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ART 2054 CODICE CIVILE Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell'art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

Scooter troppi incidenti Bologna, vuoi il giusto risarcimento? Ti spiego come fare,Quanto ai presupposti hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile non solo nei casi espressamente previsti dalla legge, secondo la lettera dell’art. 2059 c.c., ma anche in tutti i casi in cui il fatto illecito abbia leso un interesse o un valore della persona di rilievo costituzionale non suscettibile di valutazione economica. Quanto ai contenuti, hanno ritenuto che il danno non patrimoniale, pur costituendo una categoria unitaria, può essere distinto in pregiudizi di tipo diverso: biologico, morale ed esistenziale.

 

ART 2054 CODICE CIVILE

Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno

 

 

Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.

 

 

 

Il proprietario del veicolo, o, in sua vece, l’usufruttuario o l’acquirente con patto di riservato dominio, è responsabile in solido col conducente, se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua

 

 

 

In ogni caso le persone indicate dai commi precedenti sono responsabili dei danni derivati da vizi di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo.

 

 

A ben guardare, la questione dell’ambito di applicazione dell’articolo 2054 c.c. deve essere affrontata attraverso il concetto di circolazione dei veicoli, come emerge gia’ dalla sua rubrica: “Circolazione di veicoli”, appunto. Il testo della norma non indica uno specifico significato giuridico del concetto di circolazione, che deve quindi attingersi dal sistema in cui la norma codicistica era venuta ad inserirsi. Non si puo’ non ricordare, allora, che quando fu introdotta era in vigore il Regio Decreto 8 dicembre 1933, n. 1740, Testo unico di norme per la tutela delle strade e per la circolazione, che all’articolo 23 (Liberta’ di circolazione) nel comma 1 stabiliva: “La circolazione sulle strade di uso pubblico e sulle aree ad esse equiparate e’ libera, salva l’osservanza delle disposizioni contenute nel presente decreto e nei regolamenti che i Comuni sono autorizzati ad emanare”. La natura, per cosi’ dire, prodromica del suddetto testo unico rispetto all’articolo 2054 c.c. e’ manifestata anche dal suo articolo 120 (Responsabilita’ del conducente e del proprietario dei veicoli) che al primo comma precede il dettato dell’articolo 2054 c.c., comma 1, statuendo: “Il danno prodotto a persone o cose dalla circolazione di un veicolo si presume dovuto a colpa del conducente. La presunzione e’ esclusa solo quando questi provi che da parte sua si e’ avuta ogni cura, per evitare che il danno si verificasse”; e parimenti l’articolo 120, comma 3 precede l’articolo 2054 c.c., comma 3, statuendo: “Il proprietario del veicolo e’ obbligato solidalmente col conducente a meno che provi che la circolazione del veicolo sia avvenuta contro la sua volonta’…”. La linea inserita dal testo unico del 1933, oltre che dall’articolo 2054 c.c., e’ poi ripresa dal Decreto del Presidente della Repubblica 15 giugno 1959, n. 393, Testo unico delle norme sulla circolazione stradale, che sostituisce il precedente e, tra l’altro, all’articolo 2 (Definizione e classificazione delle strade) fornisce la definizione della “strada” come “area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”. Prosegue coerentemente il Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285 – ovvero il Codice della strada in vigore quando accadde il sinistro di cui e’ causa -, che conferma all’articolo 2, comma 1, – pur indicandola “ai fini dell’applicazione delle norme del presente codice”: ma ne e’ piu’ che ovvio il significato sistemico – la definizione di “strada” di cui alla precedente normativa (“si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”) e aggiunge, pur sempre ai fini delle norme del Codice della strada, all’articolo 3 (Definizioni stradali e di traffico) al comma 1, n. 9, la definizione della “circolazione”, qualificata come “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada”.

E’ dunque evidente che il concetto di strada e il concetto di circolazione sono intrinsecamente collegati e, per cosi’ dire, logicamente reciproci: nel quadro normativo vigente all’epoca del sinistro un’ulteriore conferma viene offerta dalla L. 24 dicembre 1969, n. 990, articolo 1 (ora sostituita dal Decreto Legislativo 7 settembre 2005, n. 209), che delimita l’ambito di applicazione dell’assicurazione obbligatoria alla circolazione dei veicoli a motore senza rotaie su strada ad uso pubblico o aree ad essa equiparate, stabilendo al primo comma: “I veicoli a motore senza guida di rotaie…non possono essere posti in circolazione su strade di uso pubblico, o su aree a queste equiparate se non siano coperti, secondo le disposizioni della presente legge, dall’assicurazione per la responsabilita’ civile verso i terzi prevista dall’articolo 2054 c.c.”.

3.1.4 La circolazione presuppone quindi una strada o un’area – pubblica o destinata ad uso pubblico – ad essa equiparata; e cio’ significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili – da quanto sopra esposto gia’ ne e’ emersa la stretta correlazione – ne’ l’articolo 2054 c.c. ne’ la normativa attinente all’assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilita’.

Non sono pertanto sufficienti ne’ il movimento di un veicolo senza rotaie ne’ la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico per ricondurre l’eventuale incidente che ne possa derivare nella specifica fattispecie della circolazione stradale e della correlata assicurazione obbligatoria. Allo scopo occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare (ex multis cfr. S.U. 29 aprile 2015 n. 8620 e la conforme Cass sez. 3, 19 febbraio 2016 n. 3257, che sottolineano come il concetto di circolazione stradale ex articolo 2054 c.c. include anche la posizione di arresto del veicolo “sugli spazi addetti alla circolazione”; Cass. sez. 3, 24 marzo 2015 n. 5854, che indica come presupposto dell’applicabilita’ della disciplina sull’assicurazione obbligatoria della responsabilita’ civile per circolazione di veicoli che “il sinistro sia avvenuto in strade od aree ad uso pubblico, o a queste equiparate, che siano accessibili ad una molteplicita’ indifferenziata di persone” – escludendola pertanto nel caso in esame in cui l’incidente era avvenuto in una zona interna di un aeroporto -; Cass. sez. 3, 11 giugno 2012 n. 9441, che riconosce come area di circolazione anche quella – nel caso, un cantiere – in cui si ha accesso solo per fini specifici e in particolari condizioni – nel caso, i rapporti di lavoro o di commercio con l’impresa cui era riferibile il cantiere -; Cass. sez. 3, ord. 23 luglio 2009 n. 17279, che ribadisce come l’applicabilita’ dell’articolo 2054 c.c. e delle correlate nome di assicurazione obbligatoria presuppone “l’apertura dell’area al traffico veicolare ad opera di un numero indeterminato di persone”; Cass. sez. 3, 26 luglio 1997 n. 7015, per cui per applicare l’articolo 2054 c.c. “e’ necessario che ricorra il presupposto della circolazione del veicolo su strada pubblica o su strada privata soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico di pedoni o di veicoli”; Cass. sez. 3, 12 agosto 1995 n. 8846, per cui “ai fini dell’applicazione della normativa della assicurazione obbligatoria della responsabilita’ civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, sono equiparate alle strade di uso pubblico tutte le aree di proprieta’ pubblica o privata aperte alla circolazione del pubblico, intendendosi per tali, quanto alle aree private, quelle in cui la circolazione e’ consentita ad una cerchia indeterminata di persone, diverse dai titolari dei diritti sulle aree medesime, sia pure sotto specifiche condizioni o per particolari finalita’.”). La circolazione, quindi, non puo’ essere intesa, su un piano erroneamente soggettivo, come frutto dell’intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensi’, oggettivamente, come uso attribuito ad un’area pubblica o ad un’area privata ma destinata appunto a tale uso pubblico.

Da quanto appena osservato, emerge chiaramente che l’introduzione di una autovettura in un’area destinata esclusivamente all’esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore o comunque mediante veicoli indicati dal Codice della strada come idonei a realizzare una circolazione nel senso appena esposto (come si constatera’ subito), non conduce all’applicabilita’ dell’articolo 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria nell’ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore. E anche qualora si voglia qualificare l’attrezzo di tale sport come un veicolo, questo non e’ certo rientrante tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada (v. Cass. sez. 3, 30 luglio 1987 n. 6603 che lo riconosce infatti non annoverato tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada dell’epoca (d.p.r. 15 giugno 1959 n. 393), deducendone che correlativamente non e’ neppure assoggettato alla “disciplina dell’articolo 2054 c.c., riguardante la responsabilita’ civile per la circolazione dei veicoli – che ha diretta derivazione e specifico collegamento con quella del codice della strada -… con la conseguenza che la tutela delle persone danneggiate dalla circolazione di persone munite di tale particolare attrezzo e’ disciplinata dall’articolo 2043 c.c.”; ma anche nel Codice della strada vigente all’epoca del sinistro di cui e’ causa – v. in particolare Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 46 ss. – lo sci non figura tra i veicoli considerati, a differenza, tra l’altro, della slitta).

L’estraneita’ del sinistro in questione alla disciplina di cui all’articolo 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria viene poi nel caso di specie corroborata da una applicabile, vista la localita’ in cui si e’ verificato l’incidente – specifica legge regionale della Regione Toscana, la Legge Regionale 13 dicembre 1993, n. 93, che, all’articolo 9, dopo avere nel comma 1 affermato che l’uso delle piste da sci e’ pubblico, nel comma 3 stabilisce: “Nel periodo di innevamento e’ vietato percorrere le piste a piedi e con mezzi diversi dagli sci, fatta eccezione per i mezzi meccanici addetti al servizio delle piste e degli impianti”. E questa norma conferma come l’apertura al pubblico, ovvero ad un numero indeterminato di persone, non sia sufficiente a rendere l’area addetta alla circolazione, poiche’ l’apertura puo’ essere finalizzata ad attivita’ del tutto diverse, come, nel caso di specie, uno sport quale lo sci. Prive di consistenza sono pertanto le argomentazioni presenti nel ricorso che fanno perno, appunto, sulla apertura a persone il numero indeterminato, elemento questo che, pur essendo stato citato dalla giurisprudenza di legittimita’ di cui piu’ sopra si sono richiamati alcuni arresti, non e’ comunque sufficiente a giustificare l’applicazione dell’articolo 2054 c.c. e della normativa sull’assicurazione obbligatoria, poiche’ l’accesso ad una pluralita’ di persone ad un’area – vale a dire, il fatto che l’area sia pubblica o ad uso pubblico – di per se’ solo non significa che l’area sia destinata alla circolazione, ovvero che sia una strada o un’area equiparata ad una strada. Invero, una cosa e’ l’accesso e un’altra la circolazione; l’accesso di pluralita’ di persone, per supportare l’applicazione della normativa suddetta, deve essere diretto alla fruizione di un’oggettiva destinazione dell’area, cioe’ la circolazione.

In conclusione, il primo e il terzo motivo risultano infondati, dovendosi affermare il seguente principio di diritto: presupposto dell’applicazione dell’articolo 2054 c.c. e della correlata normativa attinente alla assicurazione obbligatoria per la responsabilita’ civile da circolazione di veicoli e’ che il sinistro avvenga in un’area stradale o ad essa equiparata, onde in una pista innevata di sci, non essendo aperta per uso stradale bensi’ per l’esercizio di uno sport che non si avvale di un veicolo indicato dal Codice della strada per la circolazione, non puo’ verificarsi un sinistro alle cui conseguenze risarcitorie sia applicabile la normativa suddetta.

 

afd3

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 20 ottobre 2016, n. 21254

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27350-2013 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS) SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1309/2012 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 12/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/09/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale assorbito l’incidentale e il controricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Con sentenza del 12 settembre 2005 il Tribunale di Pistoia, a seguito di domanda di (OMISSIS) di risarcimento dei danni a lui derivati dall’investimento il (OMISSIS), mentre sciava all'(OMISSIS), da un’auto condotta sulla pista sciistica dal proprietario (OMISSIS), attribuiva la responsabilita’ del sinistro per 80% a (OMISSIS) e per 20% all’attore, conseguentemente condannando gli eredi di (OMISSIS), cioe’ (OMISSIS) e (OMISSIS), a risarcire i danni biologico, morale e patrimoniale del Ristori nella misura di Euro 23.985,17 oltre accessori, rigettando invece ogni domanda proposta nei confronti di (OMISSIS) – ex proprietaria dell’auto – e di (OMISSIS) S.p.A. – per non essere la pista una strada pubblica ai sensi della L. n. 990 del 1969 -.

Avendo (OMISSIS) e (OMISSIS) proposto appello contro tale sentenza e avendo (OMISSIS) proposto appello incidentale, costituitesi le altre parti resistendo, la Corte d’appello di Firenze, con sentenza del 30 maggio-12 ottobre 2012, in parziale accoglimento dell’appello incidentale, dichiarava la responsabilita’ esclusiva di (OMISSIS) per il sinistro, condannandone pertanto gli eredi a risarcire (OMISSIS) per Euro 29.981,47 oltre a accessori, rigettando ogni altro gravarne.

  1. Hanno presentato ricorso (OMISSIS) e (OMISSIS), sulla base di cinque motivi; si difende con controricorso (OMISSIS); si difende altresi’ con controricorso (OMISSIS).

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il ricorso e’ infondato.

3.1.1 Il primo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 2054 c.c..

Avendo la corte territoriale affermato che il giudice di prime cure aveva errato nell’applicare l’articolo 2054 c.c. in quanto norma concernente la circolazione del veicolo su strada pubblica, soggetta a uso pubblico o comunque adibita al traffico veicolare, mentre nel caso di specie si tratta di una pista da sci, sulla quale e’ vietato (L. n. 363 del 2003, articolo 16) il transito di veicoli, e pertanto ritenendo applicabile solo l’articolo 2043 c.c., i ricorrenti confutano questa posizione assunta dal giudice d’appello sostenendo che la pista di sci e’ comunque area pubblica, come avrebbe riconosciuto lo stesso giudice a pagina 10 della motivazione (si tratta del seguente passo: “il sinistro si e’ verificato in area pubblica ma interdetta alla circolazione dei veicoli”). Ad avviso dei ricorrenti, il divieto di transito dei veicoli non toglie la natura di area pubblica, per cui ai fini della responsabilita’ extracontrattuale deve comunque applicarsi l’articolo 2054 c.c.; e anche qualora fosse stata area privata, era comunque ad uso pubblico, per cui sarebbero applicabili l’articolo 2054 c.c. e ratione temporis la L. n. 990 del 1969, articolo 1. E anche la posteriore L. n. 363 del 2003 all’articolo 19 stabilisce che nel caso di scontro tra sciatori si presume fino a prova contraria che ognuno abbia concorso ugualmente a produrre il danno.

Occorre rimarcare che il terzo e il quarto motivo meritano di essere subito vagliati congiuntamente al primo, giacche’ attengono alla stessa tematica: con il terzo motivo, infatti, viene denunciata violazione e/o falsa applicazione della L. n. 990 del 1969, articolo 1, e con il quarto violazione e/o falsa applicazione della L. n. 363 del 2003, articolo 16.

Il terzo motivo, allora, censura la sentenza impugnata per avere errato affermando che per applicare la L. n. 990 del 1969, articolo 1 e’ necessario che il sinistro avvenga su area, pubblica o privata, aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone, intendendo per persone i veicoli: cosi’ non e’, sostengono i ricorrenti, per cui la norma e’ applicabile semplicemente se il sinistro avviene su strada-area pubblica; per l’applicabilita’ in area privata, e’ necessaria che questa abbia le caratteristiche dell’area soggetta ad uso pubblico nel senso della sua apertura a un numero indeterminato di persone (non di veicoli).

Il quarto motivo, infine, denuncia violazione e/o falsa applicazione della L. n. 363 del 2003, articolo 16 in quanto posteriore rispetto all’evento e dunque non applicabile ex articolo 11 preleggi; ma anche qualora fosse applicabile, la corte lo avrebbe erroneamente interpretato.

3.1.2 Prendendo le mosse dall’evidente dato – emergente dalla complessiva motivazione della sentenza impugnata – che il riferimento alla L. 24 dicembre 2003, n. 363, effettivamente inapplicabile perche’ posteriore all’incidente, sussiste nella sentenza impugnata (a pagina 6 della motivazione) non e’ l’unica ratio decidendi, onde il quarto motivo non vanta consistenza (cfr., p. es., Cass. sez. lav., 11 febbraio 2011 n. 3386; Cass. sez. 3, 14 febbraio 2012 n. 2108; S.U. 29 marzo 2013 n. 7931), emerge che il nucleo della pronuncia sulla tematica in esame e’ in realta’ quello trattato nel primo e nel terzo motivo.

La corte territoriale censura il primo giudice per avere ritenuto operante nella fattispecie l’articolo 2054 c.c., in quanto “il presupposto di applicazione di tale norma e delle presunzioni da essa contemplate e’ che si versi in una ipotesi di circolazione del veicolo su strada pubblica, soggetta ad uso pubblico o comunque adibita al traffico veicolare”, presupposto secondo la corte non integrato da una pista da sci (motivazione, pagina 6); e parimenti la corte ritiene (motivazione, pagina 10) inapplicabile la L. 24 dicembre 1969, n. 990, articolo 1 perche’ “la responsabilita’ dell’assicuratore ai sensi della legge sopra citata ricorre con riferimento ai sinistri cagionati da veicoli posti in circolazione su strade di uso pubblico o ad esse equiparate, intendendosi per queste ultime quelle aree, pubbliche o private, aperte alla circolazione di un numero indeterminato di persone”, mentre nel caso in esame “il sinistro si e’ verificato in un’area (pista da sci) certamente non aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone” (anche qui, come a proposito dell’articolo 2054 c.c., la corte aggiunge poi l’ulteriore ratio decidendi, errata, dell’applicazione della posteriore L. n. 363 del 2003).

Nel primo motivo, quindi, il ricorrente, dato atto che la corte territoriale ha identificato come presupposto per l’applicazione dell’articolo 2054 c.c. la circolazione del veicolo su strada pubblica o comunque soggetta ad uso pubblico negando che tale sia una pista da sci, obietta che l’essere la pista di sci preclusa al transito dei mezzi meccanici, tranne quelli adibiti al servizio e alla manutenzione della pista e degli impianti, “non ne elimina il carattere di area pubblica”, connettendosi con un arresto di questa Suprema Corte che a suo dire insegna che dei danni derivati dalla circolazione di un veicolo, per quanto vietata, rispondono comunque il conducente e il proprietario ex articolo 2054 c.c. nonche’ l’assicuratore se si tratta di veicolo a motore soggetto al regime dell’assicurazione obbligatoria ai sensi della L. 24 dicembre 1969, n. 990 (ricorso, pagina 10).

La pronuncia cui il ricorrente fa riferimento, cioe’ Cass. sez. 3, 29 ottobre 2001 n. 13393, esprime un principio di diritto massimato del quale il ricorrente ha estrapolato artificiosamente soltanto la parte finale, perche’ in realta’ e’ il seguente: “In caso di sinistro stradale avvenuto su via pubblica (nella specie, comunale), l’esistenza di un divieto di transito sulla stessa non ne elimina il carattere di strada pubblica, con la conseguenza che dei danni prodotti dalla circolazione di un veicolo, per quanto vietata, rispondono il conducente ed il proprietario ai sensi dell’articolo 2054 c.c., comma 3, nonche’ l’assicuratore, ove si tratti di un veicolo a motore soggetto al regime di assicurazione obbligatoria, giusta il disposto della L. 24 dicembre 1969, n. 990.”. E’ del tutto evidente, allora, che la parte della massima richiamata dal ricorrente ha come presupposto che i danni si siano verificati mediante la circolazione su una strada, anche nel caso in cui su detta strada vi fosse divieto di transito, poiche’ questo divieto non e’ ablativo della natura di strada.

3.1.3 A ben guardare, la questione dell’ambito di applicazione dell’articolo 2054 c.c. deve essere affrontata attraverso il concetto di circolazione dei veicoli, come emerge gia’ dalla sua rubrica: “Circolazione di veicoli”, appunto. Il testo della norma non indica uno specifico significato giuridico del concetto di circolazione, che deve quindi attingersi dal sistema in cui la norma codicistica era venuta ad inserirsi. Non si puo’ non ricordare, allora, che quando fu introdotta era in vigore il Regio Decreto 8 dicembre 1933, n. 1740, Testo unico di norme per la tutela delle strade e per la circolazione, che all’articolo 23 (Liberta’ di circolazione) nel comma 1 stabiliva: “La circolazione sulle strade di uso pubblico e sulle aree ad esse equiparate e’ libera, salva l’osservanza delle disposizioni contenute nel presente decreto e nei regolamenti che i Comuni sono autorizzati ad emanare”. La natura, per cosi’ dire, prodromica del suddetto testo unico rispetto all’articolo 2054 c.c. e’ manifestata anche dal suo articolo 120 (Responsabilita’ del conducente e del proprietario dei veicoli) che al primo comma precede il dettato dell’articolo 2054 c.c., comma 1, statuendo: “Il danno prodotto a persone o cose dalla circolazione di un veicolo si presume dovuto a colpa del conducente. La presunzione e’ esclusa solo quando questi provi che da parte sua si e’ avuta ogni cura, per evitare che il danno si verificasse”; e parimenti l’articolo 120, comma 3 precede l’articolo 2054 c.c., comma 3, statuendo: “Il proprietario del veicolo e’ obbligato solidalmente col conducente a meno che provi che la circolazione del veicolo sia avvenuta contro la sua volonta’…”. La linea inserita dal testo unico del 1933, oltre che dall’articolo 2054 c.c., e’ poi ripresa dal Decreto del Presidente della Repubblica 15 giugno 1959, n. 393, Testo unico delle norme sulla circolazione stradale, che sostituisce il precedente e, tra l’altro, all’articolo 2 (Definizione e classificazione delle strade) fornisce la definizione della “strada” come “area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”. Prosegue coerentemente il Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285 – ovvero il Codice della strada in vigore quando accadde il sinistro di cui e’ causa -, che conferma all’articolo 2, comma 1, – pur indicandola “ai fini dell’applicazione delle norme del presente codice”: ma ne e’ piu’ che ovvio il significato sistemico – la definizione di “strada” di cui alla precedente normativa (“si definisce “strada” l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione dei pedoni, dei veicoli e degli animali”) e aggiunge, pur sempre ai fini delle norme del Codice della strada, all’articolo 3 (Definizioni stradali e di traffico) al comma 1, n. 9, la definizione della “circolazione”, qualificata come “il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni, dei veicoli e degli animali sulla strada”.

E’ dunque evidente che il concetto di strada e il concetto di circolazione sono intrinsecamente collegati e, per cosi’ dire, logicamente reciproci: nel quadro normativo vigente all’epoca del sinistro un’ulteriore conferma viene offerta dalla L. 24 dicembre 1969, n. 990, articolo 1 (ora sostituita dal Decreto Legislativo 7 settembre 2005, n. 209), che delimita l’ambito di applicazione dell’assicurazione obbligatoria alla circolazione dei veicoli a motore senza rotaie su strada ad uso pubblico o aree ad essa equiparate, stabilendo al primo comma: “I veicoli a motore senza guida di rotaie…non possono essere posti in circolazione su strade di uso pubblico, o su aree a queste equiparate se non siano coperti, secondo le disposizioni della presente legge, dall’assicurazione per la responsabilita’ civile verso i terzi prevista dall’articolo 2054 c.c.”.

3.1.4 La circolazione presuppone quindi una strada o un’area – pubblica o destinata ad uso pubblico – ad essa equiparata; e cio’ significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili – da quanto sopra esposto gia’ ne e’ emersa la stretta correlazione – ne’ l’articolo 2054 c.c. ne’ la normativa attinente all’assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilita’.

Non sono pertanto sufficienti ne’ il movimento di un veicolo senza rotaie ne’ la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico per ricondurre l’eventuale incidente che ne possa derivare nella specifica fattispecie della circolazione stradale e della correlata assicurazione obbligatoria. Allo scopo occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare (ex multis cfr. S.U. 29 aprile 2015 n. 8620 e la conforme Cass sez. 3, 19 febbraio 2016 n. 3257, che sottolineano come il concetto di circolazione stradale ex articolo 2054 c.c. include anche la posizione di arresto del veicolo “sugli spazi addetti alla circolazione”; Cass. sez. 3, 24 marzo 2015 n. 5854, che indica come presupposto dell’applicabilita’ della disciplina sull’assicurazione obbligatoria della responsabilita’ civile per circolazione di veicoli che “il sinistro sia avvenuto in strade od aree ad uso pubblico, o a queste equiparate, che siano accessibili ad una molteplicita’ indifferenziata di persone” – escludendola pertanto nel caso in esame in cui l’incidente era avvenuto in una zona interna di un aeroporto –; Cass. sez. 3, 11 giugno 2012 n. 9441, che riconosce come area di circolazione anche quella – nel caso, un cantiere – in cui si ha accesso solo per fini specifici e in particolari condizioni – nel caso, i rapporti di lavoro o di commercio con l’impresa cui era riferibile il cantiere -; Cass. sez. 3, ord. 23 luglio 2009 n. 17279, che ribadisce come l’applicabilita’ dell’articolo 2054 c.c. e delle correlate nome di assicurazione obbligatoria presuppone “l’apertura dell’area al traffico veicolare ad opera di un numero indeterminato di persone”; Cass. sez. 3, 26 luglio 1997 n. 7015, per cui per applicare l’articolo 2054 c.c. “e’ necessario che ricorra il presupposto della circolazione del veicolo su strada pubblica o su strada privata soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico di pedoni o di veicoli”; Cass. sez. 3, 12 agosto 1995 n. 8846, per cui “ai fini dell’applicazione della normativa della assicurazione obbligatoria della responsabilita’ civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, sono equiparate alle strade di uso pubblico tutte le aree di proprieta’ pubblica o privata aperte alla circolazione del pubblico, intendendosi per tali, quanto alle aree private, quelle in cui la circolazione e’ consentita ad una cerchia indeterminata di persone, diverse dai titolari dei diritti sulle aree medesime, sia pure sotto specifiche condizioni o per particolari finalita’.”). La circolazione, quindi, non puo’ essere intesa, su un piano erroneamente soggettivo, come frutto dell’intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensi’, oggettivamente, come uso attribuito ad un’area pubblica o ad un’area privata ma destinata appunto a tale uso pubblico.

Da quanto appena osservato, emerge chiaramente che l’introduzione di una autovettura in un’area destinata esclusivamente all’esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore o comunque mediante veicoli indicati dal Codice della strada come idonei a realizzare una circolazione nel senso appena esposto (come si constatera’ subito), non conduce all’applicabilita’ dell’articolo 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria nell’ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore. E anche qualora si voglia qualificare l’attrezzo di tale sport come un veicolo, questo non e’ certo rientrante tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada (v. Cass. sez. 3, 30 luglio 1987 n. 6603 che lo riconosce infatti non annoverato tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada dell’epoca (d.p.r. 15 giugno 1959 n. 393), deducendone che correlativamente non e’ neppure assoggettato alla “disciplina dell’articolo 2054 c.c., riguardante la responsabilita’ civile per la circolazione dei veicoli – che ha diretta derivazione e specifico collegamento con quella del codice della strada -… con la conseguenza che la tutela delle persone danneggiate dalla circolazione di persone munite di tale particolare attrezzo e’ disciplinata dall’articolo 2043 c.c.”; ma anche nel Codice della strada vigente all’epoca del sinistro di cui e’ causa – v. in particolare Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 46 ss. – lo sci non figura tra i veicoli considerati, a differenza, tra l’altro, della slitta).

L’estraneita’ del sinistro in questione alla disciplina di cui all’articolo 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria viene poi nel caso di specie corroborata da una applicabile, vista la localita’ in cui si e’ verificato l’incidente – specifica legge regionale della Regione Toscana, la Legge Regionale 13 dicembre 1993, n. 93, che, all’articolo 9, dopo avere nel comma 1 affermato che l’uso delle piste da sci e’ pubblico, nel comma 3 stabilisce: “Nel periodo di innevamento e’ vietato percorrere le piste a piedi e con mezzi diversi dagli sci, fatta eccezione per i mezzi meccanici addetti al servizio delle piste e degli impianti”. E questa norma conferma come l’apertura al pubblico, ovvero ad un numero indeterminato di persone, non sia sufficiente a rendere l’area addetta alla circolazione, poiche’ l’apertura puo’ essere finalizzata ad attivita’ del tutto diverse, come, nel caso di specie, uno sport quale lo sci. Prive di consistenza sono pertanto le argomentazioni presenti nel ricorso che fanno perno, appunto, sulla apertura a persone il numero indeterminato, elemento questo che, pur essendo stato citato dalla giurisprudenza di legittimita’ di cui piu’ sopra si sono richiamati alcuni arresti, non e’ comunque sufficiente a giustificare l’applicazione dell’articolo 2054 c.c. e della normativa sull’assicurazione obbligatoria, poiche’ l’accesso ad una pluralita’ di persone ad un’area – vale a dire, il fatto che l’area sia pubblica o ad uso pubblico – di per se’ solo non significa che l’area sia destinata alla circolazione, ovvero che sia una strada o un’area equiparata ad una strada. Invero, una cosa e’ l’accesso e un’altra la circolazione; l’accesso di pluralita’ di persone, per supportare l’applicazione della normativa suddetta, deve essere diretto alla fruizione di un’oggettiva destinazione dell’area, cioe’ la circolazione.

In conclusione, il primo e il terzo motivo risultano infondati, dovendosi affermare il seguente principio di diritto: presupposto dell’applicazione dell’articolo 2054 c.c. e della correlata normativa attinente alla assicurazione obbligatoria per la responsabilita’ civile da circolazione di veicoli e’ che il sinistro avvenga in un’area stradale o ad essa equiparata, onde in una pista innevata di sci, non essendo aperta per uso stradale bensi’ per l’esercizio di uno sport che non si avvale di un veicolo indicato dal Codice della strada per la circolazione, non puo’ verificarsi un sinistro alle cui conseguenze risarcitorie sia applicabile la normativa suddetta.

3.2 Il secondo motivo denuncia omesso esame circa un fatto decisivo e discusso con conseguente violazione e/o falsa applicazione degli articoli 1227 e 2054 c.c..

Secondo i ricorrenti erra la corte territoriale nell’affermare che a carico del (OMISSIS) non e’ emerso alcun concreto elemento di colpa poiche’ “sciava regolarmente sulla pista quando essa era ancora aperta e si trovo’ davanti l’autoveicolo del (OMISSIS) proveniente in direzione opposta”; in tal modo la corte avrebbe omesso di considerare che il veicolo del (OMISSIS) era fermo – cio’ risulterebbe dalla testimonianza di (OMISSIS) – e “non in circolazione come dalla stessa falsamente affermato”. Si tratterebbe di un fatto decisivo perche’ comportante la corresponsabilita’ del (OMISSIS) ex articolo 1227 c.c., “ben potendo lo stesso, come del resto fatto dal suo compagno di sciata, evitare di finire contro l’ostacolo fermo, perfettamente avvistabile ed in effetti avvistato”; altresi’ ne discenderebbe l’applicabilita’ dell’articolo 2054 c.c. poiche’ la giurisprudenza di legittimita’ include nel concetto di circolazione anche l’arresto del veicolo su area pubblica.

Richiamato per quest’ultimo argomento quanto si e’ gia’ ampiamente illustrato a proposito dei motivi primo e terzo, giungendo ad escludere che nel caso di specie vi sia stata circolazione, per il resto si osserva che, in effetti, lungi dal denunciare un vizio di diritto e tantomeno l’omesso esame di un fatto decisivo e discusso, i ricorrenti prospettano, inammissibilmente, una versione alternativa degli esiti probatori.

La corte territoriale, infatti, ha negato ogni corresponsabilita’ nella causazione del sinistro in capo al (OMISSIS) affermando che sciava regolarmente, e si trovo’ davanti un ostacolo del tutto imprevedibile senza poterlo avvistare con sufficiente anticipo per evitare lo scontro: su questo aspetto precisa che “non vi sono concreti elementi per affermare che il (OMISSIS) abbia avvistato la presenza del veicolo sulla pista con sufficiente anticipo e in una situazione tale da consentirgli, tenendo un comportamento improntato a criteri di normale prudenza e diligenza, di evitare lo scontro”, e anzi aggiunge che “al contrario esistono elementi per ritenere che la comparsa dell’autoveicolo sulla pista sia stata improvvisa”, allo scopo richiamando specifici elementi probatori, incluse le dichiarazioni dello stesso (OMISSIS) di essersi “trovato improvvisamente di fronte due sciatori”, e rimarcando che l’essere riuscito l’altro sciatore a evitare l’impatto con il veicolo non puo’ essere dato sufficiente, di per se’ solo, a ritenere dimostrata una respontabilita’ concorrente del (OMISSIS) ex articolo 1227 c.c., comma 1, (motivazione, pagina 8).

Non puo’ quindi sostenersi che la corte territoriale abbia omesso di esaminare il profilo dell’eventuale corresponsabilita’; che la testimonianza del (OMISSIS) fosse poi un “fatto” e’ evidentemente non sostenibile; d’altronde, al riguardo il motivo e’ del tutto generico, non riportando con adeguato dettaglio che cosa avrebbe dichiarato tale teste, e privo di autosufficienza.

Il secondo motivo, pertanto, e’ inammissibile.

3.3 Il quinto motivo, infine, denuncia nullita’ della sentenza per contraddittorieta’ della motivazione, perche’ avrebbe la corte territoriale adottato “indifferentemente i concetti di persona e mezzo meccanico senza logica alcuna”: si tratta, ictu oculi, di una censura riconducibile al dettato dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, previgente alla riforma qui applicabile – di cui al Decreto Legge 22 giugno 2912, n. 83, articolo 54, comma 1, lettera b), convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134, con conseguente inammissibilita’.

Di cio’, in fondo, sono consapevoli gli stessi ricorrenti, allorquando nella parte finale del motivo tentano di deviare sul piano della mancanza di motivazione, invocando il dato normativo per cui una sentenza con una motivazione omessa o apparente e’ nulla, ma estendendovi l’insufficienza e la contraddittorieta’. In realta’, pur non essendo del tutto condivisibile (in particolare, il riferimento alla L. n. 363 del 2003 e’ risultato e’ erroneo), la motivazione nel caso in esame sussiste e non e’ una motivazione di stile o comunque affetta da radicale genericita’ come dovrebbe essere una motivazione apparente. La contraddittorieta’, poi, che lamentano i ricorrenti deriva proprio dal riferimento alla suddetta inapplicabile normativa posteriore: si tratta, dunque, non di un vizio motivazionale – il vizio motivazionale riguarda, d’altronde, le questioni di fatto, sulle questioni di diritto la motivazione non avendo incidenza, ivi rilevando solo la corretta applicazione da parte del giudice di merito delle norme di diritto (cfr. Cass sez 3 14 febbraio 2012 n. 2107, Cass. sez. 5, 2 febbraio 2002 n. 1374; Cass. sez. 2, 10 maggio 1996 n. 4388; Cass. sez. 1, 14 giugno 1991 n. 6752; Cass. sez. 2, 22 gennaio 1976 n. 199; trattasi logicamente di principio generale, relativo anche alla giurisdizione di legittimita’ in materia penale: cfr. da ultimo Cass. pen. sez. 1, 20 maggio 2015 n. 16372 e Cass pen. sez. 3, 23 ottobre 2014-11 febbraio 2015 n. 6174), – bensi’ della denuncia di un error in judicando, sul quale si e’ gia’ detto a proposito del quarto motivo.

Anche questo ultimo motivo, dunque, non merita accoglimento.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna – in solido per il comune interesse processuale – dei ricorrenti alla rifusione a ciascuno dei controricorrenti delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

Sussistono Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2012, ex articolo 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna solidalmente i ricorrenti a rifondere ai controricorrenti le spese processuali, liquidate per ciascuno in un totale di Euro 3800, oltre a Euro 200 per esborsi e agli accessori di legge.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

 

a compagnia di assicurazione è tenuta a coprire i danni derivanti ai familiari della vittima anche se il veicolo assicurato dal conducente è fermo in una pubblica via, poiché, nell’ampio concetto di circolazione stradale indicato dall’art. 2054 c.c., deve ritenersi compreso qualsiasi atto di movimentazione del veicolo o delle sue parti

 

Sul punto, e’ appena il caso di richiamare l’insegnamento che risale all’orientamento delle Sezioni Unite di questa Corte di cassazione, ai sensi del quale, sotto l’aspetto operativo/funzionale, qualsiasi atto di movimentazione di un veicolo o di sue parti deve ritenersi posto in essere in funzione del suo avvio nel flusso della circolazione, con la conseguenza che, quando avvengano sulla pubblica via, danno luogo all’applicabilita’ della normativa sull’assicurazione per la R.C.A. (cfr. Cass. 22 maggio 2008, n. 13239 in motivazione). Anche in tali situazioni, infatti, il veicolo si trova in una situazione riconducibile al concetto di circolazione e il conducente deve essere costantemente in grado di intervenire per evitare danni o pericolo di danni, oppure deve porre in essere accorgimenti tali da escludere, nei limiti del prevedibile, la possibilita’ che tali eventi si verifichino. La pericolosita’ di un veicolo, infatti, non si relaziona solo con gli eventi tipici della circolazione (marcia, sosta, partenza, ecc.), ma e’ correlato all’insieme delle specificita’ che lo caratterizzano e che, nella loro globalita’ – comprensiva cioe’, anche di speciali operazioni che ne caratterizzano la funzione – interferiscono con la presenza di cose e pedoni, allorche’ vengano poste in essere nelle aree destinate alla circolazione. Orbene, la norma della L. n. 990 del 1969, articolo 1, (al pari del Decreto Legislativo n 209 del 2005, articolo 122), nell’individuare l’oggetto dell’assicurazione per la R.C.A., si esprime nel senso di correlare l’obbligo assicurativo all’essere stato il veicolo posto in circolazione su strade di uso pubblico o su aree a questa equiparate, ma non prevede come presupposto per l’obbligo assicurativo e, quindi, per l’operare della relativa garanzia, che il veicolo sia utilizzato in un certo modo piuttosto che in un altro.

Valga, altresi’, considerare che l’articolo 2054 c.c., pur costituendo la trasposizione di una norma del C.d.S. del 1933, non fa specifico riferimento alle norme sulla circolazione stradale, ma impone uno standard comportamentale che e’ suscettibile di essere riferito a qualsiasi utilitas traibile dal veicolo in conformita’ alle sue caratteristiche strutturali e funzionali. Il che non vuol dire ancorare l’operativita’ della garanzia assicurativa alla mera occasione dell’allocazione del veicolo sulla strada pubblica o su area a essa parificata; quanto piuttosto valorizzare proprio quell’interazione tra veicolo e circolazione che e’ il fondamento della particolare ipotesi di responsabilita’ “da attivita’ pericolosa” che e’ quella di cui all’articolo 2054 c.c.. E poiche’ il “veicolo” dev’essere considerato, in tutte le sue componenti e con tutte le caratteristiche, strutturali e funzionali, che, sia sotto il profilo logico che sotto quello di eventuali previsioni normative, ne consentono l’individuazione come tale ai sensi del C.d.S., “l’uso” che di esso si compia su aree destinate alla circolazione – sempreche’ sia quello che secondo le sue caratteristiche il veicolo puo’ avere – costituisce “circolazione del veicolo” stesso ai sensi dell’articolo 2054 c.c.. Ne consegue che la copertura assicurativa deve riguardare tutte le attivita’ cui il veicolo e’ destinato e per cui lo stesso circola su strada di uso pubblico o su area equiparata (cfr. Sez. U, Sentenza n. 8620 del 29/04/2015, Rv. 635401).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 19 ottobre 2016, n. 21097

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Presidente

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere

Dott. DEMARCHI ALBENGO Paolo Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3198/2014 proposto da:

(OMISSIS) SPA (OMISSIS), in persona dei procuratori dr. (OMISSIS) e dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 320/2013 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 26/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/07/2016 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SOLDI Anna Maria, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno convenuto (OMISSIS) dinanzi al Tribunale di Trento per sentirlo condannare al risarcimento dei danni sofferti in conseguenza del decesso di (OMISSIS), rispettivamente moglie e madre degli attori.

La donna, il giorno (OMISSIS), mentre era ferma a conversare con il convenuto lungo la strada provinciale che attraversa la frazione (OMISSIS) del Comune di (OMISSIS), era stata colpita da un cavetto d’acciaio (in precedenza teso dal (OMISSIS) tra due trattori trasversalmente alla strada) tranciato da una vettura di passaggio, cosi’ rovinando al suolo e perdendo la vita a seguito del trauma cranico e delle lesioni subite.

Il convenuto, pur contestando la riconducibilita’ del fatto lesivo al proprio comportamento, ha invocato la chiamata in giudizio della compagnia assicuratrice (OMISSIS) s.p.a. al fine di sentirsi manlevare dalle conseguenze del fatto, in forza della polizza assicurativa stipulata con la stessa.

Costituitasi in giudizio, la (OMISSIS) s.p.a. ha resistito alla pretesa del (OMISSIS), sostenendo l’inoperativita’ della polizza in ragione dell’estraneita’ del fatto dannoso all’ambito della circolazione stradale per cui soltanto aveva prestato la propria garanzia assicurativa.

  1. Con sentenza resa in data 19/6/2012, il Tribunale di Trento ha condannato il (OMISSIS) al risarcimento dei danni in favore degli attori, contestualmente disattendendo la domanda di manleva avanzata dal convenuto nei confronti della (OMISSIS) s.p.a..
  2. Su appello del (OMISSIS), la Corte d’appello di Trento, con decisione in data 26/11/2013, pur confermando la responsabilita’ dell’appellante per il fatto dannoso dedotto in giudizio, in accoglimento della domanda di manleva di quest’ultimo e in riforma della sentenza di primo grado, ha condannato la (OMISSIS) s.p.a. a tenere indenne il (OMISSIS) dalle conseguenze risarcitorie riferite al sinistro oggetto di causa.
  3. Avverso la sentenza d’appello, ha proposto ricorso per cassazione (sostenuto da successiva memoria) la (OMISSIS) s.p.a., sulla base di due motivi di impugnazione.
  4. Hanno depositato controricorso (OMISSIS) (illustrato da successiva memoria) e (OMISSIS) e (OMISSIS), tutti concludendo per la conferma della sentenza d’appello.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo, la societa’ ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti.

Sul punto, la societa’ ricorrente sottolinea di aver costantemente sottoposto ai giudici del merito la circostanza di fatto consistita nell’utilizzazione del proprio trattore, da parte del (OMISSIS), unicamente quale punto di appoggio fisso indispensabile per compiere le operazioni di distensione e successivo riavvolgimento del cavo metallico gia’ utilizzato per tirare la legna nel bosco, in conformita’ con quanto emerso a seguito della deposizione resa dal teste (OMISSIS).

La Corte d’appello, al contrario, trascurando tale circostanza di fatto, ha erroneamente ritenuto che la distensione del cavo metallico fosse ricollegata ad operazioni di traino, cosi’ giungendo alla conclusione, priva di alcuna connessione con i fatti di causa, che la condotta dal (OMISSIS) comunque coinvolgesse il trattore nel quadro di un contesto riconducibile alla circolazione stradale.

  1. Con il secondo motivo, la societa’ ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’articolo 2054 c.c. e della L. n. 990 del 1969, articoli 1 e 18, (ora Decreto Legislativo n. 209 del 2005, articolo 122 e ss.), nonche’ degli articoli 3 e 58 C.d.S..

Al riguardo, la societa’ assicuratrice deduce la palese erroneita’ in cui sarebbe incorsa la corte territoriale nel ricollegare il fatto oggetto di causa all’ambito della circolazione stradale, e dunque alle previsioni di cui all’articolo 2054 c.c., del tutto estranea alla fattispecie concreta dedotta in giudizio, avendo il (OMISSIS) nella specie destinato il proprio trattore a una forma di impiego totalmente svincolata, sul piano funzionale, dalla natura del veicolo, limitandosi ad avvalersene quale semplice “massa statica” di appoggio per la distensione di un cavo metallico, con la conseguente erronea riconduzione del sinistro all’ambito di operativita’ della garanzia assicurativa convenuta tra le parti.

  1. I due motivi d’impugnazione, ponendo questioni tra loro intimamente connesse, possono essere congiuntamente trattati, attenendo entrambi – sia pure da prospettive diverse – al tema relativo alla riconducibilita’ del fatto oggetto d’esame all’ambito della circolazione stradale e, conseguentemente, al quadro di operativita’ della garanzia assicurativa convenuta tra il (OMISSIS) e la (OMISSIS) s.p.a..

Osserva in primo luogo il collegio come la corte territoriale abbia ricostruito la dinamica del fatto oggetto di causa in conformita’ all’indiscussa circostanza emersa attraverso la corrispondente descrizione, operata dal (OMISSIS) e dalla (OMISSIS) S.p.A., dell’operazione effettuata dal (OMISSIS) ai fini della distensione del cavo in modo trasversale rispetto alla direttrice della via pubblica: entrambe le parti, infatti, hanno sottolineato l’occorrenza dell’iniziale assicurazione di un’estremita’ del cavo d’acciaio (gia’ in parte arrotolato sul verricello del trattore Fiat del (OMISSIS), posto sulla strada) alla benna del trattore Hurlimann ricoverato nella cantina dell’abitazione dello stesso (OMISSIS), precisando inoltre che, successivamente, alla guida del trattore Fiat, il (OMISSIS) aveva provveduto ad attraversare la strada provinciale, cosi’ srotolando il cavo d’acciaio sulla via, per poi fermarsi su uno spiazzo antistante al fine di conversare con la vittima (cfr. pag. 7 della sentenza impugnata).

Di seguito, la corte territoriale ha rilevato come la vicenda cosi’ ricostruita evidenziasse con chiarezza la sua stretta connessione con la circolazione stradale del trattore Fiat, dovendo ritenersi estesa, la relativa abilitazione, al compimento di tutte le operazioni proprie del veicolo, compreso l’uso del verricello e del cavo su di esso predisposto. E cio’, indipendentemente dall’uso contingente di tali accessori; ossia indipendentemente dall’utilizzazione del cavo per la finalita’ del traino, o dell’uso del verricello per il compimento di una semplice operazione di arrotolamento del cavo, poiche’ proprio la movimentazione lungo la strada pubblica del trattore, e il conseguente contestuale srotolamento del cavo a esso vincolato, furono la causa immediata e diretta del sinistro (cfr. pag. 14 della sentenza impugnata).

Appare dunque d’immediata evidenza l’infondatezza del primo motivo di ricorso avanzato dalla societa’ ricorrente, avendo la corte territoriale fondato la propria decisione, non gia’ sulla circostanza di fatto costituita dall’eventuale uso del verricello e del cavo a scopo di traino (come erroneamente dedotto in ricorso mediante l’inammissibile denuncia di un evidente vizio revocatorio: su cui v. Sez. 3, Sentenza n. 4893 del 14/03/2016, Rv. 639444), bensi’ sul diverso presupposto della sostanziale irrilevanza dell’uso di detti accessori (a fini di traino ovvero per l’avvolgimento del cavo), una volta attestato che la distensione e la pericolosa collocazione del cavo sulla sede stradale era avvenuta nel corso e a seguito di un’operazione comunque connessa alla circolazione del trattore (con i suoi meccanismi operativi accessori) sulla via pubblica.

Proprio a tale riguardo – cosi’ pervenendo all’esame e all’accertamento della sostanziale infondatezza del secondo motivo del ricorso della (OMISSIS) s.p.a. – del tutto correttamente la corte territoriale ha sottolineato come, nell’ampio concetto di circolazione stradale indicato dall’articolo 2054 c.c., debba ritenersi compreso qualsiasi atto di movimentazione del veicolo o delle sue parti, con la conseguenza che, quando tali atti avvengano sulla pubblica via, essi danno luogo all’applicabilita’ della L. n. 990 del 1969, (ora del Decreto Legislativo n. 122 del 2005), con la conseguente operativita’ della garanzia assicurativa prestata per la responsabilita’ civile derivante dalla circolazione stradale.

A tale principio non fa eccezione il compimento di attivita’ pericolose (come quella avente a oggetto la collocazione di un cavo d’acciaio trasversalmente alla sede stradale) attuate mediante l’immissione di un veicolo nella circolazione sulla via pubblica; e cio’ anche qualora, come nel caso di specie, il responsabile abbia determinato una situazione di pericolo per la circolazione stradale attraverso un’utilizzazione solo marginale o accessoria delle proprieta’ dinamiche del veicolo (come quella di distendere ed eventualmente riavvolgere un cavo acciaio sul verricello del medesimo veicolo), trattandosi in ogni caso di attivita’ che appaiono legate, sia pure in via indiretta o mediata, al compimento di atti di movimentazione di veicoli o di sue parti compiuti nel quadro della circolazione stradale.

Sul punto, e’ appena il caso di richiamare l’insegnamento che risale all’orientamento delle Sezioni Unite di questa Corte di cassazione, ai sensi del quale, sotto l’aspetto operativo/funzionale, qualsiasi atto di movimentazione di un veicolo o di sue parti deve ritenersi posto in essere in funzione del suo avvio nel flusso della circolazione, con la conseguenza che, quando avvengano sulla pubblica via, danno luogo all’applicabilita’ della normativa sull’assicurazione per la R.C.A. (cfr. Cass. 22 maggio 2008, n. 13239 in motivazione). Anche in tali situazioni, infatti, il veicolo si trova in una situazione riconducibile al concetto di circolazione e il conducente deve essere costantemente in grado di intervenire per evitare danni o pericolo di danni, oppure deve porre in essere accorgimenti tali da escludere, nei limiti del prevedibile, la possibilita’ che tali eventi si verifichino. La pericolosita’ di un veicolo, infatti, non si relaziona solo con gli eventi tipici della circolazione (marcia, sosta, partenza, ecc.), ma e’ correlato all’insieme delle specificita’ che lo caratterizzano e che, nella loro globalita’ – comprensiva cioe’, anche di speciali operazioni che ne caratterizzano la funzione – interferiscono con la presenza di cose e pedoni, allorche’ vengano poste in essere nelle aree destinate alla circolazione. Orbene, la norma della L. n. 990 del 1969, articolo 1, (al pari del Decreto Legislativo n 209 del 2005, articolo 122), nell’individuare l’oggetto dell’assicurazione per la R.C.A., si esprime nel senso di correlare l’obbligo assicurativo all’essere stato il veicolo posto in circolazione su strade di uso pubblico o su aree a questa equiparate, ma non prevede come presupposto per l’obbligo assicurativo e, quindi, per l’operare della relativa garanzia, che il veicolo sia utilizzato in un certo modo piuttosto che in un altro.

Valga, altresi’, considerare che l’articolo 2054 c.c., pur costituendo la trasposizione di una norma del C.d.S. del 1933, non fa specifico riferimento alle norme sulla circolazione stradale, ma impone uno standard comportamentale che e’ suscettibile di essere riferito a qualsiasi utilitas traibile dal veicolo in conformita’ alle sue caratteristiche strutturali e funzionali. Il che non vuol dire ancorare l’operativita’ della garanzia assicurativa alla mera occasione dell’allocazione del veicolo sulla strada pubblica o su area a essa parificata; quanto piuttosto valorizzare proprio quell’interazione tra veicolo e circolazione che e’ il fondamento della particolare ipotesi di responsabilita’ “da attivita’ pericolosa” che e’ quella di cui all’articolo 2054 c.c.. E poiche’ il “veicolo” dev’essere considerato, in tutte le sue componenti e con tutte le caratteristiche, strutturali e funzionali, che, sia sotto il profilo logico che sotto quello di eventuali previsioni normative, ne consentono l’individuazione come tale ai sensi del C.d.S., “l’uso” che di esso si compia su aree destinate alla circolazione – sempreche’ sia quello che secondo le sue caratteristiche il veicolo puo’ avere – costituisce “circolazione del veicolo” stesso ai sensi dell’articolo 2054 c.c.. Ne consegue che la copertura assicurativa deve riguardare tutte le attivita’ cui il veicolo e’ destinato e per cui lo stesso circola su strada di uso pubblico o su area equiparata (cfr. Sez. U, Sentenza n. 8620 del 29/04/2015, Rv. 635401).

  1. Le argomentazioni che precedono, nel confermare la correttezza sul piano giuridico e la coerenza in termini logico-formali della motivazione dettata la corte territoriale, impongono la pronuncia del rigetto del ricorso e la conseguente condanna della societa’ ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimita’ il favore del (OMISSIS), nella misura di cui al dispositivo.

Sussistono, viceversa, giusti motivi per la compensazione delle spese del giudizio tra la societa’ ricorrente e (OMISSIS) e (OMISSIS), avuto riguardo alla sostanziale estraneita’ della corrispondente posizione processuale in relazione ai temi di discussione introdotti con il ricorso.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimita’ in favore di (OMISSIS) liquidate nell’importo di Euro 10.200,00, di cui Euro 10.000,00 per onorari d’avvocato oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.

Compensa le spese del giudizio tra la (OMISSIS) s.p.a., (OMISSIS) e (OMISSIS).

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dell’articolo 1 bis, dello stesso articolo 13

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI civile

ordinanza 4 novembre 2016, n. 22503

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3809-2015 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS) presso lo studio (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) SPA, in persona del procuratore speciale, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso per cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1567/2014 del TRIBUNALE SEDE DISTACCATA di CASTELLAMMARE DI STABIA, depositata il 19/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 13/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato (OMISSIS) (delega avvocato (OMISSIS)) difensore del controricorrente e ricorrente incidentale che si riporta agli scritti.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Il consigliere relatore ha depositato, ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c., la seguente relazione:

“1. (OMISSIS) ha impugnato per cassazione la sentenza 19.6.2014 n. 1567 del Tribunale di Napoli.

Con tale sentenza, in riforma della sentenza di primo grado, e’ stata rigettata la domanda di risarcimento del danno da sinistro stradale proposta da (OMISSIS) nei confronti dell’impresa designata, ai sensi dell’articolo 283 cod. ass..

A fondamento della propria decisione il Tribunale ha ritenuto che la domanda risarcitoria fosse inammissibile, per due indipendenti ragioni ovvero:

(a) sia perche’ (OMISSIS), avendo patito sia danni alle cose, sia danni alla persona, aveva fra5zionato il proprio credito e domandato il risarcimento solo dei primi;

(b) sia perche’ (OMISSIS) non aveva sporto denunzia ne’ querela nei confronti dell’ignoto responsabile del sinistro.

  1. La sentenza e’ stata impugnata da (OMISSIS) con ricorso fondato su cinque motivi; la societa’ (OMISSIS) s.p.a. ha proposto ricorso incidentale.
  2. Il primo motivo di ricorso e’ manifestamente fondato, per due indipendenti ragioni.

La prima e’ che l’attore domando’, in primo grado, il risarcimento del danno al proprio veicolo, e non alla propria persona.

La seconda e’ che, in ogni caso, il principio secondo cui il titolare di un credito aquiliano non puo’ domandarne in giudizio l’adempimento frazionato produce l’effetto di rendere inammissibile la domanda con cui il creditore, dopo avere gia’ domandato l’adempimento di una parte dell’obbligazione, introduca un secondo giudizio per domandare l’adempimento della parte restante del credito.

“Quel principio, per contro, non vale certo a rendere inammissibile la domanda con la quale, senza mai aver nulla domandato in precedenza, il creditore chieda l’adempimento parziale della propria obbligazione. E’, infatti, sempre facolta’ del creditore domandare l’adempimento parziale dell’obbligazione.

Ne consegue che, con la sua scelta di domandare il risarcimento dei soli danni al motoveicolo, (OMISSIS) ha perso in teoria la possibilita’ di chiedere in futuro il risarcimento di un eventuale danno alla persona patito in conseguenza dal medesimo sinistro, ma non certo quella di vedere esaminata nel merito la propria domanda.

  1. Fondato, altresi’, e’ il secondo motivo di ricorso, col quale il ricorrente lamenta l’erroneita’ della autonoma ratio decidendi con cui la sua domanda e’ stata ritenuta “inammissibile”, per non avere egli sporto querela contro ignoti.

Tale omissione, tuttavia, non rende certo “inammissibile” la domanda di risarcimento del danno, ma potrebbe al massimo essere valutata come mero indizio, in una con gli altri indizi e sempre che sussistano i requisiti di cui all’articolo 2729 c.c., al fine di stabilire se la domanda sia fondata o meno.

  1. Si propone pertanto l’accoglimento del ricorso.

Resta di conseguenza assorbita la necessita’ di stabilire se sia ammissibile o meno il ricorso incidentale, col quale la (OMISSIS) deduce l’irrisarcibilita’ del danno alle cose, per non avere il sinistro contestualmente causato “danni gravi alla persona”. Spettera’ infatti al giudice del rinvio, tornando ad esaminare nel merito il gravame della Generali, accertare se sussistano o meno i presupposti di fatto richiesti dalla legge perche’ sorga l’obbligo indennitario in capo all’impresa designata”.

  1. La parte ricorrente ha depositato memoria ex articolo 380 bis c.p.c., comma 2, con la quale ha insistito per l’accoglimento del ricorso, ed eccepito l’inammissibilita’ del controricorso e del ricorso incidentale, per plurime ragioni.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il Collegio condivide le osservazioni contenute nella relazione.

La sentenza impugnata va di conseguenza cassata, con rinvio al Tribunale di Torre Annunziata, in persona di altro magistrato, il quale nel riesaminare l’appello si atterra’ ai due seguenti principi di diritto:

(a) il divieto di promuovere separati giudizi per domandare il risarcimento di danni differenti causati dal medesimo fatto illecito non opera quando i danni suddetti siano stati patiti da persone diverse, ciascuna delle quali resta sempre libera di domandare il risarcimento dei danni rispettivamente subiti, a prescindere dalle iniziative giudiziali dell’altra;

(b) la violazione del divieto di promuovere separati giudizi per domandare il risarcimento di danni differenti causati dal medesimo ha per conseguenza l’inammissibilita’ della sola domanda di risarcimento proposta per seconda. La domanda di risarcimento proposta per prima, invece, e’ sempre ammissibile anche se abbia ad oggetto una parte soltanto del pregiudizio patito dalla vittima.

  1. Il ricorrente ha eccepito la nullita’ della notifica del controricorso e del ricorso incidentale, in quanto eseguita ai sensi della L. 21 gennaio 1994, n. 53 da avvocato privo di procura, e semplice domiciliatario.

La nullita’, che pure sussiste, e’ stata tuttavia sanata ex articolo 156 c.p.c. dal raggiungimento dello scopo, dal momento che la parte ricorrente mostra di avere avuto chiara contezza del contenuto del ricorso incidentale.

Questa Corte ha infatti gia’ stabilito, al riguardo, che la notificazione eseguita, ai sensi della L. 21 gennaio 1994, n. 53, articolo 1 e segg. dall’avvocato domiciliatario su delega del difensore munito di procura alle liti, e’ affetta non da inesistenza, bensi’ da nullita’ rilevabile d’ufficio e sanabile, atteso che l’istanza di notifica proviene comunque da chi ha il legittimo ius postulandi (Sez. 6 – 3, Sentenza n. 5096 del 28/02/2013, Rv. 625357).

  1. Nel merito, il ricorso incidentale e’ inammissibile per difetto di interesse: questa Corte ha infatti gia’ piu’ volte stabilito che e’ inammissibile il ricorso incidentale, sia pure condizionato, con il quale la parte vittoriosa in sede di merito riproponga questioni su cui i giudici di appello non si sono pronunciati, avendole ritenute assorbite dalla statuizione adottata, in quanto tali questioni, nel caso di cassazione della sentenza, rimangono impregiudicate e possono essere dedotte davanti al giudice di rinvio (Sez. 5, Sentenza n. 574 del 15/01/2016, Rv. 638333).
  2. Le spese del presente giudizio di legittimita’ saranno liquidate dal giudice del rinvio.
  3. L’inammissibilita’ del ricorso incidentale costituisce il presupposto, del quale si da’ atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della societa’ (OMISSIS) s.p.a. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17).

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’articolo 380 c.p.c.:

(-) accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Tribunale di Torre Annunziata, in persona di differente magistrato, anche per le spese;

(-) dichiara inammissibile il ricorso incidentale;

(-) da’ atto che sussistono i presupposti previsti dal Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di (OMISSIS) s.p.a. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione

 

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