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AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA

Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli

 

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  1. Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione sollevata dal ricorrente nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c., di inammissibilità del controricorso della A. per assoluta irriferibilità della procura apposta a margine dell’atto tanto alla suddetta parte processuale quanto al presente procedimento; in realtà la lettura di tale procura apposta a margine del controricorso consente di verificare che essa è stata rifasciata dalla A. all’avvocato Roberto Armandola “per resistere ai ricorso innanzi aita Corte di Cassazione promosso dai Sig. C.S. e notificato il 21-4-2007”, quindi con specifico riferimento al presente giudizio di legittimità. Venendo quindi all’esame del ricorso, si rileva che con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 50 bis c.p.c., e D.Lgs. 19 dicembre 1998, n. 51, art. 135, comma 1, Lett. B, nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto nulla la sentenza di primo grado per essere stata pronunciata in composizione monocratica nonostante la sezione 6^ bis del codice di rito prevedesse espressamente la composizione collegiale del Tribunale per le cause di riduzione per lesione di legittima; invero la presente controversia era stata introdotta dinanzi al Tribunale di Bari con atto di citazione notificato il 28-11-1997, mentre la disposizione di cui all’art. 50 bis c.p.c., era stata introdotta successivamente dal D.Lgs. 19 dicembre 1998, n. 51, art. 56, che ne differiva l’entrata in vigore a far tempo dal 2-6-1999; inoltre l’art. 135, comma 1, Lett. B, del suddetto D.Lgs., stabiliva che la composizione del Tribunale restava regolata dalle disposizioni anteriormente vigenti.

 

 

 

 

  1. La censura è inammissibile per difetto di interesse.
  2. Invero, pur dovendosi ritenere che, all’esito dell’istituzione del giudice unico D.Lgs. n. 51 del 1998, ex art. 134 bis, introdotto con D.L. n. 145 del 1999, convertito con modifiche nella L. n. 24 del 1999, il Tribunale ha mantenuto la precedente competenza per le cause introdotte fino al 31-12-1999, posto che l’art. 135, comma 1, lett. del citato D.Lgs. ha fatto salva la composizione del Tribunale secondo le disposizioni previgenti (Cass. 5-12-2002 n. 17309), e che tale norma è applicabile nella fattispecie, dove il giudizio di primo grado è stato introdotto con atto di citazione notificato il 28-11-1997, tuttavia è rilevante osservare che il ricorrente non ha specificato quale interesse sul piano giuridico ricaverebbe dall’accoglimento del motivo in oggetto; infatti, premesso che il giudice di appello, pur ritenendo erroneamente nulla la sentenza di primo grado per le ragioni esposte, nondimeno ha esaminato e deciso tutte le questioni sollevate dalle parti sia con l’appello principale che con quello incidentale, è decisivo evidenziare che il ricorrente non ha denunciato che, in conseguenza della declaratoria di tale nullità, la Corte territoriale abbia omesso di pronunciarsi su tutte le questioni controverse ed abbia così pregiudicato le proprie ragioni. Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione dell’art. 183 c.p.c., comma 5, e art. 556 c.c., nonchè omessa motivazione, assume che contraddittoriamente il giudice di appello, pur ritenendo inammissibili la prova per interpello e testi formulate da C.F. in ordine alla sussistenza di debiti ereditari, ha considerato astrattamente proponibili tali richieste di prova nonostante la controparte non avesse specificato le circostanze oggetto della prova stessa.

 

 

 

 

  1. S. inoltre sostiene l’irrilevanza dell’eventuale esistenza di debiti ereditaria considerato che ai fini del calcolo della legittima essi debbono essere detratti soltanto dal “relictum”, e non dal “donatum”.
  2. Il motivo è inammissibile per difetto di interesse.
  3. Invero, non avendo la Corte territoriale ammesso la prova per testi dedotta da C.F. in ordine alla esistenza di debiti del “de cuius”, non sussiste in radice alcun pregiudizio in ordine ad entrambi i motivi di censura sollevati dal ricorrente.

 

 

 

 

  1. Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c. come modificato dalla L. n. 353 del 1990, art. 52, ed omessa motivazione, sostiene che la Corte territoriale, avendo affermato che non vi era prova in atti di un credito ereditario nei confronti del Comune di Massafra, ha indebitamente esaminato un motivo di appello formulato da C.F. riguardante una questione nuova, come tale inammissibile.

 

 

 

 

  1. Anche tale censura è inammissibile per difetto di interesse, atteso che la sentenza impugnata ha rigettato il motivo di appello formulato da C.F. in ordine alla asserita sussistenza di un credito ereditario nei confronti del Comune di Massafra.

 

 

 

 

 

  1. Con il quarto motivo C.S., deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 268 c.p.c. – artt. 557 e 2909 c.c. nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto irrilevante la circostanza della asserita rinuncia alla eredità da parte dell’esponente in data 7-10-1998, posto che l’azione di riduzione della donazione effettuata dal “de cuius” ad altro coerede integra accettazione tacita dell’eredità, e per aver aggiunto che l’accettazione della qualità di erede non è dismissibile con una successiva rinuncia.

 

 

 

 

  1. Il ricorrente rileva sotto un primo profilo che la Corte territoriale ha in tal modo delibato una questione sollevata dalla A. nel giudizio di primo grado senza formulare in proposito alcuna specifica eccezione e senza riproporre la questione nel giudizio di appello;
  • inoltre assume che, contrariamente alla implicita rilevanza attribuita dalla sentenza impugnata alla qualità di erede per la proposizione dell’azione di riduzione, quest’ultima può essere proposta dal semplice legittimario leso nella quota di riserva, non essendo necessaria la qualità di erede dello stesso.

 

 

 

 

  1. La censura è inammissibile per difetto di interesse, posto che l’enunciata questione della rinuncia alle eredità da parte di C.S., sollevata dalla A. nel giudizio di primo grado, è stata ritenuta infondata dal giudice di appello, onde in proposito non vi è alcuna statuizione che abbia arrecato un qualsiasi pregiudizio all’attuale ricorrente.

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SUCCESSIONE LEGITTIMA E NECESSARIA – RIDUZIONE DELLE DONAZIONI.

CASS. CIV., SEZ. II, 26 LUGLIO 2011, N. 16309.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ODDO Massimo
Dott. GOLDONI Umberto
Dott. PICCIALLI Luigi

Dott. MAZZACANE Vincenzo Dott. BIANCHI Luisa
ha pronunciato la seguente:

– Presidente –
– Consigliere –

– Consigliere –
– rel. Consigliere –

– Consigliere –

sentenza

sul ricorso 12674/2007 proposto da:
C.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, CNE CLODIA 29, presso lo studio dell’avvocato CASAMASSIMA GIULIA, rappresentato e difeso dall’avvocato CASAMASSIMA ANGELA;
– ricorrente –

contro

A.S. (OMISSIS) elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 150, presso lo studio dell’avvocato ARMANDOLA ROBERTO, che La rappresenta e difende;
C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CATTARO 28, presso lo studio dell’avvocato PAOLA ANGOTTI, rappresentato e difeso dall’avvocato RUSSO TRATTASI GIANCARLO;

– controricorrenti –
avverse la sentenza n. 802/2006 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 13/09/2006;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/05/2011 dal Consigliere Dott. VINCENZO MAZZACANE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice, che ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 28-11-1997 C. S., premesso che in data (OMISSIS) era deceduto in (OMISSIS) “ab intestato” il proprio genitore C.T. lasciando a sè superstiti, oltre all’esponente, gli altri figli An., Fi., L. e F., assumeva che il “de cuius” aveva disposto in vita di tutto il proprio patrimonio immobiliare in favore dei figli mediante diversi atti di liberalità.

L’attore, premesso che per effetto di tali atti dispositivi si era determinata una evidente e grave sproporzione del valore dei beni attribuiti da C.T. ai figli in danno dell’istante, intendendo conseguire la quota di legittima spettategli, conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Bari il solo germano C. F. ritenendo che la riduzione della quota a questi attribuita fosse sufficiente a ristabilire la proporzione della quota prevista dall’art. 537 c.c., comma 2; chiedeva quindi l’attribuzione della proprietà dei beni donati dal “de cuius” al convenuto con atto per notaio Della Ratta del 9-6-1965 fino alla concorrenza della quota dovutagli e la condanna di quest’ultimo al rilascio di tali beni in proprio favore, nonchè alla restituzione dei relativi frutti percetti e percipiendi maggiorati di interessi e rivalutazione monetaria.

Costituendosi in giudizio C.F. non si opponeva alle domande attrici rimettendosi agli accertamenti giudiziali.
All’udienza delle precisazione delle conclusioni interveniva in giudizio A.S., subentrata alla madre Ca.

  1. nei diritti della eredità di C.T., chiedendo dichiararsi la simulazione dell’atto di acquisto operato dall’attore per notaio D’Abbicco del 22-5-1996, trattandosi in realtà di una donazione in suo favore da parte del “de cuius” per cui il bene oggetto di essa doveva essere acquisito alla massa, e ridursi la menzionata donazione del 9-6-1965 con redistribuzione delle quote.

Con sentenza del 26-11-2003 il Tribunale di Bari accoglieva la domanda di riduzione, reintegrava l’attore nei diritti ereditari con l’attribuzione in suo favore del locale sito in (OMISSIS), condannandolo al pagamento in favore di C.F. di un conguaglio di Euro 33.110,05 oltre interessi legali, dichiarava inammissibili le domande della A. e condannava quest’ultima e C.F. al pagamento delle spese legali.

Proposto gravame da parte di C.F. cui resistevano C.S. e la A. spiegando entrambi appello incidentale la Corte di Appello di Bari con sentenza del 13-9-2006 ha dichiarato la nullità

della sentenza impugnata, ha accolto la domanda proposta da C.S. nei confronti di C.F. in relazione alla donazione fatta dal “de cuius” con atto per notaio Della Fratta del 9-6-1995, per l’effetto ha reintegrato C.S. nei suoi diritti ereditari attribuendogli l’appartamento al secondo piano del fabbricato sito in (OMISSIS), ha condannato C. F. a versare in favore di C.S. la somma di Euro 25.327,05 a titolo di conguaglio oltre interessi legali dal giugno 2001, ha rigettato l’appello incidentale di C. S., ha dichiarato inammissibile l’appello incidentale della A. ed ha compensato interamente tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio. Avverso tale sentenza C.S. ha proposto un ricorso articolato in sei motivi cui C.F. e A. S. hanno resistito con separati controricorsi; tutte le parti hanno depositato successivamente delle memorie.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente deve essere disattesa l’eccezione sollevata dal ricorrente nella memoria depositata ex art. 378 c.p.c., di inammissibilità del controricorso della A. per assoluta irriferibilità della procura apposta a margine dell’atto tanto alla suddetta parte processuale quanto al presente procedimento; in realtà la lettura di tale procura apposta a margine del controricorso consente di verificare che essa è stata rifasciata dalla A. all’avvocato Roberto Armandola “per resistere ai ricorso innanzi aita Corte di Cassazione promosso dai Sig. C.S. e notificato il 21-4-2007”, quindi con specifico riferimento al presente giudizio di legittimità. Venendo quindi all’esame del ricorso, si rileva che con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 50 bis c.p.c., e D.Lgs. 19 dicembre 1998, n. 51, art. 135, comma 1, Lett. B, nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto nulla la sentenza di primo grado per essere stata pronunciata in composizione monocratica nonostante la sezione 6^ bis del codice di rito prevedesse espressamente la composizione collegiale del Tribunale per le cause di riduzione per lesione di legittima; invero la presente controversia era stata introdotta dinanzi al Tribunale di Bari con atto di citazione notificato il 28-11-1997, mentre la disposizione di cui all’art. 50 bis c.p.c., era stata introdotta successivamente dal D.Lgs. 19 dicembre 1998, n. 51, art. 56, che ne differiva l’entrata in vigore a far tempo dal 2-6-1999; inoltre l’art. 135, comma 1, Lett. B, del suddetto D.Lgs., stabiliva che la composizione del Tribunale restava regolata dalle disposizioni anteriormente vigenti.

La censura è inammissibile per difetto di interesse.
Invero, pur dovendosi ritenere che, all’esito dell’istituzione del giudice unico D.Lgs. n. 51 del 1998, ex art. 134 bis, introdotto con D.L. n. 145 del 1999, convertito con modifiche nella L. n. 24 del 1999, il Tribunale ha mantenuto la precedente competenza per le cause introdotte fino al 31-12-1999, posto che l’art. 135, comma 1, lett. del citato D.Lgs. ha fatto salva la composizione del Tribunale secondo le disposizioni previgenti (Cass. 5-12-2002 n. 17309), e che tale norma è applicabile nella fattispecie, dove il giudizio di primo grado è stato introdotto con atto di citazione notificato il 28-11-1997, tuttavia è rilevante osservare che il ricorrente non ha specificato quale interesse sul piano giuridico ricaverebbe

dall’accoglimento del motivo in oggetto; infatti, premesso che il giudice di appello, pur ritenendo erroneamente nulla la sentenza di primo grado per le ragioni esposte, nondimeno ha esaminato e deciso tutte le questioni sollevate dalle parti sia con l’appello principale che con quello incidentale, è decisivo evidenziare che il ricorrente non ha denunciato che, in conseguenza della declaratoria di tale nullità, la Corte territoriale abbia omesso di pronunciarsi su tutte le questioni controverse ed abbia così pregiudicato le proprie ragioni. Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione dell’art. 183 c.p.c., comma 5, e art. 556 c.c., nonchè omessa motivazione, assume che contraddittoriamente il giudice di appello, pur ritenendo inammissibili la prova per interpello e testi formulate da C.F. in ordine alla sussistenza di debiti ereditari, ha considerato astrattamente proponibili tali richieste di prova nonostante la controparte non avesse specificato le circostanze oggetto della prova stessa.

C.S. inoltre sostiene l’irrilevanza dell’eventuale esistenza di debiti ereditaria considerato che ai fini del calcolo della legittima essi debbono essere detratti soltanto dal “relictum”, e non dal “donatum”.
Il motivo è inammissibile per difetto di interesse.

Invero, non avendo la Corte territoriale ammesso la prova per testi dedotta da C.F. in ordine alla esistenza di debiti del “de cuius”, non sussiste in radice alcun pregiudizio in ordine ad entrambi i motivi di censura sollevati dal ricorrente.
Con il terzo motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c. come modificato dalla L. n. 353 del 1990, art. 52, ed omessa motivazione, sostiene che la Corte territoriale, avendo affermato che non vi era prova in atti di un credito ereditario nei confronti del Comune di Massafra, ha indebitamente esaminato un motivo di appello formulato da C.F. riguardante una questione nuova, come tale inammissibile.

Anche tale censura è inammissibile per difetto di interesse, atteso che la sentenza impugnata ha rigettato il motivo di appello formulato da C.F. in ordine alla asserita sussistenza di un credito ereditario nei confronti del Comune di Massafra.
Con il quarto motivo C.S., deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 268 c.p.c. – artt. 557 e 2909 c.c. nonchè vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto irrilevante la circostanza della asserita rinuncia alla eredità da parte dell’esponente in data 7-10-1998, posto che l’azione di riduzione della donazione effettuata dal “de cuius” ad altro coerede integra accettazione tacita dell’eredità, e per aver aggiunto che l’accettazione della qualità di erede non è dismissibile con una successiva rinuncia.

Il ricorrente rileva sotto un primo profilo che la Corte territoriale ha in tal modo delibato una questione sollevata dalla A. nel giudizio di primo grado senza formulare in proposito alcuna specifica eccezione e senza riproporre la questione nel giudizio di appello;
inoltre assume che, contrariamente alla implicita rilevanza attribuita dalla sentenza impugnata alla qualità di erede per la proposizione dell’azione di riduzione, quest’ultima può essere proposta dal semplice legittimario leso nella quota di riserva, non essendo necessaria la qualità di erede dello stesso.

La censura è inammissibile per difetto di interesse, posto che l’enunciata questione della rinuncia alle eredità da parte di C.S., sollevata dalla A. nel giudizio di primo grado, è stata ritenuta infondata dal giudice di appello, onde in proposito non vi è alcuna statuizione che abbia arrecato un qualsiasi pregiudizio all’attuale ricorrente.

Con il quinto motivo C.S., denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 555, 559, 560 e 561 c.c. nonchè vizio di motivazione, sostiene che erroneamente la Corte territoriale ha individuato il bene da ridurre, con riferimento alle quattro donazioni di immobili previste in favore di C.F. dall’atto per notaio Della Ratta del 9-6-1965, in quello di cui aita lettera E 4) della relazione del CTU. Il ricorrente, premesso che l’art. 559 c.c. regola il solo caso di donazioni successive, rileva che nell’ipotesi di donazioni coeve la riduzione si opera proporzionalmente sulle diverse donazioni;

tuttavia tale principio non può applicarsi allorchè le donazioni contestuali siano state effettuate, come nella specie, in favore di un solo beneficiario; in tal caso, quindi, escluso che possa farsi riferimento, nella scelta dell’immobile da ridurre, all’ultimo cespite indicato in ordine numerico nell’atto di liberalità, il giudice deve scegliere ed individuare i beni occorrenti ad integrare la legittima.

C.S. poi assume che il giudice di appello non ha considerato che la soluzione adottata dal Tribunale avrebbe determinato il venir meno degli obblighi di conguaglio a carico dell’esponente, avuto riguardo ai credito di Euro 37.263,24 maturato nei confronti di C.F. per frutti percepiti in ordine all’immobile oggetto di riduzione dall’ottobre 2002 all’aprile 2005; in ogni caso il riferimento al principio del “favor debitoris” da parte della Corte territoriale è erroneo, essendo esso applicabile in ambito negoziale e/o contrattuale, non certo in tema di riduzione di donazioni.

Il ricorrente inoltre, premesso l’errore materiale in cui è incorsa la sentenza impugnata nell’indicare la via Marconi, invece che la via Benemerito 34, quale ubicazione dell’appartamento oggetto di riduzione, sostiene che, per una mera svista da parte del CTU derivante dall’inversione dei valori attribuiti ai cespiti contraddistinti con le lettere E3) ed E4) nella relazione, era stato attribuito al legittimario leso un bene non già del valore indicato di L. 112.250.000, bensì del minor valore di L. 102.925.000, con la conseguenza che all’esponente spettava a titolo di conguaglio non già l’importo di Euro 25.327,95, bensì quello maggiore di Euro 30.136,31.

Deve poi aggiungersi che il ricorrente, nell’illustrare il motivo in esame, ha formulato ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. (applicabile “ratione temporis” nella fattispecie) due quesiti di diritto; con il primo di essi egli chiede a questa Corte di affermare se, ai sensi dell’art. 559 c.c., nel caso in cui il “de cuius” con l’ultima donazione abbia attribuito più beni in favore del medesimo beneficiario, la riduzione della stessa debba operarsi necessariamente avendo riguardo all’ultimo cespite indicato in ordine numerico e di elenco nell’atto di liberalità, ovvero se n tale ipotesi competa al giudice di scegliere ed individuare i beni occorrenti ad integrare la legittima; con il secondo quesito il ricorrente chiede di affermare se, ai sensi degli artt. 555, 559, 560 e 561 c.c., in caso di riduzione per lesione di legittima, la scelta e

 

l’individuazione dei beni occorrenti ad integrare la legittima, debba avvenire nel rispetto del principio del “favor debitoris”.
La censura è inammissibile per difetto di interesse.
La Corte territoriale, nell’individuare il bene soggetto all’azione di riduzione proposta da C.S. in quello indicato sotto la lettera E4) della relazione redatta dal CTU, con la previsione di un conguaglio a favore dell’attuale ricorrente di Euro 25.327,05, ha ritenuto tale soluzione meno gravosa per C. F. ed egualmente reintegratrice della quota di riserva, e quindi senz’altro da preferire, anche nel rispetto del principio del “favor debitoris”.

Orbene con il motivo oggetto il ricorrente non ha censurato la statuizione del giudice di appello secondo cui la scelta della riduzione della donazione del suddetto immobile (invece che di quello individuato dal giudice di primo grado) realizzava ugualmente la finalità propria dell’azione da lui proposta, consistente appunto nell’ottenere la piena reintegrazione del suo diritto di legittimario;

pertanto l’omessa impugnazione di tale “ratio decidendi”, giuridicamente del tutto sufficiente a giustificare la decisione adottata, rende inammissibili per difetto di interesse i profili di censura sopra enunciati i quali, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbero produrre in nessun caso la cassazione della sentenza del giudice di appello.

E’ poi appena il caso di rilevare l’inammissibilità in questa sede del profilo di censura con il quale si prospetta un mero errore materiale da parte della sentenza impugnata in ordine alla determinazione del valore dell’immobile oggetto di riduzione e quindi alla misura del conguaglio dovuto al ricorrente.

Con il sesto motivo il ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per aver interamente compensato tra le parti le spese di entrambi i gradi di giudizio nonostante l’accoglimento della domanda attrice e la proposizione, ad opera delle parti soccombenti, di numerose questioni infondate e respinte.

La censura è infondata.
La Corte territoriale, considerata la nullità della sentenza impugnata, la non opposizione sostanziale di C.F., la necessità della consulenza d’ufficio per la determinazione delle quote di riserva, la inammissibilità delle domande dell’interventrice e la parziale soccombenza delle parti, ha ritenuto di compensare interamente tra le parti stesse le spese del doppio grado di giudizio.
Orbene, premesso che la compensazione totale o parziale delle spese del giudizio costituisce una facoltà discrezionale del giudice di merito, al cui prudente apprezzamento è rimessa la valutazione della ricorrenza delle condizioni per disporla, deve rilevarsi che nella specie il giudice di appello ha sorretto la sua decisione al riguardo da ragioni logiche e sufficienti, come tale insindacabili in questa sede.
Il ricorso deve quindi essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo in favore di ciascuno dei due controricorrenti.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento di Euro 200,00 per spese e di Euro 3000,00 per onorari di avvocato in favore di ciascuno dei due controricorrenti.
Così deciso in Roma, il 3 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2011

LE SUCCESSIONI

1.Generalità

Per successione a causa di morte si indica il fenomeno in base al quale un soggetto vivente subentra nella  titolarità di una situazione giuridica attiva e/o passiva facente capo ad una persona defunta e non estinta con la morte di quest’ultima.

Il suo fondamento è da rinvenire da un lato nell’interesse di natura sociale alla tutela della proprietà di cui all’articolo 42 Cost onde evitare, che, a seguito della morte del de cuis, i suoi beni diventino res nullius e, dall’altro, nell’interesse dei parenti a mantenere nell’ambito della cerchia familiare il patrimonio del soggetto defunt.

Non esistono che due fonti della successione posto che il legislatore ha espressamente stabilito all’articolo 457 comma 1 c.c che l’eredità si devolve solo per legge o per testamento. In tale inquadramento manca l’individuazione della successione necessaria che viene fatta rientrare insieme alla successione legittima nel più ampio genus di successione per legge condividendo con quella ab intestato sia il titolo costitutivo che il fondamento. Si parla infatti di “successione legittima potenziata” considerato che mentre le disposizioni previste a tutela dei legittimari prevalgono anche sulla eventuale volontà contraria del testatore, ex articolo 457 comma 3 c.c, tra successione legittima e testamentaria sussiste un rapporto di sussidiarietà, codificato al secondo comma dell’articolo in questione, in forza del quale non si fa luogo alla prima se non quando manca, in tutto o in parte,la seconda.

La regola generale in ogni tipo di successione, sia essa titolo universale o particolare, è quella della trasmissibilità dei soli diritti patrimoniali con alcune eccezioni rinvenibili nei rapporti intuitu personae,  in quelli legati ad uno status familiare e nei diritti reali legati alla vita del titolare. Sono invece intrasmissibili i diritti c.d personalissimi, ossia strettamente legati alla persona del loro titolare e, normalmente di contenuto non patrimoniale tra i quali rientrano i diritti della personalità, i rapporti e gli stati familiari. Si estinguono altresì con la morte del soggetto le posizioni aventi carattere strettamente personale o dichiarate intrasmissibili e i diritti e gli obblighi derivanti da rapporti di diritto pubblico. Un cenno particolare merita il diritto d’autore per cui occorre distinguere due diverse posizioni giuridiche. Ed infatti mentre il diritto patrimoniale d’autore, relativo allo sfruttamento economico dell’opera è trasmissibile in quanto diritto patrimoniale, il diritto morale d’autore, garantito dalla norma che protegge la paternità e l’integrità dell’opera, è la legge ad attribuirlo a determinate categorie di congiunti ( coniuge e figli), indipendentemente dalla loro qualità di eredi.

 

 

  1. Il Procedimento successorio

 

Ai sensi dell’articolo 456 c.c. la successione si apre al momento della morte nel luogo di ultimo domicilio del defunto. Per quanto concerne la determinazione temporale, l’accertamento pubblico della morte è effettuato dall’ufficiale di stato civile con l’atto di morte, poi annotato nei registri dello stato civile,  nel quale sono enunciati in particolare il luogo, il giorno,l’ora della morte e le generalità del defunto, in forza del disposto dell’ articolo 73 del d.p.r. 396 del 2000. Alla morte naturale dottrina e giurisprudenza della Cassazione equiparano la morte presunta pur se diverso è il modo di accertamento del decesso. In tale ultimo caso, infatti, la successione si apre nel momento in cui la sentenza abbia presunto essersi verificata la morte dell’assente, coincidente di solito con il giorno a cui risale l’ultima notizia del dichiarato morto e trascorsi dieci anni da questa, mentre la delazione ereditaria ha luogo solo nel momento in cui diviene eseguibile la sentenza dichiarativa della morte presunta.

L’elemento spaziale, individuato nell’ultimo domicilio del defunto, rileva al fine di individuare l’autorità giudiziaria competente per una serie di atti relativi alla materia successoria.

Diverso dal domicilio è il requisito della residenza che concorre, alternativamente alla cittadinanza, ad individuare invece la legge applicabile alla successione di cui si tratta. Ed infatti  ai sensi dell’articolo 46 della legge 218 del 1995 la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del soggetto della cui eredità si tratta, al momento della morte. Il secondo comma invece prevede la possibilità di esercitare la cosiddetta professio iuris consentendo al soggetto di sottoporre, con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. In materia è però da ultimo intervenuto il regolamento U.E. n.650 del 2012, applicabile alle successioni delle persone decedute alla data o dopo il 17 Agosto 2015, il quale ha invertito il criterio di individuazione della legge applicabile che risulta essere ora quella dello Stato in cui il defunto aveva la propria residenza abituale al momento della morte, fatta salva la possibilità per lo stesso di scegliere la legge dello Stato in cui ha la cittadinanza.

Il procedimento successorio, apertosi con l’apertura della successione, presenta quali ulteriori fasi quelle della vocazione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità. Mentre la vocazione sottolinea l’aspetto soggettivo, vale a dire la designazione, fatta per legge o per testamento, di coloro che dovranno succedere, la delazione, invece, indica l’aspetto oggettivo e va intesa come il complesso dei diritti, dei doveri e delle altre situazioni giuridiche che, alla morte del defunto, viene offerto al soggetto che succede.[4] Vige a tale ultimo proposito il principio della unicità della delazione sposato dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti per le quali, pur se duplice può essere la fonte dell’offerta (testamentaria o legale) , una sola è delazione. La Cassazione con la sentenza 12575 del 2000 ha fatto proprio il principio in questione evidenziando come “il vigente ordinamento giuridico non prevede una distinta accettazione dell’eredità a seconda del titolo della delazione, se per testamento o per legge, ma un solo diritto di accettazione che ha per oggetto il diritto all’eredità e non il titolo della delazione di quest’ultima.” D’altronde ammettere il contrario comporrebbe porre in essere un’accettazione o una rinuncia parziale all’eredità entrambe vietate

L’espressione “chiamato all’eredità” utilizzata dal legislatore ex articolo 460  c.c. non individua il vocato all’eredità ma solo il soggetto a cui questa è offerta, vale a dire il delato, che è immediatamente, anche prima dell’acquisto dell’eredità, titolare di due posizioni giuridiche distinte: egli ha innanzitutto il diritto di accettare l’eredità e, se muore senza averla accettata, tale diritto si trasmette ai suoi eredi,ai sensi dell’articolo 479 c.c.,  e gli compete inoltre un potere di amministrazione che gli consente ogni attività conservativa sul patrimonio ereditario

Ora, sebbene nella maggior parte dei casi vocazione e delazione coincidono nel tempo, verificandosi entrambe alla morte del de cuis, rectius all’apertura della successione, spesso tale convergenza temporale viene a mancare: in tali ipotesi, definite di aspettativa di delazione, all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita ad un momento successivo, per cui al vocato non ancora delato non competono i poteri tipici di quest’ultimo.

Ultima vicenda del procedimento successorio è l’acquisto dell’eredità che avviene con l’accettazione da parte del chiamato-delato, con cui egli diventa erede. L’accettazione può essere ,con riferimento all’incidenza della volontà, espressa o tacita ovvero, con riferimento alla responsabilità dei debiti ereditari, semplice o beneficiata.

L’accettazione espressa è disciplinata dall’articolo 475 c.c: è un negozio unilaterale non recettizio, irrevocabile stante il noto principio semel heres semper heres, e  che deve essere posto in essere  per atto pubblico o scrittura privata autenticata. È inoltre un actus legittimus  avuto riguardo al disposto dell’articolo 475 co.2 che stabilisce la nullità della dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine così come è parimenti nulla l’accettazione parziale dell’eredità ( articolo 475 co.3).

Relativamente all’accettazione tacita ex articolo 476 c.c., essa si ha “quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”. Il legislatore ha poi previsto espressamente delle ipotesi tipiche di accettazione tacita agli articoli 477 e 478 c.c. Quanto al primo articolo, la disposizione comprende tutti i contratti bilaterali a titolo oneroso o gratuito, facendo menzione non solo della donazione e della vendita ma anche della cessione che il chiamato faccia dei suoi diritti di successione ad un estraneo o ad altri chiamati all’eredità.  Il secondo si riferisce alla rinuncia ai diritti di successione, qualora detto atto sia fatto dietro corrispettivo o favore di alcuni soltanto dei chiamati, ossia a titolo gratuito.

L’eredità devolute a minori, gli interdetti, gli inabiliti e i minori emancipati devono accettarsi con beneficio di inventario, ai sensi degli articoli 471 e 472 c.c. Un obbligo analogo è posto a carico delle persone giuridiche o le associazioni, fondazioni o enti non riconosciuti, ex articolo 473 c.c,  con l’esclusione invece delle società che hanno la facoltà di accettare puramente e semplicemente.

 

 

  1. La capacità di succedere

 

Ai sensi dell’articolo 462 “ sono capaci di succedere coloro che, al tempo di apertura della successione, sono nati o concepiti  e, in caso di successione testamentaria, i figli non ancora concepiti di persona vivente al tempo della morte del testatore”.

Per quanto concerne poi la capacità di succedere dell’assente,  l’articolo 70 c.c statuisce che “ quando si apre una successione alla quale sarebbe chiamata una persona di cui si ignora l’esistenza, la successione è devoluta a coloro i quali spetterebbe in mancanza della detta persona, salvo il diritto di rappresentazione. Coloro ai quali è devoluta la successione devono innanzitutto procedere all’inventario dei beni e devono dare cauzione.”  In relazione a ciò, parte della dottrina ritiene che non sia esatto parlare di incapacità a succedere dell’assente, dal momento che l’articolo 70 c.c. dovrebbe essere posto in relazione con il precedente articolo 69 c.c. secondo cui “nessuno può reclamare un diritto in nome della persona di cui si ignora l’esistenza, se non prova che la persona esisteva quando il diritto è nato.” Norma che è a sua volta applicazione del più generale principio di diritto processuale di cui all’articolo 2697 c.c.  L’incertezza in ordine alla sopravvivenza dell’assente non esclude la delazione in suo favore ma impedisce agli interessati la prova della sopravvivenza stessa di tal chè se l’assente ricompare egli potrà far valere i suoi diritti sull’eredità a lui offerta.[5]

Anche le persone giuridiche, sia pubbliche che private, possono essere successori ma solo per testamento, non essendovi per quest’ultime una successione legittima, fatto salvo lo Stato.

 

3.1 La capacità di succedere dei nascituri

 

La normativa dell’articolo 462 c.c. si pone in perfetta aderenza con l’articolo 1 comma 1 del codice civile il quale espressamente stabilisce che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”, evidenziando come la capacità a succedere altro non sia se non una species del più ampio genus di quest’ultima. Un problema particolare è però posto dai nascituri solo concepiti che il terzo comma dell’articolo 462 individua come possibili successibili anche prima dell’evento nascita.

Stante quanto sopra in dottrina sono state avanzate numerose tesi relative alla natura giuridica della successione dei nascituri.  In proposito alcuni autori hanno ravvisato nel dettato dell’articolo 462 una particolare ipotesi di capacità giuridica anticipata, altri hanno parlato di capacità provvisoria che diventa definitiva se il concepito viene ad esistenza, altri ancora hanno osservato che il legislatore nel caso di specie abbia operato attraverso lo strumento della finzione: il nascituro succede solo perché, in virtù appunto di una finzione legale, la sua nascita si considera come già avvenuta al tempo di apertura della successione

La tesi però più seguita e prevalente è quella che individua nella istituzione di nascituri una fattispecie a formazione progressiva richiamando il disposto dell’articolo 1 comma 2 secondo cui i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento nascita. Si ha in altri termini una delazione condizionata dovuta all’ inesistenza del chiamato all’eredità che diverrà attuale nel momento in cui questi verrà alla luce. Per i nascituri, dunque, si rientra in quella fase di aspettativa di delazione già analizzata nella quale all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita; in cui non è consentita né un’accettazione né una rinuncia all’eredità o al legato prima della nascita e in cui non decorre il termine di prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità.

L’aver ammesso la possibilità che il nascituro sia chiamato alla successione ha indotto il legislatore ha prevedere norme che consentano la tutela e l’amministrazione dei beni ereditari durante il periodo di tempo che precede la nascita.

Fondamentale è a questo proposito distinguere tra soggetti concepiti e non concepiti. Ed infatti, nel secondo caso si verifica una scissione tra amministrazione dei beni ,affidata ai soggetti che sarebbero chiamati all’eredità qualora la nascita non si verificasse ( ossia il sostituto, coeredi in accrescimento ed eredi legittimi)stante il richiamato effettuato dall’articolo 643 all’articolo 642 c.c. , e la tutela dei diritti successori del non concepiti che spetta invece ai suoi futuri genitori.

Qualora invece chiamato all’eredità sia un concepito l’amministrazione e la tutela si cumulano nella persona dei genitori di quest’ultimo, ai quali si applicano, stante il richiamo contenuto nell’articolo 644, le norme che disciplinano i poteri del curatore dell’eredità giacente.

 

 

  1. Il divieto dei patti successori

 

L’espressione patto successorio indica l’accordo tra vivi avente ad oggetto una futura successione. In particolare, l’articolo 458 c.c. sancisce la nullità delle tre tipologie di patti successori previsti: istitutivi, dispositivi e rinunziativi.

I primi sono veri e propri contratti aventi natura giuridica mortis causa stipulati tra futuro dante causa e avente causa con cui il primo dispone della propria successione per il tempo in cui avrà cessato di vivere. La ratio del loro divieto è da rinvenirsi da un lato nell’inammissibilità di una terza forma di delazione, quale sarebbe quella contrattuale, e dall’altro nella tutela dell’assoluta libertà del testatore  che non potrebbe, come invece è ammesso per il negozio testamentario, revocare le proprie volontà.

Al contrario di quelli istitutivi i patti successori dispositivi e rinunziativi sono invece negozi giuridici inter vivos e non mortis causa in quanto non regolano la devoluzione della propria eredità o del proprio legato ma dispongono di un’eredità altrui non ancora aperta: i dispositivi hanno generalmente natura contrattuale ma possono essere anche negozi giuridici unilaterali nei limiti in cui tali negozi siano ammessi; nei rinunziativi rientrano sia la rinunzia unilaterale sia quella contrattuale, ossia il vero e proprio patto con cui taluno rinunzia ai diritti che gli deriveranno da una successione non ancora aperta. Il fondamento di questi ultimi due patti successori, molto meno convincente della ratio di quelli istitutivi, è da ricercare nella duplice esigenza di tutelare i soggetti inesperti e prodighi cosi come nell’impedire il desiderio della morte del de cuius.

Il divieto in questione assume una fondamentale importanza in riferimento al diritto internazionale privato sia in ragione del carattere transfrontaliero che le vicende successorie tendono ad assumere nei tempi recenti sia in relazione al fatto che la legge 218 del 1995 non contiene alcuna esplicita disposizione sui patti successori.

Stante quanto sopra la dottrina maggioritaria, propende per l’applicazione della norma dettata in tema di successioni con tutti i problemi che tale inquadramento comporta posto che i patti successori sarebbero regolati da una legge che risulta determinabile con certezza solo con la morte del soggetto della cui successione si tratta, rimanendo invece privo di disciplina il periodo transitorio tra la conclusione del patto successorio e l’apertura della successione.

Esclusa poi altresì la natura dell’articolo 458 c.c. come norma contraria all’ordine pubblico internazionale, non potendosi quindi ritenere invalido un patto successorio che una legge straniera riconosce come valido, occorre domandarsi se detto articolo possa qualificarsi come norma di applicazione necessaria, vale a dire norma imperativa che deve comunque trovare applicazione, indipendentemente dalla legge di conflitto applicabile. A tale quesito non può che darsi risposta negativa dal momento che una regola che ritenga validi i patti successori possa compromettere interessi di primaria importanza sociale quali devono essere quelli riguardanti una norma di applicazione necessaria.

Anche in materia è intervenuto  il Regolamento U.E. n.650 del 2012 il cui articolo 25 detta una apposita disposizione in materia di patti successori stabilendo che la legge applicabile ai patti successori è quella che, in forza dello stesso regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione del soggetto se questi fosse deceduto il giorno della conclusione del patto. La disposizione citata inoltre prevede la possibilità di un patto successorio riguardante la successione di più persone che è ritenuto valido solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero disciplinato la successione di ciascuna se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto.

Il terzo paragrafo dell’articolo 25 ammette la possibilità per le parti di scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, la legge che la persona o una delle persone della cui successione  si tratta avrebbe potuto scegliere effettuando la professio iuris, ossia quella dello Stato in cui ha la cittadinanza: in tal modo le parti potranno sottoporre ad una differente legge non tutta la vicenda successoria ma solo il patto successorio.

Nel divieto dell’articolo 458 c. rientrano non solo i patti successori reali, ossia quelli con cui taluno dispone immediatamente della propria successione o dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad un altro soggetto ovvero rinunzia a tali diritti, ma anche quelli con cui ci si obbliga in tal senso, facendo sorgere in tale ultimo caso il problema relativo alla validità dell’atto esecutivo successivo compiuto dal de cuius o dall’erede.

Mentre è evidente la piena validità dell’atto successivo compiuto senza che il soggetto si senta obbligato dal precedente patto successorio, occorre invece analizzare più approfonditamente il caso in cui il soggetto con tale atto adempia all’obbligo assunto con il negozio vietato.

Quanto agli atti esecutivi di patti istitutivi, la tesi preferibile è quella che lo ritiene nullo per illiceità del motivo, ex articolo 656 c.c; illiceità rinvenibile proprio nel  proposito del testatore di rispettare l’impegno assunto. Per escludere tale invalidità, è sufficiente che il testamento successivo, che normalmente rappresenta l’atto successivo del patto istitutivo, non contenga la menzione dell’impegno del testatore, poiché in tal modo non risulta applicabile la sanzione di cui alla citata norma la quale presuppone non solo che il motivo sia determinante ma anche che esso risulti espressamente dal testamento.

Relativamente agli atti successivi di patti dispositivi, essi sono annullabili per errore di diritto ai sensi dell’articolo 1429 n.4 trattandosi di atti inter vivos e non mortis causa.

Per gli atti successivi di patti rinunziativi invece essi non potranno essere impugnati in quanto, ai sensi dell’articolo 526 c.c., la rinuncia all’eredità può essere impugnata solo se è l’effetto di violenza o dolo non anche per errore.

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