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ASSEGNO DI MANTENIMENTO SEPARAZIONE BOLOGNA AVVOCATO

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ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA , QUANDO ,COME PERCHE’ ….. SITUZIONI DI aafotocaricare4FATTO NON SONO CENSURABILI IN CASSAZIONE

. 
Per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno per il coniuge deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi (Cass. n. 2156 del 2010). 
In sostanza i ricorrenti, nelle loro difese, propongono profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. 
Quanto ai ricorsi del L., il giudice a quo precisa che la moglie ha dedicato molti anni alla cura dei cinque figli e ha collaborato con il marito alla gestione dell’opificio di cui questi è titolare; cessata la convivenza, ha ripreso l’attività di insegnante elementare, con un reddito annuo di euro 19.000,00 lordi e, a causa dei pochi anni di attività, non potrà godere di pensione adeguata.

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  1. Il quarto motivo di ricorso appare invece fondato in quanto la Corte di appello ha fissato la decorrenza della nuova misura dell’assegno dal gennaio 2011 e cioe’ precedentemente alla stessa proposizione della domanda. In difformita’ rispetto a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimita’ secondo cui, in materia di revisione dell’assegno, il diritto a percepirlo di un coniuge ed il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di separazione o dal verbale di omologazione, conservano la loro efficacia, sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni, in base ai principi generali relativi all’autorita’, intangibilita’ e stabilita’, per quanto temporalmente limitata (“rebus sic stantibus”), del precedente giudicato impositivo del contributo di mantenimento, la decisione giurisdizionale di revisione non puo’ avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di modificazione (cfr. Cass. civ., sezione 1, n. 28 del 7 gennaio 2008 e n. 11913 del 22 maggio 2009).

 

 

  • Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verra’ condivisa dal Collegio per il rigetto dei primi tre motivi del ricorso e per l’accoglimento del quarto motivo.
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Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 30 luglio 2015, n. 16173

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI PALMA Salvatore – Presidente

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio legale (OMISSIS), rappresentata e difesa, per procura in calce al ricorso, dall’avv. (OMISSIS) che dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo al fax n. (OMISSIS) e all’indirizzo p.e.c. (OMISSIS);

– ricorrente –

nei confronti di:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avv. (OMISSIS) che lo rappresenta e difende per 2015 procura speciale in calce al controricorso e dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo al fax n. (OMISSIS) e all’indirizzo p.e.c. (OMISSIS);

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1433/12 della Corte di appello di Napoli, emesso il 5 ottobre 2012 e depositato il 18 ottobre 2012, n. R.G.V.G. 774/12.

FATTO E DIRITTO

Rilevato che in data 8 febbraio 2015 e’ stata depositata relazione ex articolo 380 bis c.p.c. che qui si riporta:

Rilevato che:

  1. (OMISSIS) ha proposto al Tribunale di Napoli istanza di modifica delle condizioni della separazione consensuale con (OMISSIS).
  2. L’istanza e’ stata respinta dal Tribunale di Napoli che ha ritenuto l’insussistenza di circostanze sopravvenute e non valutabili ai fini della richiesta revoca o riduzione dell’assegno di mantenimento.
  3. La Corte di appello di Napoli ha accolto parzialmente il reclamo dello (OMISSIS) riducendo a 850 euro l’ammontare dell’assegno mensile di mantenimento in considerazione dell’intervenuto licenziamento e della impossibilita’, in considerazione delle condizioni di salute dello (OMISSIS), del suo trasferimento a (OMISSIS) che avrebbe consentito la prosecuzione del rapporto di lavoro.
  4. Ricorre per cassazione (OMISSIS) affidandosi a quattro motivi di impugnazione.
  5. Si difende con controricorso (OMISSIS).

Ritenuto che:

  1. Con il primo motivo di ricorso si deduce la nullita’ del decreto della Corte di appello perche’ privo di motivazione sul rigetto dell’eccezione di inammissibilita’ del reclamo proposto dallo (OMISSIS) in quanto privo dei motivi specifici previsti dall’articolo 434 c.p.c..
  2. Con il secondo motivo di ricorso si deduce l’omesso esame delle condizioni patrimoniali e del tenore di vita delle parti ai fini della determinazione dell’assegno.
  3. Con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 156 c.c., comma 7 per avere la Corte di appello ritenuto come circostanze sopravvenute valutabili ai sensi dell’articolo 710 c.p.c. fatti intervenuti prima della precedente pronuncia su un pregresso ricorso dello (OMISSIS) finalizzato alla modifica delle condizioni della separazione.
  4. Con il quarto motivo di ricorso si deduce la erronea determinazione della decorrenza della riduzione dell’assegno dal gennaio 2011 e cioe’ precedentemente alla data del 19 maggio 2011 di proposizione della domanda ex articolo 710 c.p.c..
  5. I primi due motivi di ricorso sono infondati in quanto la valutazione circa la specificita’ del reclamo e la ponderazione dei diversi fattori concorrenti alla determinazione dell’assegno di mantenimento emerge dalla complessiva motivazione del decreto della Corte di appello, anche con riferimento alle precedenti acquisizioni istruttorie in questo e nei precedenti giudizi.
  6. Il terzo motivo di ricorso e’ infondato perche’ la motivazione della Corte di appello si articola su due rationes decidendi la seconda delle quali, relativa alla produzione degli effetti del licenziamento in epoca successiva alla pronuncia emessa nel precedente giudizio ex articolo 710 c.p.c., non risulta impugnata e comunque non risulta contestata specificamente dalla ricorrente.
  7. Il quarto motivo di ricorso appare invece fondato in quanto la Corte di appello ha fissato la decorrenza della nuova misura dell’assegno dal gennaio 2011 e cioe’ precedentemente alla stessa proposizione della domanda. In difformita’ rispetto a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimita’ secondo cui, in materia di revisione dell’assegno, il diritto a percepirlo di un coniuge ed il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di separazione o dal verbale di omologazione, conservano la loro efficacia, sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni, in base ai principi generali relativi all’autorita’, intangibilita’ e stabilita’, per quanto temporalmente limitata (“rebus sic stantibus”), del precedente giudicato impositivo del contributo di mantenimento, la decisione giurisdizionale di revisione non puo’ avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di modificazione (cfr. Cass. civ., sezione 1, n. 28 del 7 gennaio 2008 e n. 11913 del 22 maggio 2009).
  8. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verra’ condivisa dal Collegio per il rigetto dei primi tre motivi del ricorso e per l’accoglimento del quarto motivo.

La Corte condivide tale relazione e pertanto ritiene che solo il quarto motivo debba essere accolto con conseguente cassazione del decreto impugnato e decisione nel merito di fissazione della decorrenza della modifica dell’assegno dalla data della domanda (19 maggio 2011). Va confermata la pronuncia di compensazione integrale delle spese del giudizio di merito mentre le spese del giudizio di cassazione in considerazione dell’esito dello stesso, vanno compensate per meta’ e poste per la residua quota a carico del controricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta i primi tre motivi di ricorso accoglie il quarto motivo e, decidendo nel merito, fissa la decorrenza della nuova misura dell’assegno determinata dalla Corte di appello di Napoli dalla data del 19 maggio 2011. Spese del giudizio di merito interamente compensate. Spese del giudizio di cassazione a carico del controricorrente nella misura della meta’ dell’intero, liquidato in 2.300 euro, di cui 200 per spese. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

 

 

 

  1. . Non può revocarsi in dubbio, infatti che, finché perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento.

 

 

  1. Ed invero, ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, fintantoché siffatta finalità non venga ritenuta insussistente con provvedimento giudiziale che revochi o dichiari inefficace detta assegnazione (Cass. 12705/2003; 18754/2004).

 

 

  • Ed è, del pari, indubitabile che tale conclusione si attagli pienamente anche al caso – ricorrente nella specie – in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente. È di chiara evidenza, infatti, che la sussistenza di un provvedimento di assegnazione di detto immobile, regolarmente trascritto, obbliga il terzo – divenutone proprietario – al rispetto della destinazione dal provvedimento stesso impressa al bene, fino a che, con una successiva pronuncia giudiziale, il suddetto vincolo non venga ad essere caducato SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I

SENTENZA 22 luglio 2015, n.15367

 

Considerato in diritto

Con i primi tre motivi di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 6, co. 6, 9, co. 1 della L. n. 898 del 1970, 1599 e 155 quater c.c., 112 c.p.c., in relazione all’art. 360, co. 1, nn. 3 e 4 c.p.c..

1.1. La Corte di Appello di Roma avrebbe, invero, fondato la decisione – a parere delle ricorrenti – sull’erroneo presupposto che il riconoscimento, in sede di divorzio, di un assegno di mantenimento a favore della figlia della coppia, B.C. , costituisse la ‘condicio iuris’ della permanenza degli effetti dell’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del padre B.M. , alla madre C.A.L. . Sicché, la revoca di tale assegno, comportando il venir meno della condizione per l’assegnazione di detto bene al coniuge non titolare, costituita dalla convivenza con il medesimo di figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, avrebbe imposto, a giudizio della Corte territoriale, la revoca anche del provvedimento di assegnazione.

Per converso, ad avviso delle istanti, il diritto della madre assegnataria e della figlia, con lei convivente, di abitare nell’immobile in parola non verrebbe automaticamente meno – contrariamente a quanto infondatamente ritenuto dal giudice di seconde cure – per effetto della revoca dell’assegno di mantenimento per la figlia convivente, bensì esclusivamente a seguito di una specifica richiesta in tal senso da parte del proprietario del bene, ed in forza di una pronuncia giudiziale che rivaluti le condizioni poste a fondamento del provvedimento di assegnazione, alla luce del prioritario interesse della figlia.

1.2. La decisione impugnata avrebbe, peraltro, disposto il rilascio dell’immobile in discussione, senza che una specifica richiesta di revoca del menzionato provvedimento di assegnazione della casa coniugale fosse stata proposta – oltre che dall’originario proprietario B.M. , nel corso del procedimento ex art. 9 della L. 898 del 1970 – dal successivo acquirente del bene, nel successivo giudizio incardinato dinanzi al Tribunale di Roma. Per il che la Corte di Appello sarebbe, altresì, incorsa – a parere delle ricorrenti – nel vizio di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c., avendo disposto la revoca di detto provvedimento in totale assenza di una specifica domanda al riguardo.

1.3. Ad ogni buon conto, quand’anche la richiesta di revoca dell’assegnazione della casa coniugale dovesse intendersi – in via di mera ipotesi – implicita nella domanda di accertamento dell’insussistenza del diritto della B. e della C. ad abitarla, secondo le istanti il giudizio incardinato dal L. e la sentenza che lo ha concluso, sarebbero pur sempre affetti da nullità, per non essere stata l’azione di rilascio proposta nelle forme e con la procedura prevista dall’art. 9 della L. n. 898 del 1970, ossia con domanda di revoca dell’originario provvedimento di assegnazione del bene.

1.4. Le censure suesposte sono infondate.

1.4.1. Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

1.4.3. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

1.4.3.1. Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

Tale opponibilità conserva, beninteso, il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge, che non sia titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo, in quanto affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006). È fin troppo evidente, infatti, che il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile – perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, per essere i figli divenuti ormai autonomi economicamente – si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42 Cost. e 832 c.c. Una siffatta lettura delle succitate norme che regolano l’assegnazione della casa coniugale (v. ora l’art. 337 sexies c.c.), del resto, presterebbe certamente il fianco a facili censure di incostituzionalità.

1.4.3.2. Ciò posto, va rilevato che l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione in parola può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. n. 898 del 1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, per il sopravvenuto venir meno dei presupposti che ne avevano giustificato l’emissione.

Per converso, deve ritenersi che il terzo acquirente – non legittimato ad attivare il procedimento suindicato – non possa che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario, a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli della coppia separata o divorziata (cfr. Cass. 18440/2013, secondo cui ogni questione relativa al diritto di proprietà della casa coniugale o al diritto di abitazione sull’immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria). In mancanza, il terzo – non potendo attivare il procedimento, riservato ai coniugi, di cui all’art. 9 della legge sul divorzio – resterebbe, per il vero, del tutto privo di tutela, in violazione del disposto dell’art. 24 Cost..

1.4.4. Ebbene, nel caso di specie, la Corte di Appello, sul presupposto del venir meno dell’assegno di mantenimento a favore della figlia divenuta economicamente autosufficiente, ha ritenuto non sussistere le condizioni per conservare l’assegnazione della casa coniugale alla C. , essendo, in tal caso, le esigenze patrimoniali dell’acquirente dell’immobile divenute prevalenti rispetto alle esigenze di tutela della prole, ormai del tutto venute meno. La pronuncia impugnata si palesa, in forza delle considerazioni che precedono, del tutto condivisibile.

1.4.4.1. In assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non giova, difatti, alle ricorrente invocare il principio, più volte affermato da questa Corte e posto a fondamento della decisione della Corte Costituzionale n. 308/2008, secondo cui la revoca dell’assegnazione della casa coniugale non può essere disposta se non all’esito di una valutazione di conformità di tale pronuncia all’interesse del minore (o del maggiorenne economicamente non autosufficiente). È, invero, di tutta evidenza, che la mancanza di una prole da tutelare con l’assegnazione del bene in questione, rende improponibile un giudizio di comparazione tra le esigenze della proprietà (nella specie del terzo) e quelle di tutela dei figli della coppia separata o divorziata.

1.4.4.2. Né la giustificazione del protrarsi dell’occupazione dell’immobile da parte della C. potrebbe essere ancorata, nella specie, alla tutela del preteso coniuge economicamente più debole, atteso che – come dianzi detto – il diritto personale di godimento in questione esula dal tema dei diritti patrimoniali conseguenziali alla pronuncia di divorzio.

1.5. Per tutte le ragioni esposte, pertanto, i motivi in esame non possono che essere disattesi.

Con il quarto motivo di ricorso, C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1219, 1223, 1226, 1227, 2043, 2056, 155 quater c.c., 6, co. 6 e 9, co. 1, della L. n. 898 del 1970, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3 c.p.c..

2.1. Avrebbe, invero, errato la Corte di Appello nel ritenere che le ricorrenti fossero da considerarsi occupanti abusive dell’immobile fin dal dicembre del 2005, in conseguenza della diffida effettuata dai L. , in via stragiudiziale, con missiva del 15.11.2005. La sussistenza, all’epoca di tale diffida, di un titolo giudiziale – regolarmente trascritto – di assegnazione dell’immobile in questione alla Caiano comporterebbe, infatti, ad avviso delle ricorrenti, che l’abitazione delle medesime nella casa coniugale non potrebbe considerarsi illegittima, fino all’emissione di un successivo provvedimento di revoca dell’originaria assegnazione.

2.2. Il motivo è fondato.

2.2.1. Non può revocarsi in dubbio, infatti che, finché perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento. Ed invero, ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, fintantoché siffatta finalità non venga ritenuta insussistente con provvedimento giudiziale che revochi o dichiari inefficace detta assegnazione (Cass. 12705/2003; 18754/2004).

2.2.2. Ed è, del pari, indubitabile che tale conclusione si attagli pienamente anche al caso – ricorrente nella specie – in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente. È di chiara evidenza, infatti, che la sussistenza di un provvedimento di assegnazione di detto immobile, regolarmente trascritto, obbliga il terzo – divenutone proprietario – al rispetto della destinazione dal provvedimento stesso impressa al bene, fino a che, con una successiva pronuncia giudiziale, il suddetto vincolo non venga ad essere caducato.

2.2.3. Orbene, nel caso di specie, la Corte territoriale ha condannato la C. a corrispondere al L. un’indennità di occupazione fin dal dicembre 2005, quando ancora l’occupazione del bene de quo da parte della medesima era giustificata dalla pronuncia di divorzio, che aveva confermato l’assegnazione della casa coniugale alla madre – convivente con la figlia, all’epoca minore – disposta in sede di separazione. Il provvedimento in parola, pertanto, per le considerazioni in precedenza svolte non può essere considerato legittimo, dovendo il diritto di abitazione delle due donne ritenersi venuto meno solo per effetto della sentenza impugnata, con la quale è stato accertato il venir meno delle condizioni che avevano legittimato l’assegnazione della casa coniugale alla G. .

2.3. Il mezzo in esame va, di conseguenza, accolto.

L’accoglimento della suindicata censura comporta la cassazione della sentenza impugnata, restandone assorbito il quinto motivo di ricorso, concernente le spese del giudizio di appello. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la Corte, nell’esercizio del potere di decisione nel merito di cui all’art. 384, co. 2, c.p.c., dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data di deposito della sentenza di appello che ha accertato l’illegittimità del perdurare dell’occupazione del bene in parola. Di conseguenza, dalla stessa data dovrà essere corrisposta dalle ricorrenti la relativa indennità di occupazione.

Concorrono giusti motivi – tenuto conto della peculiarità e delicatezza della materia del contendere e della novità delle questioni trattate – per dichiarare interamente compensate fra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio.

 

P.Q.M.

 

La Corte Suprema di Cassazione;

accoglie il quarto motivo di ricorso, rigetta i primi tre e dichiara assorbito il quinto; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data dalla quale sarà dovuta la relativa indennità di occupazione; dichiara compensate tra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio. Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, da atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del co. 1 bis dello stesso art. 13.

 

 

 

 

  1. II ricorso è ammissibile per la parte in cui prospetta ai sensi dell’art. 360 n. 5 l’omessa valutazione di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti e cioè la formazione da parte del F. di una nuova famiglia con la nascita del figlio R.M. F. sin dal 15 gennaio 2007.

 

  1. Tale censura appare fondata, salva la verifica di una sua puntuale proposizione anche nel giudizio di appello con riferimento alla decisione di primo grado, in quanto come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento, il giudice deve valutare le potenzialità reddituali di entrambe le parti e, pertanto, tenere conto degli oneri e delle ulteriori responsabilità dell’obbligato, in conseguenza della nascita di un figlio da una successiva unione (Casa. civ. sezione I, n. 8227 dell’11 aprile 2011).
  2. . Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 28 settembre 2015, n. 19194

Fatto e diritto

Rilevato che in data 4 maggio 2015 è stata depositata relazione ex art. 380 bis c.p.c. che qui si riporta:

Rilevato che:

  1. L.C. ha proposto domanda di separazione con addebito a carico del marito A.F. che si è costituito chiedendo in riconvenzionale la pronuncia di addebito della separazione alla moglie.
  2. XI Tribunale di Ragusa, con sentenza del 12/17 gennaio 2012 ha respinto le domande di addebito e posto a carica del F. un assegno mensile di mantenimento di 500 euro.
  3. Ha proposto appello A.F. ribadendo che la separazione è addebitabile alla C. al cui carattere dispotico e mortificante è da imputare il fallimento della vita coniugale. Ha contestato la esistenza di una sperequazione economica e reddituale fra í coniugi tale giustificare il diritto a un assegno di mantenimento di cui comunque ha chiesto una riduzione dell’ammontare a non oltre 200 euro mensili. Si è costituita la C. proponendo appello incidentale per la dichiarazione di addebito a carico dei F. e per l’elevazione dell’ammontare dell’assegno a 1.500 euro mensili con decorrenza dalla domanda di separazione.
  4. La Corte d’Appello di Catania, con sentenza n. 1103/2013 ha respinto gli appelli e dichiarato inammissibile la domanda della C. relativa alla decorrenza dell’assegno.
  5. A.F. ricorre per cassazione deducendo con un unico motivo di ricorso l’cmeesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.
  6. Si difende con controricorso L.C. ed eccepisce sotto vari profili l’inammissibilità del ricorso

itenuto che:

  1. II ricorso è ammissibile per la parte in cui prospetta ai sensi dell’art. 360 n. 5 l’omessa valutazione di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti e cioè la formazione da parte del F. di una nuova famiglia con la nascita del figlio R.M. F. sin dal 15 gennaio 2007. Tale censura appare fondata, salva la verifica di una sua puntuale proposizione anche nel giudizio di appello con riferimento alla decisione di primo grado, in quanto come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento, il giudice deve valutare le potenzialità reddituali di entrambe le parti e, pertanto, tenere conto degli oneri e delle ulteriori responsabilità dell’obbligato, in conseguenza della nascita di un figlio da una successiva unione (Casa. civ. sezione I, n. 8227 dell’11 aprile 2011).
  2. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per l’accoglimento del ricorso.

La Corte, lette le memorie difensive delle parti, rileva che la circostanza della nascita del figlio, Riccardo F., è stata dedotta nel giudizio di merito e ha costituito l’oggetto di una censura alla sentenza di primo grado in quanto non aveva valutato la circostanza della formazione di una nuova famiglia da parte del F.;

La Corte pertanto ritiene che la relazione ex art. 380 bis c.p.c. sia condivisibile e che il ricorso debba essere accolto con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di appello di Catania che, in diversa composizione, applicherà la citata giurisprudenza di legittimità con riferimento alla formazione di una nuova famiglia e alla nascita di un figlio, circostanza da mettere in relazione con gli altri criteri legali e giurisprudenziali di determinazione dell’assegno di mantenimento. La Corte distrettuale deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte di appello di Catania in diversa composizione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.

 

 

 

Suprema Corte di Cassazione VI Sezione Civile – 1, Ordinanza 14 maggio – 6 ottobre 2014, n. 21010 Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Fatto e diritto

 

 

 

In un procedimento di divorzio tra L.L. e B.M. o M.A., la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza del 06/06/2011, in parziale riforma della sentenza dei Tribunale di Brescia del 24/11/2010, riduceva l’assegno a carico del marito in favore della moglie, originariamente di €. 3.500,00 mensili, di €. 1.000,00, fino a che la moglie non lasciasse la casa coniugale. 
Propone due ricorsi per cassazione il marito. 
Resiste con due controricorsi la moglie, in uno dei quali propone ricorso incidentale. 
Vanno riuniti tutti i ricorsi avverso la medesima sentenza, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., che per un evidente disguido di cancelleria, è stata registrata con due nn. diversi (662 e 669/11). 
Non si ravvisano violazioni di legge. 
Per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno per il coniuge deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi (Cass. n. 2156 del 2010). 
In sostanza i ricorrenti, nelle loro difese, propongono profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. 
Quanto ai ricorsi del L., il giudice a quo precisa che la moglie ha dedicato molti anni alla cura dei cinque figli e ha collaborato con il marito alla gestione dell’opificio di cui questi è titolare; cessata la convivenza, ha ripreso l’attività di insegnante elementare, con un reddito annuo di euro 19.000,00 lordi e, a causa dei pochi anni di attività, non potrà godere di pensione adeguata. E’ proprietaria di un appartamento, e dovrà trovarsi una nuova abitazione, lasciando la casa coniugale, di proprietà del marito, in quanto i figli sono ormai maggiorenni ed autosufficienti economicamente. Secondo il giudice a quo, il marito ha un imponente patrimonio immobiliare da cui ricava notevoli redditi di locazione, è titolare di proventi di pensione e della torrefazione C. H. a M. del G., impresa con vari dipendenti e collaboratori esterni e con notevole patrimonio e reddito potenziale. 
Evidenziata la notevole disparità di trattamento, la sentenza impugnata richiama comunque il concreto tenore di vita della famiglia, durante la convivenza matrimoniale ( la moglie disponeva per le spese ordinarie di circa 600 – 700 mila lire settimanali ) e la famiglia disponeva di un ampio parco macchine. 
Va dato atto che il giudice a quo, nella determinazione dell’assegno, tiene pure conto del carico di un altro figlio minore. 
Il ricorrente contesta le argomentazioni puntuali e circostanziate della sentenza in modo talora generico, e introducendo, come si diceva, elementi di fatto, con riferimento alle prove testimoniali e all’espletata consulenza tecnica, insuscettibili di controllo in questa sede. 
Quanto alla decorrenza dell’assegno, oggetto del ricorso incidentale della moglie, come è noto, esso di regola va disposto dalla sentenza, ma il giudice, con potere discrezionale, sorretto da adeguata motivazione, può anticipare la decorrenza fino alla domanda. Nella specie, la Corte di merito, con motivazione congrua e non illogica, giustifica la decorrenza dalla sentenza, con l’accrescimento delle disponibilità economiche del marito nel corso degli anni e con il godimento da parte della moglie della casa coniugale di proprietà esclusiva del marito. Non si ravvisa contraddizione con il fatto che la stessa Corte precisi che, già durante la convivenza matrimoniale, il marito aveva un reddito elevato. 
Vanno rigettati tutti i ricorsi. 
Il tenore della decisione richiede la compensazione delle spese tra le parti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese del presente giudizio tra le parti. 
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA , QUANDO ,COME PERCHE’ …..

 

ASSEGNO UNA TANTUM

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Assegno una tantum – Corresponsione in unica soluzione – Sopravvivenza ulteriori diritti – Esclusione

La corresponsione dell’assegno divorzile in unica soluzione su accordo tra le parti, soggetto a verifica giudiziale, esclude la sopravvivenza, in capo al coniuge beneficiario, di qualsiasi ulteriore diritto, a contenuto patrimoniale o meno, nei confronti dell’altro coniuge, attesa la cessazione, per effetto del divorzio e della suddetta erogazione “una tantum”, di qualsiasi rapporto fra gli stessi, con la conseguenza che nessuna ulteriore prestazione può essere richiesta, neppure per il peggioramento delle condizioni economiche dell’assegnatario o, comunque, per la sopravvenienza dei giustificati motivi cui è subordinata l’ammissibilità della domanda. (Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 08-03-2012, n. 3635)

 

CAPACITA’ LAVORATIVA DEL CONIUGE

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Ex coniuge – Capacità lavorativa e di guadagno

L’assegno di divorzio a favore della ex coniuge, sebbene attualmente priva di reddito e impossidente, deve essere liquidato tenendo conto della sua capacità lavorativa, anche potenziale derivante da specifica qualifica professionale. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2012, n. 4571)

 

DECORRENZA DELL’ASSEGNO

Divorzio – Effetti civili – Cessazione – Mantenimento – Condizioni economiche – Valutazione

L’assegno divorzile decorre dalla sentenza non definitiva del giudizio, secondo quanto statuito dalla L. divorzio, art. 5 (la medesima norma stabilisce la possibilità per il giudice di far decorrere l’assegno dalla domanda, e quindi da un periodo anteriore). Invero, il trascorrere del tempo durante il giudizio di divorzio non può gravare sull’avente diritto. (Nel caso preso in esame dalla Corte, fin dalla separazione e successivamente all’atto della domanda di divorzio e a quello della sentenza non definiva, sussisteva una notevole disparità di posizioni economiche tra i coniugi). (Cass. civ. Sez. I, Sent., 21-01-2014, n. 1163)

Separazione e divorzio – Assegno di mantenimento coniugale e divorzile – Decorrenza dell’assegno divorzile

L’assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo status delle parti, rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva, decorre dal passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale. A tale principio ha introdotto un temperamento la L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 4, comma 10, conferendo al giudice il potere di disporre, in relazione alle circostanze del caso concreto, ed anche in assenza di specifica richiesta, la decorrenza dello stesso assegno dalla data della domanda di divorzio: peraltro il giudice, ove si avvalga di tale potere, è tenuto a motivare adeguatamente la propria decisione. (Cass. civ. Sez. I, Sent., 22-03-2013, n. 7295)

 

 

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