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 Legale presso i Tribunali di tutta Italia, in quanto, per le cause di risarcimento danni da sinistro stradale, la competenza è data dal luogo del sinistro o dalla sede della compagnia di assicurazioni che copre il rischio per RCA del veicolo che ci ha cagionato un danno.

 

Per gli incidenti automobilistici ad esempio Trieste ha una moltitudine di cause di risarcimento per sinistri stradali , anche per sinistri avvenuti in altre città Italiane, in quanto sede di molte grandi assicurazioni (come le assicurazioni Generali o le assicurazioni Allianz). 
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La causa di risarcimento danni per gli incidenti automobilistici può però essere radicata anche nel Tribunale ove è avvenuto il sinistro. 



 

Molto spesso si sente dire che le cause per il risarcimento danni da sinistro stradale, comprensive di danno morale e danno biologico e danno incidente sull’attività lavorativa durino molti anni. Non bisogna però dimenticare che si può ottenere in poche udienze una provvisionale per risarcimento danni per gravi danni, che può essere anche del 50% del danno subito. Questo in modo particolare quando è certa la responsabilità della controparte e quando le assicurazioni pur sapendo di dover risarcire un danno temporeggiano, sperando che il danneggiato, spaventato dalla causa, vi rinunci. 
 Il danno biologico assume grande importanza, in modo particolare nei grossi danni!

 

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I Tribunali sono molto attenti al risarcimento danni da sinistri stradali e hanno indubbiamente una grande sensibilità nel riconoscere il giusto danno al danneggiato da incidenti della strada. Se hai subito un incidente stradale e devi chiedere il risarcimento danni rivolgiti a me telefona all’avvocatoSergio Armaroli di Bologna senza indugio, anche compilando il modulo di richiesta di consulenza legale online, Troverai un Avvocato pronto ad ascoltarti e a consigliarti al meglio. Ovviamente l’avvocato Sergio Armaroli assiste anche quanto hanno subito incidenti in moto o incidenti in bicicletta che purtroppo spesso sono incidenti con la maggior percentuale di gravi lesioni alla persona. Assistenza legale qualificata verrà fornita anche per sinistri mortali, ovvero incidenti in auto ove la persona ha perso un proprio congiunto in un sinistro stradale.

 

Se le tue condizioni di salute, a seguito del sinistro stradale, non ti permettono di venire nel mio Studio Legale a Bologna, posso venire senza impegno a domicilio, per consigliarti al meglio e valutare insieme a te la migliore tutela per il tuo caso. Ti fornirò una qualificata assistenza legale. In casi particolari, nei quali riconosco la ragione del danneggiato, posso anticipare le spese di causa per un, incidenti stradale previo accordo con il cliente, nel caso lo stesso non abbia i mezzi economici per affrontare un giudizio. Diverse sono state le vittorie dello Studio Legale nella tutela del danneggiato da sinistri stradali in diversi Tribunali italiani, in modo particolare ottimi risultati si sono ottenuti nei casi di sinistri con gravi lesioni e nei casi di sinistri mortali.

 

 

 

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SENTENZE GIURISPRUDENZA CASSAZIONE

 

 

 

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);

 

 

 

  1. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);

 

 

 

  1. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

 

 

 

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione III Civile

Sentenza 28 giugno 2011, n. 14259

 

 

 

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.

Il (OMISSIS) Z.V., mentre alla guida della sua autovettura transitava sulla carreggiata sud dell’autostrada (OMISSIS), andò a collidere contro lo spigolo posteriore destro di un autotreno di proprietà della società Beauvier Rhon Alpes s.r.l., condotto da G.L., fermo in avaria sulla sua stessa corsia di marcia. Nell’urto la guidatrice riportò lesioni gravissime che ne determinarono rapidamente la morte.

I genitori della vittima Z.L. e F.L., la sorella Z.E. e la nonna D.L.A. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Torino il proprietario e il conducente dell’autotreno nonchè l’UCI -Ufficio Centrale Italiano – s.p.a. chiedendo di essere risarciti dei danni subiti.

Si costituì in giudizio la sola società assicuratrice che contestò l’avversa pretesa.

Con sentenza del 22 novembre 2002 il giudice adito, ritenuta la esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro, condannò i convenuti in solido al pagamento della somma di Euro 104.832,34 in favore di ciascuno dei genitori; di quella di Euro 32.217,40, in favore della sorella; e della somma di euro 23.079,19, in favore di D.L.A., oltre interessi legali da computasi sui predetti importi dalla data della sentenza al saldo.

Su gravame principale degli attori e incidentale di UCI la Corte d’appello di Torino, in data 22 ottobre 2008, ha condannato gli appellati in solido al pagamento delle ulteriori somme di Euro 10.406,80 e di Euro 22.756,80, in favore, rispettivamente, di Z.L. e di F.L., mentre ha rigettato l’appello incidentale. Avverso detta pronuncia propongono ricorso per cassazione Z.L., F.L. ed Z.E., formulando un unico motivo.

Resiste con controricorso UCI s.p.a. – Ufficio Centrale Italiano – che propone altresì ricorso incidentale affidato a un solo mezzo

Motivi della decisione

1 Va preliminarmente disposta, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi proposti da Z.L., F.L. ed Z.E., nonchè da UCI s.p.a. avverso la stessa sentenza.

2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame del ricorso incidentale.

Con esso si denunciano vizi motivazionali, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine alla affermazione della esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro.

Erroneamente il giudice di merito avrebbe invero ritenuto l’incidente addebitabile al conducente dell’autotreno, sulla base delle dichiarazioni da questi rese in sede di interrogatorio, senza neppure chiarire quali fossero i fatti a sè sfavorevoli, e favorevoli alla controparte, dallo stesso ammessi.

Il decidente avrebbe in realtà fatto malgoverno del materiale probatorio acquisito, dimostrativo del fatto che la Z. viaggiava a velocità elevata e che proprio tale circostanza le aveva impedito di porre tempestivamente in essere la manovra necessaria a evitare l’impatto con l’autotreno, fermo per avaria sulla corsia di emergenza.

3 Le critiche non hanno pregio.

La Corte territoriale ha ritenuto l’incidente addebitale al G., in ragione dell’assoluta pericolosità della condotta di guida dallo stesso osservata. Secondo quanto affermato in sede di interrogatorio, infatti, il convenuto, constatata l’avaria dell’autotreno, anzichè attendere i soccorsi in un’area in cui non avrebbe creato intralcio per la circolazione, si era spostato sulla corsia di marcia e, al momento dell’impatto, neppure aveva ancora posizionato il triangolo, essendo intento a parlare a telefono. Ha anche escluso il decidente la sussistenza di elementi che potessero far ritenere la responsabilità concorrente della Z. nella causazione del sinistro, considerato che la vittima non aveva potuto spostarsi sulla corsia di sorpasso per essere questa occupata da un’altra autovettura.

4 Osserva il collegio che, contrariamente all’assunto del ricorrente, l’iter argomentativo attraverso il quale il giudice di merito ha motivato la scelta decisoria adottata è conforme ai principi giuridici che governano la materia della circolazione stradale, logicamente corretto ed esente da aporie o da contrasti disarticolanti tra emergenze fattuali e soluzione giuridica adottata.

La ricostruzione della fattispecie concreta, basata su una lettura del materiale istruttorie estremamente analitica e improntata a massime di esperienza ampiamente condivisibili, è del tutto plausibile, essendo semmai apodittica l’affermazione di una concorrente responsabilità della vittima nella causazione del sinistro.

L’assoluta congruità dell’apparato motivazionale rende insindacabile in sede di legittimità l’accolta versione delle modalità del sinistro e la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi furono coinvolti, in quanto giudizi di merito, sottratti al sindacato di guesta Corte (confr. Cass. civ. 23 febbraio 2006, n. 4009).

Il ricorso è conseguentemente respinto.

5 Passando all’esame dell’impugnazione principale, nell’unico motivo gli impugnanti lamentano violazione dell’art. 2059 cod. civ. e art. 2 Cost. ex art. 360 c.p.c., n. 3. Senza contestare che, in base alla ricostruzione delle modalità del sinistro accolta dal giudice di merito, la morte della loro congiunta fu praticamente immediata, sostengono i ricorrenti che, in base ai più recenti arresti delle sezioni unite del Supremo Consesso, il danno non patrimoniale patito dalla danneggiata sarebbe comunque ad essi dovuto, essendo ravvisabili, nella condotta del conducente dell’autotreno, gli estremi del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale. Deducono quindi che in sede di gravame proprio di tale pregiudizio, spettante alla loro dante causa e nella cui titolarità essi erano subentrati in qualità di successori, avevano chiesto l’attribuzione.

6 Anche tali critiche sono infondate.

L’affermazione del giudice di merito, secondo cui, considerata l’eziologia dell’incidente, non era stato provato il consolidarsi in capo alla Z. di un proprio danno morale, come tale trasmissibile agli eredi, di talchè nulla poteva essere riconosciuto agli attori iure hereditatis, è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità, dalla quale il collegio non intende discostarsi.

Questa Certe ha invero a più riprese ribadito:

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);
  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);
  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

Dirimente è in proposito la considerazione della irriducibile a somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, dell’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare.

8 In definitiva entrambi i ricorsi devono essere rigettati. L’esito complessivo del giudizio consiglia compensarne integralmente le spese tra le parti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio.

  1. Nel nostro caso il Tribunale accordo’ alla vittima il danno biologico ed il pregiudizio definito “morale”, evidentemente ritenendo sussistenti i presupposti di fatto dell’uno e dell’altro.

 

 

 

  1. Ora, e’ certamente vero che il danno definito comunemente “morale”, quando sia causato da una lesione della salute, non e’ che una personalizzazione del risarcimento del danno biologico, necessaria per tenere conto di eventuali peculiarita’ del caso concreto.

 

 

 

  1. Tuttavia l’accertamento della sussistenza di circostanze peculiari che giustificano un aumento de quantum del danno biologico, rispetto alla sua misura standard (la si chiami “personalizzazione”, “danno morale”, o come si voglia) si fonda su accertamenti di fatto ben diversi da quelli sui quali si fonda la liquidazione del danno biologico, che esige la sola stima dell’invalidita’ permanente e l’accertamento di quella temporanea. Ne consegue che la (OMISSIS), non avendo mai contestato che sussistessero i presupposti di fatto per la suddetta liquidazione del danno morate, ha lasciato passare in giudicato la statuizione di esistenza di essi, ed ovviamente quella relativa al loro ammontare.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 14 ottobre 2015, n. 20619

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni B. – Presidente

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16969/2012 proposto da:

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio deLL’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS);

– intintati –

avverso la sentenza n. 116/2012 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 16/01/2012, R.G.N. 935/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/06/2015 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

  1. Il (OMISSIS) (OMISSIS) rimase vittima d’un sinistro stradale.

Per ottenere il risarcimento dei danni da esso derivati, nel (OMISSIS) (OMISSIS) convenne (OMISSIS) e (OMISSIS) s.p.a. (che in seguito mutera’ ragione sociale in (OMISSIS) s.p.a.; d’ora innanzi, per brevita’, “la (OMISSIS)”) dinanzi al Tribunale di Belluno.

  1. Nel corso del giudizio la vittima mori’ per cause diverse dalle lesioni, e la causa venne coltivata dai suoi eredi.

Il Tribunale di Belluno, dopo undici anni di giudizio, con sentenza 10.1.2005 n. 1 accolse integralmente la domanda e liquido’ il danno in conformita’.

  1. La sentenza venne appellata dalla (OMISSIS).

La Corte d’appello di Venezia con sentenza 16.1.2012 n. 116 accolse il gravame della (OMISSIS), e liquido’ il danno biologico patito dalla vittima tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta tra le lesioni e la morte.

  1. La sentenza d’appello e’ stata impugnata per cassazione dalla (OMISSIS), sulla base di otto motivi.

Nessuno degli intimati si e’ difeso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

  1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso.

1.1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello ha errato la’ dove ha liquidato il danno biologico tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta dalla vittima, ma non ha fatto altrettanto nel liquidare il “danno morale”.

1.2. Il motivo e’ manifestamente inammissibile.

Si rileva dalla sentenza impugnata che la (OMISSIS), neil’impugnare la decisione di primo grado, si dolse della quantificazione “del danno biologico” (cosi’ la sentenza d’appello, p. 6); e chiese una nuova liquidazione “del danno biologico da invalidita’ permanente” (ibidem, p. 9), che tenesse conto della vita effettivamente vissuta dalla vittima, e non di quella media. Dunque la questione dei criteri di liquidazione del danno c.d. “morale” non formo’ per nulla oggetto del giudizio di appello, ed e’ quindi inammissibile in questa sede.

1.3. La ricorrente sostiene che essa, impugnando la liquidazione del danno biologico da invalidita’ permanente, aveva inteso fare “evidente riferimento con l’intera liquidazione, del danno non patrimoniale da invalidita’ permanente”, e quindi anche al danno c.d. “morale”, che il Tribunale aveva liquidato in una percentuale del danno biologico.

Questa deduzione non giova all’ammissibilita’ del ricorso.

La circostanza che due danni abbiano la medesima natura (e il danno biologico e quello morale l’hanno) non comporta affatto, sul piano processuale, che chiesto o contestato il risarcimento dell’uno, cio’ valga per cio’ solo a chiedere o contestare il risarcimento dell’altro.

Quel che rileva, ai fini dell’effetto espansivo d’una eventuale impugnazione, e’ la medesimezza dei presupposti di fatto delle due liquidazioni.

Cosi’, ad esempio, anche il danno consistito nel costo di riparazione d’un immobile e quello da perdita dei relativi canoni di locazione hanno la medesima natura (scilicet, patrimoniale): ma nessuno ammetterebbe che, impugnata la liquidazione del primo, si possa rimettere in discussione anche la liquidazione del secondo.

Nel nostro caso il Tribunale accordo’ alla vittima il danno biologico ed il pregiudizio definito “morale”, evidentemente ritenendo sussistenti i presupposti di fatto dell’uno e dell’altro.

Ora, e’ certamente vero che il danno definito comunemente “morale”, quando sia causato da una lesione della salute, non e’ che una personalizzazione del risarcimento del danno biologico, necessaria per tenere conto di eventuali peculiarita’ del caso concreto.

Tuttavia l’accertamento della sussistenza di circostanze peculiari che giustificano un aumento de quantum del danno biologico, rispetto alla sua misura standard (la si chiami “personalizzazione”, “danno morale”, o come si voglia) si fonda su accertamenti di fatto ben diversi da quelli sui quali si fonda la liquidazione del danno biologico, che esige la sola stima dell’invalidita’ permanente e l’accertamento di quella temporanea. Ne consegue che la (OMISSIS), non avendo mai contestato che sussistessero i presupposti di fatto per la suddetta liquidazione del danno morate, ha lasciato passare in giudicato la statuizione di esistenza di essi, ed ovviamente quella relativa al loro ammontare.

  1. Il terzo ed i quarto motivo di ricorso.

2.1. Il terzo ed il quarto motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello da un lato avrebbe erroneamente confermato l’attribuzione al proprio assicurato (OMISSIS) della responsabilita’ esclusiva del sinistro, sebbene mancasse una prova in tal senso; e dall’altro non aveva provveduto sul relativo motivo d’appello.

2.2. Ad onta della loro intitolazione formale, ambedue i motivi pretendono nella sostanza da questa Corte una nuova e diversa valutazione delle prove, rispetto a quella compiuta dal giudice di merito.

Essi sono pertanto inammissibili.

Giova ricordare alla ricorrente che il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione sussiste solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

E’ altresi’ noto che il giudice di merito al fine di adempiere all’obbligo della motivazione non e’ tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma e’ invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

E’, infine, noto che la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice del merito.

Da questi principi pacifici discende che non puo’ chiedersi al giudice di legittimita’ una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte e’ limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso di specie la Corte d’appello ha spiegato perche’ (OMISSIS) dovesse ritenersi responsabile esclusivo del sinistro, ovvero l’avere invaso l’opposta corsia di marcia (p. 8-9), ed ha indicato le fonti del proprio convincimento. Una motivazione dunque esiste e non e’ illogica; stabilire poi se sia corretta nel merito e’ questione non proponibile in questa sede.

  1. Il quinto ed il sesto motivo di ricorso.

3.1. Il quinto ed il sesto motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3 (si assumono violati gli articoli); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la sentenza d’appello sarebbe contraddittoria: la Corte d’appello infatti avrebbe dichiarato in motivazione di voler condannare gli appellati ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) alla rifusione delle spese, ma poi nel dispositivo ha condannato a (OMISSIS) e (OMISSIS).

3.2. Il motivo e’ manifestamente infondato.

Puo’ parlarsi di contraddizione tra motivazione e dispositivo solo quando il contrasto tra l’una e l’altra sia totalmente insanabile, e renda imperscrutabile la volizione dell’organo giudicante.

Non e’ questo il nostro caso.

(OMISSIS) e (OMISSIS) (eredi della vittima (OMISSIS)) hanno chiesto la condanna della (OMISSIS) ed hanno vinto la causa.

Nulla rileva che in appello il quantum del risarcimento sia stato ridotto.

L’esito complessivo della lite vede la (OMISSIS) debitrice e quindi soccombente.

A cio’ ha fatto chiaramente riferimento la Corte d’appello in motivazione, la’ dove ha stabilito che:

(a) la soccombenza delle spese andava valutata in base “all’esito complessivo della lite” (p. 11);

(b) il quantum delle spese andava determinato in base “all’ammontare di danno effettivamente riconosciuto”, ovvero quello liquidato in appello.

Il senso della statuizione e’ chiaro: la (OMISSIS) paga le spese perche’ perde la lite, ma le spese vanno ovviamente determinate in base al nuovo ammontare del risarcimento determinato in appello.

Dunque non v’e’ alcun contrasto tra dispositivo e motivazione, ed il riferimento agli “appellati” contenuto nel secondo rigo della pag. 11 della sentenza impugnata – alla luce del tenore complessivo della decisione – va qualificato come un irrilevante lapsus calami, agevolmente superabile in virtu’ della lettura complessiva della sentenza.

  1. Il settimo e l’ottavo motivo di ricorso.

4.1. Anche questi due ultimi motivi possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello non si sarebbe pronunciata sulla domanda di restituzione degli importi pagati dalla (OMISSIS) in esecuzione della sentenza di primo grado.

4.2. Il motivo e’ manifestamente inammissibile.

Per domandare la restituzione d’una somma e’ necessario che essa sia stata pagata.

Il ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6, nel proprio ricorso non deduce affatto ne’ quanto ha versato, ne’ quando, ne’ in quale atto di causa abbia dimostrato l’avvenuto pagamento.

Dinanzi a tale carenza assertiva non e’ dunque possibile stabilire se la Corte d’appello, omettendo di pronunciarsi formalmente sulla richiesta di restituzione, l’abbia correttamente rigettata per implicito, ovvero abbia erroneamente trascurato di provvedere su essa. Il che, ovviamente, rende il motivo inammissibile.

Va da se’ che resta il diritto alla restituzione dell’indebito potra’ essere fatto valere in altro giudizio, se non prescritto.

  1. Le spese.

Non e’ luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio degli intimati.

 

P.Q.M.

 

LA CORTE DI CASSAZIONE

visto l’articolo 380 c.p.c.:

-) rigetta il ricorso.

 

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