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QUANDO IL PEDONE E’ RESPONSABILE –

INCIDENTE – SINISTRO- CONDUCENTE- PEDONE

 

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RISARCIMENTO PEDONE INVESTITO RAVENNA

INFOINCIDENTI

colpa concorrente del pedone non era da escludere neppure in forza

della versione dei fatti resa in giudizio dal teste P.V. – sebbene da reputarsi “poco credibile” –

giacchè, posto il “dato oggettivo … non controvertibile” per cui P.P., al momento dell’impatto, “si

doveva trovare almeno a due metri di distanza dal guard-rail” (tale essendo, in base ai rilievi della

Polizia stradale, la posizione raggiunta dall’auto del S. al momento dell’investimento del pedone),

questi, nel tentativo di attraversare la strada per raggiungere il figlio che lo attendeva sul lato

opposto, “si sarebbe fermato a circa due metri di distanza dal guard-rail … mentre erano in transito

altri veicoli”, realizzando così “un comportamento altamente pericoloso, ponendosi come ostacolo

alla marcia dei mezzi, in un tratto stradale di intenso traffico veicolare ed in una zona certamente

non destinata alla sosta o al passeggio pedonale”.

La restante colpa – nella misura del 75% – nella verificazione del sinistro era da ascrivere al conducente

dell’autovettura, il quale, nonostante avesse notato la presenza del pedone “sul ciglio destro della

strada”, aveva mancato di prevedere la possibilità da parte dello stesso di “compiere gesti avventati,

attraversando la strada” e, con ciò, non aveva moderato la velocità, mantenuta inadeguata rispetto alle

circostanze contingenti, come dimostrato anche dalla frenata iniziata soltanto mt. 5,90 prima

dell’investimento e dalla “violenza dell’impatto”.

1.2. – Quanto alla liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante, la Corte territoriale, aderendo

alle conclusioni della consulenza medico-legale espletata in grado di appello (dal c.t.u. prof. C.),

osservava che P.P., al momento del sinistro ((OMISSIS)), era affetto dalla malattia di Alzheimer in uno

“stadio della malattia denominato t1” (deficit progressivo della funzione mnesica, maggiori difficoltà di

attenzione, riduzione della capacità critica e di giudizio, scadimento della prestazione lavorativa,

riduzione nella partecipazione alle attività quotidiane, fino a giungere ad apatia, scarsa cura della

persona e, infine, turbe del linguaggio e della rappresentazione simbolica). Ciò, in ogni caso – come anche

emergente dalle deposizioni testimoniali raccolte e dalla dichiarazione dei redditi del 1991 – gli

consentiva di svolgere “una certa attività lavorativa”, sebbene era “assai improbabile che la sua attività

professionale sarebbe proseguita nel 1992 senza flessioni”, se non vi fosse stato l’incidente stradale.

Del resto, la documentazione prodotta dagli stessi eredi riguardava prestazioni eseguite su

“moduli prestampati” dal dante causa nel 1991 e, segnatamente perizie immobiliari del maggio dello

stesso anno (14 e 20 maggio), “in cui la parte espositiva appare ridotta a pochi elementi descrittivi

di immobili, che non dovevano richiedere l’impiego di particolare concentrazione”. Sicchè, in punto di

danno patrimoniale da lucro cessante, non poteva aversi riguardo alle dichiarazione dei redditi sino

all’anno 1991, ma al criterio “del triplo della pensione sociale su base annua” (pari a L. 17.388.150;

Euro 8.980,23), “per un anno successivo al sinistro”.

  1. – Con sentenza resa pubblica il 10 febbraio 2011, la Corte di appello di Bari –

sull’impugnazione principale della Assicurazioni Generali S.p.A. e su quella incidentale di P.V., P. A. e

P.D., quali eredi di P.P., deceduto nelle more del giudizio di primo grado – riformava parzialmente

la decisione del Tribunale della medesima Città, in data 29 marzo 2001, che aveva riconosciuto S.V. L.,

conducente dell’auto investitrice, quale unico responsabile del sinistro stradale avvenuto l'(OMISSIS)

in danno del pedone P.P. e lo aveva condannato, anche quale erede di S.D., proprietario dell’auto

anzidetta, in solido con gli altri eredi di quest’ultimo, Sp.Is. e S.A., e con la compagnia assicuratrice del

mezzo, Assicurazioni Generali S.p.A., al risarcimento dei danni liquidati in complessive L. 219.153.875,

oltre accessori. 1.1. – Per quanto ancora interessa in questa sede, la Corte territoriale, sulla scorta di

risultanze probatorie ritenute convergenti (verbale della Polizia stradale, con allegato schizzo

planimetrico e deposizione degli informatori: il conducente del veicolo investitore, S.V.L., e P.V., figlio

della vittima; fotografie prodotte dalle parti e, segnatamente, dagli appellati), accertava la sussistenza

di un concorso di colpa, nella misura del 25%, del pedone P.P. nella causazione del sinistro, il quale, su

strada destinata al traffico veicolare, priva di strisce pedonali e di banchine transitabili dai pedoni,

ometteva di “dare la precedenza ai veicoli” e dava “inizio ad un azzardato attraversamento della strada,

mentre sopraggiungeva l’autovettura del S.”.

avvocato risarcimento incidenti

(Cassazione civile sez. III, Sentenza 13.11.2014 n. 24204)

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. BERRUTI Giuseppe Maria – Presidente – Dott. PETTI

Giavanni Battista – Consigliere – Dott. ARMANO Uliana – Consigliere – Dott. LANZILLO Raffaella –

Consigliere – Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso

8042/2012 proposto da: P.D. ((OMISSIS)), P.A. ((OMISSIS)) e P.V. ((OMISSIS)), nella loro qualità di

eredi di P.P., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 85, presso lo studio

dell’avvocato LUCIO CARITO, rappresentati e difesi dall’avvocato SOLLAZZO Cristiana giusta

procura speciale a margine del ricorso; – ricorrenti – contro ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A., e

per essa la propria mandataria e rappresentante GENERALI BUSINESS SOLUTIONS S.C.P.A., in

persona dei procuratori speciali H.R.M. e C.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE

FERRARI 35, presso lo studio dell’avvocato VINCENTI Marco, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale in calce al controricorso; – controricorrente – e contro S.V.L.; S.A.; SP. I.; – intimati

– avverso la sentenza n. 124/2011 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 10/02/2011, R.G.N.

1223/2001; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/09/2014 dal Consigliere

Dott. ENZO VINCENTI; udito l’Avvocato CRISTIANA SOLLAZZO; udito l’Avvocato MARCO

VINCENTI; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CORASANITI Giuseppe,

che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

  1. – Con sentenza resa pubblica il 10 febbraio 2011, la Corte di appello di Bari –

sull’impugnazione principale della Assicurazioni Generali S.p.A. e su quella incidentale di P.V., P. A. e

P.D., quali eredi di P.P., deceduto nelle more del giudizio di primo grado – riformava parzialmente

la decisione del Tribunale della medesima Città, in data 29 marzo 2001, che aveva riconosciuto S.V. L.,

conducente dell’auto investitrice, quale unico responsabile del sinistro stradale avvenuto l'(OMISSIS)

in danno del pedone P.P. e lo aveva condannato, anche quale erede di S.D., proprietario dell’auto

anzidetta, in solido con gli altri eredi di quest’ultimo, Sp.Is. e S.A., e con la compagnia assicuratrice del

mezzo, Assicurazioni Generali S.p.A., al risarcimento dei danni liquidati in complessive L. 219.153.875,

oltre accessori. 1.1. – Per quanto ancora interessa in questa sede, la Corte territoriale, sulla scorta di

risultanze probatorie ritenute convergenti (verbale della Polizia stradale, con allegato schizzo

planimetrico e deposizione degli informatori: il conducente del veicolo investitore, S.V.L., e P.V., figlio

della vittima; fotografie prodotte dalle parti e, segnatamente, dagli appellati), accertava la sussistenza

di un concorso di colpa, nella misura del 25%, del pedone P.P. nella causazione del sinistro, il quale, su

strada destinata al traffico veicolare, priva di strisce pedonali e di banchine transitabili dai pedoni,

ometteva di “dare la precedenza ai veicoli” e dava “inizio ad un azzardato attraversamento della strada,

mentre sopraggiungeva l’autovettura del S.”.

Peraltro, la medesima colpa concorrente del pedone non era da escludere neppure in forza

della versione dei fatti resa in giudizio dal teste P.V. – sebbene da reputarsi “poco credibile” –

giacchè, posto il “dato oggettivo … non controvertibile” per cui P.P., al momento dell’impatto, “si

doveva trovare almeno a due metri di distanza dal guard-rail” (tale essendo, in base ai rilievi della

Polizia stradale, la posizione raggiunta dall’auto del S. al momento dell’investimento del pedone),

questi, nel tentativo di attraversare la strada per raggiungere il figlio che lo attendeva sul lato

opposto, “si sarebbe fermato a circa due metri di distanza dal guard-rail … mentre erano in transito

altri veicoli”, realizzando così “un comportamento altamente pericoloso, ponendosi come ostacolo

alla marcia dei mezzi, in un tratto stradale di intenso traffico veicolare ed in una zona certamente

non destinata alla sosta o al passeggio pedonale”.

La restante colpa – nella misura del 75% – nella verificazione del sinistro era da ascrivere al conducente

dell’autovettura, il quale, nonostante avesse notato la presenza del pedone “sul ciglio destro della

strada”, aveva mancato di prevedere la possibilità da parte dello stesso di “compiere gesti avventati,

attraversando la strada” e, con ciò, non aveva moderato la velocità, mantenuta inadeguata rispetto alle

circostanze contingenti, come dimostrato anche dalla frenata iniziata soltanto mt. 5,90 prima

dell’investimento e dalla “violenza dell’impatto”.

1.2. – Quanto alla liquidazione del danno patrimoniale da lucro cessante, la Corte territoriale, aderendo

alle conclusioni della consulenza medico-legale espletata in grado di appello (dal c.t.u. prof. C.),

osservava che P.P., al momento del sinistro ((OMISSIS)), era affetto dalla malattia di Alzheimer in uno

“stadio della malattia denominato t1” (deficit progressivo della funzione mnesica, maggiori difficoltà di

attenzione, riduzione della capacità critica e di giudizio, scadimento della prestazione lavorativa,

riduzione nella partecipazione alle attività quotidiane, fino a giungere ad apatia, scarsa cura della

persona e, infine, turbe del linguaggio e della rappresentazione simbolica). Ciò, in ogni caso – come anche

emergente dalle deposizioni testimoniali raccolte e dalla dichiarazione dei redditi del 1991 – gli

consentiva di svolgere “una certa attività lavorativa”, sebbene era “assai improbabile che la sua attività

professionale sarebbe proseguita nel 1992 senza flessioni”, se non vi fosse stato l’incidente stradale.

Del resto, la documentazione prodotta dagli stessi eredi riguardava prestazioni eseguite su

“moduli prestampati” dal dante causa nel 1991 e, segnatamente perizie immobiliari del maggio dello

stesso anno (14 e 20 maggio), “in cui la parte espositiva appare ridotta a pochi elementi descrittivi

di immobili, che non dovevano richiedere l’impiego di particolare concentrazione”. Sicchè, in punto di

danno patrimoniale da lucro cessante, non poteva aversi riguardo alle dichiarazione dei redditi sino

all’anno 1991, ma al criterio “del triplo della pensione sociale su base annua” (pari a L. 17.388.150;

Euro 8.980,23), “per un anno successivo al sinistro”.

1.3. – In relazione al danno biologico, il giudice di appello riteneva che, essendo P.P. deceduto

il (OMISSIS), esso andava risarcito agli eredi con riferimento alla durata effettiva della vita e non già

a quella probabile, dovendosi ascrivere la morte non al trauma conseguente al sinistro, ma alla pre-

esistenza della malattia di Alzheimer, la cui “naturale evoluzione” sarebbe stata comunque la “completa

demenza”. Tuttavia, tale stato, “per effetto dell’incidente”, aveva avuto “una sorta di anticipazione, in

un arco di tempo che può ragionevolmente essere stimato in 4 anni circa”. Peraltro, la morte del P. si

collocava “entro i range statistici tipici dell’affezione (7-10 anni dalla diagnosi), o al più, tenuto conto

della precoce insorgenza della malattia di Alzheimer nel caso di specie, con anticipazione non superiore

a 2-3 anni”. La Corte territoriale osservava, quindi, che “nell’arco di quattro anni successivi al sinistro il

  1. sarebbe diventato totalmente invalido, perchè il morbo da cui era affetto l’avrebbe condotto

inesorabilmente alla demenza”. Ne conseguiva che la percentuale di invalidità permanente per le lesioni

derivate dal sinistro era pari del 100% per i primi 180 giorni dal sinistro, fino all’11 agosto 1992 e pari

al 60% per il “restante periodo del primo anno” (sino all’11 febbraio 1993), al 50% per il secondo anno

(sino all’11 febbraio 1994), al 40% per il terzo anno (sino all’11 febbraio 1995), al 25% per il quarto

anno (sino all’11 febbraio 1996) e al 20% dall’11 febbraio 1996 sino alla morte in data 22 dicembre

Conclusione, questa, che il giudice di secondo grado riteneva “equa”, tenuto anche conto che “le lesioni

subite dal P.” avevano “accelerato il decorso della malattia e l’esito finale infausto”.

1.4. – La Corte territoriale – confermata la statuizione del Tribunale in punto di riconoscimento

del danno morale nell’importo capitale di L. 50.000.000 ed effettuata la liquidazione del danno biologico

sulla base delle tabelle del Tribunale di Milano per l’anno 2006, prevedenti per ogni giorno di inabilità

temporanea totale la somma di Euro 66,26 al giorno – liquidava, per i titoli di danno riconosciuti iure

hereditatis (danno biologico, danno morale e danno patrimoniale da lucro cessante) – all’esito delle

operazioni di devalutazione e rivalutazione monetaria e considerato il concorso di colpa del 25% –

complessivamente la somma di Euro 77.202,45, alla data del 29 marzo 2001.

1.5. – Il giudice del gravame, infine, compensava per metà le spese processuali del grado – in ragione del

parziale accoglimento dell’appello principale e dell’esito finale della lite – condannando la Assicurazioni

Generali S.p.A. al pagamento della restante metà, escludendo dalla relativa liquidazione “la somma di

Euro 2.500,00 indicata nella nota specifica degli appellati e relativa alla designazione del consulente di

parte prof. Ca.”, mancando “agli atti il documento comprovante l’esborso in questione (v. indice del

fascicolo di parte del giudizio di appello”.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono P.V., P.A. e P.D., quali eredi di P.P., affidando le sorti

dell’impugnazione a sei motivi.

Resiste con controricorso le Assicurazioni Generali S.p.A. (e per essa la propria mandataria

e rappresentante Generali Business Solutions S.c.p.A.), mentre non hanno svolto attività difensiva

in questa sede gli intimati S.V.L., in proprio e quale erede di S.D., Sp.Is. e S.A., quali eredi di S.D..

Diritto

  1. – Con il primo mezzo è denunciata violazione o falsa applicazione degli artt. 2043, 2054 e 1227 c.c.,

della L. n. 393 del 1959, art. 102, comma 3 e art. 134, comma 6 (C.d.S. vigente all’epoca del sinistro),

nonchè dedotto vizio di motivazione.

Sarebbe illogica e contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata sul concorso di colpa di P.P.,

ascritto al pedone per aver “dato inizio ad un azzardato attraversamento della strada”, là

dove risulterebbe comprovato dalle risultanze in atti – e, segnatamente, dallo schizzo

planimetrico allegato al rapporto della Polizia stradale, indicante lo stato di quiete dell’autovettura

investitrice dopo l’urto – che il P., “al momento dell’investimento, si trovava alla estrema sinistra

della carreggiata, sulla zona zebrata, e, pertanto, aveva già completato l’attraversamento”. Sicchè,

il giudice di appello, a fronte della pur accertata e grave colpa del conducente dell’autovettura (che non

aveva rallentato pur avendo scorto la presenza del pedone), avrebbe poi errato nel considerare “la mera

posizione del pedone come elemento integrante il concorso di colpa, senza evidenziare le ragioni

concrete della imputabilità soggettiva o del concorso causale”. Inoltre, non sarebbero

state considerate talune circostanze di fatto emergenti dal rapporto della Polizia stradale (e cioè

l’essere carreggiata in cui si era verificata il sinistro un rettilineo in discesa largo mt. 3,80, con corsia

di emergenza di mt. 3,40 e segnalazione di limite di velocità di 50 km/h, con divieto di sorpasso, con

obbligo di confluenza a destra e segnaletica di lavori in corso), tutte da indurre ad una condotta di

guida di particolare attenzione e prudenza.

Peraltro, anche l’aver addebitato al pedone di essere di ostacolo alla marcia dei mezzi, in quanto fermo

a circa due metri dal guard- rail, rappresenterebbe una ricostruzione di evidente “farraginosità”, non

essendovi, al di là dell’obbligo di dare precedenza, divieto per il pedone “di attraversare una strada

anche se ad intenso traffico veicolare, pur in assenza di strisce pedonali”, là dove la circostanza che

esso si trovasse “fermo vicino al guard-rail” deponeva per il fatto che l’attraversamento era avvenuto

“con congruo anticipo rispetto al sopraggiungere” dell’auto condotta dal S., “senza alcuna violazione

dell’obbligo di precedenza”.

  1. – Con il secondo mezzo è dedotta violazione o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., artt. 2054

e 1227 c.c..

La Corte territoriale si sarebbe basata, nel ricostruire la dinamica del sinistro e giungere

alla conclusione che “il P. diede inizio ad un azzardato attraversamento della strada

mentre sopraggiungeva l’autovettura del S.”, sulle sole dichiarazioni rese da quest’ultimo alla

Polizia stradale nell’immediatezza dell’incidente, le quali, però, potrebbero tutt’al più costituire

“materiale indiziario”, liberamente valutabile ove concordante con altri elementi di prova. Ed, invece,

le emergenze probatorie – deposizione testimoniale di P.V. (della cui inattendibilità il giudice

del gravame fornisce una spiegazione “sulla base di un ragionamento davvero singolare, che ella stessa

ritiene apparentemente illogico”) e schizzo planimetrico allegato al rapporto della Polizia stradale –

dimostrerebbero chiaramente l’assenza di colpa nella condotta del pedone, il quale aveva iniziato

l’attraversamento della carreggiata con congruo anticipo rispetto al sopraggiungere dell’autovettura e

l’aveva percorsa per tutti i suoi mt. 7,20 di larghezza, trovandosi sulla “zona non carrabile e non

destinata al traffico veicolare”, siccome indicata dalle strisce trasversali.

2.1. – I primi due motivi, che vanno congiuntamente scrutinati per la loro stretta connessione,

sono infondati.

Alla luce della giurisprudenza di questa Corte (tra le altre, Cass., 13 marzo 2009, n. 6168),

la presunzione di colpa del conducente dell’autoveicolo investitore prevista dall’art. 2054 c.c., comma 1,

non opera in contrasto con il principio della responsabilità per fatto illecito, fondata sul rapporto di

causalità fra evento dannoso e condotta umana. Pertanto, la circostanza che il conducente non abbia

fornito la prova idonea a vincere la presunzione non preclude l’indagine in ordine all’eventuale concorso

di colpa, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1, del pedone investito, sussistente laddove il

comportamento di quest’ultimo sia stato improntato a pericolosità ed imprudenza (per un caso di

concorso di colpa determinato dall’attraversamento del pedone al di fuori delle strisce pedonali, senza

dare la precedenza alle autovetture, quale obbligo sussistente anche nella vigenza del vecchio codice

della strada, cfr. più di recente Cass., 5 marzo 2013, n. 5399; per un caso di attraverso di strada a

scorrimento veloce, scavalcando il guard-rail, tanto da determinare una situazione di pericolo, ponendo

i veicoli sopravvenienti in condizioni di difficoltà e di emergenza, cfr. Cass., 24 novembre 2009, n.

24689). Una volta, poi, accertato il concorso di colpa tra investitore ed investito, i criteri di

ripartizione della colpevolezza costituiscono oggetto di un giudizio di fatto che, come tale, si sottrae al

sindacato di legittimità se sorretto da adeguata motivazione.

A tali principi si è attenuta la Corte territoriale, la quale ha accertato che il P. aveva dato inizio ad un

attraversamento “azzardato”, nel mentre sopraggiungeva l’auto condotta dal S.. A tal fine, il giudice di

secondo grado ha valutato tutti gli elementi in suo possesso, delibando plausibilmente la convergenza

tra le dichiarazioni rese nell’immediatezza da coloro che erano presenti al sinistro con quelle dei

riscontri obiettivi effettuati dalla Polizia stradale giunta In loco, per poi saggiarli con i contenuti della

testimonianza di P.V., ritenuta inattendibile non solo perchè divergente da quanto lo stesso aveva

dichiarato nell’immediatezza del sinistro, ma anche in ragione dello sviluppo “illogico” che avrebbe dato

alla dinamica del sinistro.

In ogni caso, la stessa Corte ha considerato la dinamica del sinistro anche sotto la prospettiva di detta

deposizione testimoniale, evidenziando però che dato incontrovertibile – emergente dal rapporto della

polizia stradale – era la posizione del pedone “almeno a due metri dal guard-rail” e non già vicino allo

stesso, cosi da costituire concausa efficiente del sinistro, in quanto ostacolo in una carreggiata

destinata al traffico veicolare e non alla sosta o al passeggio dei pedoni. Rilievo, questo, che non è

superato da quello di parte ricorrente, secondo cui il pedone, in dette circostanze, avrebbe solo

l’obbligo di dare precedenza ai veicoli, giacchè anch’esso è tenuto ad una condotta prudente.

In definitiva, i ricorrenti, nell’omettere di considerare il dato oggettivo rilevato dal giudice del merito,

e sul quale ruota la ricostruzione (alternativa) dell’incidente, forniscono una propria lettura delle

risultanze probatorie, surrogandosi, inammissibilmente, nell’esercizio di un potere spettante solo al

giudice del merito, nella specie esercitato in assenza di errori giuridici e di intrinseci vizi logici della

motivazione.

  1. – Con il terzo mezzo è dedotta violazione o falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 1227, 2043 ,

2056 e 2059 c.c., artt. 40 e 41 c.p., artt. 2, 3, e 32 Cost..

La Corte territoriale avrebbe errato a recepire le conclusioni del c.t.u. medico-legale prof. C., là dove in

esse, dopo essersi correttamente individuata una invalidità permanente residuata dal sinistro pari al

circa 60%, quale differenza tra quella preesistente di 25/30%, dovuta alla malattia di Alzheimer, e

quella di 80/85% determinata dallo stesso sinistro, si giunge a ritenere che la presenza dell’Alzheimer

avrebbe condotto in ogni caso alla totale demenza del P., per cui gli anzidetti postumi permanenti del

60% andavano “valutati in maniera decrescente di anno in anno per tutta la vita del P. fino alla sua

morte”.

Invero, l’azione del trauma (e del correlato ematoma subdurale) conseguente al sinistro su un apparato

già compromesso dall’Alzheimer potrebbe “legittimare solo la decurtazione dei postumi prodottisi

anteriormente all’illecito”, giacchè “tutte le capacità residue del P. che potevano, in ipotesi, aggravarsi

per effetto dell’Alzheimer, in concreto, erano già state irrimediabilmente compromesse, totalmente

annullate e definitivamente perse in un attimo per effetto del trauma cranico e delle sue catastrofiche

conseguenze”. Peraltro, la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto che, ai sensi degli artt. 40 e 41

c.p., il concorso di cause efficienti può aversi solo tra concause umane imputabili, ma non già tra queste

e una concausa naturale non imputabile (come, nella specie, il morbo di Alzheimer del quale era affetto

il P.), che non consentirebbe dunque la proporzionale riduzione dell’obbligazione risarcitoria.

Il giudice di secondo grado non avrebbe, poi, dato conto del criterio equitativo utilizzato – e cioè

di quello criterio tabellare per la liquidazione del danno da invalidità temporanea – senza provvedere alla

personalizzazione del danno, tenuto conto della gravissima lesione della salute (bene costituzionalmente

garantita) patita dal P. a seguito del sinistro, mancando di valutare, altresì, l’evoluzione della malattia

di Alzheimer nel caso in cui non si fosse verificato il sinistro, posto che questa era stata del tutto

repentina e aberrante, impedendo al P. la chance di usufruire di nuove cure e tecniche terapeutiche,

oltre che di sfruttare la propria capacità generica lavorativa residua.

  1. – Con il quarto mezzo è denunciata violazione o falsa applicazione degli artt. 2056, 2059, 1223 e

1226 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè dedotto vizio di motivazione. La Corte territoriale avrebbe

erroneamente liquidato il danno avuto riguardo alla data della morte del P., pur avendo affermato,

contraddittoriamente, che detto evento poteva aver avuto una anticipazione di 2/3 anni rispetto ai

“range statistici propri dell’affezione (7-10 anni dalla diagnosi)” e che, nella specie, le lesioni subite

dalla vittima del sinistro avevano “accelerato il decorso della malattia e l’evento finale infausto”.

Peraltro, le prove raccolte e quanto emergente in fatto dalla stessa consulenza di secondo grado (stato

della vittima raccontato dai testimoni; rilascio del rinnovo della patente di guida 5 mesi prima del

sinistro; mancato rilievo da parte dei sanitari al momento del ricovero dopo il sinistro di limitazioni

psico-neurologiche), dimostrerebbero che l’aspettativa di vita del P. sarebbe stata più ampia di quella

indicata dal c.t.u., come del resto desumibile dal fatto che egli era vissuto dieci anni dal momento della

sua insorgenza, mentre le tabelle di riferimento utilizzate dal consulente (da t0 a t3) davano una

evoluzione media, in assenza di traumi, di anni 5 e mesi 2.

Sicchè, il giudice del merito non aveva tenuto conto della “personale concreta aspettativa di

vita dell’ing. P. in assenza del trauma, valutata in relazione non a dati statistici, ma

all’effettivo andamento evolutivo della patologia”.

4.1. – I motivi terzo e quarto – che, in quanto connessi, possono essere congiuntamente esaminati – sono

infondati.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass., 21 luglio 2011, n. 15991) – alla quale il Collegio intende

dare continuità -, qualora la produzione di un evento dannoso possa apparire riconducibile, sotto il

profilo eziologico, alla concomitanza della condotta umana e del fattore naturale rappresentato dalla

pregressa situazione patologica del danneggiato (la quale non sia legata all’anzidetta condotta umana da

un nesso di dipendenza causale), il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale

(rettamente intesa come relazione tra la condotta e l’evento di danno, alla stregua di quanto disposto

dall’art. 1227 c.c., comma 1), l’efficienza eziologica della condotta rispetto all’evento in applicazione

della regola di cui all’art. 41 c.p. (a mente della quale il concorso di cause preesistenti, simultanee o

sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra

l’azione e l’omissione e l’evento), così da ascrivere l’evento di danno interamente all’autore della

condotta illecita, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della

diversa efficienza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (rettamente intesa come

relazione tra l’evento di danno e le singole conseguenze dannose risarcibili all’esito prodottesi), onde

ascrivere all’autore della condotta, responsabile tout court sul piano della causalità materiale, un

obbligo risarcitorio che non comprenda anche le conseguenze dannose non riconducibili eziologicamente

all’evento di danno, bensì determinate dal fortuito, come tale da reputarsi la pregressa situazione

patologica del danneggiato non eziologicamente riconducibile alla colposa condotta umana.

Nella specie, la Corte territoriale, sulla scorta delle risultanze istruttorie acquisite (cfr. anche

la sintesi della motivazione della sentenza ai 1.2 e 1.3. del “Ritenuto in fatto”) – ponderando

le circostanze del caso e, altresì, le critiche mosse dai consulenti di parte alla espletata c.t.u. medico-

legale – ha correttamente preso in considerazione, ai fini della liquidazione del danno, la concorrente

incidenza di causa lesiva e patologia preesistente (morbo di Alzheimer), valutando l’aggravamento della

seconda in conseguenza delle lesioni determinate dal sinistro stradale, al contempo apprezzando

l’evoluzione propria della malattia, secondo canoni scientifici la cui intrinseca portata e validità non

sono state scalfite dalle critiche dei ricorrenti, i quali, a tal riguardo, insistono a fornire una lettura

delle emergenze probatorie alternativa a quella effettuata, in modo plausibile, dal giudice del merito, al

quale tale apprezzamento è esclusivamente riservato. Ne consegue, dunque, che il criterio equitativo di

liquidazione (tabelle Milanesi) utilizzato dalla Corte territoriale ha trovato applicazione in forza di una

valutazione complessiva della situazione del danneggiato (tra cui, la gravità dell’evento lesivo e la

preesistenza della patologia), tenuto conto, nella riduzione delle percentuali di invalidità permanente

scansionata temporalmente, proprio del modo di evolversi del morbo di Alzheimer in sè considerato e

cioè come se il sinistro non si fosse verificato, altresì essendo stata apprezzata l’accelerazione stessa

dell’evento morte, determinata dal trauma lesivo patito nel sinistro.

Sotto tale ultimo profilo la decisione della Corte territoriale non presta il fianco alle critiche mossele,

segnatamente, con il quarto motivo, posto che essa ha, come detto, valutato, ai fini della liquidazione

del danno biologico patito dalla vittima del sinistro e preteso iure hereditatis dai suoi aventi causa, il

dato dell’accelerazione dell’evento morte solo quale fattore incidente sulla liquidazione equitativa del

medesimo anzidetto danno, pur ancorandolo, correttamente, alla durata effettiva della vita.

In tale prospettiva, la decisione del giudice di merito risulta rispondente al principio (cfr.,

in motivazione, Cass., 3 ottobre 2003, n. 14767 e Cass., 10 maggio 2000, n. 5962), secondo il quale non

può configurarsi giuridicamente il danno biologico in favore della persona deceduta per il tempo

successivo alla morte, ciò presupponendo che il danneggiato sia in vita.

Esclusa, dunque, la trasmissibilità jure ereditario di un danno (quello biologico in capo alla vittima del

sinistro) giuridicamente inconfigurabile, dalla morte, ove collegata etiologicamente alle lesioni derivate

dal fatto illecito, potranno, invece, sorgere danni, patrimoniali e non patrimoniali, a carico dei prossimi

congiunti della vittima stessa risarcibili iure proprio.

In particolare, nel caso di accelerazione dell’evento morte a causa delle lesioni derivate dal

sinistro incidenti su patologia preesistente essa stessa causativa del decesso, posto che il fatto illecito

“non è stato causa della morte in sè, ma solo della morte in quella data e non successivamente”,

il risarcimento del danno in favore dei prossimi congiunti della vittima “non potrà che

investire esclusivamente detta accelerazione della morte ed avere, quindi, come termine di riferimento

il lasso di tempo intercorrente tra la data in cui l’evento si è effettivamente verificato e quello in cui si

sarebbe presumibilmente verificato, se il fatto illecito, acceleratore dei fattori patogenetici

già esistenti, non vi fosse stato” (cfr. in tale prospettiva Cass. n. 5962 del 2000).

Tuttavia, l’ipotesi da ultimo delineata non ricorre nella presente causa, posto che la pretesa azionata in

giudizio dai ricorrenti riguarda esclusivamente il danno loro spettante jure successionis e non già quello

jure proprio, non fatto oggetto di domanda.

  1. – Con il quinto mezzo è prospettata violazione o falsa applicazione degli artt. 2056, 1223 e 1226 c.c.

e della L. n. 39 del 1977, art. 4.

La Corte di appello, muovendo dal presupposto non dimostrato (ed anzi contraddetto dalle risultanze

della prova testimoniale e dalla documentazione in atti) che il P. avrebbe potuto lavorare ancora per un

solo anno dal momento dell’incidente, avrebbe errato nel liquidare il danno patrimoniale da lucro

cessante in base al triplo della pensione sociale, che è criterio solo sussidiario rispetto alla mancata

prova (nella specie, invece, fornita) dell’esistenza di redditi lavorativi fiscalmente certificati.

5.1. – Il motivo non può trovare accoglimento.

Con esso i ricorrenti intendono sostituire, inammissibilmente, il proprio apprezzamento delle risultanze

istruttorie a quello esclusivamente riservato al giudice del merito (e al quale questa Corte non può

surrogarsi), che, nella specie (cfr. anche p. 1.2. del “Ritenuto in fatto” che precede), è risultato essere

plausibilmente conducente e privo di errori in diritto, avendo la Corte territoriale messo in risalto non

solo la concordanza degli accertamenti medico- legali di primo e secondo grado e degli ulteriori

elementi fattuali raccolti in ordine al fatto che il P., ove non fosse intervenuto il sinistro, avrebbe

potuto lavorare soltanto per “anno ancora”, ma anche la genericità delle assunte testimonianze sui

contenuti puntuali dell’attività da lui svolta.

  1. – Con il sesto mezzo (erroneamente indicato in ricorso sub 5) è prospettata violazione o

falsa applicazione del D.M. n. 127 del 2004, artt. 4 e 5, artt. 91 e 92 c.p.c., della L. n. 794 del 1942,

artt. 24 e 25 e della L. n. 1051 del 1957, art. 1; nonchè omessa motivazione su fatto controverso

e decisivo per il giudizio.

La Corte territoriale avrebbe errato nel compensare per metà le spese di lite, anche del primo grado,

posto che l’esito della lite era stato vittorioso per gli eredi P., seppure per un quantum ridotto rispetto

a quello richiesto.

Inoltre il giudice di appello, a fronte di una nota spese depositata nel giudizio di gravame, che sulla base

dello scaglione superiore ad Euro 103.291,38, specificava le voci dei diritti e degli onorari

rispettivamente in Euro 4.368,00 ed in Euro 14.465,00, ha liquidato globalmente Euro 2.800,00 per

diritti ed Euro 9.000 per onorari (importi inferiori anche a quelli che sarebbero risultati in base allo

scaglione di Euro 51.000,00), senza indicare i criteri adottati nella liquidazione e i motivi in base ai quali

ha ritenuto di escludere alcune voci o di ridurre taluni importi. Sarebbe, altresì, errata la liquidazione

delle spese vive per soli Euro 64,80, mentre queste sarebbero state sostenute dagli eredi P. per un

totale di Euro 318,58 (oltre a quelle di c.t.p. per Euro 2.500,00).

6.1. – Il motivo è solo in parte fondato.

6.1.1. – Esso non può trovare accoglimento quanto al profilo di censura sulla parziale (al

50%) compensazione delle spese di lite, risultando privo di consistenza alla luce della

consolidata giurisprudenza di questa Corte, secondo cui “in tema di spese processuali, il sindacato della

Corte di Cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le

spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa; pertanto, esula da

tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità

di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca,

sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi” (Cass., 19 giugno 2013, n. 15317). Con

l’ulteriore precisazione che la “soccombenza reciproca” può configurarsi, come nel caso di specie,

anche nell’ipotesi di “accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorchè essa sia stata

articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero una

parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in unico capo”

( Cass., 23 settembre 2013, n. 21684).

6.1.2. – In relazione, poi, alla censura investente l’erronea liquidazione delle spese vive sostenute dalla

parte vittoriosa (seppure parzialmente), il motivo è inammissibile, in quanto detto errore può essere

emendato o con il procedimento di correzione di cui all’art. 287 c.p.c., ovvero per mezzo

del procedimento di revocazione del provvedimento che le ha liquidate, ma non col ricorso

per cassazione (Cass., 12 ottobre 2010, n. 21012).

6.1.3. – E’ fondata, invece, la doglianza relativa alla liquidazione di diritti ed onorari del giudizio

di appello, giacchè effettuata dalla Corte territoriale in violazione del principio, consolidato, per

cui, qualora la parte abbia presentato nota specifica con l’indicazione dei diritti ed onorari

spettanti (come nel caso di specie), il giudice non può procedere ad una liquidazione globale al di

sotto delle somme richieste (come, invece, operato dalla Corte di appello di Bari, che ha

liquidato complessivamente Euro 2.800,00 per diritti ed Euro 9.000,00 per onorari), ma è tenuto

ad “indicare dettagliatamente le singole voci che riduce, perchè chieste in misura eccessiva, o

che elimina, perchè non dovute, in modo da consentire l’accertamento della conformità

della liquidazione a quanto risulta dagli atti ed alle tariffe in relazione all’inderogabilità dei minimi”

( Cass., 8 febbraio 2007, n. 2748).

  1. – Vanno, dunque, rigettati i primi cinque motivi del ricorso, mentre deve trovare accoglimento il sesto

motivo soltanto per quanto di ragione e cioè in esclusivo riferimento alla liquidazione di diritti ed

onorari del giudizio di appello.

La sentenza impugnata va, dunque, cassata in relazione e la causa rinviata alla Corte di appello di Bari, in

diversa composizione, che, tenuta ferma la compensazione per metà delle spese processuali, provvederà

alla liquidazione di diritti ed onorari del giudizio di appello in favore degli attuali ricorrenti in

applicazione del principio innanzi enunciato, dovendo, altresì, provvederà alla liquidazione delle spese del

presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta i primi cinque motivi del ricorso ed accoglie il sesto motivo nei termini di cui in

motivazione;

cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Bari, in

diversa composizione, anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte Suprema, il 26

settembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 13 novembre 2014

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