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omessa diagnosi tumore

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calcolo danno biologico

de jure

 

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione III Civile

Sentenza 28 aprile – 20 agosto 2015, n. 16993

(Presidente Vivaldi – Relatore Scarano)

Svolgimento del processo

 

Con sentenza dell’11/10/2010 la Corte d’Appello di Palermo ha respinto il gravame interposto dai sigg. La.Ci.Ag. , A. e G. – quali eredi della congiunta sig. D.A. , deceduta in corso di giudizio – in relazione alla pronunzia Trib. Palermo 6/9/2003, di parziale accoglimento della domanda da quest’ultima proposta nei confronti del sig. C.G. , anch’egli deceduto in corso di causa, a titolo di risarcimento dei danni sofferti in conseguenza di tardiva diagnosi, nella sua qualità di ginecologo, di carcinoma all’utero.

 

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito i sigg. La.Ci.Ag. , A. e G. , nella qualità, propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 4 motivi, illustrati da memoria.

 

Resistono con controricorso i sigg. C.G. e C. , quali eredi dei sigg. C.G. ed M.E. , quest’ultima essendo deceduta in corso di giudizio.

 

L’altra intimata non ha svolto attività difensiva.

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Motivi della decisione

 

Con il 1 motivo i ricorrenti denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 40, 41 c.p., in relazione all’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c.; nonché “omessa ed insufficiente motivazione” su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1 co. n. 5, c.p.c.

 

Con il 2 motivo denunziano “violazione e falsa applicazione” degli artt. 1681, 2054 c.c. nonché “omessa applicazione” degli artt. 2055, 1292, 1294 c.c., in relazione all’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c.

 

Con il 3 motivo denunziano “omessa, insufficiente e contraddittoria” motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, 1 co. n. 5, c.p.c.

 

Si dolgono che la corte di merito abbia erroneamente ed immotivatamente escluso la sussistenza “del nesso causale tra il ritardo diagnostico della malattia e la morte della signora D.”, facendo proprie le conclusioni della CTU disposta in sede di gravame, senza motivare sulla preferenza a questa accordata rispetto alla CTU effettuata in 1 grado.

 

Lamentano che, ritenuto in colpa il ginecologo, la corte di merito ha quindi contraddittoriamente negato “il nesso causale tra la condotta omissiva del sanitario” e la “sussistenza di tutti i pregiudizi sofferti dalla paziente e della loro diretta derivazione dalla condotta colpevole” del medesimo.

 

Si dolgono non essersi dalla corte di merito considerato che “le valutazioni tecniche rese dai consulenti nominati in secondo grado… sono inidonee ad escludere che la tardività della diagnosi abbia inciso sulla possibilità della paziente di godere di una maggiore durata di sopravvivenza”.

 

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono fondati e vanno accolti p.q.r. nei termini di seguito indicati.

avvocato a Bologna

Come questa Corte ha avuto più volte modo di porre in rilievo, in accordo con quanto osservato anche in dottrina, il debitore è di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata alla natura dell’attività esercitata (secondo una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicché deve escludersi che ove privo delle necessarie cognizioni tecniche il debitore rimanga esentato dall’adempiere l’obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell’attività esercitata); mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore, in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore di attività (cfr., con riferimento al professionista, ed in particolare allo specialista, Cass., 20/10/2014, n. 22222).

 

Atteso che la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell’attività esercitata (art. 1176, 2 co., c.c.), al professionista (e a fortiori allo specialista) è richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività da espletare (cfr. Cass., 31/5/2006, n. 12995) e allo standard professionale della sua categoria, l’impegno dal medesimo dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale o lavorativa esercitata, giacché il medesimo deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale o lavorativo della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformità alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonché del relativo grado di responsabilità (cfr. Cass., 20/10/2014, n. 22222; Cass., 9/10/2012, n. 17143).

 

Nell’adempimento delle obbligazioni (e dei comuni rapporti della vita di relazione) il soggetto deve osservare altresì gli obblighi di buona fede oggettiva o correttezza, quale generale principio di solidarietà sociale la cui violazione comporta l’insorgenza di responsabilità (anche extracontrattuale).

 

È pertanto tenuto a mantenere un comportamento leale, osservando obblighi di informazione e di avviso nonché di salvaguardia dell’utilità altrui – nei limiti dell’apprezzabile sacrificio -, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr., con riferimento a differenti fattispecie, Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 27/10/2006, n. 23273; Cass., 15/2/2007, n. 3462; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/7/2007, n. 16315; Cass., 30/10/2007, n. 22860; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; Cass., 27/4/2011, n. 9404, e, da ultimo, Cass., 27/8/2014, n. 18304).

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In tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, si è per altro verso nella giurisprudenza di legittimità precisato che l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale sia manifesti la possibilità di effettuare solo un intervento c.d. palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo conseguentemente sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, e in particolare il dolore (in ordine al quale cfr. Cass., 13/4/2007, n. 8826), che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 23/5/2014, n. 11522).

 

Danno risarcibile alla persona in conseguenza dell’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale è stato da questa Corte ravvisato anche in conseguenza della mera perdita per il paziente della chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (v. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195).

 

Si è al riguardo precisato che in tale ipotesi il danno per il paziente consegue pure alla mera perdita della possibilità di scegliere, alla stregua delle conoscenze mediche del tempo,”cosa fare” per fruire della salute residua fino all’esito infausto, anche rinunziando all’intervento o alle cure per limitarsi a consapevolmente esplicare le proprie attitudini psico-fisiche in vista del e fino all’exitus (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846).

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Orbene i suindicati principi sono stati dalla corte di merito in parte disattesi nell’impugnata sentenza.

È rimasto nella specie accertato che “il Dott. C. ebbe in cura la signora D. per un periodo di cinque mesi, dal settembre ’92 al febbraio ’93, durante il quale la paziente presentò episodi di perdite ematiche dai genitali, e che il medico … effettuò controlli clinici per cinque volte (si tratta… delle visite del 29 settembre 1992, in cui venne controllata la spirale, dell’ottobre del 1992, in cui la spirale venne rimossa, del dicembre 1992, in cui venne eseguita un’ecografia, del gennaio 1993, in cui vennero prescritti antibiotici e utero tonici, e del febbraio 1993, in cui venne eseguita un’ecografia). Il 23 febbraio del 1993 la donna si ricoverò quindi all’Istituto Materno Infantile per tre giorni, ove le fu diagnosticato il carcinoma, mediante biopsia del canale cervicale, ciò da cui può desumersi, con certezza, che il carcinoma era già presente all’atto delle visite del Dott. C. ”.

Orbene, dopo avere correttamente affermato che il comportamento nel caso dal medico mantenuto non è stato improntato alla dovuta diligenza, essendosi “con certezza” accertato che “il carcinoma era già presente all’atto delle visite del Dott. C. ” e che l’”approccio diagnostico” del medesimo fu “insufficiente” [atteso che quantomeno “in occasione del terzo controllo (dicembre ’92) o del quarto (gennaio 1993)” il “quadro patologico della D. andava approfondito… mediante l’effettuazione di esami diagnostici quali il pap test, la colposcopia e la biopsia della cervice uterina”], la corte di merito è invero pervenuta ad escludere la responsabilità del medesimo argomentando dal rilievo che “i consulenti hanno confermato che secondo l’id quod plerumque accidit, poco o nulla sarebbe cambiato circa il decorso clinico, con specifico riferimento alla forma tumorale, particolarmente maligna e aggressiva”, traendone la conferma dell’”insussistenza del nesso causale tra l’aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario”.

 

La corte di merito ha altresì escluso il risarcimento del c.d. danno da perdita di chance sofferto dalla D.A. , “per il troncante rilievo che il controverso orientamento giurisprudenziale che ne ammette la configurabilità in materia di responsabilità medica, ritiene comunque che il danno da perdita di chance sia un’autonoma voce di danno emergente, con la conseguenza che la relativa domanda è diversa rispetto a quella avente ad oggetto il mancato raggiungimento del risultato sperato”.

 

Ha del pari negato il ristoro del danno “consistente nella sofferenza patita dalla D. prima di morire durante l’agonia (danno c.d. tanatologico)”, in quanto “difetta, come già ampiamente detto, il nesso di causalità”.

 

Orbene, le suindicate ragioni e conclusioni si appalesano apodittiche ed erronee.

 

Vale al riguardo osservare che, quand’anche “la durata del ritardo diagnostico” sia da considerarsi non già di quattro mesi, come ritenuto dal giudice di prime cure, bensì quella “ridotta… a circa due mesi”, da essa ravvisata sussistere, la corte di merito non ha spiegato come mai alla mancata tempestiva individuazione da parte del C. della reale natura della malattia, che aveva invero già colpito la D. al momento della prima visita, quale forma tumorale “particolarmente maligna e aggressiva” non abbia assegnato alcuna rilevanza causale in relazione alla sopraggiunta morte, e pertanto anche sotto il segnalato profilo della possibilità di effettuazione di un intervento quantomeno di tipo palliativo, nonché quello della suindicata perdita di una doppia chance.

 

Il rilievo secondo cui il morbo ha nel caso avuto “una progressione che avvenne con modalità particolarmente rapida ed inconsuetamente tumultuosa”, per cui “poco o nulla sarebbe comunque cambiato circa il decorso clinico”, e la conclusione di “insussistenza del nesso causale tra l’aggravamento della malattia e il comportamento omissivo del sanitario” sono stati dal giudice del gravame invero, rispettivamente, formulato e trattalo senza invero considerare che anche in presenza di una situazione deponente per un prossimo ed ineluttabile exitus l’intervento medico può – come detto – essere comunque volto a consentire al paziente di poter eventualmente fruire di un intervento anche solo meramente palliativo idoneo, se non a risolvere il processo morboso o ad evitarne l’aggravamento, quantomeno ad alleviarne le sofferenze (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 23/5/2014, n. 11522).

 

A tale stregua, l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale assume allora rilievo causale non solo in relazione alla chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto ma anche per la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (cfr. Cass., 18/9/2008, n. 23846, e, conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195), intesa – come detto – quale possibilità di programmare (anche all’esito di una eventuale scelta di rinunzia all’intervento o alle cure: cfr. Cass., 16/10/2007, n. 21748) il proprio essere persona, e, quindi, in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito (cfr.Cass., 18/9/2008, n. 23846).

 

L’erroneità dell’assunto e della conclusione trattane dalla corte di merito si è quindi riverberata nel mancato riconoscimento di un ristoro dei danni subiti dalla D., e fatti valere iure hereditatis dagli odierni ricorrenti, avuto in particolare riguardo alla suindicata perdita di chance di sopravvivenza ovvero anche solo della possibilità di meglio prepararsi alla proprio fine vivendo consapevolmente, pur in tale contingenza, il proprio essere persona.

 

Né può al riguardo sottacersi come tale erroneità trovi ulteriore sintomatica conferma nel riferimento operato dalla corte di merito al diverso concetto di “danno da perdita di chance” quale “autonoma voce di danno emergente” (rectius, lucro cessante: v., da ultimo, Cass., 12/6/2015, n. 12221), e pertanto di aspetto del danno patrimoniale, laddove questa Corte ha già avuto modo di precisare che “il concetto di patrimonialità va correlato al bene in relazione al quale la chance si assume perduta e, quindi, in riferimento al danno alla persona ad una chance di conservazione dell’integrità psico-fisica o di una migliore integrità psico-fisica o delle condizioni e della durata dell’esistenza in vita” (così Cass., 18/9/2008, n. 23846).

 

Per altro verso, la suindicata erroneità si è ripercossa nella negazione del ristoro del c.d. danno tanatologico “consistente nella sofferenza patita dalla D. prima di morire durante l’agonia”.

 

Danno da questa Corte, anche a Sezioni Unite, indicato in termini di danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773), quale danno dalla vittima subito per la sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, per la cui configurabilità assume rilievo il criterio dell’intensità della sofferenza provata (v. Cass., 8/4/2010, n. 8360; Cass., 23/2/2005, n. 3766; Cass., 1/12/2003, n. 18305; Cass., 19/10/2007, n. 21976; Cass., 24/5/2001, n. 7075; Cass., 6/10/1994, n. 8177; Cass., 14/6/1965, n. 1203. In tema di c.d. danno catastrofico v. già Cass., 2/4/2001, n. 4783), a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima richiesto per la liquidazione del danno biologico terminale (in ordine al quale v. Cass., 28/8/2007, n. 18163; Cass., 16/5/2003, n. 7632; Cass., 1/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783; Cass., 10/2/1999, n. 1131; Cass., 29/9/1995, n. 10271).

 

Dell’impugnata sentenza – assorbiti ogni altro e diverso profilo e il 4 motivo – s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Palermo, la quale in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo dei suindicati disattesi principi applicazione.

 

Il giudice di rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie p.q.r. il ricorso. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Palermo, in diversa composizione.

 

In tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia neonatale (concretatasi, nella specie, in una invalidità permanente al 100 per cento), possa apparire riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all’anzidetta condotta da un nesso di dipendenza causale), il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale (rettamente intesa come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto dall’art. 1227, primo comma, cod. civ.), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione della regola di cui all’art. 41 cod. pen. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione e l’omissione e l’evento), così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (rettamente intesa come relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi) onde ascrivere all’autore della condotta, responsabile “tout court” sul piano della causalità materiale, un obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione patologica del danneggiato che, a sua volta, non sia eziologicamente riconducibile a negligenza, imprudenza ed imperizia del sanitario.

Con riferimento al concepito, la giurisprudenza riconosce ormai pacificamente il diritto al risarcimento del danno alla salute e all’integrità fisica eventualmente cagionatogli (ad esempio dalla condotta imperita del medico) prima o durante il parto (Cass. 11 maggio 2009, n. 10741 e, prima ancora, Cass. 9 maggio 2000, n. 5881); così come anche il diritto al risarcimento del danno sofferto a seguito dell’uccisione del padre ad opera di un terzo (per incidente stradale) quando ancora la gestazione era in corso (Cass. 3 maggio 2011, n. 9700; in senso contrario parrebbe Cass. 21 gennaio 2011, n. 1410), fermo restando il principio dettato al II comma dell’art. 1 c.c., ossia fermo restando che i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita: potranno essere fatti valere solo se e quando avvenga la nascita, altrimenti dovranno considerarsi come mai entrati nella sua sfera giuridica.

 

La dottrina è orientata nel senso che, qualora la condotta colposa posta in essere dal singolo medico si sovrapponga a quella di altri sanitari, il precetto concreto di diligenza a cui attenersi nel caso concreto dovrà far riferimento al cd “principio di affidamento”, in base al quale ogni soggetto non dovrà ritenersi obbligato a delineare il proprio comportamento in funzione del rischio di condotte colpose altrui, atteso che potrà sempre fare affidamento sul fatto che gli altri soggetti agiscano nell’osservanza delle leges artis  (M.Mantovani, IL principio di affidamento nella teoria del reato colposo, Milano, 1997)

La giurisprudenza, al contrario, ha tracciato tre orientamenti in materia di colpa medica da lavoro di equipe:

I criteri di attribuzione della responsabilità per colpa sono correlati al grado di specializzazione ed esperienza dell’operatore. Poiché l’intervento chirurgico richiede un determinato grado di specializzazione, i parametri si innalzano in relazione alla specificità della preparazione e dell’esperienza (Cass. Sez. IV 2.12.2008).

 

Il medico – in qualità di parte contraente – deve comportarsi secondo buona fede.

Nel contratto di prestazione di opera intellettuale, quale è l’attività medica, le obbligazioni assunte dal professionista sono, a seconda della teoria accettata, obbligazioni di mezzi [7] oppure di risultato .

Nella obbligazione di mezzi trova applicazione la norma di cui all’art. 1176 c.c. [9], per cui il debitore deve provare che il suo comportamento sia stato diligente; mentre nella ipotesi della obbligazione di risultato si applica l’art. 1218 c.c. [10] con la conseguenza che la diligenza adoperata dal debitore è irrilevante ai fini della esclusione della responsabilità circa i risultati raggiunti.

La natura [11] della responsabilità del medico nei confronti del paziente è ancora controversa in giurisprudenza anche se esiste una prevalenza della tesi favorevole a ricondurre tale tipologia di obbligazione a quella di mezzi . Di conseguenza il medico, ai fini della obbligazione assunta, risponderebbe della adeguatezza o meno del proprio comportamento professionale e non dei risultati raggiunti.

 

 

Danno da morte per omessa diagnosi

           

 

La omessa o ritardata diagnosi

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“Sussiste la responsabilità professionale del medico curante che per non aver disposto il ricovero ospedaliere al paziente colpito da un infarto miocardio acuto, complicato da scompenso cardiaco, laddove il medico curante, nonostante sia stato contattato ripetutamente, non abbia ritenuto necessario predisporre il ricovero. L’accertamento peritale dal quale si evinca che un tempestivo ricovero ospedaliero con conseguente inquadramento diagnostico ed un altrettanto tempestivo trattamento terapeutico, pur non garantendo la sopravvivenza del paziente, certamente avrebbe ridotto il tasso di mortalità induce a ritenere che il paziente, se tempestivamente ricoverato e sottoposto a trattamenti idonei, avrebbe avuto una possibilità di sopravvivenza attestata intorno al 50%-70%. Alla luce di siffatte considerazioni deve concludersi per la sussistenza del nesso causale tra la condotta del medico, della quale deve ritenersi accertata la natura colposa, e la morte del paziente. Ne consegue il diritto degli eredi al risarcimento del danno non patrimoniale rappresentato dalla sofferenza soggettiva conseguente alla perdita del rapporto parentale. Detto danno deve certamente ritenersi sussistente in capo ai figli del deceduto in quanto facenti parte del nucleo familiare che naturalmente si forma

per articolare un giudizio sulla colpa ispirato al canone del rimprovero personale si dovrà porre speciale attenzione alle peculiarità del caso concreto; ci si dovrà dedicare a considerare i tratti della specifica vicenda, in linea con le istanze che si sono espresse nella recente giurisprudenza di legittimità. Allora, non si potrà mancare di valutare la complessità, l’oscurità del quadro patologico, la difficoltà di cogliere e legare le informazioni cliniche, il grado di atipicità o novità della situazione data. Neppure si potrà trascurare la situazione nella quale il terapeuta si trovi ad operare: l’urgenza e l’assenza di presidi adeguati rendono difficile anche ciò che astrattamente non è fuori dagli standard. E quanto più la vicenda risulti problematica, oscura, equivoca o segnata dall’impellenza, tanto maggiore dovrà essere la propensione a considerare lieve l’addebito nei confronti del terapeuta che, pur uniformandosi ad una accreditata direttiva, non sia stato in grado di produrre un trattamento adeguato e determini la negativa evoluzione della patologia (Cass. pen., 29.01.2013, n. 16237).

Corte di Cassazione, sez. IV, penale, sentenza 11 marzo 2013, n. 11493

Medici – Responsabilità professionale – Colpa – Linee guida – Novum normativo ex legge 189/2012 – Rilevanza – Limiti. (Cp, articolo 43; legge 8 novembre 2012 n. 189)

In tema di responsabilità professionale del medico, il novum normativo introdotto con l’articolo 3 della legge 8 novembre 2012 n. 189, secondo cui «l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non rispon- de penalmente per colpa lieve», non può essere invocato allor- quando i profili di colpa contestati riguardano la prudenza e la negligenza, giacché le linee guida contengono solo regole di perizia e non afferiscono ai profili di imprudenza e di negligenza. In ogni caso, comunque, quando si discuta della perizia del medico, affinché le linee guida possano avere rilievo nell’accerta- mento della responsabilità, occorre si tratti di linee guida che indichino standards diagnostico-terapeutici conformi alle regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente e che non risultino, invece, ispirate a esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente. Infatti, solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica è possibile utilizzarle come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico e attraverso le indicazioni dalle stesse fornite è possibile per il giudicante – anche, se necessario, attraverso l’ausilio di consulenze rivolte a verificare eventuali particolarità specifiche del caso concreto, che avrebbero potuto imporre o consigliare un percorso diagnostico-terapeutico alternativo – indi- viduare o escludere eventuali condotte censurabili secondo il parametro di riferimento indicato dall’articolo 3 della legge 189/2012.

Corte di Cassazione, sez. IV, penale, sentenza 9 apri- le 2013, n. 16237

Professionisti – Medici e chirurghi – Articolo 3 della legge 8 novembre 2012, n. 189 – Depenalizzazione par- ziale degli articoli 589 e 590 del Cp – Condizioni.

In tema di responsabilità medica, l’articolo 3 della legge 8 novembre 2012, n. 189 esclude la rilevanza della colpa lieve a quelle condotte che abbiano osservato linee guida o pratiche terapeutiche mediche virtuose, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica. (Nella specie, la Sc ha osservato che la norma ha dato luogo a una “abolitio criminis” parziale degli articoli 589 e 590 del codice penale, avendo ristretto l’area del penalmente rilevante individuata da questi ultimi e avendo ritaglia- to implicitamente due sottofattispecie, una che conserva natura penale e l’altra divenuta penalmente irrilevante).

  • Ced, Cassazione, 2013

 

 

Danno da perdita di chance

La Suprema Corte è andata oltre all’ipotesi di responsabilità per morte conseguente alla omessa diagnosi del professionista, riconoscendo la risarcibilità da perdita di chance di sopravvivenza.

La domanda per perdita di chances è quindi ontologicamente diversa dalla domanda di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato, perché in questo secondo caso l’accertamento è incentrato sul nesso causale, mentre nel primo oggetto dell’indagine è un particolare tipo di danno, e segnatamente una distinta ed autonoma ipotesi di danno emergente, incidente su di un diverso bene giuridico, quale la mera possibilita del risultato finale (della sopravvivenza del paziente)

La Suprema Corte, in una recente pronuncia (Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 ottobre – 29 novembre 2012, n. 21245

Presidente Trifone – Relatore Amendola) ha ribadito l’esistenza e la risarcibilità della chance quale posta patrimoniale autonoma, rigettando tuttavia il ricorso presentato, proprio in quanto gli attori non avevano (come invece avrebbero dovuto fare) formulato una domanda in tal senso avendo domandato esclusivamente il risarcimento del danno per la morte del loro congiunto, conseguente ad assunto errore diagnostico ed omesso intervento chirurgico. La predetta pronuncia, testualmente, recita“In merito alla responsabilità del sanitario, è venuto meno il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova ai sensi dell’art. 2697 c.c. Esso è identico sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione, sia che agisca al fine di ottenere il risarcimento del danno per l’inadempimento. Così, in merito alla prova del nesso di causalità, l’inadempimento rilevante è soltanto quello che costituisce la causa ovvero la concausa efficiente del danno; ne consegue pertanto che il creditore che agisca per l’inadempimento ha l’onere di allegare un inadempimento qualificato, ovvero astrattamente idoneo alla produzione del danno. E’ onere del debitore, poi, dimostrare che siffatto inadempimento non vi sia stato o che, pur essendovi stato non ha causato il danno. Orbene, nel caso di specie ha diritto a veder risarcito il danno sofferto, in occasione di un intervento di escissione di un tatuaggio dalla spalla destra, (danno consistente in un’enorme cicatrice), la paziente nei cui confronti il sanitario non abbia dato prova di aver diligentemente adempiuto la prestazione emergendo, dagli atti di causa, l’errore diagnostico dallo stesso compiuto nel garantire la perfetta riuscita dell’intervento in due sole sedute di laserchirurgia” (Tribunale di Nola, Sezione 2 Civile, Sentenza 26 luglio 2010, n. 1896).

Il TRIBUNALE ORDINARIO  di VENEZIA, terza sezione civile, in funzione di giudice unico, nella persona del dott. Enrico Stefani, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile rubricata al n. 4534/200 promossa con atto di citazione notificato 19, 21 e 25 settembre 2000 a mezzo assistenti Unep C.A. Venezia da

*** ***, per sé e per il figlio minore *** ***, nonché *** ***, con il proc. dom. Avv.to Antonio Colucci, per mandato a margine dell’atto di citazione,

attori

*** ***, gli Avv.ti, anche domiciliatari,  Angelo Lino e Matteo De Poli, nonché Lorella Rosso, per mandato a margine della comparsa di risposta,

S.R.L. 3 CENTRO *** ***, con il proc. dom. Avv.to  Antonio Bertoli, per mandato a margine di comparsa di nuovo difensore, con domicilio eletto presso l’Avv.to Mauro Manfren

convenuta

NUOVA *** ASS.NI, con il proc. dom. Avv.to Maurizio Guidoni, per mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione per chiamata di terzo

terza chiamata

Compagnia *** ass.ni in Liquidazione,

terza chiamata contumace

Causa trattenuta in decisione sulle seguenti conclusioni delle parti costituite:

per gli attori: condannare il dott. *** ed il Centro *** *** s.r.l.  in solido, a risarcire agli attori i danni tutti subiti e subendi, morali, materiali e biologici nella misura di lire 1.000.000.000 o quella diversa maggiore o minor somma che sarà determinata in corso di causa, ovvero di giustizia per i fatti di cui in premessa e ciò  sia nella loro qualità di eredi della compianta *** *** sia per i danni diretti ricevuti. Con vittoria di spese;

per *** ***: conclude come da foglio allegato all’udienza di precisazione delle conclusioni;

per Centro *** ***: precisa le conclusioni come in comparsa di riposta e citazione per chiamata in data 5.12.2000; in via istruttoria: ammettersi .le prove dedotte e non ammesse e disporsi supplemento peritale per rispondere alle osservazioni alla c.t.u.  svolte dal c.t.p. con la comparsa di costituzione di nuovo difensore; spese rifuse; dichiara di non accettare il contraddittorio su domande nuove

per Nuova *** ass.ni: precisa le conclusioni come in comparsa di risposta e dichiara di non accettare il contraddittorio su eventuali domande nuove.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con l’atto in epigrafe gli attori agivano per il ristoro di ogni danno sofferto a causa di ritardo diagnostico di carcinoma maligno in danno dell’avente causa, nelle more deceduta, *** ***, già rivoltasi, sin dal 1990 al professionista convenuto presso il centro diagnostico sopra epigrafato, ottenendo, con assunta imperizia e negligenza, mera diagnosi di infiammazione vaginale, con inutili somministrazioni di terapie negli anni successivi ed ulteriore grave errore diagnostico, come ulteriore conseguenza di denunciata imperizia, risalente al 1994, in questo caso consistente nella diagnosticata infiammazione alla cervice, tanto a fronte dell’accertata esistenza di carcinoma maligno all’utero, infine risalente all’anno successivo, il 1995, come conseguenza della consulenza di altro perito professionista, quanto sopra documentato l’esito del procedimento penale, anche in punto accertamenti peritali della pubblica accusa in sede penale, sfociato ex art. 444 c.p.p. nell’applicazione di pena patteggiata, riferita, come da detta perizia, la responsabilità dell’occorso ad entrambi i convenuti, quanto al secondo, in virtù, nella specie, di rapporto di dipendenza e/o collaborazione del medico convenuto nel Centro diagnostico, in fatto, per incompetenza nella esecuzione degli esami diagnostici, con dedotto rapporto di causalità tra detto ritardo e lo sviluppo letale del carcinoma.

Il *** contestava la domanda.

Descriveva il proprio rapporto con il centro pur convenuto negando rapporto di dipendenza.

Nel merito della pretesa negava ogni astratta responsabilità nulla avendo l’esponente a che fare con l’indagine di laboratorio funzionale alla lettura dei vetrini, con relativa eventuale erroneità dei referti relativi, tanto con riferimento alla lettura dei pap test eseguiti.

Con domanda subordinata di garanzia contro il convenuto Centro ***.

Il convenuto Centro *** contestava ogni profilo di responsabilità allegando la mancanza di rapporto con il ***, agendo questi in completa autonomia.

Nel merito allegava la professionalità del predetto e, in ogni caso, la propria personale diligenza in eligendo avendo ospitato stimato professionista.

Con chiamata in garanzia della *** ass.ni e della Nuova *** ass.ni, azionando le relative garanzie contrattuali, collocandosi parte dei fatti contestati in epoca precedente l’anno 1993.

Nuova *** ass.ni s.p.a. premessa la messa in liqudazione da d.m. 30.7.1993, pubblicato sulla G.U. 178/1993, con trasferimento alla Praevidentia s.p.a. e successiva nuova denominazione in Nuova *** s.p.a., allegava il proprio difetto di legittimazione passiva riferendosi l’eventuale condotta colposa ad epoca antecedente il 1993, con copertura, semmai, della *** ass.ni s.p.a..

Eccepiva la maturata prescrizione della garanzia contrattuale ex art. 2952 II e III comma c.c.  attesa l’epoca della denuncia del sinistro, 6.11.2000.

Nel merito faceva proprie le difese dell’assicurata indicando comunque un massimale di polizza di lire 1.000.000.000..

Radicatosi il contraddittorio, veniva espletata c.t.u. medico legale.

All’esito la causa, previa istruzione anche documentale, era trattenuta in decisione sulle epigrafate conclusioni.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Le domande attoree sono fondate e nei limiti in cui si dirà meritano accoglimento.

In punto di fatto le emergenze tutte di causa, come riferibili  al precedente iter giudiziario e alla stessa  espletata c.t.u. in corso di causa, fanno ritenere l’eclatante responsabilità delle parti convenute nella causazione dell’evento luttuoso.

Segnatamente, anticipando sin d’ora le conclusioni predette, v’è da affermare la responsabilità dei convenuti per negligenza nella mancata diagnosi della grave patologia che  causò la morte della ***.

Gli accertamenti eseguiti in lungo lasso di tempo presso il Centro *** convenuto non misero in evidenza la vera patologia ovvero carcinoma squamoso papillare invasivo della cervice uterina: una diagnosi tempestiva, con trattamento precoce della lesione cervicale, avrebbe portato ragionevolmente alla guarigione, salva l’incidenza menomante dell’intervento.

Orbene la prevenzione di tumori della cervice uterina, come osserva il c.t.u. nel suo completo e assai chiaro elaborato, si basa sulla esecuzione seriata aut seriale del noto test di Papanicolau (cd. Pap Test) che consiste nel prelievo di cellule esfoliative della cervice medesima, strisciate su un vetrino, che, colorato, viene sottoposto ad analisi microscopica da un citologo, con relativo referto.

Nei cinque anni in cui la *** ebbe a presentarsi presso il Centro ebbene tutti i risultati diedero esito negativo, e tutti erroneamente.

Non ravvisandosi la presenza di cellule tumorali sospette non si ritenne di suggerire alla paziente alcun altro accertamento per precisare il sospetto di patologia neoplastica.

La revisione critica dei detti vetrini e relativi referti, infine svolta anche in sede di indagini penali, evidenzia, e v’è inconfutabile riscontro in atti, come si consumò una non corretta lettura dei preparati i quali, se letti con sufficiente competenza, avrebbero consentito l’individuazione della patologia precancerosa ergo, e questo è il punto, tempestiva cura quand’anche invasiva.

E’ vero che i referti furono esaminati in sede penale senza contraddittorio; né oggi essi, quanto ai vetrini, sono disponibili, senza alta possibilità di un giudizio ulteriore e di revisione.

Sono tuttavia disponibili i referti istologici che, come osserva il c.t.u., meritano un esame approfondito.

Orbene i referti sono stilati su foglio prestampato del Centro convenuto; mancano di sottoscrizione ma sono ad esso Centro riferibili, quand’anche come si assume, altrove fossero stati eseguiti gli esami relativi.

Un referto manca anche di data certa, ma può attribuirsi a prelievi dell’anno 1992, anche attraverso il confronto incrociato e critico dei dati con la cartella clinica della paziente.

I dati predetti, la mancanza della data, in un caso, e della sottoscrizione del citologo, in tutti i casi, sono di per sé, dati apprezzabili dal punto di vista della grave negligenza, essendo inconcepibile che un referto rilasciato da Centro ad hoc interpellato, e non sporadicamente, non indichi espressamente il nome del citologo che ha provveduto alla lettura e alla diagnosi.

Come dire, un anonimato sospetto.

Gli è tuttavia che i metodi applicati, e questo è dato davvero dirimente, appaiono, per espressa affermazione del c.t.u., ostetrico e ginecologo, ebbene illo tempore già obsoleti e che alla classificazione ivi utilizzata, da tempo, altri centri clinici preferivano, come la miglior scienza ed esperienza dell’epoca imponeva anche secondo un giudizio ex ante, altra classificazione, c.d. O.M.S, e, successivamente, quella denominata CIN  (esse in epoca erano invero usate contemporaneamente).

Il c.t.u. si sofferma con chiari dettagli e riferimenti di letteratura medica non seriamente discutibili sullo stato dell’arte delle metodologie diagnostiche conosciute negli anni interessanti ai fini di causa, in sostanza il quinquennio 1990 – 1995.

Orbene, afferma il perito, “usare”, in allora, “ ancora la classificazione di Papanicolau, dopo e malgrado l’esposto percorso scientifico sull’argomento, è indice di grave arretratezza culturale, di assenza di aggiornamento che si configura come negligenza ed imperizia nello svolgimento degli incarichi diagnostici affidati.

V’è di più.

Il controllo di qualità che investe gli esami (investiva aut avrebbe dovuto investire) prevede (prevedeva) che il centro *** interpellato, si osserva, reiteratamente interpellato ad hoc, la lettura di decine di migliaia di preparati all’anno, allo scopo di godere di una attendibile casistica di patologia sufficiente e, conseguentemente, osserva il perito  “possedere una esperienza adeguata nella materia …(omissis)…(esso controllo) ….prevede che ci siano letture in doppio, che ci sia una revisione dei casi positivi, un confronto con altri centri di citologia….”…laddove “…non v’è evidenza alcuna che il centro (convenuto) avesse attivato alcuna di queste procedure e viceversa sembra evidente come fosse lontanissimo dal porsi tali problematiche”.

Fu l’arrettratezza culturale, evidente in atti, su cui si fondava la classificazione adottata dal Centro di ***  e la conseguente inadeguatezza a svolgere una corretta diagnosi citologica, la causa prima ed efficiente del difetto di diagnosi, solo intempestivamente giunta per mezzo di terzi spieganti normale e comune, dunque esigibile diligenza.

L’intempestività della diagnosi è a sua volta causa efficiente della morte della paziente aut cliente che ben avrebbe potuto operarsi con probabilità pressocchè assoluta di sopravvivenza.

La responsabilità contrattuale del Centro convenuto non può dunque essere seriamente posta in dubbio sia per la colpa elettiva (l’ignoto ignorante citologo che utilizzo metodologie del tutto inadeguate), sia per l’omessa vigilanza circa la diffusione di inattendibili referti citologici neppure sottoscritti, in sostanza anonimi.

Da tale ultimo punto di vista è opportuno partire per occuparsi della (solidale) responsabilità del convenuto ***.

La condotta del professionista, osserva, ad onor del vero, il perito è stata forviata dalle erronee ripetute refertazioni negative dei pap test somministrati alla ***: ulteriormente “…qualora una corretta ed aggiornata lettura dei pap test avesse avanzato il sospetto o la certezza di patologia si sarebbero potuti attivare ulteriori  accertamenti molto più precocemente di quanto non sia avvenuto in altra sede; la *** avrebbe goduto in allora  di diagnosi precoce e dei trattamenti conseguenti evitando il tragico calvario cui è incorsa”.

Tali lapidarie e condivisibili conclusioni, oltre che confermare la certa responsablià del centro ***, pongono l’attenzione sul ruolo del ***, sia con riferimento ai dati storici e di fatto emersi in causa che, più congruamente, con riferimento alla stessa qualificazione giuridica del rapporto *** –  *** e *** – Centro ***, con quanto ne consegue dal punto di vista della diligenza esigibile e della natura della prestazione promessa e fornita (ovvero non adeguatamente fornita, dunque dal punto di vista dell’inadempimento, invero grave, agli obblighi assunti).

Il *** operava nel centro con continuità.

Va escluso un rapporto di incardinazione o dipendenza.

Trattasi di collaborazione autonoma.

Ivi il ***, utilizzando i mezzi del centro, incaricato della lettura dei vetrini raccolti dal *** medesimo, seguiva i pazienti e la *** in particolare, nell’economia di controlli periodici.

Ivi, quale medico specialista, il ***, tuttavia, fornì diagnosi errata ravvisando sintomi di una semplice infiammazione.

Il *** direttamente ovvero attraverso l’ausilio del personale del centro, ma sotto la sua diretta direzione e sorveglianza, eseguiva i prelievi di materiale destinato all’esame citologico.

Ricevette dalla paziente, all’inizio di quello che si estrinsecò come un vero e proprio rapporto continuativo riconducibile alla prestazione d’opera, un referto, siamo nel 1989, in particolare una biopsia che manifestava una condizione displastica.

Quale esperto di citodiagnsotica, addetto dunque ai prelievi, e quale responsabile sin dal 1991 del reparto di citodiagnostica del Centro convenuto (cfr. deposizione del teste ***), il *** sin dal 1990 eseguì o fece eseguire sotto il di lui controllo i vetrini destinati all’indagine; eseguì altri prelievi nei cinque anni successivi, davvero un lungo periodo, e pose a fondamento di una diagnosi clamorosamente errata – che facilmente poteva essere evitata con una semplice biopsia – numerosi altri vetrini.

Detti vetrini, per chiare emergenze di causa, erano, seppure non siano a tutt’oggi visionabili, per così dire malfatti e poco attendibili.

V’è di più.

Nella prestazione del *** va certo ricompressa la diligente lettura dei referti, seppure evidentemente da altri eseguita.

Il *** doveva essere a conoscenza della metodologia applicata, dunque coglierne l’inadeguatezza, per lo più persistendo una fastidiosa e allarmante sintomatologia della paziente.

Che l’inadeguatezza dei prelievi ovvero l’inadeguattezza dei criteri di lettura e della metodologia ovvero entrambi i fattori siano i fatti causalmente efficienti del clamoroso errore diagnostico, tanto premesso, è del tutto irrilevante.

Quale specialista il *** doveva verificare la attendibilità dei vetrini da lui stesso raccolti, la bontà della metodologia applicata, l’attendibilità dei referti, ed omise, ciò malgrado, la dovuta vigilanza nel controllo dell’operato di coloro che a tutti gli effetti, indipendentemente da un rapporto di incardinazione, di fatto collaboravano con lui nell’espletamento di attività specialistica.

Anche la stessa scelta, prezzolata, di collaborare con un centro evidentemente inadeguato, è causa della mancata tempestiva e salvifica diagnosi, non foss’altro per la qualità e titolarità del professionista che, di fronte a referti addirittura neppure sottoscritti, reiterandosi i controlli, i prelievi e i referti medesimi, perdurando la sintomatologia palesemente sospetta, ebbene omise approfondimento diagnostico alcuno.

In termini sintetici è al Centro convenuto che va imputata la paternità dei referti; ed è al professionista che (anche) il quel contesto operava che spettava l’obbligo, spiegando normale diligenza, di verificare la validità della metodologia applicata.

Sicchè che il Centro fosse o non fosse realmente attrezzato, materialmente e culturalmente, per una corretta diagnostica citologica è irrilevante, anche con riferimento alla posizione del *** che decise di operarvi all’interno.

Trattasi come anticipato di responsabilità solidale.

In entrambi i casi si tratta inoltre di un rapporto socialmente tipizzato che certo investe la responsabilità contrattuale dei convenuti.

La *** “era in carico” presso il centro convenuto, così come presso il professionista che ivi operava ed ebbe ad operare per molti anni, non limitandosi certo alla sola lettura di un referto.

Null’altro si ritiene di aggiungere in punto responsabilità.

Quanto all’ambito del danno risarcibile si osserva ciò che segue.

*** *** è morta il 20.7.1999, all’età di 43 anni.

Le fu diagnosticato, come detto assai intempestivamente, e solo nel 1995, da parte e per opera del dott. *** di Mestre, dopo semplice biopsia, e successivo esame istologico, un carcinoma squamoso papillare invasivo della cervice uterina.

Nel giugno successivo l’intervento chirurgico di apprezzabile invasività, con isterectomia radicale.

Nell’agosto successivo un nuovo ricovero presso la Divisione di Curieterapia dell’ospedale civile di Mestre, con applicazioni aut somministrazione di terapia radiante esterna; la finestra “libera” dalla malattia ovvero dalla sua eclatanza  ebbe presto termine, nell’aprile 1997; seguirono due ricoveri e inutili cure chemioterapiche, poi, dopo lunga agonia, la morte.

  1. A)    Danno iure hereditatis.

1) La prima voce di danno che il Tribunale deve liquidare investe il danno direttamente sofferto dalla vittima,  iure hereditatis oggi azionato dagli eredi.

E dunque è il doloroso cammino e l’agonia della dante causa che a tal fine rileva.

Limitare l’ambito del danno con sterile meccanicità, alla c.d. inabilità temporanea, la lunga durata della malattia, non appare al Tribunale ne’ congruo né sufficiente.

Ma di questo si dirà.

  1. a) In punto danno biologico vanno in ogni caso dimesse seppur brevi considerazioni.

Il fatto illecito per cui è causa, consistendo in diagnosi intempestiva, non si presta ad una semplice lettura in termini di rapporto casuale diretto ed efficiente tra condotta antigiuridica e malattia che ne conseguì.

La *** in ogni caso, se la diagnosi fosse stata tempestiva, avrebbe in ogni caso subito un duro cammino terapeutico: dall’esito clinicamente fausto, questo è quasi certo, se non certo, ma in ogni caso non scevro, a prescindere dalla antigiuridicità dell’altrui condotta, da implicazioni oggettivamente negative, sia se riferite alla malattia, sia se riferite alla diminuzione, conseguenza necessitata ed ovvia, della integrità psico fisica della interessata (come conseguenza diretta di un invasivo intervento chirurgico che, per ipotesi, e per necessaria semplificazione, ben può porsi come eseguibile sin dall’inizio degli anni ‘90).

Anche con riferimento al danno biologico strettamente inteso, dunque, si impone un doloroso e per certi aspetti paradossale confronto teorico, ex post, tra il quadro *** complessivo che la diligente condotta dei convenuti avrebbe in ogni caso determinato e il quadro, storico, e provato in atti per tabulas, subito, non viene alla mente termine più pertinente, dalla dante causa degli odierni attori.

Anche attraverso il doveroso e lecito ricorso alla prova per presunzione semplici, ciò premesso, ritiene il Tribunale adito che i due quadri di confronto, nell’ottica di un danno biologico quasi differenziale, in fondo siamo di fronte alle conseguenze lesive di una omissione, possa essere, per grandi linee, il seguente.

La paziente, se tempestivamente inviata ove opportunatamente doveva, si sarebbe operata gia’ nel 1990; oggi, viva  e vegeta, dovrebbe convivere e condividere una probabile sterilità, come conseguenza della isterectomia (le considerazioni che precedono e seguono saranno poi valorizzate anche dal punto di vista del danno non strettamente biologico né morale ( danno da reato), bensì non patrimoniale che la interessata ebbe a patire e che oggi ben possono azionare gli eredi, nei limiti della prova come raggiunta anche  per presunzioni semplici e nei limiti delle pur necessarie allegazioni).

Orbene, ferma la concettuale improspettabilità di un danno biologico permanente in presenza di evento infine letale, *** *** avrebbe, se tempestivamente curata, sofferto di certa malattia e riabilitazione, per un tempo ragionevole  e certamente ben lontano dai lunghi tempi del calvario che la diagnosi, ormai di condanna, infine, tardi, troppo tardi, intervenne.

Il confronto logico ancor prima che giuridico, in punto danno biologico stricto sensu inteso, deriva dunque dal confronto tra gli esiti di un assai invasivo intervento e conseguente riabilitazione e anni di sofferenza, non solo strettamente legati al tempo decorso tra la diagnosi e la morte, ma anche riferiti ai cinque anni precedenti, laddove, pur in assenza di congrua (e ben facile, che lo si dica) diagnosi, ebbene  l’interessata ebbe pur sempre a soffrire, seppure nella dolorosa ed ansiosa ignoranza, ma di questo si parlerà poi, della sua vera malattia.

In tale ottica, dunque, chiaramente dettate le coordinate differenziali in oggetto il Tribunale, con ricorso tanto ineludibile quanto legittimo al criterio anche equitativo e con ovvia espressione del danno in valori attualizzati, liquida l’importo di euro 81.760,00, cosi’ determinato, con ulteriore riferimento ai criteri adottati, al lungo tempo trascorso in stato di incerta e poi certa malattia, quasi nove anni, a fronte, con ogni ragionevolezza, di uno stato di inabilità temporanea la cui durata non avrebbe superato i due anni.

Per gli amanti della matematica il Tribunale aggiunge ulteriori dati numerici: anni nove di malattia a fronte di anni due = anni sette = giorni 2555 = (calcolando euro 32.00 al giorno) euro complessivi 81.760,00.

  1. b) Al danno biologico da inabilità temporanea come sopra liquidato si aggiunge more solito, evidente la rilevanza penale della condotta dei convenuti, il danno morale, il pretium doloriis strettamente inteso.

Va liquidato, attesa l’intensità della colpa, invero grave, e alla luce delle note tabelle del Tribunale adito, anche il danno morale, strettamente inteso, che, anche in questo con espressione ineludibilmente equitativa e con valori attualizzati, il Tribunale indica nella somma complessiva, pari al 60% di quanto rifuso al titolo precedente, di euro 49.056,00.

  1. c) Come anticipato *** ***, e per essa gli eredi, soffrì, in vita, di un ambito di danno diverso ed ulteriore dal mero pretium doloriis (b) e dalla inabilità temporanea (a).

Deve farsi ora mente locale alla condizione psicologica, quand’anche come non allegato e non provato non apprezzabile in termini strettamente rilevanti dal punto di vista psico patologico, di persona che scopra, in non rapido succedersi: I) di essere affetta da carcinoma maligno e letale; II) di nulla poter fare a riguardo, salvo vivere l’agonia con dignità, nella consapevolezza della sostanziale inutilità della stessa e della evitabilità della medesima, il tutto come conseguenza della antigiuridicità manifesta dell’altrui condotta.

Trattasi di danno risarcibile’

La risposta non può che essere positiva.

Trattasi certamente di danno non patrimoniale, in quanto non direttamente incidente sulla concorrenzialità dell’interessata sul mercato del lavoro e sulla capacità reddituale.

Nulla che abbia a che fare con il danno emergente aut lucro cessante.

Eppure *** *** convisse, e a  lungo, nella conflittualità disperata e nella consapevolezza della evitabilità degli eventi, quanto meno dal 1995, e ancora nel doloroso patimento di una patologia tempestivamente diagnosticabile; suo malgrado, e così condivise con i familiari, nella consapevolezza della di lei diligente quanto inutile sottoposizione a controlli diagnostici, prima l’incertezza del suo stato, poi la certezza del medesimo, lentamente abbandonando i propri affetti e la propria relazionalità, come la propria famiglia, sospesa tra inutili interventi invasivi della sua stessa qualità di donna, dubbi di improbabile guarigione, nel contesto di una ineluttabile e lenta agonia, non solo fisica ma anche mentale, nutrendo, con ogni ragionevolezza, la consapevolezza della morte, quale esito pressocchè certo di un doloroso cammino chirurgico e nella consapevolezza, quasi paradossale, come detto, della ragionevole evitabilità di tale assurdo esito.

Siamo di fronte ad un danno autonomamente apprezzabile.

Il protrarsi, per almeno quattro anni, di una dolorosa agonia, consapevolmente inutile, il cui impatto sulla qualità della vita della interessata non è seriamente dubitabile: questo il danno in commento.

Un danno, appunto, non patrimoniale.

Comunque lo si voglia definire.

Danno, dunque, certamente connotato da uno spiccato effetto privativo: nella indiscutibile incidenza sulla qualità della vita, della capacità di relazionarsi, secondo parametri di normalità, con il contesto familiare e sociale.

Per gli amanti delle categorizzazioni e per i soloni nemici della c.d. duplicazione delle voci risarcitorie si aggiunge che:

–         la nota categoria del c.d. danno esistenziale non pare a chi scrive esaurire l’impatto dannoso degli eventi descritti sub. c) sulla sfera giuridica della vittima; al certo ed evidente effetto spiccatamente privativo dal punto di vista della concorrenzialità sociale,del diritto di vivere spiegando tutte le proprie energie, ovvero quelle che una tempestiva diagnosi avrebbero consentito di realizzare, si aggiunge qualcosa di più. Si tratta della consapevolezza di una ingiusta condanna a morte, una lenta inutile agonia; un danno, dunque, definibile come danno da agonia;

–         che non v’è luogo di dubitare dell’autonomia della voce di danno in esame rispetto al danno morale da reato – lesioni gravissime – come liquidato sub. b); *** ***, infatti, non ha soltanto sofferto, ex art. 2059 c.c., le dolorose conseguenze della malattia, in quanto più lunga della durata ragionevole della stessa nel caso di tempestiva diagnosi ed adempimento della prestazione; *** *** ha convissuto con la consapevolezza della morte, tanto imminente quanto evitabile; riprendendo il proposto paragone, quello della condizione del soggetto condannato a morte, beh, v’è di più, nella specie, perché detta condanna era stata pronunciata nei confronti di un innocente; sicché sarebbe paradossale non cogliere la differenza onotologica tra il c.d.  pretium doloris e la peculiare situazione di specie; altrettanto paradossale quanto sostanzialmente ingiusto non riconoscere autonoma apprezzabilità a tale voce di danno.

Peraltro, si tratta di un danno che non può non essere riconosciuto incidendo la lesione de qua su diritto soggettivi assoluti, di indubbia rilevanza costituzionale.

In tale ottica il Tribunale ulteriormente liquida alla avente causa degli eredi l’importo, espresso in valori attualizzati e certo ottenuto con inevitabile ricorso a criteri equitativi, la somma complessiva di euro  200.000,00.

Tanto alla luce della durata della descritta agonia; non trascurando il rapporto tra gli eventi, ormai ineluttabili, ma imposti dall’altrui incuria, e il senso inevitabilmente privativo della detta condizione, molto simile, come detto,  ad una ingiusta ed illegale condanna a morte.

In tali voci ed ambito di danni, per complessivi euro 330.816,00, succedono gli attori.

  1. Quanto all’ambito direttamente sofferto dagli attori si osserva ciò che segue.
  2. aa) La morte, quand’anche non improvvisa, bensì improvvida, mente locale alle ben evitabili cause, non può non avere determinato negli attori tutti un quadro di complessivo disagio correlabile, senza dubbio alcuno, al tema classico del danno morale da morte dei superstiti.

Gli attori, rispettivamente, sono marito e figli conviventi della vittima.

A tale titolo il tribunale, more solito, anche con riferimento alle note tabelle, in via in ogni caso anche equitativa e con espressione in termini attualizzati, liquida la somma onnicomprensiva di euro 450.000,00, calcolando euro 150.000 per ciascuno degli attori come legalmente rappresentati.

  1. bb) In assenza di specifiche e congrue nonché circostanziate allegazione in punto danno patrimoniale il Tribunale nulla può riconoscere a tale titolo.
  2. cc) Resta, in assenza di profili ulteriormente apprezzabili in punto danno biologico da morte, come conseguenza di patologie gravanti sui superstiti e come conseguenza della precoce morte della moglie e madre, la  valutazione, questa volta sulla scorta di specifiche allegazioni, dell’ulteriore profilo del danno non patrimoniale riferito a valori strettamente correlati alla serenità e al menage familiare, drasticamente venuto meno, per le imponderabili premesse come sopra descritte.

Il danno de quo, ancora una volta accertato anche per presunzioni semplici, sulla sorta delle allegazioni di causa tutte, va autonomamente riconosciuto, iure proprio, agli aventi causa della vittima.

Che l’improvvisa scomparsa della moglie e della madre, nell’economia di nucleo familiare fortemente unito, con lenta e dolorosa agonia, abbia costituto fonte di apprezzabile senso di privazione e peggioramento oggettivo ed eclatante della qualità della vita degli interessati non è seriamente dubitabile.

Oltre e al di fuori di una incidenza dell’evento morte sulla sfera strettamente legata al diritto oggettivo assoluto di cui all’art. 32 della Costituzione repubblicana rileva, senza dubbio, l’incidenza altrettanto apprezzabile dell’evento per cui è causa sul nucleo familiare, nuclearmente e laidamente inteso (art. 29 Costituzione), nonche’ l’incidenza del fatto per cui è causa sullo stesso citato diritto soggettivo art. 32 Costituzione, come riferito non già alla mera apprezzabilità in termini psico patologici dell’evento lesivo, ma come riferito e riferibile alla stessa qualità della vita degli aventi causa e dei superstiti, non trascurando i dati provati ed empirici della convivenza e del forte legame esistente, in epoca formativa e del tutto rilevante, nella quale il fatto ebbe a verificarsi.

Pare ragionevolmente superfluo soffermare l’attenzione del Tribunale adito sul coacervo di occasioni di condivisione e correlazionalità che avrebbero avuto luogo e non lo avranno.

Soprattutto con riferimento ai figli della coppia, privati della giovane madre, e tanto in circostanze tanto non estemporanee quanto oggettivamente incomprensibili.

A tale voce di danno, danno non patrimoniale da morte del congiunto, altro rispetto al mero pretium doloriis, danno strettamente correlato al peggioramento drastico della qualità della vita degli aventi causa di *** ***, danno in proprio azionato ed azionabile, ritiene il tribunale liquidabile un somma, anche in questo caso espressa in valori già attualizzati, ed anche in questo caso riferita a criteri ineludibilmente equitativi, ed ancora, anche in questo caso, liquidata cumulativamente alla stregua del petitum cumulativo attoreo, la somma complessiva di euro 220.000,00.

L’ambito complessivo del danno sub 1) (voci a), b) e c)) e 2) ammonta, dunque,  ad euro 1.000.816,00.

Detta somma andrà maggiorata degli interessi compensativi dal fatto al saldo, calcolati al tasso legale.

Quanto alle chiamate in garanzia si osserva ciò che segue.

*** ass.ni è soggetto in liquidazione soggetto illo tempore a procedura concorsuale.

Ogni domanda di condanna è inammissibile.

La legittimazione passiva della Nuova *** as.ni deriva, per stessa affermazione della interessata, dalla domanda come svolta, certamente inerente condotte astrattamente colpose facenti carico al Centro *** convenuto anche per il periodo successivo al trasferimento del portafoglio dalla Praevidentia s.p.a., ora Nuova *** ass.ni s.p.a., cessionaria del portafoglio assicurativo della *** s.p.a. il l.c.a., con decorrenza dal 31.7.1993, data di pubblicazione sulla G.U. n. 178/1993 della Convenzione predetta, con relativo trasferimento dei rapporti già facenti capo al ceduto portafoglio assicurativo.

La domanda, ulteriormente, non è  prescritta.

Il sinistro risulta denunciato, è incontestato,  solo nell’anno 2000.

Il termine prescrizionale di legge per la denuncia del sinistro è annuale e decorre dal giorno in cui il terzo danneggiato ha chiesto il risarcimento ovvero lo stesso danneggiato abbia promosso l’azione risarcitoria.

Nella specie, non rilevando certo l’azione penale contro il ***, soggetto diverso dalla assicurata, nessuna richiesta risarcitoria precedette l’azione per cui è causa, ovvero la citazione la cui notificazione si perfezionò in data 25.9.2000.

Parte terza chiamata peraltro, quand’anche si assumesse che l’iniziativa penale avverso il *** avrebbe dovuto indurre l’assicurata, ex art. 1915 II comma c.c., ad avvisare la garante contrattuale, nulla ad hoc invoca in punto riduzione dell’indennizzo per eventuale pregiudizio sofferto.

Opera dunque de plano la copertura assicurativa, salvo apprezzare e valutare in che misura la condotta successiva alla data sopra indicata abbia causalmente contributo al fatto dannoso per cui è procedimento.

Sul punto si richiama quanto sopra ampiamente osservato in fatto, circa la responsabilità solidale dei convenuti ed in ordine ai tempi storici e clinici in cui ebbe a consumarsi la grave negligenza degli stessi, ai titoli e per le ragioni indicate.

La garanzia contrattuale è dunque operante, negli ovvii limiti del massimale.

Le spese seguono la soccombenza, fatta accezione per il rapporto processuale tra parte convenuta e la terza chiamata attesa, da un lato, la accertata infondatezza delle eccezioni della seconda e, dall’altro, nella soggettiva considerazione della interessata che di fatto nulla ha fatto, per tabulas, al fine di consentire all’assicuratore la corretta gestione del sinistro, conseguendone la relativa compensazione.

Onere della c.t.u. a carico definitivo dei convenuti in solido.

Sentenza esecutiva.

P.Q.M.

1)      DICHIARA l’inammissibilità delle domande svolte contro *** ass.ni s.p.a;

2)      CONDANNA i convenuti in solido al pagamento in favore degli attori della somma di euro 1.000.816,00, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;

3)      CONDANNA parte terza chiamata Nuova *** ass.ni  a tenere manlevato il Centro *** *** s.r.l. di quanto dovuto agli attori ex n. 2) del presente dispositivo nei limiti di massimale di polizza che si accerta nell’equivalente in euro della somma di lire 1.000.000.000;

4)      CONDANNA i conventi in solido alla rifusione delle spese di lite degli attori che si liquidano in complessivi euro 13.900,00, di cui euro 7.700,00 per onorari, euro 4.471,00 per diritti e il residuo per spese, oltre I.V.A.,, contributi e rimborso forfetario;

5)      Compensa le spese relativamente ad ogni altro rapporto processuale;

6)      ONERE della c.t.u. a carico definitivo dei convenuti in solido;

7)      Sentenza ESECUTIVA.

Venezia. 4.11.2004

Il giudice

Enrico Stefani

 

Danno da ritardo nella sottoposizione del paziente ad interventi palliativi

In punto di omessa diagnosi di un processo morboso terminale la Suprema Corte ha statuito “L’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, che abbia determinato un ritardo nella possibilità di intervenire con un intervento cd. palliativo, cagiona al paziente un danno alla persona anche per il solo fatto di non aver consentito di alleviare le sue sofferenze, ovvero di evitare che l’esito letale si verificasse anzitempo, con conseguente perdita della chance di vivere anche alcune settimane o mesi in più. Con la stessa decisione, sempre in tema di omessa diagnosi di processo morboso terminale, è poi stato ritenuto danno risarcibile anche il fatto che il malato terminale sia stato privato della possibilità di programmare il proprio essere persona e di esplicare le sue attitudini psico-fisiche, in vista e fino all’esito finale (Cassazione, Sez. III, Sentenza n. 23846 del 18 settembre 2008).

 

 

SENTENZA / CIVILERESPONSABILITÀ MEDICASANITARIO

Danno da vaccinazione: il rispetto del protocollo sanitario esclude responsabilità medica

Cassazione Civile, sez. III, sentenza 20/10/2015 n° 21177

Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 19 ottobre 2015, n. 21090. In relazione alla morte di un paziente ricoverato a seguito di un gravissimo infortunio sul lavoro; accertata una potenziale incidenza causale delle negligenze o imprudenze, occorreva che la struttura ospedaliera, non limitandosi certo alla valutazione della diagnosi di accettazione ma sollecitando specifiche ulteriori indagini in questa direzione specifica o fornendo al riguardo affidabili elementi istruttori, desse la prova che, nonostante quegli inesatti adempimenti, la morte sarebbe giunta egualmente: valutazione prognostica da riferirsi al fatto della sopravvivenza del paziente per diverse ore ed al suo aggravamento proprio nella parte finale della degenza al pronto soccorso ed in camera operatoria

 

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Transazione parziale con il medico non pregiudica la richiesta di ulteriori danni all’ospedale

Cassazione Civile, sez. III, sentenza 30/09/2015 n° 19541

 

SENTENZA / PENALERESPONSABILITÀ MEDICA

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