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Scrivono infatti i Supremi giudici che nelle cause di risarcimento danni: “il pedone che si accinge ad attraversare la strada sulle strisce pedonali non ètenuto a verificare se i conducenti in transito mostrino o meno l’intenzione di rallentare e lasciarlo attraversare, potendo egli fare ragionevole affidamento sugli obblighi di cautela gravanti sui conducenti”.

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State tranquilli : chi  viene investito da un’auto  pirata, che poi fugge, ha diritto  a chiedere il risarcimento del danno subito allo speciale Fondo di  garanzia per le vittime della strada. 
Dunque, in casi come questo, è  fondamentale che l’investitore sia  rimasto ignoto.  Non può essere addebitata alcuna responsabilità alla vittima  se  non ha fatto in tempo  ad identificare il numero di targa del pirata della strada, come ribadito recentemente dalla  Corte di Cassazione  n. 745 del 14 gennaio 2011

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Scrivono infatti i Supremi giudici che nelle cause di risarcimento danni: “il pedone che si accinge ad attraversare la strada sulle strisce pedonali non ètenuto a verificare se i conducenti in transito mostrino o meno l’intenzione di rallentare e lasciarlo attraversare, potendo egli fare ragionevole affidamento sugli obblighi di cautela gravanti sui conducenti”.

 

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LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE TERZA CIVILE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – Presidente –

 

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

 

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

 

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

 

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

 

ha pronunciato la seguente:

 

sentenza

 

sul ricorso 3194/2010 proposto da:

 

L.E. <…>, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PARAGUAY, 5, presso lo studio dell’avvocato <…>, rappresentata e difesa dall’avvocato <…> giusta delega in atti; – ricorrente –

 

contro

 

HDI ASSICURAZIONI S.P.A. <…>, in persona del suo legale rappresentante pro tempore, sig. P.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L. SETTEMBRINI 28, presso lo studio dell’avvocato <…>, che la rappresenta e difende giusta delega in atti; – controricorrente –

 

e contro

…………………………..-

 

avverso la sentenza n. 5223/2008 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/12/2008 R.G.N. 7077/2003;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/02/2013 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

 

udito l’Avvocato <…> per delega;

 

udito l’Avvocato <…> per delega;

 

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

1. In data <…> L.E., mentre stava procedendo all’attraversamento di una strada al di fuori delle strisce pedonali, veniva investita da un’autovettura di proprietà degli eredi di Sc.An., condotta nell’occasione da S.A., riportando gravi lesioni personali.

 

A seguito di ciò, la L. citava in giudizio, davanti al Tribunale di Roma, l’investitore e gli altri eredi di Sc. A., nonchè la s.p.a. HDI Assicurazioni, chiedendo il risarcimento dei danni.

 

Il Tribunale di Roma, con sentenza del 26 giugno 2002, dichiarava che l’incidente era da ascrivere nella misura del 70 per cento a responsabilità della L. e del rimanente 30 per cento a responsabilità di S.A., condannando quest’ultimo e la società di assicurazione al pagamento della somma di lire 24.136.000, al netto del concorso di colpa.

 

2. Tale pronuncia veniva confermata dalla Corte d’appello di Roma, con sentenza del 16 dicembre 2008.

 

Osservava la Corte territoriale che dall’istruttoria svolta in primo grado erano emerse le seguenti decisive circostanze: 1) l’attraversamento era avvenuto in ora serale, in prossimità di una fermata di autobus e fuori dalle strisce pedonali, su di una strada a doppia corsia e priva di illuminazione, ossia in condizioni di “quasi totale oscurità”; 2) la L. era stata esitante nel completare l’attraversamento; 3) mentre alcune auto si erano fermate per favorire il passaggio dei pedoni, la macchina condotta dallo S., in fase di sorpasso, era uscita dalla fila ed aveva investito la L..

 

Doveva pertanto ritenersi, alla luce dell’art. 190 C.d.S., comma 5, che la vittima non avesse rispettato l’obbligo di dare la precedenza ai conducenti delle vetture conseguente al fatto che l’attraversamento era avvenuto fuori delle strisce. Infatti, pur stabilendo l’art. 191 C.d.S., comma 2, che, sulle strade prive di attraversamenti pedonali, i conducenti delle auto devono consentire ai pedoni che abbiano cominciato l’attraversamento di completare il passaggio, nella specie non era stato dimostrato che non vi fossero passaggi pedonali nel raggio di cento metri.

 

Allo stesso modo, però, il conducente investitore non aveva dimostrato di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, nè di aver osservato le cautele necessarie in fase di sorpasso.

 

3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma propone ricorso L.E., con atto affidato ad un solo motivo.

 

Resiste con controricorso la società di assicurazione HDI. Entrambe le parti hanno presentato memoria.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 190 C.d.S., comma 5, e art. 191 C.d.S., comma 2.

 

Rileva la ricorrente che il conducente dell’auto investitrice avrebbe violato, nella specie, numerose norme del codice della strada e che la responsabilità dell’incidente sarebbe da considerare integralmente a suo carico. La Corte d’appello, infatti, avrebbe errato nell’applicare l’art. 190, comma 5, anzichè l’art. 191, comma 2, citato; in base a questa seconda disposizione, sulle strade sprovviste di attraversamenti pedonali, i conducenti delle autovetture devono consentire al pedone che ha intrapreso l’attraversamento di raggiungere il lato opposto della carreggiata in condizioni di sicurezza.

 

Nel caso in esame, quindi, lo S. avrebbe dovuto fermarsi per consentire alla L. – che aveva cominciato ad attraversare la strada – di giungere dall’altra parte.

 

2. Il motivo non è fondato.

 

La giurisprudenza di questa Corte ha affermato, anche nella vigenza del codice della strada precedente a quello oggi in vigore, che sul pedone che attraversi la strada al di fuori delle strisce pedonali grava l’obbligo di dare la precedenza ai veicoli (sentenze 23 agosto 1978, n. 3950, 21 gennaio 1982, n. 401, e 20 maggio 1993, n. 5732).

 

Tuttavia, l’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da un veicolo, quale che sia la gravità della colpa, non è stato ritenuto sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054 c.c., comma 1, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno. Pertanto, anche nel caso in cui il pedone, che intenda attraversare la strada, là dove manchino le strisce pedonali, ometta di dare la precedenza ai veicoli che sopraggiungono ed inizi l’attraversamento distrattamente, è configurabile una concorrente responsabilità del conducente il veicolo investitore, ove risulti che questi abbia tenuto una velocità eccessiva o, comunque, non adeguata alle circostanze di tempo o di luogo, e non abbia rallentato o non abbia arrestato la marcia del veicolo (così la sentenza 21 aprile 1995, n. 4490).

 

Analogamente – e, per così dire, specularmente – questa Corte ha riconosciuto che, in ipotesi di investimento di un pedone, se pure il conducente del veicolo investitore non abbia fornito la prova idonea a vincere la presunzione di colpa che l’art. 2054 c.c., comma 1, pone nei suoi confronti, non è preclusa l’indagine, da parte del giudice di merito, in ordine al concorso di colpa del pedone investito, con la conseguenza che, allorquando siano accertate la pericolosità e l’imprudenza della condotta del pedone, la colpa di questi concorre, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1, con quella presunta del conducente (così, nella vigenza dell’odierno codice della strada, la sentenza 8 agosto 2007, n. 17397, confermata dalla recente pronuncia 13 marzo 2012, n. 3966).

 

In altre parole, è compito del giudice di merito valutare la sussistenza delle eventuali rispettive responsabilità, tenendo presente che l’accertamento della colpa del conducente investitore non esclude, di per sè, quella del pedone, così come la dimostrazione della colpa di quest’ultimo non consente di ritenere pacifica l’assenza di colpa del conducente.

 

3. La Corte di merito si è attenuta scrupolosamente a tali criteri, dei quali ha fatto corretta applicazione.

 

Con motivazione coerente e sostenuta da logica impeccabile essa ha evidenziato, da un lato, le numerose responsabilità della L., colpevole di aver attraversato una strada a largo scorrimento in ora serale in condizioni di quasi totale oscurità e al di fuori delle strisce pedonali, per di più tenendo un andamento incerto; dall’altro, la Corte di merito ha evidenziato la responsabilità del conducente del veicolo investitore, il quale aveva effettuato un sorpasso di un gruppo di auto che avevano rallentato la propria marcia proprio per consentire l’attraversamento dei pedoni, in tal modo investendo l’odierna ricorrente nei pressi della fermata dell’autobus.

 

A fronte di simile ricostruzione non assume alcuna decisiva rilevanza la critica sollevata dalla ricorrente circa la necessità di fare applicazione dell’art. 191, comma 2, anzichè dell’art. 190 C.d.S., comma 5, dal momento che le due disposizioni non sono fra loro antitetiche. La previsione secondo cui i pedoni “che si accingono ad attraversare la carreggiata in zona sprovvista di attraversamenti pedonali devono dare la precedenza ai conducenti” non è in contrasto con quella per cui sulle strade prive di attraversamenti pedonali “i conducenti devono consentire al pedone, che abbia già iniziato l’attraversamento impegnando la carreggiata, di raggiungere il lato opposto in condizioni di sicurezza”; nè può essere taciuto che la sentenza impugnata ha anche avuto cura di precisare che, nella specie, non era dimostrato il presupposto della mancanza di attraversamenti pedonali entro un raggio di cento metri (v. art. 190 C.d.S., comma 2).

 

La Corte d’appello, quindi, non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa, sulla base di un corretto impianto logico-giuridico ed argomentativo. A fronte di simile motivazione le doglianze contenute nel ricorso si risolvono nel tentativo di ottenere da questa Corte di legittimità una nuova e non consentita ricostruzione dei fatti, finalizzata al raggiungimento di un esito più favorevole alla ricorrente.

 

4. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

 

A tale esito segue la condanna della parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal D.M. 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

 

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.000, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge.

 

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 5 febbraio 2013.

 

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2013

 

 

 

 

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