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SEPARAZIONE CON ADDEBITO BOLOGNA,  AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

 

 

Lo studio Dell’avvocato Sergio Armaroli si trova a Bologna ed offre consulenza in diritto commerciale e civile. La cortesia, la disponibilità e l’umanità insieme a serietà e professionalità sono le caratteristiche che contraddistinguono lo studio legale e che consentono di poter risolvere ogni questione legale.

Lo Studio Legale Avvocato Matrimonialista Bologna Sergio Armaroli si occupa di consulenza ed assistenza legale per le controversie in materia di diritto civile e penale.

 

L’ avvocato matrimonialista è un professionista  che si trova molto spesso ad operare nel momento in cui i dissidi , le incomprensioni e tutte le altre patologie del rapporto coniugale sfociano in uno scontro che può generare ulteriori sofferenze per i coniugi stessi ed per i figli. Particolarmente complesse e delicate si presentano le dinamiche familiari in caso di presenza di FIGLI MINORENNI.

 

L’avvocato matrimonialista è un mediatore nelle crisi familiari e si occupa in particolare di separazioni, divorzi, accordi di convivenza e modifiche di condizioni di separazione.

 

Le persone si rivolgono ad un avvocato matrimonialista per porre fine al proprio matrimonio, altri si rivolgono ad un avvocato matrimonialista solo per conoscere quali sono i propri diritti.

 

 L’avvocato matrimonialista spiegherà loro quali sono i rispettivi diritti e doveri e illustrando tutti gli aspetti teorico-pratici del caso e la differenza tra una separazione di tipo consensuale da una separazione di tipo giudiziale.

scappando da un problema aumenti solo la distanza dalla soluzione

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ADDEBITO SEPARAZIONE CHI INVENTA TRADIMENTO SOLO PER FERIRE IL CONIUGE

La corte territoriale ha accertato che l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza fra i coniugi era stata determinata dai comportamento della moglie, che aveva confessato al B. di intrattenere una relazione con un altro uomo; ha in proposito rilevato che il fatto confessato – che solo nel corso del giudizio la C. aveva smentito, assumendo di averlo inventato per ferire il marito nell’amor proprio

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 20 ottobre – 16 dicembre 2015, n. 25337

Presidente Dogliotti – Relatore Cristiano

Fatto e diritto

E’ stata depositata la seguente relazione:

AFOTOGRAFICA11) La Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 19.4.013, ha accolto l’appello proposto da R.B. contro il capo della sentenza di primo grado che, pronunciata la sua separazione giudiziale dalla moglie P.C., aveva respinto la domanda di addebito da lui avanzata ed aveva posto a suo carico l’obbligo di corrispondere alla signora un assegno mensile di mantenimento. La corte territoriale ha accertato che l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza fra i coniugi era stata determinata dai comportamento della moglie, che aveva confessato al B. di intrattenere una relazione con un altro uomo; ha in proposito rilevato che il fatto confessato – che solo nel corso del giudizio la C. aveva smentito, assumendo di averlo inventato per ferire il marito nell’amor proprio – doveva invece ritenersi accaduto e che, comunque, l’eventuale messa in scena della donna non era stata sfruttata come mero espediente provocatorio e, quindi, ad un certo punto disvelata per fungere da stimolo ad una ripartenza della vita di coppia, ma aveva condotto all’epilogo del rapporto, volta che la separazione era stata richiesta dall’appellante proprio a causa del tradimento sfacciatamente ammesso dalla moglie; il giudice a quo ha per contro escluso che le circostanze addotte dalla C., che aveva a sua volta proposto appello incidentale per sentir addebitare la separazione al marito, avessero costituito causa della crisi coniugale, rilevando che si trattava di circostanze in parte tardivamente allegate, in parte sfornite di prova ed in parte risalenti a molti anni prima della separazione; ha in conseguenza revocato l’obbligo del B. di contribuire al mantenimento della moglie.

errore-medico2) La sentenza è stata impugnata da P.C. con ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui R.B. ha resistito con controricorso.

3) Con il primo motivo del ricorso la C. denuncia violazione degli artt. 143 e 151 c.c. “in relazione” all’art. 360 n. 5 c.p.c. per omessa, insufficiente o comunque contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

La ricorrente contesta che un ipotetico, comunque mai accertato e solo affermato tradimento,possa essere ritenuto causa della frattura matrimoniale; sostiene inoltre che, secondo quanto risulta dagli atti di causa, gli eventi si sono susseguiti secondo un ordine completamente diverso dalla ricostruzione apodittica operata dalla corte d’appello e, a tal proposito, lamenta: che il giudice del merito abbia ritenuto trascurabili i tradimenti del marito; abbia escluso che vi fosse prova che l’herpes genitaiis da cui questi era affetto fosse stato determinato da contagio sessuale; non abbia tenuto conto delle continue violenze, anche di natura sessuale, che ella subiva, ritenendole indimostrate nonostante la querela da lei sporta a carico del B.; abbia, infine, ignorato che, proprio a causa di tali violenze, ella era stata colpita da una grave patologia.

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4) Il motivo appare inammissibile.

Al di là della sua confusa qualificazione, non essendo dato comprendere come la violazione di norme di diritto possa derivare da un vizio di motivazione, la censura muove, nella sua prima parte, da un’errata lettura della sentenza impugnata, che non ha certo affermato che la mera supposizione di un tradimento di cui non vi sia prova possa essere ritenuta causa della separazione. La corte dei merito ha, per contro, ritenuto provata la violazione da parte della C. del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto al cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della C., il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mai smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il B., producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale.

Escluso, pertanto, che nel ragionamento probatorio del giudice a quo possa ravvisarsi violazione degli artt. 143 e 151 c.c. o di principi giurisprudenziali enunciati da questa Corte di legittimità, può soltanto aggiungersi che la ricorrente, avendo totalmente travisato le ragioni della decisione, non muove loro alcuna effettiva critica sotto il profilo di cui all’ari. 360 n. 5 c.p.c., ma si limita a contestare le considerazioni introduttive della parte motiva della sentenza, del tutto ininfluenti ai fini della verifica della congruità e della logicità dell’accertamento che la stessa contiene. Nella sua seconda parte, invece, la censura non risulta in alcun modo rispettosa del disposto dell’art. 360 n. 5 c.p.c. come novellato dall’art. 54 I comma lett. b) della L. n. 1341012, cui il ricorso è soggetto ratione temporis, che ha ricondotto il vizio di motivazione all’omesso esame di un fatto storico decisivo, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti.

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Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla C. in sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti: non ricorre, pertanto, rispetto a tali elementi istruttori, l’ipotesi delineata dalla norma citata, e ciò a prescindere dal rilievo che la ricorrente si limita a richiederne una diversa valutazione nel merito.

La C. ha infine omesso di specificare se, ed in quale esatta fase del giudizio di merito, abbia documentato di essere affetta da una patologia cagionata dalle vessazioni cui la sottoponeva il marito, né si è curata di chiarire la decisività della circostanza ai fini della diversa soluzione della controversia auspicata.

5) Il secondo motivo di ricorso, con il quale la C. lamenta che sia stato revocato l’obbligo del marito di corrisponderle un assegno di mantenimento, appare manifestamente infondato, atteso che, ai sensi dell’ari. 156 c.c., l’assegno non compete al coniuge cui è stata addebitata la separazione. Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’ari. 380 bis c.p.c.

Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne condivide le conclusioni, non contrastate dalla ricorrente, che non ha depositato memoria. Il ricorso deve pertanto essere respinto.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in € 3.200, di cui € 100 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in esso menzionati.

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SEPARAZIONE

Si ricorre alla separazione giudiziale quando, per mancanza di accordo tra i coniugi, non vi è la possibilità di effettuare una separazione consensuale.

 

La separazione giudiziale viene chiesta in contraddittorio tra le parti.

 

  • Anche per la separazione giudiziale i coniugi devono comparire personalmente alla prima udienza dinanzi al Presidente del Tribunale.

 

  • Il Presidente prima di autorizzare i coniugi a vivere separati tenta una riconciliazione tra le parti.

 

  • Se la riconciliazione non dovesse riuscire, il Presidente prenderà le decisioni appropriate riguardanti l’autorizzazione a vivere separati, l’assegnazione della casa coniugale, l’affidamento dei figli e l’assegno di mantenimento per il coniuge e per i figli, in caso contrario viene compilato un verbale di conciliazione.

 

  • Durante il processo di separazione giudiziale è possibile trovare un accordo tra le parti, in tal caso viene convertita in una separazione consensuale.
  • Quando i coniugi che intendono separarsi e porre fine al proprio matrimonio non riescono a raggiungere un accordo su tutte le condizioni di separazione (vedi separazione consensuale) è necessario procedere unilateralmente presentando domanda di separazione giudiziale in Tribunale, con l’assistenza di un difensore.

 

QUANDO SUCCEDE ?

  1. essenzialmente quando marito e moglie non riescono a raggiungere la concordia, nemmeno a seguito della consulenza di un avvocato matrimonialista o di un mediatore familiare, su alcuni punti fondamentali della separazione, come l’ammontare dell’assegno di mantenimento, l’assegnazione della casa familiare, la ripartizione dei beni mobili e immobili o l’affidamento dei figli minori.

Il procedimento di separazione giudiziale è altresì necessario quando uno dei coniugi intende addebitare all’altro la causa della fine del matrimonio, per aver questi mancato a taluni doveri fondamentali del matrimonio, come la fedeltà, la mutua assistenza o la coabitazione (separazione con addebito, che comporta la perdita dell’assegno di mantenimento e dei diritti successori).

 

 

Quali sono le differenze fra separazione consensuale e giudiziale?

 

 

La separazione consensuale è un accordo sulle condizioni riguardanti i rapporti patrimoniali ed il regime di affidamento dei figli.

I procedimenti di separazione consensuale previsti dalla legge sono: quello davanti al tribunale, quello davanti all’ufficiale dello stato civile, quello con negoziazione assistita da avvocati.

Il procedimento davanti al tribunale è quello che i coniugi instaurano congiuntamente dopo aver trovato un accordo su tutte le condizioni della separazione. Il tribunale recepirà l’accordo fra i coniugi con un provvedimento di “omologa” della separazione.

Se non vi sono figli minori, figli maggiorenni non autonomi, o incapaci, o portatori di handicap grave,

i coniugi che hanno già trovato un accordo su tutte le condizioni della separazione possono concludere una convenzione di separazione davanti all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza di uno di loro o del Comune presso cui è iscritto o trascritto l’atto di matrimonio. La convenzione produrrà gli stessi effetti di un provvedimento di separazione emesso dal giudice.

Se invece i coniugi non hanno trovato un accordo sulla separazione possono cercare una soluzione concordata con l’aiuto dei rispettivi avvocati.

Se l’accordo per una separazione consensuale non viene raggiunto, il coniuge che intende interrompere la convivenza deve instaurare un procedimento di separazione giudiziale: in questo caso le condizioni della separazione vengono stabilite dal tribunale.

LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE IN CASO DI ACCORDO PUO’ DIVENTARE CONSENSUALE?

Si ,basta l’accordo dei coniugi

DOPO UNA SEPARAZIONE QUANTO TEMPO OCCORRE PER IL DIVORZIO?

RISPOSTA: Il termine di un anno (o di sei mesi in caso di separazione consensuale) di ininterrotta separazione a far tempo dalla comparizione dei coniugi davanti al presidente del tribunale, previsto dall’ articolo 3 n. 2 lett. b), legge n. 898 del 1970, per la proponibilità della domanda di divorzio, decorre dall’udienza presidenziale nella quale è stato emesso il provvedimento di autorizzazione dei coniugi a vivere separati, anche se la sentenza di separazione o il decreto di omologa del Tribunale interviene in un momento successivo.

 

Mio marito mi ha lasciato  da mesi portando con sè le sue cose ,posso denunciarlo?

 

L’abbandono del tetto coniugale non integra di per sé un reato.

Se non ha mezzi di sostentamento e suo marito non vi provvede puo’ denunciarlo.

L’allontanamento dal domicilio domestico potrà poi essere motivo di addebito della separazione a suo marito, sempre che tale allontanamento venga considerato privo di giusta causa e fonte della crisi coniugale.

 

Per quali motivi il giudice può pronunciare l’addebito della separazione?

 

La fedeltà, l’abbandono casa coniugale. La mancanza di mantenimento per la famiglia eccecc

Cosa comporta l’addebito della separazione?

Il coniuge al quale il giudice ha addebitato la separazione perde il diritto di ricevere l’assegno di mantenimento che gli spetta nel caso di mancanza di adeguati redditi propri.

Egli perde inoltre il diritto successorio alla quota legittima nei confronti dell’altro coniuge.

 

La separazione consensuale presuppone che il ricorso venga sottoscritto da entrambi i coniugi che hanno precedentemente trovato un accordo, i termini del quale vengono riportati nel ricorso, che regolamenti i loro rapporti da “separati” (collocamento dei figli, modalità di frequentazione con il genitore non collocatario, questioni economiche, etc.).

 

La separazione consensuale è assimilabile ad un contratto sottoscritto da entrambi i coniugi, con oggetto variabile a seconda delle specifiche esigenze e può avere un contenuto più ampio rispetto a quello che caratterizza un giudizio di separazione in sede contenziosa in quanto può regolamentare anche questioni di natura patrimoniale (divisioni di immobili, di conti correnti bancari e via dicendo) che non costituiscono, di norma, materia della separazione giudiziale.

La separazione giudiziale

 

Si arriva alla separazione giudiziale s enon è possibile trovare accordo trai coniugi!!

La separazione giudiziale viene chiesta in contraddittorio tra le parti.

 

Come per la separazione consensuale, anche per la separazione giudiziale i coniugi devono comparire personalmente alla prima udienza dinanzi al Presidente del Tribunale.

 

Omunque il presidente tenta una conciliazione ,dà i provvedimenti urgenti poi rinvia ad altro giudice per l’istruzione della causa

 

Il Presidente prima di autorizzare i coniugi a vivere separati tenta una riconciliazione tra le parti.

 

Se la riconciliazione non dovesse riuscire, il Presidente prenderà le decisioni appropriate riguardanti l’autorizzazione a vivere separati, l’assegnazione della casa coniugale, l’affidamento dei figli e l’assegno di mantenimento per il coniuge e per i figli, in caso contrario viene compilato un verbale di conciliazione.

 

Durante il processo di separazione giudiziale è possibile trovare un accordo tra le parti, in tal caso viene convertita in una separazione consensuale.

 

Quando invece vi è la separazione giudiziale ?

 

 

 

 si ha quando i coniugi non sono riusciti a trovare un accordo e uno di essi assume l’iniziativa di rivolgersi al Tribunale affinché sia il Giudice ad assumere le decisioni che i coniugi non sono stati in grado di prendere autonomamente. Il giudizio di separazione, da un punto di vista processuale, è identico a qualsiasi altro giudizio civile, con susseguirsi di udienza, deposito di atti e documenti, assunzione di testimoni ed eventuale svolgimento di consulenze tecniche (in genere di natura psicologica sul nucleo familiare in vista del collocamento dei figli e della regolamentazione delle visite).
Il giudizio di separazione si conclude con una sentenza ed è necessaria l’assistenza di un legale.

 

ADDEBITO SEPARAZIONE

Ad oggi la separazione per colpa non esiste più, ma è stata sostituita da una serie di norme che hanno come presupposto l’uguaglianza tra i coniugi (uguaglianza sia morale che giuridica).

 

Sono quindi state eliminate quelle cause tassative che determinavano la possibilità di ottenere la separazione giudiziale, e sono state sostituite dalle norme previste dell’articolo 151 del Codice Civile. Nel comma 1 di tale articolo viene infatti indicato che “La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

 

Con la riforma del 1975 è stato quindi eliminato il concetto di “colpa” ed è stato sostituito con il principio di “consenso”, fondando la causa della separazione sulla impossibilità del continuare la convivenza o sulla presenza di comportamenti che potrebbero avere ripercussioni gravi sull’educazione di figli.

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L’art 143 cc comma 3 afferma che “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia“.

 

 

Sia il marito che la moglie devono quindi contribuire ai bisogni della famiglia. Ma questo dovere di contribuzione come viene rispettato durante la separazione dei coniugi?

Nell’articolo 156 del Codice Civile (Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi), al comma 1, viene stabilito che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri“.

La Nozione di Mantenimento

Il concetto di “mantenimento” indica l’assenza di redditi sufficienti a garantire al coniuge (marito o moglie) il tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.

Il “mantenimento” non va quindi confuso con la nozione di “alimenti“.

 

 

QUANDO E’ POSSIBILE OTTENERE L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO PER IL CONIUGE?

 

  1. il coniuge beneficiario deve aver fatto espressamente richiesta di ottenimento dell’assegno

  2. al coniuge che riceve l’assegno non deve essere stata addebitata la separazione

  3. il coniuge per beneficiare dell’assegno non deve avere “adeguati redditi propri

  4. il coniuge a cui è stata addebitata la separazione deve disporre di mezzi idonei per poter fronteggiare il pagamento dell’assegno

  5. L’assegno da corrispondere è periodico e può consistere un una somma di denaro unica oppure in più voci di spesa esempio per il canone di affitto dell’abitazione coniugale, per gli oneri condominiali, ecc.).

ASSEGNO MANTNEIMENTO PE RI FIGLI

  1. in misura proporzionale al proprio reddito, in ogni caso il Giudice, qualora lo ritenga necessario, stabilisce la corresponsione di un assegno periodico per il mantenimento considerando i seguenti parametri:

  2. le attuali esigenze del figlio;

  3. il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

  4. i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

  5. le risorse economiche di entrambi i genitori;

  6. la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

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QUANDO SI RISCHIA DI PERDERE ASSEGNO DI MANTENIMENTO ?

L’art. 710 c.p.c. prevede la possibilità per i coniugi di chiedere, in qualunque momento, la modifica dei provvedimenti riguardanti i coniugi e i figli minori, e in tale ottica ciascun coniuge può ricorrere al Tribunale per far revocare o quanto meno modificare il provvedimento con il quale il giudice della separazione abbia disposto in favore dell’altro coniuge un assegno di mantenimento.

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SEPARAZIONE CONSENSUALE DEI CONIUGI BOLOGNA

RIFERIMENTI NORMATIVI

 

SEPARAZIONE E FIGLI IL NOCCIOLO DELLE SEPARAZIONI!!

 

  1. SEPARARSI CON FIGLI NON E’ FACILE ,NON E’ MAI FACILE NE’ PER NOI NE’ PER I FIGLI!!

 

  1. PENSARE SEMPRE PRIMA AI FIGLI QUESTA E’ LA  GIUSTA STRATEGIA!!!

 

  1. EVITARE DI LITIGARE DAVANTI AI FIGLI!!

 

  1. RASSICURARE I FIGLI CHE I GENITORI CONTINUERANNO A VOLER LORO BENE COME PRIMA PIU’ DI PRIMA !!
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  • RIFERIMENTI NORMATIVI

 

SEPARAZIONE CON ADDEBITO BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA. avvocato divorzi bologna avvocato divorzista bologna avvocato separazioni bologna avvocato matrimonialista bolognaArt. 711 c.p.c. (ricorso per la separazione consensuale dei coniugi)

[I]. Nel caso di separazione consensuale previsto nell’art. 158 c.p.c. il Presidente del Tribunale su ricorso di entrambi i coniugi deve sentirli nel giorno da lui stabilito e procurare di conciliarli nel modo indicato nell’art. 708 c.p.c.

[II]. Se il ricorso è presentato da uno solo dei coniugi, si applica l’art. 706 ultimo comma c.p.c.

[III]. Se la conciliazione non riesce, si dà atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole.

[IV]. La separazione consensuale acquista efficacia con la omologazione del tribunale, il quale provvede in camera di consiglio su relazione del presidente.

[V]. Le condizioni della separazione consensuale sono modificabili a norma dell’articolo precedente.

 

Art. 710 c.p.c. (modifica delle condizioni di separazione)

[I]. Le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio (art.737 c.p.c.) la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione.

[II]. Il tribunale, sentite le parti, provvede alla eventuale ammissione di mezzi istruttori e può delegare per l’assunzione uno dei suoi componenti.

[III]. Ove il procedimento non possa essere immediatamente definito, il tribunale può adottare provvedimenti provvisori e può ulteriormente modificarne il contenuto nel corso del procedimento.

 

 

 

Art. 158 c.c. (effetti della separazione)

[I]. La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

[II]. Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

 

Art. 337 ter c.c. (provvedimenti riguardo ai figli)

[I]. Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

[II]. Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’art. 337 bis c.c. il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l’affidamento familiare. All’attuazione dei provvedimenti relativi all’affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d’ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

[III]. La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

[IV]. Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio.

2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

4) le risorse economiche di entrambi i genitori.

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

[V]. L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

[VI]. Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

 

Art. 337 sexies c.c. (assegnazione della casa familiare)

[I]. Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’art. 2643 c.c.

[II]. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all’altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l’avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto.

 

 

 MODIFICAZIONE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE

 

Art. 710 c.p.c. (modificabilità dei provvedimenti relativi alla separazione dei coniugi).

Le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio (artt. 737 e ss. c.p.c.), la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione.

Il tribunale, sentite le parti, provvede alla eventuale ammissione di mezzi istruttori e può delegare per l’assunzione uno dei suoi componenti.

Ove il procedimento non possa essere immediatamente definito, il tribunale può adottare provvedimenti provvisori e può ulteriormente modificarne il contenuto nel corso del procedimento.

 

 

Art. 737 c.p.c. (disposizioni comuni ai procedimenti in camera di consiglio, forma della domanda).

I provvedimenti, che debbono essere pronunciati in camera di consiglio, si chiedono con ricorso (art. 125 c.p.c.) al giudice competente e hanno forma di decreto motivato, salvo che la legge disponga altrimenti.

 

 

 

Art. 738 c.p.c. (procedimento in camera di consiglio).

Il presidente nomina tra i componenti del collegio un relatore, che riferisce in camera di consiglio.

Se deve essere sentito il pubblico ministero (artt. 70-71 c.p.c.), gli atti sono a lui previamente comunicati ed egli stende le sue conclusioni in calce al provvedimento del presidente.

Il giudice può assumere informazioni.

 

 

Art. 156 c.c. (effetti della separazione nei rapporti patrimoniali tra i coniugi).

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’art. 155 c.c.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato [671 c.p.c.] e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto.

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti (art. 710 c.p.c.).

 

SEPARAZIONE CONSENSUALE DEI CONIUGI BOLOGNA

RIFERIMENTI NORMATIVI

Tribunale di Bologna

Sezione I Civile

Sentenza 18 luglio 2011, n. 2113

La cessazione degli effetti civili del matrimonio veniva già pronunziata con sentenza parziale n. 2943/2009 depositata in data 19 giugno 2009.

Quanto all’affidamento del figlio —- nato a —– in data —-, il collegio ritiene non sussistano motivi ostativi all’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori posto che la considerevole distanza tra le parti e l’accesa conflittualità tra le stesse, come emergente dagli atti di causa, non rappresentano circostanze sufficienti ed idonee a limitare le prerogative paterne in ordine alla condivisione delle decisioni di maggiore importanza relative alla salute, alla cura, istruzione ed educazione del figliolo.

Il minore manterrà collocazione privilegiata presso la madre che potrà assumere in autonomia le decisioni relative alle questioni di ordinaria amministrazione.

Per quanto riguarda la regolamentazione degli incontri tra padre e figlio, tenuto conto delle oggettive difficoltà del Signor —– nell’incontrare il figlio, che vive a Tel — Aviv con la madre, pare opportuno confermare, in linea di massima, le statuizioni assunte dal giudice istruttore con ordinanza del 7 dicembre 2010 che tengono conto dei periodi di sospensione delle lezioni scolastiche di —– , così da offrire al padre la possibilità, in tali periodi, di trascorrere più giorni continuativi assieme al figlio. Pertanto il minore trascorrerà con il padre un periodo di tre settimane durante le vacanze estive, da concordarsi con la Signora —– entro il 20 maggio di ogni anno, con estensione di tale periodo a quattro settimane, anche non continuative, a partire dall’estate 2012.

——- trascorrerà inoltre col padre dieci giorni consecutivi durante la Pasqua ebraica e sette giorni consecutivi in ricorrenza della festa di Hannukkah durante il mese di dicembre, nonché altri sette giorni durante il mese di ottobre in occasione della festa denominata «Succot Simchas Torah». Il Signor —– potrà, inoltre, vedere il figliolo recandosi in Israele quando lo riterrà previo preavviso alla madre di quindici giorni e comunque sempre previo accordo con la Signora —– , sostenendo il padre le relative spese.

Il padre contribuirà, in misura fissa di € 100,00 alla volta, le spese di andata e ritorno dei trasporti del figlio —– in Italia, con obbligo per la madre di condurlo dal padre almeno due volte l’anno.

Deve, inoltre confermarsi, l’obbligo della madre a consentire il contatto giornaliero del figlio col padre anche tramite web-cam.

Per ciò che concerne i rapporti economici tra le parti e, nella specie, la determinazione del contributo paterno al mantenimento del figlio —— , pare congruo confermare i provvedimenti assunti in corso di procedimento, che hanno quantificato in € 500,00 mensili, rivalutabili annualmente secondo indici ISTAT.

La misura di tale contributo, atteso che l’esame della situazione reddituale del Signor —— documentata in atti (Mod. 730/2006-2008-2009-2010) non suggerisce un diverso assetto economico.

Quanto, invece, alle spese straordinarie da effettuarsi nell’interesse del figlio minore, tenuto conto delle spese che il Signor ——- deve sostenere annualmente per far visita a ——- in Israele e del contributo di € 100,00 che il padre deve corrispondere alla madre per ogni viaggio del minore in Italia, pare maggiormente congruo disporre che il 70% di tali spese sia a carico della madre e il 30% a carico del padre, tali intendendosi le spese mediche e scolastiche (esclusa l’eventuale refezione 
scolastica) da rimborsarsi al genitore che le ha anticipate dietro presentazione della documentazione attestante l’esborso, nonché le spese sportive, ludiche e ricreative purché previamente concordate tra le parti.

In considerazione delle domande svolte dalle parti e dell’esito del presente procedimento, il Collegio stima equo compensare interamente tra le parti le spese di lite.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente decidendo nella causa di cui in epigrafe, ogni diversa eccezione, domanda ed istanza disattesa,

  1. Affida il figlio minore —- ad entrambi i genitori, collocandolo a vivere presso l’abitazione della madre che potrà assumere in autonomia le decisioni riguardanti la gestione ordinaria della vita quotidiana.
  2. Dispone che gli incontri tra padre e figlio avvengano secondo la seguente regolamentazione: il minore trascorrerà con il padre un periodo di tre settimane durante le vacanze estive, da concordarsi con la Signora —- entro il 20 Maggio di ogni anno, con estensione di tale periodo a quattro settimane, anche non continuative, a partire dall’estate 2012.

——— trascorrerà inoltre col padre dieci giorni consecutivi durante la Pasqua ebraica e sette giorni consecutivi in ricorrenza della festa di Hannukkah durante il mese di Dicembre, nonché altri sette giorni durante il mese di ottobre in occasionr della festa denominata < Succot Simchas Torah>. Il Signor —— potrà inoltre, vedere il figliolo recandosi in Israele quando lo riterrà previo preavviso alla madre di quindici giorni e comunque sempre previo accordo con la Signora —– sostenendo il padre le relative spese.

Il padre contribuirà, in misura fissa di € 100,00 alla volta, le spese di andata e ritorno di trasporti del figlio —– in Italia, con obbligo per la madre di condurlo dal padre almeno due volte l’ anno.

Conferma l’obbligo della madre a consentire il contatto giornaliero del figlio col padre anche tramite web- cam.

  1. Dispone che il Signor —– corrisponda alla Signora —— a titolo di contributo nel mantenimento del figlio minore —– sino alla sua autosufficienza economica, la somma mensile di € 500,00 come già rivalutata e rivalutabile annualmente secondo indici ISTAT, oltre il 30% delle spese straordinarie effettuate nell’interesse del figlio,tali intendendosi le spese mediche e le spese scolastiche (esclusa l’eventuale refezione scolastica), dietro esibizione della documentazione attestante esborsi, nonché le spese sportive, ludiche e ricreative purchè previamente concordate tra le parti.
  2. Rigetta ogni altra domanda.
  3. Compensa tra le parti le spese di giudizio.

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Parliamoci chiaro separarsi è una tremenda sofferenza per la coppia!!

 

Il filo rosso è quel filo che lega due anime destinate prima o poi ad incontrarsi e che non si spezza per nessuna ragione, neppure se i corpi sono distanti.
Il legame va oltre i corpi ed esiste al di là delle circostanze”

Goethe: “Affinità elettive

 

Separarsi vuol dire dividere obiettivi ,rompere affetti, ricominciare una vita!!

 

Non è facile !!!

 

Non è facile ricominciare a vivere da soli dopo che per anni si è diviso la propria vita con la moglie eil marito, dividendosi i compiti, facendo affidamento sull’altro.!!!

 

Separasi è molto doloroso quando vi sono figli!! Perché sempre ripeto sempre i figli soffrono per la separazione dei genitori!!

 

Posso darvi come avvocato tre consigli per cercare di soffrire di meno di qualcosa che comunque ed è innegabile porta molta sofferenza e a volte anche pesanti depressioni!!

 

 

1) CERCARE DI CAPIRE NELLA SEPARAZIONE ANCHE LE ESIGENZE DELL’ALTRO CONIUGE!!

 

 

 

2)CERCARE SE  POSSIBILE UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE!!

 

3)PENSARE IN PRIMO LUOGO AL BENE DEI FIGLI!!

 

 

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IO POSSO AIUTARTI CHIAMA CON FIDUCIA !!!!

 

 

 

separazione giudiziale

 

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separazione giudiziale separazione consensuale

 

 

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separazione per colpa tradimento separazione di fatto obblighi

 

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separazione giudiziale separazione di fatto
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Cassazione civile , sez. I, sentenza 04.04.2014 n° 7998

PRECISA LA CORTE :

L’apprezzamento della responsabilità dei coniugi ai fini della intollerabilità della convivenza à riservato al giudice del merito e non è censurabile in Cassazione, se sorretto da motivazione congrua e logica (v. Cass. n. 9877/2006). Nella specie, la motivazione della sentenza impugnata, a sostegno dell’addebito esclusivo al marita della responsabilità della crisi dell’unione, fa leva su alcune frasi riportate in sentenza ed estrapolate da una lettera del 3 novembre 2003 nella quale il sig. C. esternava alla moglie i propri sentimenti e riconosceva di non essere stato un buon marito. In ciò la Corte di appello ha ravvisato una sostanziale confessione della violazione dei doveri coniugali e, quindi, la causa di quella crisi, con conseguente venir meno della rilevanza causale della violazione del dovere di fedeltà da parte della moglie.

Nella giurisprudenza di questa corte si è detto che, ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ammissioni di una parte non possono avere valore di confessione, a norma dell’art. 2730 c.c., vertendosi in tema di diritti indisponibili, ma possono essere utilizzate come presunzioni ed indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori (v. Cass. n. 22786/2004, n. 176/1982), sempre che, ovviamente, esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi e, in quanto tali, suscettibili di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali (art. 143 c.c.). La forte del merito ha acriticamente recepito il messaggio emozionale insito in quella lettera, senza uno sforzo di

ECCO LA SENTENZA PER ESTESO

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 26 febbraio – 4 aprile 2014, n. 7998
(Presidente Luccioli – Relatore Lamorgese)

Svolgimento del processo

Nel giudizio di separazione personale proposto nel gennaio 2005 la sig.ra M.M.L., a sostegno della domanda di addebito, attribuiva la causa della intollerabilità della convivenza al marito sig. C.G., al quale imputava di avere trascurato la famiglia per dedicarsi completamente ai suoi interessi e di non avere contribuito ai bisogni materiali propri e dei figli.

Il M. chiedeva l’addebito della separazione alla moglie, perché aveva violato più volte il dovere di fedeltà e perché, nel giugno-luglio 2009, approfittando della sua temporanea assenza, aveva sostituito la serratura della casa allo scopo di costringerlo a trasferirsi altrove.

Il Tribunale di Cosenza, con sentenza 15 gennaio 2009, per quanto interessa in questa sede, ha addebitata la responsabilità della separazione alla maglie.

Il gravame proposto da quest’ultima é stato accolto dalla Corte di appella di Catanzaro, can sentenza 10 febbraio 2010, che ha addebitato la separazione al marito, sulla base di una missiva indirizzata alla M. nella quale il C. riconosceva di avere trascurato la famiglia e la moglie e di avere anteposto i propri interessi personali.

Ciò, secondo la Corte, dimostrava che egli era venuto meno ai doveri matrimoniali, e che la relazione extraconiugale della maglie era soia una conseguenza e non la causa della crisi coniugale.

Avverso questa sentenza il C. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resiste la M.

Motivi della decisione

Nel primo motivo di ricorso il C. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 193 e 151 c.c. : la Corte avrebbe sottovalutato la gravità e rilevanza, ai fini del sorgere della crisi coniugale, della violazione del dovere di fedeltà coniugale da parte della moglie, in epoca precedente all’introduzione del giudizio di separazione, e avrebbe erroneamente giustificato la relazione extraconiugale come reazione al comportamento del marito di mancata adeguata considerazione delle esigenze della moglie, sulla base di poche righe estrapolate da una lettera inviata a lei dal marito.

Nel seconda motivo è dedotto vizio di motivazione per avere la corte dato rilievo, ai fini dell’addebito, a non precisati atteggiamenti di trascuratezza da parte del coniuge, sulla base esclusivamente di una lettura parziale e travisata della medesima lettera nella quale il marito, nell’ambito di un esame di coscienza palesato alla moglie, manifestava soltanto una volontà riconciliativa, confermata dalla circostanza che successivamente i coniugi adottarono una bambina; l’inadeguatezza del percorso logico seguito dalla Corte risulterebbe anche dalla sottovalutazione della responsabilità della moglie nella crisi coniugale, che aveva iniziato una o più relazioni extraconiugali in epoca precedente e anche con un parente del marito.

I suddetti motivi devono essere esaminati congiuntamente e sono fondati nei termini che si diranno.

La Corte di appello ha ritenuta che causa della crisi matrimoniale non fu la relazione extraconiugale intrattenuta dalla sig.ra L. (dal 2002), ma il comportamento del sig. C. che aveva impostato egoisticamente la convivenza matrimoniale, anteponendo i propri personali interessi a quelli della famiglia e della moglie, in tal modo tradendo i valori di comunione spirituale e materiale fondata sul reciproco aiuto dei coniugi. La Corte, richiamando il noto principio secondo cui il giudice non può fondare la pronuncia di addebito della separazione sulla mera inosservanza del dovere di fedeltà coniugale, ma deve verificarne l’effettiva incidenza causale sul fallimento della convivenza coniugale, ha addebitato la separazione al marito, riformando la sentenza del tribunale che l’aveva addebitata alla moglie.

L’apprezzamento della responsabilità dei coniugi ai fini della intollerabilità della convivenza à riservato al giudice del merito e non è censurabile in Cassazione, se sorretto da motivazione congrua e logica (v. Cass. n. 9877/2006). Nella specie, la motivazione della sentenza impugnata, a sostegno dell’addebito esclusivo al marita della responsabilità della crisi dell’unione, fa leva su alcune frasi riportate in sentenza ed estrapolate da una lettera del 3 novembre 2003 nella quale il sig. C. esternava alla moglie i propri sentimenti e riconosceva di non essere stato un buon marito. In ciò la Corte di appello ha ravvisato una sostanziale confessione della violazione dei doveri coniugali e, quindi, la causa di quella crisi, con conseguente venir meno della rilevanza causale della violazione del dovere di fedeltà da parte della moglie.

Nella giurisprudenza di questa corte si è detto che, ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ammissioni di una parte non possono avere valore di confessione, a norma dell’art. 2730 c.c., vertendosi in tema di diritti indisponibili, ma possono essere utilizzate come presunzioni ed indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori (v. Cass. n. 22786/2004, n. 176/1982), sempre che, ovviamente, esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi e, in quanto tali, suscettibili di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali (art. 143 c.c.). La forte del merito ha acriticamente recepito il messaggio emozionale insito in quella lettera, senza uno sforzo di contestualizzazione (anche temporale), che avrebbe evidenziato il tentativo del marito di recuperare un rapporto in crisi (di cui potrebbe essere espressione la successiva adozione di una bambina da parte dei coniugi), e senza un accertamento dei fatti storici in cui si sarebbero manifestate le violazioni contestategli, cui avrebbe dovuto fare seguito una ponderata valutazione della rilevanza degli stessi ai fini del sorgere della crisi.

L’inadeguatezza della motivazione posta a sostegno dell’addebito al marita ha compromesso il giudizio sulla violazione dell’obbligo di fedeltà della maglie, di cui si potrebbe disconoscere l’efficacia causale rispetto alla crisi solo all’esito di un accertamento rigoroso e di una valutazione complessiva e comparativa del comportamento di entrambi i coniugi (v. Cass. n. 25618/2007, n. 13797/2003), tenendo conta anche della frequenza e delle modalità con cui quella violazione è avvenuta.

Il ricorso à accolto e la sentenza impugnata à cassata can rinvio alla Corte di appello di Catanzaro che, in diversa composizione, dovrà effettuare una nuova valutazione delle domande di addebito proposte dalle parti, alla luce dei suddetti principi, nonché liquidare le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Catanzaro, in diversa composizione, cui rimette la liquidazione delle spese del giudizio.
In casa di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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SEPARAZIONE ADDEBITO : l’addebito è necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale

 

Per l’addebito è necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui ambito sia stata generata prole, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale

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addebito separazione conseguenze

addebito della separazione

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risarcimento danni violazione doveri coniugali

risarcimento danni dopo separazione consensuale

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art 143 cc

 

 

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art 143 cc

 

La celebrazione del matrimonio segna l’inizio dei diritti e dei doveri tra i coniugi, alla cui trasgressione, con il diniego di ogni forma di comunione materiale/ spirituale, può domandarsi al giudice la separazione. La formazione della società coniugale, se difettiva – da subito dopo la celebrazione del vincolo – della convivenza, della comune organizzazione domestica, dei normali rapporti affettivi, comporterebbe grave offesa per la dignità del coniuge, che confidava nel buon esito del matrimonio. I doveri scaturenti dal significativo legame rivestono natura giuridica e morale, sicché gli istituti del diritto di famiglia, che venissero disattesi, aggredendo i diritti fondamentali della persona, ricevono tutela sia con le misure tipiche del diritto di famiglia sia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti. La frattura precorrente la separazione dei coniugi può dipendere dal distacco e disaffezione di una sola delle parti o di entrambe

 

Ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ammissioni di una parte non possono avere valore di confessione, a norma dell’art. 2730 c.c., vertendosi in tema di diritti indisponibili, ma possono essere utilizzate come presunzioni ed indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori sempre che, ovviamente, esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi e, in quanto tali, suscettibili di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali ex art. 143 c.c..

Cassazione civile sez. I  04 aprile 2014 n. 7998  

 

In materia di separazione personale, ai fini dell’addebitabilità della stessa il giudice del merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente inadempiente rispetto ai doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico di entrambi i coniugi, da parte di uno o di entrambi. In sostanza il giudice deve verificare se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza o se piuttosto la violazione dei doveri anzidetti sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale o per effetto di essa. Detta indagine deve compiersi comparando i comportamenti di entrambi i coniugi, non potendo, la condotta dell’uno, essere giudicata prescindendo da quella dell’altro.

Corte appello Roma  29 gennaio 2014 n. 601  

 

In tema di separazione tra coniugi, nonostante la pronuncia di addebito non si possa fondare sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui ambito sia stata generata prole, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (nella specie, la compromissione del rapporto coniugale era dipesa unicamente dalla relazione adulterina del marito con un’altra donna, da cui era anche nata una figlia. Tale circostanza, infatti, aveva determinato il deterioramento del matrimonio, sfociato, dopo numerosi litigi, nell’allontanamento del marito dalla casa coniugale).

Cassazione civile sez. I  17 gennaio 2014 n. 929  

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. La corte dei merito ha, per contro, ritenuto provata la violazione da parte della C. del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto al cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della C., il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mai smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il B., producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale.
Escluso, pertanto, che nel ragionamento probatorio del giudice a quo possa ravvisarsi violazione degli

artt. 143 e 151 c.c. o di principi giurisprudenziali enunciati da questa Corte di legittimità, può soltanto aggiungersi che la ricorrente, avendo totalmente travisato le ragioni della decisione, non muove loro alcuna effettiva critica sotto il profilo di cui all’ari. 360 n. 5 c.p.c., ma si limita a contestare le considerazioni introduttive della parte motiva della sentenza, del tutto ininfluenti ai fini della verifica della congruità e della logicità dell’accertamento che la stessa contiene. Nella sua seconda parte, invece, la censura non risulta in alcun modo rispettosa del disposto dell’art. 360 n. 5 c.p.c. come novellato dall’art. 54 I comma lett. b) della L. n. 1341012, cui il ricorso è soggetto ratione temporis, che ha ricondotto il vizio di motivazione all’omesso esame di un fatto storico decisivo, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti.

Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla C. in sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti: non ricorre, pertanto, rispetto a tali elementi istruttori, l’ipotesi delineata dalla norma citata, e ciò a prescindere dal rilievo che la ricorrente si limita a richiederne una diversa valutazione nel merito.

La C. ha infine omesso di specificare se, ed in quale esatta fase del giudizio di merito, abbia documentato di essere affetta da una patologia cagionata dalle vessazioni cui la sottoponeva il marito, né si è curata di chiarire la decisività della circostanza ai fini della diversa soluzione della controversia auspicata.
5) Il secondo motivo di ricorso, con il quale la C. lamenta che sia stato revocato l’obbligo del marito di corrisponderle un assegno di mantenimento, appare manifestamente infondato, atteso che, ai sensi dell’ari. 156 c.c., l’assegno non compete al coniuge cui è stata addebitata la separazione. Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’ari. 380 bis c.p.c.

 

SEPARAZIONE CON ADDEBITO BOLOGNA, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA, MATRIMONIALISTA ,BOLOGNA, AVVOCATO

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 20 ottobre – 16 dicembre 2015, n. 25337 Presidente Dogliotti – Relatore Cristiano

Fatto e diritto

E’ stata depositata la seguente relazione:
1) La Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 19.4.013, ha accolto l’appello proposto da R.B. contro il capo della sentenza di primo grado che, pronunciata la sua separazione giudiziale dalla moglie P.C., aveva respinto la domanda di addebito da lui avanzata ed aveva posto a suo carico l’obbligo di corrispondere alla signora un assegno mensile di mantenimento. La corte territoriale ha accertato che l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza fra i coniugi era stata determinata dai comportamento della moglie, che aveva confessato al B. di intrattenere una relazione con un altro uomo; ha in proposito rilevato che il fatto confessato – che solo nel corso del giudizio la C. aveva smentito, assumendo di averlo inventato per ferire il marito nell’amor proprio – doveva invece ritenersi accaduto e che, comunque, l’eventuale messa in scena della donna non era stata sfruttata come mero espediente provocatorio e, quindi, ad un certo punto disvelata per fungere da stimolo ad una ripartenza della vita di coppia, ma aveva condotto all’epilogo del rapporto, volta che la separazione era stata richiesta dall’appellante proprio a causa del tradimento sfacciatamente ammesso dalla moglie; il giudice a quo ha per contro escluso che le circostanze addotte dalla C., che aveva a sua volta proposto appello incidentale per sentir addebitare la separazione al marito, avessero costituito causa della crisi coniugale, rilevando che si trattava di circostanze in parte tardivamente allegate, in parte sfornite di prova ed in parte risalenti a molti anni prima della separazione; ha in conseguenza revocato l’obbligo del B. di contribuire al mantenimento della moglie.
2) La sentenza è stata impugnata da P.C. con ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui R.B. ha resistito con controricorso.
3) Con il primo motivo del ricorso la C. denuncia violazione degli artt. 143 e 151 c.c. “in relazione” all’art. 360 n. 5 c.p.c. per omessa, insufficiente o comunque contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.
La ricorrente contesta che un ipotetico, comunque mai accertato e solo affermato tradimento,possa essere ritenuto causa della frattura matrimoniale; sostiene inoltre che, secondo quanto risulta dagli atti di causa, gli eventi si sono susseguiti secondo un ordine completamente diverso dalla ricostruzione apodittica operata dalla corte d’appello e, a tal proposito, lamenta: che il giudice del merito abbia ritenuto trascurabili i tradimenti del marito; abbia escluso che vi fosse prova che l’herpes genitaiis da cui questi era affetto fosse stato determinato da contagio sessuale; non abbia tenuto conto delle continue violenze, anche di natura sessuale, che ella subiva, ritenendole indimostrate nonostante la querela da lei sporta a carico del B.; abbia, infine, ignorato che, proprio a causa di tali violenze, ella era stata colpita da una grave patologia.
4) Il motivo appare inammissibile.
Al di là della sua confusa qualificazione, non essendo dato comprendere come la violazione di norme di diritto possa derivare da un vizio di motivazione, la censura muove, nella sua prima parte, da un’errata lettura della sentenza impugnata, che non ha certo affermato che la mera supposizione di un tradimento di cui non vi sia prova possa essere ritenuta causa della separazione. La corte dei merito ha, per contro, ritenuto provata la violazione da parte della C. del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto al cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della C., il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mai smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il B., producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale.
Escluso, pertanto, che nel ragionamento probatorio del giudice a quo possa ravvisarsi violazione degli

artt. 143 e 151 c.c. o di principi giurisprudenziali enunciati da questa Corte di legittimità, può soltanto aggiungersi che la ricorrente, avendo totalmente travisato le ragioni della decisione, non muove loro alcuna effettiva critica sotto il profilo di cui all’ari. 360 n. 5 c.p.c., ma si limita a contestare le considerazioni introduttive della parte motiva della sentenza, del tutto ininfluenti ai fini della verifica della congruità e della logicità dell’accertamento che la stessa contiene. Nella sua seconda parte, invece, la censura non risulta in alcun modo rispettosa del disposto dell’art. 360 n. 5 c.p.c. come novellato dall’art. 54 I comma lett. b) della L. n. 1341012, cui il ricorso è soggetto ratione temporis, che ha ricondotto il vizio di motivazione all’omesso esame di un fatto storico decisivo, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti.

Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla C. in sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti: non ricorre, pertanto, rispetto a tali elementi istruttori, l’ipotesi delineata dalla norma citata, e ciò a prescindere dal rilievo che la ricorrente si limita a richiederne una diversa valutazione nel merito.

La C. ha infine omesso di specificare se, ed in quale esatta fase del giudizio di merito, abbia documentato di essere affetta da una patologia cagionata dalle vessazioni cui la sottoponeva il marito, né si è curata di chiarire la decisività della circostanza ai fini della diversa soluzione della controversia auspicata.
5) Il secondo motivo di ricorso, con il quale la C. lamenta che sia stato revocato l’obbligo del marito di corrisponderle un assegno di mantenimento, appare manifestamente infondato, atteso che, ai sensi dell’ari. 156 c.c., l’assegno non compete al coniuge cui è stata addebitata la separazione. Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’ari. 380 bis c.p.c.

Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne condivide le conclusioni, non contrastate dalla ricorrente, che non ha depositato memoria. Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in € 3.200, di cui € 100 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in esso menzionati.

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna