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CAPARRA CONFIRMATORIA,BOLOGNA PRELIMINARE IMMOBILE, FALLIMENTO VENDITORE Corte di Cassazione, I Sezione civile, sentenza 18 maggio 2015, n. 10087 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Presidente Ceccherini

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TROPPE FAMIGLIE PERDONO I LORO RISPARMI PER FALLIMENTO COSTRUTTORE!!

Corte a Sezioni Unite – S.U. 553 del 2009 – ribadito il principio secondo cui ‘il diritto di recesso è una evidente forma di risoluzione stragiudiziale del contratto, che presuppone pur sempre l’inadempimento gravemente colpevole,… e quindi imputabile (ex art. 1218 c.c., e art. 1256 c.c.) e di non scarsa importanza (ex art. 1455 c.c.) della controparte, avente i medesimi caratteri dell’inadempimento che giustifica la risoluzione giudiziale..’ e che ‘.. la caparra costituisce (almeno in uno dei suoi polifoni aspetti funzionali) liquidazione anticipata, convenzionale, forfetaria del risarcimento del danno., ‘con conseguente necessità per il giudice di indagare se ed a chi spetti il diritto di recesso.. valutando comparativamente il comportamento di entrambi i contraenti in relazione al contratto..’, hanno affermato che ‘le domande di risoluzione e di recesso.. non hanno, in realtà, al di là di aspetti formalistico/speculativi, autonoma rilevanza giuridica sostanziale: una domanda (principale) di risoluzione legale, correlata ad una richiesta risarcitoria contenuta nei limiti della caparra… non è altro che una domanda di accertamento dell’avvenuto recesso (e della conseguente risoluzione legale del contratto).. essendo il recesso un’altra forma di risoluzione ex lege…’ ed evidenziato che J una delle ragioni per cui ‘non è possibile trasformare l’azione di risoluzione avente natura costitutiva in azione di recesso nel corso del giudizio è che lascerebbe in astratto aperta la strada (da ritenersi, invece, ormai preclusa) ad una eventuale, successiva pretesa (stragiudiziale) di ritenzione della caparra’ [così come non è possibile trasformare ‘l’azione di risoluzione ‘dichiarativa’ in domanda giudiziale di recesso poiché, pur partecipando della stessa natura strutturale.. la trasformazione dell’una nell’altra comporterebbe l’inconveniente di cui al punto che precede..’]. Dunque, dando seguito ai principi affermati dalla precitata sentenza a Sezioni Unite, se la domanda di accertamento dell’avvenuta risoluzione di diritto del contratto per inadempimento del promittente compratore nel termine assegnato a norma dell’art. 1454 cod. civ. – che non elimina la necessità, ai sensi dell’art. 1455 cod. civ., dell’accertamento giudiziale della gravità di tale inadempimento, da effettuare secondo un criterio che tenga conto sia dell’elemento oggettivo della mancata prestazione nel quadro dell’economia generale del negozio, sia degli aspetti soggettivi rilevabili tramite una indagine unitaria sul comportamento del debitore e sull’interesse del creditore all’esatto adempimento (Cass. 5407 del 2006, 9314 del 2007, 18266 del 2011) – non è accompagnata dall’istanza di risarcimento del danno integrale ai sensi dell’art. 1453 cod.civ. e terzo comma dell’art. 1385 cod.civ., non è precluso alla parte adempiente di instare per la ritenzione della caparra come azione risarcitoria semplificata rispetto a quella che consegue all’azione di risarcimento integrale giudiziale per la risoluzione costitutiva (Cass. 21838 del 2010), essendo potere – dovere del giudice di qualificare l’azione esercitata secondo la vicenda sostanziale e cioè come accertamento della legittimità del recesso già esercitato e contestato e non già risoluzione giudiziale, tanto più che il contraente adempiente non chiede di conseguire un maggiore risarcimento rispetto all’ammontare della caparra, ma dichiara invece di limitare il risarcimento nella corrispondente misura, affermare l’impossibilità dello ius retinendi della caparra in base al rilievo che l’art. 1385 secondo comma cod. civ. disciplina l’esercizio stragiudiziale del diritto di recesso e non la risoluzione giudiziale, ancorché dichiarativa e di diritto, con conseguente onere, aleatorio, di dimostrare an e quantum del danno a norma dell’art. 1385 terzo comma cod. civ., significa attribuire al nomen risoluzione un significato esasperatamente formale.

i rapporti tra azione di risoluzione e di risarcimento integrale da una parte, e azione di recesso e di ritenzione della caparra dall’altro, si pongono in termini di assoluta incompatibilità strutturale e funzionale: proposta la domanda di risoluzione volta al riconoscimento del diritto al risarcimento integrale dei danni asseritamente subiti, non può ritenersene consentita la trasformazione in domanda di recesso con ritenzione di caparra perché verrebbe così a vanificarsi la stessa funzione della caparra, quella cioè di consentire una liquidazione anticipata e convenzionale dei danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio contenzioso, consentendosi inammissibilmente alla parte non inadempiente di ‘scommettere’ puramente e semplicemente sul processo, senza rischi di sorta;

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l’azione di risoluzione avente natura costitutiva e l’azione di recesso si caratterizzano per evidenti disomogeneità morfologiche e funzionali che rendono inammissibile la trasformazione dell’una nell’altra ;

i rapporti tra l’azione di risarcimento integrale e l’azione di recesso, isolatamente e astrattamente considerate, sono, a loro volta, di incompatibilità strutturale e funzionale;

8.Questa Corte intende confermare i principi espressi dalla sentenza delle sezioni unite dei 2009,non condividendo quanto affermato nella isolata ordinanza di questa Corte n. 24.841 del 2011 dove si afferma che la parte, in sostituzione della domanda adempimento o di risoluzione contrattuale per inadempimento con domanda di risarcimento del danno, può legittimamente invocare (senza incorrere nelle preclusioni derivanti dalla proposizione dei ‘nova’ in sede di gravame) la facoltà di cui all’art. 1385 c.c., comma 2, poiché tale modificazione delle istanze originarie costituisce legittimo esercizio di un perdurante diritto di recesso rispetto alla domanda di adempimento, ed un’istanza di ampiezza più ridotta rispetto all’azione di risoluzione (Cass. Sez. 2, 11-1-1999 n. 186; Sez. 2, 23-9-1994 n. 7644). Tale decisione si fonda su una giurisprudenza di legittimità risalente nel tempo e dei tutto superata dalla decisione delle sezioni unite del 2009 da cui detta ordinanza si discosta senza contrastarne la motivazione con alcun argomento convincente e senza tenere conto dell’ulteriore rilievo che chi ammette una fungibilità tra le azioni lato sensu risarcitorie ignora che ciò si risolverebbe nella indiscriminata e gratuita opportunità di modificare, per ragioni di mera convenienza economica, la strategia processuale iniziale dopo averne sperimentato gli esiti ‘; dall’altro ancora, soltanto l’esclusione di una inestinguibile fungibilità tra rimedi consente di evitare situazioni di abuso e rende il contraente non inadempiente doverosamente responsabile delle scelte operate, impedendogli di sottrarsi ai risultati che ne conseguono, quando gli stessi non siano corrispondenti alle aspettative che ne hanno dettato la linea difensiva.

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Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli danni

Lesione di legittima Lesione della qualità di erede Azione di collazione Azione di petizione ereditaria Domanda giudiziale di commutazione Azione di riduzione Assistenza alla redazione del testamento Nullità ed annullamento del testamento Nullità di legato di cose altrui Divisione Assistenza alla redazione di scrittura privata di divisioni Istanza di divisione giudiziale Assistenza alla redazione di divisione amichevole con collazione Nullità della divisione fatta nel testamento Annullamento della divisione per violenza e dolo Azione di recissione di divisione ereditaria Donazione Nullità ed annullamento di donazione Ricorso per autorizzazione ad accettare donazione in favore di un minore o di un nascituro Azione per l’inadempimento della donazione Risoluzione di donazione modale Revocazione della donazione per ingratitudine e sopravvenienza di figli

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Corte di Cassazione, I Sezione civile, sentenza 18 maggio 2015, n. 10087

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Presidente Ceccherini

Estensore Didone

Ha pronunciato la seguente:

Sentenza n. 10087 dep. il 18 maggio 2015.

Ragioni in fatto e in diritto della decisione

1.- Con contratto preliminare sottoscritto in data 2 aprile 2007, registrato in data 13 aprile 2007, l’avvocato A.C. si è impegnato ad acquistare dalla s.r.l. Aurelia Immobiliare un’autorimessa per il prezzo di euro 38.000, versando contestualmente la somma di euro 19.000 a titolo di caparra confirmatoria. Il contratto prevedeva che l’ulteriore somma di euro 13.000, oltre IVA, sarebbe stata versata dal promissario acquirente entro il 30 luglio 2007, mentre il saldo di euro 6.000, oltre IVA, sarebbe stato erogato al momento della stipula del contratto definitivo, cioè entro il 28 febbraio 2008.

Il contratto preliminare è stato successivamente confermato e rinnovato ai fini della trascrizione con atto in data 29 ottobre 2007, autenticato dal notaio.

Con atto notificato in data 3 marzo 2008, trascorso inutilmente il termine del 28 febbraio 2008 per la stipulazione del rogito, A.C. ha esercitato il diritto di recesso, ai sensi dell’articolo 1385, secondo comma, cod. civ., chiedendo la restituzione dell’importo di euro 38.000, pari al doppio della caparra versata, nonché della somma di euro 14.300 relativa all’acconto prezzo. Intervenuto il fallimento della società promittente venditrice, il C. ha insinuato al passivo il proprio credito che è stato ammesso per la somma corrispondente alla caparra confirmatoria ed all’acconto prezzo mentre per quanto ancora interessa – è stato escluso dal giudice delegato il credito di euro 19.000, pari al danno predeterminato conseguente alla dazione della caparra.

Con il provvedimento impugnato (depositato il 4.3.2009) il Tribunale di Monza ha rigettato l’opposizione proposta dal C.. 

In estrema sintesi il giudice del merito ha rilevato che la pronuncia di risoluzione contrattuale ex articolo 1456 cod. civ. è, infatti, opponibile al fallimento solo quando sia stata “quesita” prima della relativa dichiarazione, attraverso la trascrizione della domanda giudiziale per effetto del combinato disposto degli articoli 2915 cod. civ. e 45 legge fallimentare (Cass. 9 dicembre 1998 n. 12396).

Nella fattispecie, la pretesa risarcitoria fondata sul presupposto dell’avvenuta risoluzione del contratto anteriormente al fallimento era stata proposta non nei confronti della società in bonis e poi proseguita contro il fallimento, bensì direttamente verso quest’ultimo dopo la dichiarazione di fallimento, sia pur in relazione ad un inadempimento anteriore. L’esercizio del recesso ex art. 1385 cod. civ., effettuato prima della sentenza dichiarativa di fallimento, era privo di effetti rispetto ai creditori in quanto non posto a base di una successiva domanda giudiziale, trascritta prima della dichiarazione di fallimento, o di un altro atto seguito dalle formalità necessarie per renderlo opponibile ai terzi. 

1.1.- Contro il decreto del tribunale il C. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Non ha svolto difese la curatela intimata.

Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c. parte ricorrente ha depositato memoria.

2.1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto e formula – ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis – un pertinente quesito. Deduce che, allorquando in un contratto a prestazioni corrispettive sia pattuita la caparra confirmatoria ai sensi dell’art. 1385 c.c., l’effetto risolutorio del contratto previsto nel secondo comma dell’art. 1385 c.c. deriva dalla legge per effetto della dichiarazione della parte non inadempiente rivolta ad avvalersi del diritto di recesso ex art. 1385, secondo comma, c.c., come pure nel caso in cui sia pattuita clausola risolutiva espressa l’effetto risolutorio consegue di diritto alla dichiarazione della parte che intende avvalersi della clausola risolutiva espressa ai sensi dell’art 1456, secondo comma, c.c., pertanto la domanda della parte non inadempiente rivolta ad ottenere il doppio della caparra confirmatoria versata è da qualificarsi quale domanda di condanna, mentre non è necessaria la proposizione di domanda giudiziale al fine di determinare la risoluzione del contratto, che si produce per effetto del recesso.

2.2.- Con il secondo motivo denuncia violazione di norme di diritto e deduce, in sintesi, che, nel caso di recesso ex art. 1385 c.c., come nel caso di dichiarazione rivolta ad avvalersi della clausola risolutiva espressa ex art. 1456 c.c., gli effetti costitutivi rappresentati dallo scioglimento del vincolo contrattuale sono da ricollegarsi all’atto stragiudiziale con il quale la parte non inadempiente comunica all’altra parte lo scioglimento del vincolo. 

Formula un pertinente quesito ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. e deduce che le disposizioni degli artt. 2915 c.c. e 45 l. fall. comportano che allorché il promissario acquirente di un immobile in possesso del promissario venditore fallito abbia esercitato il recesso ex art 1385 c.c., la pretesa alla restituzione del doppio della caparra versata è opponibile ai creditori concorrenti nel fallimento del promissario venditore a condizione che l’atto di recesso abbia data certa anteriore al fallimento, mentre non è necessaria la trascrizione di domanda di risoluzione in quanto tale trascrizione non è prevista dall’art. 2652 c.c.

2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione senza formulare la prescritta sintesi del fatto controverso ex art. 366 bis c.p.c.

3.- Osserva la Corte che, mentre il terzo motivo deve essere dichiarato inammissibile per violazione dell’art. 366 bis c.p.c., i primi due motivi – esaminabili congiuntamente – sono fondati. 

Invero, secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte, l’azione di risoluzione del contratto ex art. 1456 cod. civ. tende ad una pronuncia di mero accertamento dell’avvenuta risoluzione di diritto a seguito dell’inadempimento di una delle parti previsto come determinante per la sorte del rapporto, in conseguenza dell’esplicita dichiarazione dell’altra parte di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa, differendo tale azione da quella ordinaria di risoluzione per inadempimento per colpa ex art. 1453 cod. civ., che ha natura costitutiva. Ne consegue che, in caso di fallimento del locatario, l’effetto risolutivo del contratto (nella specie, di locazione finanziaria) deve ritenersi già verificato ove la volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa sia stata comunicata anteriormente alla data della sentenza di fallimento, spettando il relativo accertamento al giudice delegato in sede di verifica dello stato passivo (Sez. 1, Sentenza n. 9488 del 18/04/2013). Il medesimo principio è indubbiamente applicabile all’ipotesi di recesso esercitato ai sensi del secondo comma dell’art. 1385 c.c. prima della dichiarazione di fallimento.

Invero, le Sezioni unite hanno ritenuto inammissibile la domanda di risoluzione giudiziale introdotta dopo essersi avvalsi della tutela speciale ex art. 1385 c.c., comma 2, proprio «perché, dopo aver esercitato il diritto di recesso, il contratto è già risolto» (Sez. U, Sentenza n. 553 del 14/01/2009).

La soluzione accolta dalla più recente giurisprudenza, invero, è conforme all’orientamento prevalente della dottrina, la quale ha evidenziato che la natura di mero accertamento dell’azione comporta che della legittimità del recesso intimato ai sensi dell’art. 1385, comma 2, c.c. ben possa conoscere, sia pure incidenter tantum, anche il giudice fallimentare richiesto dell’ammissione al passivo del credito, conseguente al recesso medesimo, di restituzione del doppio della caparra.

Invero, una domanda di risoluzione contrattuale correlata ad una richiesta risarcitoria contenuta nei limiti della caparra non è altro «che una domanda di accertamento dell’avvenuto recesso (e della conseguente risoluzione legale del contratto) » (Sez. U, Sentenza n. 553 del 14/01/2009).

Il provvedimento impugnato, dunque, deve essere cassato con rinvio per nuovo esame e per il regolamento delle spese, al Tribunale di Monza in diversa composizione, il quale si atterrà ai principi innanzi richiamati.

P.Q.M.

La Corte, dichiara inammissibile il terzo motivo, accoglie il primo e il secondo motivo; cassa il provvedimento impugnato e rinvia per nuovo esame e per il regolamento delle spese al Tribunale di Monza in diversa composizione.

Così deciso in Roma il 9 aprile 2015

Depositata in cancelleria il 18 maggio 2015

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