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Secondo la Corte la prova dell’infedeltà poteva essere facilmente essere desunta dal marito poiché, come risulta dalle dichiarazioni della moglie stessa, più volte la donna aveva minacciato di andarsene con i figli avendo subito le continue scenate di gelosia del marito. Oltre alla valenza confessoria delle dichiarazioni della moglie sulle relazioni extra coniugali, determinante è stata considerata la testimonianza resa dalla sorella dell’uomo, la quale avrebbe confermato che il fratello, affetto da oligospermia, sapeva che i figli non erano suoi ma avrebbe accettato la situazione. Alla luce di ciò, emerge chiaramente l’intempestività dell’azione di disconoscimento. La Corte richiama in proposito, la sentenza della Corte Costituzionale n. 134/1985 la quale aveva esteso al caso dell’adulterio previsto dall’art. 235 1° comma n. 3, il termine decadenziale di un anno dalla scoperta dell’adulterio.

Con la citata sentenza n. 15777/2010, che si richiama e si condivide, si è chiarito che tale pronuncia, correggendo l’interpretazione che della norma era stata data da questa Corte, che subordinando all’indagine sul verificarsi dell’adulterio la prova della sussistenza o meno del rapporto procreativo comportava che questa, anche se espletata contemporaneamente alla prova dell’adulterio, poteva essere esaminata solo subordinatamente al raggiungimento di quest’ultima, e al diverso fine di stabilire il fondamento del merito della domanda, sicchè, in difetto di prova dell’adulterio, non poteva pronunciarsi il disconoscimento neppure se fosse risultata dimostrata l’incompatibilità genetica o del gruppo sanguigno del figlio rispetto al presunto padre, afferma che la norma consente l’accesso alle prove ematiche anche a prescindere dalla previa prova dell’adulterio perchè la contraria interpretazione viola i principi di libero accesso alla prova e della pienezza del diritto di difesa.

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 26 marzo 2013, n. 7581

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19843/2011 proposto da:

I.E. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 97, presso l’avvocato LEONE GENNARO, che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.V. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TIBULLO 16, presso l’avvocato PATRIZIA VELLETRI, rappresentato e difeso dall’avvocato BRACCIALE FRANCO, giusta procura in calce al controricorso;

P.B. (C.F. (OMISSIS)), I.S. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA ACHILLE PAPA 21, presso l’avvocato PAGANO MARIA TERESA, che le rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;

G.V., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso l’avvocato VALERIA CAMPISI, rappresentato e difeso dall’avvocato TUCCITTO VINCENZO, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

contro

IA.SI., PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI ROMA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2828/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 30/06/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/02/2013 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA CULTRERA;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato GENNARO LEONE che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito, per le controricorrenti P.B. e I.S., l’Avvocato MARIA TERESA PAGANO che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito, per il controricorrente F., l’Avvocato FRANCO BRACCIALE che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

I.E. con citazione del 10.10.2002, ha proposto innanzi al Tribunale di Latina domanda di disconoscimento della paternità dei figli minori I.S. e Ia.Si., nati rispettivamente l'(OMISSIS) ed il (OMISSIS) dal matrimonio con P.B., da cui intanto si era separato, e di dichiarazione giudiziale di paternità nei confronti di G.V. e F.V., assumendo di non essere il padre naturale dei minori in quanto all’epoca del loro concepimento la moglie aveva intrattenuto relazioni extraconiugali prima con il G. e poi col F., nei cui confronti ha altresì chiesto pronuncia di condanna unitamente a P.B. al risarcimento dei danni morali e materiali subiti. Con sentenza n. 849/2006, il Tribunale adito ha dichiarato inammissibile la domanda di disconoscimento essendo la I. decaduto dall’azione in quanto promossa oltre l’anno dalla conoscenza delle distinte relazioni della moglie, da farsi risalire già alle date di nascita dei figli o al più tardi all'(OMISSIS); ha dichiarato inammissibile anche la domanda di dichiarazione giudiziale di paternità, ed ha rigettato le domande risarcitorie. I.E. ha impugnato la decisione innanzi alla Corte d’appello di Roma deducendo d’aver avuto antecedentemente all’anno previsto per l’instaurazione del giudizio un mero sospetto, che divenne consapevolezza circa le relazioni extraconiugali della moglie da cui erano nati i minori S. e Si., solo nel (OMISSIS), allorchè aveva reperito un biglietto anonimo che lo informava del fatto, aveva ricevuto le confidenze della conoscente Pa.Ma.An., aveva assunto informazioni da un investigatore privato ed infine aveva acquisito il risultato negativo dell’esame del dna dei minori, lamentando altresì di non aver potuto fornire esauriente prova del suo assunto per non aver il primo giudice ammesso la prova contraria da lui articolata sui capitoli dedotti dalle controparti, sì che si era trovato nell’impossibilità di dimostrare il mendacio delle testimoni I.A., sua sorella e moglie del F., e F.A., congiunta di quest’ultimo, da lui denunciate per falsa testimonianza, in ordine alla loro conoscenza delle relazioni intrattenute dalla moglie, e che comunque il Tribunale avrebbe dovuto dare ingresso alla prova genetica. Gli appellati, ciascuno dei quali si è ritualmente costituito, hanno chiesto il rigetto del gravame. F. V. ha dedotto altresì in linea preliminare la carenza della propria legittimazione passiva in relazione alla domanda di disconoscimento della paternità del presunto figlio Si., posto che litisconsorti necessari erano questi, la madre ed il padre, quest’ultimo peraltro sprovvisto di legittimazione attiva in relazione all’azione di riconoscimento della paternità di Si.

in capo allo stesso F. Si è inoltre costituita l’Avv. Carmela Docimo, quale curatore speciale dei minori, che ha chiesto il rigetto del gravame. In corso di giudizio si è infine costituita I.S., divenuta maggiorenne, che ha dedotto l’infondatezza delle domande. La Corte territoriale, ritualmente instauratosi il contraddittorio nei confronti di tutti gli appellati che si sono costituiti per chiedere il rigetto del gravame, ha confermato la precedente statuizione con sentenza n. 2828 depositata il 30 giugno 2010. Avverso la decisione I.E. ha proposto infine ricorso per cassazione articolato in tre motivi resistiti da G. V., F.V., P.B. e I.S.

Il ricorrente ed i resistenti F.V. e P.B. e I.S. hanno altresì depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

L’altra intimata non ha invece svolto difese.

Motivi della decisione

In linea preliminare va dichiarato il difetto della legittimazione passiva dei convenuti G.V. e F.V., secondo quanto del resto quest’ultimo ha dedotto con eccezione sottoposta al giudice d’appello e ribadita in questa sede, in ordine all’azione di disconoscimento della paternità esperita dall’attore anche nei loro confronti per l’asserita qualità di padri naturali dei figli S. e Si. Osserva a riguardo il collegio che questa Corte, con consolidato orientamento a cui si intende in questa sede dare continuità (per tutte da ultimo n. 430/2012), ha già affermato che “la sentenza che accolga la domanda di disconoscimento della paternità, in quanto pronunciata nei confronti del pubblico ministero e di tutti gli altri contraddittori necessari, assume autorità di cosa giudicata erga omnes, essendo inerente allo status della persona (Cass. 1985/194). In particolare, la paternità legittima non può essere messa in discussione e neppure difesa da colui che è indicato come padre naturale, il quale, allorchè deduca che l’esito positivo dell’azione di disconoscimento di paternità si riverbera sull’azione di riconoscimento della paternità intentata nei suoi confronti, si limita in realtà a far valere un pregiudizio di mero fatto, tanto da non poter agire contro la sentenza di disconoscimento neppure con l’opposizione di terzo, atteso che il rimedio contemplato dall’art. 404 c.p.c., presuppone in capo all’opponente un diritto autonomo la cui tutela sia però incompatibile con la situazione giuridica risultante dalla sentenza impugnata (Cass. 2005/12167)”. La questione, rilevabile peraltro anche in via officiosa non essendosi su di essa formato il giudicato in assenza di statuizione del giudice d’appello, pur investito sul punto,va risolta pertanto nei sensi prospettati.

Col primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 235 c.c., comma 3, dell’art. 244 c.c., comma 2, e correlato vizio d’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatto controverso e decisivo. Lamenta che la Corte territoriale, facendo altresì malgoverno degli enunciati pur riferiti in sentenza, avrebbe erroneamente assunto a dato decisivo, ai fini dello scrutinio dell’ammissibilità dell’azione da lui esperita di disconoscimento della paternità, la dimostrata esistenza del mero sospetto da lui nutrito sulle relazioni extraconiugali intrattenute con i due convenuti dalla P., e non già la scoperta del loro rapporto adultero, da intendersi quale acquisizione della conoscenza di una relazione ovvero di un incontro che comunque avesse investito la sfera sessuale, sì da determinare il concepimento dei figli che intendeva disconoscere. Il giudice dell’appello avrebbe in sostanza equiparato alla conoscenza dell’adulterio, da cui decorre il termine di decadenza posto dalla norma in rubrica, il mero dubbio circa la frequentazione della P. con gli altri uomini, desunto dalla condotta concretatasi nello stretto rapporto con G. e dall’episodio del massaggio non terapeutico del F.. La decisione sarebbe pertanto affetta dal denunciato error juris laddove equipara il sospetto, emerso dal compendio istruttorio acquisito, alla scoperta degli adulteri della moglie, e risulterebbe illogicamente argomentata nella parte in cui desume tale conoscenza dai riferiti, pur criticabili episodi, riguardanti i presunti padri naturali dei figli. Il ricorrente formula infine conclusivo ma superfluo quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., abrogato dalla L. n. 69 del 2009, in relazione alle decisioni pronunciate successivamente alla data del 4 luglio 2009 della sua entrata in vigore.

Tutti i resistenti deducono l’inammissibilità ovvero l’infondatezza del motivo.

Il motivo espone censura priva di pregio.

La Corte del merito, premesso che il termine decadenziale previsto dall’art. 244 c.c., va correlato alla conoscenza non già del concepimento del figlio bensì dell’adulterio della moglie che, secondo orientamento giurisprudenziale citato, deve concretarsi nella cognizione di un legame a sfondo sessuale della donna, ha ritenuto acquisita in giudizio la relativa prova anzitutto alla luce dalle stesse affermazioni contenute nell’atto di citazione – l’intenzione più volte manifestata dalla P. di andarsene con la figlia S. ed il G. e le scenate di gelosia del F. per la relazione intrattenuta tra la predetta e E.V.-, correttamente ritenute dal primo giudice aventi contenuto confessorio circa la certezza e non già il semplice sospetto delle relazioni della moglie con i due convenuti, attestanti durata ed intensità affettiva di quegli stretti legami. Indi ne ha tratto conferma dalla deposizione di I.A., sorella dell’attore e moglie di F.V., che, escussa a prova diretta, dichiarò che il fratello, affetto sin dal (OMISSIS) da oligospermia, accettò i figli come suoi pur sapendo di non averli generati. Ha infine concluso che il coerente quadro istruttorio emerso, non validamente contrastato dalle deposizioni degli altri testi R. e Pa., ammantano di conclusiva univocità l’intempestività dell’azione promossa dallo I. L’approdo richiama puntualmente nella motivazione il quadro normativo che regola il caso di specie alla stregua del disposto dell’art. 235 comma 1, n. 3, che prevede che l’azione per il disconoscimento della paternità del figlio concepito durante il matrimonio è consentita “se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio —“, in combinato con l’art. 244 c.c., corretto a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale con sentenza n. 134 del 1985 che estese all’adulterio la soluzione prevista per il celamento della nascita, che al comma 3 legittima l’azione entro un anno dal momento della conoscenza del fatto che la rende ammissibile, vale a dire dell’adulterio. E citandolo in parte, si uniforma all’orientamento consolidato di questa Corte – cfr. Cass. n. 5248/2000, n. 1264/01, n. 14887/02, n. 6477/2003, n. 4090/2005, n. 15777/2010- che il collegio condivide ed al quale intende in questa sede dare continuità, secondo cui il dies a quo del termine annuale va collocato nel momento della scoperta dell’adulterio, intesa quale conoscenza della relazione o dell’incontro di carattere sessuale della donna con altro uomo, idonei a determinare il concepimento del figlio che s’intende disconoscere. Nel solco di questo contesto esegetico ed in assoluta coerenza, ha dunque criticamente vagliato il compendio istruttorio acquisito in giudizio, apprezzando l’idoneità dei fatti da esso emersi a rendere noto allo I. il duplice adulterio, consumato della moglie prima con l’uno e poi con l’altro dei convenuti nei periodi concomitanti con il concepimento dei figli Si. e S.achiama subitoACLIPRIMO

Il percorso logico che ne sostiene la conclusione è all’evidenza immune dal vizio denunciato. La valutazione delle evenienze istruttorie e la sintesi ricostruttiva da essa desunta, esaustivamente e logicamente argomentate, ineriscono al merito e, risultando argomentate sulla base di puntuale tessuto motivazionale, non sono sindacabili da parte di questa Corte cui è preclusa la rivisitazione della vicenda fattuale. Ne discende il rigetto del motivo.

Il secondo motivo, con cui il ricorrente ribadisce analoga censura anche in relazione all’art. 116 c.p.c., verte sull’attendibilità della deposizione della sorella I.A., moglie del F., a suo avviso con questo compiacente. Ed invero, la Corte d’appello, secondo il ricorrente, non avrebbe tenuto conto del testo della telefonata nel corso della quale ella gli disse che avrebbe dovuto schierasi con la P. e purtroppo “fare le cose contro di lui”, nè che la deposizione non era decisiva poichè non ineriva all’adulterio ma alla sua situazione clinica di impotentia generarteli. Gli altri testi, anch’essi inattendibili, non avrebbero smentito che egli apprese dell’adulterio solo all’esito delle prove genetiche, dunque entro l’anno dall’introduzione del giudizio.

Il motivo, di cui i resistenti chiedono il rigetto, è inammissibile laddove induce palesemente alla rilettura della deposizione della testa I.A., preclusa a questa Corte, e richiama in senso assolutamente generico le altre deposizioni senza trascriverne il contenuto. E’ infondato laddove in senso inconferente richiama la dichiarazione d’illegittimità costituzionale dell’art. 235 c.c., comma 1, n. 3, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 2006/266 con riguardo alla parte che, ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordina l’esame delle prove tecniche da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie.

Con la citata sentenza n. 15777/2010, che si richiama e si condivide, si è chiarito che tale pronuncia, correggendo l’interpretazione che della norma era stata data da questa Corte, che subordinando all’indagine sul verificarsi dell’adulterio la prova della sussistenza o meno del rapporto procreativo comportava che questa, anche se espletata contemporaneamente alla prova dell’adulterio, poteva essere esaminata solo subordinatamente al raggiungimento di quest’ultima, e al diverso fine di stabilire il fondamento del merito della domanda, sicchè, in difetto di prova dell’adulterio, non poteva pronunciarsi il disconoscimento neppure se fosse risultata dimostrata l’incompatibilità genetica o del gruppo sanguigno del figlio rispetto al presunto padre, afferma che la norma consente l’accesso alle prove ematiche anche a prescindere dalla previa prova dell’adulterio perchè la contraria interpretazione viola i principi di libero accesso alla prova e della pienezza del diritto di difesa.

Il corollario, che ammette la possibilità di dimostrare lo stesso adulterio anche ricorrendo alla prova tecnica, non incide però sul momento iniziale del decorso del termine previsto dall’art. 244 c.c., e non interferisce dunque sulla disciplina dettata in tema di decadenza per la quale rilevano solo la scoperta del fatto “adulterio” ed il momento in cui il padre ne sia venuto a conoscenza, quale che sia stata la fonte che lo abbia reso edotto, prescindendo dall’accertamento della sua corrispondenza alla verità, che egli ha semplicemente il potere processuale di dimostrare senza incorrere in preclusioni, dunque attraverso ogni opportuna indagine tesa ad accertare le incompatibilità idonee a dimostrare l’adulterio” Col terzo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 2043 c.c., e art. 567 c.p., e lamenta che la Corte del merito, nel contesto di una motivazione omessa o insufficiente, ne avrebbe fatto malgoverno avendo rigettato la sua domanda risarcitoria avendola ritenuta dipendente da quella principale – rigettata -, pur in presenza della prova acquisita in atti dell’illecito penale rappresentato dalla falsa attestazione di stato dei figli.

I resistenti chiedono il rigetto della censura.

Il motivo deve essere dichiarato inammissibile. Statuito il rigetto della domanda risarcitoria, attesa la sua stretta correlazione con la domanda di disconoscimento, la Corte territoriale ha dichiarato nel contempo inammissibile la prospettazione della nuova causa petenti, siccome assunta a fondamento della domanda risarcitoria solo in sede d’appello in violazione dell’art. 345 c.p.c., laddove è stata riferita al disposto dell’art. 567 c.p. Trattasi di autonoma ratio decidendi contro cui il mezzo in esame non agita critica alcuna.

Tutto ciò premesso, il ricorso devesi rigettare con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidandole in favore di P.B. e I.S. nell’importo di Euro 3.000,00, per compensi, ed Euro 200,00 per spese, in favore di F.V. in egual misura ed in favore di G.V. nell’importo di Euro 2.500,00 per compensi e di Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2013.

 

DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ E MANTENIMENTO FIGLIO, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

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DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ E MANTENIMENTO FIGLIO, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA

  1. Per quanto ancora rileva, con sentenza depositata in data 12 novembre 2012, la Corte d’appello di Bologna ha rigettato il gravame proposto da M.A. nei confronti della decisione di primo grado, che, dopo avere accolto l’impugnazione per difetto di veridicità del riconoscimento della M. da parte di Me.Gi., aveva disatteso la domanda riconvenzionale proposta dalla prima ed intesa ad ottenere la corresponsione delle somme previste per il suo mantenimento in occasione della separazione consensuale intercorsa tra il Me. e la moglie, M.M. .
  2. La Corte territoriale ha rilevato: a) che, fintanto che il figlio è minore, il diritto di chiedere e percepire quanto necessario al suo mantenimento spetta jure proprio a ciascun genitore nei confronti dell’altro; b) che, pertanto, la M.A. non aveva titolo ad agire per il mantenimento dovuto sino al settembre 2002, ossia sino al raggiungimento della maggiore età; c) che, in ogni caso, siffatto diritto era insussistente, in quanto era passata in giudicato la sentenza, avente natura dichiarativa, con la quale era stata accolta l’impugnazione del riconoscimento ed era quindi stata accertata l’inesistenza del rapporto biologico di procreazione da cui solo discende l’obbligo del genitore di provvedere al mantenimento del figlio.

DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ E MANTENIMENTO FIGLIO, AVVOCATO MARTIMONIALISTA BOLOGNACorte di Cassazione sezione I Civile

Sentenza 26 giugno – 24 novembre 2015, n. 23973

Presidente Di Palma – Relatore De Marzo

Svolgimento del processo

  1. Per quanto ancora rileva, con sentenza depositata in data 12 novembre 2012, la Corte d’appello di Bologna ha rigettato il gravame proposto da M.A. nei confronti della decisione di primo grado, che, dopo avere accolto l’impugnazione per difetto di veridicità del riconoscimento della M. da parte di Me.Gi., aveva disatteso la domanda riconvenzionale proposta dalla prima ed intesa ad ottenere la corresponsione delle somme previste per il suo mantenimento in occasione della separazione consensuale intercorsa tra il Me. e la moglie, M.M. .
  2. La Corte territoriale ha rilevato: a) che, fintanto che il figlio è minore, il diritto di chiedere e percepire quanto necessario al suo mantenimento spetta jure proprio a ciascun genitore nei confronti dell’altro; b) che, pertanto, la M.A. non aveva titolo ad agire per il mantenimento dovuto sino al settembre 2002, ossia sino al raggiungimento della maggiore età; c) che, in ogni caso, siffatto diritto era insussistente, in quanto era passata in giudicato la sentenza, avente natura dichiarativa, con la quale era stata accolta l’impugnazione del riconoscimento ed era quindi stata accertata l’inesistenza del rapporto biologico di procreazione da cui solo discende l’obbligo del genitore di provvedere al mantenimento del figlio.
  3. Avverso tale sentenza, M.A. propone ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.

Motivi della decisione

  1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 263 cod. civ., anche in relazione agli artt. 2, 147, 155, 261, 2909 cod. civ., 75, 112, 324 e 79 cod. proc. civ., 30 Cost., art. 6, comma sesto, l. n. 898/1970.

In particolare, la ricorrente osserva: a) che non avrebbe potuto essere rilevato il difetto di legittimazione attiva della figlia, in quanto non era stata impugnata dal Me. la sentenza di primo grado sui punto, con la conseguenza che si era formato il giudicato implicito sulla legitimatio ad causam; b) che la M. , dinanzi al Tribunale si era costituita a mezzo di un curatore speciale nominato ai sensi dell’art. 79 cod. proc. civ., che era legittimato a proporre le azioni conseguenti all’impugnazione del riconoscimento da parte del Me. , come confermato dal coordinamento sistematico con l’art. 279 cod. civ.; c) che, in ogni caso, la M. era divenuta maggiorenne nel corso del giudizio di primo grado e si era costituita a mezzo del proprio difensore, facendo proprie le domande e le eccezioni già coltivate dal curatore speciale; d) che, infine, la sentenza che accoglie la domanda con la quale si impugna il riconoscimento di paternità naturale ha natura costitutiva.

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    Il ricorso è infondato.

Al riguardo, va osservato che l’azione di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, secondo la consolidata ricostruzione di questa Corte, è ammessa in ogni caso in cui il riconoscimento sia obiettivamente non veridico, a nulla rilevando eventuali stati soggettivi di buona o mala fede dell’autore del riconoscimento, e quindi anche nel caso in cui il riconoscimento stesso sia stato effettuato con la consapevolezza dell’altrui paternità (Cass., sez. 1, sentenza del 24 maggio 1991, n. 5886).

Il suo accoglimento, fondato sull’accertamento dell’inesistenza del rapporto biologico di filiazione tra l’autore del riconoscimento e il riconosciuto, comporta, per un verso, l’eliminazione della certezza formale creata dal riconoscimento e, per altro verso, la creazione di una diversa certezza, identificata, appunto, nell’inesistenza dell’indicato rapporto biologico.

Proprio tale caratterizzazione vale a qualificare l’azione disciplinata dall’art. 263 cod. civ. in termini di azione di contestazione dello stato e non del titolo, a differenza, ad es., delle domande di cui agli artt. 265 e 266 cod. civ..

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Da tale premessa discende che l’accoglimento della domanda, in quanto fondato sull’accertamento dell’inesistenza del rapporto biologico di filiazione che rappresenta il presupposto del diritto al mantenimento in favore del riconosciuto, non può che dispiegare i suoi effetti retroattivamente, dal momento che la sentenza, più che porsi come fonte della costituzione, della modifica o dell’estinzione di un rapporto giuridico, ha come contenuto fondamentale l’accertamento del reale stato di famiglia delle parti (per l’affermazione di tale principio, nel caso concreto riferito ad una domanda di disconoscimento di paternità, ma ricostruito con riguardo alla generalità delle azioni di contestazione di stato, v. Cass., sez. 2, sentenza 3 giugno 1978, n. 2782). Anche la giurisprudenza più recente, peraltro, ha avuto modo di precisare, sempre con riferimento agli effetti della pronuncia di accoglimento di una domanda di disconoscimento di paternità: a) che sono da escludere riflessi automaticamente “espansivi” della sentenza, nel senso che essa non è idonea ad elidere per sua propria naturale forza e natura – siccome pronuncia attinente allo “stato” delle persone – tutte le già eventualmente intervenute pronunce giurisdizionali che presuppongano quella condizione di “stato”, acclarata poi come inesistente, anche quando ormai munite dell’efficacia del giudicato; b) che, di fronte ad una pronuncia passata in giudicato di separazione che abbia fissato a carico del “supposto padre” un contributo di mantenimento a favore del figlio, la eliminazione di un tal obbligo non può che passare attraverso la tipica attivazione della procedura prevista dagli artt. 155 cod. civ. e dall’art. 710 cod. proc. civ.; c) che, tuttavia – ed è il punto che maggiormente rileva ai fini che qui interessano – la peculiarità del quadro sotteso ad una pronuncia che affermi ti difetto di paternità non può che naturalmente implicare una naturale e del tutto peculiare retroattività della pronuncia di revisione a partire dalla stessa data di passaggio in giudicato della pronuncia ex art. 235 cod. civ., rispetto alla data della eventuale richiesta di revisione (Sez. 1, sentenza del 16 aprile 2003, n. 6011).

La puntualizzazione appare non collidente con le conclusioni raggiunte con la presente decisione, dal momento che il passaggio in giudicato della sentenza di disconoscimento di paternità viene ad assumere, nella ricostruzione della sentenza n. 6011 del 2003, il significato di atto idoneo a superare l’autorità del giudicato avente ad oggetto il diritto al mantenimento.

In altre parole, ferma restando la necessità del procedimento di modifica o di revisione nell’ipotesi che quest’ultimo diritto trovi il suo fondamento in una pronuncia passata in giudicato di separazione o di divorzio, “l’intervenuto accertamento giudiziale dell’assenza di qualsiasi reale rapporto di filiazione, non può non rendere più che mai privo di ogni reale giustificazione (…), sul piano della stessa coscienza sociale, il successivo proseguirsi di ogni tipo di contribuzione di “mantenimento” fondata proprio su tale insussistente, invece, qualità di figlio” (Cass. n. 6011 del 2003 cit.), al punto da porsi, una volta acquisita l’autorità di giudicato idonea a superare gli effetti del precedente titolo giudiziale, come fatto rilevante anche sul piano cronologico rispetto alla stessa data di introduzione del giudizio di revisione o di modifica.

Ora, nel caso di specie, va rilevato che la domanda della ricorrente: a) in quanto proposta quando già ella poteva fruire del titolo rappresentato dall’accordo di cui alla separazione consensuale omologata tra l’autore del riconoscimento e sua madre, non era evidentemente sorretta da alcun interesse, dal momento che si trattava soltanto di azionare la pretesa esecutiva; b) mentre, con riferimento al periodo successivo alla pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio – che, secondo quanto afferma la stessa ricorrente, nulla aveva statuito rispetto al mantenimento della allora minore -, trova un limite, per quanto sopra detto, nell’intervenuto accertamento del difetto di veridicità del riconoscimento, che dispiega i suindicati effetti retroattivi senza incontrare nella pronuncia divorzile l’ostacolo di un giudicato avente ad oggetto il diritto al mantenimento invocato. In senso contrario non si è espressa la decisione richiamata dalla ricorrente (Cass., sez. 1, sentenza del 16 gennaio 2012 n. 430), la quale, pur in effetti qualificando in motivazione come costitutiva la sentenza di accoglimento della domanda di disconoscimento della paternità, non si occupa della proiezione dei suoi effetti giuridici nel tempo e, in particolare, della natura della sentenza stessa, ma si limita ad affermare che tale decisione, in quanto pronunciata nei confronti del P.M. e di tutti gli altri contraddittori necessari, assume autorità di cosa giudicata erga omnes, essendo inerente allo status della persona.

Ma tale conclusione, al di là delle diverse questioni concrete affrontate, è identica a quella raggiunta da Cass. 2782 del 1978 cit..

Va, infine, aggiunto che i risultati interpretativi sopra esposti non sono contrastati né dal principio di cui all’art. 185 cod. pen., dal momento che essi non comportano alcun vantaggio dall’autore del reato ravvisabile nel falso riconoscimento ma solo la mancata esposizione dello stesse ad obblighi privi di fondamento (altre essendo le sanzioni che anche sul piano civilistico possono raggiungerlo: e, in effetti nel caso d, specie, il Me. è stato condannato al risarcimento del danno morale) né dal rischio che la ricorrente possa essere chiamata a restituire le somme ricevute macché, per quanto detto, il versamento è stato sorretto, sino a,la pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio, dal titolo rappresentato dalla separazione consensuale omologata.

  1. In conclusione, il ricorso va rigettato. Non si provvede alla regolamentazione delle spese, in quanto gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 116 del 2002, si dà atti della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente principale dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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