, avessero in realtà inteso trasferire le quote nel loro complesso. Questa Corte si limitò ad affermare che ‘la legge consente il retratto anche nel caso di cessione di parte (intesa come pars quota) di quota ereditaria’ (sent. 21 agosto 1953 n. 2824).

Successivamente a tale decisione si è fatto strada l’orientamento illustrato, favorevole alla esperibilità del retratto successorio nel caso di alienazione di singoli diritti ereditari quando le parti abbiano considerato gli stessi come espressione di un rapporto col patrimonio ereditario visto nel suo complesso di rapporti giuridici e passivi, in quanto in tal caso si potrebbe parlare di alienazione di parte di quota.

4.8. – Fa eccezione a tale orientamento una decisione secondo la quale nella vendita, specificamente riferita ai diritti di comproprietà del coerede su determinati beni, può ravvisarsi, per presunzione iuris tantum, un trasferimento sostanzialmente rivolto a far subentrare l’acquirente nella globalità delle posizioni riconducibili alla comunione ereditaria, e, quindi, una vendita della quota ereditaria, soggetta, a norma dell’art. 732 c.c., alla prelazione ed al riscatto degli altri coeredi, solo quando detti beni esauriscano i cespiti della comunione ereditaria (Cass. 12 aprile 1983 n. 2574).

4.9. – Rimeditata la questione, ritiene il collegio di non poter condividere l’orientamento secondo il quale in astratto anche la vendita dei diritti spettanti ad un coerede su singoli beni ereditar possa integrare quella alienazione di parte di quota che comporta il subentro dell’acquirente nella comunione ereditaria.

Non viene spiegato, in primo luogo, per quale motivo se taluno vende i propri diritti su uno solo dei beni comuni, ma in funzione di quota del patrimonio, si abbia alienazione di parte di quota, con conseguente intromissione dell’estraneo nella comunione, mentre se la stessa alienazione viene compiuta senza che possa dirsi venduta una parte di quota debba negarsi tale conseguenza. Se, in altri termini, dall’art. 757 cod. civ. è ricavabile il principio generale secondo il quale la vendita dei diritti spettanti ad un coerede su un singolo bene ereditario non può avere effetti reali immediati, non si capisce perchè questa regola possa subire una eccezione se le parti hanno considerato tale diritto non a sè stante, ma in quanto frazione del patrimonio ereditario, in mancanza di una disposizione che consenta tale deroga.

Nè vale invocare l’art. 588 c.c., comma 2, il quale riconosce che la volontà del testatore può derogare al principio generale espresso del comma 1, in base al quale la attribuzione di beni determinati può comportare la attribuzione al beneficiario della qualità di erede, e non di semplice legatario.

L’art. 757 cod. civ., invece, non attribuisce alle parti alcun potere di derogare al principio secondo il quale la vendita di singoli beni da parte dell’erede (o dei diritti a questi spettanti su di essi) non comporta un effetto reale immediato, con conseguente insussistenza dei presupposti per l’esercizio del retratto successorio.

Ciò senza considerare che in al modo si consentirebbe alle parti, attraverso l’alienazione dei diritti spettanti ad un coerede su un singolo bene ereditario, di ottenere l’abnorme risultato di far partecipare l’acquirente alla comunione su tutti i beni ed alla divisione di essi.

4.10. – Alla luce di quanto esposto, infine, è evidente che non può condividersi la decisione secondo la quale può accadere che, pur alienando tutti i beni componenti la quota, ciò le parti abbiano voluto solo con effetto obbligatorio, conservando all’alienante la posizione giuridica di partecipante alla comunione ereditaria (sent.

25 maggio 1973 n. 1537).

L’adesione all’orientamento criticato, poi, comporterebbe che la misura della parte di quota trasferita non sarebbe determinabile ex ante, ma solo ex post, sulla base del raffronto tra il valore dei singoli diritti trasferiti ed il valore dell’intero attivo ereditario.

Tutto ciò non vale, naturalmente, nelle ipotesi in cui risulti, anche attraverso il comportamento delle parti (rappresentato, ad es., dall’inserimento dell’acquirente nella gestione della comunione) l’intenzione delle stesse, pur attraverso la menzione dei soli beni economicamente più significativi (in genere gli immobili) di trasferire l’intera quota spettante all’alienante.

4.11. – In definitiva, ritiene il Collegio che si debba affermare il seguente principio di diritto: ‘Ai sensi dell’art. 757 c.c. la alienazione da parte di un coerede dei diritti allo stesso spettanti su alcuni beni facenti parte della comunione ereditaria non fa subentrare l’acquirente nella comunione stessa, a meno che non risulti, anche attraverso il comportamento delle parti (rappresentato, ad es., dall’inserimento dell’acquirente nella gestione della comunione), l’intenzione delle stesse, pur attraverso la menzione dei soli beni economicamente più significativi, di trasferire l’intera quota spettante all’alienante’.

Sulla base di tali premesse il primo motivo del ricorso deve essere accolto.

  1. – Per le stesse ragioni va accolto il secondo motivo, con il quale si contesta la legittimazione alla partecipazione alla divisione della soc. Aurea Domus. E’ vero che quest’ultima si è resa assegnataria in sede di concordato fallimentare della quota spettante a D.M. su tutti gli immobili facenti parte della eredità, ma non è meno vero che, come risulta dalla sentenza impugnata, dal trasferimento sono stati esclusi i diritti spettanti all’erede sui beni mobili (tra l’altro di notevolissimo valore), il che era sufficiente ad escludere, ai sensi del più volte citato art. 757 c.c., l’efficacia reale immediata del trasferimento, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata, che parla di integrale sostituzione, in detti limiti, della società nei rapporti nascenti dalla comunione.

 

 

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