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ACCETTAZIONE EREDITA’ TESTAMENTO AVVOCATO BOLOGNA RINUNCIA EREDITA’ BOLOGNA EREDE LEGITTIMO

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ACCETTAZIONE EREDITA’ Corte di Cassazione sezione II CivileSentenza 7 luglio –

L’art. 480 primo comma cod. civ. prevede che il diritto di accettare l’eredita si prescrive in dieci anni; il termine decorre dall’apertura della successione, e in caso di istituzione condizionale dal giorno in cui si verifica la condizione; il secondo comma stabilisce che il termine non corre per i chiamati ulteriori se vi sia stata accettazione da parte dei precedenti chiamati dell’eredità e successivamente il loro acquisto è venuto meno.

Secondo l’art. 459 c.c. l’eredità si acquista con l’accettazione che, se esercitata, produce i suoi effetti sin dal momento in cui si è aperta la successione; dalla lettura di questo articolo si comprende come sia necessario distinguere il diritto di accettare l’eredità dal negozio di accettazione. 
È chiaro che l’uno presuppone l’altro e che tale diritto sorge in testa al chiamato all’eredità dal momento della apertura della successione.

1.- L’Unione Italiana dei Ciechi conveniva in giudizio la Regione Lombardia per sentirla condannare, previo accertamento della propria qualità di erede della defunta signora F.M. (deceduta a (omissis) ), alla restituzione dei beni immobili lasciati in eredità, giusta testamento, olografo del 23 maggio 1983, illegittimamente posseduti dalla Regione Lombardia. 
Chiedeva altresì la restituzione dei frutti percepiti dalla convenuta in quanto possessore di mala fede. 
Ritualmente costituitasi, la Regione Lombardia eccepiva: la prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità F. in capo all’Unione italiana dei Ciechi in quanto esercitata oltre il decennio dalla apertura della successione; 
l’intervenuto difetto di legittimazione passiva attesa l’entrata in vigore della legge regionale n. 1/2000, che aveva trasferito alla ASL territorialmente competente la gestione della casa di riposo per ciechi Villa Letizia di (…) con conseguente subentro nella titolarità di tutti i diritti, ragioni e rapporti attinenti alla gestione della medesima; nel merito, affermava la propria qualità di erede come desumibile dalla scheda testamentaria. 
Con sentenza n. 138/03 il tribunale accoglieva la domanda. 
Con sentenza dep. il 26 novembre 2007 la Corte di appello di Milano rigettava l’impugnazione

14 ottobre 2014, n. 21687 
Presidente Triola – Relatore Migliucci

Svolgimento del processo

1.- L’Unione Italiana dei Ciechi conveniva in giudizio la Regione Lombardia per sentirla condannare, previo accertamento della propria qualità di erede della defunta signora F.M. (deceduta a (omissis) ), alla restituzione dei beni immobili lasciati in eredità, giusta testamento, olografo del 23 maggio 1983, illegittimamente posseduti dalla Regione Lombardia. 
Chiedeva altresì la restituzione dei frutti percepiti dalla convenuta in quanto possessore di mala fede. 
Ritualmente costituitasi, la Regione Lombardia eccepiva: la prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità F. in capo all’Unione italiana dei Ciechi in quanto esercitata oltre il decennio dalla apertura della successione; 
l’intervenuto difetto di legittimazione passiva attesa l’entrata in vigore della legge regionale n. 1/2000, che aveva trasferito alla ASL territorialmente competente la gestione della casa di riposo per ciechi Villa Letizia di (…) con conseguente subentro nella titolarità di tutti i diritti, ragioni e rapporti attinenti alla gestione della medesima; nel merito, affermava la propria qualità di erede come desumibile dalla scheda testamentaria. 
Con sentenza n. 138/03 il tribunale accoglieva la domanda. 
Con sentenza dep. il 26 novembre 2007 la Corte di appello di Milano rigettava l’impugnazione principale proposta dalla Regione Lombardia, seppure con motivazione in parte diversa. 
- Dopo avere escluso che la richiesta di autorizzazione governativa 
potesse integrare, come erroneamente affermato dal tribunale, atto interruttivo della prescrizione del diritto di accettare l’eredità, i Giudici ritenevano comunque tempestiva l’accettazione sul rilievo che, presupposto indispensabile per l’esercizio del diritto, era identificare il soggetto proprietario di Villa Letizia, che la F. aveva inteso istituire erede, secondo quanto riconosciuto dalla stessa Regione; 
- peraltro, l’accertamento circa la proprietà di Villa Letizia aveva formato oggetto di un contenzioso fra le parti, definito dal Consiglio di Stato con sentenza passata in giudicato che aveva riconosciuto la proprietà in favore dell’”Unione Italiana dei Ciechi, per cui soltanto da tale momento era iniziato a decorrere il termine di prescrizione, che era stato tempestivamente esercitato; 
- era escluso il difetto di legittimazione passiva della Regione a favore dell’ASL, tenuto conto che, ai sensi dell’art. 111 cod. proc. civ., il giudizio doveva proseguire fra le parti originarie e che il possesso dei beni era rimasto alla Regione; 
- in base all’interpretazione letterale della scheda testamentaria, che faceva riferimento all’Istituto dei Ciechi di Caravate e non alla Regione, che in esso non era mai menzionata, il soggetto istituito erede doveva identificarsi nell’ente proprietario di Villa Letizia nella quale la testatrice medesima era ospitata. 
2. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la Regione Lombardia sulla base di sette motivi illustrati da memoria. 
Resiste con controricorso la Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Onlus.

Motivi della decisione

 

1.1.- Va innanzitutto esaminato, per la sua priorità logico- giuridica il quinto motivo “sul sopravvenuto difetto di legittimazione passiva, della Regione al sensi della legge regionale n. 1/2000. Mancata, applicazione dell’art. 110 cod. proc. civ. ed erronea applicazione dell’art. 111 cod. proc. civ.”. 
Deduce che, essendo la ASL succeduta universamente alla Regione nella attribuzione della gestione della casa di riposo Ville Letizia ovvero in tutti i rapporti inerenti a essa, legittimata passiva era la prima. 
1.2. Il motivo è infondato. 
Con l’art. 61 comma 4 della legge n. 1 del 2000, successiva alla introduzione del presente giudizio, la Regione Lombardia trasferiva la gestione della casa di riposo Villa Letizia ovvero i rapporti ad essa inerenti alla Asl, che subentrava alla prima relativamente a essi; ne consegue che, nella specie, si è verificata nel corso del processo una ipotesi di successione a titolo particolare nel diritto controverso, essendo avvenuto il subentro di un altro soggetto limitatamente alla gestione della predetta struttura; pertanto, correttamente è stato applicato l’art. 111 cod. proc. civ. secondo cui, in tal caso, il processo prosegue fra le parti originarie. 
2.1. Il primo motivo, lamentando violazione dell’art. 480 cod. civ. ed errata applicazione dell’art. 2943 cod. civ. censura la decisione gravata laddove aveva ritenuto che il termine per accettare l’eredità 
decorresse dalla accertata qualità di proprietaria di Villa Letizia ovvero dal passaggio in giudicato della sentenza del Consiglio di Stato quando, ai sensi del citato art. 480, il termine decorre dall’apertura della successione, mentre nessuna efficacia interruttiva poteva annettersi all’atto di istaurazione del giudizio promosso dinanzi al T.A.R., tenuto conto della natura del diritto di accettare l’eredità. 
1.2. – Il motivo è fondato. 
L’art. 480 primo comma cod. civ. prevede che il diritto di accettare l’eredita si prescrive in dieci anni; il termine decorre dall’apertura della successione, e in caso di istituzione condizionale dal giorno in cui si verifica la condizione; il secondo comma stabilisce che il termine non corre per i chiamati ulteriori se vi sia stata accettazione da parte dei precedenti chiamati dell’eredità e successivamente il loro acquisto è venuto meno. 
Orbene, da un canto, va osservato che in tema di accettazione della eredità non operano gli atti interruttivi della prescrizione, attesa la natura potestativa del diritto, che si realizza con il compimento dell’atto in cui si concreta l’accettazione; d’altro lato, il termine -definito dalla legge di prescrizione – è soggetto alle cause ordinarie di sospensione e agli impedimenti legali, non ricorrendo altri fatti impeditivi del suo decorso. Certamente ha natura amministrativa l’autorizzazione, a suo tempo prevista art. 17 cod. civ. per l’accettazione di eredità ed il conseguimento di legati da parte delle persone giuridiche. Infatti, tale provvedimento diretto a rimuovere un limite posto al libero esercizio di un diritto, il quale opera “ab estrinseco”, non condiziona l’esistenza o la validità dell’indicata accettazione, ma attribuisce alla stessa efficacia “ex tunc”, con l’applicabilità, durante il procedimento promosso per ottenere detta autorizzazione, dell’art. 5 disp. att. cod. civ., il quale attribuisce alla persona giuridica la facoltà di compiere gli atti conservativi dei propri diritti. 
Si è rivelata erronea la sentenza laddove, facendo applicazione dell’art. 2935 cod. civ., ha ritenuto che il diritto di accettare l’eredità non potesse essere esercitato prima del passaggio in passaggio in giudicato della sentenza di accertamento della proprietà di Villa Letizia ovvero prima della individuazione del soggetto che, in quanto proprietario di tale struttura, doveva considerarsi il destinatario dell’istituzione di erede. Ma, in tal modo, i Giudici hanno dato rilevanza a quello che avrebbe potuto considerarsi eventualmente un mero impedimento di fatto che, come tale, è inidoneo a fermare il corso della prescrizione ai sensi dell’art. 2935 cod. civ. Ed invero, l’accertamento della proprietà aveva a oggetto un elemento fattuale concernente la ricostruzione della volontà testamentaria nella individuazione del soggetto istituito erede e certamente non precludeva l’accettazione da parte del soggetto che, peraltro, ne aveva rivendicato la proprietà (poi accertata giudizialmente). Non può condividersi la difforma conclusione alla quale è pervenuto il Procuratore Generale, il quale ha in proposito richiamato la sentenza n. 191 del 1983 della Corte Costituzionale sulla decorrenza del termine di cui all’art. 480 cod. civ. nel caso in cui i figli naturali ottengano la dichiarazione giudiziale di paternità successivamente all’apertura della successione. Al riguardo, va osservato che il principio affermato dalla Corte non è pertinente, posto che nella ipotesi considerata la definizione del giudizio sulla paternità incide sulla capacità a succedere prevista dall’art. 462 cod. civ., che designa le categorie dei successibili: la dichiarazione giudiziale di paternità, riconoscendo lo status giuridico di figlio naturale, rimuove una causa giuridica ostativa all’accettazione da parte di un soggetto che altrimenti non rientrerebbe fra i successibili. 
Gli altri motivi sono assorbiti la sentenza va cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo del ricorso rigetta il quinto assorbiti gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

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l’eredità si acquista con l’accettazione

ATES2SCRITTA

dalla premessa che l’art. 459 c.c, nel prescrivere che l’eredità si acquista con l’accettazione, si riferisce all’eredità in sé considerata, a prescindere dai titolo della chiamata, legittima o testamentaria, presupponendo quindi un concetto unitario di acquisto dell’eredità stessa.

In tale contesto deve essere letto l’art. 480 c.c. che stabilisce il termine di decorrenza della prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità in ogni caso dal giorno dell’apertura della successione, e, in caso di istituzione condizionale, dal giorno in cui si verifica la condizione, senza porre quindi alcuna distinzione con riferimento al tipo di devoluzione; ai sensi del terzo comma della suddetta norma, poi, quando i primi chiamati abbiano accettato l’eredità, ma successivamente vengono rimossi gli effetti dell’accettazione, il suddetto termine non corre per gli ulteriori chiamati, decorrendo quindi dal giorno in cui costoro hanno la possibilità giuridica di accettare.

La conferma della scelta del legislatore di stabilire un termine decennale di prescrizione del diritto di accettazione dell’eredità decorrente dal giorno dell’apertura della successione sia in caso di successione legittima che testamentaria (fatte salve le espresse eccezioni previste dallo stesso art. 480 c.c.) è offerta dall’art. 483 c.c. che, dopo aver disposto al primo comma che l’accettazione dell’eredità non si può impugnare se viziata da errore, prevede al secondo comma che ‘se si scopre un testamento del quale non si aveva notizia al tempo dell’accettazione, l’erede non è tenuto a soddisfare i legati scritti in esso oltre il valore dell’eredità, o con pregiudizio della porzione legittima che gli è dovuta’.

Invero tale disposizione – dalla quale si evince che, una volta accettata l’eredità, non si pone più un problema di prescrizione del diritto di accettazione della stessa in base ad un testamento scoperto successivamente – attribuisce rilievo ad un testamento che sia stato rinvenuto a distanza di tempo dall’apertura della successione in quanto, temperando il rigore di quanto sancito al primo comma, ne prevede l’efficacia senza che esso debba essere accettato, sia nell’ipotesi che detto testamento sia più favorevole per il chiamato (qualora gli attribuisca una quota maggiore di eredità o altri beni) sia nell’ipotesi opposta, stabilendo il principio del limite dell’obbligo di soddisfare i legati entro il valore della dell’eredità; pertanto la norma in esame esclude due autonomi diritti di accettazione dell’eredità, in quanto, se così fosse, l’erede sarebbe tenuto a soddisfare i legati previsti nel testamento scoperto successivamente soltanto a seguito dell’accettazione di tale testamento; invece l’obbligo per l’erede di soddisfare i legati, sia pure nei limiti sopra enunciati, a seguito della scoperta di un testamento di cui non si aveva conoscenza al tempo dell’accettazione dell’eredità – e quindi il dettato legislativo secondo il quale l’accettazione sulla base della originaria delazione resta valida, ma alla prima successione si sovrappone quella testamentaria nei termini suddetti – inducono logicamente alla conclusione che l’accettazione è unica indipendentemente dal titolo della chiamata, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui il vigente ordinamento non contempla due distinti ed autonomi diritti di accettazione dell’eredità, derivanti l’uno dalla devoluzione testamentaria e l’altro dalla legittima, ma prevede (con riguardo al patrimonio relitto dal defunto, quale che ne sia il titolo della chiamata) un unico diritto di accettazione che, se non viene fatto valere, si prescrive nel termine di dieci anni decorrente dal giorno dell’apertura della successione (Cass. 25-1-1983 n. 697; Cass. 18-10-1988 n. 5666; Cass. 16-2-1993 n. 1933; Cass. 22-9-2000 n. 12575).

Deve a tal punto essere esaminata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 480 secondo comma c.c. sollevata in via subordinata nella memoria di costituzione di nuovi difensori dell’A. del 10-5-2010 per contrasto con gli artt. 3 e 24 della Costituzione.

 

 

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