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L’ipotesi più semplice è quella in cui il danno patito dalla vittima sia, al momento di costituzione in mora dell’impresa designata, inferiore al massimale, e resti tale anche al momento del pagamento.

In questo caso l’assicuratore del responsabile deve versare al danneggiato il medesimo importo a questi dovuti dall’assicurato.

Tuttavia il debito del responsabile verso la vittima è una obbligazione di valore, fa sorgere la mora ex re dal giorno dell’illecito (art. 1219, comma 2, n. 1, c.c.), e produce i c.d. interessi compensativi da calcolarsi secondo i criteri stabiliti da Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995, Rv. 490480. Ora, l’assicuratore della r.c.a. deve tenere indenne la vittima di tutti i danni provocati dal responsabile: e dunque sia dei danni emergenti, sia del danno da ritardato adempimento.

Ne consegue che, quando il debito è inferiore al massimale sia al momento dell’illecito che al momento della solutio, la mora dell’assicuratore della r.c.a. produrrà i medesimi effetti della mora del responsabile: dunque l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuto a pagare gli interessi (c.d. compensativi), ad un saggio scelto in via equitativa secondo le circostanze del caso, applicato su un capitale pari alla media (semisomma) tra il valore del credito risarcitorio espresso in moneta dell’epoca del fatto, e lo stesso importo espresso in moneta dell’epoca della liquidazione, ovvero – il risultato è analogo – applicato per il primo anno sul credito espresso in moneta dell’epoca del fatto, e poi per ogni anno successivo sul credito via via rivalutato (per tutti questi principi si veda la fondamentale decisione pronunciata da Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995, Rv. 490480).

La seconda ipotesi è che l’importo del danno patito dalla vittima già al momento della costituzione in mora ecceda il massimale.

Quando il debito dell’assicuratore della r.c.a. eccede il massimale si applicano le regole sulla mora nelle obbligazioni pecuniarie: si è detto infatti che l’obbligazione dell’assicuratore della r.c.a. ha ad oggetto non il risarcimento del danno, ma l’adempimento del debito altrui. Essa è, dunque, una obbligazione di valuta e non di valore.

Ciò vuoi dire che l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuto a pagare un capitale pari al valore nominale del massimale, ai sensi dell’art. 1277, comma 1, c.c..

Su tale importo però l’impresa debitrice dovrà corrispondere gli interessi legali moratori di cui all’art. 1224, comma 1, c.c., anche in eccedenza rispetto ai massimale.

Ove, poi, la vittima deduca e dimostri anche il maggior danno di cui all’art. 1224, comma 2, c.c., l’assicuratore della r.c.a. sarà tenuta al pagamento – in luogo degli interessi moratori – di quest’ultimo danno, che potrà ovviamente consistere anche nella svalutazione monetaria, se il saggio di questa sia stato superiore a quello degli interessi legali e la vittima dimostri, anche con presunzioni semplici, che un tempestivo adempimento le avrebbe consentito di investire il denaro in attività tali che l’avrebbero preservata dagli effetti dell’inflazione.

  1. Può accadere infine, che il credito risarcitorio della vittima, inferiore al massimale all’epoca di costituzione in mora dell’assicuratore, con l’andare del tempo lieviti sino ad eccedere il massimale al momento della liquidazione: vuoi a causa della svalutazione monetaria, vuoi per qualsiasi altra ragione.

Anche in questo caso l’assicuratore è ovviamente tenuto al pagamento degli interessi di mora ex art. 1224, comma 1, c.c., sull’importo nominale del massimale, salvo il maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c..

La particolarità di questa terza ipotesi sta nel fatto che il ‘maggior danno’ di cui all’art. 1224, comma 2, c.c., potrebbe in teoria consistere anche nella differenza tra il valore del danno all’epoca della mora ed il valore del danno all’epoca del pagamento, ove la vittima deduca e dimostri che, in caso di tempestivo adempimento, ella avrebbe potuto ottenere un ristoro integrale, precluso invece a causa del ritardato adempimento dell’assicuratore.

In questo caso, pertanto, la vittima ottiene un ristoro integrale del danno sia in conto capitale, sia in conto interessi: non già perché venga meno il limite del massimale, ma perché l’eccedenza del danno rispetto al massimale in conto capitale viene ascritto all’assicuratore a titolo di ‘maggior danno’ ex art. 1224, comma 2, c.c..

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