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RISOLVI MALASANITA’ DANNO AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA RAVENNA FORLI RIMINI ORA !!!

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Malasanita’ danno  la responsabilità medica: cosa è  e come funziona

 adeSCRITTA

Se sei stato vittima di un errore medico che ti ha causato un danno, hai diritto di richiederne l’integrale risarcimento. La richiesta di risarcimento, a seconda dei casi, potrà essere indirizzata alla Struttura Sanitaria e/o al medico.

Qualora, da un primo esame sommario, ritenessimo sussistente l’errore medico e potenzialmente fondato il caso di malasanità, provvederemo a sottoporlo ai nostri medici-legali e, se del caso, agli specialisti per una valutazione più approfondita.

Sarà importante, in questa prima fase, poter esaminare le cartelle cliniche, i referti, eventuali perizie già da voi acquisite e l’ulteriore documentazione che ci permetta di ottenere il quadro completo della situazione.

 ARISOLVO3

Fondamentale per la richiesta è una relazione medico legale che evidenzi le censure organizzative della Struttura Sanitaria e/o nella condotta del medico e individui il danno risarcibile

  • E’ difficile ottenere un risarcimento per danno medico?

  • In quanto tempo si riesce ad ottenerlo? 

ACHIAMA MED3

Il medico, ovviamente, è responsabile di eventuali danni cagionati, e in virtù di questo il da Si considera errore medico una scelta terapeutica non adeguata che procura al paziente un peggioramento della sua situazione clinica, creando un danno.
Come specificato in Responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, la responsabilità civile può assumere tradizionalmente due forme:

  1. contrattuale(derivante dall’inadempimento di un contratto);

  2. extracontrattuale(conseguente alla commissione di un fatto illecito).

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Gli errori più frequenti sono:
•    Errata esecuzione di interventi chirurgici.
•    Aderenze post-operatorie.
•    Clips mal posizionate.
•    Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante.
•    Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema.
•    Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi.
•    Infezioni post-operatorie.
•    Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici.
•    Mancata diagnosi di patologie.
•    Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato.
•    Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento.
•    Scarsa assistenza nel post-operatorio.
•    Suture (abnormi, tolte troppo precocemente).
•    Lesioni durante le intubazioni oro-tracheali.

 

 

Questo principio generale, vale sia in caso di intervento chirurgico non eseguito in modo corretto, sia in caso di terapie e somministrazione di farmaci che hanno provocato un danno clinico del paziente, o ad esempio nei casi di assunzione di un determinato farmaco che associato ad altri farmaci ha causato delle complicazioni.

 

nneggiato ha diritto a un risarcimento.

 

Nella professione , il medico, pur rispettando l’autonomia riconosciutagli nelle scelte professionali, deve necessariamente considerare il diritto fondamentale dell’ammalato di essere curato.

Quando le strutture sono inadeguate , oppure vi è negligenza ed inefficienza del personale medico, Per conseguire l’indennizzo il soggetto deve essere rimasto vittima di ‘malasanità’, ovvero aver subito danni ascrivibili ad errori medici ed ospedalieri riconducibili ad imperizia o negligenza.

 

Si parla di errore medico quando una scelta terapeutica del sanitario procura al paziente non un beneficio ma un danno, causando un peggioramento delle sue condizioni di salute che non dipende dal normale decorso della malattia ma dall’intervento eseguito.
Si tratta di un principio generale che vale sia quando ci si trova di fronte ad una operazione chirurgica eseguita in modo non corretto, sia quando si va ad esaminare la somministrazione di farmaci senza considerare, ad esempio, che l’assunzione di una determinata medicina associata ad altri farmaci può causare delle complicazioni.

PER GLI ERRORI DI MALASANITÀ E PER IL RISARCIMENTO DANNI DA ERRORE MEDICO DEVO RIVOLGERMI AD UN AVVOCATO?

Si, con l’aiuto di un avvocato si deve rediggere e far pervenire un atto di citazione nei confronti del medico o nei confronti della struttura Sanitaria di cui il medico fa parte, onde ottenere l’integrale risarcimento dei danni subiti a seguito dell’intervento medico.


RISARCIMENTO DANNI: FASE DELLA VALUTAZIONE DEL DIRITTO AL RISARCIMENTO DANNI

Prima di intraprendere qualsiasi azione giudiziaria (quello che comunemente è definito “fare causa”) l’avvocato valuta accuratamente la fondatezza del vostro diritto al risarcimento del danno attraverso un consulto preliminare per capire meglio cosa fare.

 

 

Per quanto riguarda l’individuazione dei termini di prescrizione

 

Per quanto riguarda l’individuazione dei termini di prescrizione occorre necessariamente far riferimento alla natura contrattuale o a quella extracontrattuale della responsabilità ascrivibile al medico e all’ospedale.

Infatti le norme sono chiare nello stabilire che per la responsabilità contrattuale il termine di prescrizione è di 10 anni, ai sensi dell’art. 2946 c.c.:

Art. 2946 c.c.

Salvo i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni.

Per la responsabilità extracontrattuale il termine di prescrizione è invece di 5 anni, secondo quanto stabilito dall’art. 2947 c.c., primo comma, il quale stabilisce infatti che:

Art. 2947 c.c.

Il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in 5 anni dal giorno in cui il fatto si è verificato.

Art. 2935 c.c.
La prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.

Questo orientamento vede una diversa lettura dell’espressione “verificarsi del danno”, affermando che il danno si manifesta all’esterno quando diviene oggettivamente percepibile e conoscibile; e che nei casi in cui via sia una responsabilità medica il decorrere del termine avviene non già da quando il paziente si accorge di “stare male”, ma occorre che questo si trovi anche nella condizione di valutare e capire appieno la gravità delle conseguenze lesive alla sua salute.

La responsabilità, sia del medico, sia dell’ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha contenuto contrattuale ed è quella tipica del professionista. Ne deriva che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell’onere della prova, i principi delle obbligazioni da contratto d’opera intellettuale professionale relativamente alla diligenza ed al grado della colpa, e la prescrizione ordinaria.

 

Quanto all’onere della prova, in particolare, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

 

QUANTO TEMPO HO PER AGIRE?

Prescrizione danno da Malasanità: con la riforma Gelli che entra in vigore dal 1 aprile 2017 si hanno 10 anni di tempo per la prescrizione di un danno  nei confronti della struttura ospedaliera e 5 anni per  il medico che opera all’interno della struttura sanitaria stessa; mentre se il medico opera in regime privatistico contrattuale si hanno 10 anni di tempo per agire in caso di errore medico e malasanità. NB: in caso di danno rimasto occulto, il termine di prescrizione inizia a decorrere dal momento dell’esteriorizzazione di esso.

 

 

 

Purtroppo si tende ancora troppo a ritenere la figura del medico intoccabile a causa della percezione stessa che ne hanno i pazienti; basti pensare al timore di un paziente nel dover chiedere spiegazioni, sia riguardo un suo disturbo, sia riguardo allo stato di salute di un parente eventualmente ricoverato in ospedale.

 

La  qualificazione come contrattuale della responsabilità medica determina, in particolare:

  1. a) l’applicabilità della regola di cui all’art. 1218 c.c. in tema d’inadempimento, essendo quindi il debitore inadempiente a dover dimostrare che l’inadempimento, o il ritardo, è stato determinato dall’ impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile;
  2. b) l’operatività del termine di prescrizione decennale;

È nell’ambito di questo contesto che s’inserisce il tema della responsabilità del medico specializzato e, in particolare, quella del medico chirurgo plastico (ovvero estetico).

È un fenomeno, quello della chirurgia estetica, sempre più diffuso nella nostra società, sostenuto principalmente dal desiderio, proprio di pazienti di ogni sesso ed età, di voler migliorare quegli aspetti considerati imperfetti nel proprio aspetto fisico; chiaramente, ad una domanda sempre più consistente di prestazioni chirurgiche di questo tipo, si accompagna fisiologicamente un aumento delle richieste di risarcimento connesse ad eventuali errori operati dal chirurgo, ovvero all’insoddisfazione per il risultato ottenuto.

aproblema soluzione

 

Come va fatta e a chi una richiesta di risarcimento per danni da malasanità o responsabilità medica

Nel caso tu o un tuo parente abbiate subito dei danni da malasanità, la via migliore per ottenere un risarcimento congruo al danno cagionato è quella di rivolgersi a un legale.

 

 

 

danno patrimoniale (e il suo risarcimento) è individuabile nei danni inferti alla sfera patrimoniale del singolo soggetto ed è costituito dal danno emergente (danno attuale) e lucro cessante (danni futuri, mancato guadagno, perdita di chance).

 

La liquidazione del risarcimento dei danni da lucro cessante ai sensi degli articoli 2056 e 1226 del codice civile necessita della prova, anche presuntiva, della certezza della sua reale esistenza, anche se tale esistenza sia futura o proiettabile nel futuro, nel senso che il lucro cessante o la perdita di chance siano con probabilità inseribili nella sfera patrimoniale del danneggiato.

Il danno non patrimoniale (e il suo risarcimento) – articolo 2059 codice civile – è quello che ha costituito e costituisce il maggiore interesse ed intervento della giurisprudenza sia di merito che della Cassazione. In particolare, la Cassazione con tre sentenze gemelle (per tutte sentenza 11.11.2008 n. 26972) ha ridisegnato il danno non patrimoniale nella sua interezza.

  • CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE – SENTENZA 12 marzo 2013, n.6093 – Pres. Segreto – est. Vivaldi
  • Motivi della decisione
  • Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo I. Secondo l’art. 366-bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del decreto i motivi di ricorso debbono essere formulati, a pena di inammissibilità, nel modo lì descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.
  • Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; e la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (S.U. 1.10.2007 n. 20603; Cass. 18.7.2007 n. 16002). Il quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l’enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il caso in esame, poi, deve essere formulato, sia per il vizio di motivazione, sia per la violazione di norme di diritto, in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (v. S.U. 11.3.2008 n. 6420 che ha statuito l’inammissibilità – a norma dell’art. 366 bis c.p.c. – del motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo).
  • La funzione propria del quesito di diritto – quindi – è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass.7.4.2009 n. 8463; v, anche S.U. ord. 27.3.2009 n. 7433).
  • Inoltre, l’art. 366 bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta – ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso stesso -, una diversa valutazione, da parte del giudice di legittimità, a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dai numeri 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360, primo comma, c.p.c., ovvero del motivo previsto dal numero 5 della stessa disposizione.
  • Nel primo caso ciascuna censura – come già detto – deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., all’enunciazione del principio di diritto, ovvero a dieta giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza.
  • Nell’ipotesi, invece, in cui venga in rilievo il motivo di cui al n. 5 dell’art. 360 e. p.c.c. (il cui oggetto riguarda il solo iter argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso (c.d. momento di sintesi) – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione (v. da ultimo Cass. 25.2.2009 n. 4556).
  • I quesiti posti rispettano i requisiti richiesti dalla norma dell’art. 366 bis c.p.c..
  • Con il primo motivo la ricorrente denuncia a) nullità della sentenza per lesione del contraddittorio e del correlato diritto di difesa (artt. 275 secondo comma, 352 e 101 c.p.c, artt. 3, 111 secondo comma e 24 secondo comma della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.); b) violazione in ogni caso degli artt. 275 terzo e quarto comma e 352 c.p.c. e dell’art. 24 secondo comma, nonché dell’art. 111 sesto comma della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..
  • Il motivo non è fondato.
  • In primo luogo, deve rilevarsi che è principio condiviso nella giurisprudenza della Corte di legittimità che l’omessa fissazione, nel giudizio d’appello, dell’udienza di discussione orale, pur ritualmente richiesta dalla parte ai sensi dell’art. 352 c.p.c. non comporti necessariamente la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa.
  • E ciò perché l’art. 360 n. 4, c.p.c., nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice che comportino la nullità della sentenza o del procedimento, non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in dipendenza del denunciato error in procedendo. Inoltre, avendo la discussione della causa, nel giudizio d’appello, una funzione meramente illustrativa delle posizioni già assunte e delle tesi già svolte nei precedenti atti difensivi e, non essendo sostitutiva delle difese scritte di cui all’art. 190 c.p.c., per configurare una lesione del diritto di difesa non basta affermare, genericamente, che la mancata discussione ha impedito al ricorrente di esporre meglio la propria linea difensiva, ma è necessario indicare quali siano gli specifici aspetti che la discussione avrebbe consentito di evidenziare o di approfondire, colmando lacune e integrando gli argomenti ed i rilievi già contenuti nei precedenti atti difensivi (Cass. 5.12.2003 n. 18618).
  • L’applicabilità di questi principi, però, necessita di un elemento pregiudiziale, vale a dire che la richiesta di discussione orale sia rituale ai sensi dell’art. 352, secondo comma c.p.c..
  • Prevede, infatti, tale norma che ‘ Se l’appello è proposto alla corte dr appello, ciascuna delle parti, nel precisare le conclusioni, può chiedere che la causa sia discussa oralmente dinanzi al collegio. In tal caso, fermo restando il rispetto dei termini indicati nell’articolo 190 per il deposito delle difese scritte, la richiesta deve essere riproposta al presidente della corte alla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica’.
  • Ebbene, nel caso in esame di una tale riproposizione, sulla quale il presidente provvede ai sensi del terzo comma dello stesso art. 352 c.p.c., non vi è traccia; né il ricorrente dimostra – e riproduce in ricorso – il tenore ed i tempi di tale richiesta, debitamente riproposta; con la conseguente declaratoria di infondatezza del motivo.
  • Con il secondo motivo si denuncia nullità della C.T.U. espletata in primo grado con conseguente nullità derivata della sentenza della Corte d’Appello che l’ha interamente recepita, ancora una volta per lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa (‘error in procedendo’ con violazione degli Artt. 61, 101, 122 e 123 c.p.c., 3 e 24 secondo comma della Costituzione, in relazione all’Art. 360 n. 4 c.p.c.).
  • Il motivo non è fondato sotto due concorrenti profili.
  • In ordine al primo, sarebbe addirittura inammissibile perché nuovo.
  • Non risulta, infatti, che la censura relativa alla supposta nullità della c.t.u., per le ragioni che si vanno più oltre ad indicare, sia stato proposta nel giudizio di appello; né la ricorrente, al fine di evitare la declaratoria di novità, indica in quali atti processuali sarebbe stata già proposta riproducendone il contenuto nel ricorso per cassazione.
  • Né il rilievo può essere superato da una tale indicazione contenuta nella memoria – nella specie depositata ex art. 378 c.p.c. – la cui funzione è solo quella di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso, ma non di integrarli con gli elementi mancanti (v. da ultimo Cass. 15.4.2011 n. 8749).
  • In ogni caso, anche a tralasciare un tale profilo, l’infondatezza del motivo scaturisce dall’insussistenza dei rilievi avanzati.
  • La nullità, infatti, è predicata per avere il c.t.u. ‘posto a fondamento della propria relazione pubblicazioni in lingua inglese senza la traduzione in lingua italiana quanto meno dei passaggi richiamati e fatti propri’ (così nel quesito posto al termine della illustrazione del motivo).
  • Ma, il principio dell’obbligatorietà dell’uso della lingua italiana – previsto dall’art. 122 c.p.c. – si riferisce agli atti processuali in senso proprio e non anche ai documenti prodotti dalle parti. Quindi, quando questi ultimi siano redatti in lingua straniera, il giudice, ai sensi dell’art. 123 c.p.c., ha la facoltà, e non l’obbligo, di nominare un traduttore, per cui, il mancato esercizio di detta facoltà, specie quando trattasi di un testo di facile comprensibilità, sia da parte dello stesso giudice che dei difensori, non può formare oggetto di censura in sede di legittimità (da ultimo Cass. 16.6.2011 n. 13249; Cass. ord. 23.2.2011 n. 4416).
  • La consulenza tecnica d’ufficio, regolarmente redatta in lingua italiana – che nella specie la ricorrente ritiene fondata su pubblicazioni in lingua inglese – è, pertanto, esente dai rilievi avanzati.
  • Con il terzo motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio (art. 360 n. 5 c.p.c.); violazione degli artt. 2236, 1176, 1218, 1223, 1226, 2043 2056 e 2059 c.c. nonché degli artt. 2 e 32 della Costituzione (art. 360 n. 3 c.p.c.).
  • Il motivo è fondato per le ragioni che seguono.
  • La Corte di merito, nel contestare le valutazioni della consulenza di parte – considerata ‘come illustrazione delle ragioni dell’appellante’ – mostra di ritenere non condivisibile il rilievo per il quale ‘anziché indirizzare la paziente al reparto oncologico dello stesso ospedale essi [i medici] avrebbero dovuto rivalutare il caso e discuterlo collegialmente assieme agli oncologi’.
  • E ciò perché il direttore della clinica chirurgica consigliava al medico di base di sottoporre la M. – appena in condizioni di essere dimessa – a visita oncologica specialistica; indicazione questa ritenuta ‘pienamente congrua e condivisibile anche se il primo referto anatomo – patologico sulla biopsia avesse avuto un significato equivocabile’, non sembrando ‘condivisibile l’osservazione che già a quel momento fosse evidente la diagnosi di emangioendotelioma epitelioideo anziché l’adenocarcinoma’. Aggiunge la Corte che ‘a quella più corretta diagnosi si giunse un anno e mezzo dopo, ma certamente vi contribuirono le osservazioni sui risultati della chemioterapia praticata in quel di …’ affermando non essere decisiva ‘l’assenza di valori pericolosi dei due marcatori tumorali CA 19.9 e CEA.’. E conclude, in ordine ai rilievi avanzati dal consulente di parte ed esaminati come ragioni di impugnazione: ‘Non sono le chiacchiere estemporanee di pur dotta persona ad influenzare una decisione giudiziaria, sia pur per disporre il rinnovo della consulenza’.
  • Ebbene, sotto questo primo profilo, per un verso, è evidente la carenza motivazionale in cui è incorsa la Corte di merito in ordine ai rilievi critici mossi dal consulente di parte – e riportati in ricorso – alla consulenza tecnica d’ufficio ai fini di un rinnovo della consulenza in appello esaminati ‘quali ragioni di impugnazione’, limitandosi la Corte di merito – nell’aderire alla consulenza di ufficio – ad affermare che ‘sia per la rarità di quelle neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o negligenza la diagnosi fatta dall’anatomo patologo prof. P. ‘. Trova, nella specie, applicazione il principio secondo il quale è affetta da vizio di motivazione la sentenza che, a fronte di precise e circostanziate critiche mosse dal consulente tecnico di parte alle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, non le abbia dovutamente prese in considerazione e si sia, invece, limitata a far proprie le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio (Cass. 2.12.2011 n. 25862; Cass. 24.4.2008 n. 10688; Cass. 1.3.2007 n. 4797).
  • Dal rilievo che la consulenza tecnica di parte non è mai un mezzo di prova, ma solo un atto difensivo e che, dunque, il Giudice non è tenuto a discuterne ex professo le conclusioni quando ritenga di aderire a quelle del consulente di ufficio (v. anche S.U. 9.3.1965, n. 375), non è, infatti, consentito trarre il corollario che egli possa anche totalmente prescindere dai rilievi precisi e circostanziati che il consulente di parte abbia mosso agli argomenti ed alle conclusioni del consulente d’ufficio (Cass. 2.2.2011 n. 25862; Cass. 24.4.2008 n. 19688; Cass. 16.6.2001 n. 8165).
  • E ciò perché il potere del Giudice di merito, di apprezzare il fatto, non equivale ad affermare che egli possa farlo immotivatamente e non lo esime, quindi, dalla spiegazione delle ragioni – fra le quali evidentemente non può considerarsi prevalente la maggiore fiducia che egli eventualmente tenda ad attribuire al consulente d’ufficio quale proprio ausiliare – per le quali sia pervenuto ad una conclusione anziché ad un’altra, incorrendo, altrimenti, nel vizio di motivazione su punto decisivo della controversia (Cass.13.1.2005, n. 582).
  • In tali casi, la possibilità per il Giudice di limitarsi a condividere le argomentazioni tecniche svolte dal proprio consulente, recependole, deve considerarsi riferita al caso che le critiche mosse alla consulenza siano state già valutate dal consulente d’ufficio ed abbiano trovato motivata e convincente smentita in un rigoroso ragionamento logico (fra le varie Cass. 2.5.2006 n. 10133).
  • Ciò che, nella specie, non è avvenuto. Non solo.
  • Ma la Corte omette anche di chiarire e motivare le ragioni per le quali non sarebbe ‘condivisibile l’osservazione che già a quel momento fosse evidente la diagnosi di ’emangioendotelioma epitelioideo’ anziché l’adenocarcinoma’.
  • Né l’affermazione, sempre immotivata, del perché soltanto dopo un anno e mezzo si poté giungere ‘a quella più corretta diagnosi’, alla quale contribuirono ‘certamente’ ‘le osservazioni sui risultati della chemioterapia praticata in quel di …’ è sostenuta dalla indicazione delle ragioni di un tale convincimento.
  • Il carattere assertorio della sentenza impugnata non può essere condiviso in assenza di una congrua e convincente motivazione. Ed a tale conclusione deve pervenirsi anche con riferimento al rilievo per il quale la Corte di merito ha ritenuto priva di decisività la circostanza dell’assenza ‘di valori pericolosi dei due marcatori tumorali CA 19.9 e CEA’; rilievo, questo, meramente allegato; come tale – in difetto di motivazione sulle ragioni per le quali la circostanza è stata considerata non decisiva – privo di consistenza.
  • Ed allora, già sotto questi primi profili, per le ragioni indicate, la sentenza impugnata non può considerarsi esente dalle critiche motivazionali che le sono state mosse dall’odierna ricorrente.
  • Passando, quindi, all’esame delle potenziali colpe ascrivibili agli odierni intimati e del percorso logico argomentativo che ha condotto il giudice del merito ad escludere ogni profilo di colpa -, la Corte di merito ritiene – sulla scorta delle conclusioni della c.t.u. – che ‘sia per la rarità di quelle neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o negligenza la diagnosi fatta dall’anatomo patologo prof. P. ‘.
  • Ed, a tal fine, afferma: ‘Trattandosi di errore scusabile in situazione che ai sensi dell’art. 2236 c.c. per la speciale difficoltà della diagnosi, avrebbe limitato la responsabilità al caso della colpa grave, nulla può essere addebitato al prof. P. ; tantomeno può muoversi rimprovero al chirurgo prof. Mi. che si comportò secondo i migliori canoni dettati dalla prudenza o dal rispetto verso la paziente subito richiedendo l’analisi della biopsia nel corso dell’intervento e comportandosi come quel referto imponeva. Del tutto estraneo alla vicenda è stato il prof. Ma. , cui non si poteva attribuire il dovere di ripetere quell’esame, senza un motivo valido per farlo, e che sarebbe stato seriamente in colpa se non avesse riferito e consigliato al curante di far visitare la paziente a uno specialista oncologo’. Concludendo: ‘Poco importano i rilievi sulla conseguente terapia, che comunque si giustificava come scelta di maggior prudenza. La scusabilità dell’errore diagnostico impone il rigetto dell’appello’.
  • Orbene, anche tali conclusioni non possono essere condivise. La limitazione di responsabilità professionale del medico-chirurgo ai soli casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, con esclusione dell’imprudenza e della negligenza.
  • Infatti, anche nei casi di speciale difficoltà, tale limitazione non sussiste con riferimento ai danni causati per negligenza o imprudenza, dei quali il medico risponde in ogni caso (fra le varie Cass.1.3.2007 n. 4797; Cass. 19.4.2006 n. 9085; Cass. 29.7.2004 n. 14488; Cass. 10.5.2000 n. 5945; Cass. 18.11.1997 n. 11440; Corte Cost. 22.11.1973, n. 166).
  • Il giudice del merito, nel caso in esame, si è attestato sulla scusabilità dell’errore diagnostico per la speciale difficoltà della diagnosi – rilievo questo relativo alla sola perizia, peraltro neppure debitamente motivato in relazione alle particolarità del caso concreto – per escludere la responsabilità a vario titolo dei soggetti coinvolti, ma nulla ha detto con riferimento alle altre due ipotesi: negligenza o imprudenza che, se ricorrenti, sono fonte di responsabilità contrattuale anche nei casi di speciale difficoltà.
  • Anche in questo caso, – unitamente alla non corretta applicazione dei principii in tema di responsabilità professionale medica ex art. 2236 c.c. che depongono per la sussistenza dell’ipotesi di violazione di legge – si tratta anche di evidente vizio motivazionale, che ha condotto a scelte decisionali non condivisibili perché fondate soltanto su di un aspetto di tale responsabilità.
  • Ed a una tale conclusione si perviene, ancora una volta, anche con riferimento alla indicazione desunta dalla c.t.u. svolta nel giudizio di primo grado, laddove la Corte di merito si è uniformata al giudizio tecnico – che aveva concluso che ‘ sia per la rarità di quelle neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o negligenza la diagnosi fatta dall’anatomo patologo prof. P. ‘ -, senza procedere ad una autonoma valutazione delle condotte in relazione ai profili della imprudenza e negligenza.
  • Da ultimo, non meno viziata appare l’affermazione alla quale perviene la sentenza – dopo avere concluso per la scusabilità dell’errore diagnostico – ‘Poco importano i rilievi sulla conseguente terapia, che comunque si giustificava come scelta di maggior prudenza’.
  • Un tale assunto, ancora una volta, avrebbe potuto essere condivisibile soltanto se il giudice del merito avesse argomentato di quali rilievi si fosse trattato, la loro irrilevanza e le ragioni sulle quali fondava una tale conclusione; invece apodittica.
  • Diversamente, anche i successivi aspetti fattuali della vicenda avrebbero potuto gettare una luce chiarificatrice sulle ipotizzate responsabilità.
  • Questi gli snodi argomentativi che la Corte di merito ha in modo erroneo trattato e che l’hanno condotta ad una conclusione non in linea con i principi enunciati.
  • Il caso in esame – per le sue peculiarità – richiede un più approfondito e puntuale esame da parte del giudice del merito, al fine di cogliere le diverse problematiche che investono le condotte dei sanitari, i profili di eventuale responsabilità, il nesso di causalità e la ricorrenza del potenziale danno risarcibile.
  • Alla luce dei principii esposti dovrà essere condotto l’esame da parte del giudice del rinvio.
  • Merita precisare alcuni corollari applicabili alla fattispecie in esame.
  • Sono principii ormai pacifici nella giurisprudenza della Corte di legittimità in tema di responsabilità medica i seguenti.
  • La responsabilità dell’ente ospedaliere è di natura contrattuale; e ciò perché l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (v. per es. Cass. 3.2.2012 n. 1620; Cass. 16.1.2009 n. 975; S.U. 11.1.2008 n. 577; Cass. 14.6.2007 n. 13953; Cass. 13.4.2007 n. 8826; Cass. 19.4.2006 n. 9085).
  • A sua volta, anche l’obbligazione del medico dipendente dall’ente ospedaliero nei confronti del paziente, ancorché non fondata sul contratto, ma sul contatto sociale – cioè su altro fatto idoneo a produrre l’obbligazione ex art. 1173 c.c. -, ha contenuto contrattuale (v. per es. Cass.7.10.2010 n. 20808; Cass. 19.4.2006 n. 9085; Cass. 28.5.2004 n. 10297).
  • Secondo questa condivisibile giurisprudenza, le obbligazioni possono sorgere da rapporti di fatto, in quei casi in cui taluni soggetti entrano tra loro in contatto.
  • Benché questo contatto non riproduca le note ipotesi negoziali, pur tuttavia ad esso si ricollegano obblighi di comportamento di varia natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso.
  • In questi casi non può esservi (solo) responsabilità aquiliana, ma si rinviene una responsabilità a contenuto contrattuale, per non avere il soggetto fatto ciò a cui era tenuto in forza di un precedente vincolo.
  • La situazione descritta si riscontra nei confronti dell’operatore di una professione c.d. protetta (cioè una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato), particolarmente, quando la professione abbia ad oggetto beni costituzionalmente garantiti, come avviene per la professione medica, che incide sul bene della salute, tutelato dall’art. 32 Cost..
  • Rispetto all’operatore professionale la coscienza sociale, prima ancora che l’ordinamento giuridico, non si limita a chiedere un non tacere – e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità -, ma proprio quel tacere, nel quale si manifesta la perizia che ne deve contrassegnare l’attività in ogni momento.
  • La responsabilità, sia del medico, sia dell’ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha, dunque, contenuto contrattuale ed è quella tipica del professionista.
  • Ne deriva che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell’onere della prova, i principi delle obbligazioni da contratto d’opera intellettuale professionale relativamente alla diligenza ed al grado della colpa, e la prescrizione ordinaria.
  • Quanto all’onere della prova, in particolare, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno (Cass. 9.10.2012 n. 17143; Cass. 21.7.2011 n. 15993; Cass. 8.10.2008 n. 24791).
  • Inoltre, in relazione alla responsabilità del primario, vale ricordare Cass. 29.11.2010 n. 24144 che ha affermato che il primario ospedaliero, che, ai sensi dell’art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o interpello degli altri operatori sanitari), ed è, perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi.
  • E ciò, al fine di vigilare sulla esatta impostazione ed esecuzione delle terapie, di prevenire errori e di adottare tempestivamente i provvedimenti richiesti da eventuali emergenze.
  • Anche di questi principii dovrà tenere conto il giudice del rinvio nell’esaminare il caso concreto.
  • Conclusivamente, sono rigettati il primo e secondo motivo; è accolto il terzo. La sentenza impugnata è cassata in relazione, e la causa è rinviata alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.
  • Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.
  • Q.M.
  • La Corte rigetta il primo e secondo motivo. Accoglie il terzo. Cassa in relazione e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

 

 

ADANNO3ACLIPRIMOACHIAMA MED3ACLIPRIMO

Allorquando infatti la responsabilita’ medica venga invocata a titolo contrattuale, cioe’ sul presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale (o da “contatto sociale”), la distribuzione inter partes del carico probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilita’ e’ invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed e’ dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo: sul danneggiato grava dunque solo l’onere di allegare qualificate inadempienze, astrattamente idonee a porsi come causa o concausa del danno, nella prestazione del medico inserita nella sequenza eziologica da cui e’ scaturito il lamentato pregiudizio (cosi’ Cass. 12/09/2013, n. 20904; Cass. 21/07/2011, n. 15993; Cass. 12/12/2013, n. 27855; Cass. 30/09/2014, n. 20547; Cass. 14/07/2015, n. 14642).

Con specifico riferimento poi ai danni cerebrali da ipossia neonatale, si e’ condivisibilmente affermato che, in presenza di un’azione o di un’omissione dei sanitari nella fase del travaglio o del parto in ipotesi atte a determinare l’evento, l’esser rimasta ignota la causa del danno non puo’ ridondare a vantaggio della parte obbligata, la quale e’ anzi tenuta alla prova positiva del fatto idoneo ad escludere l’eziologica derivazione del pregiudizio dalla condotta inadempiente (Cass. 17/02/2011, n. 3847; Cass. 09/06/2011, n. 12686); d’altro canto, il nesso di causalita’ tra condotta medica e danno e’ da ritenersi sussistente quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno patito dal neonato sia ascrivibile a ragioni naturali o genetiche e, dall’altro, appaia “piu’ probabile che non” che un tempestivo e diverso intervento medico avrebbe evitato il pregiudizio (cosi’ Cass. 09/06/2016, n. 11789).

Risulta altresi’ di palmare evidenza la disapplicazione del quadro degli oneri probatori in materia di malpratice medica operata dalla Corte territoriale: la riscontrata asseverazione della inesatta esecuzione della prestazione sanitaria in sede di assistenza al parto (peraltro con omissione del monitoraggio avvenuta oltremodo per un notevole lasso temporale e nella immediata prossimita’ del parto), in quanto idonea a provocare il danno (apparendo estremamente remota la derivazione da altre cause della paralisi cerebrale sofferta dallo sfortunato (OMISSIS)), avrebbe dovuto condurre il giudicante a ritenere pienamente assolto l’onus gravante sul danneggiato.

Nessuna valenza poteva invece ascriversi (ed in parte qua si manifesta un’ulteriore erroneita’ dell’iter argomentativo seguito dalla Corte di Appello) all’assenza di una sicura prova di uno stato di sofferenza fetale: acclarato un monitoraggio non conforme alle regole della buona ostetricia, la mancanza di una conclusione certa circa la sussistenza o meno di una sofferenza fetale non puo’ deporre a favore della parte obbligata a controllare la situazione clinica della partoriente.

Come affermato da Cass. n. 12686/2011 in un caso analogo, ai fini dell’affermazione della responsabilita’ medica “rileva non tanto e non solo la prova certa della sofferenza fetale, quanto piuttosto la prova certa della sua esclusione”, dimostrazione positiva cioe’ del fatto idoneo ad escludere il nesso di causalita’ tra il dedotto inadempimento dei sanitari e l’evento dannoso che deve essere offerta, dacche’ prova liberatoria richiesta dall’articolo 1218 c.c., dalla parte convenuta nel giudizio di responsabilita’ (cosi’, da ultimo, Cass. 31/03/2016, n. 6209).

ade3scritta

Suprema Corte di Cassazione

sezione III civile

sentenza 4 aprile 2017, n. 8664

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – rel. Presidente

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13087/2014 proposto da:

(OMISSIS) in proprio, (OMISSIS) (OMISSIS) nella sua qualita’ di amministratore di sostegno di (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato GREGORIO IANNOTTA, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONELLA IANNOTTA, giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

(OMISSIS) S.P.A. in persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione e legale rappresentante Prof. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS) elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso;

(OMISSIS) S.P.A., in persona di (OMISSIS) Dirigente Procuratore Speciale, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS) che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS) S.P.A. a mezzo della propria mandataria e rappresentante (OMISSIS) S.C.P.A. in persona dei suoi procuratori speciali (OMISSIS) e (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS) presso lo studio dell’Avv. Prof. (OMISSIS), che la rappresenta e difende in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

(OMISSIS) S.P.A.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 4128/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 18/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/11/2016 dal Consigliere Dott. MARIA MARGHERITA CHIARINI;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE AUGUSTINIS Umberto, che ha concluso per il rigetto.

FATTI DI CAUSA

(OMISSIS), in proprio e nella qualita’ di esercente la potesta’ genitoriale sul minore (OMISSIS), agi’ per il risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, conseguenti alle lesioni cagionate al figlio da sofferenza ipossico-ischemica patita in occasione del parto, avvenuto presso la (OMISSIS) il (OMISSIS), esitate in paralisi cerebrale infantile di tipo ipertonico bilaterale, con compromissione funzionale degli arti inferiori e totale assenza di parola.

Evoco’ in giudizio la (OMISSIS) S.p.A. ed i medici (OMISSIS) e (OMISSIS); i convenuti resistettero alla domanda chiamando in causa, per l’eventuale manleva, le rispettive compagnie assicuratrici, le quali aderirono alle contestazioni ed alla difese dei loro assicurati.

L’adito Tribunale di Roma, dopo articolata e complessa attivita’ istruttoria, rigetto’ le istanze risarcitorie per difetto del nesso di causalita’ tra la condotta dei sanitari e l’evento dannoso, decisione poi confermata, in sede di gravame, dalla Corte di Appello di Roma con sentenza n. 4128/2013 del 18 luglio 2013.

Avverso questa sentenza ricorrono per cassazione, affidandosi a cinoue motivi, (OMISSIS), in proprio, nonche’ (OMISSIS), nella qualita’ di amministratore di sostegno di (OMISSIS) (nelle more divenuto maggiorenne); resistono, con distinti controricorsi, la (OMISSIS) S.p.A., (OMISSIS), (OMISSIS), la (OMISSIS) S.p.A. e la (OMISSIS) S.p.A., mentre non ha svolto attivita’ difensiva l’altra intimata, (OMISSIS) S.p.A..

Parte ricorrente e la resistente (OMISSIS) S.p.A. hanno altresi’ depositato memoria illustrativa.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo, i ricorrenti – per omesso esame circa un fatto decisivo e per violazione e falsa applicazione delle norme in tema di corrispondenza tra chiesto e pronunciato – censurano la sentenza della Corte di Appello per aver reputato generico e non esaminato nel merito il motivo di appello con cui si rappresentava che il giudice di prime cure, dopo aver condiviso le conclusioni della consulenza tecnica officiosa (secondo cui “una causa della patologia diversa da un evento anossico-ischemico in epoca perinatale” era “estremamente improbabile”)aveva rigettato la domanda per “assenza di certezza sulle cause della P.C.I.”.

1.1. Il secondo motivo denuncia violazione dei principi sulla distribuzione dell’onere della prova e delle norme sugli elementi istruttori da porre a fondamento della decisione, per avere la decisione gravata escluso il nesso di causalita’ tra la condotta dei sanitari e l’evento, pur essendo rimasta ignota la causa del danno e pur in presenza di un comportamento omissivo dei medici (la interruzione del monitoraggio del travaglio mediante tracciato per un congruo periodo di tempo prima del parto) costituente inadempimento (e come tale ritenuto dal giudice di prime cure) concausa della sofferenza ipossico-ischemica.

1.2. Con il terzo motivo (anch’esso prospettante violazione delle regole sul riparto probatorio e dei principi sugli elementi da porre a fondamento della decisione) parte ricorrente assume che, accertato l’inadempimento dell’obbligazione del sanitario e della casa di cura nel monitorare con tracciato CTG il travaglio, doveva ritenersi provata l’esistenza di nesso causale tra la condotta omissiva dei medici e la patologia subita dal paziente, non potendo ridondare in danno del danneggiato le carenze della cartella clinica.

1.3. Ancora sotto il profilo della inosservanza dei criteri sul riparto dell’onere probatorio, il quarto motivo censura altresi’ la sentenza per aver valutato irrilevante “la mancanza del tracciato del monitoraggio CTG nel periodo immediatamente antecedente l’ingresso in sala parto”, in ragione della “documentata assenza di sofferenza al momento della nascita” e delle “refertate buone condizioni del neonato”.

1.4. Con il quinto motivo, invece, per violazione dei principi che disciplinano la diligenza nell’adempimento di prestazioni mediche, si lamenta il mancato riconoscimento della responsabilita’ del pediatra, Dott. (OMISSIS), per non aver diagnosticato o, comunque, per aver sottaciuto la sofferenza perinatale del paziente, avendo praticato un trattamento farmacologico con antiemorragico non compatibile con un parto del tutto normale.

  1. Il ricorso e’ fondato e va accolto in relazione ai motivi secondo, terzo e quarto, tutti congiuntamente esaminabili poiche’ invclgenti, nell’apprezzamento della medesima vicenda fattuale, la corretta osservanza dei criteri disciplinanti la distribuzione dell’onus probandi tra le parti in lite.

arisSCRITTA2.1. La decisione richiede brevi premesse di ordine generale.

Con orientamento oramai consolidato (a partire dal basilare arresto di Cass., Sez. U, 11/01/2008, n. 577), il giudice della nomofilachia ha chiarito che in tema di responsabilita’ contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilita’ professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi e’ stato ovvero che, pur esistendo, esso non e’ stato eziologicamente rilevante, con la conseguenza che qualora all’esito del giudizio permanga incertezza sull’esistenza del nesso causale tra condotta del medico e danno, questa ricade sul debitore.

Allorquando infatti la responsabilita’ medica venga invocata a titolo contrattuale, cioe’ sul presupposto che fra il paziente ed il medico e/o la struttura sanitaria sia intercorso un rapporto contrattuale (o da “contatto sociale”), la distribuzione inter partes del carico probatorio riguardo al nesso causale deve tenere conto della circostanza che la responsabilita’ e’ invocata in forza di un rapporto obbligatorio corrente fra le parti ed e’ dunque finalizzata a far valere un inadempimento oggettivo: sul danneggiato grava dunque solo l’onere di allegare qualificate inadempienze, astrattamente idonee a porsi come causa o concausa del danno, nella prestazione del medico inserita nella sequenza eziologica da cui e’ scaturito il lamentato pregiudizio (cosi’ Cass. 12/09/2013, n. 20904; Cass. 21/07/2011, n. 15993; Cass. 12/12/2013, n. 27855; Cass. 30/09/2014, n. 20547; Cass. 14/07/2015, n. 14642).

Con specifico riferimento poi ai danni cerebrali da ipossia neonatale, si e’ condivisibilmente affermato che, in presenza di un’azione o di un’omissione dei sanitari nella fase del travaglio o del parto in ipotesi atte a determinare l’evento, l’esser rimasta ignota la causa del danno non puo’ ridondare a vantaggio della parte obbligata, la quale e’ anzi tenuta alla prova positiva del fatto idoneo ad escludere l’eziologica derivazione del pregiudizio dalla condotta inadempiente (Cass. 17/02/2011, n. 3847; Cass. 09/06/2011, n. 12686); d’altro canto, il nesso di causalita’ tra condotta medica e danno e’ da ritenersi sussistente quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno patito dal neonato sia ascrivibile a ragioni naturali o genetiche e, dall’altro, appaia “piu’ probabile che non” che un tempestivo e diverso intervento medico avrebbe evitato il pregiudizio (cosi’ Cass. 09/06/2016, n. 11789).

2.2. Agli illustrati principi sul governo del carico probatorio non si e’ uniformata l’impugnata sentenza, la quale, quantunque evocando alcuni dei citati precedenti della giurisprudenza di legittimita’, ne ha fatto erronea applicazione.

Invero la Corte di Appello romana, con argomentazione affetta da irriducibile antinomia, pur riconoscendo (sulla scorta delle chiare risultanze della espletata consulenza tecnica officiosa, gia’ valorizzate dal primo giudice) che il danno era “verosimilmente circoscritto (solo perche’ escluse alcune di altre possibili cause) al periodo perinatale”, ha poi concluso nel senso che “la patologia sofferta dal minore (non) fosse riconducibile ad una manifestazione verificatasi durante il parto”, ritenendo (all’esito di discettazione laconica e basata su considerazioni di tenore astratto e generale) che “il paziente avrebbe dovuto (… “dimostrare le denunciate omissioni e le erronee manovre durante l’espletamento del parto nonche’ la riconducibilita’ a queste della malattia (…) peraltro individuata con certezza in epoca successiva alla nascita”.

Ha inoltre confermato la valutazione (espressa nella pronuncia di primo grado) di irrilevanza della “mancanza del tracciato del monitoraggio CTG nel periodo immediatamente antecedente l’ingresso in sala parto”, in quanto, riportando la cartella clinica le fasi del travaglio e dell’assistenza in tale momento praticata, “la documentata assenza di sofferenza al momento della nascita ed, anzi, le refertate buone condizioni del neonato costituivano elementi che non consentivano (..) di ritenere negligente omissiva l’attivita’ dei medici”.

2.3. Sulla scorta della individuata disciplina dell’onere probatorio, il teste’ sintetizzato percorso motivazionale si appalesa, sotto vari aspetti erroneo, finendo, in ultima analisi, con il gravare il danneggiato della prova certa e positiva sia di un contegno inadempiente del medico sia della efficienza eziologica di quest’ultimo nella produzione del danno.

Occorre, al riguardo, muovere dalla considerazione di due elementi, pacificamente acquisiti quali risultanze di causa, impropriamente valutati nella gravata pronuncia.

In primis, gli esiti della consulenza tecnica officiosa, univoci nel senso (pur nella impossibilita’ di apprezzamenti certi per l’assenza in cartella clinica della descrizione obiettiva del travaglio e del parto) di ritenere “estremamente improbabile” una causa della patologia diversa da un evento anossico-ischemico ed “estremamente remota” una origine genetica di detta patologia.

In secondo luogo, l’interruzione del monitoraggio della partoriente con tracciato cardiotocografico nella fase terminale del travaglio e per un considerevole periodo di tempo (circa un’ora e quaranta prima dell’ingresso in sala parto).

Orbene, quest’ultima condotta – dedotta da parte attrice, in maniera articolata e specifica, come inadempimento delle leges artis mediche e come tale qualificata dal giudice di prima istanza, pur senza inferirne le corrette conseguenze in punto di responsabilita’ dei sanitari integra un’omissione idonea a cagionare l’evento pregiudizievole lamentato.

adeSCRITTASecondo i canoni della corretta pratica ostetrica, infatti, pur in assenza di segni clinici anomali, un costante monitoraggio tococardiografico della partoriente (con tracciati eseguiti ad intervalli di tempo sempre piu’ ravvicinati con il progredire del travaglio) integra condotta diligente imposta per l’assistenza al parto, in quanto finalizzata alla tempestiva diagnosi di una (eventualmente insorta) sofferenza fetale e alla conseguente adozione degli interventi ad hoc necessari (quali la pratica di taglio cesareo) ad evitare il verificarsi di insulti anosso-ischemici intrapartum e dei derivanti stati patologici cerebrali (sulla doverosita’ di adeguato monitoraggio in sede di assistenza al parto, vedi, oltre alle citate Cass. 12686/2011 e Cass. 3847/2011, espressamente Cass. 18/05/2001, n. 6822; Cass. 17/01/2008, n. 867; Cass. 30/6/2005, n. 13979).

Coglie pertanto nel segno la censura dei ricorrenti afferente la valutazione di irrilevanza del mancato monitoraggio TCG nella fase del travaglio contenuta nella sentenza impugnata, valutazione invero giustificata con motivazione tautologica sulla base di elementi sprovvisti di significato a tal fine (le refertate buone condizioni del neonato non importano affatto l’assenza di stati patologici, i quali anzi possono essere con certezza diagnosticati in epoca successiva alla nascita, come accaduto nella specie) e tratta dalla disamina di una documentazione (la cartella clinica) mancante (come rilevato in maniera incontroversa dai nominati CC.TT.UU.) di una descrizione compiuta ed obiettiva del parto.

Risulta altresi’ di palmare evidenza la disapplicazione del quadro degli oneri probatori in materia di malpratice medica operata dalla Corte territoriale: la riscontrata asseverazione della inesatta esecuzione della prestazione sanitaria in sede di assistenza al parto (peraltro con omissione del monitoraggio avvenuta oltremodo per un notevole lasso temporale e nella immediata prossimita’ del parto), in quanto idonea a provocare il danno (apparendo estremamente remota la derivazione da altre cause della paralisi cerebrale sofferta dallo sfortunato (OMISSIS)), avrebbe dovuto condurre il giudicante a ritenere pienamente assolto l’onus gravante sul danneggiato.

Nessuna valenza poteva invece ascriversi (ed in parte qua si manifesta un’ulteriore erroneita’ dell’iter argomentativo seguito dalla Corte di Appello) all’assenza di una sicura prova di uno stato di sofferenza fetale: acclarato un monitoraggio non conforme alle regole della buona ostetricia, la mancanza di una conclusione certa circa la sussistenza o meno di una sofferenza fetale non puo’ deporre a favore della parte obbligata a controllare la situazione clinica della partoriente.

Come affermato da Cass. n. 12686/2011 in un caso analogo, ai fini dell’affermazione della responsabilita’ medica “rileva non tanto e non solo la prova certa della sofferenza fetale, quanto piuttosto la prova certa della sua esclusione”, dimostrazione positiva cioe’ del fatto idoneo ad escludere il nesso di causalita’ tra il dedotto inadempimento dei sanitari e l’evento dannoso che deve essere offerta, dacche’ prova liberatoria richiesta dall’articolo 1218 c.c., dalla parte convenuta nel giudizio di responsabilita’ (cosi’, da ultimo, Cass. 31/03/2016, n. 6209).

2.4. In virtu’ delle illustrate considerazioni, va disposta la cassazione della sentenza (con assorbimento dei profili non esaminati) e il rinvio alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, per un nuovo esame della controversia alla luce dei precisati principi di diritto.

Al giudice di rinvio e’ demandata anche la regolamentazione delle spese del presente giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.

La presente sentenza e’ stata redatta con la collaborazione del Magistrato assistente di studio, Dott. (OMISSIS).

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