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LE SUCCESSIONI

1.Generalità

Per successione a causa di morte si indica il fenomeno in base al quale un soggetto vivente subentra nella  titolarità di una situazione giuridica attiva e/o passiva facente capo ad una persona defunta e non estinta con la morte di quest’ultima.

Il suo fondamento è da rinvenire da un lato nell’interesse di natura sociale alla tutela della proprietà di cui all’articolo 42 Cost onde evitare, che, a seguito della morte del de cuis, i suoi beni diventino res nullius e, dall’altro, nell’interesse dei parenti a mantenere nell’ambito della cerchia familiare il patrimonio del soggetto defunto

Non esistono che due fonti della successione posto che il legislatore ha espressamente stabilito all’articolo 457 comma 1 c.c che l’eredità si devolve solo per legge o per testamento. In tale inquadramento manca l’individuazione della successione necessaria che viene fatta rientrare insieme alla successione legittima nel più ampio genus di successione per legge condividendo con quella ab intestato sia il titolo costitutivo che il fondamento. Si parla infatti di “successione legittima potenziata”[2] considerato che mentre le disposizioni previste a tutela dei legittimari prevalgono anche sulla eventuale volontà contraria del testatore, ex articolo 457 comma 3 c.c, tra successione legittima e testamentaria sussiste un rapporto di sussidiarietà, codificato al secondo comma dell’articolo in questione, in forza del quale non si fa luogo alla prima se non quando manca, in tutto o in parte,la seconda.

La regola generale in ogni tipo di successione, sia essa titolo universale o particolare, è quella della trasmissibilità dei soli diritti patrimoniali con alcune eccezioni rinvenibili nei rapporti intuitu personae,  in quelli legati ad uno status familiare e nei diritti reali legati alla vita del titolare. Sono invece intrasmissibili i diritti c.d personalissimi, ossia strettamente legati alla persona del loro titolare e, normalmente di contenuto non patrimoniale tra i quali rientrano i diritti della personalità, i rapporti e gli stati familiari. Si estinguono altresì con la morte del soggetto le posizioni aventi carattere strettamente personale o dichiarate intrasmissibili e i diritti e gli obblighi derivanti da rapporti di diritto pubblico. Un cenno particolare merita il diritto d’autore per cui occorre distinguere due diverse posizioni giuridiche. Ed infatti mentre il diritto patrimoniale d’autore, relativo allo sfruttamento economico dell’opera è trasmissibile in quanto diritto patrimoniale, il diritto morale d’autore, garantito dalla norma che protegge la paternità e l’integrità dell’opera, è la legge ad attribuirlo a determinate categorie di congiunti ( coniuge e figli), indipendentemente dalla loro qualità di eredi.

  1. Il Procedimento successorio

Ai sensi dell’articolo 456 c.c. la successione si apre al momento della morte nel luogo di ultimo domicilio del defunto. Per quanto concerne la determinazione temporale, l’accertamento pubblico della morte è effettuato dall’ufficiale di stato civile con l’atto di morte, poi annotato nei registri dello stato civile,  nel quale sono enunciati in particolare il luogo, il giorno,l’ora della morte e le generalità del defunto, in forza del disposto dell’ articolo 73 del d.p.r. 396 del 2000. Alla morte naturale dottrina e giurisprudenza della Cassazione equiparano la morte presunta pur se diverso è il modo di accertamento del decesso. In tale ultimo caso, infatti, la successione si apre nel momento in cui la sentenza abbia presunto essersi verificata la morte dell’assente, coincidente di solito con il giorno a cui risale l’ultima notizia del dichiarato morto e trascorsi dieci anni da questa, mentre la delazione ereditaria ha luogo solo nel momento in cui diviene eseguibile la sentenza dichiarativa della morte presunta.

L’elemento spaziale, individuato nell’ultimo domicilio del defunto, rileva al fine di individuare l’autorità giudiziaria competente per una serie di atti relativi alla materia successoria.

Diverso dal domicilio è il requisito della residenza che concorre, alternativamente alla cittadinanza, ad individuare invece la legge applicabile alla successione di cui si tratta. Ed infatti  ai sensi dell’articolo 46 della legge 218 del 1995 la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del soggetto della cui eredità si tratta, al momento della morte. Il secondo comma invece prevede la possibilità di esercitare la cosiddetta professio iuris consentendo al soggetto di sottoporre, con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. In materia è però da ultimo intervenuto il regolamento U.E. n.650 del 2012, applicabile alle successioni delle persone decedute alla data o dopo il 17 Agosto 2015, il quale ha invertito il criterio di individuazione della legge applicabile che risulta essere ora quella dello Stato in cui il defunto aveva la propria residenza abituale al momento della morte, fatta salva la possibilità per lo stesso di scegliere la legge dello Stato in cui ha la cittadinanza.

Il procedimento successorio, apertosi con l’apertura della successione, presenta quali ulteriori fasi quelle della vocazione, della delazione e dell’acquisto dell’eredità. Mentre la vocazione sottolinea l’aspetto soggettivo, vale a dire la designazione, fatta per legge o per testamento, di coloro che dovranno succedere, la delazione, invece, indica l’aspetto oggettivo e va intesa come il complesso dei diritti, dei doveri e delle altre situazioni giuridiche che, alla morte del defunto, viene offerto al soggetto che succede.[4] Vige a tale ultimo proposito il principio della unicità della delazione sposato dalla dottrina e dalla giurisprudenza prevalenti per le quali, pur se duplice può essere la fonte dell’offerta (testamentaria o legale) , una sola è delazione. La Cassazione con la sentenza 12575 del 2000 ha fatto proprio il principio in questione evidenziando come “il vigente ordinamento giuridico non prevede una distinta accettazione dell’eredità a seconda del titolo della delazione, se per testamento o per legge, ma un solo diritto di accettazione che ha per oggetto il diritto all’eredità e non il titolo della delazione di quest’ultima.” D’altronde ammettere il contrario comporrebbe porre in essere un’accettazione o una rinuncia parziale all’eredità entrambe vietate

L’espressione “chiamato all’eredità” utilizzata dal legislatore ex articolo 460  c.c. non individua il vocato all’eredità ma solo il soggetto a cui questa è offerta, vale a dire il delato, che è immediatamente, anche prima dell’acquisto dell’eredità, titolare di due posizioni giuridiche distinte: egli ha innanzitutto il diritto di accettare l’eredità e, se muore senza averla accettata, tale diritto si trasmette ai suoi eredi,ai sensi dell’articolo 479 c.c.,  e gli compete inoltre un potere di amministrazione che gli consente ogni attività conservativa sul patrimonio ereditario

Ora, sebbene nella maggior parte dei casi vocazione e delazione coincidono nel tempo, verificandosi entrambe alla morte del de cuis, rectius all’apertura della successione, spesso tale convergenza temporale viene a mancare: in tali ipotesi, definite di aspettativa di delazione, all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita ad un momento successivo, per cui al vocato non ancora delato non competono i poteri tipici di quest’ultimo.

Ultima vicenda del procedimento successorio è l’acquisto dell’eredità che avviene con l’accettazione da parte del chiamato-delato, con cui egli diventa erede. L’accettazione può essere ,con riferimento all’incidenza della volontà, espressa o tacita ovvero, con riferimento alla responsabilità dei debiti ereditari, semplice o beneficiata.

L’accettazione espressa è disciplinata dall’articolo 475 c.c: è un negozio unilaterale non recettizio, irrevocabile stante il noto principio semel heres semper heres, e  che deve essere posto in essere  per atto pubblico o scrittura privata autenticata. È inoltre un actus legittimus  avuto riguardo al disposto dell’articolo 475 co.2 che stabilisce la nullità della dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine così come è parimenti nulla l’accettazione parziale dell’eredità ( articolo 475 co.3).

Relativamente all’accettazione tacita ex articolo 476 c.c., essa si ha “quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”. Il legislatore ha poi previsto espressamente delle ipotesi tipiche di accettazione tacita agli articoli 477 e 478 c.c. Quanto al primo articolo, la disposizione comprende tutti i contratti bilaterali a titolo oneroso o gratuito, facendo menzione non solo della donazione e della vendita ma anche della cessione che il chiamato faccia dei suoi diritti di successione ad un estraneo o ad altri chiamati all’eredità.  Il secondo si riferisce alla rinuncia ai diritti di successione, qualora detto atto sia fatto dietro corrispettivo o favore di alcuni soltanto dei chiamati, ossia a titolo gratuito.

L’eredità devolute a minori, gli interdetti, gli inabiliti e i minori emancipati devono accettarsi con beneficio di inventario, ai sensi degli articoli 471 e 472 c.c. Un obbligo analogo è posto a carico delle persone giuridiche o le associazioni, fondazioni o enti non riconosciuti, ex articolo 473 c.c,  con l’esclusione invece delle società che hanno la facoltà di accettare puramente e semplicemente.

  1. La capacità di succedere

Ai sensi dell’articolo 462 “ sono capaci di succedere coloro che, al tempo di apertura della successione, sono nati o concepiti  e, in caso di successione testamentaria, i figli non ancora concepiti di persona vivente al tempo della morte del testatore”.

Per quanto concerne poi la capacità di succedere dell’assente,  l’articolo 70 c.c statuisce che “ quando si apre una successione alla quale sarebbe chiamata una persona di cui si ignora l’esistenza, la successione è devoluta a coloro i quali spetterebbe in mancanza della detta persona, salvo il diritto di rappresentazione. Coloro ai quali è devoluta la successione devono innanzitutto procedere all’inventario dei beni e devono dare cauzione.”  In relazione a ciò, parte della dottrina ritiene che non sia esatto parlare di incapacità a succedere dell’assente, dal momento che l’articolo 70 c.c. dovrebbe essere posto in relazione con il precedente articolo 69 c.c. secondo cui “nessuno può reclamare un diritto in nome della persona di cui si ignora l’esistenza, se non prova che la persona esisteva quando il diritto è nato.” Norma che è a sua volta applicazione del più generale principio di diritto processuale di cui all’articolo 2697 c.c.  L’incertezza in ordine alla sopravvivenza dell’assente non esclude la delazione in suo favore ma impedisce agli interessati la prova della sopravvivenza stessa di tal chè se l’assente ricompare egli potrà far valere i suoi diritti sull’eredità a lui offerta.[5]

Anche le persone giuridiche, sia pubbliche che private, possono essere successori ma solo per testamento, non essendovi per quest’ultime una successione legittima, fatto salvo lo Stato.

 3.1 La capacità di succedere dei nascituri

La normativa dell’articolo 462 c.c. si pone in perfetta aderenza con l’articolo 1 comma 1 del codice civile il quale espressamente stabilisce che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita”, evidenziando come la capacità a succedere altro non sia se non una species del più ampio genus di quest’ultima. Un problema particolare è però posto dai nascituri solo concepiti che il terzo comma dell’articolo 462 individua come possibili successibili anche prima dell’evento nascita.

Stante quanto sopra in dottrina sono state avanzate numerose tesi relative alla natura giuridica della successione dei nascituri.  In proposito alcuni autori hanno ravvisato nel dettato dell’articolo 462 una particolare ipotesi di capacità giuridica anticipata[6], altri hanno parlato di capacità provvisoria che diventa definitiva se il concepito viene ad esistenza, altri ancora hanno osservato che il legislatore nel caso di specie abbia operato attraverso lo strumento della finzione: il nascituro succede solo perché, in virtù appunto di una finzione legale, la sua nascita si considera come già avvenuta al tempo di apertura della successione.

La tesi però più seguita e prevalente è quella che individua nella istituzione di nascituri una fattispecie a formazione progressiva richiamando il disposto dell’articolo 1 comma 2 secondo cui i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento nascita. Si ha in altri termini una delazione condizionata dovuta all’ inesistenza del chiamato all’eredità che diverrà attuale nel momento in cui questi verrà alla luce. Per i nascituri, dunque, si rientra in quella fase di aspettativa di delazione già analizzata nella quale all’attualità della vocazione si affianca una delazione differita; in cui non è consentita né un’accettazione né una rinuncia all’eredità o al legato prima della nascita e in cui non decorre il termine di prescrizione decennale del diritto di accettare l’eredità.

L’aver ammesso la possibilità che il nascituro sia chiamato alla successione ha indotto il legislatore ha prevedere norme che consentano la tutela e l’amministrazione dei beni ereditari durante il periodo di tempo che precede la nascita.

Fondamentale è a questo proposito distinguere tra soggetti concepiti e non concepiti. Ed infatti, nel secondo caso si verifica una scissione tra amministrazione dei beni ,affidata ai soggetti che sarebbero chiamati all’eredità qualora la nascita non si verificasse ( ossia il sostituto, coeredi in accrescimento ed eredi legittimi)stante il richiamato effettuato dall’articolo 643 all’articolo 642 c.c. , e la tutela dei diritti successori del non concepiti che spetta invece ai suoi futuri genitori.

Qualora invece chiamato all’eredità sia un concepito l’amministrazione e la tutela si cumulano nella persona dei genitori di quest’ultimo, ai quali si applicano, stante il richiamo contenuto nell’articolo 644, le norme che disciplinano i poteri del curatore dell’eredità giacente.

  1. Il divieto dei patti successori

 L’espressione patto successorio indica l’accordo tra vivi avente ad oggetto una futura successione. In particolare, l’articolo 458 c.c. sancisce la nullità delle tre tipologie di patti successori previsti: istitutivi, dispositivi e rinunziativi.

I primi sono veri e propri contratti aventi natura giuridica mortis causa stipulati tra futuro dante causa e avente causa con cui il primo dispone della propria successione per il tempo in cui avrà cessato di vivere. La ratio del loro divieto è da rinvenirsi da un lato nell’inammissibilità di una terza forma di delazione, quale sarebbe quella contrattuale, e dall’altro nella tutela dell’assoluta libertà del testatore  che non potrebbe, come invece è ammesso per il negozio testamentario, revocare le proprie volontà.

Al contrario di quelli istitutivi i patti successori dispositivi e rinunziativi sono invece negozi giuridici inter vivos e non mortis causa in quanto non regolano la devoluzione della propria eredità o del proprio legato ma dispongono di un’eredità altrui non ancora aperta: i dispositivi hanno generalmente natura contrattuale ma possono essere anche negozi giuridici unilaterali nei limiti in cui tali negozi siano ammessi; nei rinunziativi rientrano sia la rinunzia unilaterale sia quella contrattuale, ossia il vero e proprio patto con cui taluno rinunzia ai diritti che gli deriveranno da una successione non ancora aperta. Il fondamento di questi ultimi due patti successori, molto meno convincente della ratio di quelli istitutivi, è da ricercare nella duplice esigenza di tutelare i soggetti inesperti e prodighi cosi come nell’impedire il desiderio della morte del de cuius.

Il divieto in questione assume una fondamentale importanza in riferimento al diritto internazionale privato sia in ragione del carattere transfrontaliero che le vicende successorie tendono ad assumere nei tempi recenti sia in relazione al fatto che la legge 218 del 1995 non contiene alcuna esplicita disposizione sui patti successori.

Stante quanto sopra la dottrina maggioritaria, propende per l’applicazione della norma dettata in tema di successioni con tutti i problemi che tale inquadramento comporta posto che i patti successori sarebbero regolati da una legge che risulta determinabile con certezza solo con la morte del soggetto della cui successione si tratta, rimanendo invece privo di disciplina il periodo transitorio tra la conclusione del patto successorio e l’apertura della successione.

Esclusa poi altresì la natura dell’articolo 458 c.c. come norma contraria all’ordine pubblico internazionale, non potendosi quindi ritenere invalido un patto successorio che una legge straniera riconosce come valido, occorre domandarsi se detto articolo possa qualificarsi come norma di applicazione necessaria, vale a dire norma imperativa che deve comunque trovare applicazione, indipendentemente dalla legge di conflitto applicabile. A tale quesito non può che darsi risposta negativa dal momento che una regola che ritenga validi i patti successori possa compromettere interessi di primaria importanza sociale quali devono essere quelli riguardanti una norma di applicazione necessaria.

Anche in materia è intervenuto  il Regolamento U.E. n.650 del 2012 il cui articolo 25 detta una apposita disposizione in materia di patti successori stabilendo che la legge applicabile ai patti successori è quella che, in forza dello stesso regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione del soggetto se questi fosse deceduto il giorno della conclusione del patto. La disposizione citata inoltre prevede la possibilità di un patto successorio riguardante la successione di più persone che è ritenuto valido solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero disciplinato la successione di ciascuna se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto.

Il terzo paragrafo dell’articolo 25 ammette la possibilità per le parti di scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio, per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale e gli effetti vincolanti tra le parti, la legge che la persona o una delle persone della cui successione  si tratta avrebbe potuto scegliere effettuando la professio iuris, ossia quella dello Stato in cui ha la cittadinanza: in tal modo le parti potranno sottoporre ad una differente legge non tutta la vicenda successoria ma solo il patto successorio.

Nel divieto dell’articolo 458 c. rientrano non solo i patti successori reali, ossia quelli con cui taluno dispone immediatamente della propria successione o dei diritti che prevede di acquistare succedendo a causa di morte ad un altro soggetto ovvero rinunzia a tali diritti, ma anche quelli con cui ci si obbliga in tal senso, facendo sorgere in tale ultimo caso il problema relativo alla validità dell’atto esecutivo successivo compiuto dal de cuius o dall’erede.

Mentre è evidente la piena validità dell’atto successivo compiuto senza che il soggetto si senta obbligato dal precedente patto successorio, occorre invece analizzare più approfonditamente il caso in cui il soggetto con tale atto adempia all’obbligo assunto con il negozio vietato.

Quanto agli atti esecutivi di patti istitutivi, la tesi preferibile è quella che lo ritiene nullo per illiceità del motivo, ex articolo 656 c.c; illiceità rinvenibile proprio nel  proposito del testatore di rispettare l’impegno assunto. Per escludere tale invalidità, è sufficiente che il testamento successivo, che normalmente rappresenta l’atto successivo del patto istitutivo, non contenga la menzione dell’impegno del testatore, poiché in tal modo non risulta applicabile la sanzione di cui alla citata norma la quale presuppone non solo che il motivo sia determinante ma anche che esso risulti espressamente dal testamento.

Relativamente agli atti successivi di patti dispositivi, essi sono annullabili per errore di diritto ai sensi dell’articolo 1429 n.4 trattandosi di atti inter vivos e non mortis causa.

Per gli atti successivi di patti rinunziativi invece essi non potranno essere impugnati in quanto, ai sensi dell’articolo 526 c.c., la rinuncia all’eredità può essere impugnata solo se è l’effetto di violenza o dolo non anche per errore.

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La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, da un lato, il difetto di legittimazione passiva del G.D.M. per aver egli rinunciato all’eredità della Sig.ra R., dall’altro, l’insussistenza di obblighi a suo diretto carico, anche aldilà dell’incertezza della sua vocatio in ius in proprio e non solo per la sua qualità di erede, a motivo del mancato assolvimento da parte della M. dell’onere della prova circa la diretta titolarità del rapporto di lavoro in capo al medesimo.

Ed invero, la censurata statuizione circa il difetto di legittimazione passiva del G.D.M. risulta verificata, non solo in relazione alla documentata rinuncia da parte dei medesimo all’eredità della Sig.ra R., ma, altresì, in relazione a quegli elementi di fatto, dedotti con il ricorso introduttivo, che avrebbero dovuto, nelle intenzioni della ricorrente, comprovare la titolarità diretta dei rapporto in capo al G.D.M. e che, di contro, la Corte territoriale ha rilevato essere privi di supporto probatorio, escludendo che questo, come preteso dalla ricorrente stessa, potesse derivare dalla mancata contestazione degli stessi in prime cure da parte del G.D.M., non potendosi far discendere una simile conseguenza dal suo essere rimasto contumace in quella fase del giudizio o potesse essere rinvenuto valendosi dei propri poteri d’ufficio in difetto di specifica devoluzione al giudice del gravame, da parte dell’appellata vittoriosa in primo grado, anche del riesame delle proprie richieste istruttorie sulle quali il primo giudice non si è pronunciato, richiamando specificamente le difese di primo grado, in guisa da far ritenere in modo inequivocabile di aver riproposto l’istanza di ammissione della prova (cfr. Cass. 27.10.2009, n. 22687 e Cass. 11.2.2011, n. 3376) Il ricorso va, dunque rigettato.

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Corte di Cassazione sezione Lavoro

Sentenza 8 luglio – 8 ottobre 2015, n. 20190

Presidente Bandini – Relatore De Marinis

Svolgimento del processo

Con sentenza del 7 dicembre 2009, la Corte d’Appello di Roma, in riforma della decisione di parziale accoglimento resa dal Tribunale di Roma, rigettava la domanda proposta da G.M. nei confronti di G.D.M., alle dipendenze dei quale, in una con la defunta Sig.ra A. R., zia del medesimo, aveva prestato servizio in qualità di assistente geriatrico e collaboratrice domestica, avente ad oggetto la condanna dei G.D.M., rimasto contumace, al pagamento delle differenze retributive maturate in relazione all’asserita spettanza del livello 1° della classificazione dei personale del CCNL per i lavoratori domestici oltre ai ratei di ferie e tredicesima mensilità, indennità di preavviso, TFR nonché ai contributi assicurativi e previdenziali dovuti o al risarcimento del danno da omessa contribuzione

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, da un lato, il difetto di legittimazione passiva del G.D.M. per aver egli rinunciato all’eredità della Sig.ra R., dall’altro, l’insussistenza di obblighi a suo diretto carico, anche aldilà dell’incertezza della sua vocatio in ius in proprio e non solo per la sua qualità di erede, a motivo del mancato assolvimento da parte della M. dell’onere della prova circa la diretta titolarità del rapporto di lavoro in capo al medesimo.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la M., affidando l’impugnazione a tre motivi cui resiste, con controricorso, il G.D.M..

Motivi della decisione

Il primo motivo, con cui la ricorrente imputa alla Corte territoriale la mancata declaratoria di improcedibilità del gravame proposto dalla controparte, per non aver questa dato corso alla notifica del ricorso, tempestivamente depositato, e dei decreto di fissazione dell’udienza nel termine di giorni dieci dalla comunicazione dell’emanazione del decreto medesimo, secondo quanto sancito da questa Corte con la decisione resa a sezioni unite n. 20604 del 30.7.2008, deve ritenersi infondato, tenuto conto che al suddetto arresto interpretativo questa Corte è pervenuta per effetto del radicale mutamento del proprio precedente orientamento (c.d,.”overruling”), intervenuto, tuttavia, in epoca ampiamente successiva alla proposizione del gravame in questione e con carattere di imprevedibilità (per aver agito in modo inopinato e repentino sul consolidato orientamento pregresso), giustificandosi, cosi, una scissione tra il fatto (e cioè il comportamento della parte risultante “ex post” non conforme alla corretta regola dei processo) e l’effetto, di preclusione o decadenza, che ne dovrebbe derivare, con la conseguenza che – in considerazione del bilanciamento dei valori in gioco, tra i quali assume preminenza quello del giusto processo (art. 111 Cost) , volto a tutelare l’effettività dei mezzi di azione e difesa anche attraverso la celebrazione di un giudizio che tenda, essenzialmente, alla decisione di merito – deve escludersi l’operatività della preclusione o della decadenza derivante dall’overruling nei confronti della parte che abbia confidato incolpevolmente (e cioè non oltre il momento di oggettiva conoscibilità dell’arresto nomofilattico correttivo, da verificarsi in concreto) nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa, la quale, sebbene soltanto sul piano fattuale, aveva comunque creato l’apparenza di una regola conforme alla legge dei tempo (cfr., ex plurimis, Cass. 11.7.2011 ,n. 15144 e, da ultimo, in termini, Cass. 4.6.2014, n. 12521).

Parimenti infondati devono ritenersi il secondo ed il terzo motivo, che si appalesano connessi, essendo con essi imputato alla Corte territoriale la non conformità a diritto e l’incongruità logica dello statuito difetto di legittimazione passiva del G.D.M., pronunzia inficiata, a detta della ricorrente, dall’omessa considerazione degli elementi di fatto, che la stessa assume non contestati e, comunque, erroneamente non fatti oggetto di accertamento istruttorio, anche valendosi dei ricorso ai propri poteri d’ufficio, da parte della Corte territoriale, attestanti la titolarità, anche diretta, del dedotto rapporto di lavoro in capo al G.D.M..

Ed invero, la censurata statuizione circa il difetto di legittimazione passiva del G.D.M. risulta verificata, non solo in relazione alla documentata rinuncia da parte dei medesimo all’eredità della Sig.ra R., ma, altresì, in relazione a quegli elementi di fatto, dedotti con il ricorso introduttivo, che avrebbero dovuto, nelle intenzioni della ricorrente, comprovare la titolarità diretta dei rapporto in capo al G.D.M. e che, di contro, la Corte territoriale ha rilevato essere privi di supporto probatorio, escludendo che questo, come preteso dalla ricorrente stessa, potesse derivare dalla mancata contestazione degli stessi in prime cure da parte del G.D.M., non potendosi far discendere una simile conseguenza dal suo essere rimasto contumace in quella fase del giudizio o potesse essere rinvenuto valendosi dei propri poteri d’ufficio in difetto di specifica devoluzione al giudice del gravame, da parte dell’appellata vittoriosa in primo grado, anche del riesame delle proprie richieste istruttorie sulle quali il primo giudice non si è pronunciato, richiamando specificamente le difese di primo grado, in guisa da far ritenere in modo inequivocabile di aver riproposto l’istanza di ammissione della prova (cfr. Cass. 27.10.2009, n. 22687 e Cass. 11.2.2011, n. 3376) Il ricorso va, dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in euro 100,00 per esborsi ed euro 3.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% e accessori come per legge.

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Avvocato Sergio Armaroli - Studio Legale Bologna