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RISARCIMENTO DANNI DA INCIDENTE STRADALE? DA INCIDENTE IN MOTO ?COME OTTENERLI

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“Hai subito un incidente?Sei ferito? 5 consigli subito”

dello studio legale avvocato Sergio Armaroli

Ora vi spiego cinque consigli basilari in caso di grave incidente e vedrete che vi saranno utilissimi

1)chiedete l’intervento dei vigili per rilevare l’incidente, questo è importante ai fini risarcitori futuri, i verbali dell’autorità costituiscono un importantissimo elemento

Grave incidente stradale, vuoi il giusto risarcimento ? Leggi questo

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2)evitate sempre di litigare, non ne vale mai la pena.

3)se siete feriti o vedete feriti chiamate subito l’ambulanza.

4)accertatevi se vi sono testimoni .

ACHIINC

5)raccogliete tutta la documentazione medica del vostro percorso sanitario a seguito delle lesioni.

Oggi ottenere il giusto risarcimento non è facile ci vuole un avvocato capace e tenace, rivolgetevi all’avvocato Sergio Armaroli 051 6447838 PER URGENZE 335 8174816.

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Avvocato e Studio Legale di Infortunistica Stradale a Bologna – Risarcimento del Danno Derivante da Incidente Stradale Mortale

La prima valutazione riguarda se morte sia sopraggiunta in modo immediato (cosiddetta morte sul colpo) o se tra l’evento che ha determinato il decesso e la morte stessa sia intercorso un periodo rilevante, tale da determinare nella vittima del sinistro stradale o di altro evento la lucida percezione della gravità delle proprie condizioni e la consapevolezza dell’imminente morte. Difatti, solo in tale ultimo caso, i familiari più stretti del defunto, oltre ad avere diritto al risarcimento del danno morale per la propria sofferenza, “erediteranno” anche il diritto al risarcimento del danno morale (per la sofferenza) e del danno biologico .

 

Incidenti stradali mortali: In caso di incidente stradale mortale vi sono diverse tipologie di risarcimento e comprendono: – I danni non patrimoniali, o morali, quando previsti dalla legge, e per coloro che siano legittimati, per un reale perturbamento subito; – I danni patrimoniali; – L’eventuale indennizzo per I.T. Per la durata del periodo antecedente al decesso, con le conseguenti spese mediche, ospedaliere, di trasporto, di esami specialistici, ecc.; le spese funerarie. Danni morali La sentenza della terza Sezione della Cassazione Civile, richiamando la sentenza 26972/08 delle S.U., conferma la risarcibilità del danno morale.

Cass., sez. III, 07-11-2002, n. 15641
I genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dal venir meno della aspettativa degli stretti congiunti ad un contributo economico da parte del familiare prematuramente scomparso, hanno l’onere di allegare e provare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. 

Cass., sez. III, 25-07-2002, n. 10898
I figli che a seguito della morte dei genitori sono stati accolti dai nonni materni, da questi mantenuti, educati e istruiti sino al raggiungimento del venticinquesimo anno di età, non hanno subito alcun pregiudizio di carattere patrimoniale, per effetto della perdita del padre, della madre e dei contributi economici da questi dati per il loro mantenimento. La morte dei genitori ha provocato un pregiudizio patrimoniale non a carico dei figli (le cui esigenze di vita sono state completamente assicurate dai nonni materni), ma dei detti nonni materni che hanno dovuto far fronte a tutte le spese del caso. 

Cass., sez. III, 28-02-2002, n. 2962
Il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito dai genitori di un minore deceduto in conseguenza di un fatto illecito si sostanzia nel venir meno delle aspettative di un contributo economico che, secondo un criterio di normalità, la vittima avrebbe destinato a loro beneficio; a tal fine non rileva che i genitori stessi dispongano, al momento dell’evento, di fonti di reddito tali da rendere inutile qualsiasi contributo del figlio, salvo che la valutazione complessiva non consenta di presumere, al riguardo, l’assenza di mutamenti del quadro nel corso degli anni.

 

achiama subito

Dopo le sentenze delle sezioni unite della corte di cassazione dell’11/11/2008 si è sentita l’esigenza di una liquidazione unica del danno non patrimoniale biologico e di tutti gli altri danni non patrimoniali collegati alla lesione della salute e si è pensato di abbandonare i parametri di liquidazione precedentemente utilizzati.  Si è quindi giunti ad una liquidazione unitaria del danno biologico “standard” della cosiddetta personalizzazione del danno biologico (per particolari condizioni soggettive) e del danno morale.

Sono nate così le nuove tabelle del tribunale di Milano nelle quali vi è anche un adeguamento dei valori di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale che prevede una forbice che tiene conto di tutte le circostanze del caso concreto:

  • – sopravvivenza o meno di altri congiunti

  • – convivenza o meno di questi ultimi qualità ed intensità della relazione affettiva famigliare residua

  • – qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale della persona perduta.

Danno non patrimoniale per la morte/decesso del congiunto :

  • in favore di ciascun genitore per la morte di un figlio da   € 188.100,00  a  € 308.800,00

  • in favore del figlio per la morte di un genitore  da  € 188.100,00 a   € 308.800,00

  • in favore del coniuge (non-separato) o del convivente  da   € 188.100,00  a  € 308.800,00

  • in favore del fratello per morte di un fratello/sorella  da  €103.455,00  a  € 308.800,00

  • in favore del nonno o della nonna per la morte di un nipote  da  € 94.050,00  a  € 130000,00

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Per una corretta  liquidazione in caso di incident emrotale si tiene conto :


- l’età del defunto (più è avanzata meno intenso sarà il dolore per la perdita);
- l’età ed il sesso del superstite che domanda il risarcimento (secondo l’id quod plerumque accidit  persone mature e di sesso maschile sanno affrontare le emozioni con maggior compostezza rispetto ai giovani e alle donne);
- la convivenza con la persona defunta (sul presupposto che, dove vi sia stata convivenza, la perdita della persona cara produce una maggiore sofferenza in considerazione dell’inevitabile mutamento dello stile di vita del superstite);
- la composizione del nucleo familiare (si reputa che la vicinanza di persone care nei momenti di dolore costituisca un valido aiuto al superamento del lutto, e che, per contro, la solitudine aggravi la sofferenza);
- le modalità di commissione dell’illecito (più queste sono state drammatiche, efferate e tragiche tanto più acuto sarà il dolore provato dai familiari della vittima).

  il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più stretta sarà stata la frequentazione, la vicinanza materiale e, quindi, morale (cosa che ad esempio la convivenza rende presumibile) tra il de cuius e il suo congiunto supestite;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più giovane sarà stata l’età dell’uno – il de cuius – o dell’altro – il congiunto – o di entrambi, in ragione dell’aspettativa di vita insieme e della condivisione del percorso di crescita personale lungo l’arco della vita;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore in assenza di altri familiari, in quanto difficilmente si potrà sostituire quell’affetto del caro scomparso e quell’aiuto morale e materiale che quest’ultimo necessariamente apportava.

 

DANNO PARENATLE MORTE FIGLIO, MARITO O FRATELLO O MOGLIE

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).

In senso conforme: Cass., 12 giugno 2006, n. 13546;

  • Il danno parentale:

  • dalla sentenza 4253/12 della Corte di Cassazione (secondo la quale “perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare è necessario che sussista una situazione di convivenza in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi…) ì

  • La giurisprudenza di legittimità (Cass. civile 8828/2003) ha evidenziato come: “l’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione), ai sensi dell’art. 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.”

  • La giurisprudenza di legittimità ha efficacemente descritto il danno da perdita del rapporto parentale come quel danno che va oltre il crudo dolore che la morte in sè di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, nel non potere più fare ciò che per anni si faceva e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti familiari. Il suddetto danno consiste:” in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto”. (Cass., n. 2557/11).

  • Tali pronunce hanno chiarito che la considerazione separata delle componenti del pur sempre unitario concetto di danno non patrimoniale è ammessa, quando però sia evidente la diversità del bene od interesse oggetto di lesione ( 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).

  • Duplicazioni risarcitorie si hanno, pertanto, solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, mentre non vi è alcuna duplicazione risarcitoria quando il giudice valuta i diversi e molteplici pregiudizi negativi sul valore persona causalmente derivanti dal fatto illecito e incidenti sulla persona del danneggiato provvedendo alla loro integrale riparazione.

La sentenza in rassegna enuncia la differenza e pone la distinzione tra danno tanatologico e danno parentale, distinto dal danno morale rappresentato dal dolore per la perdita della persona cara, concretandosi il danno parentale “nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.

Il danno parentale consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.

ostituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza di questa Corte:

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ., 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ., 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372/1994);

  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale — e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia — è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ., 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754);

  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ., 16 maggio 2003, n. 7632);

  4. A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente — e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito — ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. nn. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

L’irriducibile e somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, l’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare, mentre disvelano la finalizzazione degli opposti orientamenti al contingente e pur encomiabile obiettivo di far conseguire più denari ai congiunti (Cass. civ. n. 6754/2011), confermano la validità di scelte decisorie basate sulla massima emersione possibile del rapporto parentale, come bonum in sé materialmente esistente prima dell’evento lesivo, irrimediabilmente da questo leso, concretamente passibile di consolazione pecuniaria.

  1. I principi qui sinteticamente riportati valgono a chiarire le ragioni della ritenuta fondatezza delle critiche formulate dagli impugnanti nei primi due motivi di ricorso.

Mette conto evidenziare che la Corte d’Appello ha affermato la piena condivisivilità della liquidazione del danno morale effettuata dal giudice di prime cure, in quanto non meramente simbolica; adeguata al caso concreto, e segnatamente alla circostanza che gli appellanti potevano contare sull’appoggio di più familiari superstiti; opportunamente diversificata tra coniuge e figlio.

 QUANTO RISARCIRE AI PARENTI FAMIGLIARI INCIDENTE MORTALE MASSIMALE ASSICURAZIONE

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L’ipotesi più semplice è quella in cui il danno patito dalla vittima sia, al momento di costituzione in mora dell’impresa designata, inferiore al massimale, e resti tale anche al momento del pagamento.

In questo caso l’assicuratore del responsabile deve versare al danneggiato il medesimo importo a questi dovuti dall’assicurato.

Tuttavia il debito del responsabile verso la vittima è una obbligazione di valore, fa sorgere la mora ex re dal giorno dell’illecito (art. 1219, comma 2, n. 1, c.c.), e produce i c.d. interessi compensativi da calcolarsi secondo i criteri stabiliti da Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995, Rv. 490480. Ora, l’assicuratore della r.c.a. deve tenere indenne la vittima di tutti i danni provocati dal responsabile: e dunque sia dei danni emergenti, sia del danno da ritardato adempimento.

Ne consegue che, quando il debito è inferiore al massimale sia al momento dell’illecito che al momento della solutio, la mora dell’assicuratore della r.c.a. produrrà i medesimi effetti della mora del responsabile: dunque l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuto a pagare gli interessi (c.d. compensativi), ad un saggio scelto in via equitativa secondo le circostanze del caso, applicato su un capitale pari alla media (semisomma) tra il valore del credito risarcitorio espresso in moneta dell’epoca del fatto, e lo stesso importo espresso in moneta dell’epoca della liquidazione, ovvero – il risultato è analogo – applicato per il primo anno sul credito espresso in moneta dell’epoca del fatto, e poi per ogni anno successivo sul credito via via rivalutato (per tutti questi principi si veda la fondamentale decisione pronunciata da Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995, Rv. 490480).

La seconda ipotesi è che l’importo del danno patito dalla vittima già al momento della costituzione in mora ecceda il massimale.

Quando il debito dell’assicuratore della r.c.a. eccede il massimale si applicano le regole sulla mora nelle obbligazioni pecuniarie: si è detto infatti che l’obbligazione dell’assicuratore della r.c.a. ha ad oggetto non il risarcimento del danno, ma l’adempimento del debito altrui. Essa è, dunque, una obbligazione di valuta e non di valore.

Ciò vuoi dire che l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuto a pagare un capitale pari al valore nominale del massimale, ai sensi dell’art. 1277, comma 1, c.c..

Su tale importo però l’impresa debitrice dovrà corrispondere gli interessi legali moratori di cui all’art. 1224, comma 1, c.c., anche in eccedenza rispetto ai massimale.

Ove, poi, la vittima deduca e dimostri anche il maggior danno di cui all’art. 1224, comma 2, c.c., l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuta al pagamento – in luogo degli interessi moratori – di quest’ultimo danno, che potrà ovviamente consistere anche nella svalutazione monetaria, se il saggio di questa sia stato superiore a quello degli interessi legali e la vittima dimostri, anche con presunzioni semplici, che un tempestivo adempimento le avrebbe consentito di investire il denaro in attività tali che l’avrebbero preservata dagli effetti dell’inflazione.

  1. Può accadere infine, che il credito risarcitorio della vittima, inferiore al massimale all’epoca di costituzione in mora dell’assicuratore, con l’andare del tempo lieviti sino ad eccedere il massimale al momento della liquidazione: vuoi a causa della svalutazione monetaria, vuoi per qualsiasi altra ragione.

Anche in questo caso l’assicuratore è ovviamente tenuto al pagamento degli interessi di mora ex art. 1224, comma 1, c.c., sull’importo nominale del massimale, salvo il maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c..

La particolarità di questa terza ipotesi sta nel fatto che il ‘maggior danno’ di cui all’art. 1224, comma 2, c.c., potrebbe in teoria consistere anche nella differenza tra il valore del danno all’epoca della mora ed il valore del danno all’epoca del pagamento, ove la vittima deduca e dimostri che, in caso di tempestivo adempimento, ella avrebbe potuto ottenere un ristoro integrale, precluso invece a causa del ritardato adempimento dell’assicuratore.

In questo caso, pertanto, la vittima ottiene un ristoro integrale del danno sia in conto capitale, sia in conto interessi: non già perché venga meno il limite del massimale, ma perché l’eccedenza del danno rispetto al massimale in conto capitale viene ascritto all’assicuratore a titolo di ‘maggior danno’ ex art. 1224, comma 2, c.c..

 

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» AVVOCATO PER SUCCESSIONE EREDI TESTAMENTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA SUCCESSIONE QUOTE SRL SUCCESSIONE LEGITTIMA CONIUGE Le partecipazioni sono liberamente trasferibili (1) per atto tra vivi e per successione a causa di morte, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo [2284, 2322, 2462, 2471, 2468]. Qualora l’atto costitutivo preveda l’intrasferibilità delle partecipazioni o ne subordini il trasferimento al gradimento (2) di organi sociali, di soci o di terzi senza prevederne condizioni e limiti, o ponga condizioni o limiti che nel caso concreto impediscono il trasferimento a causa di morte, il socio o i suoi eredi possono esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’articolo 2473. In tali casi l’atto costitutivo può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato .

» RISOLVI ORA PORRETTA LIZZANO IN BELVEDERE VIDICIATICO GAGGIO MONTANO AVVOCATO MATRIMONIALISTA SEPARAZIONI E DIVORZI SEPARAZIONE DOMANDE E RISPOSTE DOMANDA ma separarsi è una cosa facile? RISPOSTA No, vi sono mille problematiche da risolvere! DOMANDA Quale sono le problematiche maggiori nella separazione? RISPOSTA :i figli la casa coniugale il mantenimento 1)DOMANDA quale differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?

» MALASANITA’ FORLI SENTENZA TRIB FORLI’ INFEZIONE DANNO CASA DI CURA RISARCIMENTO Nella responsabilità medica, se invocata a titolo contrattuale sul presupposto di un rapporto contrattuale “da contatto” intercorso tra il paziente e il medico o la struttura sanitaria, l’onere probatorio per il paziente danneggiato consiste nella dimostrazione che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento dannoso, rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione oppure da un suo aggravamento fino a comportare una nuova patologia ovvero il decesso del paziente. Al contrario l’ente ospedaliero deve fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente, con l’osservanza di tutte le regole di prevenzione ed igiene ed anche di aver adottato tutte le procedure, i protocolli e le linee guida idonei a fornire agli operatori sanitari le indicazioni necessarie per un corretto svolgimento della prestazione sanitaria e che gli esiti peggiorativi siano determinati da un esito imprevisto ed imprevedibile. Ai fini della determinazione del quantum risarcitorio, la legge 189/2012 non ha efficacia retroattiva. Ne consegue che per i fatti verificatisi anteriormente all’entrata in vigore di tale legge, l’importo è determinato facendo rifermento alla tabella in uso presso il Tribunale di Milano.

» Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

» RINUNCIA ALL’EREDITA’ QUANDO LA RINUNCIA E’ INEFFICACE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

» RINUNCIA EREDITA’ BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

» SUCCESSIONE FORLI RAVENNA CESENA TRIB FORLI SENTENZA SIMULAZIONE PREZZO VENDITA E DONAZIONE Trib. Forlì, Sentenza parziale 3879/2010 del 10.03.2015, Pres. Pescatore est. Ramacciotti Successione – Azione di simulazione relativa – Prescrizione – Dies a quo.

» FORLI CESENA BOLOGNA CAUSE EREDITARIE AVVOCATO ESPERTO DOMANDA la delazione basta per acquisire la qualita’ di erede? No occorre anche l’accettazione

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