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Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.

La rinuncia all’eredità:

con la rinuncia all’eredità, l’erede rinuncia al proprio diritto all’eredità. La rinuncia deve essere formalizzata e, pertanto, dovrà essere ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale competente.

Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art.

L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario:

permette di limitare la propria responsabilità al fine di evitare che, in caso di eredità con molti debiti, l’erede sia costretto a rinunciare all’eredità.

In caso di accettazione con beneficio d’inventario, infatti, il patrimonio del defunto e quello dell’erede rimangono separati.

Questo permette all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato e, quindi, senza che il proprio patrimonio venga intaccato.

 secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr., da ultimo, Cass. n. 9081 del 2010 e Cass. n. 230 del 2011) – l’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del ‘de cuius’, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi, con il conseguente onere, a carico di chi quello stato di incapacità assume, di provare che il testamento fu redatto in un momento di incapacità di intendere e di volere (come previsto testualmente dall’art. 591, comma 2, n. 3) c.c.),rilevato, altresì, che deve essere in ogni caso riconfermato, in questa sede, il principio generale, in virtù del quale l’incapacità naturale del disponente che – ai sensi dell’art. 591 c.c. – determina l’invalidità del testamento non si identifica in una generica alterazione del normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà ma richiede che, a causa dell’infermità, il soggetto, al momento della redazione del testamento, sia assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell’abitualità

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Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art.

Va premesso che – ai sensi dell’articolo 602 cod. civ. – “Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mono del testatore” (comma 1); “La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno. La prova della non verita’ della data e’ ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacita’ del testatore, della priorita’ di data tra piu’ testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento” (comma 3). Ai sensi del combinato disposto degli articoli 602 e 606 cpv. cod. civ., la mancanza della data nel testamento olografo e’ causa di annullabilita’ dello stesso.

Dalla disciplina appena richiamata discende che il testamento olografo, come il testamento pubblico e quello segreto, costituisce un negozio mortis causa solenne, che ha carattere formale (c.d. negozio a forma vincolata), nel senso che la sua validita’ e’ subordinata all’osservanza di determinati requisiti di forma che la legge prescrive ad substantiam, dimodoche’ l’atto negoziale non e’ valido se non e’ osservata la forma tassativamente stabilita dalla legge.

Sono requisiti formali del testamento olografo: la scrittura autografa del testatore, la data e la sottoscrizione.

Secondo la Suprema Corte la completa indicazione della data, composta di giorno, mese ed anno, costituisce un “requisito essenziale di forma” dell’atto anche nel caso in cui, in concreto, l’omissione sia irrilevante rispetto al regolamento d’interessi risultante dalle disposizioni testamentarie (nella fattispecie, la Corte ha confermato la pronuncia di annullamento del testamento olografo che non conteneva nella data, accanto al mese e all’anno, l’indicazione del giorno) (Sez. 2, Sentenza n. 12124 del 14/05/2008, Rv. 603424).

Trattandosi di requisito di forma, cui la legge ricollega la validita’ del negozio, deve escludersi che la data del testamento possa ricavarsi aliunde da elementi estranei all’atto e che l’invalidita’ del testamento sia subordinata all’incidenza in concreto dell’omissione della data sui rapporti dipendenti dalle disposizioni testamentarie (Sez. 2, Sentenza n. 7783 del 08/06/2001, Rv. 547333; Sez. 2, Sentenza n. 6682 del 09/12/1988, Rv. 460964; Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312520).

Il carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo fa si che, ai fini della validita’ del negozio, cio’ che conta e’ che sulla scheda testamentaria vi sia una data scritta di pugno dal testatore o che essa sia comunque ricavabile – nella sua completezza di giorno, mese e anno – dal contenuto della scheda testamentaria (come nel caso in cui essa contenga dati o indicazioni equipollenti), senza che possano rilevare elementi estranei all’atto, ricavabili aliunde; non rileva invece – ai fini della validita’ del testamento – che la data apposta sulla scheda testamentaria sia anche veritiera (Sez. 2, Sentenza n. 2874 del 20/07/1976, Rv. 381621):

La legge (articolo 602 c.c., comma 3), infatti, non ammette la prova della non veridicita’ della data apposta sulla scheda testamentaria, se non nei casi in cui “si tratta di giudicare della capacita’ del testatore, della priorita’ di data tra piu’ testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento”. Percio’, coerentemente al carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo, la falsita’ di tale data non costituisce, di per se’, causa di annullabilita’ del testamento (Sez. 2, Sentenza n. 25845 del 27/10/2008, Rv. 605269); mentre costituisce causa di annullamento del testamento olografo la mancanza (o l’incompletezza) della data, che puo’ essere fatta valere anche se non si controverta sulla capacita del testatore, sulla priorita’ di data fra piu’ testamenti o su altre questioni da decidersi in base all’accertamento del tempo in cui l’olografo fu redatto (Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312521).

 

  • La legge (art. 602, comma 3, cod. civ.), infatti, non ammette la prova della non veridicità della data apposta sulla scheda testamentaria, se non nei casi in cui “si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento”.

 

 

  • Perciò, coerentemente al carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo, la falsità di tale data non costituisce, di per sé, causa di annullabilità del testamento (Sez. 2, Sentenza n. 25845 del 27/10/2008, Rv. 605269); mentre costituisce causa di annullamento del testamento olografo la mancanza (o l’incompletezza) della data, che può essere fatta valere anche se non si controverta sulla capacita del testatore, sulla priorità di data fra più testamenti o su altre questioni da decidersi in base all’accertamento del tempo in cui l’olografo fu redatto (Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312521).

 

 

 

  • In sostanza, solo l’impugnativa volta a dimostrare la non verità della data è condizionata all’esistenza di una delle finalità di cui all’art. 602 comma 3 cod. civ. (l’accertamento della capacità di testare del de cuius, della priorità della data tra più testamenti o di altra questione da risolversi in base alla data del testamento),

 

 

  • l’impugnativa per mancanza od incompletezza della data è svincolata dalla necessità della ricorrenza di una determinata ragione, che renda rilevante l’accertamento della data di redazione del testamento: perciò, la mancanza od incompletezza della data – il fatto che la stessa non sia ricavabile dal testo della scheda testamentaria, indipendentemente da ogni elemento estraneo all’atto – è causa, di per sé, di annullabilità del testamento, da far valere – secondo quanto prescrive l’art. 606, comma 2, cod. civ. – nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE 

Sentenza 29 settembre – 11 novembre 2015, n. 23014

Ritenuto in fatto

  1. – P.D., P.M., P.A., P.T. e P.F. convennero in giudizio, innanzi al Tribunale di Cagliari, A.L. e M.I., impugnando il testamento olografo col quale la sorella P.P. – morta suicida – aveva nominato suoi eredi i convenuti; chiesero dichiararsi la nullità del testamento per mancanza di autografia e di sottoscrizione e, in subordine, annullare lo stesso per mancanza della data, per lo stato di incapacità di intendere e di volere nel quale versava la testatrice al momento della redazione della scheda testamentaria e, in ogni caso, perché viziato da errore; chiesero ancora che i convenuti fossero condannati al rilascio dell’immobile da essi occupato – già di proprietà della defunta e costituente la casa di abitazione della stessa – nonché al risarcimento del danno.

Con separata citazione, gli attori chiesero poi che, qualora fosse stata riconosciuta la validità della disposizione testamentaria, venisse dichiarato che la stessa non era una istituzione di erede, bensì un legato.

Nella resistenza dei convenuti e previa riunione delle due cause, il Tribunale adito dichiarò la nullità del testamento olografo per difetto di autografia e, comunque, ne dichiarò l’invalidità per mancanza di data; dichiarò che gli attori erano eredi di P.P. ; condannò i convenuti al rilascio dell’immobile da essi occupato e alla restituzione dei frutti a far tempo dalla notifica dell’atto di citazione.

  1. – Sul gravame proposto da A.L. e M.I. , la Corte di Appello di Cagliari, con sentenza del 19.1.2009, rigettò la domanda di annullamento del testamento per mancanza di data e, con separata ordinanza, dispose per la prosecuzione del giudizio ai fini della decisione sulle altre domande. Ritenne la Corte territoriale che la data del testamento olografo della de cuius, seppur formalmente mancante sulla scheda testamentaria, fosse comunque dalla stessa ricavatale sulla base delle espressioni adottate dalla testatrice.
  2. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono, sulla base di tre motivi, P.D. , P.M. , P.A. , P.T. , nonché – nella qualità di eredi di P.F. , nel frattempo deceduto – G.C. , P.N. , P.S. e P.I.

Resistono con controricorso A.L. e M.I.

Considerato in diritto

  1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 602 e 606 cod. civ. Secondo i ricorrenti, la Corte di Appello avrebbe errato nel ritenere che la data del testamento, seppur formalmente mancante, fosse però ricavabile dal contenuto della scheda testamentaria grazie al riferimento – in essa contenuto – al suicidio della testatrice; a loro dire, l’apposizione della data nel testamento sarebbe un elemento non fungibile e, comunque, le espressioni contenute nel testamento non conterrebbero alcun riferimento alla data del suicidio né sarebbero utili a stabilire quando il testamento è stato redatto.

Col terzo motivo – che può essere trattato unitariamente e col quale si denuncia il vizio della motivazione sul punto – si deduce poi che l’espressione contenuta nel testamento “oggi finisco di soffrire e voglio finirla” non significherebbe affatto – come ritenuto dalla Corte territoriale – che la redazione del testamento avvenne nel medesimo giorno del suicidio della testatrice, mancando elementi intrinseci al testamento che lo attestino e non potendo la data di redazione del testamento essere ricavata ab extrinseco dall’accertamento del decesso, essendo quest’ultimo un dato esterno rispetto alla scheda testamentaria.

Entrambe le censure sono fondate.

Va premesso che – ai sensi dell’art. 602 cod. civ. – “Il testamento olografo deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di mono del testatore” (comma 1); “La data deve contenere l’indicazione del giorno, mese e anno. La prova della non verità della data è ammessa soltanto quando si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento” (comma 3). Ai sensi del combinato disposto degli artt. 602 e 606 cpv. cod. civ., la mancanza della data nel testamento olografo è causa di annullabilità dello stesso.

Dalla disciplina appena richiamata discende che il testamento olografo, come il testamento pubblico e quello segreto, costituisce un negozio mortis causasolenne, che ha carattere formale (c.d. negozio a forma vincolata), nel senso che la sua validità è subordinata all’osservanza di determinati requisiti di forma che la legge prescrive ad substantiam, dimodoché l’atto negoziale non è valido se non è osservata la forma tassativamente stabilita dalla legge.

Sono requisiti formali del testamento olografo: la scrittura autografa del testatore, la data e la sottoscrizione.

Secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte, dalla quale non v’è ragione di discostarsi, in tema di validità del testamento olografo, la completa indicazione della data, composta di giorno, mese ed anno, costituisce un “requisito essenziale di forma” dell’atto anche nel caso in cui, in concreto, l’omissione sia irrilevante rispetto al regolamento d’interessi risultante dalle disposizioni testamentarie (nella fattispecie, la Corte ha confermato la pronuncia di annullamento del testamento olografo che non conteneva nella data, accanto al mese e all’anno, l’indicazione del giorno) (Sez. 2, Sentenza n. 12124 del 14/05/2008, Rv. 603424).

Trattandosi di requisito di forma, cui la legge ricollega la validità del negozio, deve escludersi che la data del testamento possa ricavarsi aliunde da elementi estranei all’atto e che l’invalidità del testamento sia subordinata all’incidenza in concreto dell’omissione della data sui rapporti dipendenti dalle disposizioni testamentarie (Sez. 2, Sentenza n. 7783 del 08/06/2001, Rv. 547333; Sez. 2, Sentenza n. 6682 del 09/12/1988, Rv. 460964; Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312520).

Il carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo fa si che, ai fini della validità del negozio, ciò che conta è che sulla scheda testamentaria vi sia una data scritta di pugno dal testatore o che essa sia comunque ricavabile – nella sua completezza di giorno, mese e anno – dal contenuto della scheda testamentaria (come nel caso in cui essa contenga dati o indicazioni equipollenti), senza che possano rilevare elementi estranei all’atto, ricavabilialiunde; non rileva invece – ai fini della validità del testamento – che la data apposta sulla scheda testamentaria sia anche veritiera (Sez. 2, Sentenza n. 2874 del 20/07/1976, Rv. 381621):

La legge (art. 602, comma 3, cod. civ.), infatti, non ammette la prova della non veridicità della data apposta sulla scheda testamentaria, se non nei casi in cui “si tratta di giudicare della capacità del testatore, della priorità di data tra più testamenti o di altra questione da decidersi in base al tempo del testamento”. Perciò, coerentemente al carattere di requisito di “forma” proprio della data del testamento olografo, la falsità di tale data non costituisce, di per sé, causa di annullabilità del testamento (Sez. 2, Sentenza n. 25845 del 27/10/2008, Rv. 605269); mentre costituisce causa di annullamento del testamento olografo la mancanza (o l’incompletezza) della data, che può essere fatta valere anche se non si controverta sulla capacita del testatore, sulla priorità di data fra più testamenti o su altre questioni da decidersi in base all’accertamento del tempo in cui l’olografo fu redatto (Sez. 2, Sentenza n. 1323 del 24/06/1965, Rv. 312521).

In sostanza, solo l’impugnativa volta a dimostrare la non verità della data è condizionata all’esistenza di una delle finalità di cui all’art. 602 comma 3 cod. civ. (l’accertamento della capacità di testare del de cuius, della priorità della data tra più testamenti o di altra questione da risolversi in base alla data del testamento), mentre l’impugnativa per mancanza od incompletezza della data è svincolata dalla necessità della ricorrenza di una determinata ragione, che renda rilevante l’accertamento della data di redazione del testamento: perciò, la mancanza od incompletezza della data – il fatto che la stessa non sia ricavabile dal testo della scheda testamentaria, indipendentemente da ogni elemento estraneo all’atto – è causa, di per sé, di annullabilità del testamento, da far valere – secondo quanto prescrive l’art. 606, comma 2, cod. civ. – nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.

Orbene, la Corte territoriale, pur non disconoscendo i principi di diritto sopra richiamati, ne ha fatto tuttavia erronea applicazione allorquando è pervenuta alla conclusione che la data del testamento della de cuius, pur non essendo stata espressamente indicata nella scheda testamentaria, fosse comunque evincibile dalla medesima e fosse corrispondente a quella del giorno nel quale la testatrice ha posto fine alla sua vita, suicidandosi.

Nella specie, la Corte di merito ha evidenziato che, nella scheda testamentaria, la de cuius, rivolgendosi ai suoi più stretti congiunti e premettendo di non poter più sopportare il dolore per la perdita del marito, ha scritto: “oggi finisco di soffrire“, “voglio finirla“, “vi saluto e la faccio finita“. Secondo i giudici di merito, queste espressioni permetterebbero di concludere che il testamento è stato redatto dalla testatrice nello stesso giorno del suo suicidio.

E tuttavia, è evidente l’errore nel quale sono incorsi i giudici di merito; giacché essi hanno desunto la data del testamento da un elemento del tutto estrinseco rispetto alla scheda testamentaria, costituito dall’evento del suicidio.

È bensì vero, come dianzi detto, che la data del testamento olografo, ove non espressamente indicata nell’atto, può essere ricavata da dati o indicazioni equipollenti in esso contenuti. È questo il caso in cui il testatore, anziché apporre al testamento in modo esplicito la data di redazione dello stesso (composta da giorno, mese e anno), indichi tale data, ad es., con le formule: Capodanno 2010, Natale 2009 o Pasqua 2011; ovvero faccia riferimento ad un evento costituito da un “fatto notorio” che abbia una precisa data: ad es., il giorno dell’elezione di un Papa precisamente indicato; il giorno di un terribile evento naturale o provocato dall’uomo (un terremoto, un attentato, una strage).

In casi come questi, la data del testamento è ricavabile con precisione e completezza dal contenuto dell’atto sulla base delle conoscenze umane generalmente conosciute, costituenti la cultura dell’uomo medio, dimodoché deve ritenersi osservato il requisito di forma della indicazione della data del negozio testamentario.

Diverso è il caso oggetto della presente controversia, in cui nella scheda testamentaria la testatrice si è limitata a fare riferimento ad un evento futuro ed incerto, come il suo suicidio. Trattasi di un evento incertus an, incertus quando: incerto nell’in, perché la testatrice, dopo aver redatto la scheda testamentaria, ben avrebbe potuto cambiare idea e non suicidarsi affatto; incerto nel quando, perché ella, dopo aver manifestato l’intenzione di suicidarsi nello stesso giorno della redazione della scheda testamentaria, avrebbe potuto decidere di indugiare un tempo più o meno lungo, per porre poi fine alla sua vita nei giorni o nei mesi successivi rispetto alla redazione del testamento (circostanza, quest’ultima, che – sul piano logico – non può certo escludersi a priori).

E allora, se è vero che la testatrice scrivendo “oggi finisco di soffrire” ha manifestato l’intenzione di suicidarsi nel medesimo giorno in cui ha redatto il testamento olografo, non è men vero che – al di là delle intenzioni dalla stessa manifestate all’atto della compilazione della scheda testamentaria – nulla consente di concludere che la de cuius si sia effettivamente tolta la vita nello stesso giorno della redazione del testamento.

D’altra parte, nei casi di suicidio (come quello oggetto della causa), la data di morte del defunto è determinata attraverso un giudizio medicolegale che costituisce un dato certamente estrinseco rispetto al contenuto del testamento e, dunque, non idoneo ad integrare il requisito formale della data; né potrebbe neppure escludersi che l’azione suicidaria sia avvenuta in un giorno e l’eventus mortis sia avvenuto il giorno successivo (come nel caso in cui l’azione suicidaria sia stata posta in essere pochi minuti prima della mezzanotte, l’agonia sia durata un certo tempo, cosicché la morte si sia verificata nel giorno successivo).

In definitiva, dalla semplice lettura del testamento non è dato ricavare la data in cui esso è stato redatto: il testamento è privo del requisito formale della data. Né tale data può essere individuata in quella della morte della de cuius, in quanto tale ultima data risulta solo da elementi esterni rispetto alla scheda testamentaria.

Va affermato allora, ai sensi dell’art. 384 primo comma cod. proc. civ., il seguente principio di diritto: “In tema di validità del testamento olografo, nel caso in cui il tastatore, in seno ad una scheda testamentaria priva di data, affermi che il testamento è stato redatto nello stesso giorno di un avvenimento ancora da verificarsi (come il suo suicidio), la scheda testamentaria deve considerarsi priva della data prescritta dall’art. 602 cod. civ. e, perciò, il testamento è annullabile ai sensi dell’art. 606 secondo comma dello stesso codice”.

Alla stregua di quanto sopra, la sentenza impugnata va cassata per falsa applicazione dell’art. 602 cod. civ..

  1. – A questo punto, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, rileva la Corte come sussistano i presupposti di cui all’art. 384 secondo comma cod. proc. civ. per decidere la causa nel merito.

Alla luce di quanto sopra osservato, dovendosi ritenere che la scheda testamentaria manchi di data, non rimane che disporre l’annullamento del testamento impugnato.

  1. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 602 – 606 – 2697 – 2698 e 112 – 115 – 216 cod. proc. civ. Lamentano i ricorrenti che la Corte territoriale – nel decidere sull’appello proposto dai convenuti avverso la statuizione della sentenza di primo grado con la quale era stata dichiarata la nullità del testamento olografo per difetto di autografia – abbia accolto l’istanza di verificazione del testamento olografo avanzata dai convenuti in grado di appello, disponendo conseguentemente la prosecuzione del giudizio per l’espletamento di apposita consulenza tecnica, mentre – a loro dire – avrebbe dovuto rigettare tale istanza e confermare la pronuncia di primo grado, in quanto gli appellanti non ebbero a produrre, neppure in appello, l’originale della scheda testamentaria né scritture di comparazione.

La censura è inammissibile

In forza del principio della prevalenza della sostanza sulla forma, la statuizione con la quale la Corte di Appello ha disposto la verificazione del testamento olografo, disponendo conseguentemente la prosecuzione del giudizio per l’espletamento di apposita consulenza tecnica, pur avendo la forma di sentenza, ha la sostanza di ordinanza, in quanto non ha contenuto decisorio né carattere definitivo (cfr. Sez. U, Sentenza n. 480 del 20/07/1999, Rv. 528783). Conseguentemente, il ricorso per cassazione proposto nei confronti di essa è inammissibile.

  1. – In definitiva, vanno accolti il primo e il terzo motivo di ricorso e va dichiarato inammissibile il secondo. Va cassata la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, va annullato il testamento olografo impugnato.

In ordine alle spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità, la Corte ritiene di disporne l’integrale compensazione tra le parti, attesa la singolarità della fattispecie sottoposta a giudizio.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso; dichiara inammissibile il secondo; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, annulla il testamento olografo di P.P. ; compensa interamente tra le parti le spese del giudizio di appello e del presente giudizio di legittimità.

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COEREDI, EREDIA’ PRELAZIONE, AVVOCATO TTESTAMENTO BOLOGNA

– redazione della dichiarazione di successione;
– accettazione dell’eredità, accettazione con beneficio di inventario;
– rinuncia all’eredità;
– redazione del testamento e degli atti dispositivi di ultima volontà;
– interpretazione delle clausole testamentarie;
– impugnazione del testamento;
– mediazione e contenzioso ereditario;
– divisione ereditaria;
– donazioni;
– successioni internazionali.

cause ereditarie mediazione

cause ereditarie competenza

cause ereditarie durata

spese per divisione giudiziale

impugnazione testamento mediazione obbligatoria

parcella avvocato per successione ereditaria

divisione giudiziale immobile in comproprietà

testamento olografo

 

Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.

La rinuncia all’eredità:

con la rinuncia all’eredità, l’erede rinuncia al proprio diritto all’eredità. La rinuncia deve essere formalizzata e, pertanto, dovrà essere ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale competente.

Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art.

L’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario:

permette di limitare la propria responsabilità al fine di evitare che, in caso di eredità con molti debiti, l’erede sia costretto a rinunciare all’eredità.

In caso di accettazione con beneficio d’inventario, infatti, il patrimonio del defunto e quello dell’erede rimangono separati.

Questo permette all’erede di rispondere dei debiti del defunto nei limiti del patrimonio ereditato e, quindi, senza che il proprio patrimonio venga intaccato.

 

Avvocato testamento Bologna –avvocato eredità Bologna L’art.

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE – SENTENZA 2 febbraio 2016, n.1987 – Pres. Mazzacane – est. Scalisi

ì

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo di ricorso Z.D. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 732 c.c. ex art. 360, n. 3, c.p.c.. Secondo il ricorrente la Corte di Appello di Venezia avrebbe erroneamente considerato soggetti non estranei alla comunione B.O. , E. e G. sul presupposto che sarebbero succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale sola, invece, aveva la qualità di coerede. In tal modo, era stato escluso che essa ricorrente potesse esercitare il diritto di prelazione riconosciuto dall’art. 732 c.c., in favore di ogni coerede nel caso uno dei comproprietari volesse cedere in tutto od in parte la sua quota di eredità a soggetti estranei alla comunione.

1.1- Il motivo è infondato.

L’art. 732 c.c. stabilisce che ‘Il coerede, che vuoi alienare a un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall’ultima delle notificazioni.

In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall’acquirente e da ogni successivo avente causa, finché dura lo stato di comunione ereditaria. Se i coeredi che intendono esercitare il diritto di riscatto sono più, la quota è assegnata a tutti in parti uguali’. Tale disposizione concede, quindi, a tutti i coeredi un diritto di prelazione nel caso uno di loro ceda in tutto od in parte la sua quota di eredità, a condizione che l’acquirente sia non un coerede, ma un soggetto ‘estraneo’ alla comunione.

Sostiene la ricorrente che estranei alla comunione sarebbero, in caso di successione testamentaria (come nella specie), tutti coloro che non sono stati nominati eredi con il testamento che ha dato origine alla comunione stessa. Ne consegue che, a suo avviso, i convenuti, ancorché succeduti per rappresentazione alla madre V.P.D. , la quale era di certo una degli originari coeredi testamentari, sarebbero da considerare estranei alla comunione, non essendo stati indicati nel testamento quali eredi della res.

L’assunto non merita di essere condiviso.

Infatti, secondo la ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, in tema di successione per rappresentazione il discendente rappresentante che subentri nel luogo e nel grado dell’ascendente rappresentato che non possa o non voglia accettare l’eredità succede direttamente al de cuius, con la conseguenza che la detta eredità è a lui devoluta nella identica misura che sarebbe spettata al rappresentato (Cfr. Cass. n. 12496 del 2007; n. 20018 del 2004). In applicazione di tale principio la Suprema Corte di Cassazione è giunta ad affermare che, in caso di successione per rappresentazione, il discendente rappresentante, essendo successore iure proprio nell’eredità, è legittimato all’esercizio del retratto successorio ex art. 732 c.c. (Cfr. Cass., n. 594 del 2015).

Se ne ricava che il successore per rappresentazione ha la qualità di coerede ai sensi dell’art. 732 c.c. e che, quindi, non può essere considerato un soggetto estraneo alla comunione nei cui confronti sia possibile esercitare il diritto di riscatto previsto da tale ultima disposizione (c.d. ius retractionis).

  1. – Con il secondo ed il terzo motivo la ricorrente contesta la qualità di eredi dei resistenti con riferimento alla disposizione testamentaria che li aveva visti beneficiari della liquidità della de cuius, mentre con il quarto si duole della tardi vita della loro affermazione di essere eredi diretti e non solo per rappresentazione della testatrice. Epperò tutti questi profili sono ormai privi di rilievo, dovendosi comunque ritenere B.O. , E. e G. coeredi ex art. 732 c.c., ancorché succeduti per rappresentazione all’originaria coerede V.P.D. .

2.1.- Questi motivi (il secondo, il terzo ed il quarto) devono considerarsi assorbiti, posto che alla luce del rigetto del primo motivo, non sussiste più alcun interesse al loro esame.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 cpc. condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che vengono liquidate con il dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali ed accessori come per legge.

La presente sentenza è stata redatta con la collaborazione dell’assistente di studio Dott. Dario Cavallari.

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Keywords: eredità, successione, testamento, eredi

La chiarezza in un momento difficile

Cos’è la successione e a chi va?

Cosa si intende per successione legittima?

E se il testamento esiste?

Che accade se le quote non sono rispettate?

Si può essere esclusi dall’eredità?

Che fare se i propri diritti non vengono rispettati?

La chiarezza in un momento difficile

Quando in famiglia arriva un lutto, non ci sono solo gli aspetti affettivi, già fin troppo impegnativi di per sé, da affrontare. In aggiunta al dolore della scomparsa, nel momento in cui una persona muore si apre la fase della successione, un momento delicato che richiede attenzione e chiarezza per gli eredi, termine nel quale vanno compresi tutti coloro che hanno diritto alla propria quota di eredità. E la chiarezza passa innanzitutto dal significato delle parole.

Cos’è la successione e a chi va?

La successione è infatti il trasferimento dei beni mobili e immobili agli aventi diritto. E tra questi ultimi rientrano due categorie. Nella prima sono compresi i parenti (eredi universali): a loro va la totalità dei beni, debiti compresi che, solo nel caso di accettazione con beneficio di inventario, intaccano la quota dei beni ricevuta (l’eredità può essere comunque rifiutata entro 3 mesi dalla morte del congiunto). Nella seconda, invece, sono compresi coloro che vantano comunque un diritto (eredi legati o legatari) senza obblighi sui beni trasferiti. Infine si può lasciare parte del proprio patrimonio a un ente o un’associazione, ma solo la cosiddetta quota disponibile, che va da un quarto a due terzi del patrimonio stesso. Se tuttavia non ci sono eredi, il lascito può coincidere con l’intero ammontare dei propri beni.

Cosa si intende per successione legittima?

Esistono tre tipi di successione. La prima è la legittima, quando manca un testamento e riguarda il coniuge superstite, i discendenti (i figli), gli ascendenti (i genitori), i collaterali (i fratelli, le sorelle e i loro discendenti) e altri parenti (ascendenti fino al quinto grado e discendenti entro il sesto grado). Per loro sono definite quote riportate nella tabella 1. Infine c’è lo Stato a cui va l’eredità “vagante”, quando non esistono eredi.

Tabella 1 – Quote in caso di successione legittima

E se il testamento esiste?

La seconda, se invece il testamento esiste, si chiama testamentaria: in questo caso il testamento deve essere olografo (scritto e firmato a mano da chi lascia i suoi beni con tanto di data e luogo in cui viene redatto) oppure redatto sotto dettatura di un notaio con due testimoni presenti (testamento pubblico). Si chiama testamento segreto quello olografo ricevuto in busta chiusa dal notaio. Le quote in questo caso sono riportate nella tabella 2.

Tabella 2 – Quote in caso di successione testamentaria

Che accade se le quote non sono rispettate?

La terza invece prende il nome di successione necessaria e si profila quando le quote di riserva destinate agli eredi (legittime) non sono rispettate.

Si può essere esclusi dall’eredità?

La risposta è sì e accade in casi particolari: succede infatti a chi ha subito una condanna per omicidio o tentato omicidio ai danni del defunto o dei suoi eredi. Il concetto si estende a chi ha falsificato (o provato a falsificare) il testamento, a chi ha calunniato un erede e ha provato a far revocare o modificare il testamento. Non è escluso invece il coniuge separato a cui non è stata addebitata la separazione mentre il coniuge divorziato perde i propri diritti sull’eredità.

Che fare se i propri diritti non vengono rispettati?

In questo caso si può ricorrere in giudizio. Chi non ha ancora accettato l’eredità, può agire affinché la durata dell’azione giudiziaria non intacchi il patrimonio in modo grave o irreparabile. Può inoltre chiedere l’autorità giudiziaria l’autorizzazione a vendere beni deperibili o che sarebbe troppo oneroso conservare. L’erede in quanto tale, invece, può agire nei confronti di chi usufruisce un bene ereditato con la cosiddetta petizione di eredità. In questi casi si apre un capitolo complesso, un capitolo che richiede un’assistenza specializzata che tuteli gli aventi diritto e che possa seguire tutta la questione con le competenze necessarie.

EREDITA’ TESTAMENTO ,PERCHE’ LITIGARE ?….

Molti parenti , fratelli , ricevono un’eredità ,anzi non molti alcuni e improvvisamente apriti cielo ,incominciano le discussioni, per dividersi il patrimonio.

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CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE II CIVILE,

sentenza 28 novembre 2013 – 10 gennaio 2014, n. 406

Presidente Bursese – Relatore Migliucci

Svolgimento del processo

  1. – D.F.L. , in nome e per conto della figlia minore G.A. , conveniva in giudizio davanti il tribunale di Bologna R.R. per sentire accertare la lesione della quota di legittima spettante alla G. con la condanna della convenuta alla restituzione dei beni ereditari nonché dei frutti.

Deduceva che la minore G.A. era erede naturale del padre G.G. , il quale – deceduto in (OMISSIS) aveva nominato erede universale la moglie R.R. , ed alla sua morte, la figlia G.A. , per i beni residui.
R.R. , costituendosi in giudizio, non contestava la qualità di erede della minore, ma negava che vi fosse una cassetta di sicurezza ed evidenziava che esisteva una sola polizza assicurativa, che era stata incassata dalla attrice; chiedeva, quindi, che il tribunale dichiarasse il suo diritto ad ottenere sia la legittima che la disponibile sul patrimonio residuo, provvedendosi, altresì, alla formazione dell’asse ereditario ed alla sua divisione secondo legge, tenendosi contro sia di quanto già incassato dall’attrice che della esistenza di debiti che gravavano sull’eredità.

A seguito del raggiungimento da parte della G. della maggior età, il processo si interrompeva e veniva proseguito dalla G. .
Il tribunale di Bologna, con sentenza non definitiva del 3 febbraio 1987, accertava che la G. aveva diritto di concorrere al patrimonio relitto dal padre in misura di 1/4 della piena proprietà ed in misura di 1/5 dei 5/12 assegnati in usufrutto alla R. , rigettava la domanda relativa alla polizza n.982253, stipulata dal de cuius nell’esclusivo interesse della figlia.

Con sentenza definitiva del 22 giugno 1999 il tribunale disponeva la divisione del patrimonio assegnando alla G. l’immobile sito in (omissis) , mentre erano assegnati alla convenuta gli immobili siti in (OMISSIS) e la villa in (omissis) ; condannava la R. al pagamento del conguaglio pari a lire 33.604.182 oltre rivalutazione monetaria dal 26-4-1995 con gli interessi sulla somma rivalutata mese per mese fino al saldo; condannava la convenuta, a titolo di risarcimento dei danni, per il mancato godimento dal 1975 al 31-12-1988, nella misura del 27% della somma di L. 144.315.000, al netto degli oneri fiscali, con rivalutazione ed interessi sulla somma via via rivalutata sino al saldo, precisando che l’attrice aveva limitato la propria domanda fino al 31.12.1988; quanto ai beni mobili, stabiliva che all’attrice andavano consegnate n. 135 azioni (OMISSIS) , n. 2100 azioni (omissis) , n. 300 azioni (omissis) , n. 135 azioni (OMISSIS) e n. 500 azioni (…), oltre i frutti nella misura del 27%; condannava la R. al pagamento delle spese processuali.

Con sentenza dep. il 31 ottobre 2007 la Corte di appello di Bologna riformava la decisione definitiva che era stata impugnata da entrambe le parti.
In accoglimento dell’appello proposto dalla R. , riteneva che le spese di primo grado dovessero compensarsi; assegnava alla predetta anche l’immobile sito in (OMISSIS) oltre quelli attribuiti dal tribunale, ponendo a suo carico l’importo di Euro 70.000,00 a titolo di conguaglio da rivalutare dal settembre 1988 nonché al pagamento su detto importo degli interessi legali dalla pubblicazione della decisione di appello.

Per quel che ancora interessa nella presente sede, il predetto immobile sito in (…) era assegnato alla convenuta sul rilievo che, essendo la medesima titolare della maggiore quota, il criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. andava applicato con riferimento a ogni singolo immobile facente parte dell’asse ereditario.

Tenuto conto che il valore complessivo degli immobili era pari a lire 477.000.000, in considerazione delle quote di cui era titolare la G. , alla medesima spettava l’importo complessivo di lire 135.500.000,pari a Euro 70.000,00 che andava rivalutato dal momento della redazione della consulenza (settembre 1988).

Era riformata la sentenza definitiva che aveva accolto la domanda di corresponsione dei frutti relativi agli immobili detenuti dalla convenuta, sul rilievo che l’attrice non aveva offerto la prova che tali beni avessero effettivamente prodotto frutti percepiti dalla R. , posto che tale circostanza era stata contestata e indirettamente provata dalla convenuta, la quale aveva dedotto che l’immobile di (…) era stato concesso in comodato ai suoceri, quello di (omissis) era collabente e quello nel quale la moglie viveva con il de cuius (Villa di (omissis) ) costituiva la casa coniugale su cui la medesima era titolare del diritto di abitazione.

Ugualmente doveva ritenersi per le azioni che non avevano dato alcuna redditività.
Nel respingere l’appello incidentale proposto dall’attrice, i Giudici confermavano la sentenza definitiva la quale aveva ritenuto che 40.000 fosse il valore e non il numero delle azioni relitte come preteso dall’attrice, essendo la diversa indicazione contenuta nella denuncia di successione conseguenza di un mero errore materiale, come si ricavava dalla documentazione prodotta dall’appellante e dalle informazioni rese dall’Istituto di credito.
Nel dispositivo erano poste a carico della G. le spese relative al giudizio di appello.

2.- Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la D.F. , quale erede di G.A. nelle more deceduta, sulla base di otto motivi illustrati da memoria.
Resiste con controricorso l’intimata proponendo ricorso incidentale affidato a due motivi.

Motivi della decisione

Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti, ex art. 335 cod. proc. civ., perché sono stati proposti avverso la stessa sentenza.
Va ancora rilevata la legittimazione della D.F. a proporre il presente ricorso, avendo provato la qualità di erede della figlia G.A. , nelle more deceduta, avendo prodotto il relativo certificato di morte.ù

RICORSO PRINCIPALE

1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 718 e 720 cod. civ., censura la decisione gravata che, nell’assegnare alla convenuta tutti gli immobili in comunione aveva disapplicato il generale e prevalente principio della divisione in natura dei beni, quando la norma di cui all’art. 720 citato ne costituisce una deroga applicabile esclusivamente nei casi tassativamente indicati da tale norma.
La Corte non aveva preso in considerazione la possibilità della formazione di singole porzioni

1.2. – Il motivo va accolto.
La sentenza, nell’attribuire anche l’immobile sito in (…) alla R., la quale in tal modo è risultata assegnataria dell’intero complesso immobiliare (gli altri due immobili le erano stati già attribuiti con la sentenza definitiva del tribunale), ha tenuto conto esclusivamente del criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. in tema di divisione di immobili non comodamente divisibili, individuando l’assegnatario nel comunista titolare della quota maggiore su ciascuno dei beni immobili caduti in successione.
Qui occorre chiarire che in tema di divisione ereditaria, a norma dell’art. 718 cod. civ., ciascun coerede ha diritto alla parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli successivi. In particolare, il principio è derogato fra l’altro dall’art. 720 cod. civ., che disciplina l’ipotesi in cui l’eredità comprenda beni immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento : in tale ipotesi detti immobili devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nelle porzioni di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche alle porzioni di più coeredi ove questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione.

La deroga alla previsione dell’art. 718 cod. civ. – la cui applicazione è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice, che, peraltro, deve adeguatamente motivarla – è riferibile esclusivamente alla ipotesi in cui singole unità immobiliari siano considerate indivisibili, non potendo trovare applicazione alle ipotesi in cui vi sia una pluralità di beni immobili, laddove è possibile procedere a un progetto che consenta l’assegnazione in natura a ciascun condividente di porzioni dei beni ereditari (Cass. 7700/1994; 25332/2011).

Orbene, la sentenza impugnata ha fatto erronea applicazione di tali principi e di quanto statuito anche dalla S.C. la quale, con la decisione n. 21294/2004, richiamata dai Giudici di appello, pur facendo riferimento alla titolarità della maggior quota, aveva confermato la sentenza impugnata che aveva attribuito a ciascuno dei condividenti (o gruppo di condividenti) uno dei due immobili caduti in successione, proprio in attuazione del principio di cui all’art. 718 cod. civ.: infatti, la titolarità della quota maggioritaria sui due immobili non apparteneva al medesimo condividente (come nel caso de quo) ma a condividenti diversi nel senso che il comunista, titolare della quasi totalità delle quote di comproprietà su un fabbricato, aveva quote minime sul terreno di cui invece gli altri condividenti avevano la maggioranza.

2.1. – Il secondo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 728 cod. civ., censura la sentenza impugnata laddove aveva stabilito il conguaglio relativo all’immobile sito in (…) assegnato con la sentenza impugnata alla R. con riferimento alla stima compiuta dal consulente nel 1988 quando si sarebbe dovuto fare riferimento al valore di mercato del bene all’attualità, non essendo sufficiente la rivalutazione monetaria.

2.2.- Il motivo è assorbito.
L’accoglimento del primo motivo – comportando la caducazione della statuizione relativa alla assegnazione dell’immobile di (…) – assorbe ogni questione circa il relativo conguaglio.

3.1..- Il terzo motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione dell’art. 728 cod. civ., in via subordinata denuncia le modalità di determinazione degli interessi legali sulla somma dovuta a titolo di conguaglio, tenuto conto che gli stessi decorrono sugli importi di volta in volta maturati.

3.2.- Anche questo motivo è assorbito per le medesime considerazioni formulate sopra.

4.1.- Il quarto motivo (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia) censura la sentenza impugnata che, nell’escludere la esistenza di frutti mobiliari, aveva omesso di esaminare quanto era al riguardo emerso dagli elaborati peritali depositati nel procedimento di primo grado, laddove era stato determinato il valore complessivo delle rendite maturate.

4.2.- Il motivo è fondato.
La sentenza si è limitata ad affermare in modo apodittico che le azioni non avevano dato alcuna reddittività senza peraltro indicare le ragioni di tale convincimento e senza esaminare e dare conto di quanto emerso dalle risultanze processuali alle quali ha fatto cenno il ricorrente.

5.1.- Il quinto motivo, lamentando violazione e/o falsa applicazione degli artt. 718 e 720 cod. civ., censura la sentenza laddove, nell’escludere il credito relativo ai frutti derivanti dal godimento degli immobili, aveva fondato la decisione su una circostanza irrilevante ovvero la assenza di prova dell’effettiva maturazione e del percepimento dei frutti da parte della convenuta, quando il diritto deriva dalla redditività del bene goduto dal comunista fino al momento dello scioglimento della comunione.

5.2.- Il motivo è fondato nei limiti di cui si dirà.
Il diritto dei comunisti alla quota dei frutti dei beni caduti in comunione trova fonte nella redditività potenziale del bene che è rimasto nell’effettivo godimento di uno solo dei comproprietari, tenuto conto che in tema di divisione immobiliare, il condividente di un immobile che durante il periodo di comunione abbia goduto del bene in via esclusiva senza un titolo giustificativo, deve corrispondere agli altri i fratti civili, quale ristoro della privazione della utilizzazione “pro quota” del bene comune e dei relativi profitti, con riferimento ai prezzi di mercato correnti dal tempo della stima per la divisione a quello della pronuncia. (Cass. n. 7881 del 2011).

Appare del tutto irrilevante – e non potrebbe evidentemente pregiudicare gli altri comproprietari – la non utile gestione che il comunista nel possesso dei beni – il quale amministra il bene anche nell’interesse e per conto degli altri – abbia fatto, dando di sua iniziativa il bene in uso gratuito (comodato), come è avvenuto per l’immobile di XXXXX.

Peraltro, la capacità del bene di produrre reddito va evidentemente compiuta in relazione allo stato in cui il bene si trovi, dovendo verificarsi se lo stesso possa essere effettivamente oggetto di utilizzazione.
Nella specie, la motivazione appare insufficiente laddove non risulta compiuto alcuna effettiva indagine in merito allo stato in cui si trovava l’immobile di (OMISSIS) e in relazione alle condizioni denunciate con l’appello principale: evidentemente il giudice di rinvio dovrà compiere tale indagine.
Appare invece corretto escludere l’obbligo di frutti relativamente all’immobile (villa (omissis) ), perché abitato dal coniuge abitasse al momento della morte del de cuius (circostanza che non risulta specificamente contestata) : essendo oggetto del legato ex lege a favore del coniuge superstite, l’acquisto avviene al momento dell’apertura della successione ed esclude – relativamente a esso – quindi lo stato di comunione.

6.1.- Il sesto motivo ( violazione e/o falsa applicazione dell’art. 282 cod. proc. civ.) denuncia che erroneamente la sentenza aveva fatto decorrere gli interessi compensativi sul conguaglio dalla data della sentenza di appello, dovendo gli stessi piuttosto decorrere dalla sentenza definitiva del tribunale che, essendo provvisoriamente esecutiva, aveva determinato lo scioglimento della comunione.

6.2. Il motivo è infondato.
Occorre premettere che la sentenza di appello, in accoglimento dell’impugnazione proposta dalla R. , ha determinato dalla data di pubblicazione della decisione la decorrenza degli interessi compensativi dovuti sul complessivo conguaglio liquidato (quindi anche sul conguaglio sugli immobili attribuiti con la decisione del tribunale).

Al riguardo va chiarito che il principio della natura dichiarativa della sentenza di divisione opera esclusivamente in riferimento all’effetto distributivo, per cui ciascun condividente è considerato titolare, sin dal momento dell’apertura della successione, dei soli beni concretamente assegnatigli e a condizione che si abbia una distribuzione dei beni comuni tra i condividenti e le porzioni a ciascuno attribuite siano proporzionali alle rispettive quote; non opera invece, e la sentenza produce effetti costitutivi, quando ad un condividente sono assegnati beni in eccedenza rispetto alla sua quota, in quanto rientranti nell’altrui quota (Cass. 9659/200, 6653/2003).

L’anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, quando la statuizione condannatoria è legata all’effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico e non meramente dipendente, come appunto nella specie, in cui il diritto al conguaglio dovuto agli altri comunisti da parte dell’assegnatario sorge nel momento in cui viene a cessare lo stato di indivisione e trova fonte nell’attribuzione ad altro condividente di un bene eccedente la sua quota.

7.1.- Il settimo motivo (violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2735 e 2733 cod. civ.) denuncia l’errore in cui sarebbe incorsa la sentenza impugnata laddove, nel confermare la decisione definitiva del tribunale sul numero di azioni cadute in successione, aveva ritenuto frutto di errore materiale la indicazione, contenuta nella denuncia di successione e nella dichiarazione formulata dalla stessa convenuta in sede di inventario, dichiarazione che, essendo stata fatta in presenza del legale rappresentane dell’attrice, avrebbe valore di confessione stragiudiziale e, come tale, di prova legale non suscettibile di essere liberamente apprezzata dal giudice.

7.2.- Il motivo è infondato.
La indicazione sul numero di azioni compiuta dalla convenuta, seppure alla presenza della controparte, era stata formulata al fine di procedere alla redazione dell’inventario dei beni relitti e, dunque, non poteva integrare la confessione stragiudiziale, la quale si configura quando sia resa alla controparte la consapevole dichiarazione di un fatto a sé sfavorevole e a quella favorevole.
La sentenza, con accertamento di fatto incensurabile in sede di legittimità, ha ritenuto che la indicazione era da ritenersi frutto di errore materiale, avendo verificato la effettiva consistenza delle azioni in base alle informazioni dell’Istituto di credito.

8. L’ottavo motivo che concerne la statuizione delle spese processuali è assorbito.

RICORSO INCIDENTALE.

1.1. – Il primo motivo (violazione dell’art. 112 cod. proc. civ.) denuncia che la sentenza impugnata pur avendo accolto il primo motivo, con il quale era stata riconosciuta la compensazione delle spese del giudizio di primo grado aveva poi nel dispositivo condannato essa attrice al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

1.2.- Il motivo va disatteso.
Occorre premettere che in tema di liquidazione delle spese giudiziali, il criterio della soccombenza non si fraziona secondo l’esito delle varie fasi, ma va considerato unitariamente all’esito finale della lite, senza che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi soccombente abbia conseguito un esito per sé favorevole ( Cass. 11599/2004, – 198880/2011; Ord. 6369/2013).
La riforma, anche parziale, della sentenza di primo grado comporta la caducazione delle consequenziali statuizioni relative alle spese processuali che il giudice deve di ufficio liquidare in base all’esito complessivo della lite; ove, invece, la decisione di primo grado sia confermata, la regolamentazione delle spese di primo grado potrà essere oggetto di riesame soltanto nel caso in cui la parte soccombente abbia proposto uno specifico motivo di gravame.
Ciò premesso, la cassazione della sentenza di appello comporta l’assorbimento della censura circa la decisione sulle statuizioni sulle spese, posto che sarà il giudice di rinvio a doversi pronunciare sulle spese di primo grado – peraltro oggetto di specifico motivo di appello – e di gravame secondo l’esito della controversia.

2.1.- Il secondo motivo (omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione) deduce che la sentenza, pur avendo con la motivazione chiarito che il conguaglio era stabilito per tutti gli immobili caduti in successione, nel dispositivo aveva attribuito tale somma per il solo immobile di (…).

2.2.- Il motivo è infondato.
Nell’ordinario giudizio di cognizione, l’esatto contenuto della pronuncia va individuato non alla stregua del solo dispositivo, bensì integrando questo con la motivazione nella parte in cui la medesima rivela l’effettiva volontà del giudice. Ne consegue che, in assenza di un vero e proprio contrasto tra dispositivo e motivazione, è da ritenere prevalente la statuizione contenuta in una di tali parti del provvedimento che va, quindi, interpretato in base all’unica statuizione che, in realtà, esso contiene.
Nella specie, deve peraltro escludersi il contrasto denunciato laddove il riferimento contenuto nel dispositivo agli immobili già attribuiti alla convenuta con la sentenza definitiva del tribunale consente di comprendere che il conguaglio era determinato per l’intero asse immobiliare e non solo con riferimento all’immobile di (…).

Il ricorso incidentale va rigettato.
Pertanto, vanno accolti il primo, il quarto, il quinto – per quanto in motivazione – motivo del ricorso principale; vanno rigettati il sesto e il settimo mentre sono assorbiti il secondo, il terzo e l’ottavo.
La sentenza va cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi; accoglie il primo, il quarto e il quinto, per quanto in motivazione, del ricorso principale, assorbiti il secondo, il terzo e l’ottavo, rigetta il sesto e il settimo; rigetta il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

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Art. 718.
Diritto ai beni in natura.

Ciascun coerede può chiedere la sua parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli seguenti.

Art. 719.
Vendita dei beni per il pagamento dei debiti ereditari.

Se i coeredi aventi diritto a più della metà dell’asse concordano nella necessità della vendita per il pagamento dei debiti e pesi ereditari, si procede alla vendita all’incanto dei beni mobili e, se occorre, di quei beni immobili la cui alienazione rechi minor pregiudizio agli interessi dei condividenti.

Quando concorre il consenso di tutte le parti, la vendita può seguire tra i soli condividenti e senza pubblicità, salvo che vi sia opposizione dei legatari o dei creditori.

Art. 720.
Immobili non divisibili.

Se nell’eredità vi sono immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene, e la divisione dell’intera sostanza non può effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto.

Art. 721.
Vendita degli immobili.

I patti e le condizioni della vendita degli immobili, qualora non siano concordati dai condividenti, sono stabiliti dall’autorità giudiziaria.

Il motivo è stato accolto in ragione del ragionamento che segue. La Cassazione ha evidenziato che la sentenza gravata ha tenuto conto esclusivamente del criterio sancito dall’art. 720 cod. civ. in tema di divisione di immobili non comodamente divisibili, individuando l’assegnatario nel comunista titolare della quota maggiore su ciascuno dei beni immobili caduti in successione.

Da qui, secondo la Suprema Corte, è sorta la necessità di chiarire le caratteristiche della divisione ereditaria per cui, a norma dell’art. 718 cod. civ., ciascun coerede ha diritto alla parte in natura dei beni mobili e immobili dell’eredità, salve le disposizioni degli articoli successivi. In particolare, il principio dell’art. 718 c.c. è derogato fra l’altro dall’art. 720 cod. civ., che disciplina la particolare ipotesi in cui l’eredità ricomprenda beni immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene e la divisione dell’intero non possa effettuarsi senza il loro frazionamento. In tal caso il Codice prevede che detti immobili debbano preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nelle porzioni di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche alle porzioni di più coeredi ove questi ne richiedano congiuntamente l’attribuzione.

Art. 720.
Immobili non divisibili.

Se nell’eredità vi sono immobili non comodamente divisibili, o il cui frazionamento recherebbe pregiudizio alle ragioni della pubblica economia o dell’igiene, e la divisione dell’intera sostanza non può effettuarsi senza il loro frazionamento, essi devono preferibilmente essere compresi per intero, con addebito dell’eccedenza, nella porzione di uno dei coeredi aventi diritto alla quota maggiore, o anche nelle porzioni di più coeredi, se questi ne richiedono congiuntamente l’attribuzione. Se nessuno dei coeredi è a ciò disposto, si fa luogo alla vendita all’incanto.

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CONTROVERSIE EREDITARIE

CONTROVERSIE SUCCESSIONI EREDITARIE

Con atto di citazione notificato il 25 gennaio e il 1 febbraio 1997, P.S. ed E. convenivano in giudizio, davanti al Pretore di Rieti, P.A. e P.M. e – assumendo di essere venute a conoscenza, a seguito di visura catastale eseguita in data 19 giugno 1996, del decreto pretorile suddetto che non era loro opponibile e che faceva sorgere il loro interesse all’esperimento dell’azione intrapresa – chiedevano l’accertamento giudiziale dell’autenticità delle sottoscrizioni di P.F. ed Pe.Au. in calce all’atto di divisione del 9 novembre 1968 e della sottoscrizione di Pe.Ma. in calce all’atto di rinuncia del 4 agosto 1968 nonché la dichiarazione di loro esclusiva proprietà delle porzioni di fabbricato loro rispettivamente assegnate con l’atto di divisione.

I convenuti si costituivano, resistendo. Eccepivano la nullità: dell’atto di rinuncia di M.A. alla propria quota di comproprietà del fabbricato in favore dei figli, trattandosi di donazione non effettuata con atto pubblico; della rinuncia di Pe.Ma. alla sua quota, trattandosi di cessione della quota a lui pervenuta in donazione dalla madre ma non ancora accettata; infine, della clausola con la quale lo stesso Pe.Ma. aveva rinunciato, per sé e per i suoi aventi causa, in favore degli assegnatari delle rimanenti quote del fabbricato, ai diritti che potessero derivargli sul fabbricato stesso a seguito di eventuale successione, trattandosi di patto successorio vietato dall’art. 458 cod. civ. Deducevano, infine, l’opponibilità del decreto pretorile alle attrici, le quali non potevano considerarsi terzi.

Integrato il contraddittorio nei confronti di A.C. , di Pe.Gi. e di P.G. , eredi di Pe.Au. , e di Pe.Ma. , tutti rimasti contumaci, con sentenza non definitiva n. 328 del 2001 il Tribunale di Rieti, divenuto competente a seguito della soppressione del Pretore, dichiarava la nullità della clausola n. 7 della scrittura privata del 4 agosto 1968, con la quale Pe.Ma. aveva rinunciato ad eventuali diritti successori sulla casa di via S. Maria degli Angeli, mentre rigettava le altre eccezioni sollevate dai convenuti e, con separata ordinanza, rimetteva la causa sul ruolo per l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio ai fini dell’accertamento dell’autenticità delle firme di P.F. , Au. e Ma. .

Nel prosieguo della causa, espletata consulenza tecnico-grafica, il Tribunale, con sentenza definitiva n. 46/2003, dichiarava autentiche le sottoscrizioni apposte sulla scrittura privata del 9 novembre 1968, intercorsa tra M.A. , P.F. , P.S. , P.E. e Pe.Au. .

  1. – Avverso tali sentenze hanno proposto appello P.A. e P.M. .

Si sono costituite P.E. e P.S. , chiedendo il rigetto dell’impugnazione.

Il processo, interrotto per il decesso di P.S. , è stato riassunto nei confronti dei di lei eredi M.C. e M.M.G. , i quali sono rimasti contumaci.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria l’11 febbraio 2009, ha rigettato il gravame.

3.1. – La Corte territoriale ha rilevato che la rinuncia di uno dei comproprietari effettuata, come nel caso di specie, a favore di tutti gli altri comproprietari non richiede l’atto pubblico (trattandosi di donazione indiretta, ossia di liberalità realizzata ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall’art. 782 cod. civ.), ma soltanto la forma scritta (venendo in considerazione la rinuncia alla quota di un bene immobile).

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 dicembre 2014 – 25 febbraio 2015, n. 3819

Presidente Mazzacane – Relatore Giusti

Ritenuto in fatto

  1. – Con scrittura privata in data 4 agosto 1968, M.A. ved. P. – proprietaria, per la metà, di un fabbricato sito in (omissis) , in catasto al foglio 23 particella 111 sub 1, rinunciava alla sua suddetta quota in favore dei propri figli F. , S. , E. , Au. e Ma. , comproprietari dell’altra metà.

Con la stessa scrittura:

– P.F. , S. , E. ed Au. rinunciavano alle loro quote di comproprietà di un fondo rustico sito in località (omissis) in favore di Pe.Ma.;

– Pe.Ma. rinunciava alla sua quota di comproprietà, nella consistenza derivante dalla rinuncia della madre, sulla suddetta casa di via (omissis) ;

– P.F. , S. , E. ed Au. si obbligavano a “far abitare, a titolo gratuito, in vita natural durante, la loro madre M.A. in una stanza della casa” suddetta;

– tutte le parti si impegnavano “a tradurre la… scrittura in atto pubblico a richiesta di uno di essi”;

– veniva stabilita una penale di L. 2.000.000 per il caso di inadempimento;

– si stabiliva che “qualora al Sig. Pe.Ma. dovesse derivare un diritto in forza di successione sulla casa di via (omissis) …, questo o i suoi aventi diritto dovranno rinunziarvi, previo equo corrispettivo, in favore di tutti coloro che già dispongono di una quota della predetta casa”.

Con successiva scrittura privata del 9 novembre 1968, i germani P.F. , S. , E. ed Au. , rimasti i soli comproprietari della suddetta casa, procedevano alla divisione della stessa, attribuendosene ognuno una parte.

  1. – Con ricorso depositato il 18 dicembre 1993, P.M. ed A. , aventi causa di P.F. , chiedevano ed ottenevano dalla Pretura circondariale di Rieti – ai sensi della legge 10 maggio 1976, n. 346, che consente l’usucapione quindicennale dei fondi rustici con annessi fabbricati siti in comuni montani – il riconoscimento del loro avvenuto acquisto della proprietà del suindicato fabbricato qualificato come “rurale”, ma non di fondi rustici.

Con atto di citazione notificato il 25 gennaio e il 1 febbraio 1997, P.S. ed E. convenivano in giudizio, davanti al Pretore di Rieti, P.A. e P.M. e – assumendo di essere venute a conoscenza, a seguito di visura catastale eseguita in data 19 giugno 1996, del decreto pretorile suddetto che non era loro opponibile e che faceva sorgere il loro interesse all’esperimento dell’azione intrapresa – chiedevano l’accertamento giudiziale dell’autenticità delle sottoscrizioni di P.F. ed Pe.Au. in calce all’atto di divisione del 9 novembre 1968 e della sottoscrizione di Pe.Ma. in calce all’atto di rinuncia del 4 agosto 1968 nonché la dichiarazione di loro esclusiva proprietà delle porzioni di fabbricato loro rispettivamente assegnate con l’atto di divisione.

I convenuti si costituivano, resistendo. Eccepivano la nullità: dell’atto di rinuncia di M.A. alla propria quota di comproprietà del fabbricato in favore dei figli, trattandosi di donazione non effettuata con atto pubblico; della rinuncia di Pe.Ma. alla sua quota, trattandosi di cessione della quota a lui pervenuta in donazione dalla madre ma non ancora accettata; infine, della clausola con la quale lo stesso Pe.Ma. aveva rinunciato, per sé e per i suoi aventi causa, in favore degli assegnatari delle rimanenti quote del fabbricato, ai diritti che potessero derivargli sul fabbricato stesso a seguito di eventuale successione, trattandosi di patto successorio vietato dall’art. 458 cod. civ. Deducevano, infine, l’opponibilità del decreto pretorile alle attrici, le quali non potevano considerarsi terzi.

Integrato il contraddittorio nei confronti di A.C. , di Pe.Gi. e di P.G. , eredi di Pe.Au. , e di Pe.Ma. , tutti rimasti contumaci, con sentenza non definitiva n. 328 del 2001 il Tribunale di Rieti, divenuto competente a seguito della soppressione del Pretore, dichiarava la nullità della clausola n. 7 della scrittura privata del 4 agosto 1968, con la quale Pe.Ma. aveva rinunciato ad eventuali diritti successori sulla casa di via S. Maria degli Angeli, mentre rigettava le altre eccezioni sollevate dai convenuti e, con separata ordinanza, rimetteva la causa sul ruolo per l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio ai fini dell’accertamento dell’autenticità delle firme di P.F. , Au. e Ma. .

Nel prosieguo della causa, espletata consulenza tecnico-grafica, il Tribunale, con sentenza definitiva n. 46/2003, dichiarava autentiche le sottoscrizioni apposte sulla scrittura privata del 9 novembre 1968, intercorsa tra M.A. , P.F. , P.S. , P.E. e Pe.Au. .

  1. – Avverso tali sentenze hanno proposto appello P.A. e P.M. .

Si sono costituite P.E. e P.S. , chiedendo il rigetto dell’impugnazione.

Il processo, interrotto per il decesso di P.S. , è stato riassunto nei confronti dei di lei eredi M.C. e M.M.G. , i quali sono rimasti contumaci.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria l’11 febbraio 2009, ha rigettato il gravame.

3.1. – La Corte territoriale ha rilevato che la rinuncia di uno dei comproprietari effettuata, come nel caso di specie, a favore di tutti gli altri comproprietari non richiede l’atto pubblico (trattandosi di donazione indiretta, ossia di liberalità realizzata ponendo in essere un negozio tipico diverso da quello previsto dall’art. 782 cod. civ.), ma soltanto la forma scritta (venendo in considerazione la rinuncia alla quota di un bene immobile).

La Corte d’appello ha poi confermato il giudizio di marginalità del patto successorio vietato nel contesto dell’operazione economico-sociale posta in essere con le scritture.

Infine, la Corte ha sottolineato che l’inopponibilità del decreto pretorile a P.E. e S. si evince, a contrario, dal disposto dell’ultimo comma dell’art. 3 della legge n. 346 del 1976.

  1. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello P.A. e P.M. hanno proposto ricorso, con atto notificato il 7 ottobre 2009, sulla base di quattro motivi.

Hanno resistito, con controricorso, P.E. , M.C. e M.M.G. .

Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Considerato in diritto

  1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 809, 1362, 1363 e 1367 cod. civ.) i ricorrenti deducono che la rinuncia operata da M.A. nella scrittura privata del 4 agosto 1968 costituirebbe una donazione diretta di cui agli artt. 782 e ss. cod. civ. Essi chiedono conclusivamente che sia affermato il principio di diritto secondo cui “la rinuncia ad un diritto reale immobiliare in favore di soggetti nominativamente individuati, se effettuata a titolo di liberalità, ovvero senza corrispettivo e senza che essa concretizzi adempimento di una obbligazione, sia pure di natura morale, configura la fattispecie della donazione reale traslativa, in quanto la sua causa tipica è data dall’animus donandi e, in conseguenza, deve avere a pena di nullità la forma dell’atto pubblico. Per l’effetto, anche la rinuncia donationis causa al diritto di comproprietà su un bene immobile in favore degli altri comproprietari, a tal uopo specificamente designati, poiché persegue una funzione direttamente attributiva e non già meramente abdicativa del diritto reale, è soggetta alla disciplina della donazione diretta ex art. 769 e segg. cod. civ. e deve perciò risultare a pena di nullità da atto pubblico”.

1.1. – La censura – scrutinabile nei limiti del quesito che la accompagna – è infondata.

Costituisce donazione indiretta la rinunzia alla quota di comproprietà, fatta in modo da avvantaggiare in via riflessa tutti gli altri comproprietari. In tal caso si è infatti di fronte ad una rinunzia abdicativa alla quota di comproprietà, perché l’acquisto del vantaggio accrescitivo da parte degli altri comunisti si verifica solo in modo indiretto attraverso l’eliminazione dello stato di compressione in cui l’interesse degli altri contitolari si trovava a causa dell’appartenenza del diritto in comunione anche ad un altro soggetto; e poiché per la realizzazione del fine di liberalità viene utilizzato un negozio, la rinunzia alla quota da parte del comunista, diverso dal contratto di donazione, non è necessaria la forma dell’atto pubblico richiesta per quest’ultimo.

Di tale principio ha fatto corretta applicazione la Corte del merito, dopo avere sottolineato che la rinuncia alla quota di un mezzo sulla proprietà della casa è stata compiuta da M.A. puramente e semplicemente in favore di tutti gli altri comproprietari, con una estensione automatica in proporzione delle loro quote di comproprietà, mediante l’utilizzazione di un negozio tipico, appunto la rinunzia di uno dei comproprietari ai sensi dell’art. 1104 cod. civ..

  1. – Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 1419, primo comma, cod. civ., sul rilievo che l’intera stipulazione sarebbe inficiata dalla nullità del patto successorio presente nella clausola n. 7, con cui Pe.Ma. ed i suoi aventi causa hanno rinunciato, in favore di F. , S. , E. ed Au. , ai diritti di proprietà sulla casa patriarcale di (OMISSIS) che gli sarebbero potuti derivare in via successoria. La clausola n. 7 sarebbe stata predisposta allo scopo unitario di conseguire la divisione inter vivos dell’asse ereditario e costituirebbe il presupposto indefettibile della scrittura privata in data 4 agosto 1968 nonché del consequenziale atto di divisione del 9 novembre 1968. I ricorrenti chiedono che sia affermato il principio secondo cui il patto successorio inserito nel testo di una scrittura privata contenente una pluralità di rinunce e ulteriori convenzioni tra le parti contraenti aventi ad oggetto diritti reali immobiliari, a sua volta collegata ad un successivo negozio giuridico tra i medesimi sottoscrittori avente ad oggetto la divisione dei cennati diritti reali immobiliari, è in rapporto di interdipendenza ed inscindibilità tanto con le clausole inserite nella prima stipulazione, quanto con il successivo negozio giuridico. Sicché, in quanto predisposto in vista di uno scopo unitario, tale patto successorio ha natura essenziale nell’economia dell’accordo negoziale e la sua intrinseca nullità (sancita dall’art. 458 cod. civ.) inficia ex art. 1419, primo comma, cod. civ. la validità dell’intera stipulazione che lo contiene nonché del successivo negozio giuridico ad esso collegato.

2.1. – Il motivo è infondato.

L’insegnamento consolidato di questa Corte regolatrice è nel senso che l’indagine diretta a stabilire, ai fini della conservazione del negozio, se la pattuizione nulla debba ritenersi essenziale, va condotta con criterio oggettivo, in funzione del permanere o meno dell’utilità del contratto in relazione agli interessi che si intendono attraverso di esso perseguire, quali risultano individuati attraverso l’interpretazione del negozio (Sez. III, 21 maggio 2007, n. 11673; Sez. III, 30 settembre 2009, n. 20948; Sez. II, 11 luglio 2012, n. 11749). Pertanto l’applicabilità del principio di conservazione (utile per inutile non vitiatur) deve escludersi solo quando la clausola o il patto nullo si riferiscano ad un elemento essenziale del negozio, oppure si trovino con le altre pattuizioni in tale rapporto di interdipendenza che queste non possono sussistere in modo autonomo (Sez. III, 17 aprile 1980, n. 2546; Sez. I, 22 marzo 1983, n. 2012), nel senso che il contratto non si sarebbe concluso senza quella clausola nulla o quel patto nullo (Sez. II, 4 dicembre 2003, n. 18535; Sez. I, 20 maggio 2005, n. 10690). Simile indagine, integrando un giudizio di fatto esclusivamente rimesso al giudice del merito, è incensurabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione immune da vizi logici e di diritto (Sez. I, 1 aprile 1977, n. 1230; Sez. I, 4 settembre 1980, n. 5100; Sez. II, 1 marzo 1995, n. 2340).

Ciò premesso, la denunziata violazione dell’art. 1419 cod. civ. non sussiste, avendo i giudici d’appello escluso, condividendo la valutazione espressa dal Tribunale, la ravvisabilità di un rapporto di interdipendenza tra il patto successorio nullo (ex art. 458 cod. civ.) e la parte residua dei negozi racchiusi nelle scritture private in questione, sul rilievo, fondato su un’attenta e compiuta considerazione dei termini della scrittura: (a) della formulazione estremamente vaga ed ipotetica della convenzione, collegata a diritti successori discendenti dalle disposizioni mortis causa di un eventuale testatore; (b) della marginalità del patto successorio vietato nel contesto di tutta l’operazione economico-sociale posta in essere con le suddette scritture (posto che la convenzione consacrata nella clausola non si pone come passaggio obbligato ed indefettibile, essendo intesa ad assicurare ai condividenti un vantaggio soltanto eventuale, futuro ed aggiuntivo, rappresentato dalla ipotetica possibilità di conseguire, semmai se ne fossero verificate le condizioni, un accrescimento della loro quota in virtù della rinuncia manifestata da Pe.Ma. ); (c) della non pertinenza della prospettazione fornita dagli appellanti, secondo i quali “la loro nonna aveva voluto beneficiare della proprietà della casa solo gli altri figli, escludendo anche da benefici futuri il figlio Mario in considerazione del cespite a questo pervenuto in conseguenza della rinuncia dei propri fratelli alle loro quote del fondo in località (omissis) ” (e ciò in quanto “la rinuncia ad eventuali diritti eredi tari da parte di Pe.Ma. , o di suoi eventuali aventi causa, non sarebbe, comunque, dovuta avvenire a titolo gratuito, ma previo equo corrispettivo”).

  1. – Il terzo motivo è relativo alla opponibilità del decreto di riconoscimento della proprietà a P.S. e a E. . Deducono i ricorrenti che costoro hanno avuto contezza dell’esistenza del procedimento a seguito degli adempimenti e delle comunicazioni prescritte dalla legge ed avrebbero potuto proporre opposizione ex art. 3, terzo comma, della legge n. 346 del 1976 ovvero, successivamente alla emissione del decreto pretorile, nelle forme e nei termini di cui al sesto comma dello stesso art. 3. P.E. e S. non potrebbero qualificarsi come soggetti terzi rispetto al riconoscimento della proprietà che P.A. e M. avrebbero promosso in buona fede.

3.1. – Il motivo è inammissibile, perché le deduzioni riguardo alla conoscenza del decreto pretorile in capo a P.E. e S. si fondano su mere affermazioni non suffragate da alcun puntuale richiamo a documenti verificabili.

  1. – Con il quarto mezzo si censura insufficiente motivazione. La motivazione della Corte d’appello presenterebbe gravi lacune in ordine al processo logico-giuridico in forza del quale è stato rigettato il gravame. La Corte territoriale avrebbe “ellitticamente richiamato le asserite corrette e condivisibili argomentazioni del giudice di prime cure senza fornire una spiegazione ragionevole delle scelte influenti nel contesto della decisione e senza entrare nel merito degli istituti di diritto sostanziale sottesi alla presente vicenda giudiziaria”.

4.1. – La censura è inammissibile perché, difettando del quesito di sintesi, non rispetta la prescrizione di cui all’art. 366 bis cod. proc. civ..

Alla stregua della letterale formulazione del citato art. 366-bis cod. proc. civ. – introdotto, con decorrenza dal 2 marzo 2006, dall’art. 6 del d.gs. 2 febbraio 2006, n. 40, e abrogato con decorrenza dal 4 luglio 2009 dall’art. 47 della legge 18 giugno 2009, n. 69, ma applicabile ai ricorsi proposti avverso le sentenze pubblicate tra il 3 marzo 2006 e il 4 luglio 2009 (cfr. art. 58, comma 5, della legge n. 69 del 2009) – questa Corte è ferma nel ritenere che, a seguito della novella del 2006, nel caso previsto dall’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., allorché, cioè, il ricorrente denunci la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione (Cass., Sez. Un., 18 ottobre 2012, n. 17838).

Ciò importa, in particolare, che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo al quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603).

Al riguardo, ancora è incontroverso che non è sufficiente che l’indicazione del fatto controverso e delle ragioni della non adeguatezza della motivazione sia esposta nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, occorrendo a tal fine una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata.

Nella specie il quarto motivo del ricorso, formulato ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ., è totalmente privo di tale momento di sintesi, iniziale o finale, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo.

  1. – Il. ricorso è rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna, i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 3.000 per compensi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

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  1. Come questa Corte ha già avuto occasione di precisare, condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima, è soltanto quella di essere tra le persone indicate nell’art. 557 c.c., e, cioè, di rivestire la qualità di legittimario, mentre la condizione stabilita dall’art. 564, comma 1, della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, vale soltanto per il legittimario che rivesta in pari tempo la qualità di erede (v. sent. 5 ottobre 1974 n. 2621).

 

 

 

 

  1. Ora, il legittimario totalmente pretermesso, proprio perchè pretermesso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, nè la qualità di erede, nè la titolarità dei beni ad altri attribuiti: potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario.

 

 

 

 

  1. Come opportunamente ha evidenziato la dottrina e la giurisprudenza anche di questa Corte, una totale pretermissione del legittimario può aversi sia nella successione testamentaria, che nella successione ab intestato, il legittimario sarà pretermesso: a) nella successione testamentaria se il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri, in base alla considerazione che, a norma dell’art. 457 c.c., comma 2, questi non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti, e b) nella successione ab intestato, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, considerato che per l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce (in tal senso da ultimo Cass. n. 19527 del 2005).

 

 

 

  1. Di qui, l’ulteriore conseguenza che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria, che in quella ab intestato, che impugna per simulazione un atto compiuto dal “de cuius” a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

 

BOLOGNA VICENZA TREVISO ALESSANDRIA ASTI SUCCESSIONE EREDITA' BOLOGNA –AVVOCATO TESTAMENTO.IMPUGNAZIONE TESTAMENTO La questione dello strumento processuale utilizzabile per contestare l'autenticità del testamento olografo; che sul punto si confrontano, nella giurisprudenza di questa Corte, due orientamenti;

BOLOGNA VICENZA TREVISO ALESSANDRIA ASTI SUCCESSIONE EREDITA’ BOLOGNA –AVVOCATO TESTAMENTO.IMPUGNAZIONE TESTAMENTO La questione dello strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo; che sul punto si confrontano, nella giurisprudenza di questa Corte, due orientamenti;

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

 

SEZIONE II CIVILE

 

Sentenza 3 luglio 2013, n. 16635

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE SECONDA CIVILE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. FELICETTI Francesco – Presidente –

 

Dott. PICCIALLI Luigi – Consigliere –

 

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

 

Dott. MATERA Lina – Consigliere –

 

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

 

ha pronunciato la seguente:

 

 

sentenza

 

sul ricorso 18044/2007 proposto da:

 

F.L. (OMISSIS), O.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA BUCCARI 3, presso lo studio dell’avvocato FORTI BRUNO, rappresentate e difese dall’avvocato CAROTTI GIULIANO;

 

– ricorrenti –

 

contro

 

C.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MOZART 7/B, presso lo studio dell’avvocato VIVIO GIULIANO, rappresentata e difesa dall’avvocato ROMANI GUIDO;

 

– controricorrente –

 

e contro

 

O.E.;

 

– intimata –

 

avverso la sentenza n. 3853/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/09/2006;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/04/2013 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI;

 

udito l’Avvocato ROMANI Guido, difensore della resistente che ha chiesto il rigetto del ricorso;

 

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso (da sentenza 12632/95 fino a sent. n 28632/11) cassazione con rinvio.

 

Svolgimento del processo

 

 

O.A., F.L. e F.G., con atto di citazione del 30 giugno 1997 convenivano in giudizio davanti al Tribunale di Rieti, C.G. ed O.E. (madre di C.G.) per ivi sentire: 1) dichiarare la simulazione del contratto di compravenduta del 18 gennaio 1997 con il quale il de cuius Or.Ab. aveva venduto alla nipote C.G. tutti i propri beni, 2) accertare la lesione della legittima, 3) condannare la convenuta C.G. alla rifusione in favore degli attori dei frutti percepiti dal rogito fino all’assegnazione delle quote, 4) dichiarare sciolta la comunione ereditaria mediante la formazione delle relative quote. A sostegno di questa domanda, gli attori premettevano che in data (OMISSIS) era deceduto Or.Ab. senza lasciare testamento e, pertanto, le sue eredi legittime erano le figlie A.E. e G.; che G. era premorta, lasciando eredi legittimi la figlia F.L. e il marito Gi.; che il de cuius si era spogliato dei suoi beni alienandoli tutti alla nipote C.G. figlia di E. con atto pubblico di compravendita, che detto contratto di compravendita era apparente e dissimulante una donazione, attesa la irrisorietà del prezzo di acquisto rispetto al valore reale, lo stretto legame di parentela che legava nonno (donante) e nipote (donataria); che il de cuius al momento della stipula del contratto di cui si dice conviveva con la nipote, il de cuius al momento della stipula del contratto di compravendita già indicato aveva l’età di novantadue anni e non aveva alcun interesse ad alienare l’immobile considerato che non avrebbe avuto la possibilità di godersi il denaro ricavato, invalido e impossibilitato ad uscire di casa; che dal contratto emergeva che i tre assegni di pagamento del corrispettivo, solo apparentemente, erano stati percepiti dal vegliardo, ma, in realtà, la somma non fosse uscita dalla sfera di disponibilità dell’acquirente.

 

 

Si costituivano C.G. e O.E. eccependo, preliminarmente, il difetto di legittimazione attiva di F. G. e nel merito, contestando la fondatezza della domanda attrice. Dopo ampia istruttoria, assunto interrogatorio formale delle parti, il Tribunale di Rieti con sentenza n. 386 del 2002 dichiarava il difetto di legittimazione attiva di F.G. e respingeva la domanda degli attori. Osservava il Tribunale che le attrici chiamate all’eredità ex lege avrebbero dovuto preventivamente accettare l’eredità con beneficio di inventario, prima di esperire l’azione di riduzione di cui all’art. 564 c.c.;

 

chiariva che l’accettazione non era necessaria solo quando l’erede fosse pretermesso totalmente, ipotesi non configurabile nel caso concreto poichè le attrici erano eredi legittime.

 

Avverso tale sentenza proponevano appello O.A. e F.L. lamentando che il Tribunale non avesse tenuto conto dell’orientamento del Supremo Collegio espresso con sent. 6 agosto 1990 n. 7899 secondo cui il legittimario pretermesso dell’eredità non è tenuto alla previa accettazione con beneficio di inventario per esperire l’azione di riduzione delle donazioni e legati, derivando l’acquisto della qualità di erede soltanto dal positivo esercizio di detta azione.

 

Si costituivano: a) C.G. che chiedeva di respingere il gravame ed, in subordine, nel caso di accoglimento del primo motivo di appello di respingere tutte le domande proposte dalle appellanti e, in via ulteriormente subordinata, nell’ipotesi di accoglimento della domanda di simulazione e di quella conseguente di riduzione di rimettere la causa sul ruolo per determinare al porzione di disponibile, b) O.E. si rimetteva alla giustizia relativamente al motivo di appello e in merito alle domande formulate in primo grado dalle appellanti si riportava alle conclusioni rassegnate in quella sede.

 

La Corte di Appello di Roma con sentenza n. 3853 del 2006 respingeva l’appello. Secondo la Corte romana, richiamando l’orientamento della Corte Suprema di Cassazione di cui alla sentenza n. 10262 del 2003 nel caso in esame mancava la condizione prevista dall’art. 564 cc per l’esercizio dell’azione di simulazione di cui si dice, atteso che gli appellanti non avevano accettato l’eredità con beneficio di inventario. Per altro, non potevano ritenersi fondate le questioni riproposte con l’atto di gravame da parte degli appellanti in ordine alla loro totale pretermissione.

 

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da O. A. e F.L. per due motivi, illustrati con memoria. C.G. ha resistito con controricorso, illustrato con memoria. O.E. in questa fase non ha svolto alcuna attività giudiziale.

 

Motivi della decisione

 

 

1.- Con il primo motivo O.A. e F.L. lamentano la violazione ed errata applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 564 c.c. Il motivo è articolato su due profili che si concludono con la proposizione di due quesiti di diritto:

 

  1. a) Intanto, secondo la ricorrente, la Corte romana avrebbe errato nel ritenere che l’azione di riduzione fosse condizionata all’accettazione con beneficio di inventano dell’eredità, in quanto avrebbe disatteso il principio di diritto enunciato da questa Corte Suprema con la sentenza n. 19527 del 2005 secondo cui “Qualora il de cuius abbia integralmente esaurito in vita il suo patrimonio mediante atti di donazione, sacrificando totalmente un erede necessario, il legittimario che intenda conseguire la quota di eredità a lui riservata dalla legge non ha altra via che quella di agire per la riduzione delle donazioni lesive dei suoi diritti, giacchè, non sorgendo alcuna comunione ereditaria se non vi sia nulla da dividere, solo dopo l’esperimento vittorioso di tale azione egli è legittimato a promuovere od a partecipare alle azioni nei confronti degli altri eredi per ottenere la porzione in natura a lui spettante dell’asse ereditario”. Pertanto, sostengono le ricorrenti essendo in concreto accaduto che il de cuius si era effettivamente spogliato in vita dell’intero suo patrimonio attraverso l’atto di donazione oggetto della controversia, andava conseguentemente escluso l’onere dell’accettazione con beneficio d’inventario. Concludono le ricorrenti: Dica codesta Corte Suprema tenuto conto che O. A. si è completamente spogliato in vita del suo patrimonio con il rogito del notaio Roberto Ceccarelli del 18 gennaio 1997, se le ricorrenti avessero l’onere dell’accettazione beneficiata di cu all’art. 564 cc. per incardinare l’azione di simulazione del rogito e di riduzione delle disposizioni testamentarie lesive delle loro quote legittime.

 

 

  1. b) Assumono, ancora, le ricorrenti che la Corte di merito avrebbe errato nel ritenere che l’azione di riduzione fosse condizionata all’accettazione con beneficio di inventario dell’eredità perchè non avrebbe dato rilievo alla domanda proposta con l’atto introduttivo di simulazione dell’atto di fa compravendita dissimulante un atto mulo in quanto posto in essere in frode alle ragioni delle stesse attrici. Nel caso in esame, specificano le ricorrenti, la sentenza impugnata non avrebbe tenuto conto neppure del principio di diritto espresso da questa Suprema Corte con la sentenza n. 10262 del 2003 secondo cui non necessita l’accettazione beneficiata, allorchè venga dedotta la simulazione relativa ed il negozio dissimulato sia nullo per vizio di forma, per incapacità di uno dei soggetti o per altra causa, considerato che nel caso in esame, sempre secondo le ricorrenti, l'”raltra causa” era oggettivamente costituita dal fraudolento intento dei contraenti de cuius e nipote di frodare le ragioni delle due appellanti. Pertanto, le ricorrenti concludono formulando l’ulteriore quesito di diritto:

 

 

Dica codesta Suprema Corte se, l’aver posto in essere il negozio di compravendita tra il de cuius e la nipote C.G. al fine di frodare le ragioni delle eredi, costituisca causa idonea ad escludere l’accettazione beneficiata.

1.1.- Il motivo è fondato sotto il primo profilo, nel quale rimane assorbito il secondo.

 

Come questa Corte ha già avuto occasione di precisare, condizione fondamentale per chiedere la riduzione delle donazioni o delle disposizioni lesive della porzione di legittima, è soltanto quella di essere tra le persone indicate nell’art. 557 c.c., e, cioè, di rivestire la qualità di legittimario, mentre la condizione stabilita dall’art. 564, comma 1, della preventiva accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, vale soltanto per il legittimario che rivesta in pari tempo la qualità di erede (v. sent. 5 ottobre 1974 n. 2621). Ora, il legittimario totalmente pretermesso, proprio perchè pretermesso dalla successione, non acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero per il solo fatto della morte del de cuius, nè la qualità di erede, nè la titolarità dei beni ad altri attribuiti: potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti di legittimario. Come opportunamente ha evidenziato la dottrina e la giurisprudenza anche di questa Corte, una totale pretermissione del legittimario può aversi sia nella successione testamentaria, che nella successione ab intestato, il legittimario sarà pretermesso: a) nella successione testamentaria se il testatore ha disposto a titolo universale dell’intero asse a favore di altri, in base alla considerazione che, a norma dell’art. 457 c.c., comma 2, questi non è chiamato all’eredità fino a quando l’istituzione testamentaria di erede non venga ridotta nei suoi confronti, e b) nella successione ab intestato, qualora il de cuius si sia spogliato in vita dell’intero suo patrimonio con atti di donazione, considerato che per l’assenza di beni relitti, il legittimario viene a trovarsi nella necessità di esperire l’azione di riduzione a tutela della situazione di diritto sostanziale che la legge gli riconosce (in tal senso da ultimo Cass. n. 19527 del 2005). Di qui, l’ulteriore conseguenza che il legittimario pretermesso, sia nella successione testamentaria, che in quella ab intestato, che impugna per simulazione un atto compiuto dal “de cuius” a tutela del proprio diritto alla reintegrazione della quota di legittima, agisce in qualità di terzo e non in veste di erede, condizione che acquista, solo in conseguenza del positivo esercizio dell’azione di riduzione, e come tale non è tenuto alla preventiva accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

 

 

1.1.a).- Pertanto, posto che nel caso in esame non vi era dubbio – per essere la circostanza emersa già in primo grado e non contestata dai convenuti,- che il de cuius, Or.Ab., avesse disposto in vita del suo intero patrimonio con atto di compravendita asseritamente simulato per notaio Roberto Ceccarelli del 18 gennaio 1997, la Corte di merito avrebbe dovuto – e non lo ha fatto – considerare che O.A., quale figlia del de cuius, e F.L., in rappresentazione della madre G. figlia del de cuius, risultavano essere legittimari pretermessi dalla successione ab intestato di Or.Ab. e avrebbe dovuto, pertanto, escludere che per l’esperimento dell’azione di simulazione relativamente al contratto di compravendita del 18 gennaio 1987 preordinato al successivo eventuale esercizio dell’azione di riduzione, la necessità dell’accettazione dell’eredità di che trattasi, con beneficio di inventario.

 

1.1.a).- Sotto altro profilo è contraria a diritto, per le ragioni di cui si è appena detto, l’affermazione della sentenza secondo la quale gli eredi necessari non possono essere pretermessi in mancanza di una volontà espressa da parte del de cuius, nè possono ritenersi pretermessi per la conseguenza di atti di disposizioni posti in vita dal de cuius considerato, come già si è detto, che la qualità di erede legittimo non si acquista per il solo fatto dell’apertura della successione, ovvero, per il solo fatto della morte del de cuius, almeno nelle ipotesi in cui possa identificarsi una volontà del de cuius a pretermettere i legittimari dalla successione sia essa espressa con il testamento o con atto di disposizione inter vivos con il quale, il de cuius, abbia disposto dell’intero patrimonio a favore di altri soggetti diversi dai legittimari.

 

2 – La fondatezza del primo motivo e la conseguente cassazione in relazione ad esso della decisione di secondo grado comporta l’assorbimento dell’esame del secondo motivo, con il quale le ricorrenti, denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’art. 564 c.c., censurano la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso che le appellanti (odierne ricorrenti) non fossero state totalmente pretermesse da Or.Ab. in quanto: a) come eredi legittimali la legge riservava loro una quota del patrimonio del defunto; b) e quali eredi necessarie perchè mancava una disposizione testamentaria che le escludeva essendo il de cuius deceduto senza testamento.

 

In definitiva, va accolto il primo motivo del ricorso e dichiarato assorbito il secondo, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad altra sezione della Corte di Appello di Roma la quale provvederà anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

 

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso nei sensi di cui in motivazione, dichiara assorbito il secondo motivo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa ad altra sezione della Corte di Appello di Roma, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di cassazione.

 

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 24 aprile 2013.

 

Depositato in Cancelleria il 3 luglio 2013

 

 

 

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