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AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA   DIVORZIO BREVE BOLOGNA

CONSULENZA PER SEPARAZIONI E DIVORZI

LA SEPARAZIONE E IL DIVORZIO SONO COSE MOLTO DOLOROSE PER LA COPPIA E PER I FIGLI !!

ADDEBITO SEPARAZIONE

la pro­nuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario ac­certare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale.

 Non può tuttavia sottacersi che il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui am­bito sia stata generata prole, rappresenta una vio­lazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei co­niugi e, quindi, circostanza sufficiente a giusti­ficare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi co­niugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass., 9 giugno 2000, n. 7859; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 12 aprile 2006, n. 8512; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 14 feb­braio 2012, n. 2059, proprio in tema di ripartizio­ne del relativo onere della prova

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Separazione Divorzio  Bologna-avvocato matrimonialista Bologna – diritto di famiglia Bologna-divorzio breve

Sulla base dell’art. 151 c.c:

“la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

 AS6

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.

 

 

Nel caso in cui, quindi, l’autorità giudiziaria appuri che la rottura dell’unione coniugale è dipesa dalla violazione, da parte di una sola delle parti, dei doveri disciplinati dall’art. 143 c.c (di fedeltà reciproca, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione),

e sussista una specifica richiesta di parte in tal senso, potrà pronunciare sentenza di separazione con addebito. In questo senso, la Corte di legittimità ha manifestato la volontà di aderire a quell’indirizzo interpretativo che non concepisce la pronuncia sull’addebitabilità della separazione come autonoma, indipendente e distinta rispetto alla pronuncia sull’intollerabilità della convivenza..

 

 AFOTOGRAFICA1

 Assegno di mantenimento

 A seguito della separazione personale o del divorzio dei genitori i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, ricevendo cura, educazione ed istruzione da parte di entrambi; i genitori inoltre hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei propri figli in misura proporzionale al proprio reddito e l’assegno di mantenimento ad essi spettante,

 

 

 

ove venga determinato nel suo ammontare dal Tribunale (oppure, ove concordato tra i coniugi nella separazione consensuale, sia ritenuto non congruo), dovrà tener conto delle seguenti (assai generiche) circostanze, come precisato dall’art. 155 c.c.

le attuali esigenze del figlio;

il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

i tempi di permanenza presso ciascun genitore

le risorse economiche di entrambi i genitori;

la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

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Concretamente, il calcolo dell’ammontare dell’assegno di mantenimento dei figli, mancando nella disciplina legislativa un criterio matematico o tabelle precise che consentano di individuarlo con certezza, andrà effettuato considerando principalmente:

la situazione patrimoniale e reddituale dei coniugi operando una attendibile ricostruzione complessiva di essa;

l’eventuale presenza di un assegno di mantenimento del coniuge presso il quale sono collocati i figli;

l’eventuale beneficio dell’assegnazione della casa coniugale al coniuge collocatario dei figli (il valore economico corrisponde, di regola, al canone ricavabile dalla locazione dell’immobile).

Con la separazione o il divorzio ciascuno dei genitori i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con gli stessi , ricevendo cura, educazione ed istruzione da parte di entrambi; i genitori inoltre hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei propri figli in misura proporzionale al proprio reddito e l’assegno di mantenimento ad essi spettante, ove venga determinato nel suo ammontare dal Tribunale (oppure, ove concordato tra i coniugi nella separazione consensuale, sia ritenuto non congruo), dovrà tener conto delle seguenti (assai generiche) circostanze, come precisato dall’art. 155 c.c.:

le attuali esigenze del figlio

il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

le risorse economiche di entrambi i genitori;

la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento è una delle problematiche piu’ grandi delle separazioni e divorzi.


C’è purtroppo chi minaccia di ricorrere alla denuncia penale (più “economica”, perchè può essere presentata in proprio e, si pensa, più intimidatoria) anche in caso di mancato pagamento occasionale, dovuto magari ad una breve difficoltà, o di pagamento parziale o leggermente ritardato
L’omissione del mantenimento, invece, costituisce REATO PENALE solo entro limiti ben precisi, non specifici dei casi di separazione, ma generali, riferiti anche ai casi di unione tra i genitori o coniugi.

L’art. 570 del codice penale, infatti, è rubricato “violazione degli obblighi di assistenza familiare”.Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa da lire duecentomila a due milioni.Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa;.Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato e’ commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma…

 
AVVOCATO DIVORZIO BREVE BOLOGNA
 
POCHI MESI PER IL DIVORZIO !!!!
 
Trascorso il termine di 6 mesi o un anno dalla separazione i coniugi possono chiedere lo scioglimento del matrimonio e procedere quindi con il divorzio.
 
  1. Nel Divorzio Congiunto, ora diventato divorzio breve, il procedimento viene avviato dai coniugi separati in maniera consensuale. Essi devono raggiungere l’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio.

 

In particolare sull’affidamento e il mantenimento dei figli, sul mantenimento o meno del coniuge più debole, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla spartizione dei beni comuni.
 

 

Il divorzio diviene dunque consensuale e comporta molti vantaggi per le coppie di coniugi: è meno costoso, più rapido e quindi meno traumatico per i coniugi e per i figli.Chiedi all’avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli

 

L’avvocato matrimonialista Bologna può assistervi anche laddove non sia ancora stata raggiunta la concordia su tutte le condizioni di divorzio, attraverso incontri di mediazione e consulenza al fine di presentare il ricorso con la sottoscrizione di entrambi i coniugi.

 

i tempi che devono intercorrere fra la separazione e la richiesta per ottenere il divorzio sono ridotti dagli attuali tre anni a dodici mesi in caso di “separazione giudiziale” (quando cioè il divorzio viene chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è invece consensuale.

 

la separazione decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale

 

anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi: prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ora la comunione «si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati»

 

la nuova legge si applica anche ai procedimenti in corso.

 

la nuova legge  non prevede il divorzio immediato in assenza di un periodo di separazione
 

 

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55

 

Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi. (15G00073)

 

(GU n.107 del 11-5-2015)

 

Vigente al: 26-5-2015
 
 

 

La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;

 

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 

 

Promulga

 

la seguente legge:

 

1

 

Al  secondo  capoverso  della  lettera  b),  del   numero   2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n.  898,  e  successive modificazioni, le parole: « tre  anni  a  far  tempo  dalla  avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente  del  tribunale  nella procedura  di  separazione  personale  anche   quando   il   giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite  dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione  personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale,  anche  quando  il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

 

2

 

All’articolo 191 del codice  civile,  dopo  il  primo  comma  e’ inserito il seguente:

 

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale  autorizza  i coniugi a vivere separati, ovvero alla  data  di  sottoscrizione  del processo verbale di separazione consensuale dei  coniugi  dinanzi  al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con  la  quale  i  coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale  dello stato  civile  ai  fini  dell’annotazione  dello  scioglimento  della comunione».

 

3

 

Le disposizioni di cui agli articoli  1  e  2  si  applicano  ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore  della  presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di  separazione  che  ne costituisce il presupposto  risulti  ancora  pendente  alla  medesima data.

 

La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

 

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015

 

MATTARELLA
 
 
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“scappando da un problema aumenti solo la distanza dalla soluzione” 

Molte coppie chiedono consulenza ad un avvocato divorzista per porre fine al matrimonio o per conoscere quali siano i loro diritti nel caso di una futura cessazione di tale unione.

Scegliere di farsi assistere da un avvocato specializzato in questo settore è importante, al fine di espletare nel più breve tempio possibile tutte le pratiche necessarie e gestire nel migliore dei modi una situazione così delicata e dolorosa.

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La consulenza

Affidarsi agli avvocati divorzisti dello Studio Legale Avvocato Sergio Armaroli significa scegliere una guida in grado di aiutare io propri assistiti ad uscire nel migliore dei modi da una situazione che, se mal assistita, rischia di trascinarsi senza soluzione per anni.

L’assistenza legale per le separazioni e i divorzi include la presenza dell’avvocato per la risoluzione di tutta una serie di problematiche, dalla definizione degli assegni di mantenimento all’affidamento dei minori fino alla determinazione delle modalità del procedimento. Prima del divorzio vero e proprio, le coppie possono chiedere la separazione. Quest’ultima è una sorta di pausa volontaria dal rapporto in attesa di una riconciliazione e di uno scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale.

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NEGOZIAZIONE ASSISTITA-Divorzi/Separazioni senza giudice-Avvocati a Bologna avvocato Sergio Armaroli

Dopo il via libera del Senato è arrivata l’approvazione anche della Camera dei Deputati alla legge di conversione del decreto legge 132 del 2014, contenente anche la disciplina della negoziazione assistita per i provvedimenti di separazione personale e di divorzio. Ecco le maggiori novità:

La ratio della disciplina è semplificare le procedure al fine di sgravare i giudici da parte del lavoro e quindi smaltire tutto l’arretrato del processo civile, inoltre, viene limitata la litigiosità dei coniugi. A quali atti si applica tale procedura?

Questa procedura semplificata può essere usata per:

provvedimenti di separazione personale dei coniugi;

-provvedimenti per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, scioglimento del matrimonio (divorzio), se è trascorso il periodo stabilito per legge;

– provvedimenti che modificano gli accordi di separazione o di divorzio.

La semplificazione della procedura è rilevante: è necessario recarsi da un avvocato e stipulare un accordo in forma scritta. Questo deve essere trasmesso al Pubblico Ministero del tribunale competente entro 10 giorni, in seguito a nulla osta, l’avvocato deve obbligatoriamente trasmettere una copia autentica dell’accordo all’Ufficiale di Stato Civile del Comune presso il quale il matrimonio è stato iscritto o trascritto. L’Ufficiale provvederà quindi ad annotare lo stesso nei registri.

Si puo rendere il divorzio ancora piu celere attraverso l’istituto della negoziazione assistita, istituto che consente ai coniugi di divorziare direttamente davanti all’avvocato; in questo modo si otterrebbe la trascrizione allo stato civile e, dunque, la liberta di stato poco dopo la firma davanti all’avvocato.

Artista Sergio Armaroli

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Sotto il profilo del diritto processuale la separazione può essere:

consensuale: quando le due parti sono già d’accordo sulle condizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’assegno, la casa, l’eventuale divisione patrimoniale, ecc. I coniugi, anche per il tramite di un unico avvocato, presentano un unico ricorso e devono confermare la loro volontà davanti al Presidente del Tribunale che pronuncerà la omologa.

giudiziale: quando uno solo dei coniugi presenta la domanda al Tribunale. L’altro coniuge quale avanzerà poi le sue richieste. In prima istanza, il Presidente pronuncia i provvedimenti di urgenza, quindi la causa prosegue avanti ad un Giudice Istruttore per raccogliere le prove necessarie in relazione alle domande delle parti. Alla fine il Tribunale pronuncerà la sentenza.

In ogni caso, come detto, ai sensi dell’articolo 158, primo comma, codice civile “la separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice“.

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strumenti a tutela del corretto adempimento delle obbligazioni alimentari, “affidamento condiviso“, disconoscimento di paternità, matrimonio misto“, adozioni, separazioni (separazione consensuale e separazione giudiziale), tutela dei minori, , “diritto di famiglia“, consulenza legale relativa a separazioni, pareri legali in materia di separazioni a Bologna “accordi di convivenza“,”affidamento o affido dei minori nati da genitori non coniugati“, assegno di mantenimento, assegno divorzile,

I tempi, innanzitutto. Fino a oggi lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio poteva essere chiesto da uno dei coniugi non prima di tre anni di separazione. Con il divorzio breve il termine scende a 12 mesi per la separazione giudiziale e a 6 mesi per quella consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli.

Novità, poi, sulla comunione dei beni, che si scioglie quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale; prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione. Non è stato affatto facile arrivare a questo punto.

 

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dichiarazione giudiziale di paternità, risarcimento dei danni, “mediazione familiare“, diritti degli ascendenti, (divorzi), divorzi (divorzio diretto – giudiziale e divorzio congiunto), “scioglimento del matrimonio e cessazione degli effetti civili“, “decadenza potestà genitori“, “addebito della separazione“, “adozioni“, affidamento dei figli (affidamento esclusivo e affidamento condiviso, diritto penale della famiglia, convenzioni matrimoniali, mantenimento del coniuge, “affidamento condiviso e congiunto“, “inabilitazione“, accordi di convivenza,

addebito separazione

Sulla base dell’art. 151 c.c., “la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole. -Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”. 
Nel caso in cui, quindi, l’autorità giudiziaria appuri che la rottura dell’unione coniugale è dipesa dalla violazione, da parte di una sola delle parti, dei doveri disciplinati dall’art. 143 c.c (di fedeltà reciproca, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione), e sussista una specifica richiesta di parte in tal senso, potrà pronunciare sentenza di separazione con addebito. In questo senso, la Corte di legittimità ha manifestato la volontà di aderire a quell’indirizzo interpretativo che non concepisce la pronuncia sull’addebitabilità della separazione come autonoma, indipendente e distinta rispetto alla pronuncia sull’intollerabilità della convivenza..

avvocato a Bologna

  1. Separazione Divorzio Bologna-avvocato matrimonialista Bologna – diritto di famiglia Bologna-divorzio breveAl contrario, la giurisprudenza di questa Corte è rimasta tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceità della causa, perché in contrasto con i principi di indisponibilità degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. N. 6857 del 1992).
  1. (Sono stati invece ritenuti validi accordi in vista di una dichiarazione di nullità del matrimonio, in quanto correlati ad un procedimento dalle forti connotazioni inquisitorie, volto ad accertare l’esistenza o meno di una causa di invalidità matrimoniale, fuori da ogni potere negoziale di disposizione degli status: tra le altre Cass. N. 348 del 1993). Giurisprudenza più recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per sé contrari all’ordine pubblico: più specificamente il principio dell’indisponibilità preventiva dell’assegno di divorzio dovrebbe rinvenirsi nella tutela del coniuge economicamente più debole, e l’azione di nullità (relativa) sarebbe proponibile soltanto da questo (al riguardo, Cass. n. 8109 del 2000).
  1. Questa Corte più recentemente (Cass. n.23713 del 2012; ma v. pure Cass. n. 19304 del 2013), pur escludendo che nella specie si trattasse di accordi prematrimoniali in vista del divorzio, ha avuto modo di precisare che tali accordi sono molto frequenti in altri Stati, segnatamente quelli di cultura anglosassone, dove essi svolgono una proficua funzione di deflazione delle controversie familiari e divorzili, e pure ha sottolineato le critiche di parte della dottrina all’orientamento tradizionale, che trascurerebbe di considerare adeguatamente non solo i principi del diritto di famiglia ma la stessa evoluzione del sistema normativo, ormai orientato a riconoscere sempre più ampi spazi di autonomia ai coniugi nel determinare i propri rapporti economici, anche successivi alla crisi coniugale, ferma ovviamente la tutela dell’interesse dei figli minori.
  1. Come si è detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto.
  1. Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullità dell’atto o alla capacità delle parti, ma pure alcuni più specifici (ad es. relativi ai vizi di volontà, del resto richiamati da varie norme codicistiche in materia familiare dalla celebrazione del matrimonio al riconoscimento dei figli nati fuori di esso) (al riguardo, ancora, Cass. n. 17607 del 2003).
  1. Tornando alla fattispecie in esame, si deve affermare che i coniugi, in quanto parti dei predetti accordi, non possono impugnare un decreto di omologa o la sentenza che li abbia recepiti.
  1. Lo potrebbero, come si diceva, il Pubblico Ministero per gli interessi patrimoniali dei minori ovvero un curatore speciale, nominato dal giudice, in nome e per conto dei minori stesso.

 

 

  1. sezione I
  2. sentenza 20 agosto 2014, n. 18066

 

Assegno di mantenimento

A seguito della separazione personale o del divorzio dei genitori i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, ricevendo cura, educazione ed istruzione da parte di entrambi; i genitori inoltre hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei propri figli in misura proporzionale al proprio reddito e l’assegno di mantenimento ad essi spettante, ove venga determinato nel suo ammontare dal Tribunale (oppure, ove concordato tra i coniugi nella separazione consensuale, sia ritenuto non congruo), dovrà tener conto delle seguenti (assai generiche) circostanze, come precisato dall’art. 155 c.c.:

  • le attuali esigenze del figlio;

  • il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

  • le risorse economiche di entrambi i genitori;

  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

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Ai sensi dell’articolo 151, secondo comma, del codice civile, il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio.

Nel giudizio di separazione dei coniugi, la declaratoria di addebito richiede, quindi, un’autonoma domanda di parte. Gli effetti dell’addebito si riverberano esclusivamente sul piano patrimoniale, determinando la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e dei diritti successori in capo al coniuge al quale viene addebitata la separazione.

È ormai consolidato il principio secondo il quale, affinché si possa giungere ad una pronuncia di separazione con addebito, è necessario che venga prima accertata, in maniera rigorosa, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ovvero il grave pregiudizio all’educazione della prole.

Ove non si riesca a raggiungere la piena prova che la condotta contraria ai doveri del matrimonio posta in essere da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stata causa diretta del fallimento della convivenza, il giudice dovrà necessariamente astenersi dal pronunciare la separazione con addebito.

Se tale violazione cagioni, altresì, la lesione di diritti costituzionalmente protetti, la stessa potrà integrare gli estremi dell’illecito civile, dando così luogo anche ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non endo-familiari, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a tali danni.

ADDEBITO SEPARAZIONI GIURISPRUDENZA

  1. In proposito va osservato che, secondo il co­stante orientamento di questa Corte (a partire da Cass., Sez. un., 23 aprile 1982, n. 2494), la pro­nuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario ac­certare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale.

 

 

  • Non può tuttavia sottacersi che il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui am­bito sia stata generata prole, rappresenta una vio­lazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei co­niugi e, quindi, circostanza sufficiente a giusti­ficare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi co­niugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass., 9 giugno 2000, n. 7859; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 12 aprile 2006, n. 8512; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 14 feb­braio 2012, n. 2059, proprio in tema di ripartizio­ne del relativo onere della prova
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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 17 gennaio 2014, n. 929

Svolgimento del processo

1 – Con sentenza del 24 giugno 2009 il Tribunale di Rieti pronunciava la separazione personale dei coniugi P.T. e S.R., dalla cui unione erano nati due figli, I. ed A. , ormai maggiorenni ed autosufficienti.

Con la stessa decisione veniva rigettata la domanda di addebito proposta dalla moglie, escludendosi la prova del nesso di causalità fra la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del P. – il quale aveva intrattenuto una relazione adulterina dalla quale nell’anno 1994 era anche nata una fi­glia – e la crisi coniugale; veniva altresì attri­buito alla S. un assegno, a titolo di contri­buto per il proprio mantenimento, pari ad Euro 400,00 mensili, con compensazione delle spese processuali.

1.1 – La Corte di appello di Roma, pronunciando su­gli appelli proposti dalla S. e, in via inci­dentale, dal P. , in primo luogo riteneva fon­data la domanda di addebito proposta dalla moglie, rilevando che la relazione del P. con altra donna era stata a lungo ignorata dalla S. , la quale soltanto nell’anno 2003 aveva appreso della nascita della figlia naturale del coniuge. Tale circostanza aveva determinato il deterioramen­to dei rapporti fra i coniugi, sfociato, dopo nume­rosi litigi, nell’allontanamento del marito dalla casa coniugale.

A giudizio della corte territoriale, escluso che il tempo trascorso dall’apprendimento dell’adulterio alla proposizione della domanda di separazione fosse significativo di una tolleranza da parte della S. , giuridicamente rilevante, in merito all’infedeltà del coniuge, doveva ritenersi sussi­stente il nesso causale fra la detta violazione del dovere di fedeltà e la crisi coniugale, anche in relazione alla serenità dei rapporti familiari pri­ma della scoperta della relazione adulterina e all’assenza di qualsiasi elemento probatorio ine­rente ad altre cause del deterioramento dell’intesa coniugale.

1.2 – Veniva altresì accolto il motivo di gravame proposto dalla S. in relazione all’entità dell’assegno di mantenimento, che era elevato fino ad Euro 600,00 mensili, in considerazione, da un lato, del mancato svolgimento, da parte della pre­detta, ormai sessantaduenne e affetta da problemi di salute, di attività lavorativa, e dall’altro, previa valutazione ponderata delle rispettive con­sistenze immobiliari, del reddito complessivo del P. , il quale per altro provvedeva, essendo la stessa con lui convivente, al mantenimento diretto della figlia naturale.

1.3 – Per la cassazione di tale decisione il P. proporne ricorso, affidato a tre motivi, illustrati da memoria, cui la S. resiste con controri­corso.

Motivi della decisione

  1. – Con il primo motivo di ricorso si deduce vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motiva­zione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 350, primo comma, n. 5, c.p.c., per non aver la sentenza impugnata valutato in maniera adeguata il nesso causale fra la condot­ta adulterina attribuita al P. (risalente all’anno 1994, ma appresa dalla moglie nel 2003) e la crisi coniugale, manifestatasi soltanto nel 2007, con l’abbandono della casa coniugale da parte del marito.

2.1 – Con il secondo mezzo la circostanza sopra in­dicata viene posta a fondamento della deduzione della violazione degli artt. 151 e 2697 c.c., non avendo considerato la corte territoriale il lungo periodo di convivenza trascorso dopo che l’adulterio era venuto a conoscenza della moglie, attribuito a mera tolleranza, in assenza della pro­va in merito al nesso di causalità fra detta viola­zione e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

2.2 – Con la terza censura, denunciando violazione degli artt. 156 c.c., 115 c.p.c., nonché vizio di omessa o insufficiente motivazione su un fatto con­troverso e decisivo per il giudizio, ai sensi rispettivamente, dell’art. 350, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c., il P. si duole della elevazione dell’assegno disposta dalla corte d’appello in fa­vore della S. , frutto di un’erronea valutazione delle condizioni patrimoniali dell’onerato, per aver valutato il reddito lordo, e non netto, dello stesso, per non aver considerato gli oneri derivanti dal mantenimento della figlia nata fuori dal matrimonio e, infine, per non aver proceduto ad una valutazione ponderata delle rispettive poten­zialità delle parti, affermando, per altro, che il marito conviveva con la figlia e la compagna in (OMISSIS) , sulla base di un documento prodotto tardivamente dalla controparte.

3- I primi due motivi, da esaminarsi congiuntamen­te per la loro intima connessione, sono infondati. L’attribuzione dell’addebito della separazione per­sonale al P. appare ineccepibilmente ricondotta dalla Corte distrettuale al suo antecedente reprensibile contegno, caratterizzato da una relazione extraconiugale, nel cui ambito era nata una figlia.

Tali circostanze erano state a lungo nascoste alla S. , la quale ne era venuta a conoscenza, tra­mite il parroco di (OMISSIS) , soltanto nell’anno 2003.

3.1 – In proposito va osservato che, secondo il co­stante orientamento di questa Corte (a partire da Cass., Sez. un., 23 aprile 1982, n. 2494), la pro­nuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario ac­certare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale. Non può tuttavia sottacersi che il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui am­bito sia stata generata prole, rappresenta una vio­lazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei co­niugi e, quindi, circostanza sufficiente a giusti­ficare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi co­niugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass., 9 giugno 2000, n. 7859; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 12 aprile 2006, n. 8512; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 14 feb­braio 2012, n. 2059, proprio in tema di ripartizio­ne del relativo onere della prova).

3.2 – La corte territoriale ha ritenuto, con moti­vazione esente da vizi di natura logico-giuridica, che la compromissione del rapporto coniugale, anche sotto il profilo temporale, era dipesa unicamente dalla rivelazione della grave condotta mantenuta dal P. : “A causa di tali fatti il rapporto fra i coniugi che fino a quel momento, dopo tanti anni di matrimonio, era stato sereno, è entrato grave­mente in crisi, essendone scaturiti litigi alla ri­chiesta di chiarimenti da parte della moglie, cui anche la nascita della bambina era stata nascosta”. Risulta, pertanto, rispettato, sulla base di una ricostruzione dei fatti incensurabile in questa se­de ed adeguatamente motivata, il richiamato orien­tamento di questa Corte, laddove il reprensibile comportamento del P. , per aver intrattenuto una relazione extraconiugale, con nascita di una figlia tenuta a lungo nascosta, è stato posto correttamen­te in relazione causale con la grave crisi coniuga­le, intervenuta – così interrompendo la pregressa armonia coniugale – solo dopo ed a cagione della conoscenza di tali circostanze da parte della S. .

Il successivo periodo, culminato nell’abbandono della casa coniugale da parte del marito, è stato caratterizzato da rapporti fra i coniugi divenuti sempre più intollerabili proprio a causa, secondo la ricostruzione operata dal giudice del merito, della condotta riferibile al P. , unico evento perturbatore della convivenza tra i coniugi.

4 – Anche il terzo motivo è infondato. Premesso che l’assegno di mantenimento deve essere idoneo a conservare tendenzialmente al coniuge richiedente il tenore di vita goduto durante la convivenza ma­trimoniale, e che indice di tale tenore di vita, in mancanza di ulteriori prove, può essere l’attuale divario reddituale tra i coniugi (Cass., n. 2156 del 2010), va osservato che il ricorrente propone censure attinenti al merito, insuscettibili di con­trollo in questa sede, a fronte di una sentenza dalla motivazione adeguata e non illogica. Non va invero sottaciuto che la corte di appello ha accol­to in parte le censure proposte dalla S. av­verso la decisione di primo grado, elevando l’assegno, per altro in maniera non particolarmente significativa, sulla base, da un lato, del mancato svolgimento da parte della predetta di attività la­vorativa e dell’impossibilità, sia per l’età ormai avanzata, sia per ragioni di salute, di reperirla, dall’altro considerando in maniera compiuta, e pro­cedendo a una valutazione ponderata, le condizioni patrimoniali di entrambi i coniugi. Per altro, l’indicazione dei redditi del P. come “lordi”, non comporta alcun vizio motivazionale, in quanto la corte da un lato ha dimostrato di considerarli come tali, tenendo evidentemente conto dei relativi oneri fiscali, dall’altro, non ha comparato dati disomogenei, avendo precisato che la S. è priva di mezzi di sussistenza. Non è dato, inoltre, di riscontrare vizi logici e giuridici nella valu­tazione delle rispettive consistenze patrimoniali, come pure nella considerazione degli oneri che gra­vano sul P. in relazione alla figlia nata fuori del matrimonio, e sulle modalità del loro adempi­mento.

Sotto tale profilo non coglie nel segno la critica fondata sulla tardiva produzione del documento ine­rente alla residenza del predetto in Farà Sabina ed alla convivenza con la nuova compagna e la fi­glia, in quanto, nell’ambito del prevalente orien­tamento secondo cui, con riferimento alla separa­zione personale dei coniugi, le forme del procedi­mento in camera di consiglio si applicano ad ogni fase del giudizio di appello e non solo a quella della decisione (Cass., 12 gennaio 2007, n. 565; Cass., 10 marzo 2006, n. 5304), si è affermato che la produzione di documenti in appello è consentita fino all’udienza di discussione in camera di consi­glio, sempre che – circostanza non contestata nella specie – in ordine alle circostanze dedotte si sia instaurato un pieno e completo contraddittorio (Cass., 27 maggio 2005, n. 11319).

In definitiva, nell’impugnata decisione risulta ri­spettato il fondamentale criterio dettato dalla di­sposizione contenuta nell’art. 156 c.c., secondo cui, valutato il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio, ed accertato che i mezzi economici del coniuge richiedente non gli consentono di man­tenerlo, bisogna procedere a una valutazione compa­rativa dei mezzi economici di ciascun coniuge al fine di stabilire se sussista una disparità econo­mica che giustifichi l’attribuzione dell’assegno e, quindi, determinarne l’ammontare. La corte di ap­pello, avendo dato atto dell’incontrovertibile di­sparità delle condizioni patrimoniali dei coniugi, ed avendo valutato in base alle stesse il tenore di vita matrimoniale, ha determinato l’assegno in fa­vore della S. , valutando, secondo un giudizio di merito esente da censure in questa sede, la man­canza, in capo alla stessa, di mezzi di sussisten­za, a prescindere dalla disponibilità di una casa di abitazione acquistata con la somma di danaro a lei derivante dalla vendita della quota della casa già appartenente alla comunione legale, a fronte di una preponderante condizione economica dell’onerato (che non aveva impugnato in via incidentale l’originaria attribuzione dell’assegno), e del qua­le, in ogni caso, sono state considerate, in termi­ni di concretezza ed attualità, le necessità perso­nali e le ulteriori obbligazioni nei confronti di altri soggetti.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del P. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorren­te al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, ol­tre accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle par­ti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

 

 

  1. Quanto alle prove testimoniali richieste e già dichiarate inammissibili in primo grado, l’inammissibilità è stata confermata in grado di appello, con motivazione adeguata, seppur concisa.
  1. Quanto all’addebito al marito, è pacifico che l’odierno ricorrente abbia donato una consistente parte del suo patrimonio immobiliare al fratello e venduto allo stesso altra parte. Il giudice a quo non intende affatto dichiarare una ” simulazione ” non richiesta, quanto affermare che non sono provate le ragioni della donazione e cioè l’esistenza di debiti verso il fratello ( ciò che fa ritenere necessariamente sussistente il notevole depauperamento del patrimonio del ricorrente.
  1. La sentenza impugnata, argomentando , all’evidenza, per presunzioni, ritiene sussistente il nesso di causalità tra comportamento addebitabile ed intollerabilità della convivenza, precisando che it predetto depauperamento costituisce sicura violazione dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c., espresso con una condotta particolarmente grave per i connotati che ha assunto, e tale da assorbire ogni altro profilo di censura, pur sollevato dalla moglie nei confronti del marito.
  1. Ancora, il giudice a quo afferma, riguardo alla differente stima effettuata dal CTU rispetto al CTP dell’appellante, che non è necessario raggiungere una perfetta identità numerica, essendo sufficiente comprendere quali potessero essere le utilità economiche che da quel patrimonio potevano risultare ( più anche se si ritenesse fondata la valutazione del CTP in €. 220.000,00 sul valore delle attuali proprietà del ricorrente ed in €. 550.000,00 circa i beni ceduti al fratello}
  1. Ciò giustifica anche l’importo dell’assegno per la moglie. Quanto all’assegno per le figlie ormai maggiorenni è evidente che l’odierno ricorrente avrebbe dovuto fornire prova della autonomia economica di esse ovvero del mancato raggiungimento di tale autonomia per loro colpa. Precisa il giudice a quo che tale prova non è stata raggiunta.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ordinanza 31 ottobre 2014, n. 23307

Ricorre per cassazione il marito.

Resiste con controricorso la moglie.

Precisa il giudice a quo che i comportamenti “vessatori”della moglie non sono affatto provati nè possono identificarsi con le iniziative giudiziarie da essa intraprese (nella specie domanda di interdizione). Quanto alle prove testimoniali richieste e già dichiarate inammissibili in primo grado, l’inammissibilità è stata confermata in grado di appello, con motivazione adeguata, seppur concisa. Quanto all’addebito al marito, è pacifico che l’odierno ricorrente abbia donato una consistente parte del suo patrimonio immobiliare al fratello e venduto allo stesso altra parte. Il giudice a quo non intende affatto dichiarare una ” simulazione ” non richiesta, quanto affermare che non sono provate le ragioni della donazione e cioè l’esistenza di debiti verso il fratello ( ciò che fa ritenere necessariamente sussistente il notevole depauperamento del patrimonio del ricorrente.

La sentenza impugnata, argomentando , all’evidenza, per presunzioni, ritiene sussistente il nesso di causalità tra comportamento addebitabile ed intollerabilità della convivenza, precisando che it predetto depauperamento costituisce sicura violazione dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c., espresso con una condotta particolarmente grave per i connotati che ha assunto, e tale da assorbire ogni altro profilo di censura, pur sollevato dalla moglie nei confronti del marito.

Ancora, il giudice a quo afferma, riguardo alla differente stima effettuata dal CTU rispetto al CTP dell’appellante, che non è necessario raggiungere una perfetta identità numerica, essendo sufficiente comprendere quali potessero essere le utilità economiche che da quel patrimonio potevano risultare ( più anche se si ritenesse fondata la valutazione del CTP in €. 220.000,00 sul valore delle attuali proprietà del ricorrente ed in €. 550.000,00 circa i beni ceduti al fratello} Ciò giustifica anche l’importo dell’assegno per la moglie. Quanto all’assegno per le figlie ormai maggiorenni è evidente che l’odierno ricorrente avrebbe dovuto fornire prova della autonomia economica di esse ovvero del mancato raggiungimento di tale autonomia per loro colpa. Precisa il giudice a quo che tale prova non è stata raggiunta.

Il ricorso presenta qualche profilo di non autosufficienza, non riportando specificamente passi della CTU e delle osservazione del CTP in ordine dal degangeramente del ricorrente.

Va conclusivamente rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano in €. 4.000,00 per compensi, €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

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ADDEBITO SEPARAZIONE FEDELTA’ TRADIMENTO

  1. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale.
  1. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga.
  1. Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente.
  1. Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito.
  1. Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.
  1. Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  9 aprile 2015, n. 7132

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, escludeva l’addebitabilità della separazione personale tra i coniugi F.G. e L.M.P. al marito, riconosciuta in primo grado.

A sostegno della decisione, per quel che ancora interessa, la Corte evidenziava:

la domanda di addebito era fondata su due aspetti, il primo, relativo all’infertilità del G. ed in particolare all’unilaterale decisione, non comunicata alla moglie, di non procedere oltre nel ciclo di procreazione assistita in precedenza deciso in comune, nonostante che laP. si fosse sottoposta a terapie invasive; la seconda la dipendenza da alcool della quale il coniuge non aveva messo al corrente la moglie e dalla quale non si era liberato nonostante la solidarietà e l’assistenza della moglie una volta scopertolo;

non era stata fornita nella specie la prova del nesso causale tra il comportamento volontario ascritto al G. e l’irreversibile crisi coniugale, dal momento che la condotta relativa all’interruzione del progetto di fecondazione assistita risaliva a quattro anni prima del ricorso per separazione e non era neanche stata menzionata due aspetti fondamentali per una serena convivenza : l’infertilità che aveva costretto la ricorrente in un primo tempo a cure inutili e dopo l’iniziale condivisione del progetto di procreazione assistita a terapie invasive altrettanto superflue visto la sopravvenuta unilaterale decisione d’interruzione da parte del G. ed, infine, l’etilismo tenuto nascosto e non superato nonostante l’assistenza e la solidarietà della moglie.

Sotto il profilo del vizio d’insufficiente motivazione la parte ricorrente ha rilevato che la Corte d’Appello, nell’escludere il nesso di causalità ha omesso una valutazione globale della vita coniugale e dell’incidenza esclusiva della violazione unilaterale della fiducia reciproca che deve sostenere un’unione coniugale.

La censura è fondata. Come correttamente evidenziato in ricorso la Corte d’Appello per escludere il nesso causale tra le condotte soggettivamente riferibili esclusivamente al G. e l’irreparabile deteriorarsi del rapporto causale esamina separatamente il profilo dell’infertilità e dell’interruzione del progetto procreativo assistito ed il profilo dell’etilismo, omettendo di considerare che entrambe compongono un quadro di violazione del tutto unilaterale della fiducia nella lealtà dell’altro coniuge che caratterizza la comunione spirituale e materiale posta a base dell’affectio coniugalis.

In ordine al primo aspetto la esclusiva valorizzazione della mancanza di consequenzialità cronologica tra la condotta contestata d’interruzione del progetto procreativo all’insaputa della moglie e la domanda di separazione ha condotto la Corte territoriale ad omettere di considerare che vi è stata da parte del G. prima nel non rivelare di essere la causa esclusiva dell’infertilità di coppia e successivamente nel non condividere con la moglie le difficoltà di accettazione del progetto procreativo assistito una costante violazione dell’obbligo di lealtà reciproca che caratterizza non soltanto con riferimento alla sfera sessuale, la comunione affettiva posta a base del vincolo coniugale. La frustrazione che consegue alla reiterata disconferma dell’affidamento riposto sull’osservanza degli impegni reciproci assunti dai coniugi è del tutto idonea a costituire la causa dell’impossibilità di proseguire nel rapporto matrimoniale. Nella specie, peraltro la indicata frustrazione si è verificata anche sul fronte della non confessata dipendenza dall’alcool e si è rafforzata dopo le cure e l’assistenza prestate dallaP., così come riferito dalla sentenza impugnata. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga. Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente. Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito. Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.

Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

La pronuncia impugnata deve in conclusione essere cassata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto deve pronunciarsi la separazione personale tra i coniugi L.P. e F.G. con addebito al marito, con compensazione delle spese processuali di tutti i gradi, in considerazione della natura della controversia e delle problematiche personali del contro ricorrente.

P.Q.M.

La Corte,

accoglie il ricorso e decidendo nel merito cassa la sentenza impugnata e dichiara addebitabile a F.G. la separazione personale. Compensa le spese processuali di tutti i gradi.

In caso di diffusione omettere le generalità.

 

Concretamente, il calcolo dell’ammontare dell’assegno di mantenimento dei figli, mancando nella disciplina legislativa un criterio matematico o tabelle precise che consentano di individuarlo con certezza, andrà effettuato considerando principalmente:

l’eventuale beneficio dell’assegnazione della casa coniugale al coniuge collocatario dei figli (il valore economico corrisponde, di regola, al canone ricavabile dalla locazione dell’immobile).

Con la separazione o il divorzio ciascuno dei genitori i figli hanno diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con gli stessi , ricevendo cura, educazione ed istruzione da parte di entrambi; i genitori inoltre hanno l’obbligo di contribuire al mantenimento dei propri figli in misura proporzionale al proprio reddito e l’assegno di mantenimento ad essi spettante, ove venga determinato nel suo ammontare dal Tribunale (oppure, ove concordato tra i coniugi nella separazione consensuale, sia ritenuto non congruo), dovrà tener conto delle seguenti (assai generiche) circostanze, come precisato dall’art. 155 c.c.:

Il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento è una delle problematiche piu’ grandi delle separazioni e divorzi.


C’è purtroppo chi minaccia di ricorrere alla denuncia penale (più “economica”, perchè può essere presentata in proprio e, si pensa, più intimidatoria) anche in caso di mancato pagamento occasionale, dovuto magari ad una breve difficoltà, o di pagamento parziale o leggermente ritardato
L’omissione del mantenimento, invece, costituisce REATO PENALE solo entro limiti ben precisi, non specifici dei casi di separazione, ma generali, riferiti anche ai casi di unione tra i genitori o coniugi.

L’art. 570 del codice penale, infatti, è rubricato “violazione degli obblighi di assistenza familiare”.
Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa;.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato e’ commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma…

 
AVVOCATO DIVORZIO BREVE BOLOGNA
 
POCHI MESI PER IL DIVORZIO !!!!
 
Trascorso il termine di 6 mesi o un anno dalla separazione i coniugi possono chiedere lo scioglimento del matrimonio e procedere quindi con il divorzio.
 
Nel Divorzio Congiunto, ora diventato divorzio breve, il procedimento viene avviato dai coniugi separati in maniera consensuale. Essi devono raggiungere l’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio.
In particolare sull’affidamento e il mantenimento dei figli, sul mantenimento o meno del coniuge più debole, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla spartizione dei beni comuni.
 
Il divorzio diviene dunque consensuale e comporta molti vantaggi per le coppie di coniugi: è meno costoso, più rapido e quindi meno traumatico per i coniugi e per i figli.Chiedi all’avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli
L’avvocato matrimonialista Bologna può assistervi anche laddove non sia ancora stata raggiunta la concordia su tutte le condizioni di divorzio, attraverso incontri di mediazione e consulenza al fine di presentare il ricorso con la sottoscrizione di entrambi i coniugi.
  1. i tempi che devono intercorrere fra la separazione e la richiesta per ottenere il divorzio sono ridotti dagli attuali tre anni a dodici mesi in caso di “separazione giudiziale” (quando cioè il divorzio viene chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è invece consensuale.
  2. la separazione decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale
  3. anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi: prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ora la comunione «si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati»
  4. la nuova legge si applica anche ai procedimenti in corso.
  5. la nuova legge  non prevede il divorzio immediato in assenza di un periodo di separazione
 
LEGGE 6 maggio 2015, n. 55
Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi. (15G00073)
(GU n.107 del 11-5-2015)
Vigente al: 26-5-2015
 
 
La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
 
Promulga
la seguente legge:
Art. 1
  1. Al  secondo  capoverso  della  lettera  b),  del   numero   2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n.  898,  e  successive modificazioni, le parole: « tre  anni  a  far  tempo  dalla  avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente  del  tribunale  nella procedura  di  separazione  personale  anche   quando   il   giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite  dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione  personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale,  anche  quando  il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».
Art. 2
  1. All’articolo 191 del codice  civile,  dopo  il  primo  comma  e’ inserito il seguente:
«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale  autorizza  i coniugi a vivere separati, ovvero alla  data  di  sottoscrizione  del processo verbale di separazione consensuale dei  coniugi  dinanzi  al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con  la  quale  i  coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale  dello stato  civile  ai  fini  dell’annotazione  dello  scioglimento  della comunione».
Art. 3
  1. Le disposizioni di cui agli articoli  1  e  2  si  applicano  ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore  della  presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di  separazione  che  ne costituisce il presupposto  risulti  ancora  pendente  alla  medesima data.
La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015
MATTARELLA
 
 
 
 
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divorzio breve legge

ADDEBITO SEPARAZIONI GIURISPRUDENZA

  1. In proposito va osservato che, secondo il co­stante orientamento di questa Corte (a partire da Cass., Sez. un., 23 aprile 1982, n. 2494), la pro­nuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario ac­certare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale.

 

 

  • Non può tuttavia sottacersi che il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui am­bito sia stata generata prole, rappresenta una vio­lazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei co­niugi e, quindi, circostanza sufficiente a giusti­ficare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi co­niugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass., 9 giugno 2000, n. 7859; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 12 aprile 2006, n. 8512; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 14 feb­braio 2012, n. 2059, proprio in tema di ripartizio­ne del relativo onere della prova
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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 17 gennaio 2014, n. 929

Svolgimento del processo

1 – Con sentenza del 24 giugno 2009 il Tribunale di Rieti pronunciava la separazione personale dei coniugi P.T. e S.R., dalla cui unione erano nati due figli, I. ed A. , ormai maggiorenni ed autosufficienti.

Con la stessa decisione veniva rigettata la domanda di addebito proposta dalla moglie, escludendosi la prova del nesso di causalità fra la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte del P. – il quale aveva intrattenuto una relazione adulterina dalla quale nell’anno 1994 era anche nata una fi­glia – e la crisi coniugale; veniva altresì attri­buito alla S. un assegno, a titolo di contri­buto per il proprio mantenimento, pari ad Euro 400,00 mensili, con compensazione delle spese processuali.

1.1 – La Corte di appello di Roma, pronunciando su­gli appelli proposti dalla S. e, in via inci­dentale, dal P. , in primo luogo riteneva fon­data la domanda di addebito proposta dalla moglie, rilevando che la relazione del P. con altra donna era stata a lungo ignorata dalla S. , la quale soltanto nell’anno 2003 aveva appreso della nascita della figlia naturale del coniuge. Tale circostanza aveva determinato il deterioramen­to dei rapporti fra i coniugi, sfociato, dopo nume­rosi litigi, nell’allontanamento del marito dalla casa coniugale.

A giudizio della corte territoriale, escluso che il tempo trascorso dall’apprendimento dell’adulterio alla proposizione della domanda di separazione fosse significativo di una tolleranza da parte della S. , giuridicamente rilevante, in merito all’infedeltà del coniuge, doveva ritenersi sussi­stente il nesso causale fra la detta violazione del dovere di fedeltà e la crisi coniugale, anche in relazione alla serenità dei rapporti familiari pri­ma della scoperta della relazione adulterina e all’assenza di qualsiasi elemento probatorio ine­rente ad altre cause del deterioramento dell’intesa coniugale.

1.2 – Veniva altresì accolto il motivo di gravame proposto dalla S. in relazione all’entità dell’assegno di mantenimento, che era elevato fino ad Euro 600,00 mensili, in considerazione, da un lato, del mancato svolgimento, da parte della pre­detta, ormai sessantaduenne e affetta da problemi di salute, di attività lavorativa, e dall’altro, previa valutazione ponderata delle rispettive con­sistenze immobiliari, del reddito complessivo del P. , il quale per altro provvedeva, essendo la stessa con lui convivente, al mantenimento diretto della figlia naturale.

1.3 – Per la cassazione di tale decisione il P. proporne ricorso, affidato a tre motivi, illustrati da memoria, cui la S. resiste con controri­corso.

Motivi della decisione

  1. – Con il primo motivo di ricorso si deduce vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motiva­zione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 350, primo comma, n. 5, c.p.c., per non aver la sentenza impugnata valutato in maniera adeguata il nesso causale fra la condot­ta adulterina attribuita al P. (risalente all’anno 1994, ma appresa dalla moglie nel 2003) e la crisi coniugale, manifestatasi soltanto nel 2007, con l’abbandono della casa coniugale da parte del marito.

2.1 – Con il secondo mezzo la circostanza sopra in­dicata viene posta a fondamento della deduzione della violazione degli artt. 151 e 2697 c.c., non avendo considerato la corte territoriale il lungo periodo di convivenza trascorso dopo che l’adulterio era venuto a conoscenza della moglie, attribuito a mera tolleranza, in assenza della pro­va in merito al nesso di causalità fra detta viola­zione e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

2.2 – Con la terza censura, denunciando violazione degli artt. 156 c.c., 115 c.p.c., nonché vizio di omessa o insufficiente motivazione su un fatto con­troverso e decisivo per il giudizio, ai sensi rispettivamente, dell’art. 350, primo comma, n. 3 e n. 5, c.p.c., il P. si duole della elevazione dell’assegno disposta dalla corte d’appello in fa­vore della S. , frutto di un’erronea valutazione delle condizioni patrimoniali dell’onerato, per aver valutato il reddito lordo, e non netto, dello stesso, per non aver considerato gli oneri derivanti dal mantenimento della figlia nata fuori dal matrimonio e, infine, per non aver proceduto ad una valutazione ponderata delle rispettive poten­zialità delle parti, affermando, per altro, che il marito conviveva con la figlia e la compagna in (OMISSIS) , sulla base di un documento prodotto tardivamente dalla controparte.

3- I primi due motivi, da esaminarsi congiuntamen­te per la loro intima connessione, sono infondati. L’attribuzione dell’addebito della separazione per­sonale al P. appare ineccepibilmente ricondotta dalla Corte distrettuale al suo antecedente reprensibile contegno, caratterizzato da una relazione extraconiugale, nel cui ambito era nata una figlia.

Tali circostanze erano state a lungo nascoste alla S. , la quale ne era venuta a conoscenza, tra­mite il parroco di (OMISSIS) , soltanto nell’anno 2003.

3.1 – In proposito va osservato che, secondo il co­stante orientamento di questa Corte (a partire da Cass., Sez. un., 23 aprile 1982, n. 2494), la pro­nuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario ac­certare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale. Non può tuttavia sottacersi che il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui am­bito sia stata generata prole, rappresenta una vio­lazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei co­niugi e, quindi, circostanza sufficiente a giusti­ficare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi co­niugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass., 9 giugno 2000, n. 7859; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 12 aprile 2006, n. 8512; Cass., 7 dicembre 2007, n. 25618; Cass., 14 feb­braio 2012, n. 2059, proprio in tema di ripartizio­ne del relativo onere della prova).

3.2 – La corte territoriale ha ritenuto, con moti­vazione esente da vizi di natura logico-giuridica, che la compromissione del rapporto coniugale, anche sotto il profilo temporale, era dipesa unicamente dalla rivelazione della grave condotta mantenuta dal P. : “A causa di tali fatti il rapporto fra i coniugi che fino a quel momento, dopo tanti anni di matrimonio, era stato sereno, è entrato grave­mente in crisi, essendone scaturiti litigi alla ri­chiesta di chiarimenti da parte della moglie, cui anche la nascita della bambina era stata nascosta”. Risulta, pertanto, rispettato, sulla base di una ricostruzione dei fatti incensurabile in questa se­de ed adeguatamente motivata, il richiamato orien­tamento di questa Corte, laddove il reprensibile comportamento del P. , per aver intrattenuto una relazione extraconiugale, con nascita di una figlia tenuta a lungo nascosta, è stato posto correttamen­te in relazione causale con la grave crisi coniuga­le, intervenuta – così interrompendo la pregressa armonia coniugale – solo dopo ed a cagione della conoscenza di tali circostanze da parte della S. .

Il successivo periodo, culminato nell’abbandono della casa coniugale da parte del marito, è stato caratterizzato da rapporti fra i coniugi divenuti sempre più intollerabili proprio a causa, secondo la ricostruzione operata dal giudice del merito, della condotta riferibile al P. , unico evento perturbatore della convivenza tra i coniugi.

4 – Anche il terzo motivo è infondato. Premesso che l’assegno di mantenimento deve essere idoneo a conservare tendenzialmente al coniuge richiedente il tenore di vita goduto durante la convivenza ma­trimoniale, e che indice di tale tenore di vita, in mancanza di ulteriori prove, può essere l’attuale divario reddituale tra i coniugi (Cass., n. 2156 del 2010), va osservato che il ricorrente propone censure attinenti al merito, insuscettibili di con­trollo in questa sede, a fronte di una sentenza dalla motivazione adeguata e non illogica. Non va invero sottaciuto che la corte di appello ha accol­to in parte le censure proposte dalla S. av­verso la decisione di primo grado, elevando l’assegno, per altro in maniera non particolarmente significativa, sulla base, da un lato, del mancato svolgimento da parte della predetta di attività la­vorativa e dell’impossibilità, sia per l’età ormai avanzata, sia per ragioni di salute, di reperirla, dall’altro considerando in maniera compiuta, e pro­cedendo a una valutazione ponderata, le condizioni patrimoniali di entrambi i coniugi. Per altro, l’indicazione dei redditi del P. come “lordi”, non comporta alcun vizio motivazionale, in quanto la corte da un lato ha dimostrato di considerarli come tali, tenendo evidentemente conto dei relativi oneri fiscali, dall’altro, non ha comparato dati disomogenei, avendo precisato che la S. è priva di mezzi di sussistenza. Non è dato, inoltre, di riscontrare vizi logici e giuridici nella valu­tazione delle rispettive consistenze patrimoniali, come pure nella considerazione degli oneri che gra­vano sul P. in relazione alla figlia nata fuori del matrimonio, e sulle modalità del loro adempi­mento.

Sotto tale profilo non coglie nel segno la critica fondata sulla tardiva produzione del documento ine­rente alla residenza del predetto in Farà Sabina ed alla convivenza con la nuova compagna e la fi­glia, in quanto, nell’ambito del prevalente orien­tamento secondo cui, con riferimento alla separa­zione personale dei coniugi, le forme del procedi­mento in camera di consiglio si applicano ad ogni fase del giudizio di appello e non solo a quella della decisione (Cass., 12 gennaio 2007, n. 565; Cass., 10 marzo 2006, n. 5304), si è affermato che la produzione di documenti in appello è consentita fino all’udienza di discussione in camera di consi­glio, sempre che – circostanza non contestata nella specie – in ordine alle circostanze dedotte si sia instaurato un pieno e completo contraddittorio (Cass., 27 maggio 2005, n. 11319).

In definitiva, nell’impugnata decisione risulta ri­spettato il fondamentale criterio dettato dalla di­sposizione contenuta nell’art. 156 c.c., secondo cui, valutato il tenore di vita mantenuto durante il matrimonio, ed accertato che i mezzi economici del coniuge richiedente non gli consentono di man­tenerlo, bisogna procedere a una valutazione compa­rativa dei mezzi economici di ciascun coniuge al fine di stabilire se sussista una disparità econo­mica che giustifichi l’attribuzione dell’assegno e, quindi, determinarne l’ammontare. La corte di ap­pello, avendo dato atto dell’incontrovertibile di­sparità delle condizioni patrimoniali dei coniugi, ed avendo valutato in base alle stesse il tenore di vita matrimoniale, ha determinato l’assegno in fa­vore della S. , valutando, secondo un giudizio di merito esente da censure in questa sede, la man­canza, in capo alla stessa, di mezzi di sussisten­za, a prescindere dalla disponibilità di una casa di abitazione acquistata con la somma di danaro a lei derivante dalla vendita della quota della casa già appartenente alla comunione legale, a fronte di una preponderante condizione economica dell’onerato (che non aveva impugnato in via incidentale l’originaria attribuzione dell’assegno), e del qua­le, in ogni caso, sono state considerate, in termi­ni di concretezza ed attualità, le necessità perso­nali e le ulteriori obbligazioni nei confronti di altri soggetti.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del P. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorren­te al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, ol­tre accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle par­ti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

 

 

  1. Quanto alle prove testimoniali richieste e già dichiarate inammissibili in primo grado, l’inammissibilità è stata confermata in grado di appello, con motivazione adeguata, seppur concisa.
  1. Quanto all’addebito al marito, è pacifico che l’odierno ricorrente abbia donato una consistente parte del suo patrimonio immobiliare al fratello e venduto allo stesso altra parte. Il giudice a quo non intende affatto dichiarare una ” simulazione ” non richiesta, quanto affermare che non sono provate le ragioni della donazione e cioè l’esistenza di debiti verso il fratello ( ciò che fa ritenere necessariamente sussistente il notevole depauperamento del patrimonio del ricorrente.
  1. La sentenza impugnata, argomentando , all’evidenza, per presunzioni, ritiene sussistente il nesso di causalità tra comportamento addebitabile ed intollerabilità della convivenza, precisando che it predetto depauperamento costituisce sicura violazione dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c., espresso con una condotta particolarmente grave per i connotati che ha assunto, e tale da assorbire ogni altro profilo di censura, pur sollevato dalla moglie nei confronti del marito.
  1. Ancora, il giudice a quo afferma, riguardo alla differente stima effettuata dal CTU rispetto al CTP dell’appellante, che non è necessario raggiungere una perfetta identità numerica, essendo sufficiente comprendere quali potessero essere le utilità economiche che da quel patrimonio potevano risultare ( più anche se si ritenesse fondata la valutazione del CTP in €. 220.000,00 sul valore delle attuali proprietà del ricorrente ed in €. 550.000,00 circa i beni ceduti al fratello}
  1. Ciò giustifica anche l’importo dell’assegno per la moglie. Quanto all’assegno per le figlie ormai maggiorenni è evidente che l’odierno ricorrente avrebbe dovuto fornire prova della autonomia economica di esse ovvero del mancato raggiungimento di tale autonomia per loro colpa. Precisa il giudice a quo che tale prova non è stata raggiunta.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI

ordinanza 31 ottobre 2014, n. 23307

Ricorre per cassazione il marito.

Resiste con controricorso la moglie.

Precisa il giudice a quo che i comportamenti “vessatori”della moglie non sono affatto provati nè possono identificarsi con le iniziative giudiziarie da essa intraprese (nella specie domanda di interdizione). Quanto alle prove testimoniali richieste e già dichiarate inammissibili in primo grado, l’inammissibilità è stata confermata in grado di appello, con motivazione adeguata, seppur concisa. Quanto all’addebito al marito, è pacifico che l’odierno ricorrente abbia donato una consistente parte del suo patrimonio immobiliare al fratello e venduto allo stesso altra parte. Il giudice a quo non intende affatto dichiarare una ” simulazione ” non richiesta, quanto affermare che non sono provate le ragioni della donazione e cioè l’esistenza di debiti verso il fratello ( ciò che fa ritenere necessariamente sussistente il notevole depauperamento del patrimonio del ricorrente.

La sentenza impugnata, argomentando , all’evidenza, per presunzioni, ritiene sussistente il nesso di causalità tra comportamento addebitabile ed intollerabilità della convivenza, precisando che it predetto depauperamento costituisce sicura violazione dell’obbligo di contribuzione di cui all’art. 143 c.c., espresso con una condotta particolarmente grave per i connotati che ha assunto, e tale da assorbire ogni altro profilo di censura, pur sollevato dalla moglie nei confronti del marito.

Ancora, il giudice a quo afferma, riguardo alla differente stima effettuata dal CTU rispetto al CTP dell’appellante, che non è necessario raggiungere una perfetta identità numerica, essendo sufficiente comprendere quali potessero essere le utilità economiche che da quel patrimonio potevano risultare ( più anche se si ritenesse fondata la valutazione del CTP in €. 220.000,00 sul valore delle attuali proprietà del ricorrente ed in €. 550.000,00 circa i beni ceduti al fratello} Ciò giustifica anche l’importo dell’assegno per la moglie. Quanto all’assegno per le figlie ormai maggiorenni è evidente che l’odierno ricorrente avrebbe dovuto fornire prova della autonomia economica di esse ovvero del mancato raggiungimento di tale autonomia per loro colpa. Precisa il giudice a quo che tale prova non è stata raggiunta.

Il ricorso presenta qualche profilo di non autosufficienza, non riportando specificamente passi della CTU e delle osservazione del CTP in ordine dal degangeramente del ricorrente.

Va conclusivamente rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano in €. 4.000,00 per compensi, €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

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ADDEBITO SEPARAZIONE FEDELTA’ TRADIMENTO

  1. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale.
  1. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga.
  1. Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente.
  1. Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito.
  1. Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.
  1. Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  9 aprile 2015, n. 7132

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, escludeva l’addebitabilità della separazione personale tra i coniugi F.G. e L.M.P. al marito, riconosciuta in primo grado.

A sostegno della decisione, per quel che ancora interessa, la Corte evidenziava:

la domanda di addebito era fondata su due aspetti, il primo, relativo all’infertilità del G. ed in particolare all’unilaterale decisione, non comunicata alla moglie, di non procedere oltre nel ciclo di procreazione assistita in precedenza deciso in comune, nonostante che laP. si fosse sottoposta a terapie invasive; la seconda la dipendenza da alcool della quale il coniuge non aveva messo al corrente la moglie e dalla quale non si era liberato nonostante la solidarietà e l’assistenza della moglie una volta scopertolo;

non era stata fornita nella specie la prova del nesso causale tra il comportamento volontario ascritto al G. e l’irreversibile crisi coniugale, dal momento che la condotta relativa all’interruzione del progetto di fecondazione assistita risaliva a quattro anni prima del ricorso per separazione e non era neanche stata menzionata due aspetti fondamentali per una serena convivenza : l’infertilità che aveva costretto la ricorrente in un primo tempo a cure inutili e dopo l’iniziale condivisione del progetto di procreazione assistita a terapie invasive altrettanto superflue visto la sopravvenuta unilaterale decisione d’interruzione da parte del G. ed, infine, l’etilismo tenuto nascosto e non superato nonostante l’assistenza e la solidarietà della moglie.

Sotto il profilo del vizio d’insufficiente motivazione la parte ricorrente ha rilevato che la Corte d’Appello, nell’escludere il nesso di causalità ha omesso una valutazione globale della vita coniugale e dell’incidenza esclusiva della violazione unilaterale della fiducia reciproca che deve sostenere un’unione coniugale.

La censura è fondata. Come correttamente evidenziato in ricorso la Corte d’Appello per escludere il nesso causale tra le condotte soggettivamente riferibili esclusivamente al G. e l’irreparabile deteriorarsi del rapporto causale esamina separatamente il profilo dell’infertilità e dell’interruzione del progetto procreativo assistito ed il profilo dell’etilismo, omettendo di considerare che entrambe compongono un quadro di violazione del tutto unilaterale della fiducia nella lealtà dell’altro coniuge che caratterizza la comunione spirituale e materiale posta a base dell’affectio coniugalis.

In ordine al primo aspetto la esclusiva valorizzazione della mancanza di consequenzialità cronologica tra la condotta contestata d’interruzione del progetto procreativo all’insaputa della moglie e la domanda di separazione ha condotto la Corte territoriale ad omettere di considerare che vi è stata da parte del G. prima nel non rivelare di essere la causa esclusiva dell’infertilità di coppia e successivamente nel non condividere con la moglie le difficoltà di accettazione del progetto procreativo assistito una costante violazione dell’obbligo di lealtà reciproca che caratterizza non soltanto con riferimento alla sfera sessuale, la comunione affettiva posta a base del vincolo coniugale. La frustrazione che consegue alla reiterata disconferma dell’affidamento riposto sull’osservanza degli impegni reciproci assunti dai coniugi è del tutto idonea a costituire la causa dell’impossibilità di proseguire nel rapporto matrimoniale. Nella specie, peraltro la indicata frustrazione si è verificata anche sul fronte della non confessata dipendenza dall’alcool e si è rafforzata dopo le cure e l’assistenza prestate dallaP., così come riferito dalla sentenza impugnata. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga. Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente. Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito. Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.

Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

La pronuncia impugnata deve in conclusione essere cassata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto deve pronunciarsi la separazione personale tra i coniugi L.P. e F.G. con addebito al marito, con compensazione delle spese processuali di tutti i gradi, in considerazione della natura della controversia e delle problematiche personali del contro ricorrente.

P.Q.M.

La Corte,

accoglie il ricorso e decidendo nel merito cassa la sentenza impugnata e dichiara addebitabile a F.G. la separazione personale. Compensa le spese processuali di tutti i gradi.

In caso di diffusione omettere le generalità.

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» SEPARAZIONE MARITO MOGLIE BOLOGNA BENEFICIO PRIMA CASA, RESIDENZA REQUISITO AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA L’Agenzia delle entrate ha notificato al contribuente un avviso di liquidazione col quale ha recuperato le maggiori somme dovute a titolo di imposta di registro, imposta ipocatastale e imposta sostitutiva sul mutuo ipotecario, a seguito della decadenza dalle agevolazioni per l’acquisto della prima casa e del connesso mutuo fondiario. Ciò in quanto, nell’arco dei diciotto mesi dall’acquisto, il rogito relativo al quale è stato registrato in data 27 marzo 2008, A.S.G. non aveva stabilito la propria residenza nel Comune dov’è ubicato l’immobile acquistato.

» SEPARAZIONE BOLOGNA LITE TRA CONIUGI BOLOGNA CHIAMA SUBITO SEPARATI NON ASPETTARE convivenza difficile, conflittuale, in cui vengono a mancare i doveri di solidarietà tra coniugi, ma non risultano sottolineati fatti in grado di realizzare una pregnante offesa della integrità psicofisica della vittima

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