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PEDONE INVESTITO RISARCIMENTO DANNI AVVOCATO ESPERTO

A1A1ACHIINCIl conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”.

Non è, dunque, quest’ultimo a dovere dimostrare che la colpa del conducente sia stata maggiore della propria, ma è vero il contrario:è onere del conducente dimostrare che la condotta del pedone è stata colposa ed ha avuto efficacia causale assorbente o concorrente nella produzione dell’evento: prova che, nel caso di specie, non può ricavarsi per presunzioni, come si vorrebbe da parte di AS., dulie sole circostanze (la seconda le quali, peraltro, controversa tra le parti) che il pedone percorresse la carreggiata in stato di ebbrezza alcoolica e volgendo le spalle al flusso veicolare, in quanto di per sé insufficienti a dimostrare in modo univoco e concordante il comportamento imprevedibile del pedone che consente di escludere, o quantomeno di ridurre le responsabilità del conducente.

ADANNOBIOLOGICO INFO

Corte di Cassazione sezione VI Civile – 3

Ordinanza 13 ottobre – 17 novembre 2015, n. 23519

Presidente Finocchiaro – Relatore Rubino

Svolgimento del processo e motivi della decisione

E’ stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

“Nel 1998 A.R.R., M.C., M.M.S. e M.L. convenivano in giudizio M.P. e la compagnia di ass.ni Sara s.p.a. , chiedendo il risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’incidente stradale del quale era rimasto vittima A.M., figlio e fratello degli attori, investito dalla vettura condotta dal M. mentre tentava di attraversare una strada fuori dalle strisce pedonali. Il contraddittorio veniva integrato nei confronti di Patrizia S., proprietaria della vettura. La domanda degli attori veniva rigettata sia in primo che in secondo grado.

A.R.R., M.C., M.M.S. hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Napoli, n. 2884 del 2013, depositata l’11 luglio 2013, formulando quattro motivi : 1) con il primo denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 350 secondo comma, 291 e 101 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 per non aver verificato l’integrità del contraddittorio in appello e per non aver dichiarato la contumacia degli appellati M. e S.; 2) con il secondo, la violazione e falsa applicazione degli artt. 2054 e 1227 c.c., 190 e 191 c.d.s. e 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., per aver erroneamente applicato le norme richiamate in tema di circolazione stradale ed il principio relativo alla presunzione di colpa per aver ritenuto unico responsabile del sinistro il pedone; denunciano altresì la presenza di un vizio di motivazione in ordine alla dinamica con riferimento alla condotta del conducente; 3) violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. , nonché l’erronea valutazione dei mezzi di prova acquisiti e la presenza di un vizio di motivazione per aver erroneamente interpretato i mezzi di prova raccolti in contrasto con la ricostruzione effettuata dalla Polstrada; 4) violazione ed errata applicazione degli artt. 112, 115, 342 e 352 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 per omessa pronuncia sull’ultimo motivo di gravame e cioè sulle richieste istruttorie.

La Sara Ass.ni s.p.a. resiste con controricorso, le altre parti, regolarmente intimate, non hanno svolto attività difensive. Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., in quanto appare destinato ad essere rigettato.

Preliminarmente, va detto che la sentenza impugnata è stata depositata l’11.7.2013, pertanto deve essere applicato il nuovo testo dell’art. 360, primo comma, n. 5), cod.proc.civ., come modificato dal decreto-legge 22 giugno 2012, n.83, convertito, con modifiche, nella legge 7 agosto 2012 , n. 134, secondo cui è configurabile il vizio di motivazione solo in caso di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudi.Zio che è stato oggetto di discussione tra le parti.ACONDUCENT EINCIDENTE

Tutti i riferimenti al vizio di motivazione, solo genericamente allegato in riferimento a vari motivi di ricorso, in relazione a punti della decisione che sono stati oggetto di esame e valutazione da parte della Corte d’appello, che riproducono senza peraltro neppure svilupparla una più ampia nozione di vizio di motivazione ormai non più vigente, sono da ritenere inammissibili sulla base dei criteri indicati dalla sentenza 7 aprile 2014, n. 8053 delle Sezioni Unite di questa Corte. Per quanto concerne i sollevati profili di violazione di legge, il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato, in quanto l’erronea dichiarazione della contumacia di una parte non determina un vizio della sentenza deducibile in cassazione, se non abbia cagionato in concreto alcun pregiudizio allo svolgimento dell’attività difensiva (Cass. S.U. n. 2881 del 2002; Cass. n. 2953 del 2006). Parimenti infondato sembra essere il secondo motivo, che censura la sentenza di merito laddove la corte territoriale, confermando la sentenza di primo grado, ha ritenuto che dalle risultanze istruttorie emergessero elementi nel comportamento del pedone (che attraversava improvvisamente una strada a largo scorrimento, in ora serale, in condizioni di scarsa visibilità e fuori dalla strisce pedonali, parandosi d’improvviso davanti alla vettura condotta dal M. che non poteva evitarlo) tali da escludere la presunzione di responsabilità gravante sul conducente dell’autoveicolo. La corte territoriale ha fatto corretta applicazione sia della presunzione di responsabilità in capo al conducente, ex art. 2054 primo comma c.c., sia dei limiti di essa, fissati dalla stessa norma, ritenendo, con valutazione in fatto non in questa sede rinnovabile, che il comportamento del pedone fu a tal punto imprevedibile, oltre che imprudente, da rendere l’impatto inevitabile, non consentendo al guidatore dell’autoveicolo neppure la possibilità di una manovra di emergenza.

Il terzo motivo è inammissibile, in quanto si traduce in una censura in fatto,non consentita, sulla valutazione delle prove, ed è anche carente sotto il profilo dell’autosufficienza perché non richiama i passi del rapporto rispetto ai quali la sentenza si sarebbe posta in contraddizione o che avrebbe trascurato nell’affermare l’esclusiva responsabilità del pedone.

Anche il quarto motivo è inammissibile, perché il ricorrente si duole della mancata ammissione di alcuni mezzi istruttori, ma non precisa neppure quali essi siano, non li riproduce e non evidenzia né consente a questa Corte di valutare quale rilevanza essi avrebbero potuto spiegare ai fini della decisione sul merito della controversia.

La decisione impugnata resiste, in definitiva, alle critiche formulate da parte ricorrente”.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella Camera di consiglio, il Collegio – esaminata la memoria dei ricorrenti – ha condiviso i motivi in fatto ed in diritto esposti nella relazione stessa. Il ricorso va pertanto rigettato per i motivi esposti. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Infine, dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al rimborso delle spese del giudizio di cassazione in favore della contro ricorrente, liquidate in € 4.200,00 (di cui € 200,00 per esborsi) oltre accessori come per legge e contributo spese generali.

Ai sensi dell’art.13 co. 1 quater del d.p.r. n.115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte deli ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

La Corte distrettuale, nell’esaminare e nel disattendere le deduzioni difensive della difesa concernenti la rilevata impronta della scarpa sulla fiancata dell’auto – dalla Corte stessa considerata quale unica circostanza apparentemente favorevole alla tesi difensiva – ha sottolineato che trattavasi di dato non idoneo di per sè ad inficiare la dinamica dell’incidente quale ricostruita dal primo giudice sulla base del compendio probatorio acquisito, ed ha dato conto di detto convincimento osservando che: 1) l’accertata comparazione tra la traccia di scarpa e quella indossata dalla vittima non specificava in quale posizione essa fosse stata impressa:

a giudicare dalle foto in atti, le impronte risultavano più di una, come se il piede avesse più volte impattato contro la fiancata da diverse posizioni; 2) in secondo luogo doveva rilevarsi che la parte più nitida dell’impronta presupponeva una posizione verticale del piede rispetto alla superficie d’impatto, che, non solo, non era quella rappresentata nella consulenza tecnica prodotta dal responsabile civile, ma risultava pressochè impossibile una flessione del ginocchio e dell’anca all’indietro tale da permettere alla pianta del piede sinistro dell’uomo a terra, schiacciato dall’autovettura, di giungere a 70 cm d’altezza dal suolo; 3) a ciò bisognava aggiungere che il tipo di calzatura risultava di ampia commercializzazione, e che l’auto dell’imputata si era allontanata dal luogo del sinistro per farvi ritorno solo successivamente a circa mezz’ora dalla verificazione del sinistro, rimanendo alla mercè della folla che nelle more si era radunata lì nei pressi: tant’è ch’e, una volta fatta salire l’imputata all’interno dell’auto di servizio, uno degli Agenti della “volante” intervenuta prima della pattuglia di Polizia Municipale era rimasto a presidio della stessa;

afotopedonenews

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

Sentenza 2-31 luglio 2013, n. 33207

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. UCCELLA Fulvio – Presidente –

Dott. ROMIS Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. IZZO Fausto – Consigliere –

Dott. MARINELLI Felicetta – Consigliere –

Dott. BLAIOTTA Rocco Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.D. N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 1358/2009 CORTE APPELLO di LECCE, del 28/05/2012;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 02/07/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. VINCENZO ROMIS;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Policastro Aldo, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

udito il difensore avv. De Luca per il responsabile civile che si riporta alla memoria difensiva; è altresì presente anche in sostituzione dell’avv. Pallara difensore dell’imputata e si riporta ai motivi di ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del Tribunale di Lecce, resa in data 13/9/2008, C.D. veniva ritenuta colpevole del reato di cui all’art. 589 c.p., per avere cagionato, per violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale (art. 141, comma 1 C.d.S.), la morte di M.A.; in particolare, secondo la contestazione, l’imputata mentre percorreva (OMISSIS), con direzione di marcia periferia-centro, alla guida dell’autovettura Fiat punto tg. (OMISSIS), dopo aver superato il sottovia ferroviario, non prestando la dovuta attenzione nella sua marcia, non accorgendosi della presenza del pedone M.A. che era appena sceso dal marciapiede di destra in attesa di attraversare la sede stradale, era passata con la ruota anteriore destra sopra il piede sinistro del M. che, a seguito di tale collisione, aveva subito il piegamento in avanti del corpo per poi scivolare in avanti e subire il successivo arrotamento, con il passaggio completo della vettura sul corpo del M. stesso (fatto avvenuto in (OMISSIS)). Tale affermazione di colpevolezza veniva pronunciata in base alle deposizioni dei testi escussi in dibattimento, alle relazioni tecniche redatte dai consulenti delle parti – attraverso le quali era stata ricostruita la dinamica del sinistro – nonchè sulla scorta della consulenza medico-legale relativa all’esame autoptico della salma della giovane vittima.

Il sinistro in questione si era verificato nel pomeriggio del (OMISSIS): M.A. era stato trovato cadavere sul manto stradale di via (OMISSIS), nei pressi del sottopassaggio ferroviario. Era immediatamente emerso che il giovane era stato investito da un mezzo, circostanza successivamente confermata dall’esame autoptico effettuato sul suo cadavere. Dopo alcune ore dall’incidente era giunta sul posto la Fiat Punto, con a bordo C.D.; quest’ultima, in evidente stato di shock, aveva dichiarato agli operanti di essere stata lei ad investire la vittima: la circostanza era risultata confermata dalla presenza sull’auto di alcune tracce del passaggio del mezzo sul corpo del M. Il Giudice di prime cure riteneva quindi acclarato che ad investire il giovane era stata l’autovettura condotta dalla C., e ciò in ragione dei seguenti elementi: le numerose tracce dell’incidente rinvenute sull’auto del tutto compatibili con l’investimento del pedone; il ritorno della C. sul luogo del sinistro dopo essere venuta a conoscenza dell’incidente; le dichiarazioni rese da R.S., unico teste oculare in grado di fornire elementi utili in ordine alla dinamica dell’incidente.

Dalla deposizione del R. era emerso che: egli, quel pomeriggio, alla guida della propria auto, dopo aver concluso la discesa e superato il sottopasso con direzione (OMISSIS), era stato costretto a sterzare repentinamente a sinistra perchè l’autovettura che lo precedeva, in posizione quasi parallela a quella da lui condotta, a sua volta aveva effettuato un movimento di sterzata leggera, impercettibile ma netta, a sinistra; in quel momento, voltatosi sulla destra verso l’auto che aveva effettuato il repentino cambio di direzione, aveva notato una sagoma – all’altezza dell’estremità anteriore destra dell’autovettura che l’affiancava – che non aveva individuato come umana, convinto che un cartellone pubblicitario fosse caduto dall’alto; il R. aveva, inoltre, riconosciuto il conducente della vettura che lo precedeva in C.D., una sua collega avvocato con la quale, alla fine della salita, si era fermato per capire cosa fosse successo;

entrambi erano scesi dalle rispettive auto ma nessuno dei due era riuscito a decifrare l’accaduto; si erano, quindi, entrambi allontanati da quel luogo e dopo qualche ora il R. aveva ricevuto una telefonata dalla sua fidanzata che gli aveva raccontato dell’incidente; il R. era accorso nei pressi del sottopassaggio dove aveva trovato anche la C. e dove aveva appreso che quest’ultima era tornata sul posto avendo verificato l’esistenza di alcuni danni sulla sua autovettura e volendo verificare se erano stati causati da un’insidia che avrebbe potuto comportare una richiesta di risarcimento.

Evidenziava ancora il Tribunale che dall’esame autoptico del cadavere era emersa l’esistenza di ferite lacero-contuse a livello del capo, del tronco e degli arti, ed in corrispondenza della prima era stata apprezzata la frattura dell’osso frontale mentre altre fratture scheletriche avevano interessato l’avambraccio sinistro, l’emitorace sinistro, il bacino ed il piede sinistro; rilevante era immediatamente apparsa l’impronta nerastra, sovrapposta a numerose ecchimosi escoriate, posta in corrispondenza dell’emitorace destro, estesa anche in regione lombare, ed imputabile, con ogni probabilità, all’arrotamento da parte della ruota; il piede sinistro, inoltre, presentava un vistoso abbassamento del profilo della volta, in corrispondenza delle fratture delle ossa metatarsali;

il complesso lesivo, dunque, si componeva di lesioni da urto, da arrotamento e la frattura dell’osso frontale poteva essere imputata al caricamento del pedone sul veicolo: tutte le lesioni erano pertanto apparse compatibili con un trauma da investimento.

Dalle consulenze tecniche, redatte sia su incarico del P.M. sia su incarico delle parti private, era emersa un’ammaccatura del parafango anteriore destro dell’auto, un’abrasione dello spigolo destro del paraurti anteriore, una sensibile deformazione dello spigolo superiore destro della targa, dall’alto verso il basso, confermata dalla presenza di alcuni fili di cotone conficcati nella targa, riferibili all’imbottitura del giubbotto del M.; altri elementi erano riconducibili a segni di urto e strisciamento sul pianale inferiore dell’auto e sul pannello motore, con tracce di sostanza ematica; alla stregua di tali elementi il consulente del P.M. aveva ricostruito la dinamica dell’investimento ritenendo che l’auto della C. fosse passata con la ruota anteriore destra sopra il piede sinistro del pedone che era appena sceso dal marciapiede di destra: in seguito a tale collisione il giovane aveva subito un piegamento in avanti del corpo procurando, con uno degli arti inferiori, l’ammaccatura alla facciata del parafango anteriore destro dell’auto per poi scivolare in avanti lungo il cofano anteriore della vettura.

Tali conclusioni non erano state condivise dal consulente dell’imputata: questi, in particolare, aveva rilevato che difficilmente, nel caso di investimento di pedone da parte di un’autovettura, sussisterebbe la fase di arrotamento perchè l’urto iniziale riguarderebbe una parte del pedone sottostante il suo baricentro e quindi il primo piegamento del corpo avverrebbe verso il cofano anteriore del veicolo investitore; l’arrotamento del pedone si verificherebbe solo nell’ipotesi in cui lo stesso sia già piegato verso il basso al momento dell’urto ovvero già giacente sulla pavimentazione stradale.

  1. Proponeva rituale gravame la C., sostenendo che il giudice di primo grado, per ricondurre ad unità gli elementi emersi nel corso del dibattimento, aveva dovuto escludere che l’impronta di scarpa rilevata sulla fiancata destra dell’autovettura della C. fosse riconducibile alla calzatura sinistra del povero M., dato questo che, invece, sarebbe risultato pacifico in quanto, nel corso dell’accertamento tecnico disposto dal Pubblico Ministero ed eseguito ai sensi dell’art. 360 c.p.p., era stata constatata la corrispondenza dell’impronta esistente sulla fiancata dell’autovettura con il disegno e la sagoma della scarpa sinistra del pedone; osservava ancora l’appellante che i consulenti tecnici della difesa e del responsabile civile avevano dimostrato l’impossibilità che la prima collisione fra pedone e veicolo fosse avvenuta con l’urto della ruota anteriore destra dell’autovettura contro il piede sinistro del giovane, perchè, se così fosse stato, trovandosi l’arto inferiore sinistro della vittima sotto la autovettura, sarebbe stato impossibile spiegare la presenza dell’impronta della scarpa sinistra della stessa vittima sulla fiancata dell’automobile;

inoltre, i suddetti tecnici avevano evidenziato come l’impatto fra la parte frontale dell’autovettura ed una persona adulta che si trovi davanti alla stessa, in posizione eretta, comporterebbe il sollevamento del pedone ed il suo caricamento sul cofano del veicolo, non l’abbattimento dell’investito ed il suo successivo arrotamento:

donde, l’assoluta improponibilità della ricostruzione della dinamica del sinistro come esposta in sentenza.

  1. La Corte d’Appello di Lecce, per la parte che in questa sede rileva, disattendeva le prospettazioni dell’appellante, e confermava l’affermazione di colpevolezza pronunciata dal primo giudice nei confronti della C., dando conto di tale convincimento con argomentazioni che possono così riassumersi: a) la C. non aveva offerto, nè nel corso delle indagini, nè durante lo svolgimento dei due gradi di giudizio, una sua versione dei fatti:

sarebbe stato utile comprendere come ella non si fosse avveduta del notevole sobbalzo conseguente all’arrotamento della vittima e del perchè non fosse ritornata nel punto dove ciò era accaduto nonostante avesse arrestato l’auto a poca distanza da quel luogo discendendo dalla stessa per verificare quanto occorsole; b) le dichiarazioni rese dal teste R. e l’incrinatura dello spigolo superiore sinistro della targa anteriore dell’auto condotta dall’imputata smentivano la tesi difensiva: il teste, nel descrivere il momento dell’incidente, aveva riferito di avere nettamente intravisto, a fianco della vettura condotta dalla donna, una figura, sul momento non riconosciuta come umana, che si abbatteva al suolo, tanto da indurlo a pensare alla caduta di un cartellone pubblicitario; inoltre la lieve, ma decisa sterzata a sinistra descritta dal R., appariva compatibile con la necessità di evitare un ostacolo ma non era necessariamente conseguente all’arrotamento; orbene, tale ricostruzione, per un verso, non risultava contestata dalla difesa dell’imputata, e, per altro verso, risultava incompatibile con la tesi della presenza sul manto stradale del corpo del M. precedentemente al sopraggiungere della vettura, posto che il teste aveva affermato di aver guardato alla sua destra, scorgendo tale figura solo successivamente ed in conseguenza del suddetto mutamento di direzione dell’auto dell’imputata: dal che doveva dedursi che al passaggio della Fiat Punto della C. il M. era ancora in piedi accanto all’auto; c) siffatta conclusione risultava altresì avvalorata dalla circostanza che lo spigolo superiore sinistro della targa anteriore del veicolo era rimasto impigliato nel giubbotto indossato dal giovane; si trattava di un dato incontestato ed incontestabile posto che erano stati rinvenuti i filamenti appartenenti all’imbottitura di tale indumento;

orbene, se il corpo della vittima si fosse trovato già sul manto stradale al passaggio dell’auto, la stessa spinta in avanti data dal moto dell’auto avrebbe pressochè impedito che quella parte della targa potesse incappare nel giubbotto venendone a sua volta divelta:

il corpo del M., in caduta da un punto più alto, aveva investito la parte anteriore del mezzo e scivolando su di essa aveva fatto sì che i vestiti avvolgessero le singole componenti;

dell’auto, mentre queste ultime avevano ceduto alla forza che conduceva il corpo al di sotto del veicolo, determinando l’incrinatura dello spigolo sinistro della targa dell’auto della C.; d) la caduta del M., a seguito del suo investimento, risultava del tutto compatibile con l’altro dato, anch’esso oggettivo e non contestato, relativo alla constatata frattura delle ossa metatarsali del piede sinistro della vittima, segno questo collegato necessariamente al passaggio su di esso del mezzo allorquando era perfettamente orizzontale al piano di calpestio, cioè poggiato per terra; e) le suddette argomentazioni, fondate sui soli dati oggettivi, e non contestati, disponibili, dimostravano che le deduzioni svolte dai consulenti tecnici della difesa non si attagliavano alla fattispecie; f) infine, quanto alla dosimetria della pena infitta dal primo giudice alla C., le doglianze dell’appellante apparivano al riguardo prive di fondamento:

l’incidente era avvenuto a causa della totale carenza di attenzione da parte della conducente che non si era avveduta affatto non soltanto dell’esistenza di un pedone ma anche che questi avesse impegnato la corsia, evidentemente in fase di attraversamento, e persino di averlo investito, dapprima arrotandogli il piede e poi passandogli sopra con l’auto; il conseguente sobbalzo della vettura avrebbe dovuto provocare condotte diverse da parte dell’imputata che inspiegabilmente non erano state poste In essere; non vi era dunque spazio per dedurre realisticamente l’imprevedibilità ed inevitabilità dell’evento in quanto esso non era stato per nulla percepito e ben poteva esserlo; troppo superficiale era stato il comportamento successivamente tenuto dalla C. per non risultare oltremodo sospetto; a fronte di tali modalità del fatto non vi era motivo alcuno per accedere alla richiesta di prevalenza delle già riconosciute circostanze attenuanti generiche sulla circostanza aggravante contestata; quanto all’entità della pena, la stessa appariva certamente adeguata alla gravità ed alle modalità di commissione del fatto reato.

  1. Ricorre per cassazione l’imputata, denunciando l’erronea valutazione delle risultanze probatorie – con particolare riferimento all’impronta della scarpa sulla fiancata dell’auto – ribadendo quindi la tesi secondo cui l’impatto della propria auto con il corpo del M. sarebbe avvenuto quando lo stesso era già sull’asfalto e sostenendo che risulterebbe del tutto ingiustificato il diniego di una valutazione di prevalenza delle riconosciute attenuanti genetiche sulla contestata aggravante.achiama subitoACLIPRIMO

Motivi della decisione

  1. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per la manifesta infondatezza delle dedotte censure, a fronte di una doppia conforme sentenza di condanna e, in particolare, di una sentenza di appello che fornisce una adeguata ricostruzione dell’incidente e della relativa responsabilità.

5.1. Come è noto, le norme che presiedono il comportamento del conducente del veicolo, oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, sono principalmente quelle rinvenibili nell’art. 140 C.d.S., che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotte. Tra queste ultime, di rilievo, cpn riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, sono quelle stabilite, dettagliatamente, nell’art. 191 C.d.S., che trovano il loro pendant nel precedente art. 190 C.d.S., che, a sua volta, stabilisce le regole comportamentali cautelari e prudenziali che deve rispettare il pedone. In questa prospettiva, è evidente la regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente, sintetizzata nell'”obbligo di attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone sì da potere porre in essere efficacemente gli opportuni (rectius, i necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento.

Il dovere di attenzione del conducente teso all’avvistamento del pedone trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel I richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare;

quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte quelle situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (in particolare, proprio dei pedoni) (cfr., per riferimenti, Sezione 4, gennaio 1991, Del Frate; Sezione 4, 12 ottobre 2005, Leonini; Sezione 4, 13 ottobre 2005, Tavoliere).

Trattasi di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 C.d.S.. Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e di cercare di prepararsi a superarle senza danno altrui (Sezione 4, 30 novembre 1992, n. 1207, Cat Berrò, rv. 193014).

Ne discende che il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone (una tale condotta risulterebbe, invero, concausa dell’evento lesivo, penalmente non rilevante per escludere la responsabilità del conducente: cfr. art. 41 c.p., comma 1), ma occorre che la condotta del pedone i configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non i prevista nè prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. art. 41 c.p., comma 2). Ciò che può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di “avvistare” il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.

5.2. Nello specifico, l’imputata non ha prospettato eventuali comportamenti imprudenti del pedone nè, nel rivendicare la propria innocenza, si è preoccupata di contestare addebiti a suo carico di profili colposi nell’eziologia dell’incidente, ma ha sostenuto una tesi basata unicamente sulla prospettata presenza sull’asfalto del corpo del M. privo di vita, già prima del sopraggiungere dell’auto da lei condotta; ed ha ritenuto di poter suffragare tale versione con il richiamo all’elemento oggettivo dell’impronta di una scarpa rilevata sulla fiancata destra della propria auto.

La Corte distrettuale, nell’esaminare e nel disattendere le deduzioni difensive della difesa concernenti la rilevata impronta della scarpa sulla fiancata dell’auto – dalla Corte stessa considerata quale unica circostanza apparentemente favorevole alla tesi difensiva – ha sottolineato che trattavasi di dato non idoneo di per sè ad inficiare la dinamica dell’incidente quale ricostruita dal primo giudice sulla base del compendio probatorio acquisito, ed ha dato conto di detto convincimento osservando che: 1) l’accertata comparazione tra la traccia di scarpa e quella indossata dalla vittima non specificava in quale posizione essa fosse stata impressa:

a giudicare dalle foto in atti, le impronte risultavano più di una, come se il piede avesse più volte impattato contro la fiancata da diverse posizioni; 2) in secondo luogo doveva rilevarsi che la parte più nitida dell’impronta presupponeva una posizione verticale del piede rispetto alla superficie d’impatto, che, non solo, non era quella rappresentata nella consulenza tecnica prodotta dal responsabile civile, ma risultava pressochè impossibile una flessione del ginocchio e dell’anca all’indietro tale da permettere alla pianta del piede sinistro dell’uomo a terra, schiacciato dall’autovettura, di giungere a 70 cm d’altezza dal suolo; 3) a ciò bisognava aggiungere che il tipo di calzatura risultava di ampia commercializzazione, e che l’auto dell’imputata si era allontanata dal luogo del sinistro per farvi ritorno solo successivamente a circa mezz’ora dalla verificazione del sinistro, rimanendo alla mercè della folla che nelle more si era radunata lì nei pressi: tant’è ch’e, una volta fatta salire l’imputata all’interno dell’auto di servizio, uno degli Agenti della “volante” intervenuta prima della pattuglia di Polizia Municipale era rimasto a presidio della stessa;

di tal che, la prospettazione che l’impronta in questione appartenesse alla vittima non poteva assumere i caratteri della certezza processuale rimanendo nel limbo di una Ipotesi, peraltro avversata da una netta incompatibilità di tipo fisico quale prima descritta; 4) infine, tutti i restanti danni accertati, erano risultati, dall’esame della Fiat Punto in questione, idei tutto compatibili con la dinamica dell’incidente quale accreditata dal primo giudice: il che rafforzava l’ipotesi accusatoria.

5.3. Orbene, il giudizio espresso dalla Corte territoriale, contrariamente a quanto sostenuto nel ricorso, è conforme alle risultanze dell’istruttoria svolta. Tale giudizio attiene al merito dei fatti e non è sindacabile in sede di legittimità perchè frutto di un apprezzamento delle emergenze processuali – in ordine alla condotta della ricorrente, ai profili di colpa in essa ravvisati ed alla loro incidenza sotto il profilo causale – del quale è stata data congrua e coerente giustificazione.

Le censure proposte si risolvono dunque in asserzioni e in considerazioni di merito dirette a contestare il valore probatorio degli elementi utilizzati dal giudice per pervenire al convincimento di responsabilità e non tengono conto degli argomenti e delle indicazioni probatorie contenuti nella motivazione della sentenza impugnata. In definitiva, la ricorrente ha sostanzialmente riproposto le tesi difensive già sostenute in sede di merito e disattese dal Tribunale prima e dalla Corte d’Appello poi. Al riguardo giova ricordare che nella giurisprudenza di questa Corte è stato enunciato, e più volte ribadito, il condivisibile principio di diritto secondo cui “è inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.

La mancanza di specificità del motivo, invero, dev’essere apprezzata non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità conducente, a mente dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), all’inammissibilità” (in termini, Sez. 4, n. 5191 del 29/03/2000 Ud. – dep. 03/05/2000 – Rv. 216473; conf.: Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, dep. 25/03/2005, Rv. 231708; Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 Ud. – dep. 16/05/2012 -Rv. 253849).

E va altresì evidenziato che già il primo giudice aveva affrontato e risolto le questioni sollevate dall’imputata, in ordine alla dinamica del sinistro ed alla ritenuta colpevolezza dell’imputata stessa, seguendo un percorso motivazionale caratterizzato da completezza argomentativa; di tal che, trattandosi di conferma della sentenza di primo grado, i giudici di seconda istanza legittimamente hanno anche richiamato la motivazione addotta dal Tribunale a fondamento del convincimento espresso, senza peraltro limitarsi ad un semplice richiamo meramente ricettizio a detta motivazione, non avendo mancato di fornire autonome valutazioni ed indicare specifiche risultanze processuali a fronte delle deduzioni dell’appellante: è principio pacifico in giurisprudenza quello secondo cui, nel caso di doppia conforme, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione (in termini, “ex plurimis”, Sez. 3, n. 4700 del 14/02/1994 Ud. – dep. 23/04/1994 – Rv. 197497; conf. Sez. 2, n. 11220 del 13/11/1997 Ud. – dep. 05/12/1997 – Rv. 209145).

  1. Quanto infine alla censura concernente il mancato giudizio di plusvalenza delle attenuanti generiche, la Corte territoriale ha ritenuto di dover confermare la statuizione del primo giudice, valorizzando al riguardo il rilevante profilo di colpa: orbene si tratta di apprezzamento di merito incensurabile in questa sede perchè non espresso in modo apodittico e privo di connotazioni di illogicità (cfr. Sez. 6, 25.8.1992, Lafleur, RV 192244; secondo cui, ai fini del giudizio di comparazione ex art. 69 c.p., il giudice di merito non è tenuto a prendere in considerazione tutti gli elementi prospettati dalle parti, essendo sufficiente, invece, che egli dia rilievo a quelli ritenuti di valore decisivo).
  2. Alla declaratoria di inammissibilità segue, per legge, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè (trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile alla volontà, e quindi a colpa, della ricorrente: cfr. Corte Costituzionale, sent. N. 186 del 7-13 giugno 2000) al versamento a favore della cassa delle ammende di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 1.000,00 (mille).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali ed a quello della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 2 luglio 2013.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2013.ACHIAMA MED3

aincidente 2

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

SEZIONE X CIVILE

Sentenza 26 novembre 2015, n. 13359      

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Rossella Filippi

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. …/2012 promossa da:

G.N. …, con il patrocinio dell’avv. BATTISTON SAMANTHA e, elettivamente domiciliato in VIALE DELLO STADIO, 68 20013 MAGENTA presso il difensore avv. BATTISTON SAMANTHA

M.G. …, con il patrocinio dell’avv. BATTISTON SAMANTHA e , elettivamente domiciliato in VIALE DELLO STADIO, 68 20013 MAGENTA presso il difensore avv. BATTISTON SAMANTHA

ATTORE

contro

XXX SPA (…), con il patrocinio dell’avv. B.M. e elettivamente domiciliato in … MILANO presso il difensore avv. B.M.

CONVENUTA

  1. R. (…)

CONVENUTO CONTUMACE

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da atti indicati nel verbale all’udienza di precisazione delle conclusioni.

FATTO E DIRITTO

Con atto di citazione ritualmente notificato G.N. e M.G., in proprio e quali genitori, rappresentanti legali del figlio minore A.N., convenivano in giudizio XXX s.p.a. ed E.R., rispettivamente assicuratore e proprietario del veicolo Fiat Punto, tg. …, affinché venissero condannati in solido tra loro, previo accertamento della responsabilità nella causazione del sinistro stradale occorso il 30.10.2011, al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali patiti e quantificati in € 1.888.792,08, di cui € 681,62 per spese mediche sostenute, € 323.000,00 a titolo di danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa specifica del minore, € 713,985,00 per danno non patrimoniale del figlio, € 200.000,00 per ulteriore personalizzazione, € 300.000,00 ed € 350.000,00 rispettivamente a favore del padre, G.N. e della madre, M.G. per danno non patrimoniale riflesso, € 1.125,46 per danno patrimoniale ulteriore relativo ai permessi non retribuiti per G.N. ed € 145,81 per M.G.

Gli attori esponevano che: in data … 2011, verso le ore 20.40, il figlio minore A.N. (avente 10 anni all’epoca del sinistro), insieme ad altri bambini, camminava nel tratto di strada sterrato posto a margine della carreggiata di via …, in località …(VA), quando all’improvviso, all’altezza del numero civico …, veniva travolto dall’autovettura Fiat Punto, targata …, di proprietà di E.R. e condotta da L.R., che percorreva la via in direzione …. Gli attori deducevano altresì che si trattava della notte di Halloween e i ragazzini stavano sfilando con i propri costumi allorquando giungeva l’autovettura predetta a forte velocità, con le sole luci di posizioni accese e che l’autovettura avrebbe proceduto molto vicina al ciglio della strada, sfiorando un primo bambino, I., e successivamente investendo A. che camminava dietro di lui. Il minore cadeva rovinosamente a terra, sulla striscia continua che separa il tratto di carreggiata con la zona erbosa adiacente, procurandosi gravi ferite per le quali si rendeva necessario l’intervento sul posto di un’ambulanza che lo trasportava d’urgenza presso l’ospedale di G. ove giungeva in condizioni gravissime.

Il giorno successivo, a causa delle condizioni cliniche precarie, il minore veniva trasferito presso l’azienda ospedaliera di L. con diagnosi di politrauma da incidente stradale e numerose fratture e veniva operato d’emergenza per riduzione cruenta di frattura del femore destro. Nei giorni seguenti veniva posto in sala rianimazione e le sue condizioni cliniche risultano le seguenti: frattura maxillofacciale, lacerazione moderata/grave della milza, fratture delle ossa lunghe, frattura multipla del bacino e trauma cranico commotivo nonché petecchie sottocorticali a livello cerebrale, frattura scomposta della parete anteriore e posterolaterale ediale di entrambi i seni mascellari con emoseno bilaterale, frattura scomposta dei pavimenti orbitari, frattura del pavimento laterale dell’orbita di destra, frattura plurifocale delle cellette etmoidali, emoseno bilaterale frontale, frattura composta dell’emimandibola sinistra, contusione polmonare e lacerazione splenica nonché fratture multiple del bacino ed ossa lunghe dell’arto inferiore destro.

Gli attori attribuivano la responsabilità nella causazione del sinistro esclusivamente in capo alla conducente del veicolo, L.R., la quale, pur essendosi avveduta della presenza del gruppo di bambini, invece di rallentare e frenare, avrebbe violato le generali regole di prudenza e quelle dettate dal codice della strada, avrebbe lampeggiato agli stessi e investito A.N., travolgendolo.

Si costituiva in giudizio XXX Assicurazioni s.p.a., contestando integralmente la domanda attorea sia nell’an che nel quantum ed esponendo che nessuna responsabilità poteva essere ascritta alla conducente del veicolo in garanzia, L.R., atteso che il minore aveva improvvisamente e inaspettatamente invaso la corsia di percorrenza del veicolo allorquando la conducente stava transitando, a velocità moderata. La società convenuta eccepiva altresì la responsabilità dei genitori ex art. 2048 c.c. per culpa in educando e vigilando, atteso che avevano lasciato il figlio minore, di soli 10 anni, ad ora tarda nella serata del 31.10.2011, ai bordi di una carreggiata ad ampio scorrimento, senza impartirgli le lezioni di prudenza e senza accertarsi che nel gruppo vi fosse almeno una persona adulta o prossima alla maggiore età.

All’udienza del 16.10.2013 veniva dichiarata la contumacia di E.R. e, successivamente al deposito delle memorie ex art 183 comma VI c.p.c., veniva ammesso l’espletamento di attività istruttoria orale e di consulenza medico legale. La causa veniva rimessa in decisione all’udienza del 16.6.2015.

La domanda proposta dagli attori è fondata e deve essere accolta nei limiti di seguito indicati.

Sulla base della documentazione versata in atti e dell’istruttoria espletata, la responsabilità del sinistro deve essere ascritta alla responsabilità concorrente della conducente nella misura del 70% e al comportamento colposo del danneggiato nella misura del 30%.

Preliminarmente si rileva che il teatro del sinistro è rappresentato dalla carreggiata di Via …, strada urbana composta da due corsie, ciascuna per ogni senso di marcia, ad andamento in pendenza (valutata intorno al 4-5%), con larghezza di mt. 6,40. Su ambo i lati delle banchine erbose larghe circa 5,60 mt. si allignano alberi d’alto fusto, prospicienti le recinzioni di abitazioni private. La linea di mezzeria ed i margini della carreggiata sono demarcati con linee continue che si interrompono in corrispondenza degli accessi alle abitazioni (cfr. doc. 1 parte attrice). Il fondo stradale è risultato asfaltato, asciutto ed in buone condizioni. L’illuminazione artificiale sufficiente. Le condizioni del tempo serene e la visibilità buona.

Lo stato dei luoghi risulta ampiamente e chiaramente documentato dalle produzioni delle parti: in particolare dalle fotografie prodotte dagli attori sub doc. 3 e da quelle contenute nella perizia sulla ricostruzione della meccanica del sinistro prodotta dalla società convenuta sub doc. 5 con la memoria ex art. 183, comma VI, n. 2 c.p.c. nonché dagli schizzi planimetrici allegati al rapporto di incidente stradale della Polizia Stradale di …, prodotti da entrambe le parti.

La dinamica del sinistro era stata ricostruita dagli agenti della Polizia di Stato, alla luce degli elementi raccolti nella zona del sinistro, dei danni sul veicolo, delle dichiarazioni rese dalla conducente e dalle informazioni testimoniali, nei seguenti termini. L’autovettura Fiat Punto (tg. …), condotta da L.R., percorreva via … con direzione di marcia … nel territorio del comune di …. Al margine destro della carreggiata vi era un gruppetto di bambini che percorreva a piedi la strada in senso contrario all’autovettura e risultava impegnato nell’esplosione di petardi. Repentinamente, un componente del gruppo, A.N., invadeva la corsia di marcia che vedeva sopraggiungere il veicolo Fiat Punto, condotto dalla R., che, in corrispondenza del civico …, colpiva il minore.

Sulla predetta dinamica del sinistro, gli attori hanno dedotto l’elevata velocità di circolazione dell’autovettura, l’utilizzo delle sole luci di posizione, la circostanza per cui l’auto procedeva molto vicina al ciglio della strada e la prevedibilità dell’evento lesivo, atteso che la conducente stessa aveva dichiarato, nell’immediatezza dei fatti, di essersi avveduta della presenza del gruppetto di bambini, lampeggiando i fari.

XXX s.p.a. ha, invece, dedotto innanzi tutto la velocità moderata della conducente, la quale procedeva a 40-50 km/h su una strada urbana ove il limite previsto è di 50 km/h, in secondo luogo eccepiva il comportamento colposo del minore danneggiato, in quanto A.N. invadeva repentinamente ed in modo imprevedibile la corsia di marcia ove si trovava l’autovettura de qua, a causa, verosimilmente, dello scoppio di un petardo con i quali gli altri bambini stavano giocando; lo stesso, peraltro, indossava una maschera rossa sul viso che ne limitava la visuale.

La circostanza dedotta che il conducente avrebbe visto il bambino in prossimità della carreggiata, prima dell’impatto, non è affatto indifferente: se ciò è avvenuto, sopravvengono a carico suo quei comportamenti prudenziali che, se inattuati, sono per lui forieri di responsabilità, benché abbia condotto il veicolo a velocità moderata, nei limiti di legge.

Com’è noto, infatti, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il conducente di un veicolo che si avveda tempestivamente della presenza di un pedone sul margine della carreggiata deve diminuire la velocità anche al di sotto dei limiti di legge, in modo da essere in grado di arrestare la marcia del veicolo, qualora, giunto all’altezza del pedone medesimo, quest’ultimo improvvisamente attraversi la strada.

Come pure è, ormai, consolidato, il principio in forza del quale al conducente di un autoveicolo incombe l’obbligo di sorvegliare la strada nonché quello di moderare la velocità ed eventualmente fermarsi, non soltanto quando i pedoni sul suo percorso tardino a scansarsi, ma anche quando essi, fermi o in movimento sulla strada o ai margini della stessa, si trovino in procinto di attraversarla o facciano fondatamente prevedere che l’attraverseranno, mettendosi in una situazione di pericolo.

Ma, ancora più in particolare, s’è formata vasta giurisprudenza intorno a sinistri verificatisi all’uscita dalla scuola o in luoghi, comunque, affollati da bambini. A tal riguardo è stato affermato che il conducente deve prestare la massima attenzione alla guida e procedere con moltissima prudenza quando la platea stradale o i marciapiedi laterali sono occupati da bambini i quali, per la loro età ed inesperienza, sono naturalmente ed istintivamente imprudenti ed hanno movimenti e comportamenti improvvisi ed inconsulti, repentini ed imprevedibili, per cui, finché gli stessi non siano stati completamente superati o sorpassati, il conducente deve procedere con la massima cautela, riducendo particolarmente la velocità in modo da poter arrestare il veicolo agevolmente in ogni momento e bloccarlo repentinamente (ex multis Cass. civ. 524 del 2011 e cfr. Cass. pen. Sez. IV, 19.11.1993, n. 1494).

Con riguardo al caso di specie, l’istruttoria orale espletata in corso di causa ha consentito di ritenere provata la velocità moderata della conducente sia in ragione di quanto affermato dal teste G. che era presente sul luogo del sinistro, sia, in via presuntiva, dagli accertamenti compiuti dagli agenti della polizia di Stato che non hanno rinvenuto tracce di frenata sull’asfalto dai quali poter a contrariis ritenere la forte andatura del veicolo.

In merito all’utilizzo delle luci di posizione, come dedotto dagli attori, il teste G., sentito sia nell’immediatezza dei fatti dalla Polizia Locale, che in sede di assunzione testimoniale in udienza, quale teste di parte convenuta, affermava che la fiat Punto aveva gli anabbaglianti accesi.

Avuto riguardo alla circostanza per cui la conducente si fosse avveduta della presenza dei bambini sulla banchina adiacente alla carreggiata, la deduzione risulta comprovata all’esito dell’istruttoria espletata e dei documenti acquisiti in atti: invero, la stessa L.R., nell’immediatezza dei fatti, ha dichiarato agli agenti di Polizia di Stato (cfr. doc. 1 parti attrici) di avere notato la presenza di un gruppetto di bambini al margine destro della carreggiata rispetto al suo senso di marcia, i quali scoppiavano dei petardi mentre andavano in senso contrario al suo. Quest’ultima circostanza è risultata confermata altresì dal teste G., conducente del veicolo nell’opposto senso di marcia, proveniente da …, il quale in sede di assunzione testimoniale all’udienza del 12.2.2014, dichiarava “i ragazzi stavano facendo degli scherzi di Halloween e io stesso ho richiamato la loro attenzione, suonando il clacson e facendo i fari, perché stavano rompendo dei lampioncini. Ho visto venire dalla opposta direzione di marcia una punto blu e, visto quello che stavano facendo, ho continuato a guardare i ragazzi nello specchietto andando piano piano, anche dopo aver superato la punto blu. Ho notato lo scoppio di un petardo e ho visto l’immagine di un giubbotto che volava in mezzo alla strada, mi sono poi reso conto che era un bambino”. Le dichiarazioni del teste, molto dettagliate, congruenti con lo stato dei luoghi e con quanto dal medesimo dichiarato nell’immediatezza dei fatti agli agenti di Polizia, appaiono pienamente attendibili e consentono di ritenere provata la dinamica del sinistro come dallo stesso dichiarata con la precisazione che il gruppo di bambini era composto da 4-5 e non da 10 bambini.

Orbene, facendo applicazione al caso di specie delle predette statuizioni giurisprudenziali, ritiene questo Giudicante che, sebbene sia stata provata in causa la moderata velocità della conducente, tuttavia quest’ultima non ha raggiunto la prova liberatoria di cui al disposto normativo dell’art. 2054, I comma, c.c., la quale richiede al conducente di provare di aver fatto “tutto il possibile per evitare il danno”. Infatti, le stringenti regole prudenziali richieste nelle fattispecie concrete – in ragione delle specifiche circostanze di luogo e di tempo – ove il conducente si è avveduto del pedone, a fortiori laddove si tratti di bambini in contesto di gruppo, non risultano del tutto essere state rispettate dalla conducente de qua, avendo ella stessa affermato di essersene avveduta e non avendo provato di avere adottato tutte le misure idonee (quale ad esempio la diminuzione della velocità in prossimità del gruppo di bambini) a prevenire eventuali comportamenti prevedibilmente imprudenti dei minori.

Accertata, dunque, la responsabilità della conducente nella causazione del danno, in ragione della presunzione di colpa di cui all’art. 2054, comma I, c.c., occorre altresì indagare l’eventuale contributo causale colposo del danneggiato al verificarsi dell’evento, dedotto da parte convenuta e rilevabile d’ufficio ai sensi dell’art. 1227, comma I, c.c.

Con riguardo al comportamento colposo del danneggiato, nella specie alla repentina invasione della carreggiata da parte del minore, l’istruttoria orale ha consentito di comprovare la circostanza dedotta da parte convenuta e rappresentata altresì dalla conducente nella immediatezza dei fatti (cfr. doc. 1 parte attrice). Invero, il teste G. ha confermato anche in sede di escussione orale all’udienza del 12.2.2014 di avere visto solo un bambino invadere la carreggiata, quello che poi è stato investito. L’attività istruttoria ha visto altresì l’escussione di due minori presenti durante il sinistro, insieme ad A.N.: in particolare, N.C., all’udienza del 14.2.2014 affermava che “un ragazzo più grande ha buttato un petardo vicino ad A … e lui si è spostato verso la strada”; il teste I.G. dichiarava sia di non avere visto l’urto perché si trovava dinanzi ad A., sia che un ragazzo più grande buttava un petardo e, sentendo il botto, si erano spostati vicino alla strada, ma senza invaderla. Con riguardo alle testimonianze rese dai minori, il giudizio di attendibilità risulta più stringente e deve tener conto della verosimiglianza delle circostanze affermate e della conferma che queste possono trovare nelle deposizioni di altri testi. Con particolare riguardo alla deposizione del teste G., la dichiarazione resa in merito alla circostanza della repentina invasione della carreggiata non risulta attendibile laddove lo stesso ha dichiarato di essersi trovato, in quel mentre, dinanzi ad A.N., odierno danneggiato, e pertanto non appare verosimile che lo stesso possa con certezza avere visto se A. avesse o meno repentinamente invaso la carreggiata in ragione dell’improvviso scoppio del petardo.

Pertanto, dal complesso quadro probatorio risulta provata la circostanza della improvvisa e brusca invasione della carreggiata da parte del minore A.N. e, dunque, del suo comportamento colposo.

Alla luce delle superiori considerazioni, ritiene questo Giudicante che la responsabilità del sinistro deve essere ascritta alla responsabilità concorrente della conducente nella misura del 70% e al comportamento colposo del danneggiato nella misura del 30%, in ragione della differente gravità delle regole cautelari violate dagli stessi.

Con riferimento al danno alla persona subito dal minore si rileva che la liquidazione va effettuata tenuto conto dei principi espressi dalla Suprema Corte a Sezioni Unite nella sentenza n. 26972 del 2008 secondo cui, nell’ipotesi di danno da lesione del bene salute, al fine di pervenire alla liquidazione del danno non patrimoniale nella sua interezza, occorre considerare nel concreto la compromissione dell’integrità (cd. danno biologico) e procedere alla personalizzazione del danno tenendo conto della effettiva consistenza delle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla persona lesa.

La liquidazione del danno non patrimoniale viene effettuata da questo Giudice in base ai criteri adottati da questo Tribunale con le nuove tabelle 2014 secondo cui, da un lato, in sede di liquidazione del danno da invalidità per postumi permanenti, il valore da attribuirsi ai punti di invalidità viene rapportato all’entità percentuale della invalidità riscontrata, con un aumento progressivo del predetto valore, per punto di invalidità, a sua volta differenziato a seconda dell’età della persona (dovendosi rapportare la liquidazione del danno biologico alla diversa incidenza dell’invalidità sul bene salute compromesso a seconda dell’arco vitale trascorso e dell’aspettativa di vita residua), da un altro lato, per ciascun punto percentuale di menomazione dell’integrità psicofisica, viene indicato un importo che dia ristoro alle conseguenze della lesione in termini “medi” in relazione agli aspetti anatomo-funzionali, agli aspetti relazionali, agli aspetti di sofferenza soggettiva, ritenuti provati anche presuntivamente. Sul punto si rileva che recentemente la Suprema Corte ha riconosciuto l’equità dei valori di tale tabella del Tribunale di Milano, in grado di garantire la parità di trattamento e da applicare in tutti i casi in cui la fattispecie concreta non presenti circostanze idonee ad aumentarne o ridurne l’entità (cfr. Cass. civ. n. 12408 del 2011).

Ciò premesso si rileva che la consulenza medico-legale ha accertato che, in conseguenza del sinistro, l’attore ha riportato “grave politraumatismo con trauma cranio-facciale produttivo di petecchie sottocorticali a livello cerebrale, fratture scomposte delle pareti anteriori, posterolaterale e mediale di entrambi i seni mascellari, frattura scomposta del pavimento orbitrario, frattura del pavimento laterale dell’orbita destra, frattura plurifocale delle cellette etmoidali e seno bilaterale frontale, frattura composta dell’emimandibola sinistra, contusione polmonare, lacerazione splenica, frattura multipla del bacino e delle ossa lunghe dell’arto inferiore destro, marcata sofferenza assono-mielinica dei nervi tibiale e peroneo destro, lesione del tronco sciatico dal terzo inferiore della coscia con denervazione totale della muscolatura SPE e SPI della gamba. Le lesioni dinanzi menzionate hanno reso necessario un primo periodo di ricovero in terapia intensiva nonché il ricorso ad un primo intervento chirurgico di riduzione cruenta della frattura del femore destro, un successivo trasferimento presso il reparto di pediatria per il proseguimento delle cure, il ricorso ad un secondo intervento chirurgico eseguito dopo otto giorni dal trauma per la riduzione e sintesi con viti e placche riassorbibili delle fratture esposte del mascellare, copro mandibolare, ossa nasali, altre ossa facciali, nasali e parete inferiore dell’orbita, un ricovero presso il reparto di rianimazione nel post-operatorio e successivamente in pediatria; veniva dimesso il 2.12.2011; in data 20.12.2011 veniva nuovamente ricoverato, in regime di day-hospital e sottoposto ad un terzo intervento chirurgico di rimozione dei fili di K in narcosi; seguirono numerosi accertamenti medici, esami diagnostici e visite mediche; veniva nuovamente ricoverato l’11.4.2012 per eseguire esami di controllo e tra il 21 e il 25 maggio 2012 veniva nuovamente ricoverato per essere sottoposto ad intervento chirurgico di decompressione dei nervi periferici e dei gangli; in data 21.11.2012 veniva sottoposto all’ultimo intervento chirurgico di allungamento del tendine di achille destro. Ha trascorso 9 mesi in sedia a rotelle per postura obbligata e un anno con due stampelle. Allo stato attuale reazione di paura con crisi di panico, difficoltà alla pratica di attività sportive, periodici episodi distorsivi del ginocchio destro per cedimento articolare, rigidità del piede destro, si sottopone a due sedute settimanali di fisioterapia.

Il C.T.U. ha dunque accertato che A.N. – dopo un periodo di inabilità al 100% per 10 mesi, al 75% per 6 mesi, al 66% per mesi 5 – abbia subìto una riduzione definitiva della sua integrità psico-fisica pari al 50%, senza incidenza alcuna sulla futura capacità lavorativa di tipo intellettuale. Per tutte quelle attività che comporteranno un particolare impegno ergonomico funzionale dell’arto inferiore. il C.T.U. ha, invece, ipotizzato una riduzione della futura capacità lavorativa nella misura del 25% sulla sua sfera attitudinale.

Alla luce delle conclusioni del CTU, tenuto conto del criterio del calcolo c.d. a punto, adottato da questo Tribunale – il cui valore viene individuato secondo la specificità del caso (entità delle lesioni, età del danneggiato 10 anni etc.) in relazione all’incidenza dei postumi permanenti sul bene salute, tenuto conto della durata del periodo di malattia, considerate le sofferenze fisiche e psichiche patite dal ricorrente quali possono presumersi dalla natura delle lesioni riportate, si ritiene di liquidare per il danno non patrimoniale subito dall’attore la somma di € 444.574,00 per il danno permanente e la somma di € 77.430,00 (€ 145 pro die) per il danno da inabilità temporanea.

Atteso che la voce di danno patrimoniale per l’incapacità lavorativa per attività che comporteranno un impegno ergonomico funzionale dell’arto inferiore viene di seguito liquidata autonomamente, nessuna personalizzazione si ritiene di effettuare della somma sopra indicata riconosciuta a titolo di danno non patrimoniale che comprende già il pregiudizio agli aspetti dinamico-relazionali medi conseguenti alle lesioni riportate.

Né può riconoscersi, alla luce di quanto sopra indicato, autonomia alla voce di danno esistenziale atteso che non risultano individuati, quale oggetto della richiesta risarcitoria, pregiudizi diversi da quello del danno biologico e del danno morale inteso quale sofferenza soggettiva causata dalle lesioni pregiudizi che già devono ritenersi ricompresi nella sopraindicata liquidazione del danno non patrimoniale.

Con riferimento all’attività lavorativa, il consulente tecnico dell’Ufficio non ha riconosciuto alcuna incidenza sulla futura capacità lavorativa di tipo intellettuale, mentre ha riconosciuto una riduzione della futura capacità lavorativa nella misura del 25% sulla sua sfera attitudinale con riguardo alle attività che comporteranno un particolare impegno ergonomico-funzionale dell’arto inferiore.

Per consolidata giurisprudenza di legittimità, in caso di minorenne macroleso, il Giudice del merito deve effettuare un giudizio prognostico fondato su basi probabilistiche e valutare “se ed in che misura i postumi permanenti ridurranno la futura capacità di guadagno di detta persona, tenendo conto in primo luogo della percentuale di invalidità medicalmente accertata, della natura e qualità dei postumi stessi, dell’orientamento eventualmente manifestato dal danneggiato medesimo verso una determinata attività redditizia, degli studi da lui portati a termine, dell’educazione ricevuta dalla famiglia nonché delle presumibili opportunità di lavoro che si presenteranno al danneggiato anche in relazione al prevedibile futuro mercato di lavoro; ed in secondo luogo della posizione sociale ed economica di quest’ultima; nonché di ogni altra circostanza rilevante. In assenza di riscontri concreti dai quali desumere gli elementi suddetti (e, perciò, in mancanza della possibilità di ricorrere alla prova presuntiva), la liquidazione potrà avvenire attraverso il ricorso al triplo della pensione sociale” (cfr. ex multis Cass. civ., n. 20943 del 2009).

Nel caso di specie, non svolgendo il minore, per la sua età, una attività lavorativa e non essendo stati allegati elementi idonei a poter determinare il tipo di attività lavorativa che presumibilmente il minore eserciterà in futuro (di tipo intellettuale ovvero manuale), non potendo, peraltro, in mancanza di allegazione specifica, tenere conto degli studi intrapresi e delle inclinazioni manifestate dal minore, né della posizione economica e sociale della sua famiglia (cfr. sul punto Cass. 1.7.1998, n. 6420), ritiene questo Tribunale di fare riferimento alla riduzione come accertata dal consulente dell’ufficio con riguardo alla misura del 25%, sebbene dallo stesso circoscritta alle sole attività che richiederanno un impegno ergonomico-funzionale dell’arto inferiore, e la valutazione equitativa non potrà che fare riferimento al criterio del triplo della pensione sociale di cui all’art. 137 cod. Ass., criterio residuale riconosciuto come equo anche dalla giurisprudenza di legittimità.

Deve pertanto provvedersi a quantificare il reddito annuale sulla cui base applicare il coefficiente di capitalizzazione, tenuto conto dell’età del minore al momento del sinistro.

A tal fine ai sensi dell’art. 137 codice delle assicurazioni deve farsi riferimento al criterio residuale del triplo della pensione sociale pari ad € 1345,56 (€ 448,52 è l’importo massimo mensile dell’assegno sociale che, dal 1 gennaio 1996, ha sostituito la pensione sociale); si ritiene, dunque, di porre a fondamento del calcolo la somma di € 16.146,72 quale reddito annuale. Applicando il coefficiente di capitalizzazione di cui al R.D. 9 ottobre 1922 numero 1403 per l’età di 20 anni (età presumibile nella quale, al termine della frequenza delle scuole di grado superiore, il danneggiato possa immettersi nel mondo del lavoro) è 19,279, effettuata la moltiplicazione del reddito annuo per tale coefficiente, senza effettuare alcuna detrazione con riferimento alla diversa durata della vita lavorativa proprio al fine di compensare il mancato adeguamento delle tavole di mortalità ai valori odierni, ne consegue che il danno patrimoniale subito dall’attore deve essere quantificato in euro 311.292,615. Tenendo conto di una futura riduzione della capacità lavorativa specifica pari al 25%, l’importo predetto va proporzionalmente ridotto, pervenendosi così alla somma di Euro 77.823,15.

Con riguardo alla domanda formulata dagli odierni attori in proprio, nulla quaestio con riguardo al danno patrimoniale, allegato e provato, patito dai genitori del minore con riferimento alle spese sostenute per il programma di fisioterapia, le visite ortopediche e neurologiche effettuate dopo il sinistro che ammontano ad € 681,62 (doc. n. 14 fascicolo attoreo) nonché il danno patrimoniale patito dagli stessi, i quali hanno dovuto fruire dei permessi lavorativi non retribuiti per far fronte alle necessità di assistenza del figlio minore. In particolare, G.N. ha subìto, per il mese di novembre 2011, una riduzione della retribuzione mensile lorda pari ad € 555,10, mentre per il mese di Maggio 2012 una riduzione della retribuzione mensile lorda pari ad € 570,36, dunque per un totale di € 1125,46. M.G. ha, invece, subìto una riduzione della retribuzione mensile lorda parti ad € 145,81 per il mese di Maggio 2012 (cfr. doc. 15 fascicolo attoreo).

Nessuna domanda è, invece, stata formulata dagli attori con riguardo al danno patrimoniale relativo alle spese sanitarie future, benché individuate e quantificate dal consulente dell’Ufficio, pertanto nulla è dovuto agli stessi in mancanza di espressa domanda, ostando il disposto di cui all’art. 112 c.p.c.

Va, inoltre, rigettata la domanda risarcitoria formulata dagli odierni attori iure proprio per il risarcimento del danno patito a seguito di evento pregiudizievole (c.d. danno riflesso). Com’è noto, le sezioni unite della Suprema Corte (Cass. Civ., sez. unite, n. 9556 del 2002), componendo un precedente contrasto giurisprudenziale sul punto, hanno riconosciuto la risarcibilità del danno patito dai prossimi congiunti del soggetto leso, affermando che non osta il disposto di cui all’art. 1223 c.c., il quale, secondo la ricostruzione operata dalla Suprema Corte contempla e contemplerebbe tutti i danni conseguenti al fatto illecito secondo un criterio di regolarità causale, poiché sta ad indicare la propagazione delle conseguenze dell’illecito (consistente in un danno alla persona) alle cosiddette vittime secondarie, cioè ai soggetti collegati da un legame significativo con il soggetto danneggiato in via primaria (cfr. Cass. Civ., sez. unite, n. 9556 del 2002). La Corte ha portato a compimento la rivisitazione del nesso di causalità ai fini dell’individuazione dei danni risarcibili, sostenendo che non vi sia una differenza sostanziale o eziologica tra danni riflessi o mediati e danni diretti, in quanto con quest’ultima espressione si intende semplicemente porre l’accento sulla “propagazione delle conseguenze dell’illecito alle vittime secondarie”. Ha così affermato che “il nesso di causalità tra fatto illecito ed evento può anche essere indiretto e mediato, purché il danno si presenti come un effetto normale, secondo il principio della c.d. regolarità causale”. Ne consegue che il danno riflesso, per quanto mediato, è configurabile come conseguenza normale ed ordinaria del fatto e legittima al risarcimento ogni soggetto che abbia subito un siffatto pregiudizio.

Fermo tale principio di diritto, la giurisprudenza ha altresì statuito con riguardo all’accertamento e alla liquidazione del predetto danno patito iure proprio dai prossimi congiunti del macroleso: invero, come le Sezioni Unite hanno avuto modo di affermare nel 2008, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (cfr. Cass., Sez. Un., 11.11.2008, n. 26972), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c.. A tale stregua, dunque, (pure) il danno non patrimoniale va sempre allegato e provato, in quanto, l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di ‘danno-conseguenza’, poiché tutti i danni extracontrattuali devono essere provati da chi ne pretende il risarcimento e la prova può essere data con ogni mezzo (cfr. Cass., 6.4.2011, n. 7844). Trattandosi, in particolare, di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume peraltro certamente la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15.1.2009, n. 794), tuttavia essa non può sopperire al mancato esercizio dell’onere di allegazione, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass. civ. 2228 del 2012). Nel caso di specie, tuttavia, gli attori, hanno soltanto dedotto in narrativa la sussistenza di un disagio e di una riorganizzazione della propria vita a cui hanno dovuto fare fronte all’esito del sinistro, senza assolvere al doveroso onere di allegazione e di prova con riguardo a concrete e specifiche circostanze ed elementi fattuali dai quali poter anche solo desumere, in via presuntiva, l’effettivo e concreto sconvolgimento delle abitudini di vita del nucleo familiare nonché il sacrificio totale ed amorevole nei confronti del macroleso nel quotidiano accudimento del minore ovvero la perdita o significativa riduzione delle attività sociali e culturali. In mancanza di ogni elemento probatorio in tal senso, la domanda formulata iure proprio dagli odierni attori con riguardo al danno c.d. riflesso va rigettata. In ragione di tale rigetto, risulta assorbita ogni questione in merito all’invocata eccezione di responsabilità ex art. 2048 c.c. sollevata dalla società convenuta nei loro riguardi.

Considerato poi il ritenuto concorso di colpa nella misura del 30% in capo al minore, gli importi sopra riconosciuti devono essere proporzionalmente ridotti.

Consegue che il danno complessivo subito dal minore deve essere quantificato in € 54.201,00 (70% di € 77.430,00) per il danno da inabilità temporanea ed in € 311.201,80 (70% di € 444.574,00) per il danno da inabilità permanente. Gli interessi compensativi sull’importo di € 54.201,00, quantum del danno da inabilità temporanea, secondo l’insegnamento delle S.U. della Suprema Corte (sent. n. 1712/95), decorrono dalla produzione dell’evento di danno sino al tempo della liquidazione e si calcolano al tasso legale sulla somma devalutata alla data del fatto (31.10.2011) e via via rivalutata nell’arco di tempo predetto e non sulla somma già rivalutata; gli interessi compensativi sull’importo di € 311.201,80, quantum del danno da inabilità permanente decorrono, invece, dalla cessazione della inabilità temporanea sino al tempo della liquidazione e si calcolano al tasso legale sulla somma devalutata alla data di cessazione della inabilità temporanea e via via rivalutata nell’arco di tempo predetto e non sulla somma già rivalutata; da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulle somme sopra liquidate in moneta attuale.

Va inoltre riconosciuto al minore l’importo di € 54.476,20 (70% di € 77.823,15) a titolo di danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa, sul quale, trattandosi di liquidazione anticipata del danno, devono esser riconosciuti solo gli interessi legali da oggi al saldo.

Il danno subìto, invece, dagli attori, in proprio, è quantificato nella misura di € 447,13 (70% di € 681,62) quale danno patrimoniale per spese mediche sostenute dagli attori nonché per G.N. nella misura di € 787,82 (70% di € 1125,46) e per M.G. nella misura di € 102,06 (70% di € 145,81), quali danni patrimoniali per permessi lavorativi non retribuiti, importi che rivalutati secondo gli indici Istat dei prezzi al consumo equivalgono rispettivamente alla somma di : € 460,81 per spese mediche, € 811,31 permessi G.N., € 105,15 permessi non retribuiti M.G., oltre gli interessi compensativi del danno derivante dal mancato godimento dell’equivalente pecuniario del bene perduto.

Alle luce delle superiori considerazioni, E.R. e XXX s.p.a. devono essere condannati, in solido tra loro, al pagamento in favore degli attori degli importi sopra indicati, in qualità di legali rappresentanti del minore A.N. e in proprio, come da dispositivo.

In forza del principio della soccombenza E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, devono essere condannati a corrispondere agli attori le spese di lite liquidate come in dispositivo.

Le spese di C.T.U., precedentemente liquidate con separato decreto, vanno poste definitivamente a carico di XXX s.p.a. ed E.R., in solido tra loro.

P.Q.M.

il Tribunale, definitivamente pronunziando, ogni diversa istanza, difesa, eccezione, deduzione disattesa:

condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. e M.G., in qualità di legali rappresentanti del minore A.N., l’importo di € 54.201,00, oltre interessi compensativi come in motivazione; l’importo di € 311.201,80, oltre interessi compensativi come in motivazione; nonché l’importo di € 54.476,20 oltre agli interessi legali da oggi al saldo;

– condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. e M.G., in proprio, l’importo di € 460,81 oltre interessi compensativi, come indicato in motivazione;

– condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a G.N. l’importo di € 811,31, oltre interessi compensativi come in motivazione;

– condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, a corrispondere a M.G. l’importo di € 105,15, oltre interessi compensativi come in motivazione;

– condanna E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, al pagamento delle spese di lite in favore di G.N. e M.G., liquidate in € 15.000,00, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge;

– rigetta ogni altra domanda;

– pone definitivamente a carico di E.R. e XXX s.p.a., in solido tra loro, le spese di C.T.U., liquidate con separato decreto.

Milano, 25 novembre 2015

Il Giudice

dott. Rossella Filippi

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In ogni caso il trasportato ha sempre diritto al risarcimento danni in caso di lesioni o decesso nell’incidente stradale Morte del conducente Risarcimento Incidente avvocato risarcimento danni Studio legale Bologna Incidente Stradale Assicurazioni Segnaletica non chiara La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale,studio legale per La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale Incidenti Stradali E Gestione Dei Sinistri Auto E Moto studio legale Sentenza Sinistro Stradale Danno Da Morte Immediata Come Farsi Risarcire In Caso Di Incidente Moduli Incidenti Stradali Con Veicoli Non Assicurati Studio Legale per risarcimento danni Incidenti Con Veicoli Pubblica Amministrazione Risarcimento Danni Danni ingenti a cose Risarcimento Sinistro Sinistri Stradali Studio Legale Francia Assistenza Legale Morte Richiesta Danni Incidenti Stradali Cosa Fare In Caso Di Sinistro Stradale con feriti Vercelli Sinistri Stradali Avvocato Risarcimento danno da morte Morte parenti Richiesta Danni Come riscuotere Asti Sinistri Stradali Avvocato Risarcimento danno da morte Morte parenti Richiesta Danni Come riscuotere Cuneo Sinistri Stradali Avvocato Risarcimento danno da morte Morte parenti Richiesta Danni Come riscuotere Alessandria Sinistri Stradali Avvocato Risarcimento danno da morte Morte parenti Richiesta Danni Come riscuotere v Avvocato Incidente Mortale Studio Legale Per Incidenti Mortali Comportamento In Caso Di Incidente Stradale All’estero Vercelli Bologna Risarcimento Sinistro Stradale con morte Studio legale Bologna Incidente Stradale Assicurazioni Segnaletica non chiara La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale,studio legale per La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale Incidenti Stradali E Gestione Dei Sinistri Auto E Moto studio legale Sentenza Sinistro Stradale Danno Da Morte Immediata Come Farsi Risarcire In Caso Di Incidente Moduli Incidenti Stradali Con Veicoli Non Assicurati Studio Legale per risarcimento danni Incidenti Con Veicoli Pubblica Amministrazione Risarcimento Danni Asti Risarcimento Sinistro Stradale con morte Cuneo Risarcimento Sinistro Stradale con morte Alessandria Risarcimento Sinistro Stradale con morte Incidenti Stradali Con Animali Selvatici Come Chiedere Il Risarcimento Assistenza Legale Risarcimento Danni Incidente Stradale Mortale Morti E Feriti Risarcimento Danni Da Incidente Stradal Morti Sinistro Stradale Denuncia E Risarcimento Diretto Risarcimento Diretto E Incidenti All’estero Risarcimento Lesioni Da Incidente Stradale Come Fare Risarcimento morte e Incidenti Stradali In Italia Esperti In Risarcimento Danni Incidente Stradale Risarcimento Sinistro studio legale avvocati Studio legale Bologna Incidente Stradale Assicurazioni Segnaletica non chiara La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale,studio legale per La Richiesta Di Risarcimento Danni Incidente Mortale Incidenti Stradali E Gestione Dei Sinistri Auto E Moto studio legale Sentenza Sinistro Stradale Danno Da Morte Immediata Come Farsi Risarcire In Caso Di Incidente Moduli Incidenti Stradali Con Veicoli Non Assicurati Studio Legale per risarcimento danni Incidenti Con Veicoli Pubblica Amministrazione Risarcimento Danni Avv Tutto Sul Risarcimento Danni Di Sinistri All’estero O Con Veicoli Esteri Danni Sinistro Mortale Cosa Fare Per Ottenere Il Risarcimento Diretto Risarcimento Facile cosa fare Risarcimento Supporto medico legale Incidenti Stradali Risarcimento Danni Il Risarcimento Del Danno Da Morte O Danno Tanatologico Risarcimento Diretto incidente in autogrill Morte Studio Legale Avv Incidenti Sinistri Stradali mortali Svizerra Infortunistica Stradale Avvocato Autisti risarcimento Infortunio Da Incidente Stradale Grave Incidente Stradale E Risarcimento Danni Tre Mosse Infortunistica Stradale Avvocato Passeggeri Avvocato penalista Incidenti Stradali Studio Legale Incidente Sinistro Stradale con conducente morto – danno parentale Avvocato Incidente Stradale Avvocato Incidente Stradale Grave Incidente Stradale Risarcimento parenti conducenti morti Come agire con morti Incidenti Stradali mortali Richiesta
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