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MORTE DEL FIGLIO INCIDENTE DANNO QUANTIFICAZIONE AVVOCATO ESPERTO

MORTE DEL FIGLIO INCIDENTE DANNO QUANTIFICAZIONE AVVOCATO ESPERTOalibbri e artello

Per consolidata giurisprudenza di questa Corte, nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per il periodo di tempo indicato, e il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi ‘iure hereditatis’; in questo caso, l’ammontare del danno biologico terminale sarà commisurato soltanto all’inabilità temporanea, e tuttavia la sua liquidazione dovrà tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053; Cass., 23 febbraio 2004, n. 3549).

La Corte d’appello, dopo aver ritenuto che il primo giudice ha errato nella quantificazione del danno biologico da postumi permanenti, commisurandola a tutta la durata della vita, ha provveduto a ricalcolare tale danno prendendo in considerazione il danno biologico da inabilità temporanea con i dovuti correttivi di tipo equitativo, in considerazione dell’entità massima di lesione alla salute.

L’impugnata sentenza ha quindi ritenuto che, in considerazione dell’elevatissimo grado della lesione alla salute patito, in relazione anche alla giovanissima età della vittima, la liquidazione del relativo danno da inabilità temporanea debba trovare serio ristoro e possa congruamente quantificarsi in Euro 50.000,00, ai valori attuali, con conseguente diritto degli eredi a conseguire tale somma iure hereditatis.

La statuizione di cui sopra, contrariamente a quanto deducono i ricorrenti, è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale l’ammontare del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva.

Ne consegue che la sentenza impugnata è corretta, anche perché il giudice ha tenuto conto del caso concreto.

  1. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano “violazione e falsa applicazione dell’art. 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 cod. civ. in riferimento all’art. 360 n. 5, in ragione della mancata liquidazione del danno biologico iure proprio, nonché alla mancata liquidazione del danno edonistico ed errata quantificazione del danno morale”.

Ad avviso dei ricorrenti andava loro riconosciuto un diritto al risarcimento, autonomo e distinto, rispetto al pretium doloris, trattandosi di lesioni di diritti della persona costituzionalmente protetti.

Non vi è dubbio, proseguono i ricorrenti, che essi hanno subito, in proprio, una lesione all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di valutazione medico-legale e consistente nelle ripercussioni negative, di carattere non patrimoniale, che si ripercuote per l’intera durata della vita residua del soggetto leso.

A loro avviso il danno conseguente all’interruzione traumatica del rapporto parentale, per la morte improvvisa di uno stretto congiunto, si configura come diritto concreto al risarcimento agli stessi familiari – iure proprio – di tutti i danni non patrimoniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche o psichiche, ma anche dei c.d. danni esistenziali consistenti nell’irrimediabile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e relazionali all’interno della famiglia, quale derivante dalla morte.

negli incidenti mortali  nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse, è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità fisica patita dal danneggiato sino al decesso.

Il danno “biologico terminale”, dà luogo ad una pretesa risarcitoria, trasmissibile “iure hereditatis” da commisurare soltanto all’inabilità temporanea, adeguando tuttavia la liquidazione alle circostanze del caso concreto, ossia al fatto che, se pur temporaneo, tale danno è massimo nella sua intensità ed entità, tanto che la lesione alla salute non è suscettibile di recupero ed esita, anzi, nella morte.

 

ACANION DANNO 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE 

Sentenza 8 luglio 2014, n.15491

Ritenuto in fatto

Con atto di citazione notificato il 9/11 settembre 1997, L.C.I. e C.G. convennero, innanzi al Tribunale di Caltanissetta, T.R. e la società Allsecures Assicurazioni s.p.a., chiedendone la condanna al risarcimento di tutti i danni subiti, in proprio e quali eredi del figlio L.C.F. , deceduto in conseguenza del sinistro verificatosi in data (omissis) lungo la (…), in direzione di (omissis).

  1. Resistette il T. , chiedendo farsi applicazione della presunzione di cui all’art. 2054 cc. ed eccependo anche il concorso di colpa della vittima per non avere indossato le cinture di sicurezza. Lo stesso T. avanzò domanda in garanzia nei confronti della Allsecures per mala gestio del sinistro

    Resistette anche la società di assicurazioni che chiese il rigetto delle domande attrici, contestando la dinamica dell’incidente.

ANON ASPETTAREPrevia separazione della posizione degli intervenuti S.G. , Ca.Sa. e Ca.Ro. – prossimi congiunti ed eredi di Ca.Ca. , anch’egli terzo trasportato sull’autovettura del T. e deceduto a seguito dello scontro, il Giudice monocratico del Tribunale, con sentenza 12.11./19.11.2005, dichiarò che il sinistro si era verificato per colpa esclusiva di T.R. , condannando quest’ultimo, in solido con la società assicurativa, al pagamento, in favore degli attori, della somma di Euro 500.000, 00 a titolo di danno biologico iure hereditatis, ed Euro 125.000,00 a titolo di danno morale iure proprio.

  1. Il Giudice, basandosi sui risultati dei rilievi eseguiti dai Carabinieri, nonché sulla c.t.u. espletata nell’ambito del procedimento penale svoltosi a carico di T.R. , ritenne provato che quest’ultimo, a causa dell’elevata velocità e del fondo viscido per la pioggia, aveva invaso la corsia opposta, mentre nessun addebito poteva ascriversi al conducente del veicolo antagonista.

  2. Per la riforma della sentenza ha proposto appello la AXA Assicurazioni S.p.A., subentrata per incorporazione alla Allsecures Assicurazioni.

Hanno resistito gli appellati, tutti con appello incidentale.

  1. La Corte d’appello di Caltanissetta, in parziale riforma dell’impugnata sentenza, ha condannato in solido la suddetta Axa Assicurazioni s.p.a. e T.R. al pagamento, in favore di L.C.I. e C.R., della complessiva somma di Euro 348.928,00 pari ad Euro 174.464,00 ciascuno, oltre gli interessi legali, da calcolarsi – previa devalutazione ai valori del 9 aprile 1996, sulle somme rivalutate anno per anno sino alla data di pubblicazione della medesima sentenza ed oltre gli interessi legali dalla data di pubblicazione della sentenza in oggetto al soddisfo.

  2. Propongono ricorso per cassazione L.C.I. e C.G. che presenta memoria.

    Resiste con controricorso la Axa Assicurazioni s.p.a.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo i ricorrenti denunciano “violazione e falsa applicazione dell’art. 2043, 2056 e 2059 cod. civ. in riferimento all’art. 360 n. 3”.

Sostengono i ricorrenti che la Corte di merito, pur riconoscendo i principi di diritto e le elaborazioni giurisprudenziali relative alla fattispecie, ritiene di inserire un proprio indice di adeguamento alle circostanze del caso concreto.

Ad avviso di L.C. e C. la morte, quale perdita della vita, è fuori dal danno biologico per entità ed intensità, trovando causa nelle lesioni che esitano nella morte stessa. In altri termini, nel danno biologico terminale la capacità recuperatoria o, quantomeno, stabilizzatrice della salute, risulta irreversibilmente compromessa in quanto degrada verso la morte.

Il danno biologico, derivante da lesione tanto grave da condurre alla morte, è soggetto, nella misura liquidatoria tabellare adottata dalla Corte di merito, non a decremento, ma a valutazione oggettiva con valutazione ad incremento.

7.1. Il motivo è infondato.

Per consolidata giurisprudenza di questa Corte, nel caso in cui intercorra un apprezzabile lasso di tempo tra le lesioni colpose e la morte causata dalle stesse è configurabile un danno biologico risarcibile, da liquidarsi in relazione alla menomazione della integrità psicofisica patita dal danneggiato per il periodo di tempo indicato, e il diritto del danneggiato a conseguire il risarcimento del danno è trasmissibile agli eredi ‘iure hereditatis’; in questo caso, l’ammontare del danno biologico terminale sarà commisurato soltanto all’inabilità temporanea, e tuttavia la sua liquidazione dovrà tenere conto, nell’adeguare l’ammontare del danno alle circostanze del caso concreto, del fatto che, se pure temporaneo, tale danno è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053; Cass., 23 febbraio 2004, n. 3549).

La Corte d’appello, dopo aver ritenuto che il primo giudice ha errato nella quantificazione del danno biologico da postumi permanenti, commisurandola a tutta la durata della vita, ha provveduto a ricalcolare tale danno prendendo in considerazione il danno biologico da inabilità temporanea con i dovuti correttivi di tipo equitativo, in considerazione dell’entità massima di lesione alla salute.

L’impugnata sentenza ha quindi ritenuto che, in considerazione dell’elevatissimo grado della lesione alla salute patito, in relazione anche alla giovanissima età della vittima, la liquidazione del relativo danno da inabilità temporanea debba trovare serio ristoro e possa congruamente quantificarsi in Euro 50.000,00, ai valori attuali, con conseguente diritto degli eredi a conseguire tale somma iure hereditatis.

La statuizione di cui sopra, contrariamente a quanto deducono i ricorrenti, è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale l’ammontare del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va calcolato non con riferimento alla durata probabile della vita del defunto, ma alla sua durata effettiva.

Ne consegue che la sentenza impugnata è corretta, anche perché il giudice ha tenuto conto del caso concreto.

  1. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano “violazione e falsa applicazione dell’art. 1223, 1226, 2043, 2056 e 2059 cod. civ. in riferimento all’art. 360 n. 5, in ragione della mancata liquidazione del danno biologico iure proprio, nonché alla mancata liquidazione del danno edonistico ed errata quantificazione del danno morale”.

Ad avviso dei ricorrenti andava loro riconosciuto un diritto al risarcimento, autonomo e distinto, rispetto al pretium doloris, trattandosi di lesioni di diritti della persona costituzionalmente protetti.

Non vi è dubbio, proseguono i ricorrenti, che essi hanno subito, in proprio, una lesione all’integrità psico-fisica della persona, suscettibile di valutazione medico-legale e consistente nelle ripercussioni negative, di carattere non patrimoniale, che si ripercuote per l’intera durata della vita residua del soggetto leso.

MORTE DEL FIGLIO INCIDENTE DANNO QUANTIFICAZIONE AVVOCATO ESPERTO

MORTE DEL FIGLIO INCIDENTE DANNO QUANTIFICAZIONE AVVOCATO ESPERTO

A loro avviso il danno conseguente all’interruzione traumatica del rapporto parentale, per la morte improvvisa di uno stretto congiunto, si configura come diritto concreto al risarcimento agli stessi familiari – iure proprio – di tutti i danni non patrimoniali, comprensivi non delle sole sofferenze fisiche o psichiche, ma anche dei c.d. danni esistenziali consistenti nell’irrimediabile, oggettiva e peggiorativa alterazione degli assetti affettivi e relazionali all’interno della famiglia, quale derivante dalla morte.

  1. Il motivo è infondato.

Il danno alla salute subito dai prossimi congiunti della vittima di un incidente stradale costituisce danno non patrimoniale, risarcibile iure proprio nei confronti di tali soggetti ove sia adeguatamente provato il nesso causale tra la menomazione dello stato di salute dell’attore ed il fatto illecito (Cass., 23 febbraio 2004, n. 3549).

Emerge invece dall’impugnata sentenza che la stessa è del tutto sfornita di prova e non può pertanto trovare accoglimento la domanda di risarcimento del danno biologico iure proprio per la perdita del figlio, solo genericamente dedotto, senza nemmeno l’allegazione di conseguenze di carattere patologico o la specificazione di uno stato di malattia.

Quanto al c.d. ‘danno edonistico’, per la perdita del rapporto parentale, tale danno deve essere valutato unitamente al risarcimento del danno morale iure proprio.

Il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. preclude infatti la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (danno alla vita di relazione, danno estetico, danno esistenziale, ecc.), che costituirebbero vere e proprie duplicazioni risarcitorie, fermo restando, però, l’obbligo del giudice di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio, in sede di personalizzazione della liquidazione (Cass., 23 settembre 2013, n. 21716).

La Corte d’appello ha provveduto al risarcimento del danno morale considerando anche lo stretto vincolo parentale e il grandissimo dolore per la perdita dell’unico figlio e per la conseguente, estrema intensità della sofferenza subita.

Così decidendo la sentenza impugnata si è attenuta ai principi di questa Corte secondo la quale la liquidazione del danno morale iure proprio, sofferto per il decesso di un familiare, causato da incidente stradale, sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità ove, come nel caso in esame, adeguatamente motivati.

  1. In conclusione, tutte le considerazioni che precedono inducono a ritenere che la Corte abbia correttamente deciso e che di conseguenza il ricorso debba essere rigettato con condanna di parte ricorrente alle spese che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 5.500,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

 DOMANDE FREQUENTI INCIDENTE MORTALE DANNO

1)DOMANDA COSA FARE PER RISARCIMENTO  INCIDENTE STRADALE MORTALE

RISPOSTA Resta una delle cose piu’ terribili della vita quando un famigliare muore in un incidente, purtroppo se per la vita del defunto noi umani nulla possiamo fare, possiamo invece preoccuparci del risarcimento se vi sono le condizioni!

Occorre in primo luogo verificare la responsabilità ,il danno è dovuto solo se per le norme della strada il defunto aveva ragione nel sinistro!!

2DOMANDA come viene calcolato il danno del defunto ai prossimi congiunti?

RISPOSTA il calcolo risarcimento danni incidente stradale mortale avviene secondo le  tabelle del Tribunale di Milano adottate in tutta italia

3DOMANDA QUALI SONO I TEMPI DEL RISARCIMENTO?

RISPOSTA Non brevissimi, occorre seguir el’istruttoria penale che spesso segue a un incidente mortale, e occorre individuare la compagnia assicurativa del responsabile a cui subito fare richiesta danni

4DOMANDA quanto vinee pagato un famigliare stretto per la morte di un congiunto in incidente?

RISPOSTA Attualmente, un risarcimento morale medio per la morte di un figlio o di un genitore si quantifica in circa 200.000 – 300.000 euro.

Ovviamente va sempre considerata la particolare situazione e la personalizzazione del danno in relazione a fattori meno “rigorosi” quali ad esempio l’essere un figlio unico

5DOMANDA con quali criteri si viene pagati se un congiunto muore in incidente stradale?

RISPOSTA l rapporto di parentela esistente tra la vittima ed il congiunto ,ad esempio i genitori il coniuge e i figli sono clore che hanno il maggior danno, inferiore  molto inferiore è il danno al fratello

Come la cassazione ha anno avuto modo di affermare nel 2008, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, in quanto ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (così cass., sez. un., 11/11/2008, n. 26972; cass., sez. un., 11/11/2008, n. 26973; cass., sez. un., 11/11/2008, n. 26974; cass., sez. un., 11/11/2008, n. 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c..

A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale va dunque sempre allegato e provato, in quanto, come osservato anche in dottrina, l’onere della prova non dipende invero dalla relativa qualificazione in termini di “danno-conseguenza”, tutti i danni extracontrattuali dovendo essere provati da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, e la prova può essere data con ogni mezzo (v., in particolare, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 15405).

Trattandosi di pregiudizio (non biologico) a bene immateriale, particolare rilievo assume invero la prova presuntiva (v. Cass., Sez. Un., 15/1/2009, n. 794; Cass., 19/12/2008, n. 29832).

Il giudice, si è in argomento precisato, attraverso il ricorso alle presunzioni (nonché l’esplicazione, se del caso, dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 421 c.p.c.) può sopperire alla carenza di prova, ma non anche al mancato esercizio dell’onere di allegazione,, concernente sia l’oggetto della domanda che le circostanze in fatto su cui la stessa si fonda (cfr. Cass., Sez. Un., 6 marzo 2009, n. 6454).

la prova del danno non patrimoniale da uccisione o da lesione (v. oltre) dello stretto congiunto può essere dunque data anche a mezzo di presunzioni (v. cass., 31/05/2003, n. 8827; cass., 31/05/2003, n. 8828; cass., 19/08/2003, n. 12124; cass., 15/07/2005, n. 15022; cass., 12/6/2006, n. 13546), che in argomento assumono anzi “precipuo rilievo” (v. cass., sez. un., 24/3/2006, n. 6572).

Le presunzioni valgono invero a sostanzialmente facilitare l’assolvimento dell’onere della prova da parte di chi ne è onerato, trasferendo sulla controparte l’onere della prova contraria (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Come anche in dottrina posto in rilievo, la presunzione semplice o hominis si caratterizza perché il fatto che la fonda va provato in giudizio, mentre nella presunzione legale è stabilito dalla legge che, attraverso lo schema logico della presunzione, non vuole imporre conclusioni indefettibili, ma introduce uno strumento di accertamento dei fatti di causa che può anche presentare qualche margine di opinabilità nell’operata riconduzione, in base a regole (elastiche) di esperienza, del fatto ignoto da quello noto; mentre, quando queste regole si irrigidiscono, assumendo consistenza di normazione positiva, si ha un fenomeno qualitativamente diverso e dalla praesumptio hominis si trapassa nel campo della presunzione legale (v. cass., 12/6/2006, n. 13546. e già cass., 16 marzo 1979, n. 1564; cass., 7 luglio 1976, n. 2525).

una volta che la presunzione semplice si sia tuttavia formata, e sia stata rilevata (cioè, una volta che del fatto sul quale si fonda sia stata data o risulti la prova), essa ha la medesima efficacia che deve riconoscersi alla presunzione legale iuris tantum, in quanto l’una e l’altra trasferiscono a colui contro il quale esse depongono l’onere della prova contraria (v. cass., 12/6/2006, n. 13546; cass., 27/11/1999, n. 13291. diversamente v. peraltro cass., 16/3/1979, n. 1564).

a tale stregua, la presunzione solleva la parte che ex art. 2697 c.c. sarebbe onerata di provare il fatto previsto, che, come posto in rilievo in dottrina, deve considerarsi provato ove provato il “fatto base” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Quando ammessa, la presunzione, in assenza di prova contraria, impone al giudice di ritenere provato il fatto previsto senza consentirgli la valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c. (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Anche nella giurisprudenza di legittimità si è con riferimento alla prova per presunzioni semplici sottolineato che, nel dedurre dal fatto noto quello ignoto il giudice di merito incontra il solo limite del principio di probabilità (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Non occorre cioè che i fatti su cui la presunzione si fonda siano tali da far apparire la esistenza del fatto ignoto come l’unica conseguenza possibile dei fatti accertati secondo un legame di necessità assoluta ed esclusiva (in tal senso v. peraltro Cass., 6/8/1999, n. 8489; Cass., 23/7/1999, n. 7954; Cass., 28/11/1998, n. 12088), ma è sufficiente che l’operata inferenza sia effettuata alla stregua di un canone di ragionevole probabilità, con riferimento alla connessione degli accadimenti la cui normale sequenza e ricorrenza può verificarsi secondo regole di esperienza (v. Cass., 23/3/2005, n. 6220; Cass., 16/7/2004, n. 13169; cass., 13/11/1996, n. 9961; cass., 18/9/1991, n. 9717; cass., 20/12/1982, n. 7026), basate sull’id quod plerumque accidit (v. cass., 30/11/2005, n. 6081; cass., 6/6/1997, n. 5082).

In presenza di tale allegazione il giudice deve quindi ritenere, sulla base della presunzione fondata essenzialmente sulla base della tipicità di determinati fatti in base alla regola di esperienza di tipo statistico, provati gli effetti che da tale fatto normalmente derivano, avendo riguardo ad una “apparenza” basata sul tipico decorso degli avvenimenti.

Incombe alla parte a cui sfavore opera la presunzione dare la prova contraria idonea a vincerla, con valutazione al riguardo spettante al giudice di merito (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546).

Costituendo un mezzo di prova di rango non inferiore agli altri, in quanto di grado non subordinato nella gerarchia dei mezzi di prova e dunque non “più debole” della prova diretta o rappresentativa, ben possono le presunzioni assurgere anche ad unica fonte di convincimento del giudice (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 24/3/2006, n. 6572, Cass., 12/6/2006, n. 13546, Cass., 6/7/2002, n. 9834), costituendo una “prova completa” (v. Cass., 12/6/2006, n. 13546. E già Cass., 22 luglio 1968, n. 2643).

6DOMANDA COME VIENE STABILITA LA RESPONSABILITA’ IN UN INCIDENTE MORTALE?

RISPOSTA :DAI VERBALI DELL’AIUTORITA’ DAI TESTI , DALLA CINEMATICA A VOLTE DISPOSTA DAL PM O DA UNA CINEMATICA PRIVATA

COSA E’ UN A PERZIA CINEMATICA ?

E’ UNA PERIZIA FATTA DA UN TECNICO CHE INDIVIDUA IL PUNTO D’URTO LE RESPONSABILITà LA VELOCITA’ I COMPORTAMENTI DEIU OCNDUCENTI NELL’INCIDENTE

7DOMANDA TEMPI DI PRESCRIZIONE DEL RISARCIMENTO DEL DANNO AI CONGIUNTI

RISPOSTA Vi sono infatti alcune importanti eccezioni, e particolare rilevanza assume la possibilità per la quale se il fatto che ha cagionato il danno è configurabile come reato, si applicherà il più lungo termine di prescrizione previsto per il reato stesso.
Tuttavia il terzo comma dell’art. 2947 c.c. prevede che, qualora l’evento lesivo sia conseguenza di un reato, in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna intervenuta nel processo penale il diritto al risarcimento si prescriverà nel più breve termine di due anni; a decorrere però dalla data in cui tale sentenza diviene irrevocabile, e non già dalla data in cui è avvenuto il fatto lesivo.

1) Per i familiari che hanno diritto al risarcimento(coniuge,figli,genitori,fratelli,nonni)affidatevi a un avvocato che tratti il risarcimento danno da incidente mortale.

2) Fate seguire dal vostro difensore di persona offesa il penale che è in corso a seguito della morte del vostro congiunto.

3) l’importanza nell’ipotesi di nomina di un consulente del PM e dell’imputato per l’autopsia è di nominare un vostro consulente medico legale nell’ipotesi di incidenti stradali mortali

4) Chiedete o fate chiedere dal vostro avvocato i dati assicurativi del responsabile del danno.

5) confrontatevi spesso con il vostro avvocato sulle vostre aspettative risarcitorie, esistono tabelle che indicano il minimo e il massimo del risarcimento danni ai congiunti,

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E’stato pure affermato più volte (v., fra le altre, le sentenze 6 novembre 2000, n. 14440, 23 maggio 2003, n. 8169, 26 ottobre 2004, n. 20742, 16 dicembre 2005, n. 27723, e 21 ottobre 2009, n. 22287) che dette tabelle non costituiscono norme di diritto, né rientrano nella nozione di fatto di comune esperienza di cui all’art. 115 c.p.c., per cui non fanno parte del normale patrimonio di conoscenza del giudice; il che, però, non esime quest’ultimo, una volta che abbia fatto esplicito richiamo a determinate tabelle (per esempio, quelle applicate nel proprio distretto), dalla necessità di rispettarle e di dare conto esattamente delle ragioni per le quali abbia eventualmente ritenuto di discostarsene.

 

 

 

La produzione delle due tabelle nell’odierna sede di legittimità non comporta violazione dell’art. 372 cod. proc. civ., poiché esse non costituiscono documenti in senso proprio, non integrano nuovi elementi di fatto e devono comunque essere acquisite in giudizio ove il giudice di merito abbia fatto a dette tabelle specifico richiamo, avendo esse natura di allegazioni difensive in certa misura paragonabili a riferimenti giurisprudenziali (in tal senso, v. Cass., 8 maggio 2001, n. 6396).

 

 

 

 

Sulla Base Di Tali Affermazioni – Alle Quali Questa Pronuncia Intende Dare Continuità – La Motivazione Fornita Dalla Corte D’appello Di Firenze Non Appare Adeguata; Il Giudice Di Merito, Infatti, Dopo Aver Affermato Di Riconoscere Al S. Il Diritto Al Risarcimento Del Danno Iure Proprio In Relazione Alla Morte Del Genitore E Dopo Aver Fatto Esplicito Richiamo “Ai Criteri Medi Di Liquidazione Adottati In Sede Distrettuale”, Ha Liquidato La Somma Globale Di 50.000 Euro, Comprensiva Di Interessi. Tale Somma È, Sulla Base Delle Tabelle Distrettuali Di Firenze Vigenti A Partire Dal 2007 – E, Quindi, Applicabili Ratione Temporis – Inferiore A Quella Minima, La Quale Prevede, Per Il Risarcimento Del Danno Da Morte Di Un Genitore Non Convivente, Una Somma Da 60.000 A 200.000 Euro.


 

Non rileva in questa sede se la Corte fiorentina abbia utilizzato, come adombra il ricorrente, una tabella precedente (del 2003) ormai superata o se abbia seguito altri e diversi criteri di liquidazione.

È decisivo, invece, integrando gli estremi del vizio di contraddittoria motivazione, che il giudice abbia espressamente richiamato le tabelle distrettuali senza farne, in concreto, corretta applicazione e senza indicare le ragioni per le quali si sia da tali tabelle motivatamente discostato.

Né, d’altra parte, si pone alcun problema di eventuale applicabilità di diverse tabelle quali, ad esempio, quelle del Tribunale di Milano, cui questa Corte ha riconosciuto valenza generale di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno nella recente pronuncia 7 giugno 2011, n. 12408. A queste tabelle, infatti, il ricorrente ha fatto solo un generico richiamo nelle memorie presentate ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ., sicché l’argomento non trova ingresso nel presente giudizio.

  1. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza cassata. Ai fini della decisione, la causa va rinviata ad altra Sezione della medesima Corte d’appello di Firenze, che provvederà alla nuova determinazione del danno alla stregua dei criteri indicati in precedenza, oltre che alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

 

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell'art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE – SENTENZA 29 maggio 2012, n.8557 – Pres. Segreto – est. Cirillo

Motivi della decisione

  1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360, n. 5) c.p.c., nella parte in cui la Corte d’appello avrebbe incongruamente applicato le tabelle di liquidazione del danno, nonché violazione, ai sensi dell’art. 360, n. 3), c.p.c., degli artt. 1226, 2043, 2054, 2056 e 2059 del codice civile.

Osserva il ricorrente che la liquidazione compiuta dal giudice di secondo grado, a titolo di ristoro del danno morale conseguente alla morte del proprio padre A..S. , della somma complessiva di 50.000 Euro comprensiva di interessi è avvenuta, secondo un criterio equitativo, in base al sistema di liquidazione adottato nella sede distrettuale di Firenze. La citata somma, peraltro, sarebbe ampiamente inferiore a quella che viene normalmente liquidata per la morte di un congiunto, anche adottando un criterio ‘medio’.


 

  1. Il ricorso è fondato.

Questa Corte è stata chiamata in numerose occasioni a verificare la corretta applicazione, da parte dei giudici di merito, dei criteri di valutazione equitativa del danno, sia biologico che morale. Al riguardo, si è posto, fra l’altro, il problema del ricorso alle c.d. tabelle, ossia a meccanismi di liquidazione predeterminati nelle diverse sedi giudiziarie attraverso il riferimento a varie voci, contenenti ciascuna un minimo ed un massimo nel cui ambito è consentito al giudice procedere alla liquidazione del singolo specifico episodio dannoso.

La giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che al giudice di merito è consentito di assumere come parametri di riferimento le tabelle utilizzate nei vari Tribunali della Repubblica (sentenza 17 dicembre 2009, n. 26505); tuttavia, poiché si tratta del ricorso ad un criterio che è comunque equitativo e che trova il proprio fondamento normativo negli artt. 1226 e 2056 cod. civ., il giudice è tenuto a dare conto del criterio utilizzato (sentenza 8 novembre 2007, n. 23304), esplicitando in ogni caso quale sia il sistema seguito e provvedendo poi alla necessaria personalizzazione in riferimento al caso concreto (sentenza 9 maggio 2011, n. 10107).

È stato pure affermato più volte (v., fra le altre, le sentenze 6 novembre 2000, n. 14440, 23 maggio 2003, n. 8169, 26 ottobre 2004, n. 20742, 16 dicembre 2005, n. 27723, e 21 ottobre 2009, n. 22287) che dette tabelle non costituiscono norme di diritto, né rientrano nella nozione di fatto di comune esperienza di cui all’art. 115 c.p.c., per cui non fanno parte del normale patrimonio di conoscenza del giudice; il che, però, non esime quest’ultimo, una volta che abbia fatto esplicito richiamo a determinate tabelle (per esempio, quelle applicate nel proprio distretto), dalla necessità di rispettarle e di dare conto esattamente delle ragioni per le quali abbia eventualmente ritenuto di discostarsene.

La produzione delle due tabelle nell’odierna sede di legittimità non comporta violazione dell’art. 372 cod. proc. civ., poiché esse non costituiscono documenti in senso proprio, non integrano nuovi elementi di fatto e devono comunque essere acquisite in giudizio ove il giudice di merito abbia fatto a dette tabelle specifico richiamo, avendo esse natura di allegazioni difensive in certa misura paragonabili a riferimenti giurisprudenziali (in tal senso, v. Cass., 8 maggio 2001, n. 6396).

Sulla base di tali affermazioni – alle quali questa pronuncia intende dare continuità – la motivazione fornita dalla Corte d’appello di Firenze non appare adeguata; il giudice di merito, infatti, dopo aver affermato di riconoscere al S. il diritto al risarcimento del danno iure proprio in relazione alla morte del genitore e dopo aver fatto esplicito richiamo “ai criteri medi di liquidazione adottati in sede distrettuale”, ha liquidato la somma globale di 50.000 Euro, comprensiva di interessi. Tale somma è, sulla base delle tabelle distrettuali di Firenze vigenti a partire dal 2007 – e, quindi, applicabili ratione temporis – inferiore a quella minima, la quale prevede, per il risarcimento del danno da morte di un genitore non convivente, una somma da 60.000 a 200.000 Euro.

Non rileva in questa sede se la Corte fiorentina abbia utilizzato, come adombra il ricorrente, una tabella precedente (del 2003) ormai superata o se abbia seguito altri e diversi criteri di liquidazione.

È decisivo, invece, integrando gli estremi del vizio di contraddittoria motivazione, che il giudice abbia espressamente richiamato le tabelle distrettuali senza farne, in concreto, corretta applicazione e senza indicare le ragioni per le quali si sia da tali tabelle motivatamente discostato.

Né, d’altra parte, si pone alcun problema di eventuale applicabilità di diverse tabelle quali, ad esempio, quelle del Tribunale di Milano, cui questa Corte ha riconosciuto valenza generale di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno nella recente pronuncia 7 giugno 2011, n. 12408. A queste tabelle, infatti, il ricorrente ha fatto solo un generico richiamo nelle memorie presentate ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ., sicché l’argomento non trova ingresso nel presente giudizio.

  1. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza cassata. Ai fini della decisione, la causa va rinviata ad altra Sezione della medesima Corte d’appello di Firenze, che provvederà alla nuova determinazione del danno alla stregua dei criteri indicati in precedenza, oltre che alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte d’appello di Firenze, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

CASSAZIONE DANNO BIOLOGICO AVVOCATO INCIDENTE MORTALE TOSCANA LUCCA PISA PRATO PISTOIA

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