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  1. MEDICO CHE SBAGLIA RISARCIMENTO DANNI AVVOCATO MALASANITA’

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SI ESAMINA CON ATTENZIONE L’ONERE DELLA PROVA NELLA RESPONSABILITA’ MEDICA, OVE SI E’ARRIVATI ALL’ENUNCIAZIONE DI UN IMPORTANTE PRINCIPIO DA PARTE DELLA SUPREMA CORTE :

Nell’accertamento della colpa medica per omissione il nesso causale non può essere desunto da dati statistici. Infatti nella ricostruzione del nesso eziologico, non può assolutamente prescindersi da tutti gli elementi concernenti la causa dell’evento: solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, è poi possibile analizzare la condotta (omissiva) colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo sarebbe stato evitato al di là di ogni ragionevole dubbio.

 l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario- ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto dì prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta ad una prestazione complessa, che non si esaurisce nella effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonchè di quelle lato sensu alberghiere. La responsabilità della casa dì cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale, con conseguente applicazione dell’art. 1228 cod. civ. anche nei rapporti tra il medico e la struttura (v. le sentenze 13 aprile 2007, n. 8826, 14 giugno 2007, n. 13953, nonchè la più recente 26 giugno 2012, n. 10616).

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AFFERMA POI LA SUPREMA CORTE ANCHE IL SEGUENTE PRINCIPIO :

l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario- ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto dì prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta ad una prestazione complessa, che non si esaurisce nella effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonchè di quelle lato sensu alberghiere. La responsabilità della casa dì cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale, con conseguente applicazione dell’art. 1228 cod. civ. anche nei rapporti tra il medico e la struttura (v. le sentenze 13 aprile 2007, n. 8826, 14 giugno 2007, n. 13953, nonchè la più recente 26 giugno 2012, n. 10616).

 

avvocato malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli

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IL MEDICO DEVE PROVARE DI ESSERSI ATTENUTO ALLA LEGIS ARCTIS

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avvocato malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli

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  1. L’attore dunque non ha certamente l’onere di designare con un preciso nomen iuris il danno di cui chiede il risarcimento; ne’ ha l’onere di quantificarlo al centesimo: tali adempimenti non sono infatti strettamente necessari ne’ per delimitare il thema decidendum, ne’ per mettere il convenuto in condizioni di difendersi.

 

  • L’attore ha invece il dovere di indicare analiticamente e con rigore i fatti a. materiali che assume essere stati fonte di danno.

 

 

  • E dunque in cosa e’ consistito il pregiudizio non patrimoniale; in cosa e’ consistito il pregiudizio patrimoniale; con quali criteri di calcolo dovra’ essere computato.

 

 

  • Questo essendo l’onere imposto dalla legge all’attore che domanda il risarcimento del danno, ne discende che una richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”, quando non sia accompagnata dalla concreta descrizione del pregiudizio di cui si chiede il ristoro, va qualificata generica ed inutile.

 

 

  1. Generica, perche’ non mette ne’ il giudice, ne’ il convenuto, in condizione di sapere di quale concreto pregiudizio si chieda il ristoro; inutile, perche’ tale genericita’ non fa sorgere in capo al giudice il potere-dovere di provvedere.

 

  • 2.2. Questi principi sono stati ripetutamente affermati da questa Corte. Gia’ Sez. U, Sentenza n. 11353 del 17/06/2004, Rv. 574223, stabili’ che l’onere di contestazione gravante sul convenuto, e quello di allegazione gravante sull’attore, sono tra loro speculari e complementari: sicche’ il mancato assolvimento del secondo, non fa sorgere il primo.

 

  1. Piu’ di recente, Sez. 3, Sentenza n. 10527 del 13/05/2011, Rv. 618210 ha affermato che “l’onere di allegazione (…) va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche”.

 

  1. Infine,

 

  • Da ultimo, Sez. 3, Sentenza n. 691 del 18/01/2012, Rv. 621357, ha stabilito che “le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione della condotta in tesi colpevole della controparte (…), ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l’attore mettere il convenuto in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, e cio’ a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo” (nello stesso senso, Sez. 3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012, Rv. 624080).

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Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l'obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

Paziente danno malasanita’ Bologna consenso informato Errore medico. Cassazione 10055/2011: il medico risponde per errata diagnosi e ha l’obbligo di informare il paziente. Consenso informato del medico

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8979/2012 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS) (OMISSIS), (OMISSIS) SRL, (OMISSIS) SPA, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) SPA, (OMISSIS) SPA;

– intimati –

Nonche’ da:

avvocato malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli

avvocato malasanità Bologna, studio legale avvocato Sergio Armaroli

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale del Dott. notaio (OMISSIS) in ROMA 03/3/2015, REP. n. (OMISSIS);

– ricorrente incidentale –

contro

(OMISSIS) PRIVATA IN LIQUIDAZIONE SRL, in persona del liquidatore dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso principale;

– controricorrenti all’incidentale –

e contro

(OMISSIS) SPA, (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) SPA, (OMISSIS) SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2334/09 della CORTE DI APPELLO DI ROMA, depositata il 4/6/2009, R.G.N. 7926/2002 parziale e n. 155/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/01/2012, R.G.N. 7926/2002 definitiva;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/03/2015 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento dei primi tre motivi in subordine del 4 motivo del ricorso principale; rigetto del 1 motivo del ricorso incidentale, assorbiti gli altri.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Nel 1997 (OMISSIS) convenne dinanzi al Tribunale di Roma due medici ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) e due societa’ commerciali, gestori di altrettante cliniche ( (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l.).

Ne chiese la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di due interventi agli occhi:

(a) un intervento di epicheratofachia all’occhio destro, eseguito da (OMISSIS) nel 1988 nella clinica gestita dalla (OMISSIS);

(b) un intervento di cheratomileusi all’occhio sinistro, eseguito da (OMISSIS) e (OMISSIS) nel 1989 nella clinica gestita dalla (OMISSIS).

  1. Ambedue i convenuti si costituirono e, oltre a negare la propria responsabilita’, chiamarono in causa i rispettivi assicuratori della responsabilita’ civile: (OMISSIS) chiamo’ in causa la (OMISSIS) s.p.a. e (OMISSIS) la (OMISSIS) s.p.a..

  1. Il Tribunale di Roma con sentenza 10.7.2001 n. 26600 rigetto’ la domanda.

La sentenza venne appellata da (OMISSIS).

Nel corso del giudizio d’appello decedette (OMISSIS), e la causa venne riassunta nei confronti delle sue eredi, (OMISSIS) e (OMISSIS).

La Corte d’appello di Roma:

-) con sentenza non definitiva 4.6.2009 n. 2334 confermo’ il rigetto della domanda attorea nei confronti delle eredi (OMISSIS), mentre accolse la domanda nei confronti di (OMISSIS), rimettendo la causa sul ruolo per la determinazione del quantum;

-) con sentenza definitiva n. 155 del 2012 liquido’ il danno in 35.000 euro, oltre accessori; dichiaro’ “non doversi disporre” sulla pretesa di (OMISSIS) nei confronti del proprio assicuratore, per non avere (OMISSIS) proposto un appello incidentale avente ad oggetto la propria domanda di garanzia.

  1. Ambedue le sentenze sono state impugnate da (OMISSIS) con quattro motivi di ricorso.

Ha resistito con controricorso (OMISSIS), che ha altresi’ proposto ricorso incidentale fondato su tre motivi.

A tale ricorso incidentale hanno resistito con controricorso sia (OMISSIS) che la (OMISSIS).

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il primo motivo del ricorso principale.

1.1. Col primo motivo di ricorso (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata n. 2334/09 (quella non definitiva) sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto esistente il nesso di causa tra l’intervento da lui eseguito e il danno lamentato dalla paziente.

1.2. I motivo e’ inammissibile.

Com’e’ noto, il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione sussiste solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

E’ altresi’ noto che il giudice di merito al fine di adempiere all’obbligo della motivazione non e’ tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma e’ invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

E’, infine, noto che la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice del merito.

Da questi principi pacifici discende che non puo’ chiedersi al giudice di legittimita’ una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte e’ limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso di specie la Corte d’appello ha dedicato ben tre pagine della motivazione (pp. 12-15) della sentenza 2334/09 a spiegare perche’ dovesse ritenersi sussistente il nesso di causa tra l’operato di (OMISSIS) ed i danni patiti da (OMISSIS).

Ha spiegato che il solo dato del rinnovo della patente chiesto dalla paziente non dimostrasse di per se’ che fosse in grado di guidare l’automobile (e quindi che l’intervento di cheratomileusi fosse riuscito); ha riferito che l’intervento cui la paziente si sottopose un anno dopo quello eseguito dal convenuto (OMISSIS) era una conseguenza di quest’ultimo, come ritenuto dai consulenti d’ufficio; ha dichiarato espressamente esservi una “dipendenza causale” tra l’operato di (OMISSIS) e le successive alterazioni corneali patite dalla paziente; ha soggiunto che il contenuto deficitario della cartella clinica – in coerenza con una ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte – doveva essere valutato a sfavore del medico, quale elemento idoneo a corroborare la prova del nesso di causa.

Si tratta di una motivazione non manifestamente illogica e non manifestamente contraddittoria: dunque insindacabile in questa sede.

  1. Il secondo motivo del ricorso principale.

2.1. Anche col secondo motivo di ricorso il ricorrente sostiene che la sentenza impugnata (quella definitiva: n. 155/12) sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe motivato in modo insufficiente la quantificazione del danno, ed in particolare non avrebbe considerato che l’intervento di cheratomileusi eseguito da (OMISSIS) non e’ stata la causa unica del danno, ma ha aggravato un danno gia’ presente ed ascrivibile all’altro sanitario, (OMISSIS).

2.2. Il motivo e’ manifestamente infondato.

Quale che sia stato l’apporto causale fornito da (OMISSIS) alla causazione dell’evento di danno, egli ne risponde comunque per l’intero: se la sua opera ha concorso con quella di altra persona, ne rispondera’ per l’intero ai sensi dell’articolo 2055 c.c., salvo regresso (domanda che non e’ stata formulata nel presente giudizio); se la sua opera ha concorso con fattori naturali, ne rispondera’ ugualmente per l’intero ai sensi dell’articolo 41 c.p., come noto applicabile anche in tema di responsabilita’ civile (Sez. U, Sentenza n. 24408 del 21/11/2011, Rv. 620057).

  1. Il terzo motivo del ricorso principale.

3.1. Col terzo motivo di ricorso il ricorrente principale sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si assume violato l’articolo 1176 c.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere sussistente la sua colpa professionale, sebbene essa fosse stata esclusa dai consulenti tecnici d’ufficio.

3.2. Il motivo e’ infondato.

La Corte d’appello, per pervenire alla propria sentenza di condanna, ha cosi’ argomentato:

(a) quanto al nesso di causa tra l’operato di (OMISSIS) e i successivi interventi cui la paziente fu costretta a sottoporsi, esso era emerso dalle consulenze disposte in corso di causa;

(b) quanto alla colpa del medico, essa doveva presumersi ai sensi dell’articolo 1218 c.c., ne’ il convenuto aveva superato tale presunzione;

(c) le generiche affermazioni del consulente d’ufficio, secondo cui il danno patito dalla paziente doveva ritenersi una “complicanza” erano giuridicamente irrilevanti, posto che il medico per andare esente da condanna ha l’onere di provare in concreto l’esatto adempimento della propria obbligazione, e non gli e’ sufficiente che la sussistenza d’una causa di esclusione della colpa possa essere solo astrattamente ipotizzabile (cosi’ la sentenza non definitiva, p. 14-15).

3.3. Questo essendo il contenuto della sentenza impugnata, ne consegue in primo luogo che essa non presenta alcun vizio motivazionale: la Corte d’appello ha infatti spiegato perche’ ha ritenuto sussistente il nesso di causa, e perche’ ha ritenuto sussistente la colpa.

3.4. Non meno infondata e’ la denuncia di violazione dell’articolo 1176 c.c..

La Corte d’appello non ha affatto accolto una domanda risarcitoria in assenza di prova della negligenza colpevole del convenuto: ha accolto la domanda risarcitoria sul corretto presupposto che spettasse al convenuto fornire la prova della propria diligenza, e che tale prova non era stata fornita.

V’e’ solo da aggiungere come al medico convenuto in un giudizio di responsabilita’ non basta, per superare la presunzione posta a suo carico dall’articolo 1218 c.c., dimostrare che l’evento dannoso per il paziente rientri astrattamente nel novero di quelle che nel lessico clinico vengono chiamate “complicanze”, rilevate dalla statistica sanitaria.

Col lemma “complicanza”, la medicina clinica e la medicina legale designano solitamente un evento dannoso, insorto nel corso dell’iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile.

Tale concetto e’ inutile nel campo giuridico.

Quando, infatti, nel corso dell’esecuzione di un intervento o dopo la conclusione di esso si verifichi un peggioramento delle condizioni del paziente, delle due l’una:

-) o tale peggioramento era prevedibile ed evitabile, ed in tal caso esso va ascritto a colpa del medico, a nulla rilevando che la statistica clinica lo annoveri in linea teorica tra le “complicanze”;

-) ovvero tale peggioramento non era prevedibile oppure non era evitabile: ed in tal caso esso integra gli estremi della “causa non imputabile” di cui all’articolo 1218 c.c., a nulla rilevando che la statistica clinica non lo annoveri in linea teorica tra le “complicanze”.

Al diritto non interessa se l’evento dannoso non voluto dal medico rientri o no nella classificazione clinica delle complicanze: interessa solo se quell’evento integri gli estremi della “causa non imputabile”: ma e’ evidente che tale accertamento va compiuto in concreto e non in astratto. La circostanza che un evento indesiderato sia qualificato dalla clinica come “complicanza” non basta a farne di per se’ una “causa non imputabile” ai sensi dell’articolo 1218 c.c.; cosi’ come, all’opposto, eventi non qualificabili come complicanze possono teoricamente costituire casi fortuiti che escludono la colpa del medico.

Da quanto esposto consegue, sul piano della prova, che nel giudizio di responsabilita’ tra paziente e medico:

-) o il medico riesce a dimostrare di avere tenuto una condotta conforme alle leges artis, ed allora egli va esente da responsabilita’ a nulla rilevando che il danno patito dal paziente rientri o meno nella categoria delle “complicanze”;

-) ovvero, all’opposto, il medico quella prova non riesce a fornirla: ed allora non gli giovera’ la circostanza che l’evento di danno sia in astratto imprevedibile ed inevitabile, giacche’ quel che rileva e’ se era prevedibile ed evitabile nel caso concreto.

Prevedibilita’ ed evitabilita’ del caso concreto che, per quanto detto, e’ onere del medico dimostrare.

  1. Il quarto motivo del ricorso principale.

4.1. Col quarto motivo di ricorso principale (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3.

Nonostante tale intitolazione, il ricorrente nella sostanza deduce un error in procedendo: lamenta, infatti, che la Corte d’appello ha omesso di provvedere sulla domanda di garanzia da lui proposta nei confronti del proprio assicuratore, la (OMISSIS) s.p.a..

Contesta l’affermazione della Corte d’appello, secondo cui egli avrebbe avuto l’onere di proporre un appello incidentale condizionato per “tenere viva” la domanda di garanzia. Quella domanda, infatti, in primo grado era rimasta assorbita perche’ la domanda attorea fu rigettata: e dunque bastava la riproposizione della questione, ai sensi dell’articolo 346 c.p.c..

4.2. Il motivo e’ infondato.

Vi e’ da tempo contrasto, in seno a questa Corte, sul problema della necessita’ o meno di proporre appello incidentale per sottoporre al giudice di secondo grado le questioni poste dal convenuto vittorioso, e non esaminate perche’ rimaste assorbite (contrasto rimesso alle Sezioni Unite di questa Corte con la recente ordinanza pronunciata da Sez. 2, Ordinanza 5.2.2015 n. 2118).

Tuttavia anche l’orientamento meno rigoroso, ovvero quello che nega la necessita’ dell’appello incidentale (e che quindi gioverebbe all’odierno ricorrente), esige pur sempre che l’appellato vittorioso in primo grado, se intende essere manlevato nel caso di accoglimento del gravame, debba riproporre la domanda di garanzia ex articolo 346 c.p.c., per evitare che la si possa presumere abbandonata.

Nel nostro caso (OMISSIS), costituendosi in appello, tacque del tutto sulla domanda di garanzia da lui formulata contro la (OMISSIS): dunque non solo non propose appello incidentale, ma nemmeno ripropose in appello la questione della manleva. Questione che, pertanto, la Corte d’appello non era tenuta ad esaminare (ex multis, da ultimo, Sez. L, Sentenza n. 2051 del 30/01/2014, Rv. 629569).

  1. Il primo motivo del ricorso incidentale.

5.1. Col primo motivo di ricorso incidentale (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe incorsa in un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, a riguardo, che la Corte d’appello avrebbe motivato in modo insufficiente la decisione di ritenere “nuova” la domanda di condanna di (OMISSIS) (e, per lui, delle sue eredi) per l’intervento eseguito nel 1991.

5.2. Il motivo e’ inammissibile.

Il vizio di motivazione non e’ infatti concepibile rispetto ad errores in procedendo.

  1. Il secondo motivo del ricorso incidentale.

6.1. Col secondo motivo di ricorso incidentale (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello non ha liquidato ne’ il danno patrimoniale consistito nel costo del trapianto di cornee cui l’attrice si sottopose nel 1997; ne’ quello consistente nel costo del futuro intervento per la sostituzione delle cornee trapiantate.

Soggiunge che la relativa domanda si sarebbe dovuta ritenere implicitamente ricompresa nella richiesta di risarcimento dei danni “subiti e subendi”, formulata con l’atto di citazione.

6.2. Il motivo e’ infondato. La ricorrente lamenta nella sostanza una omessa pronuncia.

Il giudice tuttavia non e’ tenuto a provvedere su domande che non siano ritualmente formulate (articolo 112 c.p.c.). E nel caso di specie e’ la stessa ricorrente ad affermare (pag. 17 del ricorso) che la domanda di risarcimento del danno patrimoniale per spese mediche future (trapianto di cornea e sostituzione della cornea trapiantata quando ne sarebbe esaurita la funzionalita’ biologica) doveva ritenersi implicito nella domanda di risarcimento dei “”danni subiti e subendi”.

Una domanda di risarcimento del danno concepita in questi termini deve ritenersi tamquam non esset.

6.2.1. L’articolo 163 c.p.c., comma 2, nn. 3 e 4, impone all’attore di esporre, nell’atto di citazione:

– la determinazione della cosa oggetto della domanda;

– i fatti e gli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda.

In tema di risarcimento del danno da fatto illecito o da inadempimento contrattuale, la “cosa” oggetto della domanda e’ il pregiudizio di cui si invochi il ristoro, e gli “elementi di fatto” costitutivi della pretesa sono rappresentati dalla descrizione della perdita che l’attore lamenti di avere patito.

L’adempimento dell’onere di allegare i fatti costitutivi della pretesa e’ preordinato:

(a) a consentire al convenuto l’esercizio del diritto di difesa;

(b) a consentire al giudice di individuare il thema decidendum.

L’attore dunque non ha certamente l’onere di designare con un preciso nomen iuris il danno di cui chiede il risarcimento; ne’ ha l’onere di quantificarlo al centesimo: tali adempimenti non sono infatti strettamente necessari ne’ per delimitare il thema decidendum, ne’ per mettere il convenuto in condizioni di difendersi.

L’attore ha invece il dovere di indicare analiticamente e con rigore i fatti a. materiali che assume essere stati fonte di danno. E dunque in cosa e’ consistito il pregiudizio non patrimoniale; in cosa e’ consistito il pregiudizio patrimoniale; con quali criteri di calcolo dovra’ essere computato. Questo essendo l’onere imposto dalla legge all’attore che domanda il risarcimento del danno, ne discende che una richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”, quando non sia accompagnata dalla concreta descrizione del pregiudizio di cui si chiede il ristoro, va qualificata generica ed inutile. Generica, perche’ non mette ne’ il giudice, ne’ il convenuto, in condizione di sapere di quale concreto pregiudizio si chieda il ristoro; inutile, perche’ tale genericita’ non fa sorgere in capo al giudice il potere-dovere di provvedere.

6.2.2. Questi principi sono stati ripetutamente affermati da questa Corte. Gia’ Sez. U, Sentenza n. 11353 del 17/06/2004, Rv. 574223, stabili’ che l’onere di contestazione gravante sul convenuto, e quello di allegazione gravante sull’attore, sono tra loro speculari e complementari: sicche’ il mancato assolvimento del secondo, non fa sorgere il primo.

Piu’ di recente, Sez. 3, Sentenza n. 10527 del 13/05/2011, Rv. 618210 ha affermato che “l’onere di allegazione (…) va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche”.

Infine,

Da ultimo, Sez. 3, Sentenza n. 691 del 18/01/2012, Rv. 621357, ha stabilito che “le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria non possono essere limitate alla prospettazione della condotta in tesi colpevole della controparte (…), ma devono includere anche la descrizione delle lesioni, patrimoniali e/o non patrimoniali, prodotte da tale condotta, dovendo l’attore mettere il convenuto in condizione di conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento, e cio’ a prescindere dalla loro esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio al riguardo” (nello stesso senso, Sez. 3, Sentenza n. 17408 del 12/10/2012, Rv. 624080).

La sentenza d’appello, nel non prendere in esame una domanda formulata in termini inferiori alla soglia minima di ammissibilita’, non ha dunque violato l’articolo 112 c.p.c..

Il motivo va dunque dichiarato infondato in ossequio al seguente principio di diritto:

Chi domanda in giudizio il risarcimento del danno ha l’onere di descrivere in modo concreto i pregiudizi dei quali chiede il ristoro, senza limitarsi a formule vuote e stereotipe come la richiesta di risarcimento dei “danni subiti e subendi”. Domande di questo tipo, quando non ne sia dichiarata la nullita’ ex articolo 164 c.p.c., non fanno sorgere in capo al giudice alcun obbligo di provvedere in merito al risarcimento dei danni che fossero descritti concretamente solo in corso di causa.

  1. Il terzo motivo del ricorso incidentale.

7.1. Col terzo motivo di ricorso incidentale (OMISSIS) sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si assume violato l’articolo 112 c.p.c.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato per non aver liquidato il danno fisiognomia).

7.2. Il motivo – a prescindere da qualsiasi rilievo circa la pretesa di volere distinguere tra “danno biologico” e “danno fisiognomico” – e’ inammissibile per le medesime ragioni indicate al 6.2.1.

  1. Le spese.

La soccombenza reciproca costituisce giusto motivo per la compensazione integrale delle spese del presente grado di giudizio tra tutte le parti, ivi compresa la (OMISSIS) s.r.l..

P.Q.M.

la Corte di cassazione, visto l’articolo 380 c.p.c.:

-) rigetta il ricorso principale; -) rigetta il ricorso incidentale;

-) compensa tra tutte le parti le spese del presente grado di giudizio.

 

 

DANNO DA ERRORE MEDICO RISARCIMENTO DANNI DEL MEDICO E DELL’OSPEDALE

 

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il nesso di causalità nella responsabilità medica

responsabilità medica e nesso di causalità

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nesso di causa

nesso causale reati omissivi

legge generale di copertura

nesso di causalità responsabilità medica penale

 

Nell’accertamento della colpa medica per omissione il nesso causale non può essere desunto da dati statistici. Infatti nella ricostruzione del nesso eziologico, non può assolutamente prescindersi da tutti gli elementi concernenti la causa dell’evento: solo conoscendo in tutti i suoi aspetti fattuali e scientifici il momento iniziale e la successiva evoluzione della malattia, è poi possibile analizzare la condotta (omissiva) colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo sarebbe stato evitato al di là di ogni ragionevole dubbio.

  • Teoria della condicio sine qua non

 

 

Secondo tale teoria è causa dell’evento ogni antecedente senza il quale l’evento non si sarebbe verificato

 

Teoria della causalità adeguata

In particolare, è aspirazione del presente scritto, indicare sinteticamente i caratteri del nesso di causalità in relazione alla responsabilità medica che si configura nelle controversie civili.

Lo spunto può essere tratto dalla sentenza 15 dicembre 2011, n. 27000 della Corte di Cassazione.

La vicenda portata all’attenzione della Suprema Corte trae origine dalla richiesta di risarcimento del danno subito da un militare di leva che, a causa di un meningioma del nervo ottico, aveva perso la vista dall’occhio sinistro.

Il concorso contemporaneo di cause

Si ha concorso di cause nel momento in cui più circostanze intervengono contemporaneamente nella produzione di un evento lesivo. Se la causa sopravvenuta, da sola, è idonea a produrre l’evento, a seconda dei casi può essere ritenuta dal giudice causa principale ed esclusiva di causazione; al contrario, nel momento in cui, come nel procedimento logico previsto dalla teoria condizionalistica, sottraendo una causa determinata l’evento si verifica comunque, significa che tale circostanza non è stata idonea a provocare la lesione. Il ruolo della giurisprudenza, nella ricostruzione dei fatti caso per caso, è determinante.

Ad eliminare ogni dubbio sull’ adozione del criterio di probabilità statistica in campo civile, sono intervenute le Sezioni Unite della S.C. con due rilevanti decisioni. La prima, la sent. 21619 del 16/01/2007, ha statuito che il concetto di causalità del processo civile non coincide con quello presente in sede penale, poiché il nesso causale nel primo ambito si caratterizza per l’elemento della probabilità relativa; in sostanza, nel processo civile, il nesso causale risponde alla regola del “più probabile che non”. Con la sent. 581 dell’11/01/2008, le SS. UU. hanno ancor di più illustrato la natura del nesso causale operante in sede civile in tema di responsabilità medica. Il sanitario, reo di aver cagionato danni al paziente, risponde soltanto delle conseguenze derivanti dalla propria condotta, ma solo di quelle che appaiono prevedibili in base ad una valutazione ex ante ed in astratto. Tale accertamento va però fondato sulle regole statistiche che la scienza può indicare in un dato momento storico. In campo penale, al contrario, l’accertamento del nesso di causalità si fonda sul principio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”, giustificandosi così l’adozione del più rigoroso criterio della probabilità logica.

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convennero in giudizio, davanti al Tribunale dì Mantova, Sezione distaccata di Castiglione delle Stiviere, il Centro medico poliambulatorio “(OMISSIS)” e la Dott.ssa F.M., chiedendo che fossero condannati in solido al risarcimento dei danni conseguenti alla morte della loro congiunta B.A.M..

A sostegno della domanda esposero che la loro familiare si era recata il 27 luglio 1998 presso il Centro per un trattamento di ossigeno e ozono terapia; colta da malore ed entrata in coma, la B. era stata ricoverata presso l’ospedale civile, dove era morta il successivo 23 agosto a seguito di arresto cardiaco.

Si costituirono in giudizio tutti i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda. In particolare, il Centro S. (OMISSIS) negò di avere un qualsiasi rapporto con la dott.ssa F.; quest’ultima, invece, eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva, sul rilievo che gli attori avevano da lei accettato in precedenza la somma di Euro 150.000 a titolo di acconto del risarcimento danni, rinunciando a domandare (tranne Bo.Ga.) il risarcimento di un danno ulteriore.

La decisione in esame, infatti, è in linea con la giurisprudenza dì questa Corte la quale ha già affermato che l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario- ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto dì prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta ad una prestazione complessa, che non si esaurisce nella effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonchè di quelle lato sensu alberghiere. La responsabilità della casa dì cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale, con conseguente applicazione dell’art. 1228 cod. civ. anche nei rapporti tra il medico e la struttura (v. le sentenze 13 aprile 2007, n. 8826, 14 giugno 2007, n. 13953, nonchè la più recente 26 giugno 2012, n. 10616).

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Suprema Corte di Cassazione

Sezione III Civile 

Sentenza 1° luglio – 30 settembre 2015, n. 19541

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 15374-2012 proposto da:

SAN LUIGI SRL, in persona del legale rappresentante sig.ra R. V., elettivamente domiciliata in ROMA, V.PACUVIO 34, presso lo studio dell’avvocato ROMANELLI GUIDO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUPPI ALBERTO giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

BA.IL., B.G., BO.GA., F. M.;

– intimati –

Nonchè da:

BO.GA., BA.IL., B.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DELLE MILIZIE 2, presso lo studio dell’avvocato CIOCIOLA ROBERTO, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato GENOVESI SERGIO giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrenti incidentali –

contro

SAN LUIGI SRL, in persona del legale rappresentante sig.ra R. V., elettivamente domiciliata in ROMA, V.PACUVIO 34, presso lo studio dell’avvocato ROMANELLI GUIDO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUPPI ALBERTO giusta procura a margine del ricorso principale;

– controricorrente all’incidentale –

e contro

F.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1326/2011 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 02/12/2011 R.G.N. 662/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 01/07/2015 dal Consigliere Dott. CIRILLO FRANCESCO MARIA;

udito l’Avvocato LUPPI ALBERTO;

udito l’Avvocato MANTOVANI PAOLO per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE AUGUSTINIS Umberto che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Svolgimento del processo

  1. Bo.Gi., G. e Ga. e Ba.Il.

convennero in giudizio, davanti al Tribunale dì Mantova, Sezione distaccata di Castiglione delle Stiviere, il Centro medico poliambulatorio “(OMISSIS)” e la Dott.ssa F.M., chiedendo che fossero condannati in solido al risarcimento dei danni conseguenti alla morte della loro congiunta B.A.M..

A sostegno della domanda esposero che la loro familiare si era recata il 27 luglio 1998 presso il Centro per un trattamento di ossigeno e ozono terapia; colta da malore ed entrata in coma, la B. era stata ricoverata presso l’ospedale civile, dove era morta il successivo 23 agosto a seguito di arresto cardiaco.

Si costituirono in giudizio tutti i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda. In particolare, il Centro S. (OMISSIS) negò di avere un qualsiasi rapporto con la dott.ssa F.; quest’ultima, invece, eccepì il proprio difetto di legittimazione passiva, sul rilievo che gli attori avevano da lei accettato in precedenza la somma di Euro 150.000 a titolo di acconto del risarcimento danni, rinunciando a domandare (tranne Bo.Ga.) il risarcimento di un danno ulteriore.

Il Tribunale, riconosciuta la colpa della Dott.ssa F. e la responsabilità del Centro S. Luigi ai sensi dell’art. 2049 c.c., accolse la domanda e condannò entrambi i convenuti, in solido, al risarcimento dei danni liquidati, detratto l’acconto, nelle somme di Euro 162.864,60 in favore di Bo.

 

G., Euro 159.994,09 in favore di Ba.Il., Euro 129.994,09 in favore di B.G. ed Euro 60.000 in favore di Bo.Ga., con gli interessi ed il carico delle spese di giudizio.

 

  1. La pronuncia è stata appellata dal Centro S. Luigi in via principale; nel giudizio si sono costituiti B.G. e Ga. e Ba.Il., anche in qualità di eredi di Bo.Gi., nel frattempo deceduto, chiedendo un aumento della somma liquidata a titolo di risarcimento danni.

 

La Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 2 dicembre 2011, ha respinto entrambi gli appelli, confermando la pronuncia di primo grado e condannando il Centro S. Luigi alla rifusione delle ulteriori spese del grado.

 

Dopo aver respinto in limine un’eccezione di presunta nullità della procura alle liti sollevata dai danneggiati appellati, ha osservato la Corte territoriale che era infondato il primo motivo di appello, col quale il Centro S. Luigi sosteneva che la limitazione del risarcimento alla somma di Euro 150.000, concordata con la Dott.ssa F., si sarebbe dovuta estendere anche ai soggetti tenuti alla garanzia.

 

L’esame delle scritture private prodotte dimostrava, infatti, che la somma percepita dai danneggiati “costituiva un’anticipazione rispetto a quanto preteso nei confronti di tutti i responsabili, compresa la F.”. In altre parole, non vi era alcuna rinunzia all’azione, ma solo una limitazione della responsabilità da far valere, eventualmente, in sede di esecuzione; il carattere transattivo dell’accordo risultava dal fatto che i congiunti della vittima avevano “limitato le loro ragioni nei confronti del medico alla somma percepita in via stragiudiziale”.

 

D’altra parte, non poteva affermarsi che il Centro S. Luigi fosse stato chiamato in garanzia, trattandosi invece di una responsabilità diretta ai sensi dell’art. 2049 c.c.; per cui la rinuncia all’ulteriore risarcimento nei confronti della Dott.ssa F. non poteva valere nei confronti dell’altro obbligato.

Passando al merito, la Corte d’appello ha affermato che la responsabilità della Dott.ssa F. era stata del tutto correttamente riconosciuta dal Tribunale; risultava dalla perizia svolta in sede di processo penale, infatti, che l’ingresso indebito di materiale improprio nel sangue della vittima era certamente da ricondurre alle punture eseguite dal medico, che aveva punto un vaso di ampio calibro oppure aveva errato nella quantità di ozono (ovvero entrambe le cose). Dovendosi, nel processo civile, applicare la regola causale della preponderanza dell’evidenza, cioè del più probabile che non, l’accertamento della violazione dei canoni della diligenza e perizia professionale doveva ben ritenersi causa rilevante ai fini della determinazione della morte del paziente; nè sussisteva alcun problema nel riconoscere piena validità alle prove raccolte in sede penale nel giudizio svoltosi tra le stesse o anche tra altre parti. Dalla perizia svolta nel processo penale risultava che la B. era morta in conseguenza di un “arresto cardiaco causato da complicanza embolica di un trattamento iniettorio di ozonoterapia alle cosce”. Nel caso specifico, l’attività medica era stata eseguita in un luogo non consentito, sicchè la violazione di tale regola implicava l’obbligo del medico di rispondere di ogni eventuale pregiudizio.

In relazione, poi, al punto della responsabilità del Centro S. Luigi ai sensi dell’art. 2049 c.c., la Corte bresciana ha affermato che il contratto tra il paziente e la struttura sanitaria, essendo a forma libera, può formarsi “anche tacitamente”. Nel caso in esame, era emerso dall’istruttoria che i pazienti si rivolgevano al Centro S. Luigi per avere un appuntamento coi sanitari; il Centro fissava i giorni, forniva i locali, stabiliva il regolamento delle sedute e percepiva materialmente i pagamenti, girandoli poi ai singoli medici.

Era palese, quindi, l’irrilevanza della qualificazione del rapporto esistente tra la dott.ssa F. e il Centro, perchè la tutela dell’affidamento del terzo rendeva corretta la valutazione del primo giudice circa l’esistenza di un rapporto tra i pazienti e il Centro stesso.

Una volta concluso il contratto di spedalità, la responsabilità della struttura ha natura contrattuale, senza che la stessa venga meno per il fatto che ad eseguire l’intervento sia un medico di fiducia del paziente.

Quanto, infine, all’entità del risarcimento, la Corte d’appello ha confermato la decisione del Tribunale.

  1. Contro la sentenza della Corte d’appello di Brescia propone ricorso la s.r.l. San Luigi, con atto affidato a quattro motivi.

Resistono Ba.Il., B.G. e Ga. con un unico controricorso, contenente ricorso incidentale condizionato su sette motivi e supportato da memoria.

La s.r.l. San Luigi resiste con controricorso al ricorso incidentale condizionato.

La dott.ssa F. non ha svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 112 e 113 c.p.c., nonchè dell’art. 2907 c.c..

Rileva la società ricorrente che la Corte d’appello, non svolgendo il proprio compito di interpretare la domanda giudiziale, avrebbe errato nell’escludere che la dott.ssa F. avesse inteso eccepire l’avvenuta transazione e la rinuncia altrui al risarcimento dei danni; tale volontà del medico risultava chiaramente dalle scritture private esaminate dalla sentenza in esame.

  1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e n. 5), violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c., oltre a omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Osserva la parte ricorrente – dopo aver trascritto ampie parti delle scritture private esaminate dalla Corte d’appello – che dal testo delle medesime emergerebbe il fatto che gli eredi B. intendevano intraprendere un’azione nei confronti degli altri soggetti ritenuti responsabili della morte della loro congiunta, limitando la pretesa risarcitoria nei confronti della Dott.ssa F. alla somma di euro 150.000; l’affermazione della sentenza secondo cui “l’accordo avrebbe riguardato una mera anticipazione rispetto a quanto preteso nei confronti di tutti (…) ma ciò relativamente alla sola fase esecutiva” costituisce, secondo la società ricorrente, una violazione delle regole sull’interpretazione dei contratti, oltre che un’affermazione illogica.

  1. Il primo ed il secondo motivo sono da trattare insieme, in considerazione della stretta connessione che li unisce, e sono entrambi privi di fondamento.

3.1. Conviene prendere le mosse dalle censure di cui al secondo motivo relative alla presunta violazione degli artt. 1362 e 1363 c.c., in merito all’interpretazione delle scritture private intercorse tra le parti e oggetto di esame da parte della Corte d’appello.

Rileva il Collegio, su questo punto, che, secondo un consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, l’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un’attività riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione (v., tra le tante, le sentenze 22 febbraio 2007, n. 4178, 30 aprile 2010, n. 10554, e 10 febbraio 2015, n. 2465).

Ciò comporta che “deve essere ritenuta inammissibile ogni critica della ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca nella sola prospettazione di una diversa valutazione ricostruttiva degli stessi elementi di fatto da quegli esaminati” (sentenza n. 2465 del 2015 cit.), ovvero nel semplice tentativo di ottenere da questa Corte l’adozione di una diversa interpretazione del contratto, evidentemente più gradita o comunque favorevole alla parte che la prospetta. La censura sull’interpretazione del contratto, in altri termini, non può risolversi nel tentativo indebito di ottenere il recepimento della propria interpretazione, ancorchè astrattamente possibile e ragionevole.

3.2. Tanto premesso, il Collegio aggiunge che la Corte d’appello di Brescia ha svolto il proprio compito di interpretazione delle scritture private in modo corretto, con una motivazione ampia, intrinsecamente coerente e del tutto priva di vizi logici. La sentenza è pervenuta alla conclusione che la somma versata dalla Dott.ssa F. ai familiari della vittima non implicava, da parte di questi ultimi, alcuna rinuncia all’azione, non risultando coinvolti “tutti i soggetti attivi e passivi della futura causa civile”, per cui l’accordo non avrebbe potuto riguardare altro che la fase dell’esecuzione; e che si trattasse di una transazione è stato confermato dalla Corte d’appello nella parte in cui essa ha osservato che “l’aliquid datum, rispetto ai congiunti della defunta, risiede nel fatto che gli stessi hanno limitato le loro ragioni nei confronti del medico alla somma percepita in via stragiudiziale”.

Le censure in ordine all’interpretazione del contratto si rivelano, dunque, infondate.

3.3. Occorre, peraltro, soffermarsi ancora sui due motivi in esame poichè essi, nonostante un’evidente improprietà nei richiami normativi, pongono una censura che involge la portata dell’art. 1304 c.c., in materia di effetti della transazione nell’obbligazione solidale.

Benchè la censura non sia del tutto chiara, si comprende che l’odierna parte ricorrente ravvisa una violazione di legge nella sentenza impugnata là dove essa non ha riconosciuto che la transazione conclusa dalla Dott.ssa F. con i familiari della vittima potesse esplicare effetti favorevoli anche nei confronti della società S. Luigi; i motivi in esame, infatti, ipotizzano che i familiari della vittima non avrebbero potuto chiedere l’ulteriore risarcimento neppure agli altri coobbligati .

A questo proposito la Corte rileva che la sentenza in esame ha ricostruito in modo chiaro che si trattava, nella specie, di una transazione parziale accompagnata – nonostante la sentenza non lo dica formalmente – da un pactum de non petendo tra i familiari e la Dott.ssa F..

L’art. 1304 c.c., prevede che la transazione “fatta dal creditore con uno dei debitori in solido non produce effetto nei confronti degli altri, se questi non dichiarano di volerne profittare”; ciò significa che gli altri debitori hanno la possibilità di avvalersi degli effetti positivi che derivano dalla transazione conclusa tra il creditore ed uno di loro.

Tuttavia il Collegio rammenta che le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza 30 dicembre 2011, n. 30174 -alla quale l’odierna pronuncia intende dare continuità – hanno affrontato il problema della transazione intervenuta tra il creditore ed uno tra più condebitori solidali.

Si è detto in quella pronuncia, tra l’altro, che la transazione prò quota, “in quanto tesa a determinare lo scioglimento della solidarietà passiva rispetto al debitore che vi aderisce, non può coinvolgere gli altri condebitori, i quali dunque nessun titolo avrebbero per profittarne, salvo ovviamente che per gli effetti derivanti dalla riduzione del loro debito in conseguenza di quanto pagato dal debitore transigente”; le Sezioni Unite hanno poi anche aggiunto che la previsione dell’art. 1304 c.c., comma 1, non si riferisce a questa fattispecie, avendo come campo di applicazione soltanto la transazione avente ad oggetto l’intero debito, in quanto “è la comunanza dell’oggetto della transazione a far sì che di questa possa avvalersi il condebitore in solido, pur non avendo partecipato alla sua stipulazione e quindi in deroga al principio secondo cui il contratto produce effetto solo tra le parti”.

Il tutto con la ovvia precisazione per cui stabilire se la transazione abbia avuto ad oggetto l’intero debito o solo la quota del debitore che ha transatto costituisce una tipica attività del giudice di merito; la cui decisione nel caso di specie – come si è detto – è chiarissima.

Pertanto, in considerazione della natura parziale della transazione intervenuta tra la Dott.ssa F. e i familiari della vittima, l’odierna società ricorrente mai avrebbe potuto profittare della medesima.

Dal complesso di queste considerazioni discende l’infondatezza del primo e del secondo motivo di ricorso.

  1. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, costituito dall’esistenza di un contratto di spedalità.

Osserva la società ricorrente che la Corte d’appello avrebbe compiuto, nella specie, un’errata applicazione dei principi giurisprudenziali in tema di responsabilità delle case di cura e degli enti ospedalieri, a proposito del contratto di spedalità. Tali principi non si adatterebbero al caso in esame, perchè il Centro S. Luigi si limita, in effetti, a mettere a disposizione dei locali per l’espletamento di prestazioni da parte dei medici; nè potrebbe equipararsi un servizio di segreteria e di accettazione dei pazienti alla situazione di una casa di cura privata ai fini del ricovero.

  1. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e n. 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 1228 c.c., oltre a omessa o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Osserva la ricorrente che sarebbe stata compiuta un’errata applicazione dei principi dell’art. 1228 c.c., perchè la Corte d’appello avrebbe trascurato la necessità dell’esistenza dì un potere di controllo da parte del debitore o, comunque, dì un collegamento tra il presunto ausiliario e l’organizzazione aziendale del debitore; mancherebbe, quindi, ogni motivazione sul potere di controllo del Centro S. Luigi rispetto all’operato della Dott.ssa F..

  1. Il terzo ed il quarto motivo sono da trattare insieme, in considerazione della stretta connessione che li unisce, e sono entrambi privi di fondamento.

6.1. Occorre sgombrare subito il campo dalla censura di preteso vizio di motivazione formulata con il terzo motivo. La Corte d’appello, infatti, con un’ampia e corretta motivazione, coerente e priva di vizi logici, ha dato conto – nei termini che sono stati in precedenza già riassunti – delle ragioni per le quali doveva ritenersi sussistente, in capo al centro gestito dalla società odierna ricorrente, la responsabilità conseguente alla conclusione di un contratto di spedalità. Rispetto a tale scrupolosa e dettagliata ricostruzione si infrangono le censure contenute nel terzo motivo di ricorso, tutte evidentemente finalizzate ad ottenere un nuovo e non consentito esame del merito. Ciò è reso evidente, in particolare, dalle considerazioni contenute alle pp. 22 e 23 del ricorso le quali vorrebbero sminuire in ogni modo la responsabilità della s.r.l. S. Luigi, mentre la sentenza in esame ha spiegato assai bene il ruolo svolto da quest’ultima nella gestione del centro, nei contatti con i clienti e nella percezione dei pagamenti che venivano poi girati ai singoli sanitari operanti.

6.2. Anche il quarto motivo di ricorso, peraltro, è palesemente privo di fondamento.

La decisione in esame, infatti, è in linea con la giurisprudenza dì questa Corte la quale ha già affermato che l’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario- ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto dì prestazione d’opera atipico di spedalità, in base al quale la stessa è tenuta ad una prestazione complessa, che non si esaurisce nella effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonchè di quelle lato sensu alberghiere. La responsabilità della casa dì cura nei confronti del paziente ha natura contrattuale, con conseguente applicazione dell’art. 1228 cod. civ. anche nei rapporti tra il medico e la struttura (v. le sentenze 13 aprile 2007, n. 8826, 14 giugno 2007, n. 13953, nonchè la più recente 26 giugno 2012, n. 10616).

Nel caso in esame il Centro medico dove avvenne la disgrazia non aveva, come riconosciuto da tutte le parti in causa, una dimensione tale da poter essere paragonata ad una casa di cura; ciò non toglie, tuttavia, che, una volta accertata nei termini di cui in sentenza la natura dell’attività svolta, l’applicabilità dell’art. 1228 c.c., sia stata correttamente ritenuta sussistente anche nel caso in esame.

Ne consegue che la violazione dell’art. 1228 c.c., presupporrebbe, per poter essere ritenuta esistente, un nuovo esame del merito, precluso in questa sede.

  1. Il ricorso principale, pertanto, è rigettato.

Tale decisione comporta l’assorbimento del ricorso incidentale proposto da Ba.Il., B.G. e Ga., siccome avente natura condizionata.

La ricorrente principale va condannata al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

 

La Corte, decidendo sui ricorsi riuniti, rigetta il ricorso principale con assorbimento di quello incidentale condizionato e condanna la ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 7.200, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile, il 1 luglio 2015.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2015.

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