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3 Chiunque, abbandonando il domicilio domestico [452, 1432, 146 c.c.], o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori (1) [147, 316 c.c.]o alla qualità di coniuge [143, 146 c.c.], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1.032 euro.

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico [452, 1432, 146 c.c.], o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori (1) [147, 316 c.c.]o alla qualità di coniuge [143, 146 c.c.], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1.032 euro.

 

In questo articolo viene fatta un’attenta analisi della problematica dell’abbandono otto coniugale molti pensano che si possa abbandonare senza problema ,non è così’ perché in alcun dicasi costituisce addirittura reato ,La giurisprudenza spiega in quali ipotesi si puo’ fare, ma occorre sempre essere molto attenti per non incorrer poi nell’addebito della separazione

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Art 570 cp

 

Violazione degli obblighi di assistenza famigliare.

[I]. Chiunque, abbandonando il domicilio domestico [452, 1432, 146 c.c.], o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori (1) [147, 316 c.c.]o alla qualità di coniuge [143, 146 c.c.], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1.032 euro.

[II]. Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

1) malversa o dilapida i beni del figlio minore [o del pupillo] (2) o del coniuge;

2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti [540; 75 c.c.] di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti [540; 75 c.c.] o al coniuge, il quale non sia legalmente separato [per sua colpa] (3) [146, 150, 151 c.c.].

[III]. Il delitto è punibile a querela della persona offesa [120] salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma (4).

[IV]. Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge.

 

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Legge n 898 del 1 12 1970

 

Art. 12-sexies.

  1. Al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione dell’assegno dovuto a norma degli articoli 5 e 6 della presente legge si applicano le pene previste dall’art. 570 del codice penale (1).

 

(1) Articolo aggiunto dall’articolo 21 della legge 6 marzo 1987, n. 74.

avvocato Sergio Armaroli Bologna

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Tanto meno il mezzo in esame smentisce la correttezza dell’applicato governo dell’onere probatoria in ordire al riscontro del nesso causale tra la violazione dei doveri coniugali consumata dallo S. e la crisi matrimoniale, di cui i1 giudice d’appello ha fatto buon governo conformandosi a consolidato orientamento (Cass. nn. 25618/2007, 2059/2012) secondo cui “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, é onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” (Cass. n. 2059/2012).

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – SENTENZA 19 dicembre 2012, n.23426 – Pres. Fioretti – est. Cultrera

Motivi della decisione

1. – La ricorrente deduce violazione degli artt. 143 e 151 c.c. in riferimento all’art. 360 n. 3 c.p.c..

L’errore ascritto alla Corte del merito risiederebbe nel rigetto della domanda di addebito della separazione a carico del coniuge per la rilevata insufficienza delle circostanze incontroverse dedotte a sostegno, rappresentate dalla deprecabile condotta posta in essere da predetto, consistita nell’abbandono del tetto coniugale, nel disinteresse per la famiglia legittima, nelle numerose relazioni adulterine in costanza di matrimonio, da cui sono nati due figli. In particolare la Corte del merito avrebbe fatto malgoverno del dettato dell’art. 143 .c. che impone l’obbligo di fedeltà, la cui violazione, peraltro nella specie reiterata, rappresenta indiscutibile causa d’addebito della crisi matrimoniale, e sarebbe incorsa peraltro in ulteriore errore per aver ritenuto irrilevante l’abbandono del tetto coniugale da parte del coniuge, seppur si tratti di circostanza decisiva ai fini dell’ascrivibilità dell’addebito della separazione. Il conclusivo quesito di diritto chiede se, tenuto conto del motivo formulato, la Corte d’appello abbia violato gli artt. 143 e 151 c.c. nel non addebitare la separazione allo S. in considerazione della condotta deprecabile posta in essere dallo stesso, palesemente contraria ai doveri verso il coniuge e i figli.

Il resistente chiede il rigetto della censura.

Il motivo è inammissibile. Va rilevato anzitutto che i1 quesito di diritto è formulato con palese genericità che lo rende inidoneo alla funzione predicata dall’art. 366 bis c.p.c., risolvendosi in astratta affermazione di principio.

A lume di consolidato orientamento nel caso in cui il quesito sia inerente ad una censura in diritto “dovendo assolvere alla funzione di integrare il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio giuridico generale, non può essere meramente generico e teorico, ma deve essere calata nella fattispecie concreta, per mettere la Corte in grado di poter comprendere dalla sua sola lettura, l’errore asseritamene compito dal giudice di merito e la regola applicabile. Ne consegue che esso non può consistere in una semplice richiesta di accoglimento del motivo ovvero nel mero interpello della Corte in ordine alla fondatezza della propugnata petizione di principio o della censura così come illustrata nello svolgimento del motivo” (da ultimo e per tutte Cass. n. 3530/2012). La censura espressa nel motivo comunque neppure coglie nel segno. La Corte distrettuale ha rilevato che la ricorrente non aveva assolto all’onere di provare che le circostanze addotte a sostegno si riferissero ad epoca antecedente alla crisi coniugale e comunque l’abbandono del tetto coniugale da parte dello S. non era rilevante costituendo conseguenza e non causa della crisi. Ha dunque definito la questione controversa a lume della stessa regola che la ricorrente asserisce violata, reputandola inapplicabile alla fattispecie esaminata per la riscontrata carenza istruttoria. La critica dalla ricorrente è eccentrica a questo percorso logico.

2. – La ricorrente denuncia violazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’affermazione della Corta Territoriale secondo cui incombeva a suo carico l’onere di provare le circostanze che avevano determinato la crisi della coppia, seppur fossero incontestate le relazioni extraconiugali dello S. sul quale, di contro, gravava l’onere di provare che tale condotta fosse stata determinata dalla crisi coniugale già in atto. Chiede con conclusivo quesito di diritto se la Corte d’appello abbia violato l’art. 2697 c.c. reputandola onerata della prova di fatti incontestati ovvero se il coniuge era tenuto a provare che la crisi aveva provocato la relazione extraconiugale.

Il resistente deduce l’infondatezza del mezzo.

Il motivo è inammissibile. Non coglie infatti la ratio fondante la statuita reiezione della domanda d’addebito, incentrata sull’assenza di prova dell’indefettibile nesso causale tra la violazione dei doveri sanciti nelle disposizioni richiamate, pacificamente riscontrati, e la rottura del vincolo matrimoniale tra le parti in causa, della cui dimostrazione era onerata l’attrice. Travisandone il senso, la ricorrente prospetta come incontestata la sussistenza del suddetto nesso causale, laddove, ad avviso della Corte del merito era invece incontroverso il solo comportamento dello S., sicuramente contrario ai suoi doveri coniugali, ma nondimeno inidoneo ex se, seppur riprovevole, a rappresentare causa fondante l’addebito. Tanto meno il mezzo in esame smentisce la correttezza dell’applicato governo dell’onere probatoria in ordire al riscontro del nesso causale tra la violazione dei doveri coniugali consumata dallo S. e la crisi matrimoniale, di cui i1 giudice d’appello ha fatto buon governo conformandosi a consolidato orientamento (Cass. nn. 25618/2007, 2059/2012) secondo cui “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, é onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà” (Cass. n. 2059/2012). Ad avviso della Corte d’appello, infatti, l’odierna ricorrente non ha offerto siffatta dimostrazione, né per l’effetto il coniuge, che pur ha ammesso l’infedeltà, era tenuto ad assolvere al proprio contrario onere probatorio.

3. – Con l’ultimo motivo la ricorrente denuncia infine la violazione degli artt. 147 e 148 c.c. in riferimento all’art. 360 n. 3 c.p.c. per dolersi dell’omessa attribuzione dell’assegno di mantenimento in favore suo e dei figli, in ragione del fatto che questi avevano raggiunto l’indipendenza economica ed adducendo la mancata prova dello squilibrio tra le rispettive condizioni dei coniugi. Soggiunge che l’obbligo di mantenere i figli non cessa col raggiungimento della maggiore età, ma perdura finché essi non abbiano raggiunto un livello d’indipendenza economica; nella specie lo S. versava infine nella condizione di maggior favore, disponendo di risorse maggiori. Il conclusivo quesito di diritto chiede se sia ravvisabile la dedotta violazione di legge per non aver la Corte territoriale attribuito assegno di mantenimento per se e per i figli né assegnato la casa coniugale.

Anche di questo motivo il resistente chiede il rigetto.

Il motivo merita la sorte dei precedenti. La decisione impugnata si fonda sulla rilevata assenza della prova, di cui era onerata la parte interessata, dello squilibrio patrimoniale tra i coniugi e della inadeguatezza del reddito della richiedente l’assegno a mantenere il pregresso tenore di vita mantenuto in costanza di matrimonio. Quanta alla prole, il primo figlio, dell’età di 44 anni, era articolista e quindi percepiva un proprio reddito, l’altra, di anni 37, era diplomata al conservatorio ed aveva concrete prospettive di lavoro. In assenza di figli minori o non autosufficienti, l’assegnazione della casa coniugale alla richiedente non trovava infine giustificazione.

La ricorrente, quanto all’assegno di mantenimento, critica la valutazione dei riferiti elementi probatori vagliati dal collegio, mirando in sostanza alla loro rivisitazione e sollecitandone nuova lettura in tesi corretta e comunque più favorevole, che in questa sede è però preclusa. In ordine all’assegnazione della casa coniugale non smentisce la correttezza in ordine della decisione, conforme a consolidato orientamento secondo cui il potere del giudice d’assegnare la casa familiare in caso di separazione personale al coniuge che non vanti alcun diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, “ha carattere eccezionale ed è dettata nell’esclusivo interesse della prole” e non può essere perciò esercitata in assenta di figli affidati minori o maggiorenni non autosufficienti conviventi (per tutte Cass. n. 1491/2011).

Tutto ciò premesso, il ricorso deve esser dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta i1 ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in € 1.200,00 di cui € 1.000,00 per compenso, oltre accessori.

Ai sensi del D.Lgs n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

TESTO DELLA SENTENZA

 

LEGGE 8 febbraio 2006 n.54 ( in Gazz. Uff., 1 marzo , n. 50 )

 

Art. 1.

 

  1. L’articolo 155 del codice civile è sostituito dal seguente:

«Art. 155 (Provvedimenti riguardo ai figli). – Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, il giudice che pronuncia la separazione personale dei coniugi adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.

La potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.

Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la potestà separatamente.

Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio;

2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore;

4) le risorse economiche di entrambi i genitori;

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

L’assegno e’ automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.».

  1. Dopo l’articolo 155 del codice civile, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, sono inseriti i seguenti:

«Art. 155-bis (Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso). – Il giudice puo’ disporre l’affidamento dei figli ad uno solo dei genitori qualora ritenga con provvedimento motivato che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Ciascuno dei genitori puo’, in qualsiasi momento, chiedere l’affidamento esclusivo quando sussistono le condizioni indicate al primo comma. Il giudice, se accoglie la domanda, dispone l’affidamento esclusivo al genitore istante, facendo salvi, per quanto possibile, i diritti del minore previsti dal primo comma dell’articolo 155 . Se la domanda risulta manifestamente infondata, il giudice puo’ considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli, rimanendo ferma l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile.

Art. 155-ter (Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli). – I genitori hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potesta’ su di essi e delle eventuali disposizioni relative alla misura e alla modalita’ del contributo.

Art. 155-quater (Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza). – Il godimento della casa familiare e’ attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli.

Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprieta’. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643.

Nel caso in cui uno dei coniugi cambi la residenza o il domicilio, l’altro coniuge puo’ chiedere, se il mutamento interferisce con le modalita’ dell’affidamento, la ridefinizione degli accordi o dei provvedimenti adottati, ivi compresi quelli economici.

Art. 155-quinquies (Disposizioni in favore dei figli maggiorenni).

– Il giudice, valutate le circostanze, puo’ disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, e’ versato direttamente all’avente diritto.

Ai figli maggiorenni portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, si applicano integralmente le disposizioni previste in favore dei figli minori.

Art. 155-sexies (Poteri del giudice e ascolto del minore). – Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice puo’ assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di eta’ inferiore ove capace di discernimento.

Qualora ne ravvisi l’opportunita’, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, puo’ rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli».

 

 

Art. 3.

 

 

  1. In caso di violazione degli obblighi di natura economica si applica l’articolo 12-sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898.

 

 

 

Giurisprudenza

 

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Cassazione penale  sez. VI 15 giugno 2012 n. 26808

 

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare segnatamente riferita alle ipotesi di cui al cpv. n. 2) ex art. 570 c.p., occorre distinguere tra l’assegno stabilito dal giudice civile in sede di giudizio di separazione tra i coniugi e i mezzi si sussistenza, essendo questi ultimi del tutto indipendenti dalla valutazione del giudice civile; infatti, la nozione di mezzi di sussistenza comprende solo ciò che è necessario per la sopravvivenza dei familiari dell’obbligato al momento storico in cui il fatto avviene. Ne consegue che, nell’ipotesi di mancata corresponsione da parte del coniuge obbligato dell’assegno stabilito in sede civile, il giudice penale, al fine di ritenere la configurabilità del reato di cui all’art. 570 cpv. n. 2 c.p., deve accertare se, per effetto di tale condotta, siano venuti a mancare ai beneficiari i mezzi di sussistenza, previa verifica dello stato di bisogno dell’avente diritto alla somministrazione di tali mezzi di sussistenza e fermo restando la comprovata capacità economica dell’obbligato a fornirglieli.

Costituisce, inoltre, ius receptum, nella giurisprudenza di questa Suprema Corte, il principio secondo cui la su indicata fattispecie di cui all’art. 12-sexies è procedibile d’ufficio e non a querela della persona offesa (Sez. Un. n. 23866 del 31/01/2013, dep. 31/05/2013, Rv. 255270), e punisce il mero inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in favore dei figli, senza limitazione di età (Sez. 6, 18 novembre 2008, n 6575, Rv. 243529), purché economicamente non autonomi.

Nel caso di specie, gli Ermellini hanno ravvisato la sussistenza dell’illecito penale de quo affermando per un verso, come esso sia escluso “dall’indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta, anche parzialmente, a colpa dell’obbligato” e rilevando, per altro verso, che “incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione” a nulla rilevando “la generica indicazione dello stato di disoccupazione”.

Sulla scorta di tali principi ermeneutici, i Giudici di “Piazza Cavour” hanno reputato infondate le doglianze difensive vista la genericità delle argomentazioni addotte (in sostanza: il fatto che le imprese che l’imputato gestiva avessero subito delle “perdite non meglio definite e che, per l’esercizio dell’attività di impresa, costui aveva dovuto sostenere costi non meglio precisati che gli avevano impedito di adempiere all’obbligazione di mantenimento”) e attesa “la ritenuta inidoneità delle denunce dei redditi a dimostrare la impossibilità del B. a far fronte agli obblighi di mantenimento nei confronti della figlia minore”, “non potendosi identificare la situazione reddituale dell’imputato, quale indicata nella denuncia nei redditi, con la incapacità rilevante ai fini dell’inadempimento dell’obbligazione di cui si tratta che deve essere assoluta e non derivante da colpa dell’interessato”.

Suprema Corte di Cassazione VI Sezione Penale

Sentenza 19 giugno – 1° agosto 2014, n. 34181

Presidente Milo – Relatore De Amicis

Ritenuto in fatto

 

 

 

Con sentenza del 18 novembre 2013 il Tribunale di Bergamo ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di G.V. in ordine al reato di cui all’art. 570, commi 1 e 2, n. 2, c.p., per difetto della condizione di procedibilità.

  1. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il P.G. della Repubblica presso la Corte d’appello di Brescia, deducendo il vizio di erronea applicazione di legge per l’omessa qualificazione del fatto ai sensi dell’art. 3 della L. n. 54/2006 – reato procedibile ex officio – e la conseguente erronea affermazione della improcedibilità per difetto di querela. In tal modo qualificato il fatto, il Giudice non avrebbe potuto emettere declaratoria di improcedibilità, ma avrebbe dovuto decidere nel merito, con l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato.

Considerato in diritto

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  1. Il ricorso è fondato e va accolto per le ragioni di seguito indicate.
  2. E’ noto che la qualificazione giuridica del fatto è materia sottratta alla disponibilità di parte e che l’errore su di essa costituisce errore di diritto rilevante ai sensi dell’art. 606, lett. b) cod. proc. pen. (Sez. Un., n. 5 del 19/01/2000, dep. 28/04/2000, Rv. 215825).

Nel caso in esame, la declaratoria di improcedibilità per difetto di querela è stata adottata sul rilievo che, alla data del 9 giugno 2011, tutti i figli dell’imputato erano divenuti maggiorenni, e che, in ragione della contestazione dal P.M. erroneamente formulata, il delitto era procedibile a querela ai sensi dell’art. 570, comma 3, c.p. .

Occorre tuttavia considerare, alla stregua dell’insegnamento giurisprudenziale da questa Suprema Corte ormai da tempo dettato (Sez. 6, n. 36263 del 22/09/2011, dep. 06/10/2011, Rv. 250879), che, in tema di reati contro la famiglia, la violazione degli obblighi di natura economica posti a carico del genitore separato, cui si applica la disposizione dell’art. 12-sexies della I. 10 dicembre 1970, n. 898, stante il richiamo operato dalla previsione di cui all’art. 3 della l. 8 febbraio 2006, n. 54 (recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), riguarda l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento in favore dei figli (minorenni e maggiorenni), dovendosi escludere invece l’inadempimento di analogo obbligo posto nei confronti dei coniuge separato, cui è applicabile la tutela già predisposta dall’art. 570 cod. pen.

Costituisce, inoltre, ius receptum, nella giurisprudenza di questa Suprema Corte, il principio secondo cui la su indicata fattispecie di cui all’art. 12-sexies è procedibile d’ufficio e non a querela della persona offesa (Sez. Un. n. 23866 del 31/01/2013, dep. 31/05/2013, Rv. 255270), e punisce il mero inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in favore dei figli, senza limitazione di età (Sez. 6, 18 novembre 2008, n 6575, Rv. 243529), purché economicamente non autonomi.

  1. Sulla base delle su esposte considerazioni s’impone, dunque, l’annullamento della pronuncia impugnata, con rinvio al Giudice competente per l’appello, a norma dell’art. 569, comma quarto, cod. proc. pen.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte d’appello di Brescia.

 

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Cassazione penale  sez. VI 19 luglio 2011 n. 35607

 

 

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza famigliare) occorre l’accertamento della sussistenza della concreta capacità economica dell’obbligato a fornire i mezzi d sussistenza (annullata, nella specie, la sentenza di condanna nei confronti di un padre inabile al lavoro, che avrebbe dovuto versare l’assegno di mantenimento al figlio minore per un importo pari alla sua pensione d’invalidità).

 

 

 

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