Il mio obiettivo? La tua soddisfazione!
CHIAMA SUBITO!!!

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’ 

 

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA'

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA’

 

) Non risulta conforme a diritto quanto affermato dalla Corte ligure sul tema della rilevanza “parascriminante” delle linee guida, mentre appare corretta e condivisibile (diversamente da quanto opinato dal giudice di appello) la censura mossa da parte ricorrente che evidenzia – in consonanza con la recente giurisprudenza penalistica di questa Corte e della stessa Corte costituzionale – come le linee guida non assurgano punto al rango di fonti di regole cautelari codificate, non essendo ne’ tassative ne’ vincolanti, e comunque non potendo prevalere sulla liberta’ del medico, sempre tenuto a scegliere la miglior soluzione per il paziente. Di tal che, pur rappresentando un utile parametro nell’accertamento dei profili di colpa medica, esse non eliminano la discrezionalita’ giudiziale, libero essendo il giudice di valutare se le circostanze del caso concreto esigano una condotta diversa da quella prescritta (Cass. pen. 16237/2013; 39165/2013). Non senza osservare, ancora, come il giudice delle leggi, con la sentenza n. 295 del 2013, abbia chiaramente specificato che la limitazione di responsabilita’ ex articolo 3 comma 1 della cd. Legge Balduzzi trovi il suo invalicabile limite nell’addebito di imperizia – giacche’ le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia – e non anche quando l’esercente la professione sanitaria si sia reso responsabile di una condotta negligente e/o imprudente.

2-b) Come gia’ accennato poc’anzi, il grado di diligenza e di prudenza richiesto ai sanitari nel caso di specie doveva ritenersi di certo piu’ elevato rispetto ad una periodica attivita’ di controllo routinario quale quella eseguita, e cioe’ non limitandosi a rilevare la presenza e lo sviluppo dell’apparato osseo e cardiaco, ma focalizzando l’attenzione sullo specifico sviluppo dei vari organi nella struttura del feto, alla luce del risultato dello screening, che aveva evidenziato il rischio di malformazioni genetiche.

 amedicocuorescritta

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 9 maggio 2017, n. 11208

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14411/2015 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS) in proprio e nella loro qualita’ di genitori della figlia minore (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA gia’ (OMISSIS) SPA in persona dei suoi procuratori speciali (OMISSIS) e (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS), (OMISSIS), ISTITUTO (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giuste procure speciali in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS), (OMISSIS) SPA;

– intimati –

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA'

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA’

avverso la sentenza n. 1504/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 28/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/10/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI che ha concluso per il rigetto del ricorso.

I FATTI

(OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali esercenti potesta’ nei confronti della figlia minore (OMISSIS) (poi deceduta nelle more del giudizio), convennero dinanzi al Tribunale di Genova (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), l’istituto (OMISSIS) e le compagnie assicurative (OMISSIS) ed (OMISSIS), chiedendo loro il risarcimento dei danni conseguenti all’errore diagnostico ascrivibile a colpevole condotta dei medici dell’istituto, che aveva impedito ad essi attori la tempestiva conoscenza della malformazione da cui era affetto il feto onde procedere ad ulteriori accertamenti ovvero addivenire all’interruzione della gravidanza.

Con sentenza in parte definitiva, in parte non definitiva, il giudice di primo grado accolse la domanda proposta nei confronti del (OMISSIS) e delle dottoresse (OMISSIS) e (OMISSIS), condannando i convenuti al risarcimento dei danni non patrimoniali, determinati e liquidati nella somma di Euro 39.278, rimettendo al prosieguo del giudizio la determinazione del danno patrimoniale.

La corte di appello di Genova, investita delle impugnazioni, principale e incidentali, hinc et inde proposte, rigetto’ la domanda risarcitoria di cui alla sentenza definitiva del Tribunale per assenza di colpa dei convenuti condannati in primo grado.

Avverso la sentenza della Corte ligure gli attori in prime cure hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi di censura, oltre ad un terzo sul riparto delle spese processuali.

Resistono con controricorso gli intimati, ad eccezione del (OMISSIS) e della (OMISSIS) s.p.a..

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso e’ fondato.

Con primo motivo, si denuncia, ex articolo 360 c.p.c., n. 4, nullita’ della sentenza per vizio di ultrapetizione in relazione alla perizia di secondo grado.

Il motivo, benche’ suggestivamente argomentato, non puo’ essere accolto.

I principi di diritto evocati dalla difesa dei ricorrenti – necessita’ di adeguata motivazione in base ad idonei elementi istruttori, per il giudice di appello, circa le ragioni che lo inducono ad ignorare o sminuire i dati risultanti dalla CTU in atti, in forza altresi’ di esigenze di economia processuale e di costi del giudizio e di rispetto del canone della ragionevole durata del processo – sono senz’altro conformi a quelli piu’ volte affermati da questa Corte (per tutte, Cass. 18410/2013); non senza considerare ancora che, in seno alla lunga, articolata, ampia e analitica motivazione della sentenza di appello, la CTU disposta in primo grado non risulta mai espressamente e apertamente disattesa, ma viene per converso piu’ volte richiamata in sentenza (f. 21, 23 e 29 indicazioni numeriche ricavabili pur in assenza di numerazione per pagine nella pronuncia impugnata).

Tali circostanze non attingono, peraltro, all’indispensabile livello dimostrativo idoneo a predicare un vizio del procedimento tale da inficiare la validita’ della sentenza, nonostante il tormentato iter processuale che ha infine condotto alla decisione di rinnovare la CTU in atti.

Si legge, difatti, ai ff. 18-19 dell’esposizione in fatto che la causa venne trattenuta una prima volta in decisione (senza che fosse ritenuta necessaria alcuna rinnovazione della consulenza) il 19.9.2007, e rimessa sul ruolo per la collocazione in aspettativa di un componente del collegio; che, alla successiva udienza di precisazione delle conclusioni, la causa venne nuovamente trattenuta in decisione (anche questa volta, senza che la CTU fosse rinnovata) e rimessa sul ruolo per la mancanza in atti del fascicolo di primo grado; che, all’esito della ulteriore udienza di precisazione delle conclusioni del 16.7.2008, la Corte, con ordinanza del 7/15 gennaio 2009, disponeva alfine la rinnovazione della CTU, formulando nuovi quesiti, ritenendo necessario approfondire (f. 20) le tematiche relative agli strumenti di diagnostica prenatale poste dalla peculiarita’ del caso di specie, anche alla luce dell’affermazione contenuta nella sentenza di primo grado, che riferiva di un accertamento del 25.8.2000, il cui referto, di 4 giorni successivo, aveva evidenziato “rischio aumentato di sindrome di Down risultato maggiore di quello atteso in base alla sola eta’ materna” (29 anni, primipara).

La Corte territoriale ha, pertanto, sia pur assai sinteticamente, anche se diacronicamente, argomentato la propria decisione di procedere al rinnovo della CTU di primo grado, e tale valutazione di fatto si sottrae al sindacato del giudice di legittimita’.

Con il secondo motivo, composto da 3 sub-motivi, si denuncia, ex articolo 360 n. 3 c.p.c.:

  1. a) violazione applicazione norma di diritto in tema di linee guida.
  2. b) violazione applicazione Decreto Legge n. 158 del 2012 convertito in legge n. 189/2012.
  3. c) Violazione applicazione norme di diritto in tema di responsabilita’ contrattuale, extracontrattuale e codice medico deontologico.

Le censure, che possono essere congiuntamente esaminate, sono fondate nei limiti di cui si dira’.

Non risultano correttamente esaminate e valutate, in sede di motivazione della sentenza impugnata, nel riportare e nel far proprie le conclusioni raggiunte dal prof. (OMISSIS), CTU in secondo grado, le seguenti circostanze, e risultano per altro verso censurabili in parte qua le seguenti affermazioni:

1) Lo screening combinato per sindrome di Down nel primo trimestre di gravidanza ne aveva evidenziato l’aumento del rischio, il che aveva indotto i sanitari a qualificare la gravidanza “di secondo livello”;

2) Le risultanze dell’esame ecografico risultavano riprodotte in fotogrammi a scelta dell’operatore (la dottoressa (OMISSIS)), e in atti (come rilevato dal CTU) mancavano gli originali delle ecografie del (OMISSIS) e del (OMISSIS), mentre le relative fotocopie erano illeggibili;

3) Nell’ecografia del (OMISSIS) non vi erano immagini inerenti le orbite oculari del feto. Aggiunge, in proposito, testualmente la Corte: “Le linee guida della Sieog pubblicate nel 1997 prevedono per lo screening ecografico delle malformazioni la visualizzazione delle orbite fetali. Sotto tale profilo le indicazioni appaiono rispettate”;

4) La frequenza, definita “forse eccessiva” con cui erano state effettuate le ecografie poteva essere spiegata con una particolare prudenza da parte dell’operatrice e con una maggiore comprensibile ansia della paziente che chiedeva di vedere il proprio bambino all’ecografia ad ogni visita;

5) Non sussistevano precise distinzioni riguardo a cosa debba riscontrare un’ecografia morfologica di 1 o di 2 livello, sottintendendo il 2 livello una i piu’ minuziosa ricerca di difetti in base a rischi clinici; l’approfondimento diagnostico nel caso in esame era soprattutto legato ad eventuali difetti cardiaci talora associati a screening positivi;

6) Il solo fatto che l’esame fosse stato effettuato in una struttura specializzata non implicava che si dovesse trattare sempre di esame del 2 livello; in particolare, in riferimento alla macroftalmia/anoftalmia, le possibilita’ di errore erano elevate anche in mani esperte… cio’ non significava che non potessero essere sempre identificate, o i bulbi oculari visualizzati, ma se non specificamente ricercati per qualsivoglia sospetto potevano sfuggire anche a mani esperte. E, si conclude, “francamente nel caso in questione una cosi’ rara patologia non poteva essere sospettata e forse nemmeno visibile”;

7) L’affermazione degli appellanti secondo cui le linee guida, prive di alcun carattere di cogenza, potevano offrire soltanto l’indicazione di standards minimi per l’esecuzione di un routinario esame ecografico si appalesava insuscettibile di essere condivisa, perche’ in contrasto con la nozione di linee guida recepita dalla L. n. 189 del 2012, articolo 3, comma 1, “che operano come direttiva scientifica per il sanitario, costituiscono modello e regola dell’agire appropriato, si intendono in guisa di direttive che, come nella specie, indicano standards diagnostico-terapeutico conformi alle regole dettate dalla miglior scienza medica”;

8) Nel caso dell’esame prenatale non era stato raggiunto il livello minimo prescritto dalle linee guida approvate nel 2001 dalla SIGLI per l’analisi cromosomica su biopsia dei villi coriali, che e’ pari ad almeno 16 metafasi, presumibilmente per una minor resa della coltura cellulare… le linee guida non precisavano il comportamento da tenere nel caso in cui non si fosse raggiunto il numero minimo di metafasi da analizzare. La sentenza prosegue rilevando: “sarebbe opportuno segnalare la minore attendibilita’ del referto… in questo caso specifico non risulta una segnalazione scritta sul referto… La discordanza tra i due esami eseguiti (prenatale e postnatale) non era peraltro attribuibile con certezza ai disguidi tecnici che avevano determinato un minor numero di metafasi analizzate nel campione di villi coriali;

9) Dato atto che i consulenti nominati in primo grado avevano concluso nel senso che, con il maggior numero di metafasi, il livello di attendibilita’ dell’analisi nell’escludere la presenza di mosaicismo cromosomico sarebbe stato piu’ elevato, senza mai essere totale, il collegio ritiene “di non potersi esimere dal rilevare che le linee guida approvate nel 2001 non possono essere considerate operanti nel caso in esame dal momento che la villocentesi e’ stata effettuata il (OMISSIS), alla dodicesima settimana di gravidanza, e quindi in epoca precedente alla loro approvazione”;

10) Il non aver raggiunto le 16 metafasi consigliate aumentava di poco la probabilita’ di non diagnosticare un mosaicismo cromosomico. E pertanto “e’ difficile proporre di ripetere un prelievo invasivo, con il rischio di perdere la gravidanza a fronte di 12 e non 16 metafasi analizzate”;

11) La causa piu’ probabile dell’esame di 12 metafasi in luogo di 16 andava identificata nell’inadeguata crescita cellulare;

12) Il margine di differenza probabilistica nel non diagnosticare un mosaicismo cromosomico in riferimento all’esame di 16 metafasi ovvero di 12 era circoscritto al 5%;

13) Il rilievo, espressamente qualificato di natura deontologica – e quindi estraneo alla fattispecie dell’inadempimento contrattuale – circa l’omessa indicazione dell’opportunita’ di effettuare una consulenza genetica – non avrebbe sortito altro effetto che quello di far constare le relative controindicazioni.

La motivazione della Corte genovese – sicuramente ampia, articolata e rigorosamente approfondita sul piano scientifico – non si sottrae, peraltro, alle censure mosse da parte dei ricorrenti, sub specie:

1) dell’erronea ricostruzione e qualificazione del rapporto tra linee guida e colpa medica (in applicazione, peraltro, di una normativa entrata in vigore nell’anno 2012, della quale si evocano aspetti sostanziali e non processuali, e in logico contrasto con la concorrente affermazione secondo la quale le linee guida citogenetiche approvate nel 2001 non potevano formare oggetto di valutazione perche’ successive al tempo delle indagini sanitarie);

2) del grado di diligenza richiesto ai sanitari di un istituto altamente specializzato come il (OMISSIS) e del riparto dell’onere della prova;

3) della omessa, corretta e completa informazione alla paziente del complesso quadro clinico e dei rischi, hinc et inde verificabili, che si andavano profilando.

1-a) Non risulta conforme a diritto quanto affermato dalla Corte ligure sul tema della rilevanza “parascriminante” delle linee guida, mentre appare corretta e condivisibile (diversamente da quanto opinato dal giudice di appello) la censura mossa da parte ricorrente che evidenzia – in consonanza con la recente giurisprudenza penalistica di questa Corte e della stessa Corte costituzionale – come le linee guida non assurgano punto al rango di fonti di regole cautelari codificate, non essendo ne’ tassative ne’ vincolanti, e comunque non potendo prevalere sulla liberta’ del medico, sempre tenuto a scegliere la miglior soluzione per il paziente. Di tal che, pur rappresentando un utile parametro nell’accertamento dei profili di colpa medica, esse non eliminano la discrezionalita’ giudiziale, libero essendo il giudice di valutare se le circostanze del caso concreto esigano una condotta diversa da quella prescritta (Cass. pen. 16237/2013; 39165/2013). Non senza osservare, ancora, come il giudice delle leggi, con la sentenza n. 295 del 2013, abbia chiaramente specificato che la limitazione di responsabilita’ ex articolo 3 comma 1 della cd. Legge Balduzzi trovi il suo invalicabile limite nell’addebito di imperizia – giacche’ le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia – e non anche quando l’esercente la professione sanitaria si sia reso responsabile di una condotta negligente e/o imprudente.

2-b) Come gia’ accennato poc’anzi, il grado di diligenza e di prudenza richiesto ai sanitari nel caso di specie doveva ritenersi di certo piu’ elevato rispetto ad una periodica attivita’ di controllo routinario quale quella eseguita, e cioe’ non limitandosi a rilevare la presenza e lo sviluppo dell’apparato osseo e cardiaco, ma focalizzando l’attenzione sullo specifico sviluppo dei vari organi nella struttura del feto, alla luce del risultato dello screening, che aveva evidenziato il rischio di malformazioni genetiche.

AAMALMALRisulta poi non conforme a diritto la decisione impugnata nella parte in cui omette del tutto di considerare, e di attribuire decisivo rilievo sul piano del riparto degli oneri probatori (vertendosi, come pacifico, in tema di responsabilita’ contrattuale o ” da contatto”, ratione temporis), alla circostanza, rilevata dal CTU, secondo il quale vi era carenza di immagini fotografiche delle ecografie e del (OMISSIS) e del (OMISSIS), essendo illeggibili le relative fotocopie… per il deterioramento imputabile al tempo trascorso”. Tele carenza, che non consente di accertare l’esatto adempimento della prestazione da parte del sanitario, non puo’, ipso facto, ridondare a carico della parte danneggiata, bensi’ del debitore chiamato a dimostrare in modo tranchant l’assenza di colpa della propria condotta che il creditore della prestazione assume non conforme alle regole di diligenza imposte dall’articolo 1176.

Compito del giudice di merito era, pertanto, specificamente quello di valutare autonomamente la condotta dei sanitari di una struttura altamente specializzata (da cui e’ lecito pretendere un comportamento altrettanto specializzato, e dunque uno standard di diligenza piu’ elevato rispetto a quello del professionista medio: risulta, pertanto, assai poco comprensibile l’affermazione del CTU di appello secondo la quale “il solo fatto che un esame sia effettuato in una struttura specializzata, essendo numerosi gli ambulatori generali e gli ambulatori superspecialistici”, che appare considerazione di tipo valutativo del tutto ultronea rispetto ai compiti affidatigli, essendo l’analisi della fattispecie concreta rapportata al tipo di istituto scelto dalla paziente, senza che cio’ consentisse alcuna valutazione di tipo comparatistico), in presenza di una gravidanza ritenuta a rischio, in presenza di un tritest positivo e di un numero concordemente ritenuto eccessivo di esami ecografici (risulta del tutto sfornita di prova, e contestata da parte ricorrente, l’affermazione che si legge in sentenza secondo la quale cio’ era dovuto “anche alla comprensibile ansia della paziente che chiedeva di vedere il proprio bambino all’ecografia ad ogni visita”: supra, sub 4). In particolare, quanto ai controlli ecografici, nonostante il numero elevato, essi risultano eseguiti, come correttamente opinato dal giudice di primo grado, in modo colpevolmente routinario, nonostante la evidente natura di gravidanza a rischio della puerpera, onde la patente irrilevanza, nella specie, delle linee guida SIOG del 1997.

3-c) Non conforme a diritto risulta, ancora la sentenza impugnata nella parte in cui esclude l’obbligo di completa e corretta informazione della paziente in relazione alla specifica situazione clinica, e segnatamente al mancato raggiungimento del livello minimo prescritto dalle linee guida con riferimento al numero di metafasi esaminate: era rimessa, in via esclusiva alla gestante la decisione, se adeguatamente informata, di sottoporsi ad amniocentesi genetica, ovvero di procedere, come suo diritto, ad interrompere la gravidanza. Pertanto, la segnalazione della minore attendibilita’ del referto non puo’ ritenersi, al condizionale, soltanto “opportuna”, bensi’ doverosa, al di la’ ed a prescindere dalla rilevanza del numero di probabilita’ maggiori di accertamento della malformazione che l’indagine correttamente eseguita avrebbe offerto. Risulta del tutto apodittica, e non conforme a diritto (perche’ frutto di una ormai obsoleta concezione paternalistica della medicina) discorrere, in proposito, di “difficolta’ nel proporre di ripetere un prelievo invasivo, con il rischio di perdere la gravidanza a fronte di 12 e non 16 metafasi analizzate” (supra, sub 11).

Non conforme a diritto appare, da ultimo, l’ulteriore affermazione contenuta in sentenza secondo cui il rilievo deontologico sarebbe stato del tutto estraneo alla fattispecie dell’inadempimento contrattuale in punto di omessa indicazione dell’opportunita’ di effettuare una consulenza genetica “che non avrebbe sortito altro effetto di far constare le controindicazioni gia’ esposte”.

Il “rilievo deontologico”, di converso, era univocamente finalizzato, nella specie, ad evidenziare le conseguenze dell’omessa informazione, e cioe’ il vulnus arrecato al diritto di libera e consapevole autodeterminazione della paziente, qual che fosse poi stata la sua scelta.

Il terzo motivo di ricorso, relativo al riparto delle spese di giudizio del secondo grado, e’ assorbito nell’accoglimento dell’odierno gravame.

A seguito dell’accoglimento del ricorso, nei limiti di cui in motivazione, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio del procedimento alla Corte di appello di Genova che, in diversa composizione, si atterra’ ai principi di diritto sopra esposti, provvedendo altresi’ anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, assorbito il terzo, rigetta il primo, cassa la sentenza impugnata nei limiti di cui in motivazione e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Genova, in altra composizione.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari alla somma gia’ dovuta, a norma del predetto articolo 13, comma 1 bis

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

 

) Non risulta conforme a diritto quanto affermato dalla Corte ligure sul tema della rilevanza “parascriminante” delle linee guida, mentre appare corretta e condivisibile (diversamente da quanto opinato dal giudice di appello) la censura mossa da parte ricorrente che evidenzia – in consonanza con la recente giurisprudenza penalistica di questa Corte e della stessa Corte costituzionale – come le linee guida non assurgano punto al rango di fonti di regole cautelari codificate, non essendo ne’ tassative ne’ vincolanti, e comunque non potendo prevalere sulla liberta’ del medico, sempre tenuto a scegliere la miglior soluzione per il paziente. Di tal che, pur rappresentando un utile parametro nell’accertamento dei profili di colpa medica, esse non eliminano la discrezionalita’ giudiziale, libero essendo il giudice di valutare se le circostanze del caso concreto esigano una condotta diversa da quella prescritta (Cass. pen. 16237/2013; 39165/2013). Non senza osservare, ancora, come il giudice delle leggi, con la sentenza n. 295 del 2013, abbia chiaramente specificato che la limitazione di responsabilita’ ex articolo 3 comma 1 della cd. Legge Balduzzi trovi il suo invalicabile limite nell’addebito di imperizia – giacche’ le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia – e non anche quando l’esercente la professione sanitaria si sia reso responsabile di una condotta negligente e/o imprudente.

2-b) Come gia’ accennato poc’anzi, il grado di diligenza e di prudenza richiesto ai sanitari nel caso di specie doveva ritenersi di certo piu’ elevato rispetto ad una periodica attivita’ di controllo routinario quale quella eseguita, e cioe’ non limitandosi a rilevare la presenza e lo sviluppo dell’apparato osseo e cardiaco, ma focalizzando l’attenzione sullo specifico sviluppo dei vari organi nella struttura del feto, alla luce del risultato dello screening, che aveva evidenziato il rischio di malformazioni genetiche.

Risulta poi non conforme a diritto la decisione impugnata nella parte in cui omette del tutto di considerare, e di attribuire decisivo rilievo sul piano del riparto degli oneri probatori (vertendosi, come pacifico, in tema di responsabilita’ contrattuale o ” da contatto”, ratione temporis), alla circostanza, rilevata dal CTU, secondo il quale vi era carenza di immagini fotografiche delle ecografie e del (OMISSIS) e del (OMISSIS), essendo illeggibili le relative fotocopie… per il deterioramento imputabile al tempo trascorso”. Tele carenza, che non consente di accertare l’esatto adempimento della prestazione da parte del sanitario, non puo’, ipso facto, ridondare a carico della parte danneggiata, bensi’ del debitore chiamato a dimostrare in modo tranchant l’assenza di colpa della propria condotta che il creditore della prestazione assume non conforme alle regole di diligenza imposte dall’articolo 1176.

Compito del giudice di merito era, pertanto, specificamente quello di valutare autonomamente la condotta dei sanitari di una struttura altamente specializzata (da cui e’ lecito pretendere un comportamento altrettanto specializzato, e dunque uno standard di diligenza piu’ elevato rispetto a quello del professionista medio: risulta, pertanto, assai poco comprensibile l’affermazione del CTU di appello secondo la quale “il solo fatto che un esame sia effettuato in una struttura specializzata, essendo numerosi gli ambulatori generali e gli ambulatori superspecialistici”, che appare considerazione di tipo valutativo del tutto ultronea rispetto ai compiti affidatigli, essendo l’analisi della fattispecie concreta rapportata al tipo di istituto scelto dalla paziente, senza che cio’ consentisse alcuna valutazione di tipo comparatistico), in presenza di una gravidanza ritenuta a rischio, in presenza di un tritest positivo e di un numero concordemente ritenuto eccessivo di esami ecografici (risulta del tutto sfornita di prova, e contestata da parte ricorrente, l’affermazione che si legge in sentenza secondo la quale cio’ era dovuto “anche alla comprensibile ansia della paziente che chiedeva di vedere il proprio bambino all’ecografia ad ogni visita”: supra, sub 4). In particolare, quanto ai controlli ecografici, nonostante il numero elevato, essi risultano eseguiti, come correttamente opinato dal giudice di primo grado, in modo colpevolmente routinario, nonostante la evidente natura di gravidanza a rischio della puerpera, onde la patente irrilevanza, nella specie, delle linee guida SIOG del 1997.

3-c) Non conforme a diritto risulta, ancora la sentenza impugnata nella parte in cui esclude l’obbligo di completa e corretta informazione della paziente in relazione alla specifica situazione clinica, e segnatamente al mancato raggiungimento del livello minimo prescritto dalle linee guida con riferimento al numero di metafasi esaminate: era rimessa, in via esclusiva alla gestante la decisione, se adeguatamente informata, di sottoporsi ad amniocentesi genetica, ovvero di procedere, come suo diritto, ad interrompere la gravidanza. Pertanto, la segnalazione della minore attendibilita’ del referto non puo’ ritenersi, al condizionale, soltanto “opportuna”, bensi’ doverosa, al di la’ ed a prescindere dalla rilevanza del numero di probabilita’ maggiori di accertamento della malformazione che l’indagine correttamente eseguita avrebbe offerto. Risulta del tutto apodittica, e non conforme a diritto (perche’ frutto di una ormai obsoleta concezione paternalistica della medicina) discorrere, in proposito, di “difficolta’ nel proporre di ripetere un prelievo invasivo, con il rischio di perdere la gravidanza a fronte di 12 e non 16 metafasi analizzate” (supra, sub 11).

Non conforme a diritto appare, da ultimo, l’ulteriore affermazione contenuta in sentenza secondo cui il rilievo deontologico sarebbe stato del tutto estraneo alla fattispecie dell’inadempimento contrattuale in punto di omessa indicazione dell’opportunita’ di effettuare una consulenza genetica “che non avrebbe sortito altro effetto di far constare le controindicazioni gia’ esposte”.

Il “rilievo deontologico”, di converso, era univocamente finalizzato, nella specie, ad evidenziare le conseguenze dell’omessa informazione, e cioe’ il vulnus arrecato al diritto di libera e consapevole autodeterminazione della paziente, qual che fosse poi stata la sua sceltaMALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 9 maggio 2017, n. 11208

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA'

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARICMENTO DA MALASANITA’

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14411/2015 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS) in proprio e nella loro qualita’ di genitori della figlia minore (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) SPA gia’ (OMISSIS) SPA in persona dei suoi procuratori speciali (OMISSIS) e (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS), (OMISSIS), ISTITUTO (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS) giuste procure speciali in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS), (OMISSIS) SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1504/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 28/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/10/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI che ha concluso per il rigetto del ricorso.

I FATTI

(OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali esercenti potesta’ nei confronti della figlia minore (OMISSIS) (poi deceduta nelle more del giudizio), convennero dinanzi al Tribunale di Genova (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), l’istituto (OMISSIS) e le compagnie assicurative (OMISSIS) ed (OMISSIS), chiedendo loro il risarcimento dei danni conseguenti all’errore diagnostico ascrivibile a colpevole condotta dei medici dell’istituto, che aveva impedito ad essi attori la tempestiva conoscenza della malformazione da cui era affetto il feto onde procedere ad ulteriori accertamenti ovvero addivenire all’interruzione della gravidanza.

Con sentenza in parte definitiva, in parte non definitiva, il giudice di primo grado accolse la domanda proposta nei confronti del (OMISSIS) e delle dottoresse (OMISSIS) e (OMISSIS), condannando i convenuti al risarcimento dei danni non patrimoniali, determinati e liquidati nella somma di Euro 39.278, rimettendo al prosieguo del giudizio la determinazione del danno patrimoniale.

La corte di appello di Genova, investita delle impugnazioni, principale e incidentali, hinc et inde proposte, rigetto’ la domanda risarcitoria di cui alla sentenza definitiva del Tribunale per assenza di colpa dei convenuti condannati in primo grado.

Avverso la sentenza della Corte ligure gli attori in prime cure hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi di censura, oltre ad un terzo sul riparto delle spese processuali.

Resistono con controricorso gli intimati, ad eccezione del (OMISSIS) e della (OMISSIS) s.p.a..

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso e’ fondato.

Con primo motivo, si denuncia, ex articolo 360 c.p.c., n. 4, nullita’ della sentenza per vizio di ultrapetizione in relazione alla perizia di secondo grado.

Il motivo, benche’ suggestivamente argomentato, non puo’ essere accolto.

I principi di diritto evocati dalla difesa dei ricorrenti – necessita’ di adeguata motivazione in base ad idonei elementi istruttori, per il giudice di appello, circa le ragioni che lo inducono ad ignorare o sminuire i dati risultanti dalla CTU in atti, in forza altresi’ di esigenze di economia processuale e di costi del giudizio e di rispetto del canone della ragionevole durata del processo – sono senz’altro conformi a quelli piu’ volte affermati da questa Corte (per tutte, Cass. 18410/2013); non senza considerare ancora che, in seno alla lunga, articolata, ampia e analitica motivazione della sentenza di appello, la CTU disposta in primo grado non risulta mai espressamente e apertamente disattesa, ma viene per converso piu’ volte richiamata in sentenza (f. 21, 23 e 29 indicazioni numeriche ricavabili pur in assenza di numerazione per pagine nella pronuncia impugnata).

Tali circostanze non attingono, peraltro, all’indispensabile livello dimostrativo idoneo a predicare un vizio del procedimento tale da inficiare la validita’ della sentenza, nonostante il tormentato iter processuale che ha infine condotto alla decisione di rinnovare la CTU in atti.

Si legge, difatti, ai ff. 18-19 dell’esposizione in fatto che la causa venne trattenuta una prima volta in decisione (senza che fosse ritenuta necessaria alcuna rinnovazione della consulenza) il 19.9.2007, e rimessa sul ruolo per la collocazione in aspettativa di un componente del collegio; che, alla successiva udienza di precisazione delle conclusioni, la causa venne nuovamente trattenuta in decisione (anche questa volta, senza che la CTU fosse rinnovata) e rimessa sul ruolo per la mancanza in atti del fascicolo di primo grado; che, all’esito della ulteriore udienza di precisazione delle conclusioni del 16.7.2008, la Corte, con ordinanza del 7/15 gennaio 2009, disponeva alfine la rinnovazione della CTU, formulando nuovi quesiti, ritenendo necessario approfondire (f. 20) le tematiche relative agli strumenti di diagnostica prenatale poste dalla peculiarita’ del caso di specie, anche alla luce dell’affermazione contenuta nella sentenza di primo grado, che riferiva di un accertamento del 25.8.2000, il cui referto, di 4 giorni successivo, aveva evidenziato “rischio aumentato di sindrome di Down risultato maggiore di quello atteso in base alla sola eta’ materna” (29 anni, primipara).

La Corte territoriale ha, pertanto, sia pur assai sinteticamente, anche se diacronicamente, argomentato la propria decisione di procedere al rinnovo della CTU di primo grado, e tale valutazione di fatto si sottrae al sindacato del giudice di legittimita’.

Con il secondo motivo, composto da 3 sub-motivi, si denuncia, ex articolo 360 n. 3 c.p.c.:

  1. a) violazione applicazione norma di diritto in tema di linee guida.
  2. b) violazione applicazione Decreto Legge n. 158 del 2012 convertito in legge n. 189/2012.
  3. c) Violazione applicazione norme di diritto in tema di responsabilita’ contrattuale, extracontrattuale e codice medico deontologico.

Le censure, che possono essere congiuntamente esaminate, sono fondate nei limiti di cui si dira’.

Non risultano correttamente esaminate e valutate, in sede di motivazione della sentenza impugnata, nel riportare e nel far proprie le conclusioni raggiunte dal prof. (OMISSIS), CTU in secondo grado, le seguenti circostanze, e risultano per altro verso censurabili in parte qua le seguenti affermazioni:

1) Lo screening combinato per sindrome di Down nel primo trimestre di gravidanza ne aveva evidenziato l’aumento del rischio, il che aveva indotto i sanitari a qualificare la gravidanza “di secondo livello”;

2) Le risultanze dell’esame ecografico risultavano riprodotte in fotogrammi a scelta dell’operatore (la dottoressa (OMISSIS)), e in atti (come rilevato dal CTU) mancavano gli originali delle ecografie del (OMISSIS) e del (OMISSIS), mentre le relative fotocopie erano illeggibili;

3) Nell’ecografia del (OMISSIS) non vi erano immagini inerenti le orbite oculari del feto. Aggiunge, in proposito, testualmente la Corte: “Le linee guida della Sieog pubblicate nel 1997 prevedono per lo screening ecografico delle malformazioni la visualizzazione delle orbite fetali. Sotto tale profilo le indicazioni appaiono rispettate”;

4) La frequenza, definita “forse eccessiva” con cui erano state effettuate le ecografie poteva essere spiegata con una particolare prudenza da parte dell’operatrice e con una maggiore comprensibile ansia della paziente che chiedeva di vedere il proprio bambino all’ecografia ad ogni visita;

5) Non sussistevano precise distinzioni riguardo a cosa debba riscontrare un’ecografia morfologica di 1 o di 2 livello, sottintendendo il 2 livello una i piu’ minuziosa ricerca di difetti in base a rischi clinici; l’approfondimento diagnostico nel caso in esame era soprattutto legato ad eventuali difetti cardiaci talora associati a screening positivi;

6) Il solo fatto che l’esame fosse stato effettuato in una struttura specializzata non implicava che si dovesse trattare sempre di esame del 2 livello; in particolare, in riferimento alla macroftalmia/anoftalmia, le possibilita’ di errore erano elevate anche in mani esperte… cio’ non significava che non potessero essere sempre identificate, o i bulbi oculari visualizzati, ma se non specificamente ricercati per qualsivoglia sospetto potevano sfuggire anche a mani esperte. E, si conclude, “francamente nel caso in questione una cosi’ rara patologia non poteva essere sospettata e forse nemmeno visibile”;

7) L’affermazione degli appellanti secondo cui le linee guida, prive di alcun carattere di cogenza, potevano offrire soltanto l’indicazione di standards minimi per l’esecuzione di un routinario esame ecografico si appalesava insuscettibile di essere condivisa, perche’ in contrasto con la nozione di linee guida recepita dalla L. n. 189 del 2012, articolo 3, comma 1, “che operano come direttiva scientifica per il sanitario, costituiscono modello e regola dell’agire appropriato, si intendono in guisa di direttive che, come nella specie, indicano standards diagnostico-terapeutico conformi alle regole dettate dalla miglior scienza medica”;

8) Nel caso dell’esame prenatale non era stato raggiunto il livello minimo prescritto dalle linee guida approvate nel 2001 dalla SIGLI per l’analisi cromosomica su biopsia dei villi coriali, che e’ pari ad almeno 16 metafasi, presumibilmente per una minor resa della coltura cellulare… le linee guida non precisavano il comportamento da tenere nel caso in cui non si fosse raggiunto il numero minimo di metafasi da analizzare. La sentenza prosegue rilevando: “sarebbe opportuno segnalare la minore attendibilita’ del referto… in questo caso specifico non risulta una segnalazione scritta sul referto… La discordanza tra i due esami eseguiti (prenatale e postnatale) non era peraltro attribuibile con certezza ai disguidi tecnici che avevano determinato un minor numero di metafasi analizzate nel campione di villi coriali;

9) Dato atto che i consulenti nominati in primo grado avevano concluso nel senso che, con il maggior numero di metafasi, il livello di attendibilita’ dell’analisi nell’escludere la presenza di mosaicismo cromosomico sarebbe stato piu’ elevato, senza mai essere totale, il collegio ritiene “di non potersi esimere dal rilevare che le linee guida approvate nel 2001 non possono essere considerate operanti nel caso in esame dal momento che la villocentesi e’ stata effettuata il (OMISSIS), alla dodicesima settimana di gravidanza, e quindi in epoca precedente alla loro approvazione”;

10) Il non aver raggiunto le 16 metafasi consigliate aumentava di poco la probabilita’ di non diagnosticare un mosaicismo cromosomico. E pertanto “e’ difficile proporre di ripetere un prelievo invasivo, con il rischio di perdere la gravidanza a fronte di 12 e non 16 metafasi analizzate”;

11) La causa piu’ probabile dell’esame di 12 metafasi in luogo di 16 andava identificata nell’inadeguata crescita cellulare;

12) Il margine di differenza probabilistica nel non diagnosticare un mosaicismo cromosomico in riferimento all’esame di 16 metafasi ovvero di 12 era circoscritto al 5%;

13) Il rilievo, espressamente qualificato di natura deontologica – e quindi estraneo alla fattispecie dell’inadempimento contrattuale – circa l’omessa indicazione dell’opportunita’ di effettuare una consulenza genetica – non avrebbe sortito altro effetto che quello di far constare le relative controindicazioni.

La motivazione della Corte genovese – sicuramente ampia, articolata e rigorosamente approfondita sul piano scientifico – non si sottrae, peraltro, alle censure mosse da parte dei ricorrenti, sub specie:

1) dell’erronea ricostruzione e qualificazione del rapporto tra linee guida e colpa medica (in applicazione, peraltro, di una normativa entrata in vigore nell’anno 2012, della quale si evocano aspetti sostanziali e non processuali, e in logico contrasto con la concorrente affermazione secondo la quale le linee guida citogenetiche approvate nel 2001 non potevano formare oggetto di valutazione perche’ successive al tempo delle indagini sanitarie);

2) del grado di diligenza richiesto ai sanitari di un istituto altamente specializzato come il (OMISSIS) e del riparto dell’onere della prova;

3) della omessa, corretta e completa informazione alla paziente del complesso quadro clinico e dei rischi, hinc et inde verificabili, che si andavano profilando.

1-a) Non risulta conforme a diritto quanto affermato dalla Corte ligure sul tema della rilevanza “parascriminante” delle linee guida, mentre appare corretta e condivisibile (diversamente da quanto opinato dal giudice di appello) la censura mossa da parte ricorrente che evidenzia – in consonanza con la recente giurisprudenza penalistica di questa Corte e della stessa Corte costituzionale – come le linee guida non assurgano punto al rango di fonti di regole cautelari codificate, non essendo ne’ tassative ne’ vincolanti, e comunque non potendo prevalere sulla liberta’ del medico, sempre tenuto a scegliere la miglior soluzione per il paziente. Di tal che, pur rappresentando un utile parametro nell’accertamento dei profili di colpa medica, esse non eliminano la discrezionalita’ giudiziale, libero essendo il giudice di valutare se le circostanze del caso concreto esigano una condotta diversa da quella prescritta (Cass. pen. 16237/2013; 39165/2013). Non senza osservare, ancora, come il giudice delle leggi, con la sentenza n. 295 del 2013, abbia chiaramente specificato che la limitazione di responsabilita’ ex articolo 3 comma 1 della cd. Legge Balduzzi trovi il suo invalicabile limite nell’addebito di imperizia – giacche’ le linee guida in materia sanitaria contengono esclusivamente regole di perizia – e non anche quando l’esercente la professione sanitaria si sia reso responsabile di una condotta negligente e/o imprudente.

2-b) Come gia’ accennato poc’anzi, il grado di diligenza e di prudenza richiesto ai sanitari nel caso di specie doveva ritenersi di certo piu’ elevato rispetto ad una periodica attivita’ di controllo routinario quale quella eseguita, e cioe’ non limitandosi a rilevare la presenza e lo sviluppo dell’apparato osseo e cardiaco, ma focalizzando l’attenzione sullo specifico sviluppo dei vari organi nella struttura del feto, alla luce del risultato dello screening, che aveva evidenziato il rischio di malformazioni genetiche.

Risulta poi non conforme a diritto la decisione impugnata nella parte in cui omette del tutto di considerare, e di attribuire decisivo rilievo sul piano del riparto degli oneri probatori (vertendosi, come pacifico, in tema di responsabilita’ contrattuale o ” da contatto”, ratione temporis), alla circostanza, rilevata dal CTU, secondo il quale vi era carenza di immagini fotografiche delle ecografie e del (OMISSIS) e del (OMISSIS), essendo illeggibili le relative fotocopie… per il deterioramento imputabile al tempo trascorso”. Tele carenza, che non consente di accertare l’esatto adempimento della prestazione da parte del sanitario, non puo’, ipso facto, ridondare a carico della parte danneggiata, bensi’ del debitore chiamato a dimostrare in modo tranchant l’assenza di colpa della propria condotta che il creditore della prestazione assume non conforme alle regole di diligenza imposte dall’articolo 1176.

Compito del giudice di merito era, pertanto, specificamente quello di valutare autonomamente la condotta dei sanitari di una struttura altamente specializzata (da cui e’ lecito pretendere un comportamento altrettanto specializzato, e dunque uno standard di diligenza piu’ elevato rispetto a quello del professionista medio: risulta, pertanto, assai poco comprensibile l’affermazione del CTU di appello secondo la quale “il solo fatto che un esame sia effettuato in una struttura specializzata, essendo numerosi gli ambulatori generali e gli ambulatori superspecialistici”, che appare considerazione di tipo valutativo del tutto ultronea rispetto ai compiti affidatigli, essendo l’analisi della fattispecie concreta rapportata al tipo di istituto scelto dalla paziente, senza che cio’ consentisse alcuna valutazione di tipo comparatistico), in presenza di una gravidanza ritenuta a rischio, in presenza di un tritest positivo e di un numero concordemente ritenuto eccessivo di esami ecografici (risulta del tutto sfornita di prova, e contestata da parte ricorrente, l’affermazione che si legge in sentenza secondo la quale cio’ era dovuto “anche alla comprensibile ansia della paziente che chiedeva di vedere il proprio bambino all’ecografia ad ogni visita”: supra, sub 4). In particolare, quanto ai controlli ecografici, nonostante il numero elevato, essi risultano eseguiti, come correttamente opinato dal giudice di primo grado, in modo colpevolmente routinario, nonostante la evidente natura di gravidanza a rischio della puerpera, onde la patente irrilevanza, nella specie, delle linee guida SIOG del 1997.

3-c) Non conforme a diritto risulta, ancora la sentenza impugnata nella parte in cui esclude l’obbligo di completa e corretta informazione della paziente in relazione alla specifica situazione clinica, e segnatamente al mancato raggiungimento del livello minimo prescritto dalle linee guida con riferimento al numero di metafasi esaminate: era rimessa, in via esclusiva alla gestante la decisione, se adeguatamente informata, di sottoporsi ad amniocentesi genetica, ovvero di procedere, come suo diritto, ad interrompere la gravidanza. Pertanto, la segnalazione della minore attendibilita’ del referto non puo’ ritenersi, al condizionale, soltanto “opportuna”, bensi’ doverosa, al di la’ ed a prescindere dalla rilevanza del numero di probabilita’ maggiori di accertamento della malformazione che l’indagine correttamente eseguita avrebbe offerto. Risulta del tutto apodittica, e non conforme a diritto (perche’ frutto di una ormai obsoleta concezione paternalistica della medicina) discorrere, in proposito, di “difficolta’ nel proporre di ripetere un prelievo invasivo, con il rischio di perdere la gravidanza a fronte di 12 e non 16 metafasi analizzate” (supra, sub 11).

Non conforme a diritto appare, da ultimo, l’ulteriore affermazione contenuta in sentenza secondo cui il rilievo deontologico sarebbe stato del tutto estraneo alla fattispecie dell’inadempimento contrattuale in punto di omessa indicazione dell’opportunita’ di effettuare una consulenza genetica “che non avrebbe sortito altro effetto di far constare le controindicazioni gia’ esposte”.

Il “rilievo deontologico”, di converso, era univocamente finalizzato, nella specie, ad evidenziare le conseguenze dell’omessa informazione, e cioe’ il vulnus arrecato al diritto di libera e consapevole autodeterminazione della paziente, qual che fosse poi stata la sua scelta.

Il terzo motivo di ricorso, relativo al riparto delle spese di giudizio del secondo grado, e’ assorbito nell’accoglimento dell’odierno gravame.

A seguito dell’accoglimento del ricorso, nei limiti di cui in motivazione, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio del procedimento alla Corte di appello di Genova che, in diversa composizione, si atterra’ ai principi di diritto sopra esposti, provvedendo altresi’ anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, assorbito il terzo, rigetta il primo, cassa la sentenza impugnata nei limiti di cui in motivazione e rinvia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di Cassazione, alla Corte di appello di Genova, in altra composizione.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, articolo 1, comma 17, dichiara la non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari alla somma gia’ dovuta, a norma del predetto articolo 13, comma 1 bisMALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

 

ADENAROLENTE

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza  19 maggio 2017, n. 12597

Svolgimento del processo

  1. F.M. ha proposto ricorso per cassazione contro la Casa di Cura Villa Ester E. Percesepe s.p.a. e la s.p.a. Assitalia, avverso la sentenza del 3 dicembre 2012, con cui la Corte d’Appello di Napoli ha rigettato il suo appello avverso la sentenza del Tribunale di Avellino del marzo del 2006, con la quale era stata rigettata la domanda, con cui nel gennaio del 2001, essa ricorrente aveva chiesto la condanna della Casa di Cura al risarcimento dei danni asseritamente sofferti in conseguenza di un intervento chirurgico di “stabilizzazione della spalla sinistra”, al quale si era sottoposta presso di essa nel gennaio del 2001. Nel relativo giudizio la convenuta aveva chiamato in garanzia la società assicuratrice.
    2. Al ricorso, che prospetta tre motivi, ha resistito con controricorso soltanto la Casa di Cura Villa Ester E. Percipese, mentre non ha svolto attività difensiva la società assicuratrice.
    3. La ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo si deduce “violazione degli artt. 1176, 1218, 1223, 1226, 2043 e 2049 c.c. e dell’art. 196 c.p.c. in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c. – omesso esame del risultato della prestazione medica per la formulazione del giudizio di inadempimento e del grado di diligenza impiegato dal professionista – difetto di attribuzione dell’onere della prova i tema di inadempimento – omesso ingiusto diniego di riconoscimento del danno a seguito dell’inesatto inadempimento”.
    1.1. L’illustrazione del motivo esordisce con il riprodurre quanto si era dedotto con il primo motivo di appello, che risulta avere avuto il seguente tenore:
    “La menomazione clinica funzionale della spalla sinistra è più grave rispetto allo stato antecedente l’intervento. A ciò andava aggiunto il danno psichico reattivo della paziente di fronte alla delusione provata per l’intervento subito privo di efficacia. Suffragano tale convincimento le certificazioni specialistiche neuropsichiatriche in atti. Tutto ciò concretizza un danno alla persona che si struttura soprattutto come danno biologico, come danno alla salute ed alla qualità della vita della giovane paziente ancora nubile. Era giusto riconoscere, pertanto, un’invalidità permanente, conseguente all’intervento e alle omesse prescitte terapie nella misura non inferiore al 15%. Andava pure considerato ai fini risarcitori lo stato di disoccupazione dell’appellante pure conseguente all’intervento e alla omissione di cure; oltre alla detta invalidità permanente andava pure riconosciuto una invalidità temporanea di giorni 60 ed una progressiva invalidità parziale, in aggiunta al danno morale che andava liquidato con criterio equitativo”.
    1.2. L’illustrazione passa, poi, a riprodurre la motivazione con cui la Corte partenopea ha rigettato il primo motivo di appello, scrivendo quanto segue:
    “Come già posto in evidenza dal Tribunale, il consulente tecnico d’ufficio nominato in primo grado ha chiaramente rappresentato che non sussistono lesioni né postumi conseguenti all’intervento chirurgico di stabilizzazione della spalla sinistra e che inoltre a seguito dell’intervento chirurgico predetto non sono derivate lesioni che possano determinare invalidità permanente né temporanea a carico dell’originaria parte attrice e ancora che l’intervento chirurgico in questione è stato correttamente eseguito, così come può evincersi dall’esame clinico della paziente e dalla lettura della cartella clinica e della descrizione dello stesso intervento. Tali valutazioni appaiono ampiamente motivate e pienamente condivisibili anche da parte di qu3sto Collegio, dovendo altresì escludersi che nella fattispecie vi sia materia per la rinnovazione della consulenza tecnica d’ufficio svolta in primo grado”.
    1.3. Si procede, poi, a riprodurre le conclusioni del c.t.u. nominato dal Tribunale, che – per quanto in questa sede interessa – risultano avere il seguente tenore: “a) non sussistono lesioni postume all’intervento chirurgico di stabilizzazione della spalla sinistra; b) dall’anamnesi non si sono evidenziate altri precedenti morbosi che potessero influenzare il risultato dell’intervento chirurgico; c) a seguito dell’intervento non sono derivate lesioni che possono determinare una invalidità permanente; (…) f) anche se l’intervento è stato correttamente eseguito, così come si evince dall’esame clinico della paziente e dalla lettura della descrizione dello stesso intervento, dobbiamo dire che l’intervento eseguito non era adeguato alle condizioni dell’attore (sic) al momento dell’intervento stesso, tenendo conto che i normali criteri diagnostici necessari e sufficienti per l’instabilità anteriore di spalla non traumatica avrebbero dovuto indirizzare verso un trattamento di riabilitazione che avrebbe dovuto essere di preparazione all’intervento”. La consulenza tecnica è detta depositata nella produzione di questo grado come documento n. 6.
    1.4. Dopo avere rilevato che il Tribunale aveva motivato il rigetto della domanda, pur avendo ravvisato nella condotta del personale medico della struttura sanitaria una colpa professionale, si riproduce, poi, la motivazione in parte qua resa dal Tribunale, che è nei seguenti termini: “nella specie non risulta essere stati effettuati né prescritti all’attrice trattamenti di riabilitazione di preparazione dell’intervento chirurgico o successivi ad essi (cfr. le conclusioni del ctu e la “cartella di dimissione” dalla clinica, nella quale si legge solo la prescrizione di trattamento farmacologico ed il consiglio dell’uso di tutori). Ebbene, può condividersi la conclusione del ctu (immune da vizi procedurali e logici e confortata dai necessari accertamenti) secondo cui l’intervento chirurgico risulta essere “stato perfettamente eseguito” e che non sussistono lesioni postume all’intervento chirurgico”, tanto meno “lesioni che possono determinare una invalidità permanente” (…). Tuttavia, non può non sottolinearsi l’inidoneità della complessiva cura della paziente, essendo evidente, e rimarcato dall’ausiliario del giudice, che l’intervento non era adeguato alle condizioni dell’attrice, in quanto non preceduto da idoneo trattamento preparatorio né è stato seguito da necessario trattamento di riabilitazione”. La sentenza di primo grado viene indicata come presente nelle produzioni di grado di appello.
    1.5. Dopo tali ampie riproduzioni, le ragioni a sostegno del motivo sono svolte in questi termini:
    a) la decisione impugnata, adagiandosi su quella di primo grado, avrebbe violato l’art. 1176 cod. civ., perché avrebbe “omesso di considerare che il medico, e lo specialista in particolare, è tenuto a fornire non una qualsiasi prestazione bensì una prestazione qualificata in considerazione del suo grado di specializzazione e abilità tecnico-scientifica ed in questo contesto la sua prestazione”, al contrario di come avrebbe argomentato la Corte territoriale, “non deve valutarsi considerando un risalente indirizzo che qualificava la prestazione del medico e quella dei professionisti in genere come obbligazione di soli mezzi e non di risultato (Cass. n. 8826 del 2007)”;
    b) da tanto conseguirebbe che la corretta esecuzione dell’intervento per come ritenuta dal c.t.u., in presenza di insuccesso avrebbe dovuto considerarsi determinativa di una “responsabilità da insuccesso per il mancato conseguimento del risultato sperato (…) ove il professionista ovvero la struttura sanitaria non dimostri che l’insuccesso dell’intervento è stata causato da impedimento non prevedibile e superabile (art. 1218 c.c.), con la diligenza professionale contemplata dal’art. 1176 c.c.”;
    c) erroneamente sarebbe stato affermato dai giudici di merito “che l’intervento è stato correttamente eseguito (…) anche se non è conseguito alla paziente alcun risultato”, mentre “Io stato di salute inalterato a seguito dell’intervento determina un giudizio di inutilità dell’intervento con tutte le conseguenze di natura patrimoniale e non patrimoniale dovute alla persistenza della patologia. Ingiustamente la Corte d’Appello, nel riportarsi alla decisione del Tribunale, non ha ravvisato i danni conseguenti all’insuccesso dell’intervento “né i danni di carattere fisico e psicologico spese e sofferenza patita, conseguenze psicologiche dovute alla persistenza della patologia dalla prospettiva di subire una nuova operazione” (Cass. 8826 del 13/4/2007), limitando il suo esame alla sussistenza di “lesioni e postumi conseguenti all’intervento chirurgico”.
    2. Il motivo è fondato.
    2.1. In via preliminare si rileva che sono prive di pregio le eccezioni di inammissibilità, formulate riguardo ad esso dalla resistente.
    In primo luogo, il motivo, a differenza di quanto sostiene la resistente, pone una quaestio iuris e non una quaestio facti, riconducibile al n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ.. Vi si lamenta che la Corte territoriale abbia omesso di riconoscere l’esistenza di danno risarcibile, dando rilievo soltanto alla circostanza che l’esecuzione dell’intervento, in quanto avvenuta correttamente, non aveva determinato un peggioramento dello stato di salute della ricorrente e, quindi, una sua rilevanza anche causativa di un danno patrimoniale, omettendo, invece, di considerare che l’intervento stesso si era però pacificamente rivelato inutile e che, proprio per tale inutilità, la conseguente incidenza sulla sfera personale della ricorrente proprio perciò era da considerare foriera di danni.
    Lo scrutinio del motivo è, d’altro canto, possibile confrontando la sua illustrazione con la motivazione della sentenza impugnata, mentre sono state riprodotte la consulenza e la sentenza di primo grado, sicché è priva di pregio l’evocazione del principio di autosufficienza.
    La sollecitazione espressa dal motivo, d’altro canto, proprio perché pone una questione di puro diritto, non involge affatto un riesame del merito, ma chiede alla Corte di valutare se, con riferimento al profilo che si dice non considerato, la Corte territoriale ha male applicato i principi sulla responsabilità sanitaria.
    2.2. Le ragioni di fondatezza del motivo si configurano, considerando il rilievo del dato pacifico – ritenuto dal c.t.u. in primo grado, condiviso dal giudice di primo grado, e, quindi, anche da quello della sentenza impugnata – che, per usare le parole del c.t.u. “anche se l’intervento (era) stato correttamente eseguito, così come si evince(va) dall’esame clinico della paziente e dalla lettura della descrizione dello stesso intervento, (…) l’intervento eseguito non era (stato) adeguato alle condizioni dell’attrice al momento dell’intervento stesso, tenendo conto che i normali criteri diagnostici necessari e sufficienti per l’instabilità anteriore di spalla non traumatica avrebbero dovuto indirizzare verso un trattamento di riabilitazione che avrebbe dovuto essere di preparazione all’intervento”.
    Si deve notare che questo dato, già condiviso, come si è visto, dal primo giudice, lo è stato anche da parte della Corte territoriale, sebbene non nella motivazione riportata nell’illustrazione del motivo in esame e sopra riportata, bensì nella motivazione con cui è stato rigettato il secondo motivo di gravame, con cui, si dice nella sentenza, l’appellante aveva lamentato la ingiusta mancata inclusione del danno da chance nella domanda di riconoscimento di liberazione di tutti danni così come formulata in primo grado.
    Si legge, infatti, nella sentenza impugnata quanto segue: “al riguardo osserva il Collegio che il primo giudice, pur ritenendo l’intervento chirurgico eseguito a regola d’arte, ha singolarmente ritenuto, collegandosi ad alcune considerazioni svolte dal consulente tecnico d’ufficio, (…) che, al di là dell’intervento chirurgico la prestazione sanitaria nel suo complesso non sarebbe stata adeguata alle condizioni dell’attrice, in quanto non preceduta da un idoneo trattamento preparatorio né seguita da un necessario trattamento di riabilitazione”.
    Ebbene, l’indicato dato pacifico evidenzia che la ricorrente venne sottoposta ad un intervento chirurgico e, dunque, ad una ingerenza sulla propria sfera psico-fisica, in mancanza delle condizioni di preparazione necessarie per il successo dell’intervento, cioè per la rimozione della patologia, cui l’intervento doveva essere funzionale, e senza che, dopo la sua esecuzione, si prescrivesse la terapia riabilitativa parimenti necessaria per il suo successo.
    A causa di questo duplice comportamento omissivo, l’esecuzione dell’intervento è risultata inutile, nonostante la correttezza della tecnica impiegata per eseguirlo, e ciò è stato percepito sia dal primo giudice che dal secondo, i quali vi hanno anche ravvisato una condotta di inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria.
    I giudici di merito, però, pur avendo ravvisato una condotta inadempiente, non l’hanno esattamente apprezzata ai fini della causazione del danno.
    Hanno dato rilievo solo alla circostanza che non era peggiorata la situazione patologica su cui l’intervento era stato eseguito e al fatto che, pertanto, mancava un danno alla sfera fisica della ricorrente, sotto il profilo di una diminuzione della sua condizione fisica rispetto a quella che essa, a causa della limitazione derivante dalla patologia, aveva prima dell’intervento (danno non patrimoniale alla persona quanto alla sfera dell’integrità fisica), ed un danno consequenziale alla capacità patrimoniale della medesima (in quanto correlata alla condizione fisica pregressa all’intervento e gravata dalla patologia).
    SEMPRE E COMUNQUE 1Ma in tal modo hanno del tutto trascurato che l’esecuzione dell’intervento, pur corretta nelle sue modalità, a cagione del comportamento omissivo preparatorio e di quello successivo inerente alla prescrizione della riabilitazione, si era concretata in una ingerenza nella sfera psico-fisica della F. del tutto inutile e come tale priva di giustificazione, perché oggettivamente inidonea e non finalizzata all’eliminazione della patologia. E, dunque, del tutto priva di corrispondenza alla lex artis sanitaria riguardo alla tipologia di intervento eseguita e, pertanto, non considerabile come condotta di adempimento corretto dell’obbligazione assunta dalla struttura.
    Obbligazione che comprendeva certamente, per quanto accertato dal c.t.u. e condiviso dagli stessi giudici di merito, sia l’esecuzione delle attività preparatorie indispensabili per la riuscita dell’intervento sia l’esecuzione delle attività riabilitative o la prescrizione alla F. di doverle eseguire.
    La condotta di inadempimento ravvisabile in questi due comportamenti omissivi ha determinato un c.d. danno evento, rappresentato dall’essersi verificata un’ingerenza nella sfera psico-fisica della F. del tutto ingiustificata e non giustificata dal consenso da essa data all’intervento, che, evidentemente, ineriva ad un’esecuzione conforme alla lex artis, in quanto comprendente le condotte omesse, attesa la loro indefettibilità per la consecuzione della guarigione. In tal modo, ex ante rispetto all’intervento, cioè all’ingerenza, la guarigione non appariva in alcun modo verificabile, mentre l’intervento era stato richiesto per conseguirla.
    L’intervento, configurandosi come votato all’insuccesso, è risultato inutile e, dunque, privo di giustificazione, così realizzando una lesione per ingerenza sulla sfera psico-fisica della F. del tutto ingiustificata.
    Tale lesione si è concretata certamente in un danno c.d. conseguenza, che si identifica:
    a) sia nella menomazione delle normali implicazioni dell’agire della persona e, quindi, nella relativa sofferenza per la detta privazione, per tutto il tempo preparatorio dell’intervento, durante quello necessario per la sua esecuzione e durante quello occorso per la fase postoperatoria: è palese che, per il tempo della durata di questi accadimenti, la F. si è trovata a subire menomazioni al suo agire, derivanti dall’ingerenza sulla sua persona, che si sono concretate, per la loro attitudine limitativa delle normali esplicazioni dell’agire, in una invalidità totale e/o parziale e, dunque, come tali da esse si debbono considerare come danno non patrimoniale alla persona;
    b) sia nella sofferenza notoriamente ricollegabile alla successiva percezione dell’esito non risolutivo dell’intervento: sofferenza che, alla stregua delle note sentenze delle Sezioni Unite c.d. di San Martino, si concretò anch’essa in lesione della sfera psico-fisica della F. .
    L’esistenza di questi danni-conseguenza è stata illegittimamente negata e, pertanto, la sentenza è erronea, là dove non li ha riconosciuti e non ha proceduto alla loro liquidazione e quantificazione.
    Il motivo è, pertanto, accolto sulla base del seguente principio di diritto: “in tema di responsabilità sanitaria, qualora un intervento operatorio, sebbene eseguito in modo conforme alla lex artis e non determinativo di un peggioramento della condizione patologica che doveva rimuovere, risulti, all’esito degli accertamenti tecnici effettuati, del tutto inutile, ove tale inutilità sia stata conseguente all’omissione da parte della struttura sanitaria dell’esecuzione dei trattamenti preparatori a quella dell’intervento, necessari, sempre secondo la lex artis, per assicurarne l’esito positivo, nonché dell’esecuzione o prescrizione dei necessari trattamenti sanitari successivi, si configura una condotta della struttura che risulta di inesatto adempimento dell’obbligazione. Essa, per il fatto che l’intervento si è concretato un una ingerenza inutile sulla sfera psico-fisica della persona, si connota come danno evento, cioè lesione ingiustificata di quella sfera, cui consegue un danno-conseguenza alla persona di natura non patrimoniale, ravvisabile sia nella limitazione e nella sofferenza sofferta per il tempo occorso per le fasi preparatorie, di esecuzione e postoperatorie dell’intervento, sia nella sofferenza ricollegabile alla successiva percezione della inutilità dell’intervento”.
    Il giudice di rinvio procederà a decidere applicando tale principio.
    Inoltre, è palese che, ove le allegazioni e le risultanze probatorie esistenti già in atti, evidenziassero che durante la fase preparatoria, di esecuzione e postoperatoria, la F. avesse subito danni patrimoniali in ragione di una invalidità temporanea ricollegata a tali attività, il giudice di rinvio dovrà tenerne conto. La stessa cosa dicasi di eventuali ulteriori danni patrimoniali ricollegabili all’ingerenza inutilmente subita, siccome apprezzabile come “tempo perso” per intervenire risolutivamente.
    3. Con il secondo motivo si denuncia “violazione degli artt. 1223, 2059 e 2043 c.c. in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c. – ingiusta ed illegittima esclusione del danno da chance dalla classificazione dei dani in danni patrimoniali e non patrimoniali come stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione”.
    Sul presupposto che nell’atto di appello era stata chiesta la liquidazione del danno da perdita di chance, la cui sussistenza era stata accertata dal primo giudice, ma non ritenuta liquidabile perché a suo dire non era stato chiesto quel danno, mentre esso doveva reputarsi compreso nell’ampia formula di “risarcimento di tutti i danni” “conseguenti alla omessa prestazione sanitaria di preparazione all’operazione di stabilizzazione della spalla, oltreché successivo a questa per la omessa gravemente colposa non prescritta cura riabilitativa”, si critica la motivazione della sentenza impugnata, là dove essa ha rigettato l’appello così motivando: “per quanto riguarda la “ritenuta mancata inclusione” del danno da chance nella domanda di riconoscimento in liquidazione dei danni proposta in primo grado, l’appellante sostiene che, nell’ambito della domanda, così come proposta in primo grado nei termini riportati in narrativa, avrebbe dovuto ritenersi compresa anche la richiesta di liquidazione del danno da perdita di chance. Anche tale doglianza è infondata. La S.C. ha avuto modo di chiarire, sullo specifico punto, che la perdita per il paziente della chance di conseguire un risultato utile in conseguenza di una prestazione sanitaria, configura una voce di danno che va commisurato alla perdita della possibilità di conseguire un risultato positivo e non alla mera perdita del risultato stesso e che la relativa domanda è comunque domanda diversa rispetto a quella di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato (Cass. n. 4400/2004)”.
    3.1. Il motivo è fondato nei termini che seguono.
    Il principio di diritto di cui a Cass. n. 4400 del 2004, pur confermato da Cass. n. 21245 del 2012, è stato successivamente superato da Cass. n. 7193 del 2015, secondo cui: “In tema di responsabilità civile, la domanda di risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, derivanti da un illecito aquiliano, esprime la volontà di riferirsi ad ogni possibile voce di danno, a differenza di quella che indichi specifiche e determinate voci, sicché, pur quando in citazione non vi sia alcun riferimento, si estende anche al lucro cessante (nella specie, perdita di “chance” lavorativa), la cui richiesta non può, pertanto, considerarsi domanda nuova, come tale inammissibile”.
    Il Collegio intende dare continuità a tale principio di diritto, che correttamente si rifiuta di considerare come una domanda diversa, l’invocazione del danno da perdita di chance, essendo tale perdita solo una componente dell’unico diritto al risarcimento del danno insorto dall’illecito e bastando la formulazione con cui nella domanda si chieda il risarcimento di tutti i danni a comprenderlo, altro essendo il problema dell’individuazione e, quindi, dell’allegazione dei fatti costitutivi di questa tipologia di danni, che, evidentemente, possono e debbono essere specificamente allegati nell’atto introduttivo, ma anche, in una situazione di incertezza, emergere dall’espletamento dell’istruzione, specie se avvenuta mediante consulenza tecnica.
    La Corte territoriale nella sua motivazione ha dato rilievo al principio di diritto risalente alla sentenza del 2004 e, dunque, per tale ragione ha errato.
    D’altro canto, è vero che nella sua motivazione ha, poi, osservato che “nella fattisp2cie, con la sua citazione introduttivo del presente giudizio, l’attuale appellante non ha fatto alcun riferimento neppure in via alternativa o subordinata al danno da perdita di chance, sicché correttamente il tribunale ha escluso di poter prendere in esame la domanda di risarcimento del danno subito dalle specifico profilo”.
    Senonché, tale affermazione risulta dipendente dall’applicazione del suddetto principio di diritto ed evidenzia solo che è stata censurata la mancanza di un espresso riferimento nella citazione introduttiva di un riferimento alla chance, che, dunque, avrebbe dovuto essere aggiuntivo alla richiesta di tutti i danni.
    L’affermazione, non considerata direttamente dalla ricorrente, non sottende, tuttavia, o almeno non in modo chiaro, che la prospettazione della citazione in ordine alla narrazione dei fatti palesasse allegazioni di circostanze evidenziatrici di danno da perdita di chance, come tali qualificabili dal giudice. E nemmeno si sa, d’altro canto, se la consulenza tecnica le avesse fatte emergere.
    In tale situazione il relativo accertamento competerà al giudice di rinvio.
    4. Con il terzo motivo si denuncia “violazione dell’art. 345 e 196 c.p.c. in relazione all’art. 360 comma 1 n. 3 c.p.c. – negata ammissibilità del deposito della cartella clinica relativa al secondo intervento chirurgico subito dalla ricorrente in data 14/12/2009 omessa ingiusta rinnovazione delle indagini mediche – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti – in relazione all’art. 360 comma 1 n. 5 c.p.c.”.
    La denunciata violazione sarebbe stata commessa dalla Corte territoriale con la seguente motivazione, che si coglie nell’incipit dei “motivi della decisione”: “rileva innanzitutto il Collegio che la parte appellante deve formulare tutte le sue censure con l’atto d’appello e nulla può giungere nel prosieguo del giudizio perché, in forza della regola della specificità dei motivi, con tale atto consuma definitivamente il diritto di impugnazione, fissando il limite di devoluzione della controversia in sede di gravame (Cass. 11386/1999; Cass. 578/1993). Le comparsa conclusionali, in particolare, hanno solo bisogno di illustrare le conclusioni già precisate e quindi motivi di appello già proposti e, pertanto, non possono contenere motivi o argomenti di impugnazione nuovi o riferiti a fatti diversi o a nuovi documenti né, rispetto a questi, se proposti, può ipotizzarsi un’accettazione del contraddittorio ad opera delle controparti (cfr. ex plurimis: Cass. 982/1989; Cass. 1584 1987). Da ciò si desume che, poiché il mezzo (la comparsa conclusionale) non è idonea a contenere altro che l’illustrazione dei motivi di appello già presentati, ove con detta comparsa conclusionale siano stati introdotti nuovi motivi o nuove domande, non è necessaria neppure un’espressa statuizione di inammissibilità per novità degli stessi, potendo (e anzi dovendo) il giudice limitarsi ad ignorarle senza con ciò incorrere alla violazione dell’articolo 112 c.p.c. (Cass. 11175/2002; Cass. 16582/2005; Cass. 5478/2006)”.
    Vi si deduce che con tale motivazione la Corte territoriale avrebbe negato l’ammissibilità della produzione cartella clinica dell’Ospedale di (OMISSIS) attestante il secondo risolutivo intervento subito dalla ricorrente nel dicembre del 2009. La produzione era stata effettuata con la conclusionale del 19 ottobre 2012 e la Corte territoriale avrebbe omesso di considerare che la data di formazione del documento era successiva alla scadenza del termine utile per il deposito dei documenti e non ne avrebbe valutato “l’utilità e la indispensabilità ai fini della decisione (…) per la sussistenza di un danno diverso da quello per perdita di chance di guarigione”.
    4.1. Il motivo è inammissibile.
    Che con la motivazione sopra riportata la Corte territoriale abbia inteso riferirsi alla produzione della cartella clinica non lo si comprende in alcun modo, dato che essa non vi fa alcun riferimento e considerato che, se è vero che ragiona genericamente anche di documenti, prosegue alludendo all’essere deputata la conclusionale ad illustrare s”lo i motivi già presentati. Non solo: tutti i precedenti citati riguardano l’introduzione di motivi nuovi e non le nuove produzioni documentali.
    In tale situazione, l’assoluta mancanza di riferimenti alla cartella, coniugata con il riferimento ai motivi, induce a ritenere che in alcun modo la Corte partenopea si sia occupata di considerare se la cartella si potesse considerare producibile. In pratica, la motivazione di cui si è detto sembra alludere ad un problema di novità di motivi, come, del resto, rivela il riferimento all’art. 112 cod. proc. civ..
    La questione della ritualità della produzione resterà esaminabile dal giudice di rinvio.
    Quanto osservato rende irrilevante anche in questo caso l’eccezione di inammissibilità formulata dalla resistente per difetto di a utosufficienza.
    5. Conclusivamente, sono accolti per quanto di ragione il primo ed il secondo motivo, è dichiarato inammissibile il terzo. La sentenza è cassata in relazione alle ragioni di accoglimento dei primi due motivi, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Napoli, comunque in diversa composizione. Il giudice di rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il secondo motivo di ricorso. Dichiara inammissibile il terzo. Cassa la sentenza in relazione e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Napoli, comunque in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

ADENAROTEMPO

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 28 febbraio 2017, n. 5004

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17223/013 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS) in proprio e nella qualita’ di esercente la patria potesta’ sulla minore (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA, (OMISSIS) (gia’ (OMISSIS) SPA) in persona del suo procuratore Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale a margine del controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS) SPA in persona del suo procuratore Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) SRL;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2661/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 30/09/2016 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto.

I FATTI

Nel 2003 i coniugi (OMISSIS) e (OMISSIS), in proprio e quali genitori esercenti la potesta’ sulla minore (OMISSIS), convennero in giudizio il ginecologo Dott. (OMISSIS), il genetista Dott. (OMISSIS) e il laboratorio (OMISSIS) s.r.l., ove (in ragione della consanguineita’ esistente all’interno della famiglia del marito), il ginecologo (OMISSIS), che seguiva la signora alla sua prima gravidanza, la indirizzo’ per sottoporsi all’esame del liquido amniotico (amniocentesi), con prelievo eseguito dal Dottor (OMISSIS) ed elaborato presso il Consultorio.

Dall’esame risulto’ che il feto presentava un’alterazione cromosomica, la trisomia ma, nell’assunto degli attori, non fu portato a conoscenza dei futuri genitori da nessuno dei predetti professionisti che dalla trisomia x potessero derivare alla nascita, in una certa percentuale di casi, danni mentali anche gravi a carico del bambino, sottraendo in tal modo alla madre la possibilita’ di scegliere consapevolmente se interrompere o meno la gravidanza ed impedendo che i genitori prestassero alla figlia da subito le necessarie Costose cure.

Previo accertamento della responsabilita’ per inadempimento contrattuale dei due professionisti e del laboratorio di genetica, gli attori ne chiedevano quindi la condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti (quanto al danno patrimoniale specificando: danno per mancato reddito a (OMISSIS), danno alla proprieta’ e differenza tra reddito da lavoro e da pensione ad (OMISSIS), danno da rinuncia al lavoro ad (OMISSIS); quanto al danno non patrimoniale, specificando che esso era comprensivo della rinuncia ad aver altri figli ed alla propria vita sociale nonche’ del danno derivante dalla separazione di fatto della famiglia, oltre alle sofferenze e ai danni alla vita di relazione) subiti in proprio e dalla figlia, chiedendo la condanna dei professionisti e della struttura sanitaria al pagamento di complessivi 13 milioni di Euro.

Il ginecologo Dott. (OMISSIS), costituitosi in giudizio, assumeva di non essere a conoscenza della consanguineita’ tra i coniugi, di aver comunicato l’esistenza della trisomia x alla paziente e al marito, e di aver comunicato al contempo che nella maggior parte dei casi essa non si accompagnava a specifiche anomalie. Riferiva di aver consigliato comunque alla paziente l’aborto, e che tale possibilita’ era stata rifiutata dagli attori, che inoltre avevano atteso oltre tre anni prima di iniziare a far curare la bambina. Il ginecologo chiamava in causa la (OMISSIS), sua compagnia assicuratrice per la responsabilita’ professionale.

Il genetista Dott. (OMISSIS) affermava di aver solo eseguito dapprima l’ecografia e poi il prelievo del liquido amniotico, ma sosteneva che l’esame del liquido era stato condotto dai tecnici di laboratorio ed affermava che gli attori avevano ricevuto informazioni dal laboratorio di genetica sulla esistenza della trisomia x, ed avevano deliberatamente e liberamente scelto di non interrompere la gravidanza. Negava di aver avuto un rapporto professionale diretto con gli attori, dei quali non era il medico curante, ne’ lo specialista di fiducia e comunque precisava di aver segnalato lui stesso alla (OMISSIS) la presenza della trisomia x, invitandola a rivolgersi al suo ginecologo di fiducia ai fini dell’eventuale interruzione della gravidanza, dopo i primi novanta giorni.

Anche il laboratorio (OMISSIS) s.r.l. affermava la propria carenza di legittimazione passiva, avendo correttamente eseguito l’esame del liquido amniotico prelevato dal Dott. (OMISSIS), e rilevato la presenza della anomalia genetica, senza contatto con gli attori, e chiamava in causa la (OMISSIS) s.p.a..

L’assicurazione del ginecologo (OMISSIS) ((OMISSIS)), costituitasi a seguito di chiamata in causa, rilevava che questi aveva comunicato ai coniugi la presenza dell’alterazione cromosomica, prospettando la possibilita’ dell’aborto, e comunicando anche che il nascituro avrebbe potuto da cio’ riportare anche gravi patologie, per quanto in una percentuale circoscritta di casi e consigliandoli di rivolgersi a un esperto di genetica, individuato nel Dott. (OMISSIS).

Tutti i convenuti inoltre rilevavano che tra la nascita della bambina, avvenuta nel (OMISSIS) e il momento in cui gli attori si erano attivati per cominciare a curarla erano passati quasi quattro anni.

All’esito del giudizio di primo grado, il tribunale rigettava la domanda della minore (OMISSIS), e condannava i tre convenuti principali in solido a risarcire il danno in favore della madre, nella misura complessiva di Euro 33.000,00 circa, cd in favore del padre nella misura di Euro 28.000,00 circa (a fronte di una domanda per 13 milioni di Euro complessivi).

I genitori di (OMISSIS) proponevano appello, sia in proprio che nella qualita’ di genitori della minore, mentre gli originari convenuti proponevano appello incidentale.

La sentenza di appello, n. 2661 del 2012 della Corte d’Appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, rigettava integralmente la domanda dei genitori e della minore, affermando:

– che il ginecologo (OMISSIS) assolse sufficientemente al suo dovere di informazione, informando la paziente della presenza di una alterazione cromosomica, prospettandole la possibilita’ dell’aborto terapeutico ed indirizzandola presso il consultorio di genetica onde potersi informare piu’ dettagliatamente sulla trisomia x;

– che la paziente si reco’ al consultorio di genetica, fu qui rassicurata e sulla base delle informazioni acquisite al consultorio di genetica decise di portare avanti ugualmente la gravidanza;

amedicomanettescritta– che ne’ il consultorio ne’ il genetista avevano un obbligo contrattuale di fornire ulteriori informazioni, atteso che la paziente aveva un suo ginecologo di fiducia, che avrebbe dovuto esaminare le risultanze dell’amniocentesi e spiegarne nel dettaglio il significato alla paziente;

– che avendo il ginecologo, che non aveva competenze specifiche sulla trisomia x, indirizzato la paziente al laboratorio di genetica per ulteriori informazioni, il professionista aveva assolto in tal modo ai suoi obblighi informativi;

– che non e’ accertato che la trisomia x porti rischi di gravi danni mentali e quindi non e’ certo che la donna avrebbe avuto diritto all’aborto terapeutico;

– che forse la causa della dislessia dalla quale era risultata affetta la minore era riconducibile alla predisposizione familiare del padre, e non alla trisomia x.

La sola (OMISSIS), in proprio e quale genitore esercente la potesta’ sulla figlia (OMISSIS), propone ricorso per cassazione articolato in cinque motivi nei confronti di (OMISSIS), anch’egli in proprio e quale genitore esercente la potesta’ sulla minore (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) s.r.l., nonche’ nei confronti di (OMISSIS) s.p.a. (gia’ (OMISSIS) e gia’ (OMISSIS) s.p.a.) per la cassazione della sentenza n. 2661 del 2012, depositata dalla Corte d’Appello di Roma il 16.5.2012.

Il dottore (OMISSIS) resiste con controricorso.

La (OMISSIS) s.p.a. deposita due distinti controricorsi, uno quale assicuratrice di s.r.l. (OMISSIS) e uno quale subentrante alla (OMISSIS) Assicurazioni, assicuratrice di (OMISSIS).

Il (OMISSIS) e (OMISSIS) non hanno svolto attivita’ difensive.

La causa e’ stata chiamata in decisione una prima volta all’udienza del 9.12.2015, quindi rinviata a nuovo ruolo in attesa di una pronuncia delle Sezioni Unite conseguente alla rimessione al Primo Presidente, con ordinanza interlocutoria n. 569 del 2015, della decisione su due questioni rilevanti ai fini della decisione: la questione del riparto degli oneri probatori in caso di responsabilita’ medica da nascita indesiderata e la questione della legittimazione del nato a pretendere il risarcimento del danno a carico del medico che, con il suo difetto di informazioni, abbia privato la gestante della possibilita’ di accedere all’interruzione di gravidanza.

Essendo le ridette questioni state esaminate e risolte, con la sentenza S.U. n. 25767 del 2015, la causa e’ stata nuovamente chiamata in decisione all’udienza del 30.9.2016.

La ricorrente e la controricorrente (OMISSIS) hanno depositato memorie sia in occasione della prima che della seconda udienza.

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, va puntualizzato che, come risulta dalla precisazione del contenuto delle domande contenuta nella esposizione sommaria dei fatti all’interno del ricorso, che trova conferma all’interno della trattazione dei singoli motivi, benche’ il ricorso sia stato formalmente proposto sia a nome della madre che della figlia, esso in realta’ ha ad oggetto esclusivamente i diritti asseritamente lesi facenti capo alla madre, ad una completa informazione sui possibili esiti della sua gravidanza e alla conculcazione della sua possibilita’ di scelta di abortire, altrimenti detto danno da nascita indesiderata.

Non vi e’ alcun motivo di ricorso, invece, che concerna effettivamente la posizione della figlia, (OMISSIS), nei cui confronti la sentenza di appello e’ pertanto passata in giudicato, al di la’ della formale prospettazione delle proposizione del ricorso anche in suo nome e nel suo interesse.

Cio’ esime dal dover in questa sede esaminare la questione, peraltro recentemente risolta dalle Sezioni Unite in senso negativo con la sentenza n. 26767 del 2015, della legittimazione del nato ad agire nel giudizio di risarcimento dei danni da nascita indesiderata.

Vi e’ peraltro da aggiungere che, proprio sulla base della prospettazione del contenuto delle domande proposte nel giudizio di merito all’interno del ricorso, del resto, la posizione della madre sarebbe altrimenti non soltanto non collimante, ma in conflitto di interesse con quella della minore, perche’, quanto alla domanda di risarcimento del danno da nascita indesiderata, essa si fonda sul presupposto logico secondo il quale, ove i genitori fossero stati resi edotti della effettiva possibilita’ di un rischio disabilita’, essi avrebbero comunque scelto di abortire, anche in presenza della possibilita’ che la figlia nascesse sana. La stessa ricorrente infatti evidenzia, sulla base delle domande proposte, che non fossero rilevanti la misura del rischio invalidita’ e la entita’ di tale possibile invalidita’. Cio’ che rileva e’ che la mancanza di una corretta informazione da parte dei professionisti avrebbe precluso ai genitori la possibilita’ di evitare il rischio di far nascere un bambino disabile, qualora essi non intendessero sottoporsi a tale rischio.

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente (OMISSIS) denuncia la illogicita’ e incoerenza della motivazione della sentenza impugnata su un fatto decisivo per la decisione in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Sostiene che il punto carente della motivazione e’ relativo alle informazioni fornite alla partoriente, e sulla possibilita’ della stessa di operare una scelta consapevole nel senso di proseguire la gravidanza. Afferma che non le venne prospettata da alcuno la possibilita’ che la nascita di una bambina con trisomia x si potesse accompagnare a patologie anche gravi, e che quindi non venne messa in condizione di scegliere consapevolmente se abortire o meno. Riconduce la illogicita’ della motivazione alla mancanza di un positivo accertamento in ordine al contenuto della informazione fornita alla (OMISSIS), in particolare dal laboratorio di genetica e segnala che la semplice scelta di proseguire la gravidanza, se non accompagnata da adeguate informazioni, non e’ scelta consapevole e non e’ ostativa al riconoscimento del diritto al risarcimento del danno. La ricorrente evidenzia che non le e’ stato spiegato che la gravidanza portava con se’ comunque un rischio che un problema si verificasse sulla bambina, e quindi che, in mancanza di una corretta informazione, la scelta di non abortire non e’ stata consapevole.

Con il secondo motivo, la ricorrente denuncia la violazione della L. n. 194 del 1978, articolo 4, in combinato disposto con gli articoli 2697 e 2729 c.c. e con gli articoli 61 e 191 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ l’illogicita’ e incongruenza della motivazione e la violazione dell’articolo 167 c.p.c..

Critica il punto della sentenza d’appello in cui e’ stata rigettata la sua domanda risarcitoria sulla base della mancata prova del diritto della donna all’aborto terapeutico, in presenza di sindrome della trisomia x, non essendo stato provato in giudizio il rischio per la salute anche psichica della madre conseguente alla alterazione genetica del feto (rischio ritenuto esistente dal tribunale che per questo aveva accolto, sebbene in piccolissima percentuale, le domande). Sostiene la (OMISSIS) che fosse incontestato che il feto presentasse la trisomia x, che e’ una alterazione cromosomica in taluni casi asintomatica, mentre in altri puo’ dar luogo a un ritardo mentale grave, e quindi che fosse provata l’esistenza del rischio che il bambino nascesse con un grave ritardo mentale. Aggiunge che trattasi di una situazione in cui il diritto all’aborto terapeutico doveva reputarsi in ogni caso sussistente perche’ non era possibile accertare, prima della nascita, quanto avrebbe inciso la presenza della alterazione cromosomica sulla nascitura e perche’ l’esistenza e la consapevolezza di questo rischio comportava di per se’ un grave rischio per la salute psichica della donna, ovvero afferma che e’ pacifico che in caso di rischio di gravi ritardi mentali del nascituro, l’aborto terapeutico rappresenti un diritto della donna.

Con il terzo motivo si deduce ancora l’esistenza di un vizio di motivazione e la violazione della L. n. 194 del 1978, articolo 4, in combinato disposto con l’articolo 2043 e la violazione dell’articolo 167 c.p.c..

Si critica, in particolare, il punto della sentenza in cui si afferma che non e’ stato provato in causa che la dislessia, di cui si e’ accertato a distanza di qualche anno dalla nascita che la minore soffrisse, fosse effettivamente derivante dalla trisomia x e non derivasse piuttosto da una tendenza familiare presente nella famiglia del padre. Sostiene la ricorrente che il momento in cui si deve assicurare il diritto della donna di scegliere liberamente se abortire o no e’ il momento della gravidanza, quindi la valutazione deve essere ex ante e non ex post.

Con il quarto motivo la ricorrente deduce la violazione degli articoli 1218 e 2043 c.c., in relazione al risarcimento dei danni da mancata informazione e la violazione degli articoli 61 e 191 c.p.c.. Torna a criticare la decisione laddove ha escluso la consulenza tecnica: la sentenza afferma che la stessa fosse superflua in quanto volta ad accertare la presenza della trisomia x, la cui presenza era pacificamente stata accertata e riconosciuta, mentre invece doveva servire ad accertare quali erano state le conseguenze della alterazione genetica, cioe’ il ritardo nel linguaggio e i problemi di lateralizzazione, che se conosciuti avrebbero consentito alla donna la scelta abortiva oppure, in caso negativo, di intervenire immediatamente con cure sulla minore.

I motivi sono fondati, nei termini che seguono.

Nella motivazione della sentenza impugnata si afferma che l’onere della prova sulla erogazione dell’informazione grava sul medico, ma si ritiene che esso sia stato sufficientemente assolto per una serie di circostanze: quanto al (OMISSIS) (il ginecologo), perche’, essendosi la paziente rivolta per eseguire l’amniocentesi e per avere ulteriori informazioni sulla trisomia x al laboratorio, essa fu sufficientemente informata dal ginecologo della presenza della alterazione cromosomica: l’onere di informazione gravante sul ginecologo viene quindi circoscritto, dalla sentenza impugnata, all’aver comunicato alla paziente la presenza di una anomalia genetica; quanto al laboratorio di analisi genetiche e al genetista, la sentenza ritiene che essi abbiano sufficientemente assolto agli obblighi di informazione a loro carico in quanto, eseguito e terminato correttamente l’approfondimento diagnostico, in presenza di un medico di fiducia, essi non avevano l’onere di informare la partoriente dei rischi ne’ di segnalarle o caldeggiarle possibilita’ abortive.

Cosi’ ricostruita nel suo contenuto sul punto denunciato, relativo al corretto assolvimento dei doveri di informazione nei confronti della paziente, la motivazione mostra una evidente carenza di logica e una intima contraddittorieta’ laddove esclude la responsabilita’ di tutti i professionisti coinvolti in giudizio puntualizzando, quanto a ciascuno di essi, che l’onere di fornire una informazione completa gravava sull’altro, e ritenendo l’altro, al contempo non responsabile.

Anche in relazione al secondo e al terzo motivo, si rileva una incongruenza della motivazione. La corte d’appello ha rigettato la domanda della donna senza mai disporre una consulenza tecnica, pur richiesta, disattendendo tutte le pubblicazioni scientifiche cui aveva fatto riferimento il tribunale per affermare la possibilita’ del rischio di un danno grave alla salute mentale del nascituro, e proponendo in alternativa, come parimenti inattendibili in quanto prive di oggettivita’ scientifica, le conseguenze della trisomia x tratte da Wikipedia, dalla cui consultazione avrebbe tratto che dalla trisomia x non derivi il rischio di grave ritardo mentale, svalutando le competenze scientifiche proprie del giudice di primo grado che lo avevano portato ad affermare la possibilita’ di un rischio per la salute del nascituro.

La motivazione della sentenza sul punto, come rilevato dalla ricorrente, e’ del tutto contraddittoria laddove afferma, al contempo, che l’aborto terapeutico sarebbe stato giustificato solo se fosse stato dimostrato che la trisomia x possa portare gravi ritardi mentali, e dall’altra parte, afferma di non avere sufficienti competenze scientifiche per accertarlo. La conoscenza delle conseguenze accreditate scientificamente di una alterazione cromosomica e’ un dato di conoscenza scientifica che il giudice avrebbe potuto acquisire tramite una consulenza tecnica percipiente piuttosto che addebitarlo ad esclusivo onere probatorio della parte.

Anche sotto i profili della violazione di legge, richiamati dal terzo e quarto motivo, il ricorso e’ fondato in quanto, in un giudizio di risarcimento del danno per violazione del diritto al compimento di una scelta consapevole sulla interruzione di gravidanza, connessa alla possibile presenza di gravi problemi al nascituro, tali da destabilizzare la salute fisiopsichica della madre, l’accertamento della possibilita’ del verificarsi di tale malformazione va fatto con valutazione ex ante, ovvero sulla base delle informazioni delle quali avrebbe potuto disporre la madre prima della nascita, al momento di scegliere se interrompere o meno la gravidanza, e non con valutazione ex posi, sulla base della situazione concreta del nato.

Tuttavia, questo tipo di accertamento peraltro presuppone che il genitore che agisce abbia soddisfatto l’onere probatorio a suo carico (che puo’ assolvere anche facendo ricorso alle presunzioni), che la madre avrebbe tempestivamente esercitato la facolta’ di interrompere la gravidanza ove fosse stata tempestivamente informata dell’anomalia fetale, mentre grava sul medico, ai fini di escludere la sua responsabilita’, la prova contraria, ovvero che la partoriente, per le sue convinzioni morali o religiose o altro, ove messa di fronte alla scelta dell’aborto perche’ correttamente informata, in ogni caso avrebbe scelto di non abortire (Cass. S.U. n. 25767 del 2015).

Si tratta di accertamento in fatto che il giudice di merito dovra’ rinnovare.

Si aggiunga peraltro che la violazione del diritto al consenso informato in capo ad una donna in gravidanza non incide solo sulla autodeterminazione delle scelte abortive, ma puo’ avere altre conseguenze in quanto la madre, se adeguatamente informata, potrebbe ugualmente scegliere di non abortire (e non avrebbe percio’ alcun diritto al risarcimento del danno da nascita indesiderata), ma avrebbe la possibilita’ di prepararsi psicologicamente ed anche materialmente alla nascita di un bambino con possibili problemi, che potrebbe necessitare di un particolare accudimento, di una elaborazione del fatto da parte dei genitori, della accettazione e predisposizione di una diversa organizzazione di vita. Inoltre, la tempestiva informazione sulla possibilita’ di alterazioni fisiche o psichiche del nato in molti casi consente di programmare interventi chirurgici o cure tempestive, farmacologiche o riabilitative: interventi tutti che possono consentire, a seconda dei casi, ai genitori di attivarsi immediatamente con la collaborazione dei medici per eliminare il problema o limitarne le conseguenze dannose per il bambino.

Pertanto, la violazione del diritto ad una piena e corretta informazione sulla salute del nascituro puo’ incidere negativamente, ed essere apprezzabile sotto il profilo del risarcimento per equivalente, non solo quanto si provi che, se adeguatamente informata, la madre avrebbe scelto di abortire, ma anche quanto questa prova manchi, laddove i genitori siano stati privati della possibilita’ di prepararsi ad accogliere un bambino che presenti problemi di salute particolari e della possibilita’ di seguirlo con particolare attenzione, intervenendo tempestivamente laddove questi problemi si verifichino.

Con il quinto motivo, la ricorrente deduce la violazione dell’articolo 1218 c.c., in combinato disposto con l’articolo 1375 c.c., dell’articolo 115 c.p.c. e dell’articolo 2697 c.c., nonche’ dell’articolo 2979 c.c., il tutto in relazione all’ipotesi di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e la illogicita’ manifesta della sentenza su un punto fondamentale della controversia.

Riprende le censure alla motivazione della sentenza, gia’ accolte da questa Corte in riferimento ai motivi di ricorso precedentemente esaminati, e critica sotto il profilo della violazione di legge le affermazioni contenute nella sentenza impugnata laddove hanno individuato il contenuto dei doveri di informazione gravanti sui professionisti coinvolti, rigettando la domanda della ricorrente ritenendo che tutti vi avessero sufficientemente assolto.

Il motivo va accolto, per le ragioni che seguono. Deve ritenersi infatti che la corte d’appello non abbia correttamente individuato il contenuto minimo indispensabile degli obblighi di informazione gravanti, in siffatta situazione, in capo ai professionisti e alle strutture professionali coinvolte.

Quanto alla posizione del ginecologo di fiducia della gestante, la corte d’appello ha ritenuto che il ginecologo avesse correttamente ed esaurientemente informato la ricorrente, affermando che la correttezza dell’informazione si potesse desumere dal fatto che il ginecologo abbia indirizzato la sua paziente al centro genetico per avere maggiori particolari.

Gli obblighi di informazione a carico del medico di fiducia, chiariti da Cass. n. 16754 2012, sono piu’ complessi. Non integra un comportamento idoneo a liberare il medico ginecologo dall’onere di dare una informazione completa sui possibili rischi di una gravidanza connessi ad una per quanto poco frequente alterazione cromosomica, il comportamento del medico che, individuata tramite un particolare esame la presenza della alterazione cromosomica, si limiti a comunicare il dato alla propria paziente per poi indirizzarla al centro di genetica per avere ulteriori informazioni sull’esito dell’esame.

Va a questo proposito puntualizzato, quanto al contenuto degli obblighi di informazione a carico del medico ginecologo, a fronte di una paziente in gravidanza, laddove sia stata rilevata una alterazione cromosomica a carico del feto che, qualora la gestante o anche il ginecologo abbiano richiesto un esame specialistico atto a far emergere l’esistenza di alterazioni cromosomiche o altre anomalie del feto (che potrebbero indurre ad una scelta abortiva o, se particolarmente gravi, consentire anche l’aborto terapeutico), il compito del professionista di fiducia non si esaurisce nell’indicare alla paziente la presenza della alterazione, ma esso e’ necessariamente comprensivo, in particolare ove gli sia stato richiesto, di un approfondimento (che puo’ comportare un impegno di studio e documentazione integrativo, da parte sua, se non conosce approfonditamente l’argomento, al fine di rendere una informazione completa nei confronti della paziente) in ordine alle conseguenze di tale alterazione, alle percentuali di verificabilita’, alle alterazioni della qualita’ della vita dei genitori e del nascituro ipotizzabili, alla riconducibilita’ di tali possibili conseguenze ad una scelta abortiva libera o alla indicazione se esse comportino rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che possano determinare un grave pericolo per la salute psichica o fisica della donna, tali da legittimare una interruzione della gravidanza oltre i primi novanta giorni (L. n. 194 del 1978, ex articolo 6). L’informazione dovuta deve essere in altre parole comprensiva di tutti gli elementi per consentire alla paziente una scelta informata e consapevole, sia che essa sia volta alla interruzione che se sia volta alla prosecuzione di una gravidanza il cui esito potra’ comportare delle problematicita’ da affrontare.

Ne consegue che il comportamento dello specialista di fiducia-ginecologo che a fronte di una, per quanto rara, alterazione rinvii per piu’ dettagliate informazioni la paziente non ad uno specialista della alterazione stessa, ove lo ritenga necessario perche’ sia data una informazione di maggior competenza dopo la propria informazione generale sulle ricadute della alterazione cromosomica, ma a soggetto non maggiormente specializzato e neppure legato alla paziente da un pregresso rapporto fiduciario, come il laboratorio di analisi, non integra un idoneo assolvimento dei doveri di informazione e non libera il professionista della sua responsabilita’ per mancata formazione di un consenso informato.

Quanto alla posizione del laboratorio di analisi e del genetista che in sede di analisi specialistica abbiano riscontrato la presenza di una anomalia genetica, a fronte della richiesta di maggiori dettagli da parte della gestante in ordine alle conseguenze di essa, a loro volta non puo’ ritenersi che abbiano compiutamente assolto ai doveri di informazione in capo ad essi gravanti qualora si siano limitati, a loro volta, a reindirizzarla al ginecologo di fiducia opponendo di aver terminato il proprio compito: il compito del laboratorio specialistico di diagnostica non si arresta alla verifica della esistenza della anomalia, ma, a specifica richiesta della paziente, deve soddisfare le sue richieste di informazioni anche in relazione alle piu’ probabili conseguenze di tali anomalie.

In virtu’ delle considerazioni che precedono, il ricorso va accolto e la sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione che decidera’ anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione che decidera’ anche sulle spese del presente giudizio

 

Il medico psichiatra deve ritenersi titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente (anche là dove quest’ultimo non sia sottoposto a ricovero coatto), con la conseguenza che lo stesso, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive, anche suicidiarie, è tenuto ad apprestare specifiche cautele 

In presenza di una causa estintiva del reato, l’obbligo del giudice di pronunciare l’assoluzione dell’imputato per motivi attinenti al merito si riscontri nel solo caso in cui gli elementi rilevatori dell’insussistenza del fatto, ovvero della sua non attribuibilità penale all’imputato, emergano in modo incontrovertibile, tanto che la relativa valutazione, da parte del giudice, sia assimilabile più al compimento di una “constatazione”, che a un atto di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento 

Il concetto di “evidenza”, richiesto dal secondo comma dell’art. 129 c.p.p., presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione, concretizzandosi così in qualcosa di più di quanto la legge richiede per l’assoluzione ampia, oltre la correlazione a un accertamento immediato. Da ciò discende che, una volta sopraggiunta la prescrizione del reato, al fine di pervenire al proscioglimento nel merito dell’imputato occorre applicare il principio di diritto secondo cui “positivamente” deve emergere dagli atti processuali, senza necessità di ulteriore accertamento, l’estraneità dell’imputato a quanto allo stesso contestato, e ciò nel senso che si evidenzi l’assoluta assenza della prova di colpevolezza di quello, ovvero la prova positiva della sua innocenza, non rilevando l’eventuale mera contraddittorietà o insufficienza della prova che richiede il compimento di un apprezzamento ponderato tra opposte risultanzeMALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

adeSCRITTASuprema Corte di Cassazione

sezione IV penale

sentenza 1 agosto 2016, n. 33609

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza resa in data 20/1/2015, la Corte d’appello di Catania ha confermato la decisione in data 20/12/2013 con la quale il Tribunale di Catania ha condannato D.P. alla pena di giustizia, oltre al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, in relazione al reato di omicidio colposo commesso, ai danni di F.G. , in violazione della disciplina sull’esercizio della professione medica, in (omissis) .
    All’imputato, in qualità di medico psichiatra in servizio presso il reparto di neuropsichiatria della casa di cura (omissis) , era stata originariamente contestata la condotta colposa consistita nell’omessa adozione, in violazione dei tradizionali parametri della colpa generica, delle adeguate misure di protezione idonee a impedire che la paziente, ricoverata con diagnosi di disturbo bipolare in fase depressiva caratterizzata da depressione del tono dell’umore con ideazione negativa a sfondo suicidario, si allontanasse dalla stanza in cui era ricoverata, raggiungesse un’impalcatura allestita all’esterno della struttura ospedaliera, lanciandosi infine cadere nel vuoto così trovando la morte.
    2. Avverso la sentenza d’appello, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato sulla base di cinque motivi di impugnazione.
    2.1. Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione, essendo la corte territoriale incorsa in un evidente travisamento della prova con riguardo alla riconduzione del decesso della paziente a un preteso gesto suicidario, in contrasto con le evidenze probatorie acquisite nel corso del procedimento, dalle quali era piuttosto emersa la circostanza che la F. fosse stata cèlta, nelle occorrenze da cui ebbe a conseguirne il decesso, da un malore dovuto a problemi di natura vascolare.
    In particolare, la corte territoriale si sarebbe sul punto illegittimamente sottratta all’esame e alla confutazione degli argomenti logico-giuridici e di carattere scientifico illustrati dalla difesa dell’imputato e analiticamente richiamati nel corpo dell’odierno ricorso.
    2.2. Con il secondo motivo, il ricorrente si duole del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale, con particolare riguardo alle numerose contraddizioni concernenti la ricostruzione dell’evento lesivo oggetto di giudizio, tanto in relazione alla descrizione dello stato dei luoghi, quanto con riguardo alla mancata riconduzione, delle lesioni riscontrate in capo alla gabbia toracica della vittima, all’osteoporosi verosimilmente indotta dal prolungato uso del farmaco Eutirox, quanto, infine, al mancato approfondimento del tema relativo ai problemi vascolari alle quali la F. era con altissima probabilità soggetta.
    2.3. Con il terzo motivo, il ricorrente si duole del vizio di motivazione in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nel ritenere ricompreso, nell’ambito di prevedibilità dell’agente, il rischio suicidario asseritamente concretizzatosi nel caso di specie; asserzione fondata su elementi di fatto palesemente contraddittori e del tutto estranei alla fattispecie in esame.
    2.4. Con il quarto motivo, l’imputato censura la sentenza impugnata per violazione di legge, avendo la corte territoriale pronunciato la relativa condanna in assenza di elementi di prova certi e inconfutabili, tali da legittimare, oltre ogni ragionevole dubbio, l’accertamento della relativa responsabilità per il fatto lesivo allo stesso addebitato.
    2.5. Con il quinto e ultimo motivo, l’imputato si duole della violazione di legge in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nel respingere la riconducibilità della relativa (asserita) condotta colposa al paradigma della colpa lieve, da ritenersi – a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 3 del d.l. n. 158/2012 conv. nella legge n. 189/2012 – del tutto irrilevante sul piano penale, tenuto conto della particolare complessità della legge scientifica applicabile nell’ambito della prognosi psichiatrica e, segnatamente, in relazione al difficile impedimento di gesti autolesivi da parte di pazienti affetti da sindromi o patologie di tipo psichiatrico senza ricorrere all’adozione di misure lesive della relativa dignità.

Considerato in diritto

  1. Tutti i motivi di ricorso illustrati dall’imputato – congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte -, sono infondati.
    Osserva in primo luogo il collegio come le motivazioni dettate dalla corte territoriale, in relazione alla ricostruzione del decorso causale che condusse al decesso della F. – così come alla riconduzione di tale evento alla responsabilità dell’imputato -, devono ritenersi pienamente complete ed esaurienti, immuni da vizi di natura logica o giuridica, pienamente idonee a sottrarsi alle censure argomentate dal ricorrente, nella specie per lo più inclini a prospettare un’inammissibile rilettura in fatto delle risultanze probatorie acquisite, come tali non sottoponibili al vaglio di questa corte di legittimità.
    E invero, attraverso ciascuna delle diverse doglianze avanzate con l’odierna impugnazione, il D. ha circoscritto il proprio discorso critico sulla sentenza impugnata a una discordante lettura delle risultanze istruttorie acquisite nel corso del giudizio, in difformità rispetto alla complessiva ricostruzione operata dai giudici di merito, limitandosi a dedurre i soli elementi astrattamente idonei a supportare la propria alternativa rappresentazione del fatto (peraltro, in modo solo parziale, selettivo e non decisivo), senza farsi carico della complessiva riconfigurazione dell’intera vicenda sottoposta a giudizio, sulla base di tutti gli elementi istruttori raccolti, che, viceversa, la corte d’appello (sulla scia del discorso giustificativo dettato dal primo giudice) ha ricostruito con adeguata coerenza logica e linearità argomentativa.
    Sul punto, è appena il caso di richiamare il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale la modificazione dell’art. 606 lett. e) c.p.p., introdotta dalla legge n. 46/2006 consente la deduzione del vizio del travisamento della prova là dove si contesti l’introduzione, nella motivazione, di un’informazione (purché rilevante) che non esiste nel processo, ovvero si ometta la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia. Il sindacato della corte di cassazione resta tuttavia quello di sola legittimità, sì che continua a esulare dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione anche laddove venga prospettata dal ricorrente una diversa e più adeguata valutazione delle risultanze processuali (v., ex multis, Cass., Sez. 2, n. 23419/2007, Rv. 236893).
    Da ciò consegue che gli “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame” menzionati dal testo vigente dell’art. 606, comma primo, lett. e), c.p.p., non possono che essere quelli concernenti fatti decisivi che, se convenientemente valutati anche in relazione all’intero contesto probatorio, avrebbero potuto determinare una soluzione diversa da quella adottata, rimanendo esclusa la possibilità che la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione si tramuti in una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito (Cass., Sez. 4, n. 35683/2007, Rv. 237652).
    In termini analoghi, con riguardo alla valutazione e all’interpretazione delle risultanze testimoniali e degli altri elementi di prova valorizzati dai giudici del merito, osserva il collegio come, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, ai fini della correttezza e della logicità della motivazione della sentenza, non occorre che il giudice di merito dia conto, in essa, della valutazione di ogni deposizione assunta e di ogni prova, come di altre possibili ricostruzioni dei fatti che possano condurre a eventuali soluzioni diverse da quella adottata, egualmente fornite di coerenza logica, ma è indispensabile che egli indichi le fonti di prova di cui ha tenuto conto ai fini del suo convincimento, e quindi della decisione, ricostruendo il fatto in modo plausibile con ragionamento logico e argomentato (cfr. Cass., Sez. 1, n. 1685/1998, Rv. 210560; Cass., Sez. 6, n. 11984/1997, Rv. 209490), sempre che non emergano elementi obiettivi idonei a giustificare il ricorso di un ragionevole dubbio sulla responsabilità dell’imputato, nella specie adeguatamente e plausibilmente escluso.
    Tale principio, in particolare, appare coerente con il circoscritto orizzonte riservato all’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione, dovendo il sindacato demandato alla corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento. Esula, infatti, dai poteri della corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (v. Cass., Sez. Un., n. 6402/1997, Rv. 207944, e altre di conferma).
    In altri termini, una volta accertata la coerenza logica delle argomentazioni seguite dal giudice di merito, non è consentito alla corte di cassazione prendere in considerazione, sub specie di vizio motivazionale, la diversa valutazione delle risultanze processuali prospettata dal ricorrente sulla base del proprio differente soggettivo punto di vista (Cass., Sez. 1, n. 6383/1997, Rv. 209787; Cass., Sez. 1, n. 1083/1998, Rv. 210019).
    Tale discorso deve ritenersi comune alla valutazione di attendibilità scientifica della ricostruzione delle cause del decesso della F. fatta propria dai giudici del merito, rilevando il collegio, in conformità al consolidato insegnamento di questa corte di legittimità, come, in tema di prova, in virtù del principio del libero convincimento, il giudice di merito può scegliere, tra le diverse tesi prospettate dal perito o dai consulenti delle parti, quella che ritiene condivisibile, purché dia motivatamente conto delle ragioni della scelta, nonché del contenuto della tesi disattesa e delle deduzioni contrarie delle parti (Cass., Sez. 4, n. 34747/2012, Rv. 253512; Cass., Sez. 4, n. 45126/2008, Rv. 241907; Cass., Sez. 4, n. 11235/1997, Rv. 209675).
    Nella specie, la corte territoriale ha provveduto a chiarire in modo analitico le ragioni della privilegiata considerazione ascritta alle tesi prospettate dal consulente dell’ufficio, non trascurando l’apprezzamento delle contrarie deduzioni della difesa, anch’esse specificamente considerate e confutate sulla base di argomentazioni logicamente lineari e del tutto congrue in termini esplicativi.
    Peraltro, l’esigenza di fornire un’appropriata motivazione del rigetto delle tesi e delle deduzioni contrarie a quelle condivise, può ritenersi adeguatamente soddisfatta dal giudice anche attraverso l’esame complessivo delle ragioni giustificative della decisione, allorché le articolazioni dello sviluppo argomentativo della sentenza appaiano tali da lasciar ritenere implicitamente superate le deduzioni disattese, per la logica incompatibilità delle stesse con l’obiettiva ricostruzione dei fatti operata dal giudice sulla base delle fonti probatorie richiamate e della coerente connessione delle stesse da parte del consulente richiamato.
    4. Ciò posto, rileva il collegio come la corte territoriale abbia ricapitolato le scansioni del decorso causale che condusse al decesso della F. in termini di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa, avendo proceduto a un’analitica ricostruzione esplicativa della causa della morte della paziente sulla base di rilievi scientificamente fondati e adeguatamente corroborati attraverso un’esauriente caratterizzazione probatoria della fattispecie concreta, sì da pervenire alla ricostruzione del nesso causale tra il decesso e le omissioni imputate al D. in termini di elevata probabilità logica prossima alla certezza, in ogni caso oltre il parametro del ragionevole dubbio, in assenza di alcun indice probatorio idoneo a prospettare la sussistenza di ragionevoli o plausibili decorsi causali alternativi.
    In particolare, con riguardo alle cause del decesso della paziente, la corte territoriale ha evidenziato come il consulente tecnico del pubblico ministero, diversamente dall’ausiliario della difesa, avesse avuto modo di procedere personalmente all’esame autoptico della vittima, successivamente provvedendo alla redazione di una dettagliatissima relazione tecnica dalla quale è emerso l’accertamento, al di là di ogni ragionevole dubbio, della riconducibilità della causa della morte della F. a una precipitazione dall’alto.
    Sul punto, i giudici d’appello hanno evidenziato la coerente valorizzazione della circostanza consistita nell’accertata compatibilità della distribuzione delle lesioni presenti esternamente sul corpo della donna e delle lesioni viscerali subite dalla stessa con un impatto in regione antero-laterale destra, integrando la valutazione con il risultato degli esami anatomoistopatologici, dai quali è emersa la sussistenza di evidenti danni a livello encefalico, mediastinico, nonché a carico dei polmoni e dei reni.
    Da tale quadro, i giudici del merito hanno apprezzato la coerente conseguenza tratta dal consulente dell’accusa circa l’avvenuta compromissione acuta e irreversibile delle funzioni vitali della donna, estrinsecatasi nella sopravvenuta insufficienza cardiocircolatoria e respiratoria esitata nel decesso. La Corte territoriale ha quindi rilevato come il consulente tecnico dell’accusa avesse ritualmente e correttamente proceduto a confrontarsi con le prospettazioni alternative avanzate dalla difesa, evidenziandone l’assoluta incondivisibilità, escludendo che gli elementi probatori complessivamente acquisiti (e sottoposti a serrata valutazione critica) fossero valse a confermare la riconducibilità delle fratture riportate dalla F. all’azione rianimatoria posta in essere nell’immediatezza del fatto dal dottor Napoli, ovvero che il decesso della stessa potesse causalmente ricollegarsi all’azione di un ipotetico ictus cerebrale, nella specie escluso da tutti dati clinici rilevati in sede autoptica.
    Giova sottolineare, al riguardo, come la corte d’appello si sia incaricata di esaminare, punto per punto, tutti gli argomenti tecnico-scientifici al riguardo sollevati dalla difesa, giungendo a destituire di fondamento tutte le valutazioni dei consulenti di parte attraverso la segnalazione del relativo carattere frammentario o generico e, in ogni caso, della ragionevole incompatibilità delle stesse rispetto ai dati obiettivi acquisiti al processo.
    Quanto all’accertamento dell’effettivo stato dei luoghi e alle condizioni del rinvenimento della vittima, i giudici di appello hanno evidenziato, con motivazione logicamente coerente e linearmente argomentata, come gli elementi di prova acquisiti al processo avessero consentito di affermare la certa possibilità per la F. di accedere all’impalcatura realizzata attorno all’edificio della casa di cura attraverso la scala a pioli esistente ai piedi del ponteggio (documentata dei rilievi fotografici), senza neppure poter escludere la possibilità di un accesso attraverso le porte interne dell’edificio.
    Neppure è mancata, nell’articolazione argomentativa della corte territoriale, la specificazione delle condizioni del rivestimento dell’impalcatura, caratterizzata dalla presenza di fori e di strappi, come attestato dal verbale di sopralluogo, dalle dichiarazioni del maresciallo S. e dal figlio della vittima, non smentiti, sul punto, dalla documentazione fotografica prodotta dalla difesa, realizzata successivamente al fatto a seguito di una più che plausibile modificazione dello stato dei luoghi, come plausibilmente argomentato, sul piano logico-argomentativo, nella motivazione della sentenza impugnata; rilievo critico da estendere alle stesse considerazioni dettate dalla corte territoriale in relazione ai rilievi fotografici della difesa e alla posizione ivi attribuita al corpo della vittima, largamente pregiudicata dalle contraddizioni puntualmente enumerate dai giudici d’appello.
    Quanto agli estremi della colpa dell’imputato (di cui i giudici del merito hanno evidenziato i corretti presupposti di legittimazione della relativa posizione di garanzia, neppure contestata in questa sede), la corte territoriale ha avuto modo di specificare come la vittima soffrisse da molto tempo di una grave forma di depressione, come attestato dalla diagnosi di ingresso nella casa di cura, in cui compare la sussistenza, a carico della paziente, di una depressione del tono dell’umore, ansia, insonnia, ideazione negativa a sfondo suicidario e labilità emotiva, aggiungendo come la presenza di idee di suicidio nella F. fosse attestata anche nella cartella clinica, sia nella parte relativa all’anamnesi che in quella riservata all’esame psichico.
    Sul piano della valutazione tecnica, la patologia psichiatrica della F. è stata quindi inquadrata nelle forme di un “disturbo bipolare II” o psicosi maniaco-depressiva che si caratterizza per l’alternarsi di episodi di malattia con momenti di compenso; una malattia caratterizzata da un alto rischio di suicidio, valutabile come trenta volte superiore rispetto quello della popolazione generale.
    La corte territoriale ha quindi evidenziato come il consulente del pubblico ministero avesse fedelmente registrato la circostanza costituita da due precedenti tentativi di suicidio già messi in atto nel tempo dalla F. , coerentemente definita come paziente major et grand repeaters in una fase terminale, attestata da una recrudescenza della sintomatologia depressiva, come evidenziato in sede medica e confermato dalle significative testimonianze delle persone (i figli della donna e la dottoressa B. , di cui la corte territoriale ha coerentemente evidenziato le ragioni della relativa piena attendibilità) che ebbero ad avere ravvicinatissimi contatti con la paziente nell’imminenza del suicidio.
    Ciò posto, la corte territoriale ha evidenziato come in modo pienamente coerente sul piano logico e plausibile in termini tecnico-scientifici l’ausiliario dell’accusa avesse sottolineato il carattere di soggetto ad alto rischio della paziente per la quale, secondo le linee-guida più riconosciute nel settore specifico psichiatrico, si rendeva assolutamente necessario procedere, oltre a tutti gli interventi di tipo farmacologico, a una stretta sorveglianza, intesa come assistenza della paziente ventiquattr’ore su ventiquattro.
    Tale misura non fu in nessun caso e in nessun momento adottato nei confronti della paziente, che risultò pienamente libera di muoversi per tutto l’edificio senza alcuna sorveglianza.
    Sul punto, varrà richiamare l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale il medico psichiatra deve ritenersi titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente (anche là dove quest’ultimo non sia sottoposto a ricovero coatto), con la conseguenza che lo stesso, quando sussista il concreto rischio di condotte autolesive, anche suicidiarie, è tenuto ad apprestare specifiche cautele (Sez. 4, Sentenza n. 48292 del 27/11/2008, Rv. 242390).
    Particolarmente significativa, nel senso della conferma della grave negligenza dell’imputato, è apparsa, secondo la lineare argomentazione della corte territoriale, la circostanza della falsa affermazione, rilasciata dal D. al figlio della paziente poche ore prima del suo suicidio, circa l’avvenuta sospensione della somministrazione del farmaco che la stessa aveva in precedenza assunto, la cui dose iniziale era stata viceversa triplicata.
    Proprio le condizioni della paziente evidenziatesi nell’imminenza del fatto, le notizie anamnestiche legate alle precedenti esperienze di tentativo di suicidio, unite alla diagnosi di accettazione, rendevano con evidenza largamente prevedibile, e altamente intenso sul piano obiettivo, il rischio di un rinnovato tentativo di suicidio della donna, che viceversa l’imputato ebbe a trascurare e dunque a gestire con manifesta superficialità e scoperta negligenza.
    Con motivazione immune da vizi d’indole logica o giuridica, la corte territoriale ha quindi tratto la conclusione che, laddove l’imputato avesse assicurato una stretta e continua sorveglianza della paziente, l’evento lesivo oggetto di giudizio non si sarebbe verificato con certezza, secondo una valutazione prognostica ex ante condotta in coerenza al principio dell’elevata probabilità logica e credibilità razionale.
    Da ultimo, la corte d’appello ha correttamente escluso l’applicabilità dell’art. 3 del d.l. n. 158/2012 conv. nella legge n. 189/2012, essendo nella specie propriamente mancata l’osservanza delle regole tecniche trasfuse nelle linee-guida da osservare nel caso di specie, che avrebbero nell’occasione imposto la predisposizione di una stretta e continua sorveglianza della donna ventiquattr’ore su ventiquattro, dall’imputato totalmente omessa.
    Il complesso delle argomentazioni dettate nella motivazione della sentenza d’appello, in relazione alla ricostruzione del nesso causale tra il decesso della paziente e la condotta colpevole dell’imputato, deve dunque ritenersi completo ed esauriente, immune da vizi d’indole logica o giuridica, come tale pienamente idoneo a sottrarsi a tutte le censure sul punto avanzate dall’odierno ricorrente.
    5. L’accertata infondatezza di tutti i motivi di ricorso in questa sede avanzati dall’imputato non esime peraltro il collegio dal rilievo dell’intervenuta prescrizione del reato per il quale il D. è stato tratto a giudizio, trattandosi di un’ipotesi di omicidio colposo da ritenersi consumato alla data del 17/10/2006, in relazione al quale non risultano essersi verificati periodi di sospensione della prescrizione sufficienti a ritenere la stessa non ancora maturata.
    Al riguardo, occorre sottolineare, in conformità all’insegnamento ripetutamente impartito da questa Corte, come, in presenza di una causa estintiva del reato, l’obbligo del giudice di pronunciare l’assoluzione dell’imputato per motivi attinenti al merito si riscontri nel solo caso in cui gli elementi rilevatori dell’insussistenza del fatto, ovvero della sua non attribuibilità penale all’imputato, emergano in modo incontrovertibile, tanto che la relativa valutazione, da parte del giudice, sia assimilabile più al compimento di una “constatazione”, che a un atto di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento (v. Cass., n. 35490/2009, Rv. 244274).
    E invero il concetto di “evidenza”, richiesto dal secondo comma dell’art. 129 c.p.p., presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione, concretizzandosi così in qualcosa di più di quanto la legge richiede per l’assoluzione ampia, oltre la correlazione a un accertamento immediato (cfr. Cass., n. 31463/2004, Rv. 229275).
    Da ciò discende che, una volta sopraggiunta la prescrizione del reato, al fine di pervenire al proscioglimento nel merito dell’imputato occorre applicare il principio di diritto secondo cui “positivamente” deve emergere dagli atti processuali, senza necessità di ulteriore accertamento, l’estraneità dell’imputato a quanto allo stesso contestato, e ciò nel senso che si evidenzi l’assoluta assenza della prova di colpevolezza di quello, ovvero la prova positiva della sua innocenza, non rilevando l’eventuale mera contraddittorietà o insufficienza della prova che richiede il compimento di un apprezzamento ponderato tra opposte risultanze (v. Cass., n. 26008/2007, Rv. 237263).
    Tanto deve ritenersi certamente non riscontrabile nel caso di specie, avendo questa Corte positivamente riscontrato l’infondatezza di tutte le doglianze avanzate dall’odierno ricorrente avverso la sentenza di condanna pronunciata nei propri confronti.
    Ne discende che, ai sensi del richiamato art. 129 c.p.p., la sentenza impugnata va annullata senza rinvio in relazione agli effetti penali per essere il reato contestato estinto per prescrizione.
    6. La rilevata infondatezza dei motivi di ricorso avanzati dall’imputato – di là dall’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente alla condanna penale pronunciata a carico del D. a causa dell’intervenuta prescrizione – impone peraltro la conferma delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, in conformità alle previsioni di cui all’art. 578 c.p.p..

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione. Rigetta il ricorso agli effetti civili.

MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’Suprema Corte di Cassazione

sezione IV penale

sentenza 16 maggio 2016, n. 20125

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROMIS Vincenzo – Presidente

Dott. CIAMPI Francesco – rel. Consigliere

Dott. MENICHETTI Carla – Consigliere

Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere

Dott. PAVICH Giuseppe – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), N. IL (OMISSIS);

Avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI in data 20 novembre 2014;

sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIAMPI;

sentite le conclusioni del PG in persona del Dott. Aldo Policastro che ha chiesto il rigetto del ricorso;

Per il ricorrente (OMISSIS) sono presenti gli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS) del foro di Cagliari che chiedono l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’impugnata sentenza, resa in data 20 novembre 2014 la Corte d’Appello di Cagliari ha confermato la sentenza emessa dal GUP presso il Tribunale di Cagliari, in data 23 luglio 2012, appellata dall’imputato (OMISSIS) e dal responsabile civile.

Il (OMISSIS) era stato tratto a giudizio e condannato alla pena ritenuta di giustizia (ed al risarcimento del danno in favore delle costituite parti civili) per rispondere del reato di cui agli articoli 113 e 589 c.p., per aver cagionato per colpa la morte di (OMISSIS). Colpa consistita in imperizia perche’, quale dirigente medico in servizio il (OMISSIS) ed il (OMISSIS), dovendo conoscere la TAC effettuata all’ingresso ((OMISSIS)) che evidenziava un quadro occlusivo determinato da un “ispessimento di natura neoplastica delle pareti del tratto sigma-retto e la RX addome della medesima data, che mostrava colon con grossolani livelli idroaerei, in corrispondenza del traverso e della fessura sx ed ingombro da feci nell’ascensore e discendente come per occlusione del sigma, visitando la paziente il (OMISSIS) e rilevando che la stessa presentava un quadro conclamato di occlusione intestinale (addome disteso, peristalsi scarsa, rumori di timbro metallico e di filtrazione, assenza di feci in ampolla rettale, nausea persistente) che imponeva un intervento chirurgico non piu’ procrastinabile, omettendo di valutare correttamente il suddetto quadro clinico, non effettuava l’intervento chirurgico necessario; imperizia perche’ il (OMISSIS) (e gli altri sanitari coimputati) nonostante al momento della richiesta della colonscopia non vi fossero elementi che controindicassero ne’ “la sua esecuzione ne’ la sua preparazione prevista per il giorno (OMISSIS), quando la modificazione clinica si modifico’ e cio’ avvenne gia’ il giorno (OMISSIS) con la presenza di nausea e vomito, non mutarono la loro decisione in merito alla preparazione cd. “dall’alto” (mentre sarebbe stata piu’ opportuna una preparazione dal basso o che l’esame venisse eseguito in tempi piu’ rapidi) facendo somministrare alla paziente elevate quantita’ d’acqua e di lassativi osmotici che, non venendo eliminate se non in minimissima parte, aumentavano il contenuto intestinale a monte dell’ostruzione con un peggioramento del quadro clinico; imperizia perche’ i medesimi sanitari, dopo l’esame TAC del (OMISSIS), monitoravano la paziente solo attraverso gli esami clinici ed ematochimici, omettendo di sottoporre la stessa ad indagini strumentali necessarie per una corretta valutazione del quadro occlusivo intestinale. Conseguentemente, la paziente, sottoposta a nuovi esami RX e TAC solo il (OMISSIS), che segnalavano un notevole peggioramento del noto quadro occlusivo, effettuata la colonscopia nella medesima data, nonostante fosse stata richiesta il (OMISSIS), senza che peraltro venisse evidenziata l’urgenza dell’esame da parte dei sanitari, venne portata in sala operatoria solo il giorno (OMISSIS) con un quadro di tossinfezione sistemica e con una occlusione che dal colon si era estesa sino a coinvolgere il tenue e lo stomaco (TAC addome del (OMISSIS) ore 16,56), con un contenuto gastrico molto elevato e di natura fecaloide. Cio’ provocava, nella fase di induzione dell’anestesia, l’inalazione ab ingestis di liquido e materiale fecaloide contenuto nello stomaco, causando un di stress respiratorio, complicato da un quadro settico ed una compromissione pluriorgano, che portavano la paziente a morte dopo nove giorni di ricovero nel reparto rianimazione.

  1. Avverso tale decisione ricorre a mezzo dei difensori di fiducia il (OMISSIS) lamentando con un unico articolato motivo violazione di legge e manifesta illogicita’ di motivazione quanto alla ritenuta sussistenza della condotta causalmente rilevante nell’ambito delle pluralita’ delle condotte mediche interessate all’evento e del nesso causale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. In fatto emerge dalle decisioni dei giudici di merito che la mattina del (OMISSIS) intorno alle ore 8,30 (OMISSIS) di 48 anni era stata accompagnata dal marito al pronto soccorso dell’Ospedale di (OMISSIS), in quanto lamentava dolori addominali. I sanitari del pronto Soccorso avevano fatto eseguire la RX addome e torace che rilevava una situazione regolare quanto al torace e, invece, problematica quanto all’addome che si presentava “trattabile, meteorico, dolorabile alla palpazione SPT in fossa iliaca sinistra; l’esplorazione rettale attestava ampolla vuota”.

I sanitari del pronto soccorso avevano formulato diagnosi di occlusione intestinale, immagine dubbia al RX in sede parailare destra, inviando la donna per accertamenti alla struttura complessa di Chirurgia generale Centro trapianti di fegato e pancreas dello stesso ospedale, struttura diretta dal coimputato dott. (OMISSIS), non ricorrente in questa sede.

Nel reparto la (OMISSIS) era stata visitata dal dottor (OMISSIS) – la cui posizione e’ stata definita in separato procedimento – che aveva curato il ricovero a seguito del quale venivano eseguiti alcuni esami tra cui una TAC che evidenziava “ispessimento di natura neoplastica”. Il dottor (OMISSIS) aveva quindi espresso una indicazione terapeutica per il trattamento chirurgico, poi confermata e condivisa da tutti i medici che si erano succeduti nelle guardie e dallo stesso primario, dottor (OMISSIS), intervento che era stato poi effettivamente eseguito solo il successivo (OMISSIS) in condizioni ormai di grave emergenza.

  1. Osserva preliminarmente la Corte che, nel caso di specie, il tema oggetto di indagine non e’ quello della colpa medica nell’attivita’ di equipe, in cui ciascuno dei soggetti che si dividono il lavoro risponde dell’evento illecito, non solo per non aver osservato le regole di diligenza, prudenza e perizia connesse alle specifiche ed effettive mansioni svolte, ma altresi’ per non essersi fatto carico dei rischi connessi agli errori riconoscibili commessi nelle fasi antecedenti o contestuali al suo specifico intervento (Cass., sez. 4, 11 ottobre 2007, n. 41317, C.E.D. Cass., n. 237891). Ed e’ proprio con riferimento sostanzialmente a tale ipotesi che e’ stato affermato il principio richiamato nella gravata sentenza secondo cui ogni sanitario, oltre che il rispetto dei canoni di diligenza e prudenza connessi alle specifiche mansioni svolte, sara’ anche astretto dagli obblighi ad ognuno derivanti dalla convergenza di tutte le attivita’ verso il fine comune unico. In virtu’ di tali obblighi il sanitario non potra’ esimersi dal valutare l’attivita’ precedente o contestuale svolta da altro collega sia pure specialista in altra disciplina, e dal controllarne la correttezza ponendo se del caso rimedio ad errori altrui che siano evidenti e non settoriali, e come tali rimediabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio. Nel caso di specie deve, invece, piu’ propriamente affrontarsi, in primo luogo, il tema della cooperazione colposa tra le condotte dei sanitari, contestata e poi ritenuta in sentenza, posto che il ricorrente ha mosso censure a tale profilo della pronuncia.
  2. Il problema della configurabilita’ del concorso di persone nel reato colposo e’ stato risolto dal legislatore del codice penale vigente con l’introduzione della cosiddetta cooperazione colposa, disciplinata dall’articolo 113 c.p., che peraltro non prevede un differente trattamento sanzionatorio, rispetto a quello delle condotte indipendenti, ma si limita a prevedere alcune aggravanti tipiche del concorso di persone nel reato. Va in proposito ricordato che, per aversi concorso di persone nel reato colposo, e’ sufficiente la consapevolezza della partecipazione di altri soggetti, indipendentemente dalla specifica conoscenza sia delle persone che operano sia delle specifiche condotte da ciascuna poste in essere, essendo la cooperazione ipotizzabile anche in tutte quelle ipotesi nelle quali il soggetto interviene essendo a conoscenza che la trattazione del caso non e’ a lui soltanto riservata, perche’ anche altri operanti nella medesima struttura ne sono investiti. Ed e’, esattamente, quanto avvenuto nel caso di specie, trattandosi di piu’ sanitari che hanno, in successione, visitato la (OMISSIS) in quanto ricoverata presso la struttura ospedaliera, con corretta sussunzione da parte dei giudici di merito del caso concreto nell’ipotesi della cooperazione colposa, configurabile, come detto, quando l’agente e’ consapevole del fatto che della salute di quel paziente altri medici si occuperanno o si sono occupati (Sez. 4, n.1428 del 02/11/2011, dep.2012, Gallina, Rv. 252940; Sez. 4, n. 6215 del 10/12/2009, dep. 2010, Pappada’, Rv. 246420).

Viene quindi in rilievo il cd. principio di affidamento, richiamato espressamente dal ricorrente.

  1. Sul punto questa Corte ha avuto modo di affermare che comunque lo stesso non e’ invocabile allorche’ l’altra condotta colposa abbia la sua origine nell’omesso rispetto di norme cautelari, specifiche o comuni, da parte di chi invoca tale principio. Quando il soggetto su cui grava l’obbligo di garanzia abbia posto in essere una condotta colposa,con efficienza causale nella determinazione dell’evento, unitamente alla condotta colposa di chi sia intervenuto successivamente, persiste la responsabilita’ del primo soggetto, a meno che possa affermarsi l’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che tuttavia deve avere avuto caratteristiche di eccezionalita’ tali da far venir meno la situazione di pericolo originariamente provocata o tali da modificare la pregressa situazione, a tal punto da escludere la riconducibilita’ al precedente garante della scelta operata. In altri termini, per escludere la continuita’ delle posizioni di garanzia, e’ necessario che il garante sopravvenuto abbia posto nel nulla le situazioni di pericolo create dal predecessore, o eliminandole o modificandole in modo tale da non poter essere piu’ attribuite al precedente garante (Sez. 4, n. 46824 del 26/10/2011, Castellano, Rv. 252140; Sez. 4, n. 27959 del 5/06/2008, Stefanacci, Rv.240519). Nella specie i giudici di merito hanno analiticamente descritto le condotte dei singoli medici che si sono succeduti nella cura della paziente escludendo con congrua motivazione la sussistenza di tale ipotesi.
  2. Le censure sono invece fondate con riferimento agli espressi profili di colpa riconosciuti in capo al ricorrente ed ampiamente descritti nel capo di imputazione come riportato in narrativa. Sul punto la Corte territoriale pur procedendo ad una puntigliosa (e sostanzialmente non contestata) ricostruzione degli eventi e ad un’altrettanto analitica esposizione delle censure mosse in sede di appello dal (OMISSIS), non appare aver fornito alle stesse una adeguata risposta. Un primo deficit motivazionale della gravata sentenza si pone peraltro a monte di queste stesse censure, non avendo in alcun modo chiarito i giudici di merito ruoli e responsabilita’ dei singoli sanitari intervenuti. Quel che emerge e’ infatti il solo ruolo apicale del dott. (OMISSIS), mentre nulla si dice – a parte la descrizione dei singoli intereventi compiuti sugli altri sanitari – ne’ sull’organizzazione della struttura, ne’ sui rapporti tra i vari imputati. Si evince solo che vi era una suddivisione in turni di guardia all’evidente fine di garantire la costante presenza di almeno un medico, mentre vi e’ un fugace e “preoccupante” accenno (pag. 60 dell’impugnata sentenza) a “contrasti insorti tra il primario ed altri colleghi” e a “grossi problemi di comunicazione” fra i sanitari.

Partendo da tale premessa va evidenziato come emerga altresi’ che il primo (e sostanzialmente unico) contatto fra la paziente e l’odierno ricorrente avveniva il (OMISSIS), allorche’ il (OMISSIS) espletava appunto servizio di guardia per il reparto. Questi, visitata per la prima volta la paziente, segnalava il peggioramento in atto, posizionava un sondino naso gastrico e richiedeva ulteriori esami, comportamenti cui in se’ nulla e’ addebitabile come riconosciuto sostanzialmente dagli stessi giudici di merito. Nel capo di imputazione si fa riferimento, invero, anche ad un successivo contatto in data (OMISSIS), data in cui il (OMISSIS) aveva svolto un turno di guardia presso il reparto con orario 14,00-20,00. Sul punto la sentenza impugnata, riconoscendo, sulla base di uno specifico punto del gravame, che il (OMISSIS), pur presente in ospedale, era stato impegnato in altre incombenze (interventi in sala operatoria), addebita all’imputato di non essersi curato di verificare le condizioni della (OMISSIS), senza precisare la fonte di tale obbligo, considerato, da un lato le gia’ rilevate carenze motivazionali in ordine all’organizzazione interna della struttura del reparto, dall’altro che e’ pacifico che in quel giorno la paziente era stata visitata dalla dott.ssa Contini che aveva riferito di un miglioramento della sintomatologia.

In definitiva emerge comunque che il ruolo del (OMISSIS) nella vicenda, che ha visti coinvolti numerosi sanitari, e’ stato comunque marginale, donde la necessita’ di approfondire sia i profili di colpa addebitati all’odierno ricorrente, sia che gli stessi fossero causalmente rilevanti rispetto all’evento morte verificatosi.

Sostiene questi in primo luogo che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere da un lato non corretta la decisione del (OMISSIS) di posizionare il sondino naso gastrico, dall’altro che fosse stato comunque lo stesso sanitario a disporne la rimozione. In particolare su tale ultimo aspetto la Corte distrettuale nulla osserva, pur avendo riferito delle specifiche doglianze del ricorrente sul punto che aveva evidenziato come al momento della rimozione del sondino fosse in realta’ di guardia altro sanitario. Parimenti errata – sostiene ancora il ricorrente – sarebbe poi l’affermazione della sentenza impugnata in ordine alla ritenuta negligenza del (OMISSIS) per non aver preso in considerazione i prevedibili effetti di una preparazione della colonscopia fatta dall’alto e non dal basso.

Sul punto gia’ in sede di appello la difesa del (OMISSIS) aveva evidenziato, da un lato, come dopo la visita del (OMISSIS) (e gli effetti positivi del posizionamento del sondino) le condizioni della (OMISSIS) avessero avuto un miglioramento (circostanze che rendevano altresi’ inconsistente l’addebito di mancata sollecitazione dell’intervento chirurgico), dall’altro come dalla cartella clinica non risultassero comunque le previste modalita’ di preparazione, senza che la sentenza impugnata abbia risposto a tale osservazione, se non con l’affermazione che il (OMISSIS) avrebbe dovuto e potuto conoscere che quella era stata la scelta infelice adottata dal collega (pag. 62 della sentenza).

Ancora del tutto carente la motivazione della gravata sentenza in ordine al ritenuto nesso causale: la Corte d’Appello, infatti, si limita ad affermare che tutte queste negligenze, in parte comuni ad altri sanitari, hanno contribuito al decesso della paziente, senza quindi prendere in considerazione specificamente la posizione del (OMISSIS) e facendo riferimento ad una sorta di “colpa di organizzazione” (la gestione del caso e’ stata compiuta in modo disordinato, senza alcuna supervisione e l’uno all’insaputa degli altri).

  1. E’ carente, infine, l’esplicazione del cd. giudizio controfattuale e la individuazione del momento dal quale doveva essere calcolato il tempo utile ad un eventuale intervento salvifico, nonche’ delle ragioni per le quali la sentenza impugnata ha ritenuto che questo avrebbe avuto valenza impeditiva rispetto all’evento luttuoso.
  2. In considerazione dei sopra evidenziati deficit motivazionali la sentenza impugnata va annullata con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’Appello di Cagliari.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’Appello di Cagliari.

 

DOMANDA QUALE IL SAPERE DEL GIUDICE NELLA RESPONSABILITA’ MEDICA?

La Suprema Corte ha evidenziato, sul piano metodologico, che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non può avere l’esito di accreditare l’esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice; che il ricorso a competenze specialistiche con l’obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell’uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti (conferimento dell’incarico a periti e consulenti, formulazione dei relativi quesiti, escussione degli esperti in dibattimento) ad impulso del giudicante e a formazione progressiva; e che la valutazione di legittimità, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformità alle regole della logica dimostrativa dell’opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio (Sez. 4, sentenza n. 80 del 17.01.2012, dep. 25.05.2012, n.m.).

 

 

DOMANDA : COSA E  IL SAPERE SCIENTIFICO?

 

Chiarito che il sapere scientifico costituisce un indispensabile strumento, posto al servizio del giudice di merito, deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all’attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l’impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall’affidabilità delle informazioni che, attraverso l’indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo. Si tratta di questione di centrale rilevanza nell’indagine fattuale, giacché costituisce parte integrante del giudizio critico che il giudice di merito è chiamato ad esprimere sulle valutazioni di ordine extragiuridico emerse nel processo.

Il giudice deve, pertanto, dar conto del controllo esercitato sull’affidabilità delle basi scientifiche del proprio ragionamento, soppesando l’imparzialità e l’autorevolezza scientifica dell’esperto che trasferisce nel processo conoscenze tecniche e saperi esperienziali. E, come sopra chiarito, il controllo che la Corte Suprema è chiamata ad esercitare, attiene alla razionalità delle valutazioni che a tale riguardo il giudice di merito ha espresso nella sentenza impugnata. Del resto, la Corte regolatrice ha anche recentemente ribadito il principio in base al quale il giudice di legittimità non è giudice del sapere scientifico e non detiene proprie conoscenze privilegiate. La Suprema Corte è cioè chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine all’affidabilità delle informazioni che utilizza ai fini della spiegazione del fatto (cfr. Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Rv. 248944; Sez. 4, sentenza n. 42128 del 30.09.2008, dep. 12.11.2008, n.m.).

E si è pure chiarito che il giudice di merito può fare legittimamente propria, allorché gli sia richiesto dalla natura della questione, l’una piuttosto che l’altra tesi scientifica, purché dia congrua ragione della scelta e dimostri di essersi soffermato sulla tesi o sulle tesi che ha creduto di non dover seguire. Entro questi limiti, è del pari certo, in sintonia con il consolidato indirizzo interpretativo di questa Suprema Corte, che non rappresenta vizio della motivazione, di per sé, l’omesso esame critico di ogni più minuto passaggio della perizia (o della consulenza), poiché la valutazione delle emergenze processuali è affidata al potere discrezionale del giudice di merito, il quale, per adempiere compiutamente all’onere della motivazione, non deve prendere in esame espressamente tutte le argomentazioni critiche dedotte o deducibili, ma è sufficiente che enunci con adeguatezza e logicità gli argomenti che si sono resi determinanti per la formazione del suo convincimento (vedi Sez. 4, sentenza n. 492 del 14.11.2013, dep. 10.01.2014, n.m.).

Tanto chiarito, deve osservarsi che, con riguardo all’apprezzamento della prova scientifica, afferente specificamente all’accertamento del rapporto di causalità, la giurisprudenza di legittimità ha osservato che deve considerarsi utopistico un modello di indagine causale, fondato solo su strumenti di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, affidato esclusivamente alla forza esplicativa di leggi universali. Ciò in quanto, nell’ambito dei ragionamenti esplicativi, si formulano giudizi sulla base di generalizzazioni causali, congiunte con l’analisi di contingenze fattuali.

DOMANDA COSA E IL COEFFICIENTE PROBABILISTICO NELLA RESPONSABILITA MEDICA ?

In tale prospettiva, si è chiarito che il coefficiente probabilistico della generalizzazione scientifica non è solitamente molto importante; e che è invece importante che la generalizzazione esprima effettivamente una dimostrata, certa relazione causale tra una categoria di condizioni ed una categoria di eventi (cfr. Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, Rv. 222138). Nella verifica dell’imputazione causale dell’evento, cioè, occorre dare corso ad un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l’agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta.

DOMANDA COME SI DETERMINA LA RESPONSABILITA OMISSIVA?

Con particolare riferimento alla casualità omissiva – che pure viene in rilievo nel caso di specie – si osserva poi che la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il carattere condizionalistico della causalità omissiva, indicando il seguente itinerario probatorio: il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario e si fonda anche sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata “probabilità logica” (Sez. U, sentenza n. 30328, in data 11.9.2002, cit.); e che le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto quando l’apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica (Sez. 4, Sentenza n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Rv. 248943).

 

DOMANDA  E AI Ai fini dell’imputazione causale dell’evento?

Ai fini dell’imputazione causale dell’evento, pertanto, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto all’imputato dall’ordinamento. Si tratta di insegnamento da ultimo ribadito dalle Sezioni Unite che si sono soffermate sulle questioni riguardanti l’accertamento giudiziale della causalità omissiva ed i limiti che incontra il sindacato di legittimità, nel censire la valutazione argomentativa espressa in sede di merito (cfr. Sez. U, sentenza n. 38343 del 24.04.2014, dep. 18.09.2014, Rv. 261106).

DOMANDA : LA CONDOTTA COLPOSA DI UN SOGGETTO VIENE ANNULLATA DA SUCCESSIVA CONDOTTA COLPOSA?

 

“In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell’assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell’inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell’arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L’infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto.

concreto.

DOMANDA RILEVANZA COLPA LIEVE AD ADDEBITI DIVERSI IMPERIZIA?

 

 

estende la rilevanza della colpa lieve anche ad addebiti diversi dall’imperizia. È stato, infatti, affermato che, premesso che in tema di responsabilità medica l’osservanza delle linee guida accreditate dalla comunità scientifica esclude la rilevanza della colpa lieve, la novella pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (cfr. sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014 Ud. (dep. 17/11/2014), Rv. 260739; sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013 Ud. (dep. 09/04/2013), Rv. 255105). Si è osservato in tali pronunce come, alla stregua della nuova legge, le linee guida accreditate operano come direttiva scientifica per l’esercente le professioni sanitarie; e la loro osservanza costituisce uno scudo protettivo contro istanze punitive che non trovino la loro giustificazione nella necessità di sanzionare penalmente errori gravi commessi nel processo di adeguamento del sapere codificato alle peculiarità contingenti. Inoltre, sebbene, come già detto, la nuova disciplina trovi il suo terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, non può tuttavia escludersi che le linee guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza; come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino più la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (cfr. sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015).

 

 

DOMANDA valutazione del danno, quando si versa in ipotesi di responsabilità extracontrattuale?

 

 

 

Riguardo la valutazione del danno, quando si versa in ipotesi di responsabilità extracontrattuale,                la norma da tenere in considerazione è l’art. 2056 c.c., che contiene un espresso rinvio all’art. 1223 c.c., secondo cui il risarcimento deve comprendere sia il danno emergente che il lucro cessante, ove siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, si rimanda all’art. 1226 c.c., secondo cui in caso di mancata esatta prova dell’ammontare del danno, sarà il giudice a stabilirlo in via equitativa, e all’art. 1227 c.c., per cui in caso di concorso colposo del danneggiato, si avrà una diminuzione dell’ammontare del risarcimento, ma non richiama l’art. 1225 c.c. che rispetto agli articoli precedentemente enunciati si applicherà sia in caso di responsabilità contrattuale che extracontrattuale, per cui il risarcimento è limitato al solo quantum prevedibile al tempo in cui era sorta l’obbligazione nel caso in cui nella condotta del debitore non vi sia ravvisabile né dolo né colpa.

 

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,
Avvocato separazioni Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato civilista Bologna , Avvocato matrimonialista Bologna , Avvocato Bologna , Avvocati Bologna , malasanità risarcimento, Testamento olografo, diritto di famiglia avvocato, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento incidente mortale, incidente mortale risarcimento, risarcimento danni incidente mortale, incidente stradale mortale risarcimento danni, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimento danni sinistro stradale mortale, risarcimento danni incidente, risarcimento danni sinistro mortale, incidente stradale risarcimento, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimenti incidenti stradali, morte incidente stradale risarcimento, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento incidente stradale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento incidente mortale tabelle, tabella risarcimento morte incidente stradale, incidenti stradali risarcimento, risarcimento per incidente stradale, risarcimenti danni incidenti stradali, indennizzo morte incidente stradale, sinistri stradali risarcimento, risarcimento sinistro stradale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni fisici incidente, indennizzo incidente stradale, sinistro stradale risarcimento

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

Articoli Correlati

» MORTE DEL FIGLIO INCIDENTE DANNO QUANTIFICAZIONE AVVOCATO ESPERTO

» MALASANITA’ BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO INDENIZZO RISARCIMENTO DA MALASANITA’

» LUGO FAENZA RAVENNA AVVOCATO PER MALASANITA’

» Sei stato vittima di un errore medico? AVVOCATO MALASANITA’ FORLI CESENA errore medico risarcimento danni risarcimento danni malasanità prescrizione risarcimento malasanità tempi risarcimento malasanità morte risarcimento danni per malasanità tabelle risarcimento danni malasanità

» Vittima di errori di malasanità? Art. 2059 Il danno non patrimoniale

» colpa medica cassazione penale colpa professionale del medico

» MALASANITA’ RESPONSABILITA’ MEDICA DANNO PATRIMONIALE E NON errore medico risarcimento danni Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento malasanità tempi Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA tabelle risarcimento danni malasanità Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento danni malasanità prescrizione Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA risarcimento malasanità morte Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA scadenza domanda risarcimento malasanità Bologna ,RAVENNA IMOLA FAENZA FORLI CESENA

» Malasanita’ danno la responsabilità medica: cosa è e come funziona Il medico, è responsabile di eventuali danni cagionati con la conseguenza che il danneggiato ha diritto a un risarcimento.

» CONSENSO INFORMATO INTERVENTO CHIRURGICO laparatomia, una isterectomia totale, una anessectomia bilaterale, una appendicectomia ed omentectomia. p.1. D.S.S. ha proposto ricorso per cassazione contro l’Azienda A.U.S.L. di Chieti, B.U., R. G. e C.F., nonchè contro la Unipol Assicurazioni s.p.a. (incorporante per fusione l’Aurora Assicurazioni s.p.a., già Siad Ass.ni. s.p.a.) e la Sara Assicurazioni s.p.a., l’Assitalia – Le Assicurazioni d’Italia s.p.a., la Milano Assicurazioni s.p.a., la s.p.a. Reale Mutua Assicurazioni, la Zurigo Assicurazioni s.p.a., la Assicurazioni Generali s.p.a. e la Lloyd Adriatico s.p.a., avverso la sentenza del 13 settembre 2011, con la quale la Corte d’Appello di L’Aquila ha rigettato il suo appello contro la sentenza resa in primo grado inter partes dal Tribunale di Chieti il 3 marzo 2004 sulla controversia introdotta da essa ricorrente nel dicembre del 1997 per ottenere il risarcimento dei danni a suo dire sofferti in occasione di un intervento chirurgico cui si era sottoposta il 24 novembre 1995 presso l’Ospedale di Chieti.

» BLEFAROPLASTICA DANNO RISARCIMENTO 4) I motivi precedenti danno modo di provare che anche ove si volesse ritenere applicabile al caso di specie l’articolo 1176 anziché l’articolo 2236 Cc., si dovrebbe comunque escludere qualunque responsabilità in capo al dott. S.. Non è stata dimostrata alcun tipo di negligenza, lieve o grave e, nel contempo, difetta totalmente la prova del nesso di causalità. Il motivo non può essere accolto in quanto la decisione impugnata è fondata su una motivazione sufficiente,logica, non contraddittoria e rispettosa della normativa in questione.

avvocato a bologna

Articoli Recenti

» CORTE APPELLO BOLOGNA TRIBUNALE DI BOLOGNA DANNO JURE PROPRIO IN INCIDENTE MORTALE La Corte si e’ soffermata sulla natura delle tabelle milanesi e sul come la loro inosservanza si ponga rispetto ai paradigmi dell’articolo 360 c.p.c., nella sentenza n. 4447 del 2014. In detta decisione la Corte si e’ soffermata su quello che ha individuato come il problema della “ritualita’ della deduzione come violazione di norma di diritto delle c.d. tabelle milanesi” ed ha svolto le seguenti considerazioni.

» BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI VEDOVO VEDOVA ESTROMESSI DA EREDITA’ DIRITTI DEI VEDOVI

» AVVOCATO PER SUCCESSIONE EREDI TESTAMENTO BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA SUCCESSIONE QUOTE SRL SUCCESSIONE LEGITTIMA CONIUGE Le partecipazioni sono liberamente trasferibili (1) per atto tra vivi e per successione a causa di morte, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo [2284, 2322, 2462, 2471, 2468]. Qualora l’atto costitutivo preveda l’intrasferibilità delle partecipazioni o ne subordini il trasferimento al gradimento (2) di organi sociali, di soci o di terzi senza prevederne condizioni e limiti, o ponga condizioni o limiti che nel caso concreto impediscono il trasferimento a causa di morte, il socio o i suoi eredi possono esercitare il diritto di recesso ai sensi dell’articolo 2473. In tali casi l’atto costitutivo può stabilire un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione, prima del quale il recesso non può essere esercitato .

» RISOLVI ORA PORRETTA LIZZANO IN BELVEDERE VIDICIATICO GAGGIO MONTANO AVVOCATO MATRIMONIALISTA SEPARAZIONI E DIVORZI SEPARAZIONE DOMANDE E RISPOSTE DOMANDA ma separarsi è una cosa facile? RISPOSTA No, vi sono mille problematiche da risolvere! DOMANDA Quale sono le problematiche maggiori nella separazione? RISPOSTA :i figli la casa coniugale il mantenimento 1)DOMANDA quale differenza c’è tra separazione giudiziale e consensuale?

» MALASANITA’ FORLI SENTENZA TRIB FORLI’ INFEZIONE DANNO CASA DI CURA RISARCIMENTO Nella responsabilità medica, se invocata a titolo contrattuale sul presupposto di un rapporto contrattuale “da contatto” intercorso tra il paziente e il medico o la struttura sanitaria, l’onere probatorio per il paziente danneggiato consiste nella dimostrazione che l’esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all’evento dannoso, rappresentato dalla persistenza della patologia per cui era stata richiesta la prestazione oppure da un suo aggravamento fino a comportare una nuova patologia ovvero il decesso del paziente. Al contrario l’ente ospedaliero deve fornire la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente, con l’osservanza di tutte le regole di prevenzione ed igiene ed anche di aver adottato tutte le procedure, i protocolli e le linee guida idonei a fornire agli operatori sanitari le indicazioni necessarie per un corretto svolgimento della prestazione sanitaria e che gli esiti peggiorativi siano determinati da un esito imprevisto ed imprevedibile. Ai fini della determinazione del quantum risarcitorio, la legge 189/2012 non ha efficacia retroattiva. Ne consegue che per i fatti verificatisi anteriormente all’entrata in vigore di tale legge, l’importo è determinato facendo rifermento alla tabella in uso presso il Tribunale di Milano.

» Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

» RINUNCIA ALL’EREDITA’ QUANDO LA RINUNCIA E’ INEFFICACE AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA

» RINUNCIA EREDITA’ BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

» SUCCESSIONE FORLI RAVENNA CESENA TRIB FORLI SENTENZA SIMULAZIONE PREZZO VENDITA E DONAZIONE Trib. Forlì, Sentenza parziale 3879/2010 del 10.03.2015, Pres. Pescatore est. Ramacciotti Successione – Azione di simulazione relativa – Prescrizione – Dies a quo.

» FORLI CESENA BOLOGNA CAUSE EREDITARIE AVVOCATO ESPERTO DOMANDA la delazione basta per acquisire la qualita’ di erede? No occorre anche l’accettazione

Contattami subito!

Avrai una risposta in tempi brevissimi

Nome e Cognome *

Telefono *

E-mail

Oggetto

Messaggio *

Con l'invio del presente modulo acconsento al trattamento dei dati unicamente per la richiesta in oggetto.
Consenso esplicito secondo il D.Lgs 196/2003.
Leggi l'informativa sulla Privacy

PUOI CONTATTARMI ANCHE VIA MAIL: avvsergioarmaroli@gmail.com
Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna