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IL tribunale, con sentenza n. 7218 depositata il 3 marzo 2004, rigettò la domanda di risarcimento del danno proposta dell’attore e dichiarò inammissibile la domanda di divisione dei beni mobili; dispose lo scioglimento della comunione ordinaria esistente tra le parti mediante attribuzione diretta dell’intera proprietà al D. dell’appartamento di (…) e del box in via (…), ponendo a carico del condividente un conguaglio a debito, garantito da ipoteca, per Euro 118.836,72, oltre ad interessi legali; dichiarò compensate tra le parti le spese del giudizio nella misura di un mezzo e pose a carico della La. il rimanente mezzo; pose infine le spese di consulenzaC 

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. – Col primo motivo, l’appellante lamenta l’errore in cui sarebbe incorso il primo giudice assegnando gli immobili in natura a M.D. posto che anche la L. aveva chiesto l’attribuzione dei beni a norma dell’art. 720 c.c.

La motivazione del tribunale sarebbe “del tutto illogica, contraddittoria e frutto di un ragionamento certamente insufficiente” poiché F.R., ormai maggiorenne, non avrebbe alcuna necessità di conservare le sue abitudini di vita, mentre è “nozione di comune esperienza che il protrarsi della convivenza con i genitori di un figlio adulto nuoce gravemente all’autonomo sviluppo della sua personalità e al suo corretto inserimento nella vita sociale e nella realtà lavorativa…”

La L., invece, avendo minore disponibilità economica rispetto all’ex marito avrebbe dovuto essere preferita nell’assegnazione degli immobili.

3.2. – Col secondo motivo, articolato in via subordinata al primo, l’appellante lamenta l’errore “macroscopico” in cui sarebbe incorso il tribunale nel determinare il valore del conguaglio, liquidando le osservazioni CTU di parte, (che aveva rilevato un errore nella misurazione della superficie dell’immobile) con una “generica affermazione” che di fatto avrebbe ignorato “le precise contestazioni della convenuta”.

Parimenti, a fronte delle opinioni espresse dal C.T.P. F. sulla stima di Lire 5.200.000/mq (ritenuta “estremamente contenuta” dal tecnico di parte) e sul coefficiente applicato per il calcolo del valore della terrazza, che avrebbe comportato un valore di Lire 620.000.000 per l’appartamento e di Lire 80.000.000 per il box auto, il tribunale avrebbe omesso di motivare; mentre la stima della Gestione Case del 28.4.2001 sarebbe stata prodotta dalla parte attrice tardivamente e non avrebbe dovuto essere considerato ai fini della decisione.

3.3. – Col terzo motivo, ancora, l’appellante lamenta la mancata considerazione, da parte del tribunale, del mutato valore degli immobili dal momento della stima (2001) alla pronuncia della sentenza (2004) ed ha chiesto una nuova stima del bene in relazione all’effettivo prezzo di mercato.

3.4. – Col quarto motivo, infine, la L. lamenta l’errore in cui il tribunale sarebbe incorso nel determinare il conguaglio liquidato in suo favore, riducendo il valore degli immobili per effetto del diritto di abitazione in favore del coniuge affidatario del figlio. Al contrario, essendo l’immobile gravato da un atipico diritto personale di godimento (non da un diritto reale di abitazione), previsto dalla legge nell’interesse dei figli, il valore del diritto sul bene non avrebbe dovuto considerarsi da parte del tribunale nel momento in cui la casa coniugale è stata assegnata ad uno dei coniugi all’atto dello scioglimento della comunione.

 

Corte d’Appello di Roma

Sezione III Civile

Sentenza 12 luglio 2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D’APPELLO DI ROMA

TERZA SEZIONE CIVILE

composta dai magistrati

dott. Filippo Paone – Presidente –

dott. Giovanni Buonomo – Consigliere rel. –

dott. Mauro Di Marzio – Consigliere –

riunita in camera di consiglio, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 7946 del registro generale degli affari contenziosi dell’anno 2004 vertente tra

L.A., rappresentata e difesa dall’avvocato L.M.

– Appellante

e

D.M., rappresentato e difeso dall’avvocato G.C.

– Appellato

FATTI RILEVANTI DELLA CAUSA

  1. – La vicenda che ha dato origine alla lite è stata così narrata nella sentenza impugnata:

“Con atto notificato ai sensi dell’art. 143 c.p.c. in data 1.3.96, il signor D.M. citava dinanzi all’intestato Tribunale la signora M.L. per sentir pronunciare lo scioglimento della comunione esistente tra le parti in relazione ai beni immobili, costituiti da un appartamento ed un box siti in Roma, via (…), ed ai beni mobili, costituiti dall’arredamento dei suddetti immobili. L’attore chiedeva altresi “la eventuale dichiarazione dei riconoscimento dei danni subiti dall’attore e conseguente condanna al risarcimento – degli stessi – nella misura che emergerà in corso di causa – a carico della signora La….”.

Iscritta la causa al ruolo, il G.I. invitava l’attore a procedere ad ulteriori accertamenti sulla residenza della convenuta, all’esito dei quali disponeva il rinnovo della citazione.

L’attore provvedeva quindi ad una nuova notifica in data 29.7.96.. Si costituiva la convenuta eccependo la nullità della citazione ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 163 nn. 3, 4 e 7 c.p.c. nonché l’inammissibilità della domanda di divisione dei beni mobili; chiedeva altresì l’attribuzione della quota pari al 50% della somma ricavata dall’appartamento sito in Roma, via dei (…) ed annesso box ed il rigetto delle domande di parte attrici relative al risarcimento dei danni. Instaurato il contraddittorio, venivano concessi i termini di cui agli artt. 180, 183, V comma, e 184 c.p.c.

Con ordinanza riservata in data 12/8/98 il G.I. delibava le prove richieste dalle parti e rinviava all’udienza dell’11.11.98 per l’assunzione delle prove testimoniali ammesse.

Veniva quindi assunta la prova testimoniale, anche per delega al Tribunale di Ascoli Piceno. Veniva altresì disposta ed espletata C.T.U. per la descrizione e la stima degli immobili oggetto di divisione.

Indi, il G.I. rinviava per la precisazione delle conclusioni ritenendo opportuno rimettere al collegio tutte le contestazioni sorte in ordine allo svolgimento ed all’esito dell’indagine peritale (…).

1.1. – Il tribunale, con sentenza n. 7218 depositata il 3 marzo 2004, rigettò la domanda di risarcimento del danno proposta dell’attore e dichiarò inammissibile la domanda di divisione dei beni mobili; dispose lo scioglimento della comunione ordinaria esistente tra le parti mediante attribuzione diretta dell’intera proprietà al D. dell’appartamento di (…) e del box in via (…), ponendo a carico del condividente un conguaglio a debito, garantito da ipoteca, per Euro 118.836,72, oltre ad interessi legali; dichiarò compensate tra le parti le spese del giudizio nella misura di un mezzo e pose a carico della La. il rimanente mezzo; pose infine le spese di consulenza tecnica a carico delle parti nella misura di un mezzo ciascuna.

1.2. – A fondamento delle decisione, il primo giudice pose i seguenti argomenti:

“L’attore ha proposto due diverse domande: la prima relativa allo scioglimento della comunione esistente tra le parti con riferimento sia ai beni immobili (appartamento con annesso box sito in Roma, via (…) che ai beni mobili costituenti arredo dell’appartamento; la seconda concernente il risarcimento di danni che l’istante assume essergli derivati dal comportamento della controparte (…).

Risulta invece effettivamente carente l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda (art. 163 n. 4 c.p.c.): dalla lettura della citazione, infatti, non è dato comprendere quali comportamenti della signora L. sarebbero stati generatori di danno per il signor D., né quale danno in concreto ne sarebbe derivato. La domanda risarcitoria non sembra infatti connessa all’asserito illegittimo asporto, ad opera della convenuta, dei beni mobili costituenti l’arredo dell’appartamento di via (…) posto che in relazione a tali beni l’attore ha chiesto espressamente la divisione e non già il risarcimento dei danni conseguenti alla loro sottrazione.

Peraltro, stante la costituzione della parte convenuta, l’omessa esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda risarcitoria non importa la nullità della citazione (7. Cass. 15.5.96 n. 4514), applicandosi l’art. 183 c.p.c. nella parte in cui consente la precisazione o modificazione delle domande già proposte.

Nella fattispecie l’attore, con memoria depositata in data 10.3.97, autorizzata dal giudice ai sensi dell’art. 183, V comma c.p.c. ha precisato la sua domanda risarcitoria chiarendo che con essa egli intendeva ottenere il risarcimento delle somme, quantificate in complessive Lire 15.000.000, sborsate per la necessità di rifacimento e/o ripristino di: 1) servizio igienico/idraulico cucina; 2) muratura e rivestimento caminetto soggiorno; 3) infissi e finestre; 4) impianto elettrico; 5) intonaci e parati soggiorno, ingresso e camere; 6) caldaia riscaldamento autonomo; 7) pareti e fioriere terrazzi; 8) pareti e serranda box”.

Dunque, la domanda risarcitoria rimane circoscritta nei termini come sopra chiariti e non può essere estesa ai diversi danni (distinti dai precedenti per causa petendi e petitum) indicati nelle successive memorie depositate in data 8.4.97 e relativi “a mancata utilizzazione dell’immobile de quo per il tempo necessario al rilascio” e conseguente ripristino e necessità di acquisto ex novo dell’intero arredamento (così come indicato nelle note autorizzate di parte attrice) con relative spese di canoni ed accessori locatizi per l’appartamento condotto in via (…) Roma; b) spesa per acquisti arredi necessari alla sostituzione di quelli asportati dalla signora L. e spese di ripristino abitabilità immobile (così come indicate nelle note autorizzate di parte attrice); c) spese condominiali afferenti l’appartamento di via (…) per il periodo del mancato utilizzo, nella misura del documentato”.

Tali voci di danno risultano infatti tardivamente proposte in quanto inserite nelle memorie che, ai sensi dell’art. 183 V comma c.p.c., potevano contenere solo repliche “alle domande ed eccezioni nuove o modificate dell’altra parte” ovvero eccezioni che fossero conseguenza delle domande e delle eccezioni medesime. La detta tardività, eccepita dalla parte convenuta, è comunque rilevabile d’ufficio, posto che il regime delle preclusioni introdotto nel rito civile ordinario riformato deve ritenersi inteso non solo a tutela dell’interesse di parte ma anche dell’interesse pubblico al corretto e celere andamento del processo (V. Cass. 7.4.2000 n. 4376). Così delimitata la domanda risarcitoria alle sole somme, quantificate in complessive Lire 15.000,000, sborsate per la necessità di rifacimento e/o ripristino elencate nelle note depositate in data 10.3.97, deve rilevarsi che tale pretesa non risulta fondata. Infatti, trattasi di lavori (tinteggiatura, rivestimenti murari, verniciatura infissi, “sistemazione” impianto elettrico, sostituzione rubinetteria, sostituzione della serpentina della caldaia, ecc. (come risulta dai documenti allegati) che attengono alla necessaria periodica manutenzione di un immobile e non costituiscono né migliorie (come del resto rilevato anche dal C.T.U.) né conseguenze di un uso non consono del bene. Peraltro, l’attore non ha fornito alcuna prova di quali fossero le condizioni dell’immobile nel momento in cui lo stesso venne lasciato nell’esclusiva disponibilità della signora L. (legittimamente, a seguito di provvedimento giudiziale adottato in sede di separazione dei coniugi), sicché non risulta dimostrata l’esistenza di un nesso di consequenzialità tra i lavori di ripulitura e risistemazione effettuati dal D. ed un comportamento colposo addebitatile alla odierna convenuta.

Peraltro, quand’anche fosse ravvisabile un legame tra il possesso dell’immobile da parte della L. e la necessità di effettuare i lavori in esame, la natura dei lavori elencati dal D. evidenzia un deterioramento (pareti, rubinetteria, serpentina caldaia, ecc.) conseguente alla normale usura derivante dall’uso del bene legittimamente protratto negli anni.

Né diverse conclusioni possono trarsi dal verbale di rilascio del 17.10.95, laddove si evidenzia, su rilievo del De., peraltro contestato dalla La., solo l’assenza di molti arredi, ma non lo stato dell’appartamento e delle finiture (immobili, infissi, ecc.), né tantomeno il loro stato pregresso.

Quanto agli arredi, in relazione ai quali l’attore ha chiesto sin dall’atto introduttivo la divisione, deve rilevarsi che gli stessi non risultano essere mai stati individuati nella loro esatta consistenza e natura (nelle note depositate in data 10.3.97 il De. ha così descritto tali beni: “a) cucina componibile patriarca, comprensiva di macchina, lavatrice, lavastoviglie, frigo, tavolo, n. 4 sedie, pensili, lavabo inox, lampadario; b) camera componibile ragazzo comprensiva di tavolo, sedia, libreria, letto doppio, scaffalature, armadio; c) camera da letto composta da letto S. a due piazze, armadio a muro ad ante scorrevoli, mobiletto, ecc. f) soggiorno composto da n. 2 mobili libreria in mogano, n. 2 divani, tavolinetto e n. 4 sedie…” ). Inoltre, – è incontroverso che i mobili di cui si discorre sono stati asportati dall’immobile di via dei Sa. sicché allo stato non è possibile la loro identificazione e, tanto meno, la loro valutazione.

In tale situazione di estrema genericità e di assenza dei beni oggetto della domanda divisoria, la domanda di divisione si palesa inammissibile per mancanza dell’oggetto.

Né a diverse conclusioni consentono di pervenire le prove testimoniali assunte, le quali risultano generiche, poco significative, tra loro contrastanti e pertanto inidonee a fornire una prova sufficiente circa la consistenza dell’arredamento rimasto in comunione.

In particolare la teste A.C. ha riferito che “all’incirca nel giugno 1985, l’abitazione dei coniugi D. – La. risultò svuotata di molti dei suoi arredi” e che l’asporto avvenne ad opera del D., circostanza che la teste apprese dalla signora L. e che, pur non avendo visto direttamente, fu dalle stessa teste verificata avendo frequentato l’appartamento di via (…) sia prima che dopo il giugno 1985.

Analogamente la teste G.M., pur non avendo visto l’appartamento prima del giugno 1985 (data di allontanamento del marito dalla casa coniugale), ha confermato che la casa, dopo tale data, si presentava particolarmente spoglia, essendovi i letti, un armadio con il vetro rotto, la cucina ed una libreria. La stessa teste, come anche la precedente, ha riferito che nell’appartamento non vi erano lampadari, tende, quadri né televisore ed ha affermato di aver capito da alcuni brani di conversazione che le era capitato di ascoltare e da alcuni discorsi di una vicina di casa, che gran parte degli arredi erano stati presi dal marito quando quest’ultimo si allontanò dalla residenza familiare.

Così anche il teste C.G. ha confermato che nell’appartamento, dopo il giugno 1985, erano presenti solo i pochi mobili indicati nel capitolo di parte convenuta, ha altresì escluso che nel salone vi fosse, anche un solo divano ed ha confermato lo stato estremamente disadorno dell’appartamento descritto anche dalle precedenti testi. Ha inoltre riferito che successivamente all’allontanamento del marito, la signora La., nel tempo, ha acquistato nuovi arredi e mobili per la sua abitazione. Con riferimento ai testi P.T., G.S. ed A.D., deve rilevarsi che le loro deposizioni appaiono non decisive, in quanta hanno riferito di aver accompagnato il De. presso l’appartamento di via (…) per prelevare alcune cose e di averlo visto portar via solo pochi oggetti personali, ma ciò non esclude che il De. abbia effettuato ulteriori prelievi in un momento successivo senza la presenza dei predetti testi.

Quanto infine alla deposizione di F.R., figlio delle parti, che descrive minutamente l’arredamento dell’intero appartamento alla data di allontanamento del padre ed afferma che tutto il mobilio descritte si trova attualmente in casa della madre, in via (…), la stessa risulta inattendibile e comunque non decisiva per i seguenti motivi: 1) il rapporto parentale che lega il teste ad entrambe le parti e le delicate vicende familiari che l’hanno visto sin da bambino conteso dai genitori per l’affidamento (come emerge dalle sentenze di divorzio in primo e seconde grado prodotte in atti), nonché la sua scelta, ancora minorenne, di restare affidato al padre nonostante le diverse conclusioni cui era pervenuto il giudice della separazione, evidenziano la difficoltà di rendere una testimonianza serena ed obbiettiva; 2) il teste riferisce con dovizia di particolari che nell’appartamento non vi erano mai stati né tende, né lampadari fino alla data di allontanamento del padre, aggiunge che le lampadine erano appese ad un filo e quindi passa ad elencare tutti gli arredi all’epoca esistenti (“…salone: tavolo tondo e quattro sedie, libreria a muro da una parte e dall’altra del camino, un televisore in bianco ed in nero; l’arredo della cucina era completo; c’erano dei tappeti e quadri…”): deve tuttavia rilevarsi che, essendo il teste nato nell’anno 1978, all’epoca dell’allontanamento del padre da casa (giugno 1985) aveva appena sette anni. Orbene, se è vero che a quell’età certe emozioni e certe immagini rimangono impresse indelebilmente nella, memoria, appare poco verosimile che un bambino di sette anni ricordi senza dubbi o lacune tanti particolari, come la completezza dell’arredo della cucina, nonché l’esatto numero dei mobili presenti nell’appartamento; 3) la deposizione di F.D. risulta in netto contrasto con quella dei testi sopra citati, tutti indifferenti, circostanza che rende la deposizione evidentemente non attendibile, tenuto anche conto della sua tenera età all’epoca, la quale ha verosimilmente reso evanescenti i ricordi, ancor più confusi dalle diverse versioni sentite riferire dai due genitori pressoché costantemente impegnati in vertenze giudiziarie; 4) la descrizione riferita dal teste risulta comunque inservibile posto che laddove parla di un “tavolo tondo e quattro sedie”, ovvero di una cucina completamente arredata, non consente di individuare i beni in oggetto oppure di procedere ad una loro sia pure approssimativa valutazione (quali erano i materiali di fabbricazione, le case costruttrici, lo stato di usura, ecc.). Né è ipotizzatale ricercare tali beni presso l’attuale abitazione della signora La., posto che ciò significherebbe attribuire esclusivo valore probatorio alla deposizione del figlio delle parti, in contrasto con le altre risultanze istruttorie e nonostante i dubbi sulla sua attendibilità già evidenziati; inoltre la descrizione dei mobili effettuata dal D.F. renderebbe facilmente sovrapponibili nuovi acquisti di analogo mobilio effettuati dalla convenuta nel corso del tempo (come effettivamente avvenuto secondo la deposizione del teste G.C.). Per tutti i motivi che precedono, in difetto di prova circa l’esistenza e consistenza dei beni mobili, la relativa domanda di divisione deve essere dichiarata inamissibile.

Quanto agli immobili, è incontroverso che gli stessi sono stati acquistati dalle parti prima del matrimonio e ricadono pertanto in regime di comunione convenzionale nella misura del 50% ciascuno.

Parimenti incontroverso, come riferito anche dal C.T.U., è che tali immobili (un appartamento e relativo box auto) sono indivisibili in natura.

Entrambe le parti hanno quindi proposto istanza di attribuzione dell’intero ex art. 720 c.c.

Nell’alternativa tra l’assegnazione e la vendita, essendo impossibile la ripartizione in natura, va preferita la prima soluzione, posto che nel sistema della legge la vendita costituisce l’estrema ratio, cui è possibile ricorrere solo se nessuno dei comproprietari sia disponibile a ricevere la cosa per intero nella propria quota. L’art. 720 c.c. rimette alla discrezionalità del giudice di attribuire il bene per l’intero ad uno solo dei condividenti, con l’unico obbligo di esporre le ragioni della preferenza, mentre la giurisprudenza è concorde nel ritenere che non sia di ostacolo all’esercizio della facoltà di attribuzione l’eguaglianza delle quote (V. Cass. 14.2.85 n. 1258; Cass. 1.3.95 n. 2335).

Ciò posto, nel caso in esame si stima più opportuno che la proprietà dell’intero appartamento già residenza coniugale sia attribuita all’attore. Ciò in particolare per consentire al figlio delle parti, F., di non dover ulteriormente nuovi mutamenti delle sue abitudini di vita: il ragazzo, infatti, seppure maggiorenne, non risulta ancora economicamente autosufficiente ed attualmente vive con il padre (al quale è stato affidato, ancora minore e per sua espressa volontà, sin dal 1992) nell’appartamento di cui si discute, appartamento che F.D. ha sempre abitato, con esclusione di un triennio tra il 1992 ed il 1995. L’attribuzione all’attore, inoltre, consente, anche per il futuro e cioè dopo il raggiungimento dell’autosufficienza economica da parte del figlio, il protrarsi della convivenza tra padre e figlio, e perciò il consolidamento dell’unione familiare e sociale che le circostanze hanno determinato nel corso del tempo. Infatti, il conseguimento dell’autosufficienza economica da parte della prole, se fa venir meno l’obbligo di mantenimento genitori, non comporta però che i legami parentali si dissolvano, né che la comunità familiare debba disgregarsi.

Né, d’altra parte la convenuta ha indicato, a fondamento della sua domanda di attribuzione, alcun motivo che possa indurre a preferirla come assegnataria del bene.

Naturalmente, sul D. incombe l’obbligo di pagamento della quota a lui attribuita.

Il consulente, incaricato della stima del bene, ha valutato l’immobile, libero, in Lire 5.200.000 al metro quadro, e quindi in Lire 535.6000.000 l’appartamento (103 mq.) ed in Lire 78.000.000 il box (mq. 15).

Le censure mosse dalle parti a tale valutazione non risultano condivisibili. Le differenze di metratura rilevate dalle parti attengono alla differenza derivante dalla superficie calcolata al netto o al lordo delle mura perimetrali.

Ed infatti lo stesso C.T.U. precisa di aver tenuto conto della superficie commerciale, calcolata al lordo, come emerge anche dal raffronto delle misure riportate nella planimetria allegata alla consulenza (indicate al netto) e quelle finali valutate dal C.T.U.

Tale modo ci procedere del consulente risulta corretto e rispondente ai più diffusi criteri di valutazione.

Parimenti corretti, secondo le comuni conoscenze del mercato immobiliare, risultano i coefficienti applicati a balconi, terrazzi ed al box, così come la stima del valore al metro quadro (fissata dal C.T.U. in Lire 5.200.000 a fronte di un mercato accertato, per immobili similari, come oscillante tra Lire 5.000.000 e Lire 5.500.000): tale valutazione, congrua e convincente ad avviso del Tribunale, è del resto pressoché corrispondente a quella indicata anche nelle stime sottoposte alla valutazione del Tribunale da entrambe le parti (V. stima della “Gestione Case” del 28.4.2001 prodotta dalla parte attrice, nonché valutazione del Ctp. di parte convenuta, arch. P.F.).

Ritiene pertanto il collegio di far senz’altro propria la stima cui è pervenuto il C.T.U. Deve tuttavia rilevarsi che l’immobile in oggetto è gravato dal diritto di abitazione riconosciuto all’attore con sentenza di divorzio. Quale che sia la natura (personale, com’è preferibile ritenere, o reale, come da altri sostenuto) del diritto di abitazione in esame, non può negarsi che esso, non diversamente da qualsiasi altro onere gravante sul bene, ha una valore economico: sotto tale profilo riduce, più o meno sensibilmente a seconda delle circostanze, il valore di mercato del bene. Si pone quindi il problema di stabilire se l’incidenza negativa sul valore debba operarsi anche laddove a beneficiare dell’attribuzione sia, come nella fattispecie, il medesimo coniuge titolare del diritto di abitazione.

A tale quesito vi sono stati dei giudici di merito, e da ultimo anche la Suprema Corte, che hanno dato risposta negativa (V. Cass. 17.9.01 n. 11630), sulla base del rilievo che nei confronti del coniuge assegnatario il bene deve considerarsi libero da vincoli.

Ritiene il Tribunale di non poter condividere siffatta conclusione. Invero, l’effetto caratteristico della divisione riposa nel criterio di corrispondenza tra quota astratta (spettante a ciascun comproprietario in regime di comunione) ed assegnazioni concrete (effettuate in favore di ciascun comproprietario all’esito del procedimento divisionale) e tale corrispondenza deve necessariamente verificarsi quali che siano le modalità concrete di volta in volta utilizzate per giungere allo scioglimento della comunione (attribuzione in natura, vendita, ecc.).

Siffatto equilibrio, ontologico nella nozione di divisione e pacificamente ritenuto operante in tutti i casi di divisione tra ex coniugi attuati con modalità diverse da quelle dell’attribuzione al coniuge titolare del diritto di abitazione, deve mantenersi pure, e non potrebbe essere diversamente, se a rendersi assegnatario del bene, invece dell’altro comproprietario, sia lo stesso condividente già titolare del diritto di abitazione, il cui obbligo di conguaglio dovrà pertanto ragguagliarsi al (minore) valore della quota astratta del coniuge comproprietario, non essendo concepibile che quest’ultimo riceva dalla divisione una quantità di ricchezza maggiore di quella proporzionalmente contenuta nel diritto originario sulla cosa comune. D’altronde, nella medesima situazione, nemmeno il coniuge beneficiario riceve dalla divisione vantaggi ulteriori rispetto alla situazione precedente, posto che la riduzione del conguaglio deve concepirsi, dal suo punto di vista, come l’equivalente economico di quel diritto sui generis che egli aveva sulla cosa in aggiunta a) suo diritto di comproprietario.

Per tali motivi, il valore dei beni, accertati dal C.T.U., per l’appartamento libero, in Lire 535.600.000 e per il box in Lire 78.000.000, deve essere ridotto in proporzione al diritto di abitazione su di esso gravante in favore del coniuge affidatario del figlio. Tale riduzione, tenuto conto dell’età di F.R. e basandosi sulla notoria percentuale di incidenza sul prezzo di un immobile locato, può essere fissata nella misura del 25%. Il valore degli immobili oggetto di divisione resta dunque accertato in Euro 237.673,45 (pari a Lire 460.200.000, corrispondente al 75% di Lire 613.600,000).

L’attore dovrà pertanto corrispondere alla signora La., a titolo di conguaglio, la somma di Euro 118.836,72 (50% di Euro 237.673,45).

L’esito della causa e la natura della stessa rendono equo compensare tra le parti le spese di lite in ragione di 1/2, ponendo il residuo 1/2 a carico dell’attore parzialmente soccombente (…)”.

  1. – Ha proposto appello A.L. contestando la sentenza di primo grado sotto vari profili e chiedendo, in riforma della sentenza impugnata, il rinnovo della della consulenza tecnica d’ufficio espletata in primo grado, l’assegnazione degli immobili per l’intero in proprietà all’appellante con addebito dell’eccedenza o, in via subordinata,

“…di confermare l’assegnazione al D.M. dei beni immobili oggetto della domanda di divisione (…) e porre a carico dell’appellato il pagamento in favore di M.L. di congrue conguaglio a debito, da determinarsi in misura superiore rispetto a quella liquidata dal Tribunale con la sentenza impugnata (…)

2.1. Ha resistito il D. chiedendo il rigetto dell’appello e proponendo appello incidentale per sentire accogliere le seguenti conclusioni:

“(…) accogliere l’appello proposto, previa integrazione della Ctu espletata onde pervenire alla valutazione dei beni mobili oggetto della domanda di divisione in primo grado e, conseguentemente, porre a carico della L.A. il pagamento a favore del D. del 50% del valore degli stessi nella misura da accertare; (…) sempre in via incidentale accogliere il proposto appello e dichiarare la L. responsabile dei danni tutti causati all’immobile de quo dalla stessa e/o comunque subiti dal D. a causa dell’inosservanza della sentenza del Tribunale di Roma 3237/94, così come elencati e descritti negli atti di I grado di giudizio, con conseguente addebito a carico della stessa L., del risarcimento del danno nella misura emergente (…); dichiarare la legittimità dell’offerta reale, per il pagamento della somma a conguaglio prevista dalla sentenza di 1 grado, rivolta alla sig.ra L. e, per l’effetto, dichiarare l’appellante tenuta al risarcimento del danno conseguente per spese di procedura, iscrizione di ipoteca e/o quanto altro emergente in giudizio”

La Corte ha trattenuto la causa in decisione ai sensi dell’art. 352 c.p.c. assegnando alle parti i termini di legge per lo scambio delle comparse conclusionali ed il deposito delle memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. – L’appello principale si articola in quattro motivi.

3.1. – Col primo motivo, l’appellante lamenta l’errore in cui sarebbe incorso il primo giudice assegnando gli immobili in natura a M.D. posto che anche la L. aveva chiesto l’attribuzione dei beni a norma dell’art. 720 c.c.

La motivazione del tribunale sarebbe “del tutto illogica, contraddittoria e frutto di un ragionamento certamente insufficiente” poiché F.R., ormai maggiorenne, non avrebbe alcuna necessità di conservare le sue abitudini di vita, mentre è “nozione di comune esperienza che il protrarsi della convivenza con i genitori di un figlio adulto nuoce gravemente all’autonomo sviluppo della sua personalità e al suo corretto inserimento nella vita sociale e nella realtà lavorativa…”

La L., invece, avendo minore disponibilità economica rispetto all’ex marito avrebbe dovuto essere preferita nell’assegnazione degli immobili.

3.2. – Col secondo motivo, articolato in via subordinata al primo, l’appellante lamenta l’errore “macroscopico” in cui sarebbe incorso il tribunale nel determinare il valore del conguaglio, liquidando le osservazioni CTU di parte, (che aveva rilevato un errore nella misurazione della superficie dell’immobile) con una “generica affermazione” che di fatto avrebbe ignorato “le precise contestazioni della convenuta”.

Parimenti, a fronte delle opinioni espresse dal C.T.P. F. sulla stima di Lire 5.200.000/mq (ritenuta “estremamente contenuta” dal tecnico di parte) e sul coefficiente applicato per il calcolo del valore della terrazza, che avrebbe comportato un valore di Lire 620.000.000 per l’appartamento e di Lire 80.000.000 per il box auto, il tribunale avrebbe omesso di motivare; mentre la stima della Gestione Case del 28.4.2001 sarebbe stata prodotta dalla parte attrice tardivamente e non avrebbe dovuto essere considerato ai fini della decisione.

3.3. – Col terzo motivo, ancora, l’appellante lamenta la mancata considerazione, da parte del tribunale, del mutato valore degli immobili dal momento della stima (2001) alla pronuncia della sentenza (2004) ed ha chiesto una nuova stima del bene in relazione all’effettivo prezzo di mercato.

3.4. – Col quarto motivo, infine, la L. lamenta l’errore in cui il tribunale sarebbe incorso nel determinare il conguaglio liquidato in suo favore, riducendo il valore degli immobili per effetto del diritto di abitazione in favore del coniuge affidatario del figlio. Al contrario, essendo l’immobile gravato da un atipico diritto personale di godimento (non da un diritto reale di abitazione), previsto dalla legge nell’interesse dei figli, il valore del diritto sul bene non avrebbe dovuto considerarsi da parte del tribunale nel momento in cui la casa coniugale è stata assegnata ad uno dei coniugi all’atto dello scioglimento della comunione.

  1. – L’appello è parzialmente fondato.

4.1. – Il primo motivo è infondato, poiché il tribunale ha – a parere della Corte – illustrato in modo approfondito le ragioni della scelta del condividente a cui attribuire gli immobili indivisibili: il D. vive col figlio, che venne a lui affidato sin dal 1992, nella casa coniugale; e la scelta del genitore affidatario, per l’assegnazione in natura del bene indivisibile, corrisponde ad una giurisprudenza uniforme della suprema Corte e dei giudici di merito tendente a tutelare l’interesse dei figli alla conservazione dell’ambiente domestico (inteso come centro degli affetti, degli interessi e delle abitudini in cui si esprime e si articola la vita famigliare – Cass. sez. un. 11096/2002 n. 11096, in motiv.; nonché 11696/2001; 11630/2001; 6706/2000). Ne consegue che l’assegnazione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche di uno dei coniugi, a garanzia delle quali la legge predispone unicamente l’assegno di divorzio. Ne consegue, altresì, che l’assegnazione non può essere pronunciata in favore del coniuge affidatario ove in concreto, al momento della domanda, l’immobile non si configuri più come casa della famiglia, per avere i figli, divenuti maggiorenni ed autosufficienti, abbandonato definitivamente il luogo in cui si svolgeva la vita domestica (Cass. n. 3030/2006; 11630/2001; 13065/2002; 6706/2002; 15291/2000). In quest’unico caso, infatti, la misura dell’assegnazione al genitore affidatario non può più assolvere alla funzione di preservare la continuità delle abitudini e delle relazioni domestiche dei figli nell’ambiente nel quale durante il matrimonio esse si sono sviluppate. Solo la dimostrazione, dunque, della raggiunta maturità ed indipendenza economica del figlio affidato al padre avrebbe tolto fondamento alla decisione del tribunale.

Questa prova è invece mancata nel corso del giudizio (essendosi l’appellante limitata a generiche ed indimostrate considerazioni sugli effetti negativi del protrarsi della convivenza del figlio adulto col padre) e, conseguentemente, la decisione del tribunale dev’essere, su questo punto, confermata.

4.2. – Il secondo motivo è parimenti infondato.

Com’è noto, “Il giudice di merito, nella motivazione della sentenza, non è tenuto ad esaminare analiticamente i rilievi mossi da una delle parti alla relazione del Ctu, ma può limitarsi a richiamare quest’ultima, se in essa i suddetti rilievi trovano adeguata ed idonea confutazione” (Cass. n. 7485/ 2003) e “Quando il giudice di merito ritenga di aderire alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, non è tenuto ad una particolareggiata motivazione, ben potendo il relativo obbligo ritenersi assolto con l’indicazione, come fonte del proprio convincimento, della relazione di consulenza…” (Cass. n. 125/2003). Nel caso di specie, il tribunale non s’è limitato a richiamare, facendola propria, la motivazione del consulente tecnico, ma ha indicato anche i motivi di tale adesione, con riferimento al mercato immobiliare della specifica zona ove è ubicato l’immobile ed alle valutazioni espresse dal consulente tecnico di parte.

Per confutare la decisione, pertanto, l’appellante non avrebbe dovuto limitare le proprie critiche al fatto che l’immobile, essendo ubicato al piano alto, avrebbe avuto un valore maggiore, ma avrebbe dovuto (in concreto) dimostrare l’errore tecnico insito in questa scelta (con riferimento, ad esempio, alla quotazione di altri immobili della stessa specie nella medesima zona).

In questo contesto, dunque, è del tutto irrilevante il riferimento alla documentazione prodotta dal D., posto che la stima del consulente di ufficio non si fonda sulle quotazioni di Gestione Case, ma sul sopralluogo, sulle misurazioni e sulla conoscenza del mercato esplicitati nella relazione.

4.3. – Il terzo motivo è invece fondato, poiché per la formazione delle quote della divisione conseguente a scioglimento della comunione (ordinaria o ereditaria) deve farsi riferimento al valore venale dei beni comuni al momento della divisione (tra le tante: Cass. n. 3635/2007; n. 55/1998; n. 3380/1991), stimando i beni con riguardo a tutti i dati che al momento della sentenza dichiarativa possono concorrere alla formazione del relativo valore di mercato.

Nel caso di specie, il tribunale avrebbe dovuto aggiornare la stima degli immobili, che risaliva al 2001, al momento della sentenza (2004).

Osserva la Corte che, in mancanza di elementi (che l’appellante non ha fornito) idonei ad individuare l’incremento di valore degli immobili in comunione, la stima dei beni può essere aggiornata facendo riferimento alla banca dati delle quotazioni immobiliari dell’Agenzia del Territorio, riferita alla categoria C15 (zona semicentrale) corrispondente al quartiere (…)) per immobili a destinazione residenziale. Rispetto alle quotazioni del 2001, considerato che dopo un rapido aumento del mercato, conseguente agli attentati terroristici di New York, tutti gli indicatori del mercato immobiliare hanno segnato una riduzione per effetto della crisi economica, tuttora in corso, l’indicatore dell’agenzia fiscale indica un incremento del 36,3 % di media per abitazioni e box (45,4 per le abitazioni, passate da 2840,00 Euro al mq a 5200,00 Euro al mq, e 27,2% per i box, passati da Euro 2840,00 a Euro 3900,00). Applicando, dunque, l’incremento medio di valore, così calcolato, sull’originario valore degli immobili (Euro 276.614,32 + Euro 40.283,64 = Euro 316.897,96) si ottiene il valore economico del bene all’attualità, pari ad Euro 430.981,00 (quattrocentotrentamila novecentottantuno).

4.4. – Il quarto motivo è infondato.

L’appellante sostiene che la riduzione del valore dell’immobile, per effetto del diritto di abitazione, non dovrebbe operare quando, a beneficiare dell’assegnazione in natura della casa coniugale, in sede di divisione conseguente allo scioglimento della comunione, sia il coniuge titolare del diritto.

La questione è stata esaminata due volte dalla Corte suprema, che si è espressa con sentenze che sono in netto contrasto tra loro. La prima pronuncia (posta dall’appellante a fondamento della sua doglianza) afferma il principio secondo cui “La assegnazione della casa familiare, di cui i coniugi siano comproprietari, al coniuge affidatario dei figli non ha più ragion d’essere e, quindi, il diritto di abitazione, che ne scaturisce, viene meno nel momento in cui il coniuge, cui la casa sia stata assegnata, ne chiede, nel corso del giudizio per lo scioglimento della comunione (…), l’assegnazione in proprietà, acquisendo così, attraverso detta assegnazione, anche la quota dell’altro coniuge. In tal caso, il diritto di abitazione (che è un atipico diritto personale di godimento e non un diritto reale) non può essere preso in considerazione, al fine di determinare il valore di mercato dell’immobile, sia perché è un diritto che l’art. 155, comma quarto, c.c. prevede nell’esclusivo interesse dei figli e non nell’interesse del coniuge affidatario degli stessi, sia perché, intervenuto lo scioglimento della comunione a seguito di separazione personale o di divorzio, non può più darsi rilievo, per la valutazione dell’immobile, ad un diritto, che, con l’assegnazione della casa familiare in proprietà esclusiva al coniuge affidatario dei figli, non ha più ragione di esistere ” (Cass. sez. I, 17 luglio 2001, n. 11630).

Con una seconda pronuncia, più recente, (Cass. sez. II, 15 ottobre 2004, n. 20319) la Corte di cassazione ha invece affermato che “L’assegnazione della casa familiare ad uno dei coniugi, cui l’immobile non appartenga in via esclusiva, instaura un vincolo (opponibile anche ai terzi per nove anni, e, in caso di trascrizione, senza limite di tempo) che oggettivamente comporta una decurtazione del valore della proprietà, totalitaria o parziaria, di cui è titolare l’altro coniuge, il quale da quel vincolo rimane astretto, come i suoi aventi causa, fino a quando il provvedimento non venga eventualmente modificato. Ne consegue che di tale decurtazione deve tenersi conto indipendentemente dal fatto che il bene venga attribuito in piena proprietà all’uno o all’altro coniuge, ovvero venduto a terzi in caso di sua infrazionabilità in natura.”

A sostegno della seconda tesi, si afferma che l’esito delle operazioni divisionali non può essere diverso, quanto agli effetti giuridici dello scioglimento della comunione, da quello che consegue ad una qualsiasi divisione avente ad oggetto un unico bene indivisibile e che, se l’immobile fosse, in ipotesi, divisibile, il comproprietario che prima della divisione subiva il diritto di abitazione dell’altro su tutto il bene, subirebbe analoga soggezione, dopo la divisione, sulla porzione che gli è stata attribuita, sino alla cessazione delle condizioni che avevano determinato l’assegnazione della casa coniugale ad uno dei coniugi. Si afferma anche (in alcune sentenze di merito, tra cui Trib. Roma 17.10.2003, n. 33198) che se l’immobile fosse venduto all’incanto il bene subirebbe un decremento, rispetto al valore di mercato, proprio per effetto del diritto di abitazione gravante su di esso (non dissimilmente a quanto succederebbe se l’immobile fosse condotto in locazione al momento della vendita) e che, pertanto, dal punto di vista economico tutte le soluzioni sono tra loro equivalenti, poiché quota astratta e assegnazioni concrete devono rispondere al criterio di proporzionalità, quali che siano le modalità della divisione. Questa tesi, a parere del Collegio, dev’essere condivisa. Non v’è dubbio che, se a rendersi assegnatario del bene sia il coniuge che non è titolare del diritto (caso, per vero, molto raro e legato a circostanze particolari) ovvero il bene sia venduto all’incanto ad un terzo, il valore dell’immobile dovrebbe considerare il diritto di abitazione che il nuovo proprietario è tenuto a rispettare, analogamente a quanto si verifica nell’ipotesi di acquisto di un appartamento condotto in locazione. Ma anche nel caso in cui assegnatario del bene in natura sia il genitore titolare del diritto di abitazione, fino a che non siano cessate le condizioni che hanno determinato il provvedimento di assegnazione dell’immobile (dunque: sino a che il figlio, nel cui interesse la casa familiare è stata assegnata al genitore affidatario, abbia guadagnato, oltre alla maggiore età, la propria indipendenza economica) il valore dell’immobile risulta ridotto dal valore del diritto di abitazione, sicché se l’assegnatario intendesse vendere il bene dopo averne acquisito la proprietà assoluta, subirebbe inevitabilmente il disfavore dell’acquirente che si accinge ad acquistare un bene gravato da un diritto altrui (di incerta durata), esattamente come nel caso in cui avesse voluto vendere la propria quota manente communione. La ragione di questo decremento di valore risiede, a parere del Collegio, nel principio generale di proporzionalità che ispira la comunione (ordinaria ed ereditaria); nel senso che quota astratta ed assegnazione concreta conseguente alla divisione devono sempre coincidere, sicché all’assegnazione ad uno dei condividenti di un bene gravato da un diritto che ne limita il valore economico corrisponde, proporzionalmente, un conguaglio di minor valore. In conclusione, solo la prova della cessazione delle condizioni di assegnazione dell’immobile ad uno dei genitori (dunque: la prova della raggiunta autonomia del figlio maggiorenne) può determinare il venir meno del vincolo gravante sul bene in divisione e, conseguentemente, la stima al suo integrale valore di mercato.

  1. – Da queste premesso consegue che anche il valore del conguaglio, secondo i criteri di stima esposti al paragrafo precedente (4.3.) dev’essere proporzionalmente ridotto.

Essendo pertanto il valore economico degli immobili complessivamente pari ad Euro 430981,00, e la quota della La. pari al 50% di detto valore (Euro 215.490,50), il conguaglio posto a carico del D. in moneta attuale, per effetto della divisione, è pari ad Euro 161.618,00 (215490,50 – 25%).

  1. – Deve ora esaminarsi l’appello incidentale, che è articolato in tre motivi.

6.1. – Col primo motivo, il D. lamenta l’errore in cui sarebbe incorso il tribunale ritenendo non provata la consistenza dei beni mobili presenti nell’appartamento, quando “ampia prova” sarebbe emersa “dal confronto di tutte le risultanze istruttorie, sia sulla esistenza che sull’identificazione, che sulla consistenza per lo meno della stragrande maggioranza dei beni mobili in questione “

6.2. – Il secondo motivo, con cui l’appellante incidentale lamenta la “mancata dichiarazione dei danni” da parte del primo giudice, è così argomentato:

“(…) Il giudice di I grado evidentemente è rimasto concentrato sulle argomentazioni di parte convenuta se anche in sentenza riporta – nonostante le precisazioni dell’attore e la realtà degli atti – che l’attore aveva richiesto “la eventuale dichiarazione del risarcimento dei danni…” (v. pag.2) mentre già in comparsa conclusionale l’attore faceva rilevare che la richiesta era di “dichiarazione degli eventuali danni”.

(…) Tuttavia, in merito al risarcimento del danno, l’attore faceva presente di aver chiesto, sin dalla prima udienza il 29.11.96, la riunione al procedimento de quo di quello per risarcimento dei danni pendente dinanzi allo stesso Tribunale di Roma, Sez. IV, portante il n. 47248/96 di R.G.; richiesta rinnovata all’udienza del 7.2.97 ed ancora a quella del 23.1.98. Ed in tali occasioni la controparte accettava il contraddittorio opponendosi alla richiesta e chiedendo l’inammissibilità della domanda. In ogni caso, pur volendo rimanere nei limiti fissati dal Tribunale sulla richiesta di risarcimento del danno (Lit. 15.000.000), si fa osservare che se il Tribunale avesse attentamente esaminato la prova documentale prodotta dall’attore – in particolare la perizia del geom. C.I. del 19.10.95 con relativa doc. fotografica, redatta solo 2 (due) giorni dopo il rilascio dell’immobile da parte della Sig.ra L. (v. doc. n. 13 e n. 11/3 del fascicolo di I grado) – si sarebbe reso conto che le opere fatte eseguire dall’appellato per il ripristino dell’appartamento de quo non potevano in alcun modo essere definite di “ordinaria manutenzione” per “normale usura” “

6.3. – Col terzo motivo, infine, l’appellante ha esposto che la somma di Euro 118.836,72, liquidata a titolo di conguaglio dal giudice di primo grado, messa a disposizione del condividente non è stata accettata “costringendo l’odierno appellato a promuovere procedimento di offerta reale, con relativo deposito”. Non avendo la L. ritirato le somme (ed avendo invece acceso ipoteca legale sull’immobile a garanzia del pagamento) il D R. ha chiesto alla Corte di appello di dichiarare la “legittimità e convalida dell’offerta reale”.

  1. – L’appello incidentale è inammissibile, sotto molteplici profili.

7.1. – Quanto ai primi due motivi, ritiene la Corte che l’appellante non abbia indicato, nella sostanza, gli specifici motivi dell’impugnazione richiesti, a pena di inammissibilità, dall’art. 342 c.p.c.

Com’è noto, secondo il consolidato orientamento del S.C. (cristallizzato nella fondamentale sentenza Cass. sez. un. 29.1.2000 n. 16) “I motivi di appello sono specifici, nel senso voluto dalla prima parte dell’art. 342 c.p.c., se si traducono nella prospettazione di argomentazioni, contrapposte a quelle svolte nella sentenza impugnata, dirette ad incrinarne il fondamento logico – giuridico.”

La giurisprudenza successiva della Corte di legittimità ha quindi chiarito che l’onere della specificazione dei motivi di appello non può ritenersi assolto mediante la mera riproposizione della domanda (o dell’eccezione decisa in senso sfavorevole dal giudice di primo grado) e nemmeno con un semplice richiamo degli atti difensivi proposti nel primo giudizio, poiché i motivi di gravame in cui si articola la doglianza debbono essere idonei a contrastare la motivazione della sentenza impugnata, sicché alla parte volitiva deve sempre accompagnarsi, a pena di inammissibilità dell’impugnazione, una parte argomentativa, che contrasti e confuti le ragioni addotte dal primo giudice (tra le tante: Cass. 13 luglio 2007, n. 15733; 11 giugno 2007, n. 13676; 11 ottobre 2006, n. 21816; 19 settembre 2006, n. 20261; 24 novembre 2005, n. 24834; 14 novembre 2005, n. 22906). Nel caso di specie, come si evince dagli ampi stralci sopra riportati, gli argomenti utilizzati dall’appellante, a sostegno dei primi due motivi dell’appello incidentale, sono completamente avulsi dalla motivazione della sentenza impugnata, limitandosi a richiamare le difese svolte nel primo grado di giudizio. Da essi, in particolare, non è dato comprendere quale punto della sentenza sia errato o quale sia la norma, in ipotesi, violata dal primo giudice.

7.2. – Anche il terzo motivo non supera la soglia dell’ammissibilità. Va premesso che il debito da conguaglio, che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile, nasce solo con l’assegnazione del bene, al momento della pronunzia definitiva sulla divisione (ed è questo il motivo per cui il valore di ciascuna porzione, proporzionale alle quote astratte dei condividenti, dev’essere accertato al momento della sentenza e non al momento della stima – Cass. n. 6653/2003; Cass. n. 5606/2002). Da ciò consegue, evidentemente, che debito posto a carico di uno dei condividenti inerisce alle operazioni divisionali e non costituisce un capo autonomo della sentenza dichiarativa della divisione.

Dunque, l’importo del conguaglio diventa definitivo soltanto con il passaggio in giudicato della sentenza e, (come ha affermato recentemente il S.C.) qualora quello fra i coniugi che ne sia onerato ne offra il pagamento all’altro e questi lo rifiuti, non sussistono, per difetto di certezza della somma dovuta, le condizioni per la mora del creditore (Cass. n. 13009/2006).

Ciò premesso, osserva la Corte che l’art. 1210 cod. civ. richiede espressamente, perché si producano gli effetti estintivi dell’obbligazione, il passaggio in giudicato della sentenza di accertamento della validità dell’offerta e del deposito della somma rifiutata dal debitore; e questa domanda, del tutto nuova ed autonoma rispetto alla domanda di divisione, non può essere proposta per la prima volta in grado di appello (art. 345 c.p.c.)

  1. – In parziale accoglimento dell’appello principale, dunque, va dichiarato lo scioglimento della comunione sugli immobili indicati nell’originario atto di citazione, assegnando i beni in natura alla quota già spettante a M.D. con obbligo di conguaglio, a carico dell’assegnatario, in favore di M.L., di Euro 161.618,00.

  2. – Sussistono le condizioni di legge (art. 92 c.p.c.) considerata la natura del giudizio divisionale, la condotta processuale delle parti, il parziale accoglimento dell’appello principale e l’inammissibilità dell’appello incidentale, per dichiarare le spese del giudizio di secondo grado compensate tra le parti nella misura di un mezzo e ponendo la rimanente metà a carico del D.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello principale proposto da A.L. e sull’appello incidentale proposto da M.D. contro la sentenza n. 7218/2004 del Tribunale di Roma, ogni diversa istanza, deduzione o eccezione disattesa, così provvede:

  1. accoglie parzialmente l’appello principale e dichiara inammissibile l’appello incidentale;

  2. per l’effetto, dispone lo scioglimento della comunione ordinaria esistente tra M.D. e M.L. sui seguenti immobili:

  3. – appartamento sito in Roma, (…);

  4. – box auto sito in (…);

  5. attribuisce a M.D., nato a Roma il (…) l’intera proprietà sugli immobili indicati al capo che precede e pone a carico del predetto M.D. l’obbligo di pagare a M.L. un conguaglio di Euro 161.618,00 (centosessantunomila seicentodiciotto virgola zero), oltre agli interessi legali maturati su tale somma dalla presente sentenza sino all’effettivo pagamento;

  6. compensa tra le parti le spese di lite nella misura di un mezzo;

  7. condanna M.D. al pagamento, in favore di M.L., del mezzo residuo delle spese processuali del secondo grado di giudizio, liquidate in Euro 336,00 per spese, Euro 1294,00 per diritti ed Euro 4.385,00 per onorari oltre ad Iva (20%), Cnpaf (2%) e spese generali (12%) come dovute per legge.

Così deciso in Roma, l’1 giugno 2011.

Depositata in Cancelleria il 12 luglio 2011.

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» SPOSARSI E’ FACILE E’ SEPARARSI E DIVORZIARE CHE E’ DIFFICILE AVVOCATO MATRIMONIALISTA DIVORZISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

» CONCORDATO PREVENTIVO AVVOCATO PER RICHIESTA CONCORDATO DELLE SPA ex art. 161, comma 6, la domanda di concordato deve essere dichiarata inammissibile dal tribunale, ai sensi della L. Fall., art. 162, comma 2 Va tuttavia considerato, sotto un primo profilo, che, poiché rispetto al medesimo imprenditore ed alla medesima insolvenza il concordato non può che essere unico, qualora la procedura di concordato sia pendente non è configurabile un’ulteriore domanda di ammissione avente carattere di autonomia (cfr. Cass. n. 495/015), a meno che da quest’ultima non si desuma l’inequivoca volontà del proponente (pur se non espressa con formule sacramentali) di rinunciare a quella in precedenza depositata.

» MOTOCICLISTA CADUTA LESIONI CANE RANDAGIO COMUNE RESPONSABILITA’ Risponde altresì a massima consolidata nella giurisprudenza di legittimità che i motivi posti a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata debbono avere i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, con -fra l’altro­l’esposizione di argomentazioni intelligibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo la violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito (cfr., da ultimo, Cass., 2/4/2014, n. 7692).

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna