Il mio obiettivo? La tua soddisfazione!
CHIAMA SUBITO!!!

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

Consulenze legali Bologna su contratti compravendita avvocato Bologna :studio legale a Bologna avvocato Sergio Armaroli,consulenza legale Bologna, contratti .immobiliari Bologna, contratti Bologna

Consulenze legali Bologna su contratti compravendita avvocato Bologna :studio legale a Bologna avvocato Sergio Armaroli,consulenza legale Bologna, contratti .immobiliari Bologna, contratti Bologna

Bologna Divorzio e separazione consensuale : i  tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna  separazione consensuale bologna  costo avvocato separazione consensuale  avvocato separazione  lettera avvocato separazione  avvocato separazione  durata della separazione consensuale

AVVOCATO PER LA TUA SEPARAZIONE PERCHE’ TU AFFRONTI CON TRANQUILLITA’ UN DIFFICLE PERIODO

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE QUALI COSTI E QUALI I TEMPI:

TEMPI RIDOTTI COSTI RIDOTTI SE VI E’ L’ACCORDO DEI CONIUGI

SULLE QUESTIONI PATRIMONIALI E SULL’AFFIDO DEI FIGLI.

UN AVVOCATO CHE ASCOLTA IL CLIENTE :CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051/6447838

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

NON TI DICO CHE LA SEPARAZIONE E IL DIVORZIO SONO COSE SEMPLICI ,PERCHE’ NON LO SONO !!

AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA

AVVOCATO PER SEPARAZIONE BOLOGNA

Consulenza Legale per Separazione e Divorzio a Bologna

Divorzio e separazione consensuale : i  tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale

DIVORZIO E SEPARAZIONE CONSENSUALE I TEMPI I COSTI, MEGLIO SCEGLIERE LA SEPARAZIONE CONSENSUALE
avvocato matrimonialista Bologna , avvocato per separazioni e divorzio , avvocato famigliarista Bologna avvocato Sergio Armaroli

Scegliere la separazione consensuale è senza dubbio la via più celere e meno traumatica per porre fine al proprio rapporto matrimoniale.

La separazione consensuale è sostanzialmente un accordo dei coniugi che viene manifestato in forma espressa davanti al Tribunale.

Mediamente il tempo per una separazione consensuale (cioè il tempo intercorrente tra il deposito del ricorso e l’omologazione del Tribunale) è di circa 3 – 6 mesi, a fronte di un periodo molto più lungo per addivenire ad una separazione  giudiziale ove occorre attendere una sentenza del giudice e molto spesso diversi gradi di giudizio cioè il primo grado in Tribunale, l’Appello, la Cassazione .

TRASCORSI SEI MESI IN CASO DI SEPARAZIONE CONSENSUALE E UN ANNO IN CASO DI SEPARAZIONE GIUDIZILAE  I CONIUGI POSSONO CHIEDERE IL DIVORZIO

danno biologico  risarcimento danni  risarcimento danno biologico  risarcimento  risarcimento malasanità  tabelle danno biologico  risarcimento danni malasanità  risarcimento danni incidente stradale  danno biologico tabelle  danno biologico calcolo  risarcimento danni sinistro stradale  richiesta risarcimento danni  risarcimento incidente stradale  risarcimento danni morali  calcolo micropermanenti  calcolo risarcimento danni  malasanità e risarcimento  malasanità risarcimento  danno morale  risarcimento danni medici  valutazione danno biologico  infortunio sul lavoro risarcimento  malasanità risarcimento danni  calcolo danno morale  risarcimento danni fisici  tabella risarcimento danni  risarcimento del danno  quantificazione danno biologico  risarcimento colpo di frusta  c

danno biologico 
risarcimento danni 
risarcimento danno biologico 
risarcimento 
risarcimento malasanità 
tabelle danno biologico 
risarcimento danni malasanità 
risarcimento danni incidente stradale 
danno biologico tabelle 
danno biologico calcolo 
risarcimento danni sinistro stradale 
richiesta risarcimento danni 
risarcimento incidente stradale 
risarcimento danni morali 
calcolo micropermanenti 
calcolo risarcimento danni 
malasanità e risarcimento 
malasanità risarcimento 
danno morale 
risarcimento danni medici 
valutazione danno biologico 
infortunio sul lavoro risarcimento 
malasanità risarcimento danni 
calcolo danno morale 
risarcimento danni fisici 
tabella risarcimento danni 
risarcimento del danno 
quantificazione danno biologico 
risarcimento colpo di frusta 
c

Attenzione la separazione è un diritto non è legata alla volontà di entrambi i coniudgi,quindi non esiste che uno dei coniugi non voglia concedere all’altro la separazione,anche nella separazione giudiziale alla prima udienza il Presidente emana il provvedimento di separazione poi si discuterà nelle successive  udienze dei figli o dell’aspetto economico o del mantenimento, ma se uno dei due coniugi vuole separsi l’altro non può opporsi alla volonta’ di vivere separati.

Solo il divorzio pone fine al matrimonio, la separazione è una situazione intermedia. In diversi Stati non esiste la separazione ma i coniugi possono direttamente divorziare.

Scegliere  il divorzio congiunto, abbrevia notevolmente  i tempi.

avvocato separazioni Bologna

avvocato per separazione Bologna,avvocato per divorzio Bolognaevolmente i tempi ed il costo della procedura.SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE QUALI COSTI E QUALI I TEMPI:

TEMPI RIDOTTI COSTI RIDOTTI SE VI E’ L’ACCORDO DEI CONIUGI 

SULLE QUESTIONI PATRIMONIALI E SULL’AFFIDO DEI FIGLI.

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

avvocato per divorzio bologna

separazione consensuale bologna

costo avvocato separazione consensuale

avvocato separazione

lettera avvocato separazione

avvocato separazione

durata della separazione consensuale

Se proponete la separazione consensuale e va proposta con ricorso e l’assistenza obbligatoria di una avvocato, devono  essere indicate le condizioni alle quali i coniugi intendono separarsi ponendo attenzione : all’assegnazione della casa coniugaleall’affidamento dei figli, al mantenimento e modalità di frequentazione degli stessi, alla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge più debole.

La scelta della procedura consensuale esclude ovviamente ogni indagine e riferimento ad eventuali comportamenti dell’uno e dell’altro coniuge determinanti il fallimento dell’unione coniugale.

Segliendo la separazione consensuale non si valuteranno in sede giudiziale le cause che hanno portato alla separazione,non interessano in quanto i coniugi hanno già determinato la loro volontà di separarsi e le condizioni della separazione dei coniugi.

Si noti che richiesta di separazione non è subordinata alla sussistenza di particolari motivi. Basta indicare l’intollerabilità della convivenza senza mettere nel ricorso i motivi della separazione. La procedura di separazione consensuale (e anche quella di divorzio congiunto), si instaura con la presentazione di un ricorso al Tribunale.

evolmentecodice di procedura civile cita all’art 706 1° comma c.p.c.,

“la domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio, con ricorso che deve contenere l’esposizione dei fatti sui quali la domanda è fondata”.

Con il deposito del ricorso per separazione consensuale viene costituito il fascicolo d’ufficio ed il presidente del tribunale fissa con decreto l’udienza alla quale i coniugi devono comparire personalmente (nei grandi Tribunale di solito circa tre/quattro mesi dopo la presentazione del ricorso). Nel corso di tale udienza dovrà essere  esperirono il  tentativo di conciliazione  dei coniugi la cui riuscita è un evento estremamente raro. Nella suddetta ipotesi verrebbe redatto verbale di conciliazione in cui sarebbe annotata tale volontà. Molto più frequente invece è quella in cui, le parti rinnovano la loro volontà di separarsi alle condizioni di cui al ricorso.

Il Tribunale effettua un controllo di conformità tra quanto richiesto nel ricorso e la normativa vigente in materia, ponendo particolare attenzione e cura all’aspetto dell’affidamento e del mantenimento della prole. Il ricorso per divorzio congiunto viene presentato dai coniugi quando sono passati tre anni dalla avvenuta separazioneIl ricorso deve indicare le condizioni inerenti alla prole e ai rapporti economici tra i coniugi.

Avvocato a Bologna, separazione e divorzio

avvocato matrimonialista Bologna , avvocato per separazioni e divorzio , avvocato famigliarista Bologna avvocato Sergio Armaroli

SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE QUALI COSTI E QUALI I TEMPI:

TEMPI RIDOTTI COSTI RIDOTTI SE VI E’ L’ACCORDO DEI CONIUGI 

SULLE QUESTIONI PATRIMONIALI E SULL’AFFIDO DEI FIGLI.

afa1
costo avvocato separazione consensuale
avvocato per separazione gratis
quanto dura una separazione consensuale
miglior avvocato divorzista bologna
separazione consensuale avvocato obbligatorio?
durata della separazione consensuale
udienza separazione consensuale come si svolge
separazione consigli utili

 CHIAMA CON FIDUCIA AVRAI LE RISPOSTE CHE CERCAVI!!! AVVOCATO MATRIMONIALISTA PER SEPARAZIONE? AVVOCATO MATRIMONIALISTA PER DIVORZIO? Avvocato matrimonialista divorzista Sergio Armaroli divorzista a Bologna

CHIAMA CON FIDUCIA AVRAI LE RISPOSTE CHE CERCAVI!!! AVVOCATO MATRIMONIALISTA PER SEPARAZIONE? AVVOCATO MATRIMONIALISTA PER DIVORZIO? Avvocato matrimonialista divorzista Avv Sergio Armaroli divorzista a Bologna

AS6 

 

Sentenza 9 – 11 febbraio 2015, n. 11

 

ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO - See more at: http://www.avvocatoabologna.it/articoli-sentenze/1102-separazione-coniugi-consigli.html#sthash.D4R7CdBX.dpuf CHIAMA 051/6447838

ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO – See more at: http://www.avvocatoabologna.it/articoli-sentenze/1102-separazione-coniugi-consigli.html#sthash.D4R7CdBX.dpuf
CHIAMA 051/6447838

 

L’esistenza, presupposta dal rimettente, di un “diritto vivente” secondo cui l’assegno divorzile ex art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 «deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» non trova, infatti, riscontro nella giurisprudenza del giudice della nomofilachia (che costituisce il principale formante del diritto vivente), secondo la quale, viceversa, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile.

 

La Corte di cassazione, in sede di esegesi della normativa impugnata, ha anche di recente, in tal senso, appunto, ribadito il proprio «consolidato orientamento», secondo il quale il parametro del «tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» rileva, bensì, per determinare «in astratto […] il tetto massimo della misura dell’assegno» (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso), ma, «in concreto», quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5.

Tali criteri (condizione e reddito dei coniugi, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, durata del matrimonio, ragioni della decisione) «agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto» e possono «valere anche ad azzerarla» (così testualmente, da ultimo, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 5 febbraio 2014, n. 2546; in senso conforme, sentenze 28 ottobre 2013, n. 24252; 21 ottobre 2013, n. 23797; 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040, ex plurimis).

costo avvocato separazione consensuale
avvocato per separazione gratis
quanto dura una separazione consensuale
miglior avvocato divorzista bologna
separazione consensuale avvocato obbligatorio?
durata della separazione consensuale
udienza separazione consensuale come si svolge
separazione consigli utili AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA,AVVOCATO DIVORZIO BOLOGNA, AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA  

separazione e divorzio

SEPARAZIONI BOLOGNA,ASCOLTO DEL MINORE, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

Corte Costituzionale

Sentenza 9 – 11 febbraio 2015, n. 11

Presidente Criscuolo – Redattore Morelli

Sentenza

Nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), promosso dal Tribunale ordinario di Firenze nel procedimento vertente tra F.G. e M.P., con ordinanza del 22 maggio 2013, iscritta al n. 239 del registro ordinanze 2013 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 46, prima serie speciale, dell’anno 2013.

 

Visti l’atto di costituzione di F.G., nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 27 gennaio 2015 il Giudice relatore Mario Rosario Morelli;

uditi l’avvocato Filippo Donati per F.G. e l’avvocato dello Stato Paolo Marchini per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Nel corso di un giudizio civile per scioglimento di matrimonio, l’adito Tribunale ordinario di Firenze ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione – ed ha, per ciò, sollevato, con l’ordinanza in epigrafe – questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), nell’interpretazione, che assume consolidatasi in termini di diritto vivente, per cui, in presenza di una disparità economica tra coniugi, «l’assegno divorzile […] deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio».

Ad avviso del rimettente, la norma, così censurata si porrebbe, infatti, in contrasto con l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, in quanto l’assegno di divorzio, pur avendo una finalità meramente assistenziale, finirebbe con l’attribuire l’obbligo di garantire per tutta la vita un tenore di vita agiato in favore del coniuge ritenuto economicamente più debole; con l’art. 2 Cost., sotto il profilo del dovere di solidarietà, in quanto la tutela del coniuge debole non comporterebbe l’obbligo di consentire, ben oltre il contesto matrimoniale, il mantenimento delle medesime condizioni economiche godute durante lo stesso matrimonio; con l’art. 29 Cost., in quanto risulterebbe anacronistico ricondurre l’assegno divorzile al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, senza considerare l’attuale portata del divorzio, della famiglia e del ruolo dei coniugi.

2.– In questo giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, per il tramite dell’Avvocatura generale dello Stato, che ha eccepito l’inammissibilità e, in subordine, la non fondatezza della questione.

3.– Opposte conclusioni (adesive alla prospettazione del Tribunale a quo) ha formulato, invece, la difesa del coniuge F.G., attore nel giudizio principale.

Considerato in diritto

1.– Il Tribunale ordinario di Firenze solleva, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), «nell’interpretazione di diritto vivente per cui […] l’assegno divorzile deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio».

Ad avviso del rimettente, il «diritto vivente», fatto oggetto di censura, violerebbe, infatti, l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza, per la «contraddizione logica» che, quel giudice ravvisa, «fra l’istituto del divorzio, che ha come scopo proprio quello della cessazione del matrimonio e dei suoi effetti, e la disciplina in questione, che di fatto proietta oltre l’orizzonte matrimoniale il “tenore di vita” in costanza di matrimonio»; contrasterebbe, inoltre, “per eccesso” con il dovere di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., e violerebbe, infine, anche l’art. 29 Cost., «esprimendo una concezione “criptoindissolubilista” del matrimonio che appare oggi anacronistica».

2.– Della questione così sollevata il Tribunale a quo ha plausibilmente motivato la rilevanza, con riferimento alla rispettiva situazione economica, pregressa ed attuale, dei due coniugi: per cui non ha fondamento l’eccezione di inammissibilità, per tal profilo, sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato.

3.– Sempre in punto di ammissibilità della riferita questione, non può addebitarsi al rimettente di non aver previamente verificato la possibilità di una interpretazione della normativa censurata, conforme ai parametri costituzionali da lui evocati.

L’obbligo di una siffatta verifica è, infatti, ineludibile per il giudice a quo solo «in assenza di un diritto vivente» (sentenze n. 190 del 2000, n. 427 del 1999, per tutte). Mentre, in presenza di una interpretazione del dato normativo consolidatasi – come nella specie si assume – in termini di “diritto vivente”, quel giudice ha la facoltà di uniformarvisi o meno (sentenze n. 117 del 2012 e n. 91 del 2004), restando quindi libero, nel secondo caso, di assumere proprio quel “diritto vivente” ad oggetto delle proprie censure (ordinanza n. 253 del 2012).

4.– Nel merito, la questione non è fondata.

L’esistenza, presupposta dal rimettente, di un “diritto vivente” secondo cui l’assegno divorzile ex art. 5, sesto comma, della legge n. 898 del 1970 «deve necessariamente garantire al coniuge economicamente più debole il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» non trova, infatti, riscontro nella giurisprudenza del giudice della nomofilachia (che costituisce il principale formante del diritto vivente), secondo la quale, viceversa, il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio non costituisce l’unico parametro di riferimento ai fini della statuizione sull’assegno divorzile.

La Corte di cassazione, in sede di esegesi della normativa impugnata, ha anche di recente, in tal senso, appunto, ribadito il proprio «consolidato orientamento», secondo il quale il parametro del «tenore di vita goduto in costanza di matrimonio» rileva, bensì, per determinare «in astratto […] il tetto massimo della misura dell’assegno» (in termini di tendenziale adeguatezza al fine del mantenimento del tenore di vita pregresso), ma, «in concreto», quel parametro concorre, e va poi bilanciato, caso per caso, con tutti gli altri criteri indicati nello stesso denunciato art. 5.

Tali criteri (condizione e reddito dei coniugi, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla formazione del patrimonio comune, durata del matrimonio, ragioni della decisione) «agiscono come fattori di moderazione e diminuzione della somma considerata in astratto» e possono «valere anche ad azzerarla» (così testualmente, da ultimo, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenza 5 febbraio 2014, n. 2546; in senso conforme, sentenze 28 ottobre 2013, n. 24252; 21 ottobre 2013, n. 23797; 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040, ex plurimis).

5.− L’erronea interpretazione della norma denunciata, da cui muove il rimettente, travolge conseguentemente, in radice, tutte le censure, in ragione di tale premessa, dallo stesso formulate.

Per Questi Motivi

 la Corte Costituzionale

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, sesto comma, della legge 1° dicembre 1970, n. 898 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), sollevata, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Firenze, con l’ordinanza in epigrafe indicata.

SEPARAZIONI BOLOGNA, AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

costo avvocato separazione consensuale
avvocato per separazione gratis
quanto dura una separazione consensuale
 avvocato divorzista bologna
separazione consensuale avvocato obbligatorio?
durata della separazione consensuale
udienza separazione consensuale come si svolge
separazione consigli utili

AVVOCATO CHE ASCOLTA IL CLIENTE :CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051/6447838

Divorzio e separazione consensuale : i  tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale

AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA

  1. La Corte di merito ha fornito una articolata e plausibile motivazione del proprio convincimento circa la esistenza di un nesso di causalità tra la infedeltà dell’attuale ricorrente ed il naufragio del rapporto matrimoniale di cui si tratta, disegnando un quadro di vita serena ed agiata della famiglia sino all’inizio della relazione extraconiugale del M. ,
  1. ed, in particolare, sino alla decisione dello stesso di partire per un lungo viaggio con la nuova compagna proprio mentre la moglie, sposata con lui dal lontano 1962, si sottoponeva ad una delicata terapia antitumorale.

 

 

 

  1. Tale comportamento, ritenuto gravemente lesivo dei doveri matrimoniali, ha indotto il giudice di secondo grado a confermare la decisione del primo giudice di addebitare la separazione al M. , nella convinzione dell’effetto dirompente che esso ha prodotto su di un collaudato equilibrio di coppia.

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  29 gennaio 2014, n. 1893

Ritenuto in fatto

  1. – Con sentenza del 9 maggio 2010 il Tribunale di Milano pronunciò la separazione personale dei coniugi M.M.L. e P.M. , con addebito al primo, a carico del quale pose l’obbligo del versamento di un assegno mensile di Euro 8000,00 in favore della P. .
  2. – La Corte d’appello di Milano, con sentenza depositata il 15 luglio 2011, rigettò il gravame del M. .

Respinte le istanze istruttorie, per essere le prove testimoniali richieste dall’appellante inammissibili per la genericità ed inconferenza dei capitoli articolati, e superflue le ulteriori istanze avanzate, osservò la Corte di merito, in relazione alla doglianza concernente l’addebito della separazione al M. , che i coniugi, sposati sin dal 1962, avevano vissuto una vita agiata, essendo il marito un industriale di successo, e la P. essendosi dedicata, per scelta comune, esclusivamente alla famiglia, gestendone ed anche investendone le risorse finanziarie, fino a quando il M. aveva intrapreso una relazione con un’altra donna, con la quale era partito per un lungo viaggio mentre la moglie era impegnata in delicate terapie per una patologia tumorale, e con la quale si era poi trasferito in ….

Quanto alla doglianza relativa alla spettanza ed alla entità dell’assegno di mantenimento, la Corte di merito rilevò che il M. aveva sempre svolto un’attività imprenditoriale che gli aveva garantito redditi presumibilmente anche superiori a quelli, già elevati, dichiarati fiscalmente, ed aveva partecipazioni in società estere e fondi all’estero, come dimostrato in occasione dell’acquisto a Londra di una casa per il figlio.

Né il M. aveva comprovato una variazione in peggio del suo tenore di vita, e poco credibili risultavano le sue dichiarazioni dei redditi più recenti, che, da ultimo, indicavano un reddito annuo lordo di soli 30.000,00 Euro, essendo ancora attiva la società che egli aveva costituito con il fratello, che occupava 120 dipendenti, pur a fronte delle affermazioni del M. in ordine ad una pretesa riduzione del valore delle sue partecipazioni azionarie nella società medesima per una asserita crisi della stessa.

Anche la decisione dell’appellante, adottata in fase di separazione, di risolvere un contratto di locazione con detta società, relativo ad un immobile di sua proprietà, con canone di Euro 190.000,00 annui, per sostituirlo con un comodato d’uso gratuito, venne interpretata come un tentativo di apparire privo di redditi, più che essere attribuita a difficoltà della società.

La Corte ambrosiana confermò quindi l’entità dell’assegno in favore della P. , ormai non più giovane ed ammalata, titolare solo di una pensione dell’importo lordo di Euro 5000,00 annui, non essendole sufficiente per mantenere l’elevato tenore di vita goduto durante la vita matrimoniale la mera proprietà di titoli provenienti dalla divisione tra i coniugi di un comune dossier al quale il M. aveva fatto cenno.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre quest’ultimo sulla base di sette motivi. Resiste con controricorso la signora P. .

Considerato in diritto

  1. – Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 cod.civ. e dell’art. 115 cod.proc.civ..

Avrebbe errato la Corte di merito nel respingere le istanze istruttorie del M. , dirette – e ritenute dal ricorrente indispensabili all’uopo – a provare sia i fatti estintivi o modificativi del diritto della signora P. a percepire l’assegno di mantenimento, sia i fatti estintivi delle ragioni dell’addebito della separazione. In particolare, poi, la richiesta di esibizione degli estratti conto di tutti i conti correnti bancari e titoli intestati, cointestati o comunque riferibili alla P. avrebbe consentito una ricostruzione completa della situazione patrimoniale della stessa. Il giudice di secondo grado, respingendo le istanze istruttorie proposte dal M. , avrebbe deliberato sulla sola base delle dichiarazioni della P. , senza valutarne la veridicità.

  1. – Il motivo è inammissibile.

Esso impinge in scelte discrezionali del giudice del merito, che, nella specie, ha ritenuto, quanto alle prove testimoniali, generici o inconferenti i capitoli articolati, ed ha valutato superflue le ulteriori istanze alla stregua delle acquisizioni probatorie agli atti. La censura si risolve, in definitiva, nella richiesta a questa Corte di una nuova valutazione in ordine alla rilevanza delle prove richieste, inibita al giudice di legittimità.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 143 e 151, secondo comma, cod.civ. La Corte di merito avrebbe addebitato la separazione dei coniugi al M. senza avere comparato le condotte di entrambi al fine di stabilire se il comportamento censurato non fosse solo l’effetto di una frattura coniugale già verificatasi. Al riguardo l’attuale ricorrente aveva indicato una serie di comportamenti posti in essere dalla moglie in violazione dei doveri matrimoniali sui quali il giudice di merito non avrebbe condotto alcuna analisi, così come nessuna indagine avrebbe compiuto circa la sussistenza di un nesso di causalità tra la relazione extraconiugale del M. e la crisi matrimoniale.
  2. – Con il terzo motivo si lamenta omessa e/o insufficiente motivazione in ordine al fatto controverso rappresentato dai comportamenti dei coniugi che avevano portato alla impossibilità della prosecuzione della convivenza, ai fini della pronuncia sull’addebito della separazione. La Corte di merito, pur rilevando la sussistenza di deduzioni del M. con riguardo a comportamenti tenuti dalla moglie in costanza di matrimonio, idonei a violare i doveri coniugali e rendere insostenibile la prosecuzione della convivenza, avrebbe omesso di motivare in ordine agli stessi, trascurando di indicare le ragioni che l’avevano portata ad escludere la rilevanza, ai fini dell’addebito, di detti comportamenti.
  3. – Le censure, che, avuto riguardo alla stretta connessione che le avvince, intese come sono entrambe a contestare la statuizione sull’addebito della separazione al M. , sono infondate.

La Corte di merito ha fornito una articolata e plausibile motivazione del proprio convincimento circa la esistenza di un nesso di causalità tra la infedeltà dell’attuale ricorrente ed il naufragio del rapporto matrimoniale di cui si tratta, disegnando un quadro di vita serena ed agiata della famiglia sino all’inizio della relazione extraconiugale del M. , ed, in particolare, sino alla decisione dello stesso di partire per un lungo viaggio con la nuova compagna proprio mentre la moglie, sposata con lui dal lontano 1962, si sottoponeva ad una delicata terapia antitumorale.

Tale comportamento, ritenuto gravemente lesivo dei doveri matrimoniali, ha indotto il giudice di secondo grado a confermare la decisione del primo giudice di addebitare la separazione al M. , nella convinzione dell’effetto dirompente che esso ha prodotto su di un collaudato equilibrio di coppia.

La decisione si sottrae ad ogni censura, tanto più che le pretese violazioni addebitabili alla P. risultano del tutto generiche, oltre che sfornite di alcun riscontro.

  1. – Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 156, primo e secondo comma, cod.civ. con riguardo al riconoscimento ed alla quantificazione dell’assegno di mantenimento in favore della signora P. . La Corte territoriale non avrebbe tenuto conto della drastica riduzione del patrimonio del M. intervenuta negli ultimi anni e del progressivo incremento del patrimonio della moglie, né del carattere solo tendenziale dell’obiettivo di assicurare al coniuge avente diritto all’assegno di mantenimento il medesimo tenore di vita di cui lo stesso ha goduto in costanza di matrimonio.
  2. – Con il quinto motivo si denuncia ancora violazione dell’art. 156 cod.civ. per avere la Corte di merito fatta propria la quantificazione dell’assegno di mantenimento compiuta dal giudice di prime cure in termini astratti ed ipotetici, omettendo di ricondurla ai fattori concreti che connotavano il caso di specie. Nessun accertamento sarebbe stato compiuto in ordine all’effettiva situazione patrimoniale di entrambi i coniugi: la Corte si sarebbe limitata ad una generica ricostruzione del passato successo imprenditoriale del M. , senza disporre indagini e senza nemmeno aderire alla sua richiesta di emissione di un ordine di esibizione degli estratti conto di tutti i conti correnti bancari e titoli intestati alla P. .
  3. – Con il sesto motivo si deduce contraddittoria motivazione sul fatto controverso del peggioramento delle condizioni economiche del M. .

La Corte di merito avrebbe, da un lato, rigettato le istanze di quest’ultimo per dimostrare tale peggioramento, e, dall’altro, ritenuto che lo stesso non lo avesse provato.

  1. – Con il settimo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 cod.civ. Il giudice di secondo grado avrebbe violato il principio praesumptio de praesumpto non admittitur, supponendo che il M. avesse mantenuto la precedente situazione patrimoniale – non già sulla base di fatti provati, ma di elementi presuntivi e congetture.
  2. – I motivi, da esaminare congiuntamente in quanto strettamente connessi, siccome diretti tutti a contestare la spettanza e la misura dell’assegno di mantenimento posto a carico del ricorrente, sono privi di fondamento.

La Corte territoriale ha confermato la debenza e la quantificazione dell’assegno in favore della signora P. già operata dal primo giudice sulla base del materiale probatorio acquisito, ricostruendo la situazione patrimoniale del M. alla stregua dell’attività imprenditoriale da lui svolta, delle partecipazioni in società estere, degli accantonamenti esteri, emergenti anche dall’acquisto di una casa a Londra per il figlio.

Quanto al convincimento espresso dal giudice di secondo grado in ordine alla non veridicità delle più recenti dichiarazioni dei redditi dello stesso M. , esso ha trovato una specifica spiegazione, tra l’altro, nella persistente attività della azienda di famiglia, che, nonostante l’asserita crisi in cui verserebbe, dispone di circa 120 dipendenti, oltre che nella rinuncia del M. , per effetto della risoluzione di un contratto di locazione di un immobile di sua proprietà, ad un canone di Euro 190.000,00 annui.

In definitiva, la statuizione della Corte ambrosiana confermativa della decisione di primo grado quanto alla spettanza ed entità dell’assegno di mantenimento risulta conforme alla normativa la cui violazione è invocata dal ricorrente, ed esaustivamente motivata.

  1. – Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del principio della soccombenza, le spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo, devono essere poste a carico del ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in complessivi Euro 4200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre agli accessori di legge. Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

DIVORZIO BOLOGNA

  1. Preliminarmente va rilevato che la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale che sia iniziato anteriormente e sia tuttora in corso, ove esista l’interesse di una delle parti alla operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali (cfr. Cass. civ. sezione I n. 19555 del 26 agosto 2013).
  1. Nel caso in esame tale interesse sussiste sino alla data di emissione dei provvedimenti presidenziali temporanei e urgenti nel giudizio di divorzio, introdotto con ricorso del 7 luglio 2009,dato che tali provvedimenti, una volta emessi, non possono essere modificati con una decisione assunta in sede di giudizio di separazione (cfr. Cass. civ. sezione VI-1, ordinanza n. 17825 del 22 luglio 2013); peraltro i provvedimenti presidenziali hanno riprodotto le condizioni economiche fissate in sede di separazione.

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensualeSuprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  14 marzo 2014, n. 6017

Fatto e diritto

Rilevato che:

  1. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 1590/2008, ha dichiarato la separazione personale dei coniugi H.M.G. e P.A. rigettando le domande di addebito della separazione e determinando in Euro 4.800 la somma dovuta dal P. a titolo di assegno di mantenimento da corrispondere alla H. a decorrere dal febbraio 2008 e con rivalutazione annuale dal febbraio 2009.
  2. Ha appellato la sentenza P.A. deducendo che le sue condizioni reddituali erano drasticamente peggiorate a seguito della cessazione delle funzioni di ambasciatore a Bratislava e del suo ritorno definitivo presso il Ministero degli Esteri che aveva determinato una forte contrazione dei suoi emolumenti mensili e la perdita di rilevanti benefici connessi all’incarico svolto all’estero. Ha aggiunto di non poter godere, per l’opposizione della H. , della comune abitazione in Roma e di aver appreso, dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, che la H. è titolare di un patrimonio immobiliare e mobiliare all’estero stimabile rispettivamente in circa 2.450.000 e in 500.000 dollari australiani. Ha chiesto pertanto la revoca dell’assegno di mantenimento contestandone i presupposti dato che il suo patrimonio immobiliare, preesistente al matrimonio, non è in grado né di raggiungere il valore di quello della H. né di realizzare una posizione di parità economica.
  3. Si è costituita la H. e ha proposto appello incidentale al fine di ottenere la dichiarazione di addebito della separazione, per avere il P. provocato con una relazione extraconiugale ancora in corso la crisi del matrimonio, nonché l’elevazione dell’ammontare dell’assegno sino a 10.000 Euro mensili in considerazione del reddito accertato in misura ben più cospicua rispetto a quella rappresentata dal P. .
  4. La Corte di appello di Roma ha accolto parzialmente l’appello principale riducendo a Euro 2.500 mensili l’assegno di mantenimento e ha rigettato l’appello incidentale. Ha compensato per un terzo le spese processuali del giudizio di appello ponendo a carico della H. la quota residua mentre ha confermato la integrale compensazione delle spese del giudizio di primo grado.
  5. Ricorre per cassazione H.M.G. affidandosi a cinque motivi di impugnazione.
  6. Si difende con controricorso P.A. .
  7. Le parti depositano memorie difensive.

Ritenuto che:

  1. Preliminarmente va rilevato che la pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, operando ex nunc dal momento del passaggio in giudicato, non comporta la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione personale che sia iniziato anteriormente e sia tuttora in corso, ove esista l’interesse di una delle parti alla operatività della pronuncia e dei conseguenti provvedimenti patrimoniali (cfr. Cass. civ. sezione I n. 19555 del 26 agosto 2013). Nel caso in esame tale interesse sussiste sino alla data di emissione dei provvedimenti presidenziali temporanei e urgenti nel giudizio di divorzio, introdotto con ricorso del 7 luglio 2009,dato che tali provvedimenti, una volta emessi, non possono essere modificati con una decisione assunta in sede di giudizio di separazione (cfr. Cass. civ. sezione VI-1, ordinanza n. 17825 del 22 luglio 2013); peraltro i provvedimenti presidenziali hanno riprodotto le condizioni economiche fissate in sede di separazione.
  2. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione dell’art. 342 c.p.c. e la omissione, insufficienza e contraddittorietà della motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente ritiene che la Corte distrettuale avrebbe dovuto ritenere inammissibile l’appello perché non basato su una critica adeguata e specifica della decisione impugnata.
  3. Il motivo è infondato. La Corte di appello ha già ampiamente risposto all’eccezione di inammissibilità dell’appello fondata sulle stesse argomentazioni con una motivazione che chiarisce analiticamente quale sia stato il contrasto portato dall’appellante alla motivazione di primo grado, sul quale si è basata la richiesta di esclusione del suo obbligo di contribuzione al mantenimento, e cioè la non adeguata valutazione delle condizioni economiche delle parti risultanti già dalle prove acquisite in primo grado e altresì da ulteriori prove non acquisibili in primo grado perché non disponibili e da circostanze sopravvenute.
  4. Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 143, 144, 145, 151 c.c. e 115 c.p.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente contesta la mancata dichiarazione di addebito della separazione sia con riferimento alla scrittura privata sottoscritta l’11 febbraio 2002 dai due coniugi e nella quale si dava atto della relazione extra-coniugale di cui era protagonista il P. , sia con riferimento al successivo comportamento consistito nella prosecuzione di tale relazione anche dopo l’inizio del giudizio di separazione e nell’abbandono del domicilio coniugale nel luglio 2002.
  5. Il motivo è inammissibile perché ripropone censure attinenti al merito della decisione in presenza di una motivazione esauriente e priva di vizi logici con la quale la Corte di appello ha ritenuto che la relazione extraconiugale del P. non può essere considerata la causa della crisi coniugale dato che i coniugi erano disposti a proseguire la convivenza e a non chiedere la separazione nonostante fosse ben nota tale relazione, come risulta dalla scrittura privata del febbraio 2002 mentre il successivo allontanamento del P. è stato interpretato dalla Corte distrettuale come la presa d’atto della intollerabilità della convivenza che con la scrittura del mese di febbraio era stata concepita come mera conservazione formale dello status coniugale. Tale valutazione della Corte di appello appare ispirata al rispetto del principio più volte sancito dalla giurisprudenza secondo cui la violazione dei doveri coniugali non è sufficiente a fondare la pronuncia di addebito della separazione se non vi è altresì la prova che tale violazione abbia avuto una specifica efficienza causale nella determinazione della crisi coniugale e della intollerabilità della convivenza (Cass. civ. sez. I, n. 2059 del 14 febbraio 2012) e, relativamente a tale prova, la Corte di appello ha. ritenuto rilevante il contenuto della scrittura da cui ha dedotto un consolidato regime di formale convivenza.
  6. Con il terzo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1321 e 1362 c.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. nonché travisamento dei fatti che si traduce in vizio di motivazione ex art. 360 n. 5 c.p.c.. La ricorrente ritiene che la Corte di appello ha male interpretato la scrittura privata più volte citata ritenendo che con essa le parti avessero unicamente manifestato la volontà di “mettere una pietra sopra la relazione extraconiugale”, laddove invece la convenzione si collocava in una posizione di autonomia in quanto non era collegata al regime della separazione e l’intento comune delle parti era quello di regolare i propri rapporti economici senza rivolgersi al giudice.
  7. Il motivo appare inammissibile in quanto non indica le specifiche violazioni dei canoni ermeneutici che imputa alla motivazione e, per altro verso, non coglie la ratio decidendi della decisione impugnata che è stata proprio quella di interpretare la scrittura nel senso che le parti, nel tentativo di conservare il vincolo matrimoniale, vollero regolare i loro rapporti economici non in vista della separazione ma nella prospettiva di una prosecuzione del matrimonio.

Interpretazione da cui discende l’irrilevanza di tali accordi a seguito della constatazione della non proseguibilità della convivenza e della decisione di intraprendere la separazione.

  1. Con il quarto motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 156 c.c., 115 c.p.c. e 2697 c.c. e omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio. La ricorrente lamenta che la Corte di appello non ha compiuto, ai fini dell’accertamento del suo diritto all’assegno di mantenimento, la ricostruzione concreta delle situazioni patrimoniali di entrambi i coniugi, del tenore di vita familiare durante il matrimonio, dei redditi dei coniugi e della idoneità del reddito della H. ad assicurarle il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
  2. Il motivo è infondato. La Corte di appello compie nella sua motivazione una ricostruzione del reddito del P. , sino al suo pensionamento avvenuto nell’ottobre 2009, epoca da cui il controricorrente percepisce un reddito di 6.000 Euro mensili, e del reddito medio settimanale della H. di 450 dollari australiani, a fronte di una dichiarazione della stessa H. alla Family Court of Australia da cui risulta tale reddito da investimenti e una consistenza patrimoniale di 2.968.856 dollari australiani. La Corte da inoltre atto della impossibilità per la H. di percepire redditi da lavoro, in considerazione dell’età e della mancanza di una potenzialità lavorativa derivante dalla sua vita pregressa, e da atto, infine, della disponibilità da parte della H. della casa coniugale in XXXX, mentre il P. non dispone di un alloggio di proprietà ed è costretto a prenderlo in locazione. Sulla base di tutti questi elementi e del raffronto con quelli già accertati in primo grado, la Corte di appello è pervenuta a una rideterminazione dell’assegno in 2.500 Euro a partire dall’ottobre 2009 in considerazione della forte diminuzione del reddito da lavoro subita dal P. .

2 7. Con il quinto motivo di ricorso si deduce ulteriore violazione e falsa applicazione degli artt. 143 e 146 c.c., e omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo e controverso del giudizio. La ricorrente contesta l’affermazione della Corte di appello secondo cui l’allontanamento dalla residenza familiare da parte del P. non sia qualificabile come violazione di uno specifico dovere derivante dal matrimonio determinante l’impossibilità della prosecuzione della convivenza.

  1. Il motivo è infondato,. La Corte di appello ha ricostruito, come si è detto in precedenza, il protrarsi, dopo la scrittura del febbraio 2002, della convivenza come un tentativo di mantenere in vita un vincolo ormai di natura formale e ha descritto l’abbandono del domicilio familiare da parte del P. come la presa d’atto dell’insuccesso di tale tentativo addebitando pertanto la crisi coniugale a fattori preesistenti che avevano determinato da tempo la fine dell’affectio conlugalls.
  2. Il ricorso va pertanto respinto con condanna della ricorrente alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi 3.200 Euro di cui 200 Euro per spese. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

  1. SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNADifferente dalla separazione consensuale, quella giudiziale implica l’instaurarsi di una lite giudiziale. Peculiarità della separazione giudiziale, è la possibilità dell’addebito della separazione ad uno dei coniugi.E’ possibile nella sede giudiziaria chiedere al Tribunale che accerti il reale reddito del coniuge. E’ infatti possibile che uno dei coniugi chieda espressamente al Tribunale di dichiarare l’altro coniuge come unico responsabile del fallimento coniugale. L’art. 151 del codice civile stabilisce che” il Giudice dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.”
  2. Diversi sono i comportamenti e i fatti che possono portare all’addebito di una separazione. Dalle  ipotesi di violenza o commissione di reati da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (che in taluni casi rendono ammissibile anche il divorzio immediato), vi sono altri comportamenti che pur non trovando espresso riferimento in supporti normativi, vengono valutati dai Tribunali per l’addebito della separazio
  3. ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO - See more at: http://www.avvocatoabologna.it/articoli-sentenze/1102-separazione-coniugi-consigli.html#sthash.D4R7CdBX.dpuf CHIAMA 051/6447838
    ANZOLA DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 2. ARGELATO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 3. BARICELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 4. BENTIVOGLIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 5. BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 6. BORGO TOSSIGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 7. BUDRIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 8. CALDERARA DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO 9. CAMUGNANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO10. CASALECCHIO DI RENO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO11. CASALFIUMANESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO12. CASTEL D’AIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO13. CASTEL DEL RIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO14. CASTEL DI CASIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO15. CASTEL GUELFO DI B. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO16. CASTEL MAGGIORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO17. CASTEL SAN PIETRO TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO18. CASTELLO D’ARGILE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO19. CASTENASO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO20. CASTIGLIONE DEI PEPOLI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO21. CREVALCORE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO22. DOZZA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO23. FONTANELICE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO24. GAGGIO MONTANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO25. GALLIERA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO26. GRANAGLIONE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO27. GRANAROLO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO28. GRIZZANA MORANDI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO29. IMOLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO30. LIZZANO IN BELVEDERE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO31. LOIANO32. MALALBERGO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO33. MARZABOTTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO34. MEDICINA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO35. MINERBIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO36. MOLINELLA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO37. MONGHIDORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO38. MONTE SAN PIETRO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO39. MONTERENZIO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO40. MONZUNO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO41. MORDANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO42. OZZANO DELL’EMILIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO43. PIANORO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO44. PIEVE DI CENTO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO45. PORRETTA TERME SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO46. SALA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO47. SAN BENEDETTO VAL DI S. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO48. SAN GIORGIO DI PIANO SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO49. SAN GIOVANNI IN P. SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO50. SAN LAZZARO DI SAVENA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO51. SAN PIETRO IN CASALE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO52. SANT’AGATA BOLOGNESE SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO53. SASSO MARCONI SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO54. VALSAMOGGIA SEPARAZIONI E DIVORZI AVVOCATO – See more at: http://www.avvocatoabologna.it/articoli-sentenze/1102-separazione-coniugi-consigli.html#sthash.D4R7CdBX.dpuf
    CHIAMA 051/6447838
  4. Ricordiamo le vessazioni psicologiche, il rifiuto nell’esercitare l’atto sessuale, l’estrema gelosia, l’atteggiamento del coniuge più facoltoso che fa mancare all’altro i mezzi di sostentamento, ecc.
  5. Anche per ciò che concerne il divorzio è prevista la possibilità per i coniugi di instaurare una procedura di tipo congiunto, risparmiando notevolmente in termini di tempo e di denaro. Il Tribunale valuterà la rispondenza delle condizioni pattuite congiuntamente dalle parti all’interesse dei figli. Qualora il contenuto del ricorso non sia ritenuto conforme alla legge o all’interesse della prole il Tribunale, previa emissione degli idonei provvedimenti urgenti, nominerà un giudice istruttore, il quale, attraverso un giudizio ordinario, dovrà accertare la conformità delle clausole pattuite alla Legge.
  6. I procedimenti in materia di diritto di famiglia sono oggi soggetti al pagamento del contributo unificato nella misura di euro 37,00 (se trattasi di separazione consensuale) e di euro 85,00 (se trattasi di separazione giudiziale). Ovviamente andrà aggiunto il costo dell’avvocato che fa l’atto di separazione e che assiste i coniugi per la separazione.
  7. Avvocato SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA chiama con fiducia  il numero 051/6447838

AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA

AVVOCATO PER SEPARAZIONE BOLOGNA

Chiama l’avvocato Sergio Armaroli tel 051/6447838 iscritto all’ordine avvocati di Bologna,ti assisterò per la tua separazione o il tuo divorzio in tutta Italia.

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE QUALI COSTI E QUALI I TEMPI:

TEMPI RIDOTTI COSTI RIDOTTI SE VI E’ L’ACCORDO DEI CONIUGI 

SULLE QUESTIONI PATRIMONIALI E SULL’AFFIDO DEI FIGLI.

UN AVVOCATO CHE ASCOLTA IL CLIENTE :CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051/6447838

AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA

 

 ADDEBITO SEPARAZIONE BOLO0GNA- SEPARAZIONE BOLOGNA-AVVOCATI SEPARAZIONE BOLOGNA 

  • In ordine al primo aspetto la esclusiva valorizzazione della mancanza di consequenzialità cronologica tra la condotta contestata d’interruzione del progetto procreativo all’insaputa della moglie e la domanda di separazione ha condotto la Corte territoriale ad omettere di considerare che vi è stata da parte del G. prima nel non rivelare di essere la causa esclusiva dell’infertilità di coppia e successivamente nel non condividere con la moglie le difficoltà di accettazione del progetto procreativo assistito una costante violazione dell’obbligo di lealtà reciproca che caratterizza non soltanto con riferimento alla sfera sessuale, la comunione affettiva posta a base del vincolo coniugale.
  • La frustrazione che consegue alla reiterata disconferma dell’affidamento riposto sull’osservanza degli impegni reciproci assunti dai coniugi è del tutto idonea a costituire la causa dell’impossibilità di proseguire nel rapporto matrimoniale. Nella specie, peraltro la indicata frustrazione si è verificata anche sul fronte della non confessata dipendenza dall’alcool e si è rafforzata dopo le cure e l’assistenza prestate dallaP., così come riferito dalla sentenza impugnata. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga.
  • Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente.
  • Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito.
  • Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.
  • Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.

 

  • SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
  • SEZIONE I CIVILE
  • Sentenza 22 gennaio – 9 aprile 2015, n. 7132
  • (Presidente Forte – Relatore Acierno)
  • Svolgimento del processo
  • Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, escludeva l’addebitabilità della separazione personale tra i coniugi F.G. e L.M.P. al marito, riconosciuta in primo grado.
  • A sostegno della decisione, per quel che ancora interessa, la Corte evidenziava:
  • la domanda di addebito era fondata su due aspetti, il primo, relativo all’infertilità del G. ed in particolare all’unilaterale decisione, non comunicata alla moglie, di non procedere oltre nel ciclo di procreazione assistita in precedenza deciso in comune, nonostante che laP. si fosse sottoposta a terapie invasive; la seconda la dipendenza da alcool della quale il coniuge non aveva messo al corrente la moglie e dalla quale non si era liberato nonostante la solidarietà e l’assistenza della moglie una volta scopertolo;
  • non era stata fornita nella specie la prova del nesso causale tra il comportamento volontario ascritto al G. e l’irreversibile crisi coniugale, dal momento che la condotta relativa all’interruzione del progetto di fecondazione assistita risaliva a quattro anni prima del ricorso per separazione e non era neanche stata menzionata due aspetti fondamentali per una serena convivenza : l’infertilità che aveva costretto la ricorrente in un primo tempo a cure inutili e dopo l’iniziale condivisione del progetto di procreazione assistita a terapie invasive altrettanto superflue visto la sopravvenuta unilaterale decisione d’interruzione da parte del G. ed, infine, l’etilismo tenuto nascosto e non superato nonostante l’assistenza e la solidarietà della moglie.
  • Sotto il profilo del vizio d’insufficiente motivazione la parte ricorrente ha rilevato che la Corte d’Appello, nell’escludere il nesso di causalità ha omesso una valutazione globale della vita coniugale e dell’incidenza esclusiva della violazione unilaterale della fiducia reciproca che deve sostenere un’unione coniugale.
  • La censura è fondata. Come correttamente evidenziato in ricorso la Corte d’Appello per escludere il nesso causale tra le condotte soggettivamente riferibili esclusivamente al G. e l’irreparabile deteriorarsi del rapporto causale esamina separatamente il profilo dell’infertilità e dell’interruzione del progetto procreativo assistito ed il profilo dell’etilismo, omettendo di considerare che entrambe compongono un quadro di violazione del tutto unilaterale della fiducia nella lealtà dell’altro coniuge che caratterizza la comunione spirituale e materiale posta a base dell’affectio coniugalis.
  • In ordine al primo aspetto la esclusiva valorizzazione della mancanza di consequenzialità cronologica tra la condotta contestata d’interruzione del progetto procreativo all’insaputa della moglie e la domanda di separazione ha condotto la Corte territoriale ad omettere di considerare che vi è stata da parte del G. prima nel non rivelare di essere la causa esclusiva dell’infertilità di coppia e successivamente nel non condividere con la moglie le difficoltà di accettazione del progetto procreativo assistito una costante violazione dell’obbligo di lealtà reciproca che caratterizza non soltanto con riferimento alla sfera sessuale, la comunione affettiva posta a base del vincolo coniugale. La frustrazione che consegue alla reiterata disconferma dell’affidamento riposto sull’osservanza degli impegni reciproci assunti dai coniugi è del tutto idonea a costituire la causa dell’impossibilità di proseguire nel rapporto matrimoniale. Nella specie, peraltro la indicata frustrazione si è verificata anche sul fronte della non confessata dipendenza dall’alcool e si è rafforzata dopo le cure e l’assistenza prestate dallaP., così come riferito dalla sentenza impugnata. Anche in ordine a questo profilo non può condividersi l’argomentazione sostenuta dalla Corte d’Appello per escludere il nesso causale. Poiché si tratta solo di una “grave infermità”, afferma la Corte territoriale, laP. era tenuta all’obbligo di assistenza Bsolidaristica proprio del vincolo coniugale tanto da potersi profilare l’addebitabilità della separazione a carico di chi a tale obbligo si sottragga. Deve osservarsi al riguardo che la dipendenza da alcool e droghe non può equipararsi integralmente ad una patologia sulla quale non interferisce la volontà o l’impegno del paziente. Al contrario si può ragionevolmente ritenere che contrariamente ad affezioni di carattere organico si tratta di patologie superabili esclusivamente mediante la partecipazione e l’autodeterminazione del soggetto che ne è colpito. Partendo da questa premessa nella specie, anche sotto questo profilo, la violazione del dovere solidale di lealtà e condivisione del progetto di vita in comune è stato duplice, consistendo sia nell’aver tenuta nascosta tale dipendenza e successivamente nell’aver interrotto il percorso di superamento e recupero intrapreso anche grazie all’assistenza e collaborazione della moglie.
  • Si condivide in conclusione il consolidato principio della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la pronuncia di addebito non può fondarsi soltanto sulla violazione dei doveri coniugali (cfr. tra le ultime Cass. 18074 del 2014) ma nella specie la violazione del dovere di lealtà ha caratterizzato la condotta continuativa e le scelte unilaterali e non condivise del G., così da minare il nucleo imprescindibile di fiducia reciproca che deve caratterizzare il vincolo coniugale.
  • La pronuncia impugnata deve in conclusione essere cassata. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto deve pronunciarsi la separazione personale tra i coniugi L.P. e F.G. con addebito al marito, con compensazione delle spese processuali di tutti i gradi, in considerazione della natura della controversia e delle problematiche personali del contro ricorrente.
  • Q.M.
  • La Corte,accoglie il ricorso e decidendo nel merito cassa la sentenza impugnata e dichiara addebitabile a F.G. la separazione personale. Compensa le spese processuali di tutti i gradi.
  • In caso di diffusione omettere le generalità.

CASA CONIUGALE ASSEGNO DIVORZILE SEPARAZIONI CASA CONIUGALE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

 

  1. Riscontro alle doglianze del primo e del secondo motivo potrebbe tuttavia ravvisarsi, a prima vista, nel prosieguo della motivazione della sentenza impugnata.
  1. La corte territoriale, dopo avere preannunciato che ‘va peraltro fatta una ulteriore considerazione’, aggiunge che ‘nel caso di specie, ricorrendo un comodato precario, la determinazione del termine di efficacia del vinculum juris è rimessa alla sola volontà del comodante che ha la facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile fosse stato adibito ad uso familiare ed assegnato in sede di separazione all’affidatario dei figli’.
  1. Ciò insegnerebbe la giurisprudenza di questa Suprema Corte che il giudice d’appello richiama (Cass. sez. 3, 7 luglio 2010 n. 15986, come conforme alle non massimate Cass.2007/22001 e Cass. 2007/3179), manifestando così di ritenere che la destinazione ad uso familiare sia irrilevante, permanendo al comodante la facoltà di sciogliere ad nutum il contratto (motivazione, pagine 4-5).
  1. Una posizione chiaramente opposta a quella in precedenza adottata, laddove appunto la corte si era premurata (nei limiti della concisione che connota tutto il suo tessuto motivazionale) di evidenziare e di dimostrare l’esistenza della giustificazione dello scioglimento del comodato ai sensi dell’articolo 1809, secondo comma, c.c..
  1. Peraltro, non si può non rilevare che la giurisprudenza richiamata dal giudice d’appello si discosta dall’orientamento della giurisprudenza di questa Suprema Corte nettamente prevalente e altresì recentemente ribadito dalle Sezioni Unite.
  1. sez. 3, 7 luglio 2010 n. 15986 afferma invero che ‘il comodato precario é caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti è rimessa in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile sia stato adibito a casa familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra i coniugi, all’affidatario dei figli’.
  1. In un’ottica contrattualista anziché familista, questo arresto adotta una interpretazione della disciplina del comodato improntata a una accentuata letteralità (del tenore di una giurisprudenza precedente come, sempre tra gli arresti massimati, Cass. sez. 3, 30 ottobre 1997 e Cass. sez. 3, 18 gennaio 1985 n. 133) e a un grado limitato di ermeneutica sistemica rispetto all’orientamento che all’epoca era da tempo insorto traendo linfa da S.U. 21 luglio 2004 n. 13603.
  1. Questo noto intervento delle Sezioni Unite, operando appunto su una linea di correlazione tra gli istituti e di bilanciamento tra i diritti (incluse le risonanze pubblicistiche dei diritti connessi all’istituto familiare), aveva desunto dalla finalizzazione, in sede di stipula, alle esigenze abitative familiari di un comodato immobiliare senza espressa determinazione dei limiti di durata una natura intrinsecamente non precaria del contratto, confinando nell’articolo 1809, secondo comma, c.c. il diritto alla restituzione da parte del comodante (‘Ove il comodato di un bene immobile sia stato stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare (nella specie: dal genitore di uno dei coniugi) già formato o in via di formazione, si versa nell’ipotesi del comodato a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare. Infatti, in tal caso, per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari (e perciò non solo e non tanto a titolo personale del comodatario) idoneo a conferire all’uso – cui la cosa deve essere destinata – il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà, ad nutum, del comodante. Salva la facoltà di quest’ultimo di chiedere la restituzione nell’ipotesi di sopravvenienza di un bisogno, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c., segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione’).
  2. L’adesione decisamente maggioritaria all’insegnamento delle Sezioni Unite, invero, ha reso alquanto isolata la giurisprudenza invocata dal giudice d’appello (sulla scia dell’intervento nomofilattico si sono poste Cass. sez. 3, 13 febbraio 2006 n. 3072, nonché, poco dopo la pronuncia richiamata dalla corte territoriale, Cass. sez.3, 21 giugno 2011 n. 13592 – che, per di più in una ipotesi di famiglia di fatto, ‘riassetta’ la linea nei senso che “il comodato, stipulato senza prefissione di termine, di un immobile successivamente adibito, per inequivoca e comune volontà delle parti contraenti, ad abitazione di un nucleo familiare di fatto, costituito dai conviventi e da un figlio minore, non può essere risolto in virtù della mera manifestazione di volontà ad nutum espressa dal comodante ai sensi dell’art. 1810, primo comma, ultima parte, c.c., dal momento che deve ritenersi impresso al contratto un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari idoneo a conferire all’uso cui la cosa è destinata il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi familiare tra i conviventi.
  • Ne consegue che il rifascio dell’immobile, finché non cessano le esigenze abitative familiari cui esso è stato destinato, può essere richiesto, ai sensi dell’art. 1809, secondo comma, c.c., solo nell’ipotesi di un bisogno contrassegnato dall’urgenza e dall’imprevedibilità’. – e Cass. sez. 1, 2 ottobre 2012 n. 16769 – la quale ribadisce che un comodato concesso da un terzo con destinazione a casa familiare, per la specificità di tale destinazione, impressa dalla concorde volontà delle parti, ‘è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorità e dall’incertezza, che caratterizzano il comodato cosiddetto precario, e che legittimano la cessazione ad nutum del rapporto su iniziativa del comodante, con la conseguenza che questi, in caso di godimento concesso a tempo indeterminato, è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno’ -; e non va pretermesso il contiguo orientamento che rimarca come dalla pattuizione di un uso specifico del bene scaturisce la determinazione della durata del comodato, il quale non è, quindi, in tal caso qualificabile come precario ed è pertanto incompatibile con lo scioglimento ad nutum (Cass. sez. 3, 20 gennaio 1984 n. 491; Cass. sez. 3, 8 ottobre 1997 n. 9775; S.U. 9 febbraio 2011 n. 3168; Cass. sez.6-3, ord. 11 marzo 2011 n. 5907; Cass. sez. 3, 14 febbraio 2012 n. 2103; Cass. sez. 3, 25 giugno 2013 n. 15877).
  • L’esistenza, comunque, di un trend – pur non intenso come si è appena visto – in sede di legittimità diretto alla reviviscenza di una impostazione tradizionalmente contrattualistica di tutela della sfera patrimoniale del proprietario contro quella familistica incentrata sui diritti della persona e veicolata dall’insegnamento delle Sezioni Unite, impostazione mirante quantomeno alla eccezionalità della valenza familistica in quanto valutata come connotazione gravosa nel negozio (cfr. Cass. sez. 6 – 3, 21 novembre 2014 n. 24838 per cui ‘nel comodato di bene immobile, stipulato senza determinazione di termine, la volontà di assoggettare il bene a vincoli d’uso particolarmente gravosi, quali la destinazione a residenza familiare, non può essere presunta ma va positivamente accertata, dovendo, in mancanza, essere adottata la soluzione più favorevole alla sua cessazione’), ha condotto ad un ulteriore intervento delle Sezioni Unite diretto a spegnere ogni incertezza sulle conseguenze della destinazione a casa familiare nel senso della incompatibilità con lo scioglimento ad nutum del comodante del vincolo contrattuale. Con la sentenza 29 settembre 2014 n. 20448, infatti, le Sezioni Unite, pur temperando ogni eccesso ‘familistico’ (tra l’altro, infatti, rimarcano che il coniuge assegnatario dell’abitazione già attribuita in comodato che oppone alla richiesta di rilascio dei comodante l’esistenza di una destinazione dell’immobile a casa familiare ha l’onere di provare che tale era la pattuizione attributiva del diritto personale di godimento, e altresì affermano che il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene non occorre sia grave, ma semplicemente concreto, imprevisto ed urgente, e che comunque il giudice dovrà con massima attenzione esperire un controllo di proporzionalità e adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela della prole e il contrapposto bisogno del comodante), hanno ribadito in modo inequivoco gli effetti della destinazione a casa familiare anche nell’ipotesi di separazione coniugale (così insegna la massima più pertinente al caso in esame tra quelle sortite dall’intervento nomofilattico: ‘il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi (salva la concentrazione del rapporto in capo all’assegnatario, ancorché diverso) il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione del bene a casa familiare.
  • Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 c.c., sorge per un uso determinato ed ha – in assenza di una espressa indicazione della scadenza – una durata determinabile per relationem, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall’insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari che avevano legittimato l’assegnazione dell’immobile’).
  • Sussistono dunque due diverse e autonome rationes decidendi, e poiché i due motivi in questione censurano solo quella erronea, lasciando integra l’altra (ovviamente, in considerazione dell’interesse della ricorrente alla qualificazione del comodato corrispondente a quella che essa adotta) che ha riconosciuto l’applicabilità dell’articolo 1809, secondo comma, c.c., tali motivi non possono non comportare il rigetto.
  • Per quanto si è osservato rimane assorbito il terzo motivo, che sostanzialmente censura la sentenza impugnata per avere qualificato il contratto di comodato de quo come comodato precario privo di incidenza della destinazione a uso familiare e per avere ritenuto che comodatario fosse soltanto L.B. , asserto quest’ultimo inconferente non avendo il giudice d’appello negato che la ricorrente fosse assegnataria della casa familiare.
  • Il quarto e il quinto motivo censurano sotto il profilo del vizio motivazionale l’avere il giudice d’appello ritenuto che sussistesse lo stato di bisogno della parte comodante ex articolo 1809, secondo comma, c.c., e che tale stato fosse imprevedibile al momento della stipulazione del contratto.

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III

SENTENZA 17 dicembre 2015, n. 25356

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 27 aprite 2011 il Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Grottaglie, accoglieva la domanda, presentata da L.C. e F.A. nei confronti di L.B. e M.A. , di risoluzione di un contratto di comodato avente ad oggetto un appartamento di proprietà attorea, secondo la prospettazione dei ricorrenti concesso a L.B. – figlio degli attori – perché fosse destinato ad abitazione familiare ed assegnato poi con provvedimento del Presidente del Tribunale nel giudizio di separazione alla di lui moglie separata M.A. , cui la sentenza conseguentemente ordinava il rilascio dell’immobile, condannandola altresì al risarcimento di danni per illecita detenzione dalla data della domanda giudiziale e condannando gli attori a pagarle il 50% dei costi delle opere eseguite per rendere abitabile l’appartamento – concesso in comodato allo stato grezzo -, con conseguente parziale compensazione.
A seguito di appello di M.A. , nonché di appello incidentale di L.C. e F.A. , la Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, con sentenza 12 ottobre-5 novembre 2011 n. 260, ha respinto l’appello principale e dichiarato inammissibile quello incidentale, compensando le spese del grado tra le parti.
2. Ha presentato ricorso M.A. , denunciando sette motivi.
2.1 II primo motivo denuncia ex articolo 360 n.3 c.p.c. la violazione ed omessa ovvero erronea applicazione degli articoli 329 e 346 c.p.c., anche in relazione agli articoli 343 e 436 c.p.c. nonché agli articoli 1809 e 1810 c.c..
Adduce la ricorrente che nella sentenza di primo grado il contratto era stato qualificato comodato non precario, finalizzato a fornire a coloro che all’epoca della stipulazione erano giovani coniugi – L.B. e M.A. – una casa familiare. Il giudice d’appello avrebbe invece riqualificato come comodato precario il contratto in questione, nonostante che sulla qualificazione del primo giudice, essendo stato dichiarato inammissibile l’appello incidentale, si fosse formato il giudicato interno.
2.2 Il secondo motivo denuncia ex articolo 360 n. 3 c.p.c. violazione ed omessa ovvero erronea applicazione dell’articolo 112 c.p.c. in relazione agli articoli 1372 e 1809 c.c..
Nel ricorso introduttivo del primo grado di giudizio, proposto dagli attori, era stato chiesto in test che il contratto di comodato fosse dichiarato consensualmente risolto per rilascio dell’immobile ai comodanti, e, in subordine, che fosse dichiarata legittima la “revoca del contratto” formatasi tra gli attori e L.B. ex articolo 1809, secondo comma, c.c.. Osserva la ricorrente che la corte territoriale, qualificando precario il comodato, ne ha pronunciato la risoluzione ex articolo 1810 c.c., benché non fosse stata proposta domanda in tal senso.
2.3 Il terzo motivo denuncia violazione ed omessa o falsa applicazione degli articoli 1809 e 1810 c.c., anche in relazione agli articoli 329, 346 e 436 c.p.c., ex articolo 360 n.3, c.p.c., nonché, ex articolo 360 n.5 c.c., motivazione insufficiente e contraddittoria su un profilo decisivo della controversia.
In questo motivo la ricorrente ripropone la questione della qualificazione del comodato, osservando che, dopo averlo qualificato come precario, la corte territoriale si è contraddetta ammettendo la sussistenza di un vincolo alla destinazione familiare.
Osserva altresì la ricorrente che il giudice d’appello ha ritenuto che unico comodatario fosse L.B. , laddove il Tribunale aveva ritenuto comodatari sia il suddetto sia sua moglie. Anche quanto alla determinazione del comodatario la corte territoriale avrebbe dunque leso il giudicato interno, vista l’assenza di impugnazione contro la sentenza di primo grado. A ciò dovrebbe aggiungersi una motivazione illogica e contraddittoria della sentenza impugnata.
2.4 Il quarto motivo denuncia ancora vizio motivazionale ex articolo 360 n. 5 c.p.c. quanto alla sussistenza dello stato di bisogno che legittima la richiesta di immediata restituzione del bene concesso in comodato ex articolo 1809, secondo comma, c.c..
Secondo la ricorrente, la Corte d’appello tace nella sua motivazione a proposito della doglianza della appellante fondata sul fatto che L.C. era proprietario di un appartamento analogo a quello de quo, proprietà che il primo giudice aveva ritenuto irrilevante in quanto l’appartamento non sarebbe stato abitabile e non sarebbero state imponibili agli attori le spese necessarie per il suo completamento. Ma la ricorrente avrebbe dimostrato che l’appartamento non era allo stato grezzo, costituendo invece la residenza anagrafica del nipote di L.C. , cui sarebbe stato venduto dal nonno con rogito di compravendita del 25 maggio 2011 prodotto dagli stessi appellati. Il giudice di secondo grado, lamenta quindi la ricorrente, non avrebbe considerato né il rogito né la certificazione anagrafica, limitandosi ad affermare che l’immobile era in stato grezzo, nonostante che l’effettiva situazione dell’immobile avrebbe inciso sulla esistenza dello stato di bisogno di L.C. .
2.5 Il quinto motivo denuncia ulteriore vizio motivazionale ex articolo 360 n. 5 c.p.c. quanto alla imprevedibilità, al momento della stipulazione del contratto di comodato, dello stato di bisogno di L.C. posto a sostegno della richiesta di immediato rilascio dell’immobile concesso in comodato.
Adduce la ricorrente che quando il contratto di comodato fu stipulato sarebbe stato prevedibile lo stato di bisogno che controparte aveva fatto valere, trattandosi di difficoltà deambulazione di L.C. , al quale già anteriormente alla stipulazione sarebbe stata impiantata una protesi all’anca, che avrebbe in seguito causato detta difficoltà. Anche su questo mancherebbe motivazione, essendo irrilevante la menzione da parte del giudice d’appello dell’accertamento della sussistenza della difficoltà deambulatoria nel gennaio 2005, ovvero più di ventanni dopo la stipulazione del contratto, dovendo invece il giudice accertare se la difficoltà era prevista o prevedibile quando questo fu concluso. Nell’affermare l’imprevedibilità della patologia, invece, il giudice d’appello, in conclusione, avrebbe compiuto un salto logico che inficia la sua motivazione.
2.6 Il sesto motivo denuncia violazione ed omessa ovvero erronea applicazione dell’articolo 1458 c.c., in relazione agli articoli 343, 329 e 436 c.p.c., ex articolo 360 n. 3 c.p.c., nonché vizio motivazionale ex articolo 360 n. 5 c.p.c..
Con il terzo motivo d’appello l’attuate ricorrente aveva impugnato il capo della sentenza di primo grado che la condannava al risarcimento del danno per illegittima detenzione dell’appartamento, adducendo che, avendolo posseduto in virtù di un titolo negoziale e di un provvedimento giurisdizionale di assegnazione, non aveva compiuto alcun illecito. Ritenendo che il ricorso introduttivo valeva come richiesta di restituzione, la corte territoriale avrebbe quindi violato l’articolo 1458 c.c., considerato che il comodato era assolutamente gratuito e che la pronuncia di risoluzione, ove fosse legittima, avrebbe comunque natura costitutiva e non godrebbe di efficacia retroattiva – trattandosi di contratto ad esecuzione continuata – sulle prestazioni già eseguite.
2.7 Il settimo motivo denuncia violazione ed omessa applicazione degli articoli 1292 ss. c.c. in relazione agli articoli 329, 346 e 436 c.p.c. nonché omessa motivazione su un profilo decisivo.
Con il quarto e il sesto motivo d’appello l’attuale ricorrente aveva lamentato che il risarcimento del danno per detenzione dell’appartamento e il rimborso dei costi della c.t.u. effettuata per accertare l’epoca di insorgenza della patologia di L.C. erano stati posti esclusivamente a suo carico, e non a carico anche di L.B. in via solidale, essendo anch’egli stato comodatario. La corte territoriale avrebbe ignorato tale questione, ancora una volta non tenendo conto del fatto che entrambi i coniugi erano comodatari.
2.8 Hanno depositato controricorso L.C. e F.A. , chiedendo il rigetto del ricorso e la condanna di controparte alle spese. Successivamente hanno altresì depositato memoria, insistendo in tal senso.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato nei limiti di quanto si verrà a esporre.

3.1.1 Il primo e il secondo motivo possono essere accorpati nel vaglio. Il primo motivo, invero, denuncia violazione da parte della Corte d’appello del giudicato interno per avere qualificato comodato precario il contratto di cui è causa, nonostante che nella sentenza di primo grado sia stato qualificato comodato non precario e che l’appello incidentale di L.C. e F.A. sia stato dichiarato inammissibile dalla stessa Corte per tardività. Il secondo motivo ritorna, da un altro punto di vista, sulla tematica della qualificazione che il giudice d’appello avrebbe attribuito al contratto di comodato in questione, lamentando la violazione dell’articolo 112 c.p.c. in relazione agli articoli 1372 e 1809 c.c. per avere appunto detto giudice qualificato precario ex articolo 1810 c.c. il contratto e dichiarato la risoluzione di questo sempre ai sensi dell’articolo 1810 c.c., nonostante che gli attori nel ricorso introduttivo avessero chiesto in tesi che il contratto fosse dichiarato consensualmente risolto per rilascio dell’immobile e in subordine che fosse dichiarata legittima la sua ‘revoca’ ex articolo 1809, secondo comma, c.c..

Occorre dare atto che effettivamente è sortito dalla sentenza di primo grado un giudicato interno riguardo alla qualificazione del contratto in esame come contratto non precario, bensì disciplinato, essendo l’immobile che ne è oggetto finalizzato all’esigenza familiare dei comodatari, dal combinato disposto degli articoli 1803 e 1809 c.c.. Peraltro, il reale contenuto della sentenza impugnata non conferma in modo sufficiente quel che lamenta il primo motivo, né, parimenti, quel che denuncia il secondo.

Nella sua – assai concisa – motivazione la corte territoriale riconosce che nel ricorso introduttivo del primo grado gli attori avevano chiesto che ‘fosse dichiarato risolto e comunque cessato’ il contratto di comodato relativo a un appartamento di loro proprietà ‘concesso al figlio B. perché fosse destinato ad abitazione familiare’ e assegnato alla moglie separata del figlio, M.A. , con provvedimento del Presidente del Tribunale; e la corte riconosce pure che, avendo resistito nella causa soltanto la M. , il giudice di prime cure ‘accoglieva la domanda di risoluzione ex art. 1809, II co., c.c.’, ordinando il rilascio dell’immobile. Affermata poi la tardività dell’appello incidentale, il giudice di secondo grado enuncia che l’appello principale deve essere rigettato, subito dopo offrendo l’argomento che ora si verrà a trascrivere e che, logicamente, non può non essere inteso come fondamento di tale rigetto: ‘Il c.t.u. ha accertato la ricorrenza di un deficit di deambulazione in capo a L.C. che non è attualmente in grado di deambulare autonomamente e salire le scale, deficit già presente nel gennaio del 2005: trattasi di disagio che connota la domanda nel senso della imprevedibilità ed urgenza del bisogno rispetto alla data di stipula del comodato; l’altro immobile a disposizione è risultato peraltro allo stato grezzo’ (motivazione, pagina 4).
È chiaro che in tal modo il giudice di secondo grado non si discosta dalla qualificazione del comodato ex articolo 1809 c.c., in quanto giustifica con la sussistenza dell’urgente e imprevedibile bisogno di cui al secondo comma di detto articolo il rigetto dell’appello principale proposto dalla M. . E infatti nel dispositivo la corte ‘rigetta l’appello principale’, confermando così il decisum del primo giudice.
3.1.2 Riscontro alle doglianze del primo e del secondo motivo potrebbe tuttavia ravvisarsi, a prima vista, nel prosieguo della motivazione della sentenza impugnata.
La corte territoriale, dopo avere preannunciato che ‘va peraltro fatta una ulteriore considerazione’, aggiunge che ‘nel caso di specie, ricorrendo un comodato precario, la determinazione del termine di efficacia del vinculum juris è rimessa alla sola volontà del comodante che ha la facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile fosse stato adibito ad uso familiare ed assegnato in sede di separazione all’affidatario dei figli’. Ciò insegnerebbe la giurisprudenza di questa Suprema Corte che il giudice d’appello richiama (Cass. sez. 3, 7 luglio 2010 n. 15986, come conforme alle non massimate Cass.2007/22001 e Cass. 2007/3179), manifestando così di ritenere che la destinazione ad uso familiare sia irrilevante, permanendo al comodante la facoltà di sciogliere ad nutum il contratto (motivazione, pagine 4-5). Una posizione chiaramente opposta a quella in precedenza adottata, laddove appunto la corte si era premurata (nei limiti della concisione che connota tutto il suo tessuto motivazionale) di evidenziare e di dimostrare l’esistenza della giustificazione dello scioglimento del comodato ai sensi dell’articolo 1809, secondo comma, c.c..
Peraltro, non si può non rilevare che la giurisprudenza richiamata dal giudice d’appello si discosta dall’orientamento della giurisprudenza di questa Suprema Corte nettamente prevalente e altresì recentemente ribadito dalle Sezioni Unite.

Cass. sez. 3, 7 luglio 2010 n. 15986 afferma invero che ‘il comodato precario é caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti è rimessa in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile sia stato adibito a casa familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra i coniugi, all’affidatario dei figli’. In un’ottica contrattualista anziché familista, questo arresto adotta una interpretazione della disciplina del comodato improntata a una accentuata letteralità (del tenore di una giurisprudenza precedente come, sempre tra gli arresti massimati, Cass. sez. 3, 30 ottobre 1997 e Cass. sez. 3, 18 gennaio 1985 n. 133) e a un grado limitato di ermeneutica sistemica rispetto all’orientamento che all’epoca era da tempo insorto traendo linfa da S.U. 21 luglio 2004 n. 13603. Questo noto intervento delle Sezioni Unite, operando appunto su una linea di correlazione tra gli istituti e di bilanciamento tra i diritti (incluse le risonanze pubblicistiche dei diritti connessi all’istituto familiare), aveva desunto dalla finalizzazione, in sede di stipula, alle esigenze abitative familiari di un comodato immobiliare senza espressa determinazione dei limiti di durata una natura intrinsecamente non precaria del contratto, confinando nell’articolo 1809, secondo comma, c.c. il diritto alla restituzione da parte del comodante (‘Ove il comodato di un bene immobile sia stato stipulato senza limiti di durata in favore di un nucleo familiare (nella specie: dal genitore di uno dei coniugi) già formato o in via di formazione, si versa nell’ipotesi del comodato a tempo indeterminato, caratterizzato dalla non prevedibilità del momento in cui la destinazione del bene verrà a cessare. Infatti, in tal caso, per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari (e perciò non solo e non tanto a titolo personale del comodatario) idoneo a conferire all’uso – cui la cosa deve essere destinata – il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà, ad nutum, del comodante. Salva la facoltà di quest’ultimo di chiedere la restituzione nell’ipotesi di sopravvenienza di un bisogno, ai sensi dell’art. 1809, comma 2, c.c., segnato dai requisiti della urgenza e della non previsione’).

L’adesione decisamente maggioritaria all’insegnamento delle Sezioni Unite, invero, ha reso alquanto isolata la giurisprudenza invocata dal giudice d’appello (sulla scia dell’intervento nomofilattico si sono poste Cass. sez. 3, 13 febbraio 2006 n. 3072, nonché, poco dopo la pronuncia richiamata dalla corte territoriale, Cass. sez.3, 21 giugno 2011 n. 13592 – che, per di più in una ipotesi di famiglia di fatto, ‘riassetta’ la linea nei senso che “il comodato, stipulato senza prefissione di termine, di un immobile successivamente adibito, per inequivoca e comune volontà delle parti contraenti, ad abitazione di un nucleo familiare di fatto, costituito dai conviventi e da un figlio minore, non può essere risolto in virtù della mera manifestazione di volontà ad nutum espressa dal comodante ai sensi dell’art. 1810, primo comma, ultima parte, c.c., dal momento che deve ritenersi impresso al contratto un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari idoneo a conferire all’uso cui la cosa è destinata il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi familiare tra i conviventi. Ne consegue che il rifascio dell’immobile, finché non cessano le esigenze abitative familiari cui esso è stato destinato, può essere richiesto, ai sensi dell’art. 1809, secondo comma, c.c., solo nell’ipotesi di un bisogno contrassegnato dall’urgenza e dall’imprevedibilità’. – e Cass. sez. 1, 2 ottobre 2012 n. 16769 – la quale ribadisce che un comodato concesso da un terzo con destinazione a casa familiare, per la specificità di tale destinazione, impressa dalla concorde volontà delle parti, ‘è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorità e dall’incertezza, che caratterizzano il comodato cosiddetto precario, e che legittimano la cessazione ad nutum del rapporto su iniziativa del comodante, con la conseguenza che questi, in caso di godimento concesso a tempo indeterminato, è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno’ -; e non va pretermesso il contiguo orientamento che rimarca come dalla pattuizione di un uso specifico del bene scaturisce la determinazione della durata del comodato, il quale non è, quindi, in tal caso qualificabile come precario ed è pertanto incompatibile con lo scioglimento ad nutum (Cass. sez. 3, 20 gennaio 1984 n. 491; Cass. sez. 3, 8 ottobre 1997 n. 9775; S.U. 9 febbraio 2011 n. 3168; Cass. sez.6-3, ord. 11 marzo 2011 n. 5907; Cass. sez. 3, 14 febbraio 2012 n. 2103; Cass. sez. 3, 25 giugno 2013 n. 15877).

L’esistenza, comunque, di un trend – pur non intenso come si è appena visto – in sede di legittimità diretto alla reviviscenza di una impostazione tradizionalmente contrattualistica di tutela della sfera patrimoniale del proprietario contro quella familistica incentrata sui diritti della persona e veicolata dall’insegnamento delle Sezioni Unite, impostazione mirante quantomeno alla eccezionalità della valenza familistica in quanto valutata come connotazione gravosa nel negozio (cfr. Cass. sez. 6 – 3, 21 novembre 2014 n. 24838 per cui ‘nel comodato di bene immobile, stipulato senza determinazione di termine, la volontà di assoggettare il bene a vincoli d’uso particolarmente gravosi, quali la destinazione a residenza familiare, non può essere presunta ma va positivamente accertata, dovendo, in mancanza, essere adottata la soluzione più favorevole alla sua cessazione’), ha condotto ad un ulteriore intervento delle Sezioni Unite diretto a spegnere ogni incertezza sulle conseguenze della destinazione a casa familiare nel senso della incompatibilità con lo scioglimento ad nutum del comodante del vincolo contrattuale. Con la sentenza 29 settembre 2014 n. 20448, infatti, le Sezioni Unite, pur temperando ogni eccesso ‘familistico’ (tra l’altro, infatti, rimarcano che il coniuge assegnatario dell’abitazione già attribuita in comodato che oppone alla richiesta di rilascio dei comodante l’esistenza di una destinazione dell’immobile a casa familiare ha l’onere di provare che tale era la pattuizione attributiva del diritto personale di godimento, e altresì affermano che il bisogno che giustifica la richiesta del comodante di restituzione del bene non occorre sia grave, ma semplicemente concreto, imprevisto ed urgente, e che comunque il giudice dovrà con massima attenzione esperire un controllo di proporzionalità e adeguatezza nel comparare le particolari esigenze di tutela della prole e il contrapposto bisogno del comodante), hanno ribadito in modo inequivoco gli effetti della destinazione a casa familiare anche nell’ipotesi di separazione coniugale (così insegna la massima più pertinente al caso in esame tra quelle sortite dall’intervento nomofilattico: ‘il coniuge affidatario della prole minorenne, o maggiorenne non autosufficiente, assegnatario della casa familiare, può opporre al comodante, che chieda il rilascio dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione, pronunciato in un giudizio di separazione o divorzio, solo se tra il comodante e almeno uno dei coniugi (salva la concentrazione del rapporto in capo all’assegnatario, ancorché diverso) il contratto in precedenza insorto abbia contemplato la destinazione del bene a casa familiare. Ne consegue che, in tale evenienza, il rapporto, riconducibile al tipo regolato dagli artt. 1803 e 1809 c.c., sorge per un uso determinato ed ha – in assenza di una espressa indicazione della scadenza – una durata determinabile per relationem, con applicazione delle regole che disciplinano la destinazione della casa familiare, indipendentemente, dunque, dall’insorgere di una crisi coniugale, ed è destinato a persistere o a venir meno con la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari che avevano legittimato l’assegnazione dell’immobile’).

L’orientamento giurisprudenziale invocato dalla sentenza impugnata, dunque, non può non rilevarsi che contravviene all’insegnamento del giudice nomofilattico, come è stato ribadito nel secondo intervento delle Sezioni Unite di questa Suprema Corte sulla tematica del comodato di immobile stipulato per destinarlo a casa familiare.

Tuttavia, come si è visto, la corte territoriale ha affiancato questa ratio decidendi erronea all’inequivoco precedente riconoscimento da parte sua dell’incidenza della destinazione ad uso familiare dell’immobile su un rapporto contrattuale ai fini dello scioglimento del contratto, esigendo il presupposto di cui all’articolo 1809, secondo comma, co, che la corte ha infatti valutato nel merito.

Sussistono dunque due diverse e autonome rationes decidendi, e poiché i due motivi in questione censurano solo quella erronea, lasciando integra l’altra (ovviamente, in considerazione dell’interesse della ricorrente alla qualificazione del comodato corrispondente a quella che essa adotta) che ha riconosciuto l’applicabilità dell’articolo 1809, secondo comma, c.c., tali motivi non possono non comportare il rigetto.

3.2 Per quanto si è osservato rimane assorbito il terzo motivo, che sostanzialmente censura la sentenza impugnata per avere qualificato il contratto di comodato de quo come comodato precario privo di incidenza della destinazione a uso familiare e per avere ritenuto che comodatario fosse soltanto L.B. , asserto quest’ultimo inconferente non avendo il giudice d’appello negato che la ricorrente fosse assegnataria della casa familiare.

3.3 Il quarto e il quinto motivo censurano sotto il profilo del vizio motivazionale l’avere il giudice d’appello ritenuto che sussistesse lo stato di bisogno della parte comodante ex articolo 1809, secondo comma, c.c., e che tale stato fosse imprevedibile al momento della stipulazione del contratto.

Anche questi due motivi possono essere vagliati congiuntamente, in quanto condividono una conformazione inammissibile, perché priva di autosufficienza: la ricorrente adduce che L.C. era proprietario di un appartamento dotato delle stesse caratteristiche di quello oggetto del comodato e pienamente abitabile, limitandosi peraltro a riferirsi a una asserita certificazione anagrafica riguardante il nipote di L.C. e a un rogito di vendita dell’appartamento dal nonno al nipote. Sempre su un piano di mera asserzione, che non consente quindi di integrare il motivo sotto il profilo dell’autosufficienza, la ricorrente adduce che le condizioni di salute di L. erano prevedibili all’epoca della stipulazione del contratto, limitandosi pure in questa doglianza ad una generica constatazione di ciò ‘sulla scorta delle risultanze della Consulenza Tecnica d’Ufficio’. L’impostazione del quarto e del quinto motivo, dunque, non consente di attestarsi, per valutarne la fondatezza, sul contenuto del ricorso, obbligando invece il giudice di legittimità, in chiaro conflitto con il dettato dell’articolo 366, primo comma, n.6 c.p.c., ad attingere dai fascicoli d’ufficio e di parte dei gradi di merito gli atti processuali e i documenti che siano pertinenti, nel senso che possano dare riscontro a quello che la ricorrente espone, il che conduce alla inammissibilità dei motivi (ex multis, da ultimo, Cass. sez. 2, 20 agosto 2015 n. 17049; Cass. sez. 1^, n. 19 agosto 2015 n. 16900; Cass. sez. 5, 15 luglio 2015 n. 14784; Cass. sez.6-3, ord. 3 febbraio 2015 n. 1926).

3.4 Il sesto motivo lamenta, sia sotto il profilo della violazione/erronea applicazione dell’articolo 1458 c.c. (in rapporto agli articoli 343, 329 e 436 c.p.c.), sia come vizio motivazionale, che, nonostante l’attuale ricorrente con il terzo motivo di appello avesse impugnato il capo della sentenza di primo grado che l’aveva condannata al risarcimento del danno da illegittima detenzione dell’appartamento dalla data della domanda giudiziale fino a quella della pronuncia che aveva risolto il contratto, la corte territoriale ha confermato la decisione sul punto del primo giudice. Richiama la ricorrente – che già nella premessa ai motivi aveva adeguatamente riassunto lo svolgimento del processo di primo grado e la relativa sentenza -, in modo sufficientemente dettagliato, il contenuto del gravame di merito al riguardo, e in particolare – tra l’altro – la contestazione di avere ella compiuto alcun atto illecito in quanto aveva posseduto l’appartamento in virtù di un titolo negoziale e del provvedimento di assegnazione pronunciato nell’ambito del processo civile per la separazione giudiziale tra i coniugi, nonché il rilievo che, trattandosi di contratto a titolo gratuito e di pronuncia costitutiva (risoluzione del contratto), nulla sarebbe stato da lei dovuto per il periodo anteriore alla sentenza del Tribunale giacché nei contratti ad esecuzione continuata l’articolo 1458 c.c. statuisce che l’effetto della risoluzione non investe le prestazioni già eseguite.

Effettivamente il Tribunale, nella sentenza di primo grado, quale presupposto dell’accoglimento delle ulteriori domande restitutoria e risarcitoria, ha dichiarato ‘la risoluzione del contratto di comodato’, come gli stessi L.C. e F.A. hanno opposto al motivo in esame nel controricorso, argomentando i controricorrenti proprio nel senso che ‘la domanda di restituzione del bene implica la risoluzione del contratto per inadempimento’, la quale ‘ha effetto retroattivo così come prevede la prima parte dell’art. 1458 c.c.’. La questione viene affrontata in motivazione dal giudice di secondo grado esclusivamente con la seguente frase: ‘Il ricorso introduttivo…operava di fatto come richiesta di restituzione del bene e dunque l’illegittima detenzione decorreva da tale data’.

È evidente l’erroneità del conciso argomento della corte territoriale: il motivo d’appello era stato prospettato in punto di diritto, in relazione ad una dichiarazione di risoluzione pronunciata dal giudice di prime cure. Nessuna incidenza, pertanto, poteva assumere un preteso ‘operare di fatto’ del ricorso di primo grado, giacché oggetto dell’impugnazione era la sentenza, non certo il ricorso. E la sentenza, sotto questo profilo, non è stata impugnata, d’altronde, per avere violato la necessaria corrispondenza, ex articolo 112 c.p.c., con le domande veicolate nell’atto introduttivo, bensì per la giuridica incompatibilità, evincibile dall’articolo 1458 c.c., tra la dichiarazione di risoluzione di un contratto a esecuzione continuata e la condanna al risarcimento di danni con effetto retroattivo dalla proposizione della domanda.

L’articolo 1458 c.c., invero, conferisce effetto retroattivo alla risoluzione del contratto per inadempimento, potenziando così gli effetti di una pronuncia costitutiva – che, secondo i principi generali, non avrebbe altrimenti potuto retroagire – e salvaguardando però i contratti ad esecuzione continuata o periodica, per cui ‘l’effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite’. Invero, un inadempimento, pur di gravità sufficiente a giustificare la risoluzione contrattuale, non può far venir meno gli effetti giuridici di tutti gli adempimenti pregressi tramite i quali l’esecuzione del contratto in precedenza è stata correttamente posta in essere concretizzandone così l’equilibrio sinallagmatico (cfr. da ultimo Cass. sez. 6-1, ord. 3 marzo 2015 n. 4267; Cass. sez. 3, 13 dicembre 2012 n. 22902; Cass. sez. 3, 15 maggio 2012 n. 7550). Nel caso di specie, a tacer d’altro, si tratta di un contratto a esecuzione continuata, per cui non è configurabile una illecita detenzione che abbia come dies a quo la data della notifica della domanda giudiziale, come invece ritenuto dal primo giudice e confermato nella sentenza di appello. A ciò non osta, si rileva, il fatto che il contratto è a titolo gratuito, e non quindi a prestazioni corrispettive, dal momento che la pronuncia che costituisce il presupposto del risarcimento del danno, facendo riferimento all’articolo 1809, secondo comma, c.c., è una dichiarazione di risoluzione (a prescindere dalla correttezza della scelta del genere di pronuncia da parte del giudice di merito, non rientrando questo nell’ambito del motivo in esame) che, tra le species del genus risolutorio ex articoli 1453 ss. c.c., non può che ricondursi alla risoluzione per inadempimento, con conseguente applicazione proprio dell’articolo 1458 c.c., il quale ne disciplina gli effetti e al quale, significativamente, come si è visto, si sono richiamati per difendersi dal presente motivo gli stessi controricorrenti.

Da quanto rilevato, discende la fondatezza del motivo, che impone – non necessitando sul punto ulteriori accertamenti di fatto – la decisione nel merito ex articolo 384, secondo comma, c.p.c. nel senso della eliminazione della condanna risarcitoria e della conseguente dichiarazione di compensazione del debito risarcitorio – in quanto appunto accertato come inesistente – con il controcredito per la realizzazione di opere nell’appartamento che ti Tribunale ha riconosciuto alla ricorrente M. .

Ciò comporta, altresì, l’assorbimento del settimo motivo attinente alla omessa condanna risarcitoria in via solidale a carico di L.B. , mentre l’ulteriore doglianza racchiusa in tale motivo a proposito della condanna della ricorrente al pagamento delle spese della c.t.u. – rilevandosi, per inciso, che L.B. è rimasto contumace e solo M.A. ha resistito alle pretese attoree, conducendo così alla disposizione della c.t.u. – viene assorbita logicamente dal quinto motivo, già più sopra esaminato.

L’accoglimento di uno soltanto sui sette motivi presentati nel ricorso integra i presupposti per la compensazione delle spese del grado.

P.Q.M.

Rigetta i primi due motivi; dichiara assorbito il terzo motivo; dichiara inammissibili il quarto e il quinto motivo; accoglie il sesto motivo e in relazione ad esso decidendo nel merito annulla la sentenza impugnata nella parte in cui ha confermato la condanna di M.A. al risarcimento dei danni nonché nella parte in cui compensa i contrapposti crediti. Dichiara assorbito il settimo motivo. Compensa le spese del presente grado.

 

ASSEGNO DIVORZILE SEPARAZIONI CASA CONIUGALE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

 

Ove l’accordo (o il contratto) sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, e dunque anche da chi abbia dato causa a tale nullità. Ed esso potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore pure sulla sussistenza dell’interesse del minore, ma si dovrebbe ricordare che se nell’accordo sia preminente una causa transattiva, non rileverebbe ai sensi dell’art. 1969 c.c., errore di diritto). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (In termini generali n. 17607 del 2003).

Vi sono peraltro alcuni equivoci da chiarire, in relazione alla fattispecie dedotta in giudizio. È vero che l’accordo (o il contratto) collegato alla crisi familiare, potrebbe violare diritti indisponibili.

Si pensi ad es. ad una clausola che escluda in perpetuo la possibilità, per il coniuge, di un assegno di mantenimento o divorzile ovvero che impedisca, sempre e comunque, un controllo del genitore sull’esercizio della potestà (oggi “responsabilità”) esercitata dall’altro, o magari, addirittura, che limiti la possibilità o vincoli le parti al divorzio.

Ma aldilà di tali clausole “estreme”, che ben difficilmente nella prassi vengono stipulate, i coniugi possono, con reciproche concessioni, raggiungere un accordo sull’affidamento dei figli e modalità di visite genitoriali nonché su ogni altra questione (personale o patrimoniale) della vita familiare.

Altrimenti… non vi sarebbe spazio alcuno per separazioni consensuali, divorzi congiunti o conclusioni comuni.

Quanto all’interesse del minore, si è detto che la giurisprudenza conosce e ha ritenuto pienamente valida la clausola di trasferimento immobiliare da un coniuge al figlio, anche a scopo di mantenimento, utilizzando lo schema del contratto a favore di terzo e/o di quello con obbligazione per il solo proponente, ai sensi dell’art. 1333 c.c.. (Cass. n. 2500 del 1987). Ne rileverebbe la circostanza che l’immobile in questione non sia di proprietà del genitore obbligato.

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 20 agosto 2014, n. 18066

Svolgimento del processo

Con sentenza non definitiva in data 03.11.2010, il Tribunale di Treviso dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario tra R.G. e F.E. .

Con sentenza definitiva in data 16.05.2012, su conclusioni comuni delle parti, il Tribunale affidava il figlio minore Ri. ad entrambi i genitori, con collocazione presso la madre, determinava il regime di visita del padre, disponeva che la casa coniugale venisse trasferita in proprietà al figlio, con obbligo per il R. di procedere al trasferimento stesso, e di corrispondere alla moglie la somma di Euro 2.500 mensili di cui Euro 700, quale assegno divorzile ed Euro 1800 per contributo al mantenimento del figlio.

Con ricorso depositato in data 11.07.2012, il R. impugnava la sentenza definitiva, chiedendo, in parziale riforma, l’aumento delle possibilità di visita al minore, la riduzione del contributo per il mantenimento del figlio e l’esclusione dell’assegno divorzile.

Costituitosi il contraddittorio, la F. eccepiva la inammissibilità dell’appello e ne chiedeva il rigetto, con conferma della sentenza di primo grado; in subordine, proponeva appello incidentale condizionato, chiedendo la riduzione delle visite paterne e l’aumento dell’assegno divorzile.

La Corte di Appello di Venezia, con sentenza in data 23.01.2013, dichiarava inammissibile l’appello principale e quello incidentale.

Ricorre per cassazione il R. , che pure deposita memoria difensiva.

Resiste con controricorso la F. .

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione degli artt. 5 L. Divorzio, 100, 112 c.p.c., in quanto la sentenza poteva essere impugnata, anche indipendentemente dalla soccombenza delle parti.

Con il secondo, violazione degli artt. 100, 112, 132 c.p.c. in ragione della sussistenza di diritti indisponibili, per i quali l’interesse ad impugnare prescinderebbe dalla condotta processuale delle parti.

Con il terzo, violazione degli artt. 100, 112, 132 c.p.c., in quanto il trasferimento immobiliare a favore del figlio delle parti, non assicurava il suo interesse alla conservazione dell’habitat domestico.

Con il quarto, violazione degli artt. 155 quater, 1021, 1022, 2643, 2645 c.c., non essendo stata disposta la assegnazione della casa coniugale al genitore, collocatario del figlio.

Con il quinto, violazione degli artt. 1173, 1174, 1321, 1325, 1987 c.c., per nullità della clausola relativa al trasferimento della abitazione al figlio, essendo l’impegno del padre giuridicamente irrilevante.

Con il sesto, violazione dell’art. 1478 c.c., per nullità della predetta clausola, stante la necessità di una delibera assembleare della società proprietaria, per autorizzare la vendita.

La sentenza impugnata dichiara inammissibile l’appello principale, sostenendo che, ai sensi dell’art. 100 c.p.c., per far valere una domanda in giudizio e per proporre impugnazione, occorre avervi interesse, e che difetta totalmente in capo al R. tale interesse, non essendo egli risultato soccombente per alcuna delle domande proposte nel primo grado, con le conclusioni definitive da lui rassegnate. Non rinviene il giudice a quo clausole nulle nell’accordo raggiunto tra le parti, non essendovi violazione alcuna di diritti indisponibili, né contrasto con l’interesse del minore: valido il trasferimento immobiliare a suo favore della casa coniugale, con impegno del padre all’acquisto della proprietà e al predetto trasferimento, che garantirebbe al minore stesso la permanenza nell’habitat domestico.

Va condivisa, seppur con alcune doverose precisazioni, l’affermazione della pronuncia impugnata, per cui non è ammessa impugnazione se la parte o entrambe le parti, a seguito di accordo, risultino soccombenti.

La fattispecie in esame (conclusioni comuni nell’ambito di un procedimento di divorzio originariamente contenzioso) è assimilabile a quella inerente ad un procedimento di divorzio congiunto. È bensì vero, come afferma il ricorrente, che l’art. 5, comma 5, L. Divorzio prevede, apparentemente senza eccezione, la possibilità di impugnazione, da parte di ciascun coniuge, ma, per il divorzio congiunto, tale previsione riguarda situazioni particolari: il primo giudice non ha recepito o ha recepito solo parzialmente l’accordo tra le parti, magari precisando che erano in questione diritti indisponibili o l’accordo stesso appariva in contrasto con l’interesse del minore, ovvero non era “congrua” la corresponsione una tantum di somma, escludente, per il futuro l’assegno divorzile.

In tali casi ovviamente, ciascuno dei coniugi od entrambi potrebbero impugnare la sentenza.

Il Pubblico Ministero, ai sensi del art. 5, comma 5, predetto, può impugnare limitatamente agli interessi patrimoniali dei figli.

Va interpretata in senso lato tale previsione, con riferimento al patrimonio del minore, al suo mantenimento, ai trasferimenti (immobiliari o mobiliari) che lo riguardano, ecc. E impugnazione potrebbe esservi, da parte di un curatore speciale del minore, in caso di conflitto di interessi con i genitori (questione estranea alla presente fattispecie, non essendovi stata, in corso di causa, istanza alcuna di nomina di un curatore).

Si diceva della affermazione condivisibile, per cui non vi è interesse ad impugnare, senza soccombenza, ma, nella specie, vi è una ragione ulteriore per escludere l’impugnazione.

Nella separazione consensuale, cosi come nel divorzio congiunto, ma pure in caso di precisazioni comuni che concludano e trasformino il procedimento contenzioso di separazione e divorzio, si stipula un accordo, di natura sicuramente negoziale (tra le altre, Cass. n. 17607 del 2003), che, frequentemente, per i profili patrimoniali si configura come un vero e proprio contratto. Non rileva che, in sede di divorzio, esso sia recepito, fatto proprio dalla sentenza: all’evidenza tale sentenza è necessaria per la pronuncia sul vincolo matrimoniale, ma, quanto all’accordo, si tratta di un controllo esterno del giudice, analogo a quello di separazione consensuale.

Com’è noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente più debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi).

Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorché presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre più frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, là dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti più deboli, si afferma con maggior convinzione.

Nei verbali di separazione consensuale o in quelli recepiti dalla sentenza di divorzio congiunto, sono assai frequenti le clausole contenenti promesse di trasferimenti, ma pure trasferimenti effettivi di proprietà o altri diritti reali su beni immobili o mobili da un coniuge all’altro. Intenti modalità, contenuti possono essere i più diversi: regolamentazione di tutti o di alcuni rapporti reciproci tra i coniugi, magari anche al fine di prevenire possibili controversie, con un sistema più o meno complesso di concessioni, compromessi, risarcimenti, riconoscimenti, ecc, attribuzioni ed assegnazioni reciproche, talora anche di portata divisoria, ma pure di adempimento dell’obbligo ex lege di mantenimento (o comunque di assistenza) a favore del coniuge economicamente più debole.

Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, è valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Ma pure questa Corte ha sostenuto la ammissibilità, a titolo di contributo per il mantenimento del figlio minore, del trasferimento di un immobile a suo favore, quale contratto atipico e gratuito, che si perfeziona per effetto del mancato rifiuto (Cass. 21 dicembre 1987, n. 9500).

Va altresì precisato che gli accordi omologati (ovvero recepiti dalla sentenza di divorzio) non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi) o tra genitori e figli). Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi ciò accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte è variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una più ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si cominciò ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purché si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. 22 gennaio 1994 n. 657; n. 23801 del 2006).

Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte è rimasta tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceità della causa, perché in contrasto con i principi di indisponibilità degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. N. 6857 del 1992).

(Sono stati invece ritenuti validi accordi in vista di una dichiarazione di nullità del matrimonio, in quanto correlati ad un procedimento dalle forti connotazioni inquisitorie, volto ad accertare l’esistenza o meno di una causa di invalidità matrimoniale, fuori da ogni potere negoziale di disposizione degli status: tra le altre Cass. N. 348 del 1993). Giurisprudenza più recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per sé contrari all’ordine pubblico: più specificamente il principio dell’indisponibilità preventiva dell’assegno di divorzio dovrebbe rinvenirsi nella tutela del coniuge economicamente più debole, e l’azione di nullità (relativa) sarebbe proponibile soltanto da questo (al riguardo, Cass. n. 8109 del 2000).

Questa Corte più recentemente (Cass. n.23713 del 2012; ma v. pure Cass. n. 19304 del 2013), pur escludendo che nella specie si trattasse di accordi prematrimoniali in vista del divorzio, ha avuto modo di precisare che tali accordi sono molto frequenti in altri Stati, segnatamente quelli di cultura anglosassone, dove essi svolgono una proficua funzione di deflazione delle controversie familiari e divorzili, e pure ha sottolineato le critiche di parte della dottrina all’orientamento tradizionale, che trascurerebbe di considerare adeguatamente non solo i principi del diritto di famiglia ma la stessa evoluzione del sistema normativo, ormai orientato a riconoscere sempre più ampi spazi di autonomia ai coniugi nel determinare i propri rapporti economici, anche successivi alla crisi coniugale, ferma ovviamente la tutela dell’interesse dei figli minori.

Come si è detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto.

Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullità dell’atto o alla capacità delle parti, ma pure alcuni più specifici (ad es. relativi ai vizi di volontà, del resto richiamati da varie norme codicistiche in materia familiare dalla celebrazione del matrimonio al riconoscimento dei figli nati fuori di esso) (al riguardo, ancora, Cass. n. 17607 del 2003).

Tornando alla fattispecie in esame, si deve affermare che i coniugi, in quanto parti dei predetti accordi, non possono impugnare un decreto di omologa o la sentenza che li abbia recepiti.

Lo potrebbero, come si diceva, il Pubblico Ministero per gli interessi patrimoniali dei minori ovvero un curatore speciale, nominato dal giudice, in nome e per conto dei minori stesso.

Ove l’accordo (o il contratto) sia nullo, tale nullità potrebbe essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, e dunque anche da chi abbia dato causa a tale nullità. Ed esso potrebbe essere oggetto di annullamento da parte del soggetto incapace o la cui volontà risulti viziata (ad es. da un errore pure sulla sussistenza dell’interesse del minore, ma si dovrebbe ricordare che se nell’accordo sia preminente una causa transattiva, non rileverebbe ai sensi dell’art. 1969 c.c., errore di diritto). Ma nullità o annullamento non potrebbero costituire motivo di impugnazione dei soggetti dell’accordo da cui essi sono vincolati, ma dovrebbero essere fatti valere in un autonomo giudizio di cognizione (In termini generali n. 17607 del 2003).

Vi sono peraltro alcuni equivoci da chiarire, in relazione alla fattispecie dedotta in giudizio. È vero che l’accordo (o il contratto) collegato alla crisi familiare, potrebbe violare diritti indisponibili. Si pensi ad es. ad una clausola che escluda in perpetuo la possibilità, per il coniuge, di un assegno di mantenimento o divorzile ovvero che impedisca, sempre e comunque, un controllo del genitore sull’esercizio della potestà (oggi “responsabilità”) esercitata dall’altro, o magari, addirittura, che limiti la possibilità o vincoli le parti al divorzio. Ma aldilà di tali clausole “estreme”, che ben difficilmente nella prassi vengono stipulate, i coniugi possono, con reciproche concessioni, raggiungere un accordo sull’affidamento dei figli e modalità di visite genitoriali nonché su ogni altra questione (personale o patrimoniale) della vita familiare.

Altrimenti… non vi sarebbe spazio alcuno per separazioni consensuali, divorzi congiunti o conclusioni comuni.

Quanto all’interesse del minore, si è detto che la giurisprudenza conosce e ha ritenuto pienamente valida la clausola di trasferimento immobiliare da un coniuge al figlio, anche a scopo di mantenimento, utilizzando lo schema del contratto a favore di terzo e/o di quello con obbligazione per il solo proponente, ai sensi dell’art. 1333 c.c.. (Cass. n. 2500 del 1987). Ne rileverebbe la circostanza che l’immobile in questione non sia di proprietà del genitore obbligato.

Si tratterebbe, in sostanza, di fattispecie analoga a quella di vendita di cosa altrui, ai sensi dell’art. 1478 c.c. e segg.: l’obbligato dovrà acquistare l’immobile e trasferirlo al beneficiario; in caso di inottemperanza, egli sarà tenuto al risarcimento del danno. Il trasferimento immobiliare supererebbe la necessità di assegnazione della casa coniugale al genitore collocatario del minore. D’altra parte, essendo il R. titolare del contratto di locazione della casa coniugale, con il divorzio, si potrebbe configurare una successione del coniuge, convivente con il figlio minore, nel rapporto locatizio, ai sensi dell’art. 6 L. n. 392 del 1978, sulla locazione degli immobili urbani. E se il proprietario facesse valere i suoi diritti sull’immobile, sarebbe sempre possibile richiedere, in sede di modifica delle condizioni di divorzio, un’elevazione dell’assegno a favore del coniuge collocatario del figlio, per permettergli di rinvenire una nuova sistemazione abitativa.

Non si ravvisa dunque né violazione di diritti indisponibili né contrasto alcuno con l’interesse del minore.

Va pertanto rigettato il ricorso. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 6000 per compensi, Euro 200 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

Ai sensi del art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto dell’insussistenza dei presupposti per il versamento del contributo unificato, a norma del comma 1 bis, predetto articolo.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003, in quanto imposto dalla legge.

ASSEGNO DIVORZILE SEPARAZIONI CASA CONIUGALE AVVOCATO SEPARAZIONI BOLOGNA

  1. ASSEGNO MANTENIMENTO E DIVORZIO
  2. Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, ~ deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ).
  1. Pur essendo differenti caratteri, finalità e presupposti delloassegno di separazione e divorzio, quello di separazione può essere liberamente considerato ed apprezzato dal Giudice del divorzio (Cass.?`’20582 del 2010).
  1. In sostanza il ricorrente propone profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. La pronuncia evidenzia un notevole divario tra i redditi dei coniugi. Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, da parte della resistente, precisa il Giudice a quo che la stessa non è rimasta inerte, ma si è iscritta ad un corso universitario e si trova in Spagna per il progetto ,trasmus.
  1. Continua la sentenza impugnata, osservando che l’impegno negli studi universitari, che darà alla moglie in seguito maggiori possibilità lavorative, sarebbe compatibile solo con occupazioni saltuarie e limitate, tali da non permetterle di mantenere il pregresso tenore di vita.
  1. Anche sulle spese giudiziali, il Giudice a quo fornisce motivazione adeguata: la domanda di assegno da parte della moglie, seppur in misura più limitata, è stata accolta, e il contenzioso riguardava in sostanza la sussistenza o meno del diritto all’assegno.

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 5 febbraio 2015, n. 2164

In un procedimento di divorzio tra G.M. e B.P.R.M., la Corte d’Appello di Palermo con sentenza in data 30/03/2011, confermava la sentenza del Tribunale di Sciacca, emessa il 31/3/2010, che aveva posto a carico del marito assegno mensile di euro 300,00 per la moglie.

Ricorre per cassazione il marito. Resiste con controricorso la moglie.

Non si ravvisano violazioni di legge.

Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, ~ deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ). i Pur essendo differenti caratteri, finalità e presupposti delloassegno di separazione e divorzio, quello di separazione può essere liberamente considerato ed apprezzato dal Giudice del divorzio (Cass.?`’20582 del 2010).

In sostanza il ricorrente propone profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. La pronuncia evidenzia un notevole divario tra i redditi dei coniugi. Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, da parte della resistente, precisa il Giudice a quo che la stessa non è rimasta inerte, ma si è iscritta ad un corso universitario e si trova in Spagna per il progetto ,trasmus. Continua la sentenza impugnata, osservando che l’impegno negli studi universitari, che darà alla moglie in seguito maggiori possibilità lavorative, sarebbe compatibile solo con occupazioni saltuarie e limitate, tali da non permetterle di mantenere il pregresso tenore di vita.

Anche sulle spese giudiziali, il Giudice a quo fornisce motivazione adeguata: la domanda di assegno da parte della moglie, seppur in misura più limitata, è stata accolta, e il contenzioso riguardava in sostanza la sussistenza o meno del diritto all’assegno.

Va rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in €. 2.100,00, comprensive di €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge

MODIFICA CONDIZIONI DIVORZIO E SEPARAZIONE

  • violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.
  • Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.
  • Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.
  • Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.
  • Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..
  • Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:
  • Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.
  • I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
  • Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.
  • Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi.
  • Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi.
  • Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).
  • Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.
  • Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012).
  • Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).
  • La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 3 dicembre 2015, n. 24621

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3863/2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dell’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 558/2012 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 25/09/2012, R.G.N. 725/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/09/2015 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. La presente controversia trae origine da una transazione sottoscritta nel gennaio 2002 da due coniugi, (OMISSIS) e (OMISSIS), nelle more del giudizio d’appello della separazione.

Era infatti accaduto che nel 1999 lo stesso tribunale di Ancona aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi, provvedendo anche per le attribuzioni patrimoniali richieste dalle parti. Impugnata la decisione per il dissenso in ordine a queste ultime, nel corso del giudizio di appello le parti erano addivenute ad un accordo transattivo, mettendo a punto un dettagliato piano di assegnazioni di beni. Il giudizio di appello era stato quindi abbandonato.

Nel 2005, la (OMISSIS) convenne in giudizio l’ex marito per far dichiarare la risoluzione dell’accordo transattivo concluso tra le parti per inadempimento e colpa esclusiva del (OMISSIS).

Si difese il convenuto chiedendo il rigetto della pretesa avversaria ed in via riconvenzionale che fosse pronunciata la proprieta’ esclusiva su beni indicati in comparsa e il risarcimento di tutti danni conseguenti alla trascrizione della citazione pregiudizievole ed impeditiva di ogni possibile esercizio dei suoi diritti, oltre il danno esistenziale. In via riconvenzionale subordinata chiese la condanna dell’attrice alla restituzione di tutte le somme erogate dallo stesso in esecuzione della scrittura privata ed il riconoscimento della proprieta’ della meta’ dell’immobile sito in (OMISSIS).

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 1117 del 9 giugno 2006 accolse la domanda dell’attrice, dichiaro’ la risoluzione del contratto transattivo fra le parti per esclusivo inadempimento, di notevole importanza, in capo al convenuto e lo condanno’ alle spese.

  1. La decisione e’ stata riformata dalla Corte d’Appello di Ancona, con sentenza n. 558 del 25 settembre 2012. La Corte territoriale ha dichiarato inammissibile la domanda di risoluzione dell’accordo transattivo proposta da (OMISSIS) e (OMISSIS), eredi della (OMISSIS) nelle more deceduta.

Ha osservato la corte che l’accordo tra le parti in materia di regolamentazione delle condizioni di separazione dei coniugi rimane senza effetto se non trasfuso in un atto sottoposto al giudice per l’omologazione. Non avendo le parti nella specie portato la transazione al vaglio della corte d’appello adita, si e’ determinato il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, a seguito dell’estinzione del giudizio di appello per inattivita’ delle parti, e la preclusione della domanda di risoluzione.

  1. Avverso tale decisione, (OMISSIS) propone ricorso in Cassazione sulla base di cinque motivi.

3.1 Resiste con controricorso (OMISSIS), illustrato da memoria.

4.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli 710 e 711 c.p.c.”.

4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.

Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.

4.4. Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..

4.5. Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:

Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.

  1. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.

Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

  1. Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.

6.1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione.

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi del ricorso per quanto di ragione, ritiene assorbiti gli altri, rinvia, anche per le spese alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.

  1. In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
  1. n particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.
  1. Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

 

 

  1. In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.
  1. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  14 marzo 2014, n. 6016

Ritenuto in fatto

  1. – Con sentenza non definitiva dell’8 novembre 2007 il Tribunale di Roma dichiarò la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato in (OMISSIS) tra D.A.F. e P.R..

Quest’ultima propose appello avverso tale sentenza, lamentando che il Presidente del Tribunale, pur non essendo ella comparsa all’udienza fissata davanti a lui, non aveva fissato altra udienza per esperire realmente il tentativo di conciliazione, violando, così, sia il dettato che la ratio dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970.

  1. – La Corte d’appello di Roma, Sezione delle Persone e della Famiglia, con sentenza depositata il 28 gennaio 2009, rigettò il gravame. Osservò il giudice di secondo grado che la signora P. non era comparsa all’udienza presidenziale e che i suoi procuratori, che erano presenti, non avevano chiesto la fissazione di una nuova udienza adducendo impedimenti della cliente, ma avevano depositato una memoria con la quale si opponevano alla domanda di divorzio per motivi etici e religiosi, intendendo, quindi, che il giudizio proseguisse, onde argomentare detta opposizione. Legittimamente, pertanto, secondo la Corte capitolina, il Presidente aveva omesso di fissare altra udienza innanzi a sé e che quindi non si era verificata violazione dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970.
  2. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre la P. sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso il D.A. .

Considerato in diritto

  1. – Con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della legge n. 898 del 1970 in relazione all’art. 360 n. 3. Nullità del procedimento e della sentenza per mancanza del tentativo di conciliazione, in relazione all’art. 360 n. 4. Nullità della sentenza per omessa adeguata ricerca della possibilità ricostituzione del nucleo famigliare in violazione degli artt. 29 e 3 della Costituzione, 113 c.p.c. e 2 L. 898/1970, in relazione all’art. 360 n. 4 e 5”. Si osserva che il tentativo di conciliazione può essere legittimamente omesso solo quando vi sia la chiara manifestazione da parte del convenuto assente di volere conseguire al pari dell’altra parte la cessazione degli effetti civili del matrimonio. La pronuncia sarebbe viziata per violazione dell’obbligo dell’accertamento della impossibilità di ricostituire l’unione, eluso con la mancata fissazione di una nuova udienza per esperire il tentativo di conciliazione.

La illustrazione della censura si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto, ai sensi dell’art. 366 bis cod.proc.civ., applicabile nella specie ratione temporis: “In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del presidente del Tribunale si configura come un atto necessario per l’indagine sulla irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, ma mentre non costituisce un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nella ipotesi in cui la parte non comparsa alla udienza presidenziale si sia costituita a mezzo di difensore manifestando la volontà di voler conseguire la cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella ipotesi invece in cui la parte resistente non sia comparsa alla udienza presidenziale ma si sia ivi costituita a mezzo di difensore, manifestando totale opposizione alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tentativo di conciliazione, da atto comunque necessario, diventa indefettibile, in relazione all’obbligo del Tribunale di svolgere indagine sulla irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi. In difetto di tale tentativo, di fatto il Tribunale, che ha rimesso la causa in decisione parziale sul divorzio senza istruttoria alcuna e senza gli scritti difensivi finali ex art. 190 c.p.c., alla prima udienza davanti all’istruttore, si trova a procedere all’accertamento della irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, senza aver effettuato accertamento alcuno e, soprattutto, si trova, contraddittoriamente, ad accertare una ipotetica irreversibile frattura nei confronti di una parte che, invece, manifesta ininterrottamente la propria volontà contraria alla cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia “vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo, con violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 4 comma 7 della legge 898 del 1970, 113 c.p.c. e 29 e 3 della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.”. La Corte di merito non avrebbe adeguatamente motivato in ordine alle ragioni della mancata fissazione di una nuova udienza nella fase presidenziale, poiché la mancata comparizione della P. alla udienza presidenziale e la sua opposizione al divorzio, manifestata nel corso di detta udienza dal suo difensore, avrebbero dovuto indurre il Presidente a fissare una nuova udienza, e, solo in caso di nuova mancata comparizione della resistente, dare per certa l’impossibilità della ricostituzione della unione familiare. Il potere di esprimersi per conciliare nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio osserva la ricorrente – non appartiene al procuratore, ma esclusivamente al coniuge.

La illustrazione del motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “È viziata da omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione la sentenza che, in un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nel quale la parte resistente non comparsa personalmente in sede presidenziale ma costituita a mezzo di difensore, abbia manifestato decisa e ininterrotta opposizione allo scioglimento, ritenga accertata l’irreversibile frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, senza che vi sia stato tentativo di conciliazione, senza che vi sia stata istruttoria alcuna e senza neppure la concessione degli scritti difensivi ex art. 190 cpc, sulla base del fatto che i difensori della parte non comparsa non abbiano richiesto la fissazione di una nuova udienza per il tentativo obbligatorio di conciliazione e sulla base del non-fatto che i difensori della resistente, manifestamente contraria alla cessazione, non abbiano dichiarato che la resistente volesse riconciliare, con ciò ponendo in essere: omessa motivazione sulle effettive ricerche, pure omesse, che avrebbero portato all’accertamento della irreversibile frattura spirituale e materiale, che per la resistente, per dichiarati motivi spirituali, non era evidentemente irreversibile; insufficiente motivazione per avere preso a base della decisione le due predette circostanze negative (mancata richiesta di nuova udienza da parte dei difensori-inesistente dichiarazione dei difensori che la loro assistita volesse riconciliarsi), prive di qualsiasi rilevanza probatoria sulla irreversibilità della frattura; contraddittoria motivazione per avere ritenuto elemento a favore della cessazione un fatto inesistente (non ha detto di volersi riconciliare) di contro ad una precisa, inequivoca ed ininterrotta manifestazione di volontà contraria alla cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

  1. – Con il terzo motivo si deduce “falsa applicazione e violazione dell’art. 1, 2 e 4, settimo comma, della legge 898/1970 in relazione agli artt. 3 e 29 Costituzione, con motivazione insufficiente in relazione all’art. 360 n. 3 e n. 5”. Apoditticamente la Corte di merito avrebbe concluso per la irreversibilità della frattura materiale e spirituale tra i coniugi alla luce della condotta della P. , con conseguente superfluità del tentativo di conciliazione, laddove la scelta processuale della mancata riconvocazione del convenuto assente in sede presidenziale si rivelerebbe legittima solo ove risulti chiara e incontestabile la persistente volontà anche della parte non comparsa di conseguire la cessazione degli effetti civili del matrimonio. L’attuale ricorrente, invece, mai aveva concluso per l’accoglimento della relativa domanda, ma si era limitata a opporsi per motivi etici e religiosi al divorzio, con la conseguenza della configurabilità astratta della ricostituzione della famiglia, e, dunque, della necessità di un ulteriore tentativo di conciliazione. La cui ratio legis trae origine dalla pari dignità dei coniugi e dal valore del matrimonio come cellula economica e sociale basilare, nonché dalla uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge.

La illustrazione della doglianza si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “L’applicazione dell’art. 4 comma 7 della L. 1/12/1970, n. 898, nel testo attuale, deve avvenire in guisa che, in applicazione dell’art. 29 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza giuridica e morale dei coniugi, non soltanto dovrebbe comportare (de iure condendo) l’abolizione della norma che, se il ricorrente non compare in sede presidenziale, non consente al resistente, che pure vuole il divorzio, di coltivarlo, ma anche (in applicazione della Costituzione), come nel caso di specie, che se il ricorrente compare ed il resistente, pur costituendosi, non compare, ma si oppone al divorzio, il potere discrezionale del Presidente deve trovare il suo limite nell’obbligo di effettuare il tentativo di conciliazione fissando una nuova udienza a tale fine, in quanto, mentre la pari dignità dei coniugi pretende che siano sentiti entrambi a quel fine, la opposizione del coniuge resistente non consente di ritenere stabilita e accertata la irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi. Ove pertanto la nuova convocazione non sia disposta, la parte resistente è stata lesa nel suo diritto a dovere e potere esprimere la sua volontà in ordine alla possibilità o impossibilità della ricostituzione del consorzio familiare nella nuova udienza all’uopo fissata, venendo cosi violata, mentre doveva essere garantita, l’uguaglianza tra i coniugi e la pari dignità nei procedimenti di cessazione degli effetti civili del matrimonio alla luce degli artt. 3 e 29 Costituzione, con conseguente nullità della sentenza impugnata”.

  1. – Le censure, da esaminare congiuntamente avuto riguardo alla stretta connessione logico-giuridica che le avvince – volte come sono tutte all’affermazione del diritto del coniuge resistente ad esprimere la propria volontà in ordine alla possibile ricostituzione della unione familiare attraverso la partecipazione al tentativo di conciliazione, pur non essendo comparso all’udienza all’uopo fissata ex art. 4 della legge n. 898 del 1970, dal Presidente del Tribunale, attraverso la fissazione di una nuova udienza – sono immeritevoli di accoglimento.

4.1. – In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

In particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.

4.2. – Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.

  1. – In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 2700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

 

SEPARAZIONE E DIVORZIO E TRASFERIMENTO BENI IMMOBILI

 

  1. In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
  1. In particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.
  1. Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

 

 

 

  1. In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.
  1. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I

SENTENZA 22 luglio 2015, n.15367

Considerato in diritto

Con i primi tre motivi di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 6, co. 6, 9, co. 1 della L. n. 898 del 1970, 1599 e 155 quater c.c., 112 c.p.c., in relazione all’art. 360, co. 1, nn. 3 e 4 c.p.c..

1.1. La Corte di Appello di Roma avrebbe, invero, fondato la decisione – a parere delle ricorrenti – sull’erroneo presupposto che il riconoscimento, in sede di divorzio, di un assegno di mantenimento a favore della figlia della coppia, B.C. , costituisse la ‘condicio iuris’ della permanenza degli effetti dell’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del padre B.M. , alla madre C.A.L. . Sicché, la revoca di tale assegno, comportando il venir meno della condizione per l’assegnazione di detto bene al coniuge non titolare, costituita dalla convivenza con il medesimo di figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, avrebbe imposto, a giudizio della Corte territoriale, la revoca anche del provvedimento di assegnazione.

Per converso, ad avviso delle istanti, il diritto della madre assegnataria e della figlia, con lei convivente, di abitare nell’immobile in parola non verrebbe automaticamente meno – contrariamente a quanto infondatamente ritenuto dal giudice di seconde cure – per effetto della revoca dell’assegno di mantenimento per la figlia convivente, bensì esclusivamente a seguito di una specifica richiesta in tal senso da parte del proprietario del bene, ed in forza di una pronuncia giudiziale che rivaluti le condizioni poste a fondamento del provvedimento di assegnazione, alla luce del prioritario interesse della figlia.

1.2. La decisione impugnata avrebbe, peraltro, disposto il rilascio dell’immobile in discussione, senza che una specifica richiesta di revoca del menzionato provvedimento di assegnazione della casa coniugale fosse stata proposta – oltre che dall’originario proprietario B.M. , nel corso del procedimento ex art. 9 della L. 898 del 1970 – dal successivo acquirente del bene, nel successivo giudizio incardinato dinanzi al Tribunale di Roma. Per il che la Corte di Appello sarebbe, altresì, incorsa – a parere delle ricorrenti – nel vizio di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c., avendo disposto la revoca di detto provvedimento in totale assenza di una specifica domanda al riguardo.

1.3. Ad ogni buon conto, quand’anche la richiesta di revoca dell’assegnazione della casa coniugale dovesse intendersi – in via di mera ipotesi – implicita nella domanda di accertamento dell’insussistenza del diritto della B. e della C. ad abitarla, secondo le istanti il giudizio incardinato dal L. e la sentenza che lo ha concluso, sarebbero pur sempre affetti da nullità, per non essere stata l’azione di rilascio proposta nelle forme e con la procedura prevista dall’art. 9 della L. n. 898 del 1970, ossia con domanda di revoca dell’originario provvedimento di assegnazione del bene.

1.4. Le censure suesposte sono infondate.

1.4.1. Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

1.4.3. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

1.4.3.1. Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

Tale opponibilità conserva, beninteso, il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge, che non sia titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo, in quanto affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006). È fin troppo evidente, infatti, che il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile – perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, per essere i figli divenuti ormai autonomi economicamente – si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42 Cost. e 832 c.c. Una siffatta lettura delle succitate norme che regolano l’assegnazione della casa coniugale (v. ora l’art. 337 sexies c.c.), del resto, presterebbe certamente il fianco a facili censure di incostituzionalità.

1.4.3.2. Ciò posto, va rilevato che l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione in parola può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. n. 898 del 1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, per il sopravvenuto venir meno dei presupposti che ne avevano giustificato l’emissione.

Per converso, deve ritenersi che il terzo acquirente – non legittimato ad attivare il procedimento suindicato – non possa che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario, a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli della coppia separata o divorziata (cfr. Cass. 18440/2013, secondo cui ogni questione relativa al diritto di proprietà della casa coniugale o al diritto di abitazione sull’immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria). In mancanza, il terzo – non potendo attivare il procedimento, riservato ai coniugi, di cui all’art. 9 della legge sul divorzio – resterebbe, per il vero, del tutto privo di tutela, in violazione del disposto dell’art. 24 Cost..

1.4.4. Ebbene, nel caso di specie, la Corte di Appello, sul presupposto del venir meno dell’assegno di mantenimento a favore della figlia divenuta economicamente autosufficiente, ha ritenuto non sussistere le condizioni per conservare l’assegnazione della casa coniugale alla C. , essendo, in tal caso, le esigenze patrimoniali dell’acquirente dell’immobile divenute prevalenti rispetto alle esigenze di tutela della prole, ormai del tutto venute meno. La pronuncia impugnata si palesa, in forza delle considerazioni che precedono, del tutto condivisibile.

1.4.4.1. In assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non giova, difatti, alle ricorrente invocare il principio, più volte affermato da questa Corte e posto a fondamento della decisione della Corte Costituzionale n. 308/2008, secondo cui la revoca dell’assegnazione della casa coniugale non può essere disposta se non all’esito di una valutazione di conformità di tale pronuncia all’interesse del minore (o del maggiorenne economicamente non autosufficiente). È, invero, di tutta evidenza, che la mancanza di una prole da tutelare con l’assegnazione del bene in questione, rende improponibile un giudizio di comparazione tra le esigenze della proprietà (nella specie del terzo) e quelle di tutela dei figli della coppia separata o divorziata.

1.4.4.2. Né la giustificazione del protrarsi dell’occupazione dell’immobile da parte della C. potrebbe essere ancorata, nella specie, alla tutela del preteso coniuge economicamente più debole, atteso che – come dianzi detto – il diritto personale di godimento in questione esula dal tema dei diritti patrimoniali conseguenziali alla pronuncia di divorzio.

1.5. Per tutte le ragioni esposte, pertanto, i motivi in esame non possono che essere disattesi.

Con il quarto motivo di ricorso, C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1219, 1223, 1226, 1227, 2043, 2056, 155 quater c.c., 6, co. 6 e 9, co. 1, della L. n. 898 del 1970, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3 c.p.c..

2.1. Avrebbe, invero, errato la Corte di Appello nel ritenere che le ricorrenti fossero da considerarsi occupanti abusive dell’immobile fin dal dicembre del 2005, in conseguenza della diffida effettuata dai L. , in via stragiudiziale, con missiva del 15.11.2005. La sussistenza, all’epoca di tale diffida, di un titolo giudiziale – regolarmente trascritto – di assegnazione dell’immobile in questione alla Caiano comporterebbe, infatti, ad avviso delle ricorrenti, che l’abitazione delle medesime nella casa coniugale non potrebbe considerarsi illegittima, fino all’emissione di un successivo provvedimento di revoca dell’originaria assegnazione.

2.2. Il motivo è fondato.

2.2.1. Non può revocarsi in dubbio, infatti che, finché perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento. Ed invero, ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, fintantoché siffatta finalità non venga ritenuta insussistente con provvedimento giudiziale che revochi o dichiari inefficace detta assegnazione (Cass. 12705/2003; 18754/2004).

2.2.2. Ed è, del pari, indubitabile che tale conclusione si attagli pienamente anche al caso – ricorrente nella specie – in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente. È di chiara evidenza, infatti, che la sussistenza di un provvedimento di assegnazione di detto immobile, regolarmente trascritto, obbliga il terzo – divenutone proprietario – al rispetto della destinazione dal provvedimento stesso impressa al bene, fino a che, con una successiva pronuncia giudiziale, il suddetto vincolo non venga ad essere caducato.

2.2.3. Orbene, nel caso di specie, la Corte territoriale ha condannato la C. a corrispondere al L. un’indennità di occupazione fin dal dicembre 2005, quando ancora l’occupazione del bene de quo da parte della medesima era giustificata dalla pronuncia di divorzio, che aveva confermato l’assegnazione della casa coniugale alla madre – convivente con la figlia, all’epoca minore – disposta in sede di separazione. Il provvedimento in parola, pertanto, per le considerazioni in precedenza svolte non può essere considerato legittimo, dovendo il diritto di abitazione delle due donne ritenersi venuto meno solo per effetto della sentenza impugnata, con la quale è stato accertato il venir meno delle condizioni che avevano legittimato l’assegnazione della casa coniugale alla G. .

2.3. Il mezzo in esame va, di conseguenza, accolto.

L’accoglimento della suindicata censura comporta la cassazione della sentenza impugnata, restandone assorbito il quinto motivo di ricorso, concernente le spese del giudizio di appello. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la Corte, nell’esercizio del potere di decisione nel merito di cui all’art. 384, co. 2, c.p.c., dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data di deposito della sentenza di appello che ha accertato l’illegittimità del perdurare dell’occupazione del bene in parola. Di conseguenza, dalla stessa data dovrà essere corrisposta dalle ricorrenti la relativa indennità di occupazione.

Concorrono giusti motivi – tenuto conto della peculiarità e delicatezza della materia del contendere e della novità delle questioni trattate – per dichiarare interamente compensate fra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione;

accoglie il quarto motivo di ricorso, rigetta i primi tre e dichiara assorbito il quinto; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data dalla quale sarà dovuta la relativa indennità di occupazione; dichiara compensate tra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio. Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, da atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del co. 1 bis dello stesso art. 13.

  • I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
  • Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi).

 

 

  • Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale.

 

 

  • Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

 

 

 

 

 

 

  • Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

 

  • Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

 

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale numero 5

Divorzio e separazione consensuale : i tempi i costi, meglio scegliere la separazione consensuale :avvocato per divorzio bologna separazione consensuale bologna costo avvocato separazione consensuale avvocato separazione lettera avvocato separazione avvocato separazione durata della separazione consensuale

 

 

  • Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

 

 

 

  • Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

 

 

 

  • La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

 

 

 

  • Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

 

  • La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.
  • 1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 3 dicembre 2015, n. 24621

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3863/2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dell’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 558/2012 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 25/09/2012, R.G.N. 725/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/09/2015 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. La presente controversia trae origine da una transazione sottoscritta nel gennaio 2002 da due coniugi, (OMISSIS) e (OMISSIS), nelle more del giudizio d’appello della separazione.

Era infatti accaduto che nel 1999 lo stesso tribunale di Ancona aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi, provvedendo anche per le attribuzioni patrimoniali richieste dalle parti. Impugnata la decisione per il dissenso in ordine a queste ultime, nel corso del giudizio di appello le parti erano addivenute ad un accordo transattivo, mettendo a punto un dettagliato piano di assegnazioni di beni. Il giudizio di appello era stato quindi abbandonato.

Nel 2005, la (OMISSIS) convenne in giudizio l’ex marito per far dichiarare la risoluzione dell’accordo transattivo concluso tra le parti per inadempimento e colpa esclusiva del (OMISSIS).

Si difese il convenuto chiedendo il rigetto della pretesa avversaria ed in via riconvenzionale che fosse pronunciata la proprieta’ esclusiva su beni indicati in comparsa e il risarcimento di tutti danni conseguenti alla trascrizione della citazione pregiudizievole ed impeditiva di ogni possibile esercizio dei suoi diritti, oltre il danno esistenziale. In via riconvenzionale subordinata chiese la condanna dell’attrice alla restituzione di tutte le somme erogate dallo stesso in esecuzione della scrittura privata ed il riconoscimento della proprieta’ della meta’ dell’immobile sito in (OMISSIS).

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 1117 del 9 giugno 2006 accolse la domanda dell’attrice, dichiaro’ la risoluzione del contratto transattivo fra le parti per esclusivo inadempimento, di notevole importanza, in capo al convenuto e lo condanno’ alle spese.

  1. La decisione e’ stata riformata dalla Corte d’Appello di Ancona, con sentenza n. 558 del 25 settembre 2012. La Corte territoriale ha dichiarato inammissibile la domanda di risoluzione dell’accordo transattivo proposta da (OMISSIS) e (OMISSIS), eredi della (OMISSIS) nelle more deceduta.

Ha osservato la corte che l’accordo tra le parti in materia di regolamentazione delle condizioni di separazione dei coniugi rimane senza effetto se non trasfuso in un atto sottoposto al giudice per l’omologazione. Non avendo le parti nella specie portato la transazione al vaglio della corte d’appello adita, si e’ determinato il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, a seguito dell’estinzione del giudizio di appello per inattivita’ delle parti, e la preclusione della domanda di risoluzione.

  1. Avverso tale decisione, (OMISSIS) propone ricorso in Cassazione sulla base di cinque motivi.

3.1 Resiste con controricorso (OMISSIS), illustrato da memoria.

4.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli 710 e 711 c.p.c.”.

4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.

Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.

4.4. Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..

4.5. Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:

Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.

  1. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.

Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

  1. Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.

6.1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione.

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi del ricorso per quanto di ragione, ritiene assorbiti gli altri, rinvia, anche per le spese alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Avvocato separazioni Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato civilista Bologna , Avvocato matrimonialista Bologna , Avvocato Bologna , Avvocati Bologna , malasanità risarcimento, Testamento olografo, diritto di famiglia avvocato, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento incidente mortale, incidente mortale risarcimento, risarcimento danni incidente mortale, incidente stradale mortale risarcimento danni, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimento danni sinistro stradale mortale, risarcimento danni incidente, risarcimento danni sinistro mortale, incidente stradale risarcimento, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimenti incidenti stradali, morte incidente stradale risarcimento, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento incidente stradale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento incidente mortale tabelle, tabella risarcimento morte incidente stradale, incidenti stradali risarcimento, risarcimento per incidente stradale, risarcimenti danni incidenti stradali, indennizzo morte incidente stradale, sinistri stradali risarcimento, risarcimento sinistro stradale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni fisici incidente, indennizzo incidente stradale, sinistro stradale risarcimento

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

Articoli Correlati

» ATTENZIONE:DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA RIDURRE MANTENIMENTO SE MARITO HA FIGLIO IN SECONDO LETTO

» #separazioni#bologna#avvocato#studio#separazioni #Bologna #mobbing #famigliare

» AVVOCATO ESPERTO DIVORZIO BOLOGNA: poneva a carico di quest’ultimo un assegno pari a 200 euro mensili in favore della moglie in virtù dell’Inadeguatezza dei mezzi della C., comparati con quelli dell’ex coniuge e della breve durata (due anni) del vincolo coniugale

» BOLOGNA spese straordinarie separazione 2015 spese straordinarie separazione quali sono spese straordinarie separazione precetto spese straordinarie separazione coniugi spese straordinarie separazione titolo esecutivo spese straordinarie separazione cassazione spese straordinarie separazione competenza giudice di pace spese straordinarie separazione baby sitter

» SEPARAZIONI BOLOGNA, ASCOLTO DEL MINORE, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

» UNIONI CIVILI – IL Matrimonio del transessuale RIMANE valido in attesa di legge che tuteli unioni di fatto Cassazione Civile, sez. I, sentenza 21/04/2015 n° 8097

» 3 ABBANDONO TETTO CONIUGALE – NESSUN ADDEBITO SE CONVIVENZA INTOLLERABILE –AVVOCATO BOLOGNA

» AVOCAT EXPERT EREDITAR Cauze, diviziuni ereditare, AVOCAT EXPERT WILLS CAUZE 27 martie 2015 – Postat de: Sergio Armaroli – In categoria: testament , TESTAMENT moștenire “A BOLOGNA – Un comentariu AVOCAT EXPERT EREDITAR cauze, DIVIZIUNI ereditare, AVOCAT EXPERT WILLS CAUZE 1) Luca: a avut o dispută cu frații pentru o divizie ereditare. După mai multe negocieri am ajuns la un acord care satisface toata lumea !! 2) Caterina este o doamnă care se căsătorise rus nr a doua soție italian.

» #TRADIMENTO E ADDEBITO SEPARAZIONE ? PER ME NON SEMPRE #AVVOCATO BOLOGNA

» DELLA PROPRIETA’ Dei beni in generale

avvocato a bologna

Articoli Recenti

» separazione consensuale divorzio separazione giudiziale separazione divorzio consensuale separazione e divorzio divorzio congiunto separazione legale divorzio giudiziale separazione consensuale costi affidamento congiunto separazione consensuale con figli separazione con addebito separazione consensuale separazione di fatto come divorziare la separazione separazioni e divorzi costo separazione consensuale separazioni consensuali divorzio Bologna separazione e figli divorzio veloce separazione coniugale la separazione consensuale costo divorzio consensuale separazione matrimoniale mantenimento figli separazione giudiziale costi affidamento

» INCIDENTE STRADALE STUDENTE E CAPACITA’ LAVORATIVA DANNO

» AVVOCATO PER SEPARAZIONE BOLOGNA aver tentato di salvare il matrimonio nel corso dei lunghi anni in cui è durato fino a che ha ritenuto di non poter più sopportare aggressioni fisiche e morali e infedeltà da parte del marito

» affido condiviso figli naturali Bologna affido condiviso figli naturali genitori non conviventi Bologna affido condiviso figli naturali competenza Bologna affido condiviso figli maggiorenni Bologna affido condiviso affidamento dei figli Bologna affido condiviso di assegno Bologna affido condiviso genitori Bologna affido condiviso moglie Bologna

» affido figli al padre Bologna affido figli maggiorenni Bologna affido figli naturali nuova legge Bologna affido figli coppie non sposate Bologna affido figli genitori conviventi Bologna affido figli separazione Bologna affido figli coppie di fatto Bologna affido figli minorenni

» assegno mantenimento figli Bologna assegno mantenimento moglie Bologna assegno mantenimento coniuge Bologna rivalutazione istat assegno mantenimento Bologna assegno mantenimento figlio maggiorenne Bologna detrazione assegno mantenimento figli Bologna assegno mantenimento separazione Bologna

» Avvocato matrimonialista bologna assegno di mantenimento Con motivazione adeguata e non illogica, il giudice a quo chiarisce che, pur prescindendo/alla circostanza non provata che il marito si sia reso impossidente in vista del futuro divorzio, è certo che i suoi possedimenti, riportati nelle denunce dei redditi e nella relazione catastale prodotta dalla moglie, necessitino di capacità di reddito, anche ai soli fini del loro mantenimento; la Corte di merito presume che da alcuni di essi egli tragga rendite locatizie ( o comunque ne potrebbe trarre) che gli consentano un adeguato sostentamento.

» Mój cel? Twoje zadowolenie! ZADZWOŃ TERAZ !!! 051.6447838 Rozwód i separacja za obopólną zgodą: koszty czasu, lepiej wybrać kompromisowego separację: adwokata do rozwodu trwania umowy separacji Bolonia koszt adwokat adwokat pismo konsensusie separacja separacja separacja adwokat adwokat separacji ugodowe separacji oddzielenie consensual jakie koszty i którego godzinach: czasy zmniejszona zmniejszonych kosztach jeśli nie jest “porozumieniem małżonków pytania i akcjami na przybranych dzieci. prawnik, który słucha klientów: call prawnika sergio armaroli 051/6447838 AS13 Ja nie mówię, że separacja i rozwód są proste rzeczy, dlaczego “NIE MIEĆ !! ROZWÓD PRAWNIK BOLOGNA

» TRIBUTI – PLUSVALENZA – CESSIONE DI UN TERRENO – INDENNITA’ CORRISPOSTA CON ANNI DI RITARDO DA PARTE DELL’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA – IMPONIBILITA’ – NON SUSSISTE

» BOLOGNA AVVOCATO COPPIE DI FATTO, MORE UXORIO COPPIE DI FATTO E CASA , QUALI DIRITTI

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

PUOI CONTATTARMI ANCHE VIA MAIL: avvsergioarmaroli@gmail.com
Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna