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Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

SENTENZA MOLTO IMPORTANTE DEL TRIBUNALE DI FORLI SULLA RESPONSABILITA’ MEDICA

l c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita, è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo. Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”

Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti.

Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale

 ACALCOLODANNOFOTO BELLA

“ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

(…)mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita, è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo. Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”

 

alibbri e artello

“ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

(…)mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita, è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo. Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”

Gli attori, P.R. a e P.V. rispettivamente figlia e coniuge di B.R.(deceduta il 4.10.2007) esponevano che:

il 9 gennaio 1998 la sig.ra B. era stata ricoverata presso il reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale G.B. Morgagni di Forlì, in seguito aduna frattura occorsale al femore sinistro;

durante il ricoveroi sanitari avevano occasione di accertare chela signora B. presentava un’importante neoformazione a carico della parete mammaria di destra, dall’esame tumorale al sistema linfatico, di grado avanzatissimo e dital severità da consentirle poche possibilità di sopravvivenza;

l’arto fratturato, pur in presenza della concomitante patologia tumorale doveva essere operato;

il successivo 13 gennaio 1998, veniva eseguito intervento di “osteosintesi endomidollare con infissione del c.d. chiodo di Kuntscher” all’interno del femore;

la paziente, contro ogni aspettativa, guarivacompletamente dalla grave patologia tumorale in corso;

nondimeno, immediatamente dopo l’intervento al femore sviluppava un’ingravescente e recidivante infezione “in situ”;

in particolare, il giorno successivo all’intervento (14 gennaio 1998) si registrava notevole rialzo febbrile con temperatura corporea che raggiungeva i 38,6 °C e, solo in seguito a tale evidenza, i sanitari decidevano di somministrare terapia antibiotica;

in data 2 maggio 1998 l’esame colturale condotto sul sangue risultava positivo per Stafilococco Epidermidis, mentre risultavano a più riprese positivi per Stafilococco Aureo i tamponi condotti a livello del tramite fistoloso in corrispondenza dei tessuti molli della coscia sinistra (nonostante la somministrazione di numerosi e specifici farmaci antibiotici, quali la teicoplanina e la vancomicina);

l’osteomielite cronica recidivante cui era andata incontro la signora B. era attribuibile all’infezione primaria del sito chirurgico contratta in concomitanza con l’intervento di osteosintesi effettuato in data 13 gennaio 1998;

nel corso dei successivi 5 anni la sig.ra B. trascorreva ben 230 giorni di ospedalizzazione, fino a che, in data 26 ottobre 2002, il quadro clinico imponeva comunque, nonostante le dolorosissime terapie sostenute, la disarticolazione dell’arto;

il tipo di approccio radicale con cui le era disarticolata la gamba, imposto dalla necessità di tutelare i tessuti limitrofi dal rischio che il processo infettivo, oramai prossimo all’acetabolo, potesse espandersi, impediva qualunque successivo intervento di protesizzazione, così rassegnando la sig.ra B. a condizioni di pressoché totale invalidità, che le stravolgeva la vita, e con essa quella dei familiari più prossimi, i quali le prestavano permanente assistenza sino alla sua morte, avvenuta dopo quasi dieci anni il 4 ottobre 2007 aseguito di una nuova neoplasia a carico del sistema respiratorio,patologia avulsa da quanto occorsole in precedenza;

lo stato di infezione da cui erano derivate le successive problematiche, che avevano portato poi all’amputazione della gamba, era stato generato dalla mancanza di somministrazione di una qualsiasi profilassi antibiotica pre operatoria, nonché della somministrazione di antibiotici nell’immediato post operatorio;

vi era dunque una responsabilitàdella struttura sanitaria per la comparsa di una infezione del sito chirurgico, non avendo il nosocomio messo in atto tutti quei comportamenti e quelle misure di sicurezza in grado di contrastarne la comparsa;

sussisteva perciò la responsabilità contrattuale della Azienda Unità Sanitaria Locale di Forlì, essendo evidente il nesso causale tra l’infezione primaria del sito chirurgico (contratta in concomitanza con il primo intervento di osteosintesi, condotto in data 13 gennaio 1998) e l’osteomielite cronica recidivante cui era andata incontro la signora B.;

gli attori avevano quindi diritto al risarcimento del danno, comprensivo del danno non patrimoniale proprio nonché del danno biologico iure hereditatis.

Concludevano chiedendo la condanna della convenuta al pagamento della somma così come calcolata in atti ovvero nellamisura ritenuta di giustizia.

La società convenuta si costituiva, con comparsa depositata il 30.07.2012, osservando che l’infezione doveva essere attribuita alla neoplasia in atto ed in generale alla situazione già gravemente compromessa in cui versava la signora B. al momento dell’intervento, onde nessun comportamento negligente poteva essere imputato ai sanitari che avevano eseguito l’intervento. Concludeva chiedendo che il Tribunale respingesse le domande degli attori.

Nelle more del giudizio, in data 19.06.2012, decedeva il sig. P.V., e con comparsa in riassunzione del 4.10.2012 la signora P.R. si costituiva quale erede unica del padre.

Preliminarmente pare opportuno sintetizzare l’orientamento dei giudici di merito e di legittimità, costante ormai da molti anni, in tema di responsabilità, nei confronti del paziente danneggiato, a carico della struttura sanitaria e del sanitario operante.

In primo luogo, per quanto concerne la responsabilità dell’ospedale o della struttura (anche quando si tratti di un’organizzazione di fatto e anche per le ipotesi di occasionalità della stessa struttura), è possibile ricordare fra le molte altre i principi affermati da Cass. Sez. 3, n. 1620 del 3 febbraio 2012 (Presidente e relatore; Petti), Cass. Sez. 3, n. 975 del 16 gennaio 2009 (Presidente Vittoria Estensore Finocchiaro) e Cass. Sez. 3, n. 7997 del 18 aprile 2005, Cass. Sez. 3, sentenza n. 13953 del 14/06/2007 (Presidente Fiduccia Estensore Trifone), Cass. Sezione 3, sentenza 13066 del 14 luglio 2004, Cass. Sezione 3, sentenza n. 11488 del 21 giugno 2004. Da tali pronunce si ricava, in breve, che l’ospedale (o la struttura) risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente:

per fatto proprio, ex art, 1218 cod. civ., nei casi in cui quei danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura;

per fatto altrui, ex art. 1228 cod. civ., allorquando (come nel caso presente) i danni siano dipesi dalla colpa dei sanitari di cui la struttura si sia avvalsa a qualunque titolo.

Più in particolare:

il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) trova fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo lato sensu alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze;

la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medicoprofessionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto;

il principio generale emergente dall’art. 1228 cod. civ., secondo il quale, nell’adempimento dell’obbligazione importante la possibile insorgenza di una responsabilità di tipo contrattuale, il debitore risponde anche dell’opera dei terzi della cui collaborazione si avvale, è applicabile anche al rapporto tra medico operatore e personale di supporto messogli a disposizione da una struttura

sanitaria dalla quale il medico non dipende, dovendosi esigere dal chirurgo operatore un dovere di controllo specifico sull’attività e sulle iniziative espletate dal personale sanitario con riguardo a possibili e non del tutto prevedibili eventi che possono intervenire non solo durante, ma anche prima dell’intervento e in preparazione di esso.

Passando alla distribuzione dell’onere probatorio, è qui sufficiente rinviare a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1538 del 26/01/2010, a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20101 del 18/09/2009, e a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 975 del 16/01/2009, come pure alle successive conformi. Le citate pronunce, in tema di responsabilità civile nell’attività medico chirurgica, affermano che:

qualora sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) oltre che del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari;

a carico dell’obbligato sia esso il sanitario ovvero la struttura si configura invece l’onere di provare che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile.

Peraltro, come è stato statuito fra le molte da Cass., Sez. 3, nella sentenza n. 15993 del 21/07/2011, da Cass. Sez. 3, Sentenza n. 24791 del 08/10/2008 e prima ancora dalle Sezioni unite (Cass. Sez. U, Sentenza n. 577 del 11/01/2008, è necessario sottolineare che l’insuccesso o il parziale successo di un intervento di routine, comunque, con alte probabilità di esito favorevole, implica di per sé la prova dell’anzidetto nesso di causalità. Infatti quel nesso, in ambito civilistico, consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra il comportamento e l’evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”.

Ciò porta a enucleare, in tema di onere della prova nella materia in esame, il principio generale seguente:

il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato;

rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.

Ancora più sinteticamente, si può dire che il paziente che alleghi di aver patito un danno alla salute in conseguenza dell’attività professionale del medico, ovvero di non avere conseguito alcun miglioramento delle proprie condizioni di salute nonostante l’intervento del medico, deve provare unicamente l’esistenza del rapporto (col sanitario o) con la struttura e l’insuccesso dell’intervento, e ciò anche quando l’intervento sia stato di speciale difficoltà. Invero, come è stato chiarito dalle pronunce da ultimo ricordate, l’esonero di responsabilità di cui all’art. 2236 cod. civ. non incide sui criteri di riparto dell’onere della prova.

ABASTAIncombe, invece, sul medico (o sulla struttura), per evitare la condanna in sede risarcitoria, l’onere di provare che l’insuccesso dell’intervento sia dipeso da fattori indipendenti dalla propria volontà e tale prova va fornita dimostrando di aver osservato nell’esecuzione della prestazione sanitaria la diligenza normalmente esigibile da un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione.

Nella presente vicenda,fatta applicazione di tali principi e rilevato che non vi è stata alcuna istruttoria orale (ad eccezione di quella inerente i rapporti tra la defunta e gli attori e l’assistenza da questi ultimi prestata durante il decorso della malattia) la decisione della controversia può e deve fondarsi sulla relazione depositata il 13.01.2015 dal C.T.U. dott. R.B., che con ampia e approfondita argomentazione perviene a coerenti conclusioni che il giudice ritiene senz’altro di poter condividere.

In particolare, il consulente d’ufficio, ha evidenziato che: “il tipo di intervento, la coesistenza sistemica di una patologia neoplastica, la presenza di varie lesioni osteolitiche femorali, nonché ulteriore lesione ripetitiva allo sterno, la lunga degenza ospedaliera preoperatoria, rendevano necessaria la profilassi antibiotica” (p. 27 relazione peritale); che “la paziente era sicuramente affetta da malattia neoplastica, malattia che ne indeboliva le difese immunitarie, come universalmente noto in campo medico, rendendola esposta a molteplici agenti infettivi” ; che dunque “se i sanitari erano convinti di intervenire su di una frattura patologica, primitiva o secondaria che fosse, e da quanto scritto in cartella lo erano (giustamente), allora dovevano anche essere ben consci dei rischi infettivi che questo comportava” (p. 28); che è estremamente importante “eseguire una profilassi antibiotica quando si impiantano mezzi di sintesi, specialmente nelle dimensioni di un chiodo endomidollare”, atteso che “in questa tipologia di interventi…i batteri, presenti in piccole quantità anche nel flusso ematico di persone sane o asintomatiche, quando vengono a contatto con un mezzo metallico secernono una glicoproteina a scopo difensivo che li avvolge, come un bozzolo, e che li rende inattaccabili agli antibiotici ed alle difese del soggetto e gli permette una sopravvivenza anche di decine e decine di anni seppur asintomatici” (p. 28); che “in condizioni locali o generali di immunodepressione od in presenza di quantità batteriche maggiori, l’infezione può esplodere violenta, protetta per così dire dall’azione degli antibiotici a causa della presenza del metallo e del bozzolo protettivo che questo causa, come nel caso per cui è causa”; che “il batterio isolato in questo caso è lo StphylococcusAureus MRSA, batterio di sicura provenienza nosocomiale” (p. 29 elaborato peritale); che “la profilassi antibiotica deve essere iniziata immediatamente prima delle manovre anestesiologiche e comunque nei 30 60 minuti che precedono l’incisione della cute” (p. 27 elaborato peritale); che, nel caso di specie “averla iniziata a distanza di oltre 24 ore dall’intervento ha reso la stessa estremamente meno efficace se non inutile”; che, inoltre, “l’antibiotico utilizzato…prevedeva in scheda tecnica la somministrazione, in caso di prevenzione delle infezioni post chirurgiche di 1 g. i.m. o 1 2 gr. i.m. e.v. in dose singola, un’ora prima dell’intervento, onde utilizzare la dose minima in soggetto oncologico e con infezione già in atto pare quantomeno censurabile” (p. 29 relazione peritale).

Il CTU in risposta alle osservazioni rassegnategli dal consulente di parte avversa (e segnatamente in relazione alla possibilità che l’infezione sia occorsa a seguito di contaminazione da altre foci conseguenti all’immunodepressione causata dal linfoma) ha avuto modo di precisare che “a livello possibilistico tutto è possibile, ma come già ampiamente esposto i sanitari non hanno adottato le minime misure di profilassi preoperatoria, necessarie proprio perché il soggetto era atteso come immunodepresso e facile alle infezioni, a causa della malattia neoplastica già nota” (cfr. p. 36).

Sulla scorta di tali premesse, il consulente tecnico d’ufficio è quindi pervenuto alle seguenti sintetiche conclusioni: “l’intervento chirurgico a cui venne sottoposta parte ricorrente in data 13/01/1998 era necessario e venne eseguito con adeguata perizia. È peraltro riscontrabile un profilo di negligenza nel non aver eseguito la profilassi antibiotica peri operatoria. A seguito dell’intervento si è instaurata una osteomielite da mettere in relazione di causalità probabilistica con la mancata profilassi antibiotica, e che ha portato ad una disarticolazione d’anca a sinistra con impossibilità alla protesizzazione.Il danno derivante dalla negligenza, stabilito che il criterio utilizzato sul nesso di causalità, che non può essere quello di certezza, ma più concretamente un criterio di probabilità medio alta, è consistito in osteomielite femore in paziente affetto da Linfoma N. H. che ha determinato la necessità di disarticolazione dell’anca sinistra” (cfr. pp.39 e 40 dell’elaborato peritale).

Il CTU pertanto ascrive ai sanitari operanti presso la società convenuta un profilo di condotta professionale colposa in merito all’esecuzione della profilassi antibiotica preoperatoria.

Alla luce dei principi in tema di responsabilità sanitaria riepilogati all’inizio di questa motivazione e tenuto conto delle conclusioni del CTU (che superano efficacemente e persuasivamente le critiche sollevate dal consulente di parte nominato dalla convenuta e riportate in comparsa conclusionale), si deve perciò riconoscere sussistente la responsabilità della società convenuta nella causazione della patologia (osteomielite) riscontrata nella paziente e nella successiva disarticolazione d’anca a sinistra, con impossibilità alla protesizzazione, per il profilo di colpa sopra evidenziato.

Quanto alla liquidazione dei danni, partendo dal danno non patrimoniale iure proprio cagionato dalla perdita della madre per P.R. e della moglie, per il defunto P.V., assumendo quali parametri le tabelle milanesi, come da costante orientamento di questa sezione, il danno va liquidato in misura prossima al massimo previsto, cioè in Euro 320.000, in quanto si ritiene che le circostanze del decesso, in particolare l’infezione recidivante ed ingravescente che ha afflitto la sig.ra B.R. per quasi 5 anni, per poi portare al terribile esito, sempre temuto, della disarticolazione dell’arto, senza possibilità di protesi, e in generale il lunghissimo iter di malattia e di ricoveri ospedalieri in condizioni gravissime (durato quasi 10 anni), che hanno preceduto la morte, siano circostanze talmente penose e foriere di angoscia e sofferenza, per una figlia ed un coniuge, da indurre il Tribunale alla suddetta quantificazione.

Si aggiunga che, dalla espletata istruttoria orale, è stato pienamente confermato sia il legame particolarmente forte degli attori con la defunta sia il totale stravolgimento della vita degli stessi, i quali seguirono a dir poco assiduamente la signora B. in tutte le esigenze sia fisiche che psicologiche che accompagnarono il decorso della sua grave patologia (cfr. verbale di udienza del 7.11.2013).

Venendo alla quantificazione del danno subito dalla defunta e qui fatto valere dagli attori iure hereditatis, le voci dai medesimi esposte sono relative al danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale ed al danno biologico permanente.

Sul punto si osserva preliminarmente in linea generale che secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo (Cass. Civ, sez. III, 13 gennaio 2009 n. 458; Cass. Civ. sez. 3, gennaio 2008 n. 870).

Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva (cfr. Cass. n. 10980 del 9.8.2001, in senso conforme Cass. n..35661 del 1998; Cass. 489 del 1999 e Cass. n. 14767 del 2003, Cass. Civ. Sez. III n. 19057 del 2003; da ultimo Cass. 2297/2011).

Nel caso di specie può sicuramente essere riconosciuto in favore degli attori il diritto al risarcimento del danno biologico terminale essendo venuta la morte di B.R. dopo quasi 10 anni dall’intervento e, quindi, sulla base dei suesposti principi dopo un apprezzabile lasso di tempo.

Inoltre, essendo pacifico che il decesso si è verificato per causa diversa, occorre tenere presenti i principi sopra ricordati in materia di liquidazione del danno da invalidità permanente.

Ebbene, il c.t.u. ha individuato una inabilità temporanea al 75% di 120 giorni, una inabilità temporanea parziale al 50% di 450 giorni ed una inabilità temporanea parziale al 25% di altri 250 giorni (p. 40 elaborato peritale) nonché un danno permanente, con riferimento alla integrità psico fisica, nella misura del 59%.

Con riferimento a quest’ultima voce l’esigenza di una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale biologico e di ogni altro danno non patrimoniale connesso alla lesione della salute, conseguente all’indirizzo giurisprudenziale di cui alle sentenze del novembre 2008 delle Sezioni Unite (dalla n.26972 alla n.26975), trova soddisfazione nella scelta di questo Tribunale di adottare le tabelle 2014 del Tribunale di Milano in quanto riproducono i “valori monetari medi, corrispondenti al caso di incidenza della lesione in termini standardizzabili in quanto frequentemente ricorrenti (sia quanto agli aspetti anatomo funzionali, sia quanto agli aspetti relazionali, sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva)” (così le relative note esplicative).

Pertanto, una invalidità del 59% in un soggetto di anni 61 al momento del fatto (il momento della disarticolazione dell’arto deve considerarsi quello in cui il danno si è stabilizzato) comporterebbe una liquidazione del danno biologico di €.431.388,00, valutato all’attualità.

Occorre, inoltre, tenere conto che le tabelle milanesi propongono una personalizzazione “complessiva” della liquidazione del danno non patrimoniale laddove il caso concreto presenti peculiarità che vengano allegate e provate (anche in via presuntiva) dal danneggiato ed in particolare:

sia quanto agli aspetti anatomo – funzionali e relazionali;

sia quanto agli aspetti di sofferenza soggettiva.

Tale personalizzazione si attua mediante la liquidazione di una percentuale dell’’ammontare del danno biologico da invalidità permanente fino ad un massimo, che, con riferimento al caso di specie, è previsto nel 25%.

Tanto premesso occorre tenere conto, ai fini della liquidazione del danno, che parte attrice ha allegato e provato la sussistenza di circostanze soggettive tali da comportare una personalizzazione del danno biologico in esame sotto l’aspetto dinamico – relazionale: dall’espletata istruttoria orale è emerso, infatti, un peggioramento delle condizioni di vita della paziente che si è tradotto nell’impossibilità per B.R. di svolgere le normali attività della vita quotidiana, tanto da dovere essere assistita giorno e notte, anche dal punto di vista psicologico (cfr. verbale udienza 7.11.2013 testi B.A.N. e C.L.).

Ancora, si rende necessario procedere ad una personalizzazione del danno biologico finalizzata al riconoscimento della sofferenza morale trattandosi di macropermanente comportante rilevanti problemi di sofferenza fisica.

Passando alla quantificazione in termini monetari delle suddette ulteriori componenti di danno, si ritiene applicabile, alla luce del criterio proposto dalle tabelle di Milano del 2014, un aumento percentuale pari al 25% del danno biologico, per l’ammontare di €.107.847,00 (totale €. 539.235,00).

Tuttavia, come si è già avuto modo di specificare sopra, sulla scorta della giurisprudenza citata, i criteri tabellari per la liquidazione del danno alla salute (da IP) tengono conto dell’età del leso in relazione all’ordinario periodo di sopravvivenza collegato ad essa, ma, quando il danneggiato muore prima della liquidazione, la durata della vita è nota e non costituisce più un dato presunto e di ciò occorre tenere conto.

A ciò consegue che l’importo tabellare va innanzitutto calcolato per il periodo di sopravvivenza media in relazione all’età, moltiplicando, quindi, il risultato ottenuto per il periodo di sopravvivenza concreta.

Dandosi atto di operare il riferimento non già alla vita media di sopravvivenza, come dato generale, bensì, più opportunamente, all’aspettativa/speranza di vita media che, come noto, varia con l’età, dalle relative Tabelle ISTAT per la popolazione femminile relative all’anno 2002 (anno della disarticolazione dell’arto) si evince che la prospettiva di vita della B. era pari ad ancora anni24 circa.

Suddividendo l’importo totale di Euro 539.235,00 per tale denominatore, si ottiene un importo annuo di Euro 22468,125, un importo mensile di Euro 1872, 34 e giornaliero di Euro 61,55, che, moltiplicato per quelli di effettiva sopravvivenza della B. (1803), porta ad una somma finale di Euro 110974,65 calcolata all’attualità.

Passando alla liquidazione del danno non patrimoniale conseguente alla ritenuta invalidità temporanea, a seguito dell’intervento del 1998, anche al proposito pare opportuno adottare la liquidazione congiunta del danno biologico e morale, come quantificato nelle citate tabelle 2014 del Tribunale di Milano in una forbice giornaliera da un minimo di €. 96 ad un massimo di €. 145; nel caso in esame, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto e delle particolari sofferenza

patite dall’attrice, appare equa una quantificazione giornaliera corrispondente all’importo massimo di €.145,00; il complessivo ammontare di tale danno risulta così pari a €. 54.737,50, sempre con valutazione all’attualità.

Sommando le voci di cui sopra, si ottiene l’importo di €.165712,15 da corrispondere alla parte attrice a titolo di danno non patrimoniale, iure hereditatis.

Essendo uno degli attori deceduto nel corso della procedura, ed essendo P.R. erede unica, non vi è luogo alla divisione della somma in base alle norme della successione legittima.

Le ulteriori voci di danno patrimoniale esposte da parte attrice non hanno ricevuto alcun sostegno probatorio nel corso del processo e vanno, quindi, disattese.

Inoltre, su tutte le somme liquidate per complessivi €. 805712,15, (danno non patrimoniale iure proprio e iurehereditatis), sulla base della sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 1712/1995 compete anche l’equivalente del mancato godimento del bene danneggiato, ovvero del suo controvalore in denaro, quale lucro cessante – c.d. danno da ritardo –;lo stesso può ritenersi provato presuntivamente e valutato equitativamente nella misura del 2,5%, la quale appare congrua quale parametro per liquidare il danno da ritardo di cui sopra, in quanto corrisponde all’incirca alla media del tasso legale scelto in questi ultimi anni dal legislatore per la liquidazione degli interessi moratori ex art. 1224 c.c.

Peraltro, sulla base della citata sentenza, tale percentuale non può essere calcolata dalla data dell’illecito sulla complessiva somma liquidata a titolo di danno e già rivalutata, bensì deve essere calcolata periodicamente, con decorrenza dalla data del fatto, sulla somma capitale come progressivamente rivalutata.

Per facilitare il suddetto calcolo – tenuto conto in particolare che il danno non patrimoniale è stato liquidato all’attualità ed andrebbe quindi devalutato al fine di poter effettuare la descritta operazione risulta più agevole, e comunque coerente con il metodo equitativo esposto, calcolare il suddetto interesse sulla somma integralmente rivalutata, ma da epoca intermedia (nel caso di specie dal 1.02.2007, quale data intermedia tra l’intervento e la data odierna, per il danno da inabilità temporanea; dal 15.05.2009 quale data intermedia tra la disarticolazione dell’arto e la data odierna, per il danno da invalidità permanente; dal 15.12.2011 quale data intermedia tra il decesso e la data odierna, per il danno da perdita parentale); infatti tale metodo appare concettualmente e, nella sostanza, anche economicamente equivalente a quello espressamente indicato come legittimo dalla sentenza della Cassazione n. 1712/1995, in quanto espressione del potere equitativo del giudice nella liquidazione del danno subìto per il ritardo nel godimento dell’equivalente monetario del bene danneggiato (cfr. Cass. 10565/2002).

Pertanto il complessivo debito risarcitorio dell’Azienda Unità Sanitaria Locale di Forlì, viene individuato nella somma di €.872112,84 sulla quale spetteranno gli interessi legali ai sensi dell’art. 1282 c.c. in quanto trasformatasi in debito di valuta.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

                                                 P.Q.M.

Il Giudice del Tribunale di Forlì in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sulla causa n. 1482/2012 R.G., così provvede:

1)dichiara la responsabilità dell’Azienda Unità Sanitaria locale di Forlì nella causazione di danni a B.R.; di conseguenza, la condanna a titolo risarcitorio al pagamento in favore dell’erede P.R. della somma di €.872112,84, comprensiva di rivalutazione monetaria e danno da ritardo, oltre interessi legali dalla data della presente sentenza (20.02.2016) al saldo;

2)condanna la parte convenuta alla refusione in favore dell’attrice delle spese di lite che liquida in €. 25.000,00 per compenso professionale oltre accessori di legge;

3) la condanna in via definitiva al pagamento delle spese di c.t.u., come liquidate in corso di causa.

Così deciso in Forlì, in data 20.02.2016

 Il Giudice

Dott.ssa Eleonora Ramacciotti

 

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