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CONCORSO DI COLPA INCIDENTI ART 2054 Articolo 2054 Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli. Il proprietario del veicolo, o, in sua vece, l’usufruttuario (978 e seguenti) o l’acquirente con patto di riservato dominio (1523 e seguenti), è responsabile in solido (1292) col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà. In ogni caso le persone indicate dai commi precedenti sono responsabili dei danni derivati da vizi di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo.

CONCORSO DI COLPA INCIDENTI ART 2054 CC

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 ADANNOBIOLOGICO INFO

 

Articolo 2054

Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.

Il proprietario del veicolo, o, in sua vece, l’usufruttuario (978 e seguenti) o l’acquirente con patto di riservato dominio (1523 e seguenti), è responsabile in solido (1292) col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà.

In ogni caso le persone indicate dai commi precedenti sono responsabili dei danni derivati da vizi di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo.

 ACHIINC

la presunzione di colpa del conducente dell’autoveicolo investitore prevista dall’art. 2054, comma 1, c.c. non opera in contrasto con il principio della responsabilità per fatto illecito, fondata sul rapporto di causalità fra evento dannoso e condotta umana. Pertanto, la circostanza che il conducente non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione non preclude l’indagine in ordine all’eventuale concorso di colpa, ai sensi dell’art. 1227, comma 1, c.c., del pedone investito, sussistente laddove il comportamento di quest’ultimo sia stato improntato a pericolosità ed imprudenza.

 ACLIPRIMO

costituisce ius receptum (ex plurimis cfr: Cass. 3 maggio 2011, n. 9683; Cass. 29 settembre 2006, n. 21249 Cass. 16 giugno 2003, n. 9620) che, in caso di investimento di pedone, la responsabilità del conducente prevista dall’art. 2054 cod. civ. è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento; tale situazione ricorre allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile e anormale, sicché l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro. Pertanto, anche nel caso in cui il conducente impegni un incrocio regolato da semaforo con “luce verde” in suo favore, permane a suo carico un obbligo di diligenza nella condotta di guida che, pur non potendo essere richiesta nel massimo, stante la situazione di affidamento generata dal semaforo, deve tuttavia tradursi nella necessaria cautela richiesta dalla comune prudenza e dalle concrete condizioni esistenti nell’incrocio. Ciò non è altro che l’applicazione particolare del più generale principio, secondo cui il solo fatto che un conducente goda del diritto di precedenza non lo esonera dall’obbligo previsto dall’art. 102 cod. strada abrogato (ed, attualmente, dagli art. 140. 141, comma 3, 145, comma 1, del nuovo cod. strada d.lg. 30 aprile 1992 n. 285), consistente nell’usare la dovuta attenzione nell’attraversamento di un incrocio, anche in relazione a pericoli derivanti da eventuali comportamenti illeciti o imprudenti di altri utenti della strada, che non si attengano al segnale di arresto o di precedenza (Cass. 27 giugno 2000, n. 8744).

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l'obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l’obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera l’altro dalla presunzione della concorrente responsabilità, la quale è fissata solo in via sussidiaria dall’art. 2054, secondo comma, c.c., nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; la prova liberatoria per il superamento di detta presunzione di colpa non deve necessariamente essere fornita in modo diretto – e cioè dimostrando di non aver arrecato apporto causale alla produzione dell’incidente – ma può anche indirettamente risultare tramite l’accertamento del collegamento eziologico esclusivo dell’evento dannoso con il comportamento dell’altro conducente (Cass. 9550/09; 29883/08; 5226/06; 6094 e 3006/01; 4648/99). Nello stesso senso si è affermato che, in tema di scontro tra veicoli, la presunzione di uguale concorso di colpa dei conducenti di cui al secondo comma dell’art. 2054 c.c. costituisce criterio di distribuzione della responsabilità che opera sul presupposto – nella specie, insussistente – dell’impossibilità di accertare con indagini specifiche le modalità del sinistro e le rispettive responsabilità, oppure di stabilire con certezza l’incidenza delle singole condotte colpose nella causazione dell’evento, sicché l’utilizzabilità della presunzione postula, l’infruttuoso espletamento dell’attività istruttoria (Cass. n. 1317/06). 4. – Il relatore propone la trattazione del ricorso in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375, 376, 380 bis c.p.c. ed il rigetto dello stesso.

 

Infatti la presunzione di pari responsabilità sancita dall’art. 2054 cod. civ. opera non soltanto quando non sia possibile stabilire il grado di colpa dei conducenti, ma anche quando non sia possibile stabilire la sequenza causale del sinistro. Ne consegue che l’accertamento della colpa, sia pure grave di uno dei conducenti, non esonera l’altro dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare l’evento, al fine di escludere il concorso di colpa a suo carico (Cass. n. 195 del 09/01/2007).

 

la questione dell’ambito di applicazione dell’articolo 2054 c.c. deve essere affrontata attraverso il concetto di circolazione dei veicoli, come emerge già dalla sua rubrica: “Circolazione di veicoli”, appunto. II testo della norma non indica uno specifico significato giuridico del concetto di circolazione, che deve quindi attingersi dal sistema in cui la norma codicistica era venuta ad inserirsi. Non si può non ricordare, allora, che quando fu introdotta era in vigore il r.d. 8 dicembre 1933 n. 1740, Testo unico di norme per la tutela delle strade e per la circolazione, che all’articolo 23 (Libertà di circolazione) nel primo comma stabiliva: “La circolazione sulle strade di uso pubblico e sulle aree ad esse equiparate è libera, salva l’osservanza delle disposizioni contenute nel presente decreto e nei regolamenti che i Comuni sono autorizzati ad emanare”. La natura, per così dire, prodromica dei suddetto testo unico rispetto all’articolo 2054 c.c. è manifestata anche dal suo articolo 120 (Responsabilità del conducente e del proprietario dei veicoli) che al primo comma precede il dettato dell’articolo 2054, primo comma, c.c. statuendo: “Il danno prodotto a persone o cose dalla circolazione di un veicolo si presume dovuto a colpa del conducente. La presunzione è esclusa solo quando questi provi che da parte sua si è avuta ogni cura, per evitare che il danno si verificasse”; e parimenti il terzo comma dell’articolo 120 precede il terzo comma dell’articolo 2054 c.c., statuendo: “Il proprietario del veicolo è obbligato solidalmente col conducente a meno che provi che la circolazione dei veicolo sia avvenuta contro la sua volontà …”. La linea inserita dal testo unico dei 1933, oltre che dall’articolo 2054 c.c., è poi ripresa dal d.p.r. 15 giugno 1959 n. 393, Testo unico delle norme sulla circolazione stradale, che sostituisce il precedente e, tra l’altro, all’articolo 2 (Definizione e classificazione delle strade) fornisce la definizione della “strada” come “area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”. Prosegue coerentemente il d.lgs. 30 aprile 1992 n. 285 – ovvero il Codice della strada in vigore quando accadde il sinistro di cui è causa -, che conferma all’articolo 2, primo comma, – pur indicandola “ai fini dell’applicazione delle norme del presente codice”: ma ne è più che ovvio il significato sistemico – la definizione di “strada” di cui alla precedente normativa (“si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”) e aggiunge, pur sempre ai fini delle norme del Codice della strada, all’articolo 3 (Definizioni stradali e di traffico) al primo comma, n.9, la definizione della “circolazione”, qualificata come “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, del veicoli e degli animali sulla strada”.

É dunque evidente che il concetto di strada e il concetto di circolazione sono intrinsecamente collegati e, per così dire, logicamente reciproci: nel quadro normativo vigente all’epoca dei sinistro un’ulteriore conferma viene offerta dall’articolo 1 l. I. 24 dicembre 1959 n. 990 (ora sostituita dal d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209), che delimita l’ambito di applicazione dell’assicurazione obbligatoria alla circolazione dei veicoli a motore senza rotaie su strada ad uso pubblico o aree ad essa equiparate, stabilendo al primo comma: “I veicoli a motore senza guida di rotaie … non possono essere posti in circolazione su strade dì uso pubblico, o su aree a queste equiparate se non siano coperti, secondo le disposizioni della presente legge, dall’assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi prevista dall’articolo 2054 del codice civile”.

3.1.4 La circolazione presuppone quindi una strada o un’area – pubblica o destinata ad uso pubblico – ad essa equiparata; e ciò significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili – da quanto sopra esposto già ne è emersa la stretta correlazione – né l’articolo 2054 c.c. nè la normativa attinente all’assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilità.

Non sono pertanto sufficienti né il movimento di un veicolo senza rotaie né la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico per ricondurre l’eventuale incidente che ne possa derivare nella specifica fattispecie della circolazione stradale e della correlata assicurazione obbligatoria. Allo scopo occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare (ex multrs cfr. S.U. 29 aprile 2015 n. 8620 e la conforme Cass. sez. 3, 19 febbraio 2016 n. 3257, che sottolineano come il concetto di circolazione stradale ex articolo 2054 c.c. include anche la posizione di arresto del veicolo “sugli spazi addetti alla circolazione”; Cass. sez. 3, 24 marzo 2015 n. 5854, che indica come presupposto dell’applicabilità della disciplina sull’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per circolazione di veicoli che “il sinistro sia avvenuto in strade od aree ad uso pubblico, o a queste equiparate, che siano accessibili ad una molteplicità indifferenziata di persone” – escludendola pertanto nel caso in esame in cui l’incidente era avvenuto in una zona interna di un aeroporto -; Cass. sez. 3, 11 giugno 2012 n. 9441, che riconosce come area di circolazione anche quella – nel caso, un cantiere – in cui si ha accesso solo per fini specifici e in particolari condizioni – nel caso, i rapporti di lavoro o di commercio con l’impresa cui era riferibile il cantiere -; Cass. sez. 3, ord. 23 luglio 2009 n. 17279, che ribadisce come l’applicabilità dell’articolo 2054 c.c. e delle correlate nome di assicurazione obbligatoria presuppone “l’apertura dell’area al traffico veicolare ad opera di un numero indeterminato di persone”; Cass. sez. 3, 26 luglio 1997 n. 7015, per cui per applicare l’articolo 2054 c.c. “è necessario che ricorra il presupposto della circolazione dei veicolo su strada pubblica o su strada privata soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico di pedoni o di veicoli”; Cass. sez. 3, 12 agosto 1995 n. 8846, per cui “ai fini dell’applicazione della normativa della assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, sono equiparate alle strade di uso pubblico tutte le aree di proprietà pubblica o privata aperte alla circolazione dei pubblico, intendendosi per tali, quanto alle aree private, quelle in cui la circolazione è consentita ad una cerchia indeterminata di persone, diverse dai titolari dei diritti sulle aree medesime, sia pure sotto specifiche condizioni o per particolari finalità.”). La circolazione, quindi, non può essere intesa, su un piano erroneamente soggettivo, come frutto dell’intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensì, oggettivamente, come uso attribuito ad un’area pubblica o ad un’area privata ma destinata appunto a tale uso pubblico.

Da quanto appena osservato, emerge chiaramente che l’introduzione di una autovettura in un’area destinata esclusivamente all’esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore o comunque mediante veicoli indicati dal Codice della strada come idonei a realizzare una circolazione nel senso appena esposto (come si constaterà subito), non conduce all’applicabilità dell’articolo 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria nell’ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore. E anche qualora si voglia qualificare l’attrezzo di tale sport come un veicolo, questo non è certo rientrante tra i veicoli soggetti alla disciplina dei Codice della strada (v. Cass. sez. 3, 30 luglio 1987 n. 6603 che lo riconosce infatti non annoverato tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada dell’epoca (d.p.r. 15 giugno 1959 n. 393), deducendone che correlativamente non è neppure assoggettato alla “disciplina dell’art. 2054 c.c., riguardante la responsabilità civile per la circolazione dei veicoli – che ha diretta derivazione e specifico collegamento con quella del codice della strada -..- con la conseguenza che la tutela delle persone danneggiate dalla circolazione di persone munite di tale particolare attrezzo è disciplinata dall’art. 2043 c.c.” ; ma anche nel Codice della strada vigente all’epoca del sinistro di cui è causa – v. in particolare articoli 46 ss. d.lgs. 30 aprile 1992 n. 285 – lo sci non figura tra i veicoli considerati, a differenza, tra l’altro, della slitta).

 ACHIINC

Cass., sez. III, 07-11-2002, n. 15641
I genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dal venir meno della aspettativa degli stretti congiunti ad un contributo economico da parte del familiare prematuramente scomparso, hanno l’onere di allegare e provare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. 

Cass., sez. III, 25-07-2002, n. 10898
I figli che a seguito della morte dei genitori sono stati accolti dai nonni materni, da questi mantenuti, educati e istruiti sino al raggiungimento del venticinquesimo anno di età, non hanno subito alcun pregiudizio di carattere patrimoniale, per effetto della perdita del padre, della madre e dei contributi economici da questi dati per il loro mantenimento. La morte dei genitori ha provocato un pregiudizio patrimoniale non a carico dei figli (le cui esigenze di vita sono state completamente assicurate dai nonni materni), ma dei detti nonni materni che hanno dovuto far fronte a tutte le spese del caso. 

Cass., sez. III, 28-02-2002, n. 2962
Il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito dai genitori di un minore deceduto in conseguenza di un fatto illecito si sostanzia nel venir meno delle aspettative di un contributo economico che, secondo un criterio di normalità, la vittima avrebbe destinato a loro beneficio; a tal fine non rileva che i genitori stessi dispongano, al momento dell’evento, di fonti di reddito tali da rendere inutile qualsiasi contributo del figlio, salvo che la valutazione complessiva non consenta di presumere, al riguardo, l’assenza di mutamenti del quadro nel corso degli anni.

 

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Dopo le sentenze delle sezioni unite della corte di cassazione dell’11/11/2008 si è sentita l’esigenza di una liquidazione unica del danno non patrimoniale biologico e di tutti gli altri danni non patrimoniali collegati alla lesione della salute e si è pensato di abbandonare i parametri di liquidazione precedentemente utilizzati.  Si è quindi giunti ad una liquidazione unitaria del danno biologico “standard” della cosiddetta personalizzazione del danno biologico (per particolari condizioni soggettive) e del danno morale.

Sono nate così le nuove tabelle del tribunale di Milano nelle quali vi è anche un adeguamento dei valori di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale che prevede una forbice che tiene conto di tutte le circostanze del caso concreto:

  • – sopravvivenza o meno di altri congiunti
  • – convivenza o meno di questi ultimi qualità ed intensità della relazione affettiva famigliare residua
  • – qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale della persona perduta.

Danno non patrimoniale per la morte/decesso del congiunto :

  • in favore di ciascun genitore per la morte di un figlio da   € 188.100,00  a  € 308.800,00
  • in favore del figlio per la morte di un genitore  da  € 188.100,00 a   € 308.800,00
  • in favore del coniuge (non-separato) o del convivente  da   € 188.100,00  a  € 308.800,00
  • in favore del fratello per morte di un fratello/sorella  da  €103.455,00  a  € 308.800,00
  • in favore del nonno o della nonna per la morte di un nipote  da  € 94.050,00  a  € 130000,00

 

Per una corretta  liquidazione in caso di incident emrotale si tiene conto :

– l’età del defunto (più è avanzata meno intenso sarà il dolore per la perdita);
- l’età ed il sesso del superstite che domanda il risarcimento (secondo l’id quod plerumque accidit  persone mature e di sesso maschile sanno affrontare le emozioni con maggior compostezza rispetto ai giovani e alle donne);
- la convivenza con la persona defunta (sul presupposto che, dove vi sia stata convivenza, la perdita della persona cara produce una maggiore sofferenza in considerazione dell’inevitabile mutamento dello stile di vita del superstite);
- la composizione del nucleo familiare (si reputa che la vicinanza di persone care nei momenti di dolore costituisca un valido aiuto al superamento del lutto, e che, per contro, la solitudine aggravi la sofferenza);
- le modalità di commissione dell’illecito (più queste sono state drammatiche, efferate e tragiche tanto più acuto sarà il dolore provato dai familiari della vittima).

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più stretta sarà stata la frequentazione, la vicinanza materiale e, quindi, morale (cosa che ad esempio la convivenza rende presumibile) tra il de cuius e il suo congiunto supestite;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più giovane sarà stata l’età dell’uno – il de cuius – o dell’altro – il congiunto – o di entrambi, in ragione dell’aspettativa di vita insieme e della condivisione del percorso di crescita personale lungo l’arco della vita;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore in assenza di altri familiari, in quanto difficilmente si potrà sostituire quell’affetto del caro scomparso e quell’aiuto morale e materiale che quest’ultimo necessariamente apportava.

 

  • La Suprema Corte, consapevole che la risarcibilità del danno morale ai congiunti del defunto potrebbe incentivare richieste pretestuose, ha ritenuto che ciascuna “voce” di cui si compone il danno non patrimoniale deve essere dedotta e dimostrata in concreto, anche attraverso presunzioni (Cass. civ. 2006 n. 23865).
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  • Il nuovo danno morale deve essere inteso non più in senso meramente transeunte, infatti tale danno può essere permanente o temporaneo. Esso può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad esempio derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto).
  • In quest’ultimo caso il giudice dovrà tenere conto nella personalizzazione del danno biologico o di quello causato dall’evento luttuoso, mentre non ne è consentita una autonoma liquidazione.
  • Il danno morale che spetta per proprio diritto ai parenti prossimi del defunto in un incidente stradale mortale è calcolato attualmente utilizzando delle tabelle pubblicate dai tribunali italiani e varia a seconda di fattori che vanno dall’età della vittima, dall’età del superstite, al grado di parentela, dalla composizione del nucleo familiare, dal fatto di essere conviventi o meno al fatto di avere altri parenti in vita.
  • Per quanto riguarda il danno morale  per diritto di eredità acquisita dal defunto in un incidente stradale la giurisprudenza recente dichiara che gli eredi hanno diritto al risarcimento anche quando la morte sia sopraggiunta solo successivamente all’evento, purché il soggetto deceduto abbia avuto la possibilità di percepire le conseguenze delle lesioni subite.
  • ’ importante fare alcune precisazioni su alcuni casi riportati nella tabelle:
  • – nell’ultimo caso va riconosciuta in capo a nipoti la risarcibilità del danno  per la perdita della vita del nonno, stante l’importanza assunta dall’avo nella realtà socio-giuridica che corrisponde ad una figura quasi genitoriale di sostegno per i nipoti.
  • – Nel terzo caso va detto che la giurisprudenza tende a riconoscere al coniuge separato il diritto al risarcimento del danno morale solo laddove si dimostri che i perduranti rapporti tra i coniugi fossero tali per cui la morte dell’uno ha causato una reale sofferenza morale per l’altro.
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