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ART 570 CP MANCATO PAGAMENTO ALIMENTI AL CONIUGE E FIGLI – AVVOCATO BOLOGNA

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ART 570 CP MANCATO PAGAMENTO ALIMENTI AL CONIUGE E FIGLI – AVVOCATO BOLOGNA

Quando il coniuge non ha mezzi pe run tenore di vita adeguato  (spesso è la moglie a trovarsi in tale condizione, soprattutto quando abbia rinunciato, a beneficio della famiglia, a coltivare le proprie aspirazioni professionali), il giudice può imporre all’altro un obbligo di versare un assegno periodico, la cui entità deve essere determinata tenendo conto dei redditi del coniuge obbligato e dei bisogni dell’altro.

Questo assegno, tuttavia, non può essere attribuito al coniuge al quale sia stata addebitata la responsabilità della separazione, al quale, ricorrendone i presupposti, può essere riconosciuto solo il diritto agli alimenti, cioè a ricevere periodicamente una somma di denaro nei limiti di quanto necessario al suo sostentamento.

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Il diritto del minore alla bigenitorialità
La separazione personale tra i coniugi, il divorzio, la nullità del matrimonio e la cessazione della convivenza coniugale non debbono mai avere effetti pregiudizievoli sulla prole, non debbono mai ledere interessi e diritti della stessa. Quest’ultima, infatti, non ha alcuna responsabilità della crisi tra i propri genitori, anzi ne è sicuramente una vittima, dato che sente perdere i suoi punti fissi di riferimento, vede svanire il rapporto tra i propri genitori a cui è stata sempre abituata. In modo chiaramente esemplificativo, infatti, la dottrina si esprime in questi termini: ”il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare la prole non muta il suo contenuto a seconda che si versi nella fase patologica piuttosto che nella fase fisiologica della vita familiare: esso deriva dall’atto stesso della procreazione, si perpetua fino al raggiungimento, da parte dei figli, della piena autosufficienza economica”

Nella causa di separazione tra i coniugi, il giudice dispone l’obbligo di corresponsione di un assegno di mantenimento, tenendo in considerazione i seguenti fattori:

  • le attuali esigenze del figlio;
  • il tenore di vita goduto dal minore in costanza di convivenza con entrambi i genitori;
  • la permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di ciascun genitore;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
  • Il nostro legislatore dispone che ciascun genitore è obbligato al mantenimento dei figli, in misura proporzionale al proprio reddito.
  • In caso di separazione, il giudice dispone l’obbligo di corresponsione di un assegno di mantenimento, tenendo in considerazione i seguenti presupposti:
    • attuali esigenze del figlio;
    • tenore di vita tenuto dal minore in costanza di convivenza con entrambi i genitori;

 

  • Anche in una precedente pronuncia la Corte di Cassazione, con la sentenza n.7372/2013, ha cercato di tutelare i padri separati e disoccupati che non riescono ad onorare il pagamento dell’assegno di mantenimento verso la famiglia, stabilendo che «la sola condizione di disoccupazione non è un motivo valido per giustificare il mancato adempimento degli obblighi di mantenimento ma e’ necessario valutare la reale condizione economica dell’interessato». Quindi, bisogna valutare se il padre percepisce un sussidio, se questo sia l’unico reddito disponibile e se l’uomo abbia la reale possibilità di dedicare una parte delle sue entrate all’adempimento degli obblighi verso l’ex moglie e il figlio. Ovviamente il padre e’ tenuto al mantenimento ma questo obbligo non deve compromettere gli elementi minimi del proprio sostentamento.

 

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  • Tale applicazione si fonda su quanto stabilito dalla Corte di legittimita’ nella sua piu’ autorevole composizione (Sez. U, n. 23866 del 31/01/2013 – dep. 31/05/2013, S., Rv. 255271) in merito alla riconducibilita’ della sanzione prevista per la violazione di cui alla Legge 1 dicembre 1970, n. 898, articolo 12 sexies, come aggiunto dalla l. 6 marzo 1987 n. 74, alla fattispecie di cui all’articolo 570 c.p., comma 1, poiche’ in esso e’ prevista la violazione di assistenza morale e materiale del coniuge, cui puo’ riconnettersi anche l’omesso adempimento economico.
  • La citata equiparazione pero’ non considera la specificita’ del reato ritenuto, cosi’ come gia’ tratteggiata nella pronuncia richiamata, ove si chiarisce che l’inadempimento all’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato realizza la condotta illecita prevista dall’articolo 570 c.p., comma 1, ove questo si accompagni agli ulteriori elementi costitutivi della fattispecie, con cio’ dovendosi intendere che, per la sussistenza di quel reato, deve potersi accertare che l’inadempimento economico si riconnette ad una volonta’ inadempiente direttamente correlata alla deliberata negazione del vincolo di assistenza ancora sussistente, che per l’effetto possa considerarsi contraria all’ordine o alla morale della famiglia, secondo quanto richiesto dalla disposizione invocata quale elemento caratterizzante della condotta tipica del reato.

 

  • In conseguenza di tale caratterizzazione, assente nella fattispecie applicabile in caso di divorzio, la verifica sulle cause dell’inadempimento deve essere piu’ accurata, non potendosi in tal caso applicare i criteri interpretativi stabiliti per l’articolo 570 c.p., comma 2, per la diversita’ dei presupposti.
  • Invero solo in quest’ultimo caso lo stato di bisogno del beneficiario esclude la rilevanza della condizione economica dell’obbligato, in quanto la condizione di disagio concreto del creditore esige un obbligo di attivazione superabile solo con la dimostrazione, che grava sull’obbligato, dell’assoluta impossibilita’ di adempiere.

 

 

. Con la decisione indicata in epigrafe la Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del 15 febbraio 2008 con cui il Tribunale di Avellino aveva condannato L.G. alla pena di due mesi di reclusione ed Euro 500,00 di multa in ordine al reato di cui all’art. 570 c.p., per essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e di genitore, omettendo di contribuire al mantenimento della propria moglie, R.M. A., e dei figli C. e A.; con la stessa sentenza l’imputato è stato condannato al risarcimento dei danni in favore del coniuge, costituitosi parte civile, con la sospensione della pena subordinata all’avvenuto risarcimento dei danni entro due mesi dal passaggio in giudicato della sentenza.

 

In particolare, risulta accertato che l’imputato dal dicembre 2004 fino al marzo 2005 ha omesso di versare le somme stabilite dal giudice civile in sede di separazione, riprendendo a versarle regolarmente nell’aprile 2005, per poi sospendere dal gennaio 2007 la corresponsione della rata del mutuo, pari ad Euro 315,00 mensili, acceso sulla casa coniugale, costringendo la moglie a ripianare il debito con la banca utilizzando la stessa somma che l’imputato le versava a titolo di mantenimento.

 

Avvocato penalista e ricorsi per Cassazione : difesa penale nel processo penale. Non garantisco mai il risultato perché' non sarebbe corretto, garantisco il mio impegno professionale. Avvocato penalista a Bologna, avvocato penale a Bologna PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

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Non garantisco mai il risultato perché’ non sarebbe corretto, garantisco il mio impegno professionale.
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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 8 maggio – 24 luglio 2014, n. 33023

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE ROBERTO Giovanni – Presidente –

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere –

Dott. FIDELBO Giorgio – rel. Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

L.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 28 marzo 2012 emessa dalla Corte d’appello di Napoli;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

udita la relazione del Consigliere Dr. Giorgio Fidelbo;

udito il sostituto procuratore generale Dr. Canevelli Paolo, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;

udito l’avvocato Schettino Annibale che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

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  1. Con la decisione indicata in epigrafe la Corte d’appello di Napoli ha confermato la sentenza del 15 febbraio 2008 con cui il Tribunale di Avellino aveva condannato L.G. alla pena di due mesi di reclusione ed Euro 500,00 di multa in ordine al reato di cui all’art. 570 c.p., per essersi sottratto agli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e di genitore, omettendo di contribuire al mantenimento della propria moglie, R.M. A., e dei figli C. e A.; con la stessa sentenza l’imputato è stato condannato al risarcimento dei danni in favore del coniuge, costituitosi parte civile, con la sospensione della pena subordinata all’avvenuto risarcimento dei danni entro due mesi dal passaggio in giudicato della sentenza.

La Corte d’appello, richiamando la sentenza di primo grado, ha ritenuto integrato il reato con riferimento all’omesso versamento mensile della somma di Euro 315,00 per il pagamento del mutuo acceso per l’acquisto della casa coniugale.

  1. L’avvocato Annibale Schettino, nell’interesse dell’imputato, ha proposto ricorso per cassazione.

Con il primo motivo ha dedotto la violazione dell’art. 516 c.p.p., art. 521 c.p.p., comma 2 e art. 522 c.p.p., comma 1, sostenendo che l’imputato è stato condannato per un fatto diverso da quello contestato nell’imputazione, che non faceva riferimento all’omesso pagamento della rata del mutuo.

Con il secondo motivo ha denunciato il vizio di motivazione sotto forma del travisamento per omissione della prova, nonchè l’erronea applicazione degli artt. 570 e 47 c.p. In particolare, si assume che i giudici di merito non abbiano valutato le ordinanze rese ex art. 700 c.p.c., prodotte agli atti, con cui il giudice civile ha rigettato le domande volte ad ottenere che l’imputato fosse gravato del pagamento del mutuo e delle quote condominiali straordinarie, trattandosi di questioni patrimoniali estranee al giudizio di separazione, escludendo inoltre che tali pagamenti possano rientrare tra gli obblighi di mantenimento dei figli. Sulla base di tale documentazione i giudici avrebbero dovuto considerare diversamente la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, essendo evidente la incolpevole percezione della realtà da parte dell’imputato circa l’insussistenza del proprio obbligo al versamento delle rate del mutuo.

Motivi della decisione

  1. Il primo motivo è inammissibile, in quanto non risulta essere stato dedotto nell’atto di appello.
  2. Il secondo motivo è infondato.

Deve ritenersi corretta la decisione dei giudici di merito che hanno ritenuto sussistente il reato di cui all’art. 570 c.p. anche in ordine al mancato pagamento delle rate di mutuo della casa coniugale.

In particolare, risulta accertato che l’imputato dal dicembre 2004 fino al marzo 2005 ha omesso di versare le somme stabilite dal giudice civile in sede di separazione, riprendendo a versarle regolarmente nell’aprile 2005, per poi sospendere dal gennaio 2007 la corresponsione della rata del mutuo, pari ad Euro 315,00 mensili, acceso sulla casa coniugale, costringendo la moglie a ripianare il debito con la banca utilizzando la stessa somma che l’imputato le versava a titolo di mantenimento.

Questo Collegio condivide quanto sostenuto nella sentenza impugnata, secondo cui tra i mezzi di sussistenza deve ricomprendersi anche l’alloggio familiare, sicchè è responsabile del reato previsto dall’art. 570 c.p. anche il coniuge che con la sua condotta rischia di far perdere alla moglie e ai figli la casa in cui vivono: in altri termini la “casa di abitazione” rientra tra i mezzi di sussistenza che devono essere assicurati al coniuge e ai minori (cfr., Sez. 6, 1 ottobre 1986, n. 12989, Pasquali).

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Nel caso in esame, l’imputato, pur riprendendo a versare le somme stabilite dal giudice civile in favore del coniuge, ha tuttavia omesso di contribuire al pagamento del mutuo per l’abitazione, in questo modo privando sostanzialmente la moglie del contributo per il mantenimento, che è stato distratto per il pagamento del mutuo.

La Corte territoriale ha, quindi, riconosciuto la situazione di un vero stato di bisogno della persona offesa, che è dovuta ricorrere all’aiuto economico dei familiari.

Dinanzi a questa ricostruzione dei fatti i motivi dedotti nel ricorso si rivelano del tutto infondati: nessun rilievo possono avere ai fini della configurabilità del reato i provvedimenti con cui il giudice civile ha respinto le istanze della moglie trattandosi di profili relativi ad un inadempimento contrattuale; quanto al profilo soggettivo, si ricorda che il reato in questione presuppone il dolo generico, non essendo necessario per la sua realizzazione che la condotta omissiva venga posta in essere con l’intenzione e la volontà di far mancare i mezzi di sussistenza alla persona bisognosa (Sez. 6, 22 dicembre 2010, n. 785, S.).

  1. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 8 maggio 2014.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2014

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