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Incidente mortale per i famigliari occorre provare legame affettivo

ACHIINC 

Incidente mortale per i famigliari occorre provare legame affettivo stradali

Incidente mortale per i famigliari occorre provare legame affettivo

Dall’altro lato non è necessariamente significativa, ben potendo anche nell’ambito della famiglia legittima sopraggiungere separazione personale, legale o di fatto: quanto meno la dimostrazione che, nonostante la lontananza, la vittima intratteneva rapporti con la moglie e con i figli, avrebbe dovuto essere offerta.

Sezione III Civile

Sentenza 3 febbraio – 10 aprile 2015, n. 7191

(Presidente Segreto – Relatore Lanzillo)

achiama subitoSvolgimento del processo

A seguito di un sinistro stradale occorso in Terracina il 15 giugno 2006 è deceduto A. M. R., di nazionalità rumena, trasportato su di un autocarro coinvolto in un tamponamento.

I congiunti ed eredi del defunto, MR, vedova, MD e C.A.R., figli, CR., fratello, e T.R., madre del defunto, a mezzo del loro procuratore speciale, S.T., hanno convenuto davanti al Tribunale di Roma GDC, S.S:e la s.a.s. Top Trans di S.S,, conducenti e proprietari dei due autocarri, nonché i loro assicuratori, s.p.a. Milano Assicurazioni e s.p.a. La Nuova Tirrena (oggi s.p.a. Groupama), per sentirli condannare al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. I convenuti hanno resistito ed, esperita l’istruttoria anche tramite CTU, con sentenza n. 6933/2009 il Tribunale di Milano ha dichiarato i due conducenti responsabili in ugual misura del sinistro ed ha condannato tutti i convenuti in via solidale al risarcimento dei soli danni morali, quantificati in E 15.000,00 per la moglie, in somme maggiori per la madre e per i due figli, ed in E 22.000,00 per il fratello.

Proposto appello principale dai danneggiati e incidentale da Groupama, a cui hanno resistito gli appellati, con sentenza 3 -16 febbraio 2011 n. 282 la Corte di appello di Milano, in riforna della sentenza di primo grado, ha quantificato in E 150.000,00 per ciascuno la somma spettante in risarcimento alla vedova, ad ognuno dei figli ed alla madre, confermato la somma già attribuita in primo grado al fratello. Ha respinto l’appello incidentale ed ha posto a carico degli appellati le spese del grado.

I R. propongono due motivi di ricorso per cassazione. Resiste con controricorso Groupama.

Milano Ass.ni ha depositato memoria di costituzione per partecipare alla discussione.

INCIDENTE STRADALE GRAVE LESIONE DANNO LUCRO CESSANTE

INCIDENTE STRADALE GRAVE LESIONE DANNO LUCRO CESSANTE

Motivi della decisione

 

1.- Con il primo motivo i ricorrenti lamentano omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione quanto alla liquidazione dei danni non patrimoniali, adducendo che la somma di E 150.000,00 attribuita a moglie, figli e madre, corrisponde alla somma minima di cui alle tabelle del Tribunale di Milano e che la Corte di appello ha giustificato l’applicazione dei minimi per il fatto che gli attori non hanno offerto alcuna prova del permanere dei rapporti familiari e affettivi, nonostante il fatto che l’infortunato si fosse allontanato dalla famiglia.

Assumono i ricorrenti che, trattandosi di famiglia legittima, non vi è necessità di dimostrare alcunché.

1.1.- La Corte di appello ha rilevato che nulla i danneggiati hanno dimostrato (e neppure dedotto) a prova dei danni; che “si ignora non solo da quando la vittima si era allontanata dalla famiglia, ma anche il tipo di relazioni e contatti intrattenuti con i familiari durante la permanenza in Italia, vale a dire la qualità ed intensità della relazione affettiva e familiare con questi ultimi.

Quanto poi al fratello, egli non era neppure convivente con la vittima ed a maggior ragione si sarebbero dovute quanto meno dedurre circostanze di fato idonee a dimostrare la natura e l’intensità del legame affettivo tra i fratelli. Si ricorda che i danni non patrimoniali debbono essere anch’essi dimostrati, quanto meno con riferimento a presunzioni, per giustificare l’attribuzione del risarcimento, e che nella specie la Corte ha rilevato che nulla è stato neppure allegato.

La circostanza che si trattava di famiglia legittima da un lato ha giustificato l’attribuzione della somma non irrilevante di C 150.000,00 per ciascuno. Dall’altro lato non è necessariamente significativa, ben potendo anche nell’ambito della famiglia legittima sopraggiungere separazione personale, legale o di fatto: quanto meno la dimostrazione che, nonostante la lontananza, la vittima intratteneva rapporti con la moglie e con i figli, avrebbe dovuto essere offerta.

Né i ricorrenti dimostrano di avere quanto meno dedotto il peculiare danno subìto dai figli in relazione alla giovane età, al fine di graduare in proporzione l’entità del risarcimento, sì da poter giustificare le censure rivolte in questa sede alla sentenza impugnata, per non avere tenuto conto di tale circostanza.

La motivazione della sentenza impugnata non è quindi suscettibile di censura.

2.- Parimenti infondato è il secondo motivo, che denuncia violazione degli art. 2043, 2056 e 1226 cod. civ., 237 d.l. 209/2005, quanto al rigetto della domanda di liquidazione dei danni patrimoniali. Assumono i ricorrenti che il danno avrebbe dovuto essere quantificato quanto meno con riferimento al triplo della pensione sociale, in base ai dati desumibili dalla comune esperienza.

2.2.- Il motivo non è fondato.

Anche a tal proposito la Corte di appello ha rilevato che nulla i danneggiati hanno dimostrato quanto al fatto che il Radoi lavorasse in Italia, che disponesse di un reddito e che contribuisse al mantenimento della famiglia.

La prova di una qualche, sia pur minima rimessa in denaro del Radoi in favore dei familiari avrebbe potuto essere facilmente offerta, a giustificazione della domanda risarcitoria. In mancanza di ogni elemento concreto, la sentenza impugnata non può che essere confermata.

3.- Il ricorso è respinto.

4.- Considerata la difformità fra le decisioni di merito, che può avere creato incertezza in ordine alla fondatezza delle censure proposte, si ravvisano giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio.

 

P.Q.M.

 

La Corte di cassazione rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.

 

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Avvocato e Studio Legale di Infortunistica Stradale a Bologna – Risarcimento del Danno Derivante da Incidente Stradale Mortale

La prima valutazione riguarda se morte sia sopraggiunta in modo immediato (cosiddetta morte sul colpo) o se tra l’evento che ha determinato il decesso e la morte stessa sia intercorso un periodo rilevante, tale da determinare nella vittima del sinistro stradale o di altro evento la lucida percezione della gravità delle proprie condizioni e la consapevolezza dell’imminente morte. Difatti, solo in tale ultimo caso, i familiari più stretti del defunto, oltre ad avere diritto al risarcimento del danno morale per la propria sofferenza, “erediteranno” anche il diritto al risarcimento del danno morale (per la sofferenza) e del danno biologico .

 

Incidenti stradali mortali: In caso di incidente stradale mortale vi sono diverse tipologie di risarcimento e comprendono: – I danni non patrimoniali, o morali, quando previsti dalla legge, e per coloro che siano legittimati, per un reale perturbamento subito; – I danni patrimoniali; – L’eventuale indennizzo per I.T. Per la durata del periodo antecedente al decesso, con le conseguenti spese mediche, ospedaliere, di trasporto, di esami specialistici, ecc.; le spese funerarie. Danni morali La sentenza della terza Sezione della Cassazione Civile, richiamando la sentenza 26972/08 delle S.U., conferma la risarcibilità del danno morale.

Questa Corte riconosce e valorizza sotto il profilo della intensità della sofferenza patita, il diritto del soggetto gravemente danneggiato in un incidente, dal quale consegua a breve distanza di tempo la morte, al risarcimento quanto meno del danno morale c.d. catastrofale, per tale intendendosi il danno morale puro subito dalla vittima che è consapevole della gravità delle sue condizioni e attende lucidamente, benché atterrita, l’approssimarsi ineluttabile della morte. Lo riconosce a condizione che la vittima stessa, nell’apprezzabile lasso di tempo che ha preceduto la morte, si sia mantenuta lucida ed abbia così potuto preconizzarsi l’incombenza dell’inevitabile evento catastrofico a suo danno, con conseguente sofferenza morale massima, benché concentrata in quel breve lasso di tempo, perché correlata alla prossima perdita della vita (Cass. n. 23183 del 2014, Cass. n. 7126 del 2013, Cass. n. 11601 del 2005, che puntualizza che ‘In caso di morte della vittima a seguito di sinistro stradale, la brevità del periodo di sopravvivenza alle lesioni (nel caso, due ore), se esclude l’apprezzabilità ai fini risarcitori del deterioramento della qualità della vita in ragione del pregiudizio della salute, ostando alla configurabilità di un danno biologico risarcibile, non esclude viceversa che la medesima abbia potuto percepire le conseguenze catastrofiche delle lesioni subite e patire sofferenza, il diritto al cui risarcimento, sotto il profilo del danno morale, risulta pertanto già entrato a far parte del suo patrimonio al momento della morte, e può essere conseguentemente fatto valere ‘iure hereditatis’).

La verifica se sia configurabile o meno la violazione di legge denunciata in riferimento al primo motivo per aver considerato la corte d’appello in ogni caso troppo breve e non rapportabile all’’apprezzabile lasso di tempo’ individuato dalla giurisprudenza di legittimità come soglia minima per l’insorgenza in capo al danneggiato del diritto al risarcimento del danno morale cd. catastrofale il tempo di sopravvivenza del C.D. è condizionata quindi all’accoglimento del secondo motivo, in quanto solo in presenza di un lucido, per quanto breve, intervallo di tempo in cui il danneggiato possa aver percepito in tutta la sua drammaticità la condizione in cui si trova, il diritto al danno morale può sorgere, mentre la corte d’appello, con motivazione impugnata con il secondo motivo di ricorso, ha escluso che risultasse provata proprio la lucidità della vittima nello spazio di tempo tra l’incidente e la morte. Il secondo motivo di ricorso non può essere accolto.

Esso appare incentrato sul vizio di motivazione, anche se contiene l’indicazione di alcune norme di legge, tra le quali l’art. 2697 c.c. che regola la ripartizione dell’onere probatorio, che sarebbe superflua all’interno di un motivo volto a censurare esclusivamente il profilo motivazionale.

 

Cass., sez. III, 07-11-2002, n. 15641
I genitori di persona minore d’età, deceduta in conseguenza dell’altrui atto illecito, ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro provocato dal venir meno della aspettativa degli stretti congiunti ad un contributo economico da parte del familiare prematuramente scomparso, hanno l’onere di allegare e provare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. 

Cass., sez. III, 25-07-2002, n. 10898
I figli che a seguito della morte dei genitori sono stati accolti dai nonni materni, da questi mantenuti, educati e istruiti sino al raggiungimento del venticinquesimo anno di età, non hanno subito alcun pregiudizio di carattere patrimoniale, per effetto della perdita del padre, della madre e dei contributi economici da questi dati per il loro mantenimento. La morte dei genitori ha provocato un pregiudizio patrimoniale non a carico dei figli (le cui esigenze di vita sono state completamente assicurate dai nonni materni), ma dei detti nonni materni che hanno dovuto far fronte a tutte le spese del caso. 

Cass., sez. III, 28-02-2002, n. 2962
Il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito dai genitori di un minore deceduto in conseguenza di un fatto illecito si sostanzia nel venir meno delle aspettative di un contributo economico che, secondo un criterio di normalità, la vittima avrebbe destinato a loro beneficio; a tal fine non rileva che i genitori stessi dispongano, al momento dell’evento, di fonti di reddito tali da rendere inutile qualsiasi contributo del figlio, salvo che la valutazione complessiva non consenta di presumere, al riguardo, l’assenza di mutamenti del quadro nel corso degli anni.

 

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Dopo le sentenze delle sezioni unite della corte di cassazione dell’11/11/2008 si è sentita l’esigenza di una liquidazione unica del danno non patrimoniale biologico e di tutti gli altri danni non patrimoniali collegati alla lesione della salute e si è pensato di abbandonare i parametri di liquidazione precedentemente utilizzati.  Si è quindi giunti ad una liquidazione unitaria del danno biologico “standard” della cosiddetta personalizzazione del danno biologico (per particolari condizioni soggettive) e del danno morale.

Sono nate così le nuove tabelle del tribunale di Milano nelle quali vi è anche un adeguamento dei valori di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale che prevede una forbice che tiene conto di tutte le circostanze del caso concreto:

  • – sopravvivenza o meno di altri congiunti
  • – convivenza o meno di questi ultimi qualità ed intensità della relazione affettiva famigliare residua
  • – qualità ed intensità della relazione affettiva che caratterizzava il rapporto parentale della persona perduta.

Danno non patrimoniale per la morte/decesso del congiunto :

  • in favore di ciascun genitore per la morte di un figlio da   € 188.100,00  a  € 308.800,00
  • in favore del figlio per la morte di un genitore  da  € 188.100,00 a   € 308.800,00
  • in favore del coniuge (non-separato) o del convivente  da   € 188.100,00  a  € 308.800,00
  • in favore del fratello per morte di un fratello/sorella  da  €103.455,00  a  € 308.800,00
  • in favore del nonno o della nonna per la morte di un nipote  da  € 94.050,00  a  € 130000,00

 

Per una corretta  liquidazione in caso di incident emrotale si tiene conto :

– l’età del defunto (più è avanzata meno intenso sarà il dolore per la perdita);
- l’età ed il sesso del superstite che domanda il risarcimento (secondo l’id quod plerumque accidit  persone mature e di sesso maschile sanno affrontare le emozioni con maggior compostezza rispetto ai giovani e alle donne);
- la convivenza con la persona defunta (sul presupposto che, dove vi sia stata convivenza, la perdita della persona cara produce una maggiore sofferenza in considerazione dell’inevitabile mutamento dello stile di vita del superstite);
- la composizione del nucleo familiare (si reputa che la vicinanza di persone care nei momenti di dolore costituisca un valido aiuto al superamento del lutto, e che, per contro, la solitudine aggravi la sofferenza);
- le modalità di commissione dell’illecito (più queste sono state drammatiche, efferate e tragiche tanto più acuto sarà il dolore provato dai familiari della vittima).

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più stretta sarà stata la frequentazione, la vicinanza materiale e, quindi, morale (cosa che ad esempio la convivenza rende presumibile) tra il de cuius e il suo congiunto supestite;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore, quanto più giovane sarà stata l’età dell’uno – il de cuius – o dell’altro – il congiunto – o di entrambi, in ragione dell’aspettativa di vita insieme e della condivisione del percorso di crescita personale lungo l’arco della vita;

il risarcimento sarà ovviamente tanto maggiore in assenza di altri familiari, in quanto difficilmente si potrà sostituire quell’affetto del caro scomparso e quell’aiuto morale e materiale che quest’ultimo necessariamente apportava.

 

  • La Suprema Corte, consapevole che la risarcibilità del danno morale ai congiunti del defunto potrebbe incentivare richieste pretestuose, ha ritenuto che ciascuna “voce” di cui si compone il danno non patrimoniale deve essere dedotta e dimostrata in concreto, anche attraverso presunzioni (Cass. civ. 2006 n. 23865).
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  • Il nuovo danno morale deve essere inteso non più in senso meramente transeunte, infatti tale danno può essere permanente o temporaneo. Esso può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad esempio derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto).
  • In quest’ultimo caso il giudice dovrà tenere conto nella personalizzazione del danno biologico o di quello causato dall’evento luttuoso, mentre non ne è consentita una autonoma liquidazione.
  • Il danno morale che spetta per proprio diritto ai parenti prossimi del defunto in un incidente stradale mortale è calcolato attualmente utilizzando delle tabelle pubblicate dai tribunali italiani e varia a seconda di fattori che vanno dall’età della vittima, dall’età del superstite, al grado di parentela, dalla composizione del nucleo familiare, dal fatto di essere conviventi o meno al fatto di avere altri parenti in vita.
  • Per quanto riguarda il danno morale  per diritto di eredità acquisita dal defunto in un incidente stradale la giurisprudenza recente dichiara che gli eredi hanno diritto al risarcimento anche quando la morte sia sopraggiunta solo successivamente all’evento, purché il soggetto deceduto abbia avuto la possibilità di percepire le conseguenze delle lesioni subite.
  • ’ importante fare alcune precisazioni su alcuni casi riportati nella tabelle:
  • – nell’ultimo caso va riconosciuta in capo a nipoti la risarcibilità del danno  per la perdita della vita del nonno, stante l’importanza assunta dall’avo nella realtà socio-giuridica che corrisponde ad una figura quasi genitoriale di sostegno per i nipoti.
  • – Nel terzo caso va detto che la giurisprudenza tende a riconoscere al coniuge separato il diritto al risarcimento del danno morale solo laddove si dimostri che i perduranti rapporti tra i coniugi fossero tali per cui la morte dell’uno ha causato una reale sofferenza morale per l’altro.
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DANNO PARENATLE MORTE FIGLIO, MARITO O FRATELLO O MOGLIE

 

Il danno da perdita del rapporto parentale va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi esso nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” (Cass. 9 maggio 2011, n. 10107).

In senso conforme: Cass., 12 giugno 2006, n. 13546;

  • Il danno parentale:
  • dalla sentenza 4253/12 della Corte di Cassazione (secondo la quale “perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare è necessario che sussista una situazione di convivenza in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi…) ì
  • La giurisprudenza di legittimità (Cass. civile 8828/2003) ha evidenziato come: “l’interesse fatto valere nel caso di danno da uccisione di congiunto è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Si tratta di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043, nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad un risarcimento (o meglio: ad una riparazione), ai sensi dell’art. 2059, senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 c.p. in ragione della natura del valore inciso, vertendosi in tema di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.”
  • La giurisprudenza di legittimità ha efficacemente descritto il danno da perdita del rapporto parentale come quel danno che va oltre il crudo dolore che la morte in sè di una persona cara provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono, concretandosi nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, nel non potere più fare ciò che per anni si faceva e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti familiari. Il suddetto danno consiste:” in una perdita, nella privazione di un valore non economico, ma personale, costituito della irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definitiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto”. (Cass., n. 2557/11).
  • Tali pronunce hanno chiarito che la considerazione separata delle componenti del pur sempre unitario concetto di danno non patrimoniale è ammessa, quando però sia evidente la diversità del bene od interesse oggetto di lesione ( 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).
  • Duplicazioni risarcitorie si hanno, pertanto, solo allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, mentre non vi è alcuna duplicazione risarcitoria quando il giudice valuta i diversi e molteplici pregiudizi negativi sul valore persona causalmente derivanti dal fatto illecito e incidenti sulla persona del danneggiato provvedendo alla loro integrale riparazione.
  • l’altro.
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ACHIINC

La sentenza in rassegna enuncia la differenza e pone la distinzione tra danno tanatologico e danno parentale, distinto dal danno morale rappresentato dal dolore per la perdita della persona cara, concretandosi il danno parentale “nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti”.

Il danno parentale consiste nella privazione di un valore non economico ma personale, che “va al di là del crudo dolore che la morte in sé di una persona cara, tanto più se preceduta da agonia, provoca nei prossimi congiunti che le sopravvivono,” costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, dalla definiva preclusione delle reciproche relazioni interpersonali, secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto1.

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ostituiscono invero massime ormai consolidate nella giurisprudenza della corte  Corte:

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ., 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ., 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372/1994);
  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale — e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia — è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ., 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754);
  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ., 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ., 16 maggio 2003, n. 7632);
  4. A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente — e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito — ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. nn. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

L’irriducibile e somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, l’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare, mentre disvelano la finalizzazione degli opposti orientamenti al contingente e pur encomiabile obiettivo di far conseguire più denari ai congiunti (Cass. civ. n. 6754/2011), confermano la validità di scelte decisorie basate sulla massima emersione possibile del rapporto parentale, come bonum in sé materialmente esistente prima dell’evento lesivo, irrimediabilmente da questo leso, concretamente passibile di consolazione pecuniaria.

 

 

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