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CREDITO DEL CONIUGE PER ASSEGNO MANTENIMENTO NON PAGATO E PRESCRIZIONE

In effetti, il trattamento indifferenziato delle ipotesi concernenti la prescrizione di diritti di natura post-matrimoniale e di azioni esercitate fra coniugi separati trova la sua giustificazione nel fatto che in entrambi i casi i diritti e le azioni esercitate non solo scaturiscono dalla crisi coniugale, ma trovano di regola il loro fondamento in pronunce giurisdizionali conclusive di controversie già intercorse fra le stesse parti. Prescindendo dall’ormai superata ed anacronistica “ratio” concernente le azioni reali, e consistente nella finalità di evitare, attraverso l’usucapione, che fosse aggirato il divieto, ormai insussistente, di donazione fra coniugi, appare comunque contrad-dittorio rinvenire la stessa “ratio” nelle diverse ipotesi delle azioni esercitabili fra coniugi non separati e non, in quanto, mentre nel primo caso appare giustificata la riluttanza ad esperire azioni giudiziarie nei confronti del coniuge convivente, così turbando l’armonia familiare, nel secondo, non solo all’armonia – laddove si prescinda da una eventuale riconciliazione, in realtà abbastanza rara – è subentrata una situazione di crisi conclamata, ma, proprio nell’ambito di essa, sono state necessariamente esperite le azioni giudiziarie correlate alla crisi coniugale. Deve anzi porsi in evidenza come negli ultimi anni l’evoluzione del quadro normativo e l’elaborazione giurisprudenziale (si pensi alla responsabilità endo-familiare) abbiano favorito l’accrescersi delle azioni giudiziarie relative alla soluzione di controversie correlate alla crisi familiare, cui ha fatto riscontro, anche sotto il profilo procedurale, un significativo processo di unificazione dei termini e delle modalità di esperimento delle azioni relative alla separazione personale e allo scioglimento del matrimonio o alla cessazione dei suoi effetti civili.

 

CREDITO DEL CONIUGE PER ASSEGNO MANTENIMENTO NON PAGATO E PRESCRIZIONE separazioni Bologna

CREDITO DEL CONIUGE PER ASSEGNO MANTENIMENTO NON PAGATO E PRESCRIZIONE

 

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Suprema Corte di Cassazione I Sezione Civile
Sentenza 4 luglio 2013 – 4 aprile 2014, n. 7981 
Presidente Carnevale – Relatore Campanile

Svolgimento del processo

1 – Con atto di precetto notificato in data 10 gennaio 2003 V.M.T. intimava al proprio coniuge B.C. , dal quale si era separata consensualmente nell’anno 1980, il pagamento della somma di Euro 48.842,55, corrispondente alla differenza fra quanto dovuto e quanto versato a titolo di mantenimento proprio (dall’aprile 1980 fino al settembre 2002) e del figlio A. , limitatamente al periodo compreso fra l’aprile del 1980 e il gennaio 1985. A tale atto faceva seguito il pignoramento, nelle forme dell’espropriazione presso terzi, con riferimento alla pensione erogata dall’INPS.

1.1 – Il B. proponeva opposizione all’esecuzione, eccependo in primo luogo di aver esattamente adempiuto alla propria obbligazione, e, in via subordinata, la prescrizione dei diritti vantati dalla moglie, per prescrizione del termine decennale. Sosteneva che, in ogni caso, la prescrizione non poteva ritenersi sospesa per quanto riguardava la quota del mantenimento relativa al figlio A. , divenuto maggiorenne nell’anno 1982. Affermava ancora l’opponente che la propria pensione, non essendo egli titolare di altri redditi, non poteva essere assoggettata ad esecuzione forzata nella quota di un terzo e chiedeva, quindi, che il pignoramento venisse ridotto alla percentuale di un quinto.

1.2 – Con sentenza depositata in data 15 gennaio 2005 il Tribunale di Torino rigettava la proposta opposizione, rilevando in primo luogo l’infondatezza dell’eccezione di prescrizione, il cui decorso era sospeso dal rapporto di coniugio ai sensi dell’art. 2941 c.c., e osservando, nel merito, che le contestazioni del B. , il quale, in quanto titolare di altri redditi, non aveva diritto alla riduzione del pignoramento, non trovavano riscontro nelle risultanze processuali.

1.3 – Avverso tale decisione interponeva appello il B. , il quale riproponeva le questioni già sollevate in primo grado, ribadendo, in particolare, l’eccezione di prescrizione.
Si costituiva la V. , contestando la fondatezza del gravame e proponendo appello incidentale in merito alla liquidazione delle spese processuali.

1.4 – Con sentenza non definitiva depositata in data 23 marzo 2007 la Corte di appello di Torino accoglieva l’eccezione di prescrizione sollevata dal B. in relazione all’intero credito vantato dalla moglie, in primo luogo richiamando talune pronunce di questa Corte (nn. 12333/1998 e 6975/2005) nelle quali si era affermato – tanto in relazione al divorzio, quanto alla separazione personale dei coniugi – che la prescrizione del diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento non decorre dalla data della sentenza di separazione o di divorzio, bensì dalle singole scadenze di pagamento. Tali arresti, ad avviso della Corte territoriale, pur non esaminando specificamente il problema della sospensione della prescrizione fra coniugi separati, avevano posto le premesse logiche per il superamento dell’indirizzo tradizionale secondo cui la separazione personale, creando soltanto un’attenuazione del vincolo, non osta alla sospensione della prescrizione. Sotto tale profilo si osservava che la ratio della disposizione contenuta nell’art. 2941 c.c., intesa ad evitare che la riluttanza a convenire in giudizio il coniuge debitore si risolva in un vantaggio per il medesimo, non ricorre nell’ipotesi del coniuge separato, in quanto in tal caso l’unità familiare è già entrata in crisi e sì è già verificato un intervento giudiziale nel momento della pronuncia della separazione.

Si rilevava, ancora, che i rapporti patrimoniali fra coniugi separati non si atteggiano in maniera diversa rispetto ai coniugi già divorziati, per i quali la prescrizione non viene sospesa: conseguentemente anche nel primo caso deve ritenersi inoperante la disposizione contenuta nell’art. 2941, n. 1, c.c..

Veniva, pertanto, dichiarata la prescrizione quinquennale, ai sensi dell’art. 2948, n. 4, c.c., del credito azionato dalla V. con riferimento al periodo anteriore al 10 gennaio 1998.

Dichiarato inammissibile il motivo di appello inerente alla riduzione del pignoramento, si disponeva, con separata ordinanza, in merito alla prosecuzione del giudizio, allo scopo di verificare la fondatezza o meno dell’eccezione di adempimento sollevata dal B. .

1.5 – Con sentenza definitiva depositata in data 15 luglio 2008 la Corte territoriale determinava, sulla base dei conteggi eseguiti dal consulente tecnico d’ufficio, l’ammontare del credito relativo al periodo non interessato dalla prescrizione, e, ritenuto assorbito l’appello incidentale, regolava le spese dell’intero giudizio sulla base dell’esito complessivo della lite, ponendole, previa compensazione nella restante parte. a carico dell’appellante principale nella misura del cinquanta per cento.

1.6 – Per la cassazione di entrambe le decisioni la V. ha proposto ricorso, deducendo due motivi. La parte intimata non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. – Con il primo motivo, denunciandosi, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., violazione degli artt. 99, 112, 342 e 345 c.p.c., la ricorrente si duole dell’omessa declaratoria di inammissibilità dell’eccezione di prescrizione del credito relativo al contributo per il mantenimento della stessa V. , in quanto sollevata per la prima volta in grado di appello.

2.1 – Viene in proposito formulato il seguente que-sito di diritto:
“Dica l’Ecc.ma Corte se la Corte di appello, dichiarando l’intervenuta prescrizione dell’intero credito in accoglimento dell’eccezione di prescrizione e della corrispondente domanda proposta dall’appellante, in una situazione nella quale:
a) nel primo grado del giudizio la prescrizione era stata opposta limitatamente alle somme dovute per il mantenimento del figlio e non anche per il mantenimento della coniuge, e la pronuncia di rigetto dell’opposizione era stata emessa con specifico riferimento all’eccezione e alla domanda così come proposta;
b) con l’atto di appello era stata formulata dall’appellante domanda di accertamento e dichiarazione di “avvenuta estinzione per prescrizione” della totalità del credito vantato dalla coniuge “in proprio e per conto ” del figlio, eccependosi la prescrizione per la totalità del credito;
c) l’appellata aveva eccepito l’inammissibilità per novità dell’eccezione e della domanda relative alla quota del credito imputata alla coniuge, sia incorsa nella violazione dell’art. 345, 1 e 2 comma c.p.c. in relazione all’art. 2938 c.c., 99, 112 e 342 c.p.c., in applicazione dei quali avrebbe invece dovuto dichiarare l’inammissibilità per novità dell’eccezione per il mantenimento della coniuge e della relativa domanda.

2.2 – La censura è infondata, in quanto le premesse in base alle quali la doglianza, ed il relativo quesito di diritto, sono articolate, non corrispondono alla reale situazione processuale come correttamente interpretata dalla corte distrettuale. Risulta invero dall’esame degli atti processuali, consentito dalla natura processuale del vizio dedotto, che l’eccezione di prescrizione sollevata dall’opponente a precetto nel primo grado del giudizio riguardava l’intero credito vantato dall’odierna ricorrente.

Invero, evidentemente prefigurandosi il B. il rilievo inerente alla sospensione di cui all’art. 2941 c.c., aveva precisato che detta sospensione -per altro rilevabile anche d’ufficio – “in ogni caso” non era destinata ad operare per la quota di mantenimento del figlio: detta puntualizzazione acquista significato soltanto ove si acceda alla tesi, recepita dalla Corte di appello nel delimitare l’ambito di operatività dell’eccezione sollevata dall’opponente sin nel primo grado di giudizio, secondo cui la dedotta fattispecie estintiva riguardava l’intero credito vantato dalla V. . Nessuna violazione dell’art. 345 c.p.c. è pertanto ravvisabile nella mera riproposizione, in grado di appello, di un’eccezione ritualmente sollevata – con la medesima estensione qualitativa e quantitativa – già nel corso del primo grado del giudizio.

3 – Con il secondo motivo si sostiene che l’accoglimento dell’eccezione di prescrizione del credito vantato dalla V. , in quanto moglie separata del debitore, sarebbe avvenuta in violazione dell’art. 2941, n. 1 c.c..

3.1 – Viene indicato il seguente quesito di diritto:
“Dica l’Ecc.ma Corte, vista la fattispecie, nella quale il coniuge separato ha spiegato opposizione all’azione esecutiva avviata dalla consorte per il pagamento di crediti per il contributo al mantenimento posto a suo carico con verbale di separazione consensuale, proponendo eccezione di prescrizione, e la creditrice ha controeccepito la sospensione della prescrizione ex art. 2941 n. 1 c.c., e nella quale la Corte di appello d Torino ha dichiarato prescritto il credito ritenendo inapplicabile l’art. 2941 n. 1 c.c., se costituisca violazione dell’art. 113 c.p.c. in relazione all’art. 2941, n. 1 c.c. l’assunto della Corte di appello secondo cui l’operatività della sospensione per i crediti per mantenimento sarebbe da escludere in caso di separazione, sostenuto dalle seguenti ragioni:
a) essere l’art. 2941 n. 1 c.c. preordinato alla tutela dell’unità familiare allo scopo di impedire l’acquisto per usucapione per conseguire il risultato vietato dall’art. 781 c.c. ormai non più in vigore;
b) essere i rapporti obbligatori derivanti dalla separazione equiparabili a quelli derivanti dal divorzio, e perciò non assistibili dall’art. 2941 n. 1 c.c., siccome originati dalla crisi familiare e dall’intervento giudiziale, contrastante, quest’ultimo, con le normali dinamiche famigliari;
c) essere contraddittorio ricondurre le obbligazioni derivanti dalla separazione, in quanto fonte di reciproche obbligazioni, a una disciplina (la sospensione della prescrizione) concepita invece a tutela dell’unita familiare, mentre, ad avviso della ricorrente, l’applicabilità dell’art. 2941 n. 1 avrebbe dovuto essere riconosciuta in applicazione del dettato normativo che prevede la sospensione della prescrizione tra coniugi senza fare eccezione per il caso di separazione”.

3.2 – La censura è infondata, ragion per cui deve rispondersi negativamente al proposto quesito di diritto.

3.3 – L’orientamento invocato dalla ricorrente risale alla nota pronuncia della Corte costituzionale n. 35 del 1976 e alla decisione di questa Corte del 23 agosto 1985, n. 4502, sostanzialmente fondate sul tenore letterale della norma di cui all’art. 2941 n. 1 c.c. e sul rilievo che il regime di separazione dei coniugi comporta una mera attenuazione e non l’elisione del vincolo scaturente dal matrimonio. In particolare, è stato posto in evidenza, da un lato, il dato formale, da interpretarsi in maniera rigorosa, dall’altro, il “favor matrimoni”, con il quale la sospensione della prescrizione ben si armonizzerebbe, consentendo ai coniugi “di attendere il raffreddamento delle tensioni, senza esasperarle co la proposizione di domande giudiziarie sotto la spada di Damocle della prescrizione”.

Per il vero, nella stessa decisione, pur relegandole in una prospettiva “de iure condendo”, si rilevava che le osservazioni della parte ricorrente, la quale sosteneva che la “ratio” della sospensione in parola fosse compatibile unicamente con la pienezza del vincolo coniugale, in qualche misura corrispondessero alle emergenze della realtà sociale, in base alle quali poteva affermarsi che la separazione fosse diventata “l’anticamera del divorzio più che un momento di riflessione e ripensamento prima di riprendere la vita di coppia”.

3.4 – A giudizio della Corte l’evoluzione del quadro normativo e della stessa coscienza sociale consentono di confermare la tesi sostenuta dalla Corte territoriale.

3.5 – Deve in primo luogo osservarsi che l’esistenza di una chiara formulazione grammaticale della norma non è sufficiente per limitare l’interpretazione all’elemento letterale, occorrendo altresì che il senso reso palese dal significato proprio delle parole, secondo la loro connessione, non si ponga in contrasto con argomentazioni logiche sull’intenzione del legislatore (Cass., 5 aprile 1979, n. 1549).

Deve anzi aggiungersi che, essendo da tempo divenuto del tutto desueto il noto canone “in claris non fit interpretatio”, l’art. 12 delle disp. prel. al cod. civ., laddove stabilisce che nell’applicare la legge non si può attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e dall’intenzione del legislatore, non privilegia il criterio interpretativo letterale, poiché evidenzia, attraverso il riferimento “all’intenzione del legislatore” un essenziale riferimento alla coerenza della norma e del sistema.

Il dualismo, irrisolto dall’art. 12 delle citate disp. prel., tra lettera “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” e spirito, o “ratio” “intenzione del legislatore” è stato invero sciolto dalla dottrina e dalla giurisprudenza dominanti attraverso la “svalutazione” del primo criterio, rilevandosi l’inadeguatezza della stessa idea di interpretazione puramente letterale. Sotto altro profilo, mette conto di richiamare come l’interpretazione della legge debba e possa avere anche una funzione evolutiva ed adeguatrice, nel cui ambito ben può realizzarsi un risultato di tipo restrittivo, nel senso di ritenere, con riferimento al caso in esame, che la norma contenuta nell’art. 2941, n. 1, c.c., si riferisca alla vincolo coniugale pienamente inteso, con esclusione del regime della separazione personale.

3.6 – Di tale esigenza adeguatrice questa Corte si è già resa interprete in due decisioni, opportunamente richiamate dalla Corte territoriale, nelle quali, pur non affrontandosi espressamente il tema della sospensione del termine prescrizionale, esplicitamente si afferma che “In tema di separazione dei coniugi e di cessazione degli effetti civili del matrimonio, il diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento, in quanto avente ad oggetto più prestazioni autonome, distinte e perio-diche, si prescrive non a decorrere da un unico termine rappresentato dalla data della pronuncia della sentenza di separazione o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, bensì dalle singole scadenze di pagamento, in relazione alle quali sorge, di volta in volta, l’interesse del creditore a ciascun adempimento” (Cass., 4 aprile 2005, n. 6975; Cass., 5 dicembre 1998, n. 12333).

3.7 – In effetti, il trattamento indifferenziato delle ipotesi concernenti la prescrizione di diritti di natura post-matrimoniale e di azioni esercitate fra coniugi separati trova la sua giustificazione nel fatto che in entrambi i casi i diritti e le azioni esercitate non solo scaturiscono dalla crisi coniugale, ma trovano di regola il loro fondamento in pronunce giurisdizionali conclusive di controversie già intercorse fra le stesse parti. Prescindendo dall’ormai superata ed anacronistica “ratio” concernente le azioni reali, e consistente nella finalità di evitare, attraverso l’usucapione, che fosse aggirato il divieto, ormai insussistente, di donazione fra coniugi, appare comunque contrad-dittorio rinvenire la stessa “ratio” nelle diverse ipotesi delle azioni esercitabili fra coniugi non separati e non, in quanto, mentre nel primo caso appare giustificata la riluttanza ad esperire azioni giudiziarie nei confronti del coniuge convivente, così turbando l’armonia familiare, nel secondo, non solo all’armonia – laddove si prescinda da una eventuale riconciliazione, in realtà abbastanza rara – è subentrata una situazione di crisi conclamata, ma, proprio nell’ambito di essa, sono state necessariamente esperite le azioni giudiziarie correlate alla crisi coniugale. Deve anzi porsi in evidenza come negli ultimi anni l’evoluzione del quadro normativo e l’elaborazione giurisprudenziale (si pensi alla responsabilità endo-familiare) abbiano favorito l’accrescersi delle azioni giudiziarie relative alla soluzione di controversie correlate alla crisi familiare, cui ha fatto riscontro, anche sotto il profilo procedurale, un significativo processo di unificazione dei termini e delle modalità di esperimento delle azioni relative alla separazione personale e allo scioglimento del matrimonio o alla cessazione dei suoi effetti civili.

3.8 – Laddove, poi, veniva richiamata la mera attenuazione, nel regime di separazione, del vincolo matrimoniale, non sembra che si sia considerato come, al tenue filo della speranza di una riconciliazione, siano da contrapporre effetti di natura giuridica che in realtà depongono nel senza di una sostanziale esautorazione dei principali effetti del vincolo stesso.
Non rileva, invero, soltanto il venir meno della convivenza, circostanza già di per sé non ostativa all’instaurazione fra coniugi separati di azioni giudiziarie, che di certo, come già rilevato, non possono determinare una crisi familiare già conclamata, quanto la sopravvenienza alla separazione di rilevanti conseguenze di natura giuridica, tali da consentire una sostanziale assimilazione alla situazione che caratterizza gli ex coniugi, come il venir meno della presunzione di paternità ove la nascita di un figlio intervenga dopo il decorso di trecento giorni, ovvero la sospensione degli obblighi della fedeltà (Cass., 17 luglio 1997, n. 6566) e di collaborazione.
In generale, deve rilevarsi che l’interpretazione che qui viene accolta della norma contenuta nell’art. 2941, n. 1, sia da inquadrarsi nel generale e progressivo fenomeno di valorizzazione delle posizioni individuali dei membri della famiglia rispetto al principio della conservazione dell’unità familiare che per lungo periodo si è imposta come elemento fondante dell’interpretazione delle norme e dell’individuazione dei principi posti a fondamento del diritto di famiglia.

4 – Al rigetto del ricorso non consegue alcuna statuizione in merito al regolamento delle spese processuali, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA

CREDITO DEL CONIUGE PER ASSEGNO MANTENIMENTO NON PAGATO E PRESCRIZIONE

 

SEPARAZIONE ADDEBITO : l’addebito è necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale

 

Per l’addebito è necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui ambito sia stata generata prole, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale

 

addebito separazione risarcimento danni

addebito separazione conseguenze

addebito della separazione

separazione addebito tradimento prove

risarcimento danni violazione doveri coniugali

risarcimento danni dopo separazione consensuale

addebito separazione abbandono tetto coniugale

art 143 cc

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art 143 cc

 

La celebrazione del matrimonio segna l’inizio dei diritti e dei doveri tra i coniugi, alla cui trasgressione, con il diniego di ogni forma di comunione materiale/ spirituale, può domandarsi al giudice la separazione. La formazione della società coniugale, se difettiva – da subito dopo la celebrazione del vincolo – della convivenza, della comune organizzazione domestica, dei normali rapporti affettivi, comporterebbe grave offesa per la dignità del coniuge, che confidava nel buon esito del matrimonio. I doveri scaturenti dal significativo legame rivestono natura giuridica e morale, sicché gli istituti del diritto di famiglia, che venissero disattesi, aggredendo i diritti fondamentali della persona, ricevono tutela sia con le misure tipiche del diritto di famiglia sia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti. La frattura precorrente la separazione dei coniugi può dipendere dal distacco e disaffezione di una sola delle parti o di entrambe

Ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ammissioni di una parte non possono avere valore di confessione, a norma dell’art. 2730 c.c., vertendosi in tema di diritti indisponibili, ma possono essere utilizzate come presunzioni ed indizi liberamente valutabili in unione con altri elementi probatori sempre che, ovviamente, esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi e, in quanto tali, suscettibili di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali ex art. 143 c.c..

Cassazione civile sez. I  04 aprile 2014 n. 7998  

In materia di separazione personale, ai fini dell’addebitabilità della stessa il giudice del merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente inadempiente rispetto ai doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico di entrambi i coniugi, da parte di uno o di entrambi. In sostanza il giudice deve verificare se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza o se piuttosto la violazione dei doveri anzidetti sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale o per effetto di essa. Detta indagine deve compiersi comparando i comportamenti di entrambi i coniugi, non potendo, la condotta dell’uno, essere giudicata prescindendo da quella dell’altro.

Corte appello Roma  29 gennaio 2014 n. 601  

In tema di separazione tra coniugi, nonostante la pronuncia di addebito non si possa fondare sulla sola violazione dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico dei coniugi, essendo invece necessario accertare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, il venir meno all’obbligo di fedeltà coniugale, particolarmente attraverso una relazione extraconiugale nel cui ambito sia stata generata prole, rappresenta una violazione particolarmente grave di tale obbligo, che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, causa della separazione personale dei coniugi e, quindi, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (nella specie, la compromissione del rapporto coniugale era dipesa unicamente dalla relazione adulterina del marito con un’altra donna, da cui era anche nata una figlia. Tale circostanza, infatti, aveva determinato il deterioramento del matrimonio, sfociato, dopo numerosi litigi, nell’allontanamento del marito dalla casa coniugale).

Cassazione civile sez. I  17 gennaio 2014 n. 929  

. La corte dei merito ha, per contro, ritenuto provata la violazione da parte della C. del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto al cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della C., il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mai smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il B., producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale.
Escluso, pertanto, che nel ragionamento probatorio del giudice a quo possa ravvisarsi violazione degli

artt. 143 e 151 c.c. o di principi giurisprudenziali enunciati da questa Corte di legittimità, può soltanto aggiungersi che la ricorrente, avendo totalmente travisato le ragioni della decisione, non muove loro alcuna effettiva critica sotto il profilo di cui all’ari. 360 n. 5 c.p.c., ma si limita a contestare le considerazioni introduttive della parte motiva della sentenza, del tutto ininfluenti ai fini della verifica della congruità e della logicità dell’accertamento che la stessa contiene. Nella sua seconda parte, invece, la censura non risulta in alcun modo rispettosa del disposto dell’art. 360 n. 5 c.p.c. come novellato dall’art. 54 I comma lett. b) della L. n. 1341012, cui il ricorso è soggetto ratione temporis, che ha ricondotto il vizio di motivazione all’omesso esame di un fatto storico decisivo, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti.

Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla C. in sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti: non ricorre, pertanto, rispetto a tali elementi istruttori, l’ipotesi delineata dalla norma citata, e ciò a prescindere dal rilievo che la ricorrente si limita a richiederne una diversa valutazione nel merito.

La C. ha infine omesso di specificare se, ed in quale esatta fase del giudizio di merito, abbia documentato di essere affetta da una patologia cagionata dalle vessazioni cui la sottoponeva il marito, né si è curata di chiarire la decisività della circostanza ai fini della diversa soluzione della controversia auspicata.
5) Il secondo motivo di ricorso, con il quale la C. lamenta che sia stato revocato l’obbligo del marito di corrisponderle un assegno di mantenimento, appare manifestamente infondato, atteso che, ai sensi dell’ari. 156 c.c., l’assegno non compete al coniuge cui è stata addebitata la separazione. Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’ari. 380 bis c.p.c.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 20 ottobre – 16 dicembre 2015, n. 25337 Presidente Dogliotti – Relatore Cristiano

Fatto e diritto

E’ stata depositata la seguente relazione:
1) La Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 19.4.013, ha accolto l’appello proposto da R.B. contro il capo della sentenza di primo grado che, pronunciata la sua separazione giudiziale dalla moglie P.C., aveva respinto la domanda di addebito da lui avanzata ed aveva posto a suo carico l’obbligo di corrispondere alla signora un assegno mensile di mantenimento. La corte territoriale ha accertato che l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza fra i coniugi era stata determinata dai comportamento della moglie, che aveva confessato al B. di intrattenere una relazione con un altro uomo; ha in proposito rilevato che il fatto confessato – che solo nel corso del giudizio la C. aveva smentito, assumendo di averlo inventato per ferire il marito nell’amor proprio – doveva invece ritenersi accaduto e che, comunque, l’eventuale messa in scena della donna non era stata sfruttata come mero espediente provocatorio e, quindi, ad un certo punto disvelata per fungere da stimolo ad una ripartenza della vita di coppia, ma aveva condotto all’epilogo del rapporto, volta che la separazione era stata richiesta dall’appellante proprio a causa del tradimento sfacciatamente ammesso dalla moglie; il giudice a quo ha per contro escluso che le circostanze addotte dalla C., che aveva a sua volta proposto appello incidentale per sentir addebitare la separazione al marito, avessero costituito causa della crisi coniugale, rilevando che si trattava di circostanze in parte tardivamente allegate, in parte sfornite di prova ed in parte risalenti a molti anni prima della separazione; ha in conseguenza revocato l’obbligo del B. di contribuire al mantenimento della moglie.
2) La sentenza è stata impugnata da P.C. con ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui R.B. ha resistito con controricorso.
3) Con il primo motivo del ricorso la C. denuncia violazione degli artt. 143 e 151 c.c. “in relazione” all’art. 360 n. 5 c.p.c. per omessa, insufficiente o comunque contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.
La ricorrente contesta che un ipotetico, comunque mai accertato e solo affermato tradimento,possa essere ritenuto causa della frattura matrimoniale; sostiene inoltre che, secondo quanto risulta dagli atti di causa, gli eventi si sono susseguiti secondo un ordine completamente diverso dalla ricostruzione apodittica operata dalla corte d’appello e, a tal proposito, lamenta: che il giudice del merito abbia ritenuto trascurabili i tradimenti del marito; abbia escluso che vi fosse prova che l’herpes genitaiis da cui questi era affetto fosse stato determinato da contagio sessuale; non abbia tenuto conto delle continue violenze, anche di natura sessuale, che ella subiva, ritenendole indimostrate nonostante la querela da lei sporta a carico del B.; abbia, infine, ignorato che, proprio a causa di tali violenze, ella era stata colpita da una grave patologia.
4) Il motivo appare inammissibile.
Al di là della sua confusa qualificazione, non essendo dato comprendere come la violazione di norme di diritto possa derivare da un vizio di motivazione, la censura muove, nella sua prima parte, da un’errata lettura della sentenza impugnata, che non ha certo affermato che la mera supposizione di un tradimento di cui non vi sia prova possa essere ritenuta causa della separazione. La corte dei merito ha, per contro, ritenuto provata la violazione da parte della C. del dovere di fedeltà coniugale, rilevando come la sua confessione, avvenuta dopo che il marito l’aveva sorpresa in bagno a conversare di nascosto al cellulare e le aveva chiesto spiegazioni, costituisse conferma inequivocabile dell’esistenza della relazione extraconiugale da lei intrattenuta, ulteriormente dimostrata dal comportamento successivo della signora, che solo in sede di giudizio di separazione aveva sostenuto di aver confessato il falso. A maggior conforto della decisione, la corte del merito si è poi fatta carico di chiarire perché, pur nel caso in cui si fosse voluto dar spazio alla tesi difensiva della C., il fatto che prima dell’instaurazione del giudizio ella non avesse mai smentito la confessione, ed anzi avesse perseverato nel far credere al marito di averlo tradito, aveva comunque umiliato e gettato nello sconforto il B., producendo lo stesso effetto pratico che si sarebbe prodotto se il tradimento fosse stato reale, ed aveva irrimediabilmente minato il rapporto coniugale.
Escluso, pertanto, che nel ragionamento probatorio del giudice a quo possa ravvisarsi violazione degli

avvocato matrimonialista Bologna Nel caso di specie la corte territoriale ha compiutamente esaminato la maggior parte delle circostanze di fatto cui fa cenno il motivo, rilevando: che le frequentazioni del B. con altre, ignote, signore era stata allegata tardivamente dalla C. in sede d’appello; che l’infezione virale da cui l’uomo era affetto si era manifestata nel 2001 e non aveva impedito la prosecuzione della convivenza; che la signora aveva ritirato la querela sporta a carico del marito per percosse e minacce, rispetto alle quali difettava ogni altro elemento di prova; che altrettanto carente era la prova che le proposte sessuali “indecenti” asseritamente provenienti dal B. si fossero tradotte in atti oltraggiosi, prevaricatori o degradanti: non ricorre, pertanto, rispetto a tali elementi istruttori, l’ipotesi delineata dalla norma citata, e ciò a prescindere dal rilievo che la ricorrente si limita a richiederne una diversa valutazione nel merito.

La C. ha infine omesso di specificare se, ed in quale esatta fase del giudizio di merito, abbia documentato di essere affetta da una patologia cagionata dalle vessazioni cui la sottoponeva il marito, né si è curata di chiarire la decisività della circostanza ai fini della diversa soluzione della controversia auspicata.
5) Il secondo motivo di ricorso, con il quale la C. lamenta che sia stato revocato l’obbligo del marito di corrisponderle un assegno di mantenimento, appare manifestamente infondato, atteso che, ai sensi dell’ari. 156 c.c., l’assegno non compete al coniuge cui è stata addebitata la separazione. Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto del ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi dell’ari. 380 bis c.p.c.

Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne condivide le conclusioni, non contrastate dalla ricorrente, che non ha depositato memoria. Il ricorso deve pertanto essere respinto.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in € 3.200, di cui € 100 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in esso menzionati.

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