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COME OTTENERE L’ASSEGNAZIONE DELLA CASA CONIUGALE- AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

COME OTTENERE L’ASSEGNAZIONE

DELLA CASA CONIUGALE- AVVOCATO

MATRIMONIALISTA BOLOGNA

SEPARAZIONE E DIVORZIO – CASA CONIUGALE – PROVVEDIMENTO DI ASSEGNAZIONE – CONTESTAZIONE DELLE CONDIZIONI DA PARTE DEL TERZO ACQUIRENTE L’IMMOBILE – GIUDIZIO DI ACCERTAMENTO – NECESSITÀ – art. 9 l. 898/70; artt. 155-quater, 1218, 1223, 1227, 2043, 2056 c.c.

Contratti-compravendita-immobiliare

avvocato a BolognaAvvocato Sergio Armaroli

L’attribuzione giudiziale del diritto di abitare nella casa familiare a quello dei conviventi cui vengano affidati i figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti, è da ritenersi possibile per effetto della sentenza n. 166/98 della Corte Costituzionale.

Questa sentenza si basa sul principio della responsabilità genitoriale, che è presente nell’ordinamento giuridico e può essere ricavata da alcuni articoli del Codice Civile, come l’art. 261 (indica che entrambi i genitori hanno pari diritti e doveri sia sui figli legittimi che sui naturali riconosciuti), l’art. 147 e l’art. 148 (che tutelano il dovere di apprestare una idonea abitazione per la prole, secondo le proprie sostanze e capacità), e dall’articolo 30 della Costituzione Italiana, che sancisce il diritto e il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

avvocato penalista bologna1)PROVVEDIMENTO DI ASSEGNAZIONE

Il provvedimento di assegnazione della casa familiare tiene conto esclusivamente dell’interesse primario dei figli a mantenere lo stesso ambiente domestico all’interno del quale sono cresciuti quando la famiglia era unita e per garantire stabilità e continuità; in assenza di figli minori o maggiorenni non economicamente indipendenti, la casa coniugale non può perciò essere assegnata.

Tale provvedimento di assegnazione della casa familiare è trascrivibile e opponibile ai terzi acquirenti, ossia il provvedimento è valido anche se il proprietario del bene immobile (ad esempio l’altro coniuge o convivente) decida di alienare la casa familiare oppure l’immobile venga assoggettato a pignoramento immobiliare e quindi acquistato da terzi.

casa coniugaleCOME OTTENERE L’ASSEGNAZIONE DELA CASA CONIUGALE- AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

2)  Presupposti dell’assegnazione

Ai fini di creare  una armonizzazione della disciplina relativa alla filiazione e ai rapporti dei figli con i genitori il legislatore, attraverso il d.lgs. 154/2013, ha inserito un corpo normativo unico: i nuovi articoli da 337 bis a 337 octies diventano le norme di riferimento relative all’esercizio della responsabilità genitoriale per tutti i tipi di controversie in tema di separazione e divorzio e in caso di interruzione della convivenza tra partners non sposati.

sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

 

 

 

Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

 

 

 

 

 

 

Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

 

 

 

 

 

 

Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tale opponibilità conserva, beninteso, il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge, che non sia titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo, in quanto affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006). È fin troppo evidente, infatti, che il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile – perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, per essere i figli divenuti ormai autonomi economicamente – si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42 Cost. e 832 c.c. Una siffatta lettura delle succitate norme che regolano l’assegnazione della casa coniugale (v. ora l’art. 337 sexies c.c.), del resto, presterebbe certamente il fianco a facili censure di incostituzionalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciò posto, va rilevato che l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione in parola può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. n. 898 del 1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, per il sopravvenuto venir meno dei presupposti che ne avevano giustificato l’emissione.

 

 

 

 

 

 

Per converso, deve ritenersi che il terzo acquirente – non legittimato ad attivare il procedimento suindicato – non possa che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario, a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli della coppia separata o divorziata (cfr. Cass. 18440/2013, secondo cui ogni questione relativa al diritto di proprietà della casa coniugale o al diritto di abitazione sull’immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria). In mancanza, il terzo – non potendo attivare il procedimento, riservato ai coniugi, di cui all’art. 9 della legge sul divorzio – resterebbe, per il vero, del tutto privo di tutela, in violazione del disposto dell’art. 24 Cost..

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Separarsi ,un a delle problematiche maggiori è quella dell’assegnazione della casa coniugale

3)La normativa

In sede di separazione, la norma che disciplina l’assegnazione della casa familiare è l’art. 337 sexies cc, secondo il quale, infatti:

L’assegnazione casa familiare e’ attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprieta’.[…] I

l provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643.

Questa disposizione normativa è in vigore dal febbraio 2014, introdotta dal D.L.vo 28/12/2013 n. 154, ma prima di essa vi era una disposizione di tenore identico contenuta nell’art. 155 quater cc.

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Le massime della cassazione

Cass. Sez. I, 2 ottobre 2007, n. 20688 – Pres. Adamo – Rel. Petitti.

Assegnazione casa familiare – Esclusione – Convivenza con prole nata da altro matrimonio – tutela continuità habitat domestico.

La disciplina della casa coniugale postula che i soggetti alla cui tutela è preordinata l’assegnazione siano figli di entrambi i coniugi ai quali sia riferibile la disponibilità, in via esclusiva o in comproprietà, della casa coniugale (1).

Cass. Sez. I, 17 dicembre 2007, n. 26574 – Pres. Luccioli – Rel. Felicetti.

Assegnazione casa familiare – Esclusione – Assenza di prole – Esclusiva tutela interesse continuità abitativa della prole – Esclusione della considerazione dell’assegnazione come componente degli assegni di mantenimento.

In materia di separazione (come di divorzio) l’assegnazione della casa familiare, malgrado abbia anche riflessi economici, essendo finalizzata alla esclusiva tutela della prole e dell’interesse di questa a permanere nell’ambiente domestico in cui è cresciuta, non può essere disposta a titolo di componente degli assegni rispettivamente previsti dagli artt. 156 cod. civ. e 5 della legge n. 898 del 1970, allo scopo di sopperire alle esigenze del coniuge più debole, al soddisfacimento delle quali sono destinati unicamente gli assegni sopra indicati .

Cass. Sez. I, 11 settembre 2007, n. 19085 – Pres. Luccioli – Rel. San Giorgio.

Assegnazione casa familiare – Ingiusto arricchimento dell’assegnatario – Usufrutto soggetti terzi.

L’occupazione legittima (nella specie, a titolo di usufrutto) di una parte dell’immobile assegnato, in sede di provvedimenti conseguenti alla separazione personale dei coniugi, esclude in radice ogni possibilità di configurare detta occupazione quale elemento di ingiustificato arricchimento in capo all’assegnatario, il cui diritto di utilizzazione dell’immobile a scopo abitativo ne risulta, al contrario, limitato .

 

La cassazione nel 2015 ha stabilito che :

Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di divorzio, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisionecome in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

SEPARAZIONE E DIVORZIO – CASA CONIUGALE – PROVVEDIMENTO DI ASSEGNAZIONE – CONTESTAZIONE DELLE CONDIZIONI DA PARTE DEL TERZO ACQUIRENTE L’IMMOBILE – GIUDIZIO DI ACCERTAMENTO – NECESSITÀ – art. 9 l. 898/70; artt. 155-quater, 1218, 1223, 1227, 2043, 2056 c.c.

L’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione della casa coniugale può essere messa in discussione tra i coniugi nelle forme del procedimento di revisione di cui all’articolo 9 della legge 898/70, mentre il terzo acquirente dell’immobile non può che proporre un ordinario giudizio di cognizione per l’accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti con il medesimo conviventi.

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 19 dicembre 2014, n. 27128

Svolgimento del processo

1.- D.S. conveniva in giudizio dinanzi al tribunale di Roma il coniuge separato F.A. chiedendo la divisione dell’immobile sito in (omissis) , e dell’appartamento in (omissis) , entrambi acquistati in regime di comunione.
Costituitasi in giudizio, la F. si opponeva alla domanda di divisione dell’appartamento in (omissis) , a lei assegnato in sede di separazione.
Con sentenza non definitiva n. 969/1993 il tribunale dichiarava inammissibile la divisione in natura della casa coniugale di via (omissis) e ammissibile la divisione dello stesso immobile mediante vendita (salvo l’ipotesi in cui l’appartamento risultasse comodamente divisibile).
Rimessa la causa in istruttoria si costituiva in giudizio la chiamata in causa, Le Assicurazioni di Roma, alla quale il D. , con atto del 6 aprile 1993, aveva concesso ipoteca per L. 225.000.000 sulla quota indivisa dell’appartamento in (omissis) ; la F. , con atto del 31 luglio 1993, acquistava la restante quota indivisa dell’immobile di (…).
Il tribunale dichiarava lo scioglimento della comunione sull’appartamento in (omissis) che attribuiva alla convenuta, determinando il conguaglio dovuto all’attore, con prelazione a favore del creditore ipotecario, nell’importo di Euro 92.810,42 previa decurtazione del 30% del valore dell’immobile in considerazione del diritto di abitazione a favore della convenuta.
Con sentenza dep. il 5 luglio 2011 la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della decisione impugnata dall’attore, determinava nella somma di Euro 500.000,00 il valore del bene assegnato in proprietà esclusiva alla convenuta, con l’obbligo da parte di quest’ultima di versare il conguaglio nella misura del 50% detratto l’importo dalla medesima sostenuto per spese di manutenzione; con gli interessi legali sull’importo dovuto.
I Giudici ritenevano quanto segue:
– erroneamente il tribunale aveva operato la decurtazione del valore della quota di comproprietà dell’immobile spettante all’attore, considerando la facoltà di abitazione attribuita al coniuge affidatario dei figli minori in sede di separazione;
– il valore deve essere determinato con riferimento al valore effettivo dell’immobile, tenuto conto che, secondo quanto affermato dalla S.C., il diritto di abitazione – di natura personale costituito nell’interesse dei figli – viene meno con la assegnazione in proprietà esclusiva della casa al coniuge affidatario;
– in considerazione della natura di debito di valore del conguaglio, la somma determinata dal consulente di ufficio con la stima effettuata nel 1998 andava rivalutata, dovendosi considerare l’innegabile lievitazione dei prezzi del mercato immobiliare, in particolare di quello romano, non apparendo al riguardo sufficiente il ricorso agli indici di svalutazione monetaria;
– pertanto, andavano considerati gli indici c.d. Rendistato accertati anno per anno dalla Banca d’Italia, che tengono conto della media del rendimento dei titoli di Stato, come forma di investimento maggiormente remunerativa su un mercato ordinario.
2. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione F.A. sulla base di quattro motivi illustrati da memoria.
Resiste con controricorso Le Assicurazioni di Roma Mutua Assicuratrice Romana.

Motivi della decisione

1.- Preliminarmente va dichiarata inammissibile la produzione depositata dalla ricorrente con la nota del 15 ottobre 2014, posto che i documenti in oggetto non rientrano fra quelli previsti dall’art. 372 cod. proc. civ., che concernono l’ammissibilità del ricorso (o del controricorso) e la nullità della sentenza impugnata.
2.- La notificazione dell’impugnazione tempestivamente e validamente effettuata nei confronti di uno dei litisconsorti necessari determina l’idoneità della instaurazione del rapporto processuale anche nei confronti degli altri, dovendo in tal caso il giudice disporre la integrazione nei confronti dei soggetti contro i quali non è stato notificato il gravame: nella specie, il ricorso era stato tempestivamente notificato alla società Le Assicurazioni di Roma Mutua Assicuratrice Romana, litisconsorte necessario (creditore ipotecario), di guisa che appare irrilevante verificare la tempestività o meno della rinnovazione della notifica – effettuata ad iniziativa della ricorrente – nei confronti del D. .
3.1.- Il primo motivo censura la decisione gravata che, nell’applicare i principi formulati dalla S.C., non aveva considerato la peculiarità della fattispecie in, esame – radicalmente diversa da quella oggetto dei casi decisi dalla Cassazione – in cui il figlio dell’affidataria e poi assegnataria dell’immobile è affetto da grave disabilità per cui andavano contemperati i diritti costituzionalmente garantiti del figlio (artt. 30 primo comma, 32 primo comma, 38, primo, secondo, terzo, quarto e quinto comma Cost.) con l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento, all’educazione e all’istruzione (art. 148 cod. civ.) e con il diritto del D. di vedersi attribuita una quota pari al 50% del valore di mercato dell’immobile. Il provvedimento di assegnazione della casa, pronunciato dal Giudice della separazione e confermato in sede di divorzio, era stato emesso in favore esclusivamente del minore, di cui si occupa stabilmente la madre che lo ospita provvedendo alle sue necessità mentre il padre corrisponde l’assegno mensile di Euro 300,00 oltre rivalutazione ISTAT.
Il diritto a favore dell’invalido era prevalente rispetto a quello del padre, il quale aveva l’obbligo di fornire una adeguata abitazione al figlio in concorso con quello della madre.
3.2. – Il motivo va disatteso.
Va innanzitutto osservato che la questione relativa alla disabilità del figlio della affidataria e poi assegnataria in proprietà esclusiva dell’immobile de quo ha carattere di novità, non essendo stata trattata dalla sentenza impugnata: involgendo anche accertamenti di fatto, è inammissibile in sede di legittimità.
Peraltro, anche volendo prescindere dalla assorbente considerazione che precede, deve rilevarsi l’infondatezza della censura.
Occorre premettere che: il diritto di abitazione della casa familiare è un atipico diritto personale di godimento (e non un diritto reale), previsto nell’esclusivo interesse dei figli (art. 155, comma quarto, cod.civ.) e non nell’interesse del coniuge affidatario, che viene meno con l’assegnazione della casa familiare in proprietà esclusiva al coniuge affidatario dei figli, non avendo più ragione di esistere. Ed invero, la tutela del figlio minore o disabile è assicurata dall’affidamento al coniuge al quale la casa coniugale sia assegnata nonché dall’obbligo di mantenimento, cura ed educazione che è posto a carico di entrambi i genitori. Nel caso in cui, come nella specie, l’immobile sia assegnato in proprietà esclusiva al coniuge affidatario la invalidità di cui sia portatore il figlio e le sue condizioni di vita – che, per quel che si è detto, assumono rilevanza in relazione agli obblighi dei genitori – non possono avere alcuna interferenza sul valore di mercato dell’immobile ovvero sulla determinazione della porzione corrispondente alla quota di comproprietà spettante al condividente. Infatti, ove si operasse la decurtazione del valore in considerazione del diritto di abitazione, il coniuge non assegnatario verrebbe ingiustificatamente penalizzato con la corresponsione di una somma che non sarebbe rispondente alla metà dell’effettivo valore venale del bene: il che è comprovato dalla considerazione che, qualora intendesse rivenderlo a terzi, l’assegnatario in proprietà esclusiva potrebbe ricavare l’intero prezzo di mercato, pari al valore venale del bene, senza alcuna diminuzione.
4. – Il secondo motivo censura la sentenza impugnata che aveva proceduto alla mera rivalutazione del conguaglio determinato dal CTU, senza compiere alcuna indagine volta ad accertare – in base ai prezzi di mercato – se, al momento della pronuncia, effettivamente il valore venale dell’immobile de quo avesse subito aumenti o diminuzioni rispetto alla stima compiuta nel 1998.
5.- Il terzo motivo censura la sentenza che, apoditticamente e di ufficio, aveva dato per scontato l’aumento del valore degli immobili i sul mercato romano, procedendo peraltro alla rivalutazione del conguaglio in base agli indici dei titoli di Stato, senza indicare gli elementi e i criteri in base ai quali avesse compiuto tale accertamento, tenuto conto che il valore dell’immobile era rimasto inalterato rispetto alla stima del 1998.
6.- Il secondo e il terzo motivo – che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono fondati.
Innanzitutto, deve ,escludersi che, come invece sostenuto dalla ricorrente, la mancata impugnazione della statuizione relativa alla assegnazione dell’immobile avrebbe comportato che il valore del conguaglio si fosse era cristallizzato al momento del passaggio in giudicato della decisione del tribunale.
Nel caso di attribuzione al condividente del bene oggetto di divisione sorge a favore dell’altro (o degli altri) il diritto al conguaglio in denaro: la relativa determinazione rientra nelle modalità di attuazione della divisione che hanno la finalità assicurare la formazione di porzioni di valore corrispondente alle quote; nessuna efficacia poteva assumere la stima del valore compiuta dal tribunale, attesa l’avvenuta impugnazione da parte dell’attore di quel capo della sentenza.
Ciò posto, va ricordato che in tema di divisione giudiziale, il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile ha natura di debito di valore, da rivalutarsi, anche “officio iudicis”, se e nei limiti in cui l’eventuale svalutazione si sia tradotta in una lievitazione del prezzo di mercato del bene.
La sentenza, pur avendo inizialmente affermato che il valore degli immobili sul mercato nazionale e, in particolare, su quello romano, era fortemente aumentato e che non poteva operarsi il solo adeguamento alla svalutazione intervenuta medio tempore, si è poi, in realtà, limitata ad adeguare all’attualità – in considerazione del diminuito potere di acquisto della moneta nel frattempo verificatosi – l’espressione monetaria del valore del bene determinato dal consulente con la stima compiuta nel 1998: ha calcolato l’importo, prima tenendo conto delle rendite dei titoli di Stato (Euro 401.392,00) e poi, in modo del tutto immotivato, rivalutando tale somma all’attualità in Euro 500.000,00. In sostanza, la stima è stata compiuta prescindendo da qualsiasi indagine su quello che nel periodo considerato sarebbe stato l’andamento del mercato immobiliare, di guisa che non è stato minimamente accertato se vi sia stata o meno la lievitazione o diminuzione dei prezzi di mercato.
4.1.- Con il quarto motivo la ricorrente denuncia che – ove l’importo dovuto fosse rivalutato in base a quanto statuito dalla sentenza impugnata – subirebbe un danno patrimoniale conseguente a un fatto a lei non imputabile costituito dal rinvio della decisione della causa per motivi dell’Ufficio; chiede pertanto che la somma dovuta sia comunque congruamente ridotta.
4.2.- Il motivo va disatteso.
Con la doglianza, formulata ai sensi degli artt. 111 Cost. e 2 della legge n. 89 del 2001,la ricorrente formula una domanda che non solo è nuova ma, concernendo eventualmente il danno da irragionevole durata del processo addebitato all’Ufficio, non può avere alcuna incidenza nella decisione della presente causa in merito all’ammontare della somma dovuta a titolo di conguaglio al condividente non assegnatario dell’immobile : evidentemente sono del tutto estranei al presente giudizio i presupposti della domanda di cui alla L. n. 89 del 2001 (che si propone nei confronti del Ministero della Giustizia e al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio nel cui ambito la violazione della ragionevole durata si assume verificata).
La sentenza va cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

P.Q.M.

Accoglie il secondo e il terzo motivo del ricorso rigetta gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

Revoca in caso di cambio di casa

Il diritto di godimento dell’immobile in capo al genitore affidatario viene meno ovviamente nell’ipotesi in cui egli non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare, trasferendosi altrove con i propri figli. In questi casi, infatti, viene inevitabilmente a cessare la funzione primaria dell’assegnazione del tetto coniugale, vale a dire, come visto, la tutela dell’ambiente domestico in favore della prole.

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