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La cassazione ha da tempo affermato  affermato (Cass. 12 settembre 1997, n. 9034; 15 maggio 1997, n. 4306; più di recente, v. Cass. 22 novembre 2007, n. 24321; 17 giugno 2004, n. 11342; 23 marzo 2004, n. 5741) che la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, non direttamente collegato al precedente matrimonio, ma costituito dalle pattuizioni che i coniugi intendono concludere in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata, a seconda della situazione pregressa e concernenti le altre statuizioni economiche.

Pertanto, l’accordo mediante il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere ulteriori pattuizioni, distinte da quelle che integrano il suo contenuto tipico predetto e che ad esso non sono immediatamente riferibili: si tratta di quegli accordi che sono ricollegati, si potrebbe dire, in via soltanto estrinseca con il patto principale, relativi a negozi i quali, pur trovando la, loro occasione nella separazione consensuale, non hanno causa in essa, risultando semplicemente assunti “in occasione” della separazione medesima, senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivanti dal perdurante matrimonio, ma costituendo espressione di libera autonomia contrattuale (nel senso ch servono a costituire, modificare od estinguer rapporti giuridici patrimoniali: art. 1321 c.c.), a fine di regolare in modo tendenzialmente completo tutti i pregressi rapporti, e che sono del tutti leciti, secondo le ordinarie regole civilistiche negoziali e purché non ledano diritti inderogabili.

Dunque, i coniugi possono concludere accordi nel quadro della complessiva regolamentazione dei lori rapporti in sede di separazione consensuale.

Si è chiarito così che, in sede di separazione personale dei coniugi (consensuale, ma anche giudiziale o di divorzio), è ammesso che venga assegnata la casa familiare in favore dell’altro coniuge, sia prevista la clausola istitutivi dell’impegno futuro di vendita dell’immobile adibito la casa coniugale (Cass. 22 novembre 2007, n. 24321, citata).

In sostanza, ben possono allora dette pattuizioni – quelle aventi causa concreta e quelle aventi mera occasione nella separazione, le prime volte ad assolvere ai doveri di solidarietà coniugale per il tempo immediatamente successivo alle separazione e le seconde finalizzate semplicemente a regolare situazioni patrimoniali che non è piì interesse delle parti mantenere invariate – convivere nello stesso atto: esse si configurano come del tutto autonome e riguardano profili fra di loro pienamente compatibili, sebbene diverso ne sarà il trattamento allorché una delle parti ne chieda la modifica o la conferma, in sede di ricorso ad hoc ex art. 710 c.p.c. o in sede di divorzio. In caso di sopravvenienza di un quid novi, modificativo della situazione in relazione alla quale gli accordi erano stati stipulati, infatti, è possibile la modificazione degli accordi solo con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione personale, ma non per gli autonomi patti, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c.

In particolare, l’accordo mediante il quale i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano la vendita a terzi del bene immobile (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare) e l’attribuzione del ricavato pro parte a ciascun coniuge, in proporzione del denaro che abbia investito nel bene stesso, dà vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 1322 c.c., è caratterizzato da una propria causa, rispondendo ad un originario spirito di sistemazione, in occasione dell’evento di separazione consensuale, dei rapporti patrimoniali a pure maturati nel corso della convivenza matrimoniale.

Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

 Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

 Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

Tale opponibilità conserva, beninteso, il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge, che non sia titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo, in quanto affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006). È fin troppo evidente, infatti, che il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile – perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, per essere i figli divenuti ormai autonomi economicamente – si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42 Cost. e 832 c.c. Una siffatta lettura delle succitate norme che regolano l’assegnazione della casa coniugale (v. ora l’art. 337 sexies c.c.), del resto, presterebbe certamente il fianco a facili censure di incostituzionalità.

 Ciò posto, va rilevato che l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione in parola può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. n. 898 del 1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, per il sopravvenuto venir meno dei presupposti che ne avevano giustificato l’emissione.

Per converso, deve ritenersi che il terzo acquirente – non legittimato ad attivare il procedimento suindicato – non possa che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario, a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli della coppia separata o divorziata (cfr. Cass. 18440/2013, secondo cui ogni questione relativa al diritto di proprietà della casa coniugale o al diritto di abitazione sull’immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria). In mancanza, il terzo – non potendo attivare il procedimento, riservato ai coniugi, di cui all’art. 9 della legge sul divorzio – resterebbe, per il vero, del tutto privo di tutela, in violazione del disposto dell’art. 24 Cost..

AFOTOGRAFICA1Occorre, dunque, che il giudice del merito, nell’ambito dell’accordo destinato a disciplinare la separazione consensuale, valuti, alla stregua di un’indagine ermeneutica guidata dagli art. 1362 e seguenti c.c., se vi sia inserita anche una convenzione avente una sua autonomia.

E’ possibile nella separazione consensuale inserire altre clausole, oltre a quelle riguardanti l’affidamentodei figli, della casa e il mantenimento?

Sì, è possibile regolamentare con l’accordo ogni altro aspetto della separazione, tra cui anchela divisione dei beni comuni.

Come si svolge il procedimento di separazione consensuale?

Dopo aver raggiunto l’accordo sui loro futuri rapporti, i coniugi presentano un ricorso al Presidente del Tribunale e i certificati richiesti.Verrà fissata una udienza nella quale dovranno confermare la loro volontà. Il verbale di separazione sarà omologato dal Tribunale. Il procedimento dura pochi mesi.

Nella separazione consensuale è necessaria l’assistenza legale?

Non è obbligatoria ma è consigliabile, soprattutto per tutelare gli interessi del coniuge piùdebole.

in godimento.

  1. Nel comporre il contrasto insorto in seno alle sezioni semplici anche dopo la pronuncia delle stesse Sezioni Unite n. 226/01, si è affermato non solo che l’esistenza del giudicato può essere rilevata d’ufficio sulla base degli atti acquisiti al processo, ma che la sua interpretazione debba essere operata alla stregua dell’interpretazione delle norme e non già degli atti e dei negozi giuridici in quanto costituisce la “regula iuris” del caso concreto, con la conseguenza che l’apprezzamento operato dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità, non già in relazione al mero profilo del vizio di motivazione, ma nel più ampio ambito della violazione di legge e con l’ulteriore conseguenza che “il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato esterno con cognizione piena che si estende alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali mediante indagini ed accertamenti anche di fatto, indipendentemente dall’interpretazione data dal giudice di merito”.

 

  1. Accertata quindi la sindacabilità in questa sede della statuizione della Corte d’Appello, ritiene però il Collegio corretto il convincimento cui è pervenuta sul punto la sentenza impugnata la quale ha escluso l’esistenza di un giudicato – asseritamente formatosi nell’ambito del giudizio di divisione in ordine al legittimo godimento dell’abitazione da parte della B. per essere stata rigettata in quella sede la domanda del V. volta ad ottenere il corrispettivo, nella misura della metà, dell’utilizzo esclusivo dell’appartamento da parte della medesima – rispetto al presente giudizio nel quale è stato chiesto invece il rilascio dell’appartamento, ormai di esclusiva proprietà del V..

 

  1. È evidente infatti la diversità del petitum e della causa petendi, costituiti, nel precedente giudizio, dalla richiesta di pagamento per l’uso esclusivo dell’appartamento da parte della B. e, nel presente invece, dalla richiesta di accertamento di occupazione abusiva e del conseguente rilascio dell’immobile a seguito della intervenuta divisione.

AFOTOGRAFICA1 

  1. Nell’un caso infatti è stato fatto valere un rapporto obbligatorio per il ripristino di un equilibrio economico fra i soggetti comproprietari in conseguenza dell’uso esclusivo da parte di uno di essi, nell’altro (nel presente) invece viene richiesto il rilascio del bene, il cui diritto reale è stato già riconosciuto in via esclusiva in sede di scioglimento della comunione.

ASSEGNAZIONE CASA CONIUGALE

 

L’articolo 155 del codice civile prevede che l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza e, ove possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli.

L’assegnazione della casa è un provvedimento che il giudice può adottare per tutelare l’interesse dei figli minori a conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti e delle consuetudini in cui si è espressa la vita della famiglia.

Tale provvedimento, pertanto, in mancanza di figli minori, non può essere adottato per tutelare le esigenze del coniuge economicamente debole: per tale scopo, infatti, è previsto l’assegno di mantenimento (secondo un orientamento della giurisprudenza di legittimità da considerarsi prevalente; non mancano, tuttavia, pronunce in senso diverso).

Il provvedimento di assegnazione della casa, specialmente nelle grandi città, dove il valore degli immobili è molto alto, incide in maniera rilevante sugli assetti economici della separazione: molto spesso per l’acquisto della casa i coniugi hanno investito i propri risparmi o sono ricorsi al credito, stipulando un mutuo con un istituto bancario garantito da ipoteca sull’immobile.

La nozione di casa familiare ricomprende quell’insieme di beni, mobili e immobili, finalizzati all’esistenza domestica della comunità familiare ed alla conservazione degli interessi in cui si esprime e si articola la vita familiare (Frezza, Casa familiare, in Tratt. dir. fam., I, 2, II ed., Milano, 2011, 1753): così, oltre l’appartamento, rientrano in tale nozione anche tutti gli elementi che individuano lo “standard” di vita familiare oggettivato in quella organizzazione di beni e, quindi anche il “garage”, dal momento che questo risponde a specifiche esigenze del coniuge assegnatario e dei figli ad esso affidati (Cass., sentenza 9 dicembre 1983, n. 7303, Cass., sentenza 26 settembre 1994, n. 7865).

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A decidere l’assegnazione della casa coniugale è il giudice, ma solo se la coppia abbia avuto figli e questi siano minorenni o maggiorenni non autosufficienti, o portatori di handicap.

Il giudice assegna al casa coniugale al coniuge presso cui vengono collocati i figli (ossia quello presso cui i ragazzi vanno a vivere stabilmente).

 

La legge infatti stabilisce che, quando la casa coniugale è di proprietà esclusiva di un coniuge (o quando un solo coniuge ha la titolarità esclusiva di un diritto reale) il giudice deve comunque attribuire il godimento dell’abitazione familiare a quello convivente con i figli (minorenni o maggiorenni non economicamente autosufficienti).

Separazione personale dei coniugi – Casa coniugale – Oneri condominiali – Pagamento dovuto dal coniuge assegnatario – Sussiste. (Cc, articolo 156; Cpc, articoli 706, 708 e 710)

In tema di separazione personale, l’assegnazione della casa coniugale esonera l’assegnatario esclusivamente dal pagamento del canone, cui altrimenti sarebbe tenuto nei confronti del proprietario esclusivo o del comproprietario dell’immobile assegnato, onde, qualora il giudice attribuisca a uno dei coniugi l’abitazione di proprietà dell’altro, la gratuità di tale assegnazione si riferisce solo all’uso dell’abitazione medesima, ma non si estende alle spese correlate a detto uso (ivi comprese quelle condominiali), onde tali spese vanno legittimamente poste a carico del coniuge assegnatario.

Cass. Sezione I, sentenza 19 settembre 2005 n. 18476 (in Guida al Diritto, Edizione n. 42 del 29 ottobre 2005, pagina 65)

AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI

AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI

Separazione personale dei coniugi – Casa coniugale – Domanda di restituzione delle somme pagate a titolo di oneri condominiali – Competenza. (Cc, articolo 156; Cpc, articoli 706, 708 e 710)

Qualora un coniuge, facendo espresso riferimento e richiamo al provvedimento temporaneo e urgente di assegnazione della casa familiare all’altro coniuge, adottato nella sede presidenziale del giudizio di separazione personale, richieda il rimborso di quanto da lui spontaneamente e consapevolmente corrisposto a titolo di spese condominiali e di riscaldamento, nonché a titolo di imposte e tasse, la domanda che così viene proposta mira a esercitare un diritto che in detta situazione trova il suo presupposto, onde si è al di fuori dell’ambito del giudizio principale di separazione ex articolo 706 e seguenti del Cpc o del giudizio per la modifica delle conseguenti statuizioni ex articolo 710 del Cpc, considerato che siffatta domanda non presenta dirette connessioni con quelle statuizioni e attiene, piuttosto, alla sorte degli oneri sopra indicati, cosicché, pur trattandosi di abitazione familiare di coniugi in regime di separazione, la competenza del giudice determinata secondo le regole comuni non trova deroga in favore del giudice competente per la separazione o del giudice competente per la modifica dei relativi provvedimenti.

Cass. Sezione I, sentenza 19 settembre 2005 n. 18476 (in Guida al Diritto, Edizione n. 42 del 29 ottobre 2005, pagina 65)

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 19 giugno – 1° agosto 2013, n. 18440

 

(Presidente Salmè – Relatore Dogliotti)

…omissis…

Svolgimento del processo

In un procedimento di separazione giudiziale tra A.V. e, M.T., il Tribunale di Spoleto, con sentenza in data 16/12/2005, addebitava la separazione all’A., assegnando la casa coniugale alla M., ma escludendo un assegno a suo favore.

 

Proponeva appello l’A., in punto addebito a sé ed assegnazione della casa alla moglie. Costituitosi il contraddittorio, la M., resisteva e proponeva appello incidentale in ordine all’esclusione dell’assegno.

 

La Corte di Appello di Perugia, con sentenza in data 6/12/2007, in riforma, revocava l’assegnazione della casa coniugale; condannava l’A. a corrispondere alla moglie assegno mensile di Euro 200,00.

 

Ricorre per cassazione la M.

 

Resiste, con controricorso, l’A., che pure propone ricorso incidentale.

Motivi della decisione

Vanno riuniti i ricorsi che recano numeri di ruolo differenti. Con il primo motivo, la ricorrente principale lamenta violazione degli artt. 345, 189, 190 cpc, sulla domanda dell’appellante di revoca dell’assegnazione della casa coniugale, asseritamente proposta per la prima volta in appello. Con il secondo, violazione degli artt. 155, 156, 832, 1022 c.c., nonché vizio di motivazione in ordine alla revoca dell’assegnazione della casa coniugale.

 

Tali motivi non appaiono inammissibili (come sostiene il controricorrente, senza sostanzialmente indicarne le ragioni, e limitandosi a rilevarne l’infondatezza), ma infondati.

 

La domanda di revoca dell’assegnazione della casa coniugale non può considerarsi “nuova”, né vi è stata acquiescenza alcuna alla richiesta di assegnazione della casa alla M.

 

Come in sostanza ammette la stessa ricorrente principale, l’A. proponeva, in primo grado, la divisione della casa coniugale in due appartamenti, in uno dei quali, dopo i lavori di ristrutturazione, egli stesso sarebbe andato ad abitare;

 

durante tali lavori, egli avrebbe abitato fuori dalla casa coniugale.

 

L’accoglimento della richiesta della moglie di assegnazione dell’intera casa coniugale, da parte del primo giudice, è stata censurata, – in modo processualmente corretto, mediante appello – da parte dell’A.

 

Secondo giurisprudenza ampiamente consolidata (per tutte, Cass. n. 23591 del 2010), l’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi, a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune).

 

Nella specie, non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente, e dunque, del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie.

 

È appena il caso di precisare che le questioni relative al diritto di proprietà della M. e a quello di abitazione per una quota dell’immobile da parte dell’A., esulano dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e potranno essere esaminati in un ordinario giudizio di cognizione.

 

Va pertanto rigettato il ricorso principale.

 

Quanto a quello incidentale, l’unico motivo proposto appare infondato.

 

La rubrica del motivo (violazione di norme, che non vengono indicate, e vizio di motivazione) si limita all’addebito. In realtà il motivo tratta del tutto sommariamente pure dell’assegno e del regime delle spese.

 

Sull’addebito, il giudice a quo richiama una sentenza penale di condanna dell’A. per lesioni alla moglie, e dunque non si fonda certo (come sostiene il ricorrente), su mere affermazioni della moglie.

 

Sull’assegno, la sentenza impugnata, tenuto conto, tra l’altro, della scarsissima rendita della moglie (esclusivamente una pensione di Euro 400,00 mensili) e della condizione assai più florida dell’A., che svolge attività commerciale, con ditta propria, ed ha ricevuto rilevante somma all’atto della cessazione dell’attività di autotrasportatore. Corretta appare pertanto la corresponsione di assegno, pur di importo assai limitato, disposta dalla Corte di Appello.

 

Motiva altresì adeguatamente la sentenza impugnata, sulla condanna alle spese dell’A. dei due gradi di giudizio, in considerazione delle ragioni della separazione e della sua parziale soccombenza sulle domande a contenuto economico.

 

Va conclusivamente rigettato il ricorso incidentale.

 

La soccombenza reciproca giustifica la compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; compensa le spese del presente giudizio tra le parti. A norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03, in caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri atti identificativi delle parti, dei minori e dei parenti, in quanto imposto dalla legge.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 11 novembre 2008 – 29 gennaio 2009, n. 2210

(Presidente Carnevale – Relatore Panebianco)

Svolgimento del processo

Con atto notificato in data 2.5.2002 A. V. conveniva avanti al Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Chioggia, G. B. P. esponendo che:

– con sentenza n. 580/81 il Tribunale di Venezia aveva dichiarato la separazione personale tra lui e la moglie G. B., disponendo fra l’altro l’affidamento della figlia V. alla madre cui era assegnata la casa coniugale;

– con sentenza n. 1992/87 il Tribunale di Venezia aveva dichiarato cessati gli effetti civili del matrimonio;

avvocato Sergio Armaroli Bologna

avvocato Sergio Armaroli Bologna

con successiva sentenza n. 17975/97, passata in giudicato, lo stesso Tribunale aveva disposto lo scioglimento della comunione immobiliare relativamente all’abitazione sita in omissis via omissis, già assegnata alla B. in sede di separazione, disponendone l’attribuzione in proprietà esclusiva ad esso attore e ponendo a suo carico il pagamento di un conguaglio di lire 112.000.000.

Sosteneva che, nonostante fossero venute meno le esigenze di tutela della figlia la quale aveva raggiunto la maggiore età sin dal omissis, l’immobile era tuttora occupato dalla B. che ne aveva rifiutato il rilascio sul rilievo della perdurante validità della sentenza di separazione che le aveva assegnato la casa coniugale in quanto la successiva sentenza di cessazione degli effetti civili nessun provvedimento aveva adottato al riguardo.

Chiedeva quindi che venisse accertata la occupazione senza titolo dell’immobile da parte della B. con conseguente condanna della medesima al rilascio.

Si costituiva la convenuta che chiedeva il rigetto della domanda sul rilievo che la mancata richiesta di modifica in sede di divorzio delle condizioni della separazione in ordine al diritto di abitazione ne confermava implicitamente il mantenimento. Deduceva poi che il V. non aveva ancora provveduto al pagamento del conguaglio imposto dalla sentenza di scioglimento della comunione e che tale omissione determinava la risoluzione per inadempimento del trasferimento della proprietà dell’immobile.

Con sentenza del 20.9.2001 il Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Chioggia, condannava la convenuta al rilascio dell’immobile, assumendo che la statuizione relativa all’assegnazione della casa coniugale disposta in sede di separazione aveva perso efficacia con il passaggio in giudicato della sentenza di cessazione degli effetti civili anche se con tale decisione nessun provvedimento era stato adottato al riguardo.

Proponeva impugnazione G. B. P. ed all’esito del giudizio, nel quale si costituiva il V. chiedendone il rigetto, la Corte d’Appello di Venezia con sentenza del 23.11.2004-18.4.2005 respingeva l’appello, condannando la B. al pagamento delle spese del grado.

Ribadiva la Corte d’Appello che con la pronuncia di cessazione degli effetti civili era venuto meno lo stato di separazione dei coniugi e, di conseguenza, la regolamentazione dei rapporti patrimoniali stabiliti in quella sede, fra cui anche la statuizione relativa all’assegnazione della casa coniugale, pur essendo mancato in tale secondo giudizio un espresso provvedimento al riguardo.

Disattendeva altresì la tesi della preclusione da giudicato prospettata dall’appellante, secondo cui, avendo il Tribunale in sede di scioglimento della comunione rigettato la richiesta del V. di ottenere il corrispettivo, nella misura del 50%, per l’esclusivo utilizzo dell’immobile da parte della B. anche dopo la sentenza di divorzio, avrebbe dovuto del pari ritenersi preclusa ogni statuizione basata sul presupposto di un’abusiva utilizzazione dello stesso.

Osservava al riguardo che in sede di scioglimento della comunione il Tribunale non aveva compiuto alcun accertamento suscettibile di passare in giudicato in ordine alla sussistenza del diritto di abitazione ma aveva esaminato i rapporti fra le parti alla luce delle regole della comunione, escludendo che l’esclusivo godimento da parte della appellante, pur dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio, fosse idoneo a giustificare, persistendo la comunione, la richiesta di pagamento di una somma di denaro all’altro comproprietario.

Escludeva infine l’equiparabilità della sentenza – che in sede di divisione ha attribuito la proprietà esclusiva dell’immobile al V. ed il versamento da parte di quest’ultimo del conguaglio – ad un contratto e l’applicabilità anche in questo caso della risoluzione del disposto trasferimento per inadempimento da parte del V. di pagare il conguaglio in quanto tale inadempimento era giustificato, ai sensi dell’art. 1460 C.C., dall’inadempimento della B. di rilasciare l’abitazione.

Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione B. P. G. che deduce cinque motivi di censura.

Resiste con controricorso, illustrato anche con memoria, V. A..

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso B. P. G. denuncia violazione degli artt. 155 e 156 u.c. C.P.C. nonché dell’art. 6 comma 5 della Legge 898/70. Lamenta che la Corte d’Appello abbia fatto discendere l’automatica caducazione del provvedimento relativo all’assegnazione della casa coniugale disposta in sede di separazione dalla sentenza di divorzio sebbene quest’ultima nulla avesse disposto in proposito e malgrado nel relativo procedimento nessuna domanda di revoca fosse stata proposta dal V., senza peraltro considerare che solo un’esplicita statuizione del giudice avrebbe potuto far venir meno il precedente provvedimento di assegnazione.

La censura è infondata.

In linea di principio si osserva che la pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio comporta, con il venir meno dello stato di separazione dei coniugi, la regolamentazione dei rapporti adottata nel precedente giudizio e quindi pure l’eventuale assegnazione della casa coniugale disposta a favore di uno dei due. Pertanto, anche qualora la sentenza di divorzio non contenga alcuna disposizione al riguardo, il coniuge già assegnatario e comproprietario dell’immobile non ha più diritto all’utilizzazione esclusiva ed i rapporti non possono che essere regolati dalle norme sulla comunione e segnatamente dall’art. 1102 C.C., finché ovviamente non intervenga una divisione, sia essa consensuale o giudiziale (in tal senso Cass. 3030/06; Cass. 9689/00). Ciò soprattutto allorché, come nel caso in esame, siano venute meno le ragioni che avevano giustificato l’assegnazione, costituite originariamente dalla presenza della figlia e dalla necessità di assicurarle la continuità della vita familiare nel luogo in cui si era svolta fino ad allora con la presenza di entrambi i genitori.

La pronuncia sul punto della Corte d’Appello, che ha fatto applicazione di tale principio, deve ritenersi pertanto giuridicamente corretta, a nulla rilevando, ripetesi, che sia mancata un’espressa disposizione al riguardo, essendo con essa venuta meno ogni precedente statuizione.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione del giudicato esterno, sostenendo che, avendo il Tribunale in sede di divisione della comunione respinto la domanda del V. di pagamento del corrispettivo, pari alla metà, per l’esclusivo utilizzo da parte della convenuta dell’appartamento sul rilievo che tale utilizzazione non poteva considerarsi abusiva e cioè imposta da un comproprietario contro la volontà dell’altro, si era sul punto formato il giudicato con conseguente impossibilità di procedere ad una nuova valutazione nel presente giudizio.

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Con il terzo motivo la ricorrente denuncia difetto di motivazione, lamentando che la Corte d’Appello non abbia considerato che il Tribunale in sede di divisione abbia respinto la domanda di pagamento del compenso sul rilievo che l’occupazione dell’abitazione era da ritenersi legittima.

Anche le esposte censure, da esaminarsi congiuntamente per l’identità delle questioni trattate, sono infondate.

Pregiudizialmente deve essere disattesa la tesi espressa dal controricorrente che, richiamando la giurisprudenza in tema di giudicato cosiddetto esterno, ha sostenuto che la sua interpretazione fosse riservata al giudice di merito e non fosse sindacabile in sede di legittimità.

Al riguardo non può prescindersi dalla recente decisione delle Sezioni Unite (24664/07) sulla portata del sindacato di legittimità in ordine alla verifica circa la presenza di un giudicato esterno con effetto preclusivo nei confronti di altri procedimenti.

Nel comporre il contrasto insorto in seno alle sezioni semplici anche dopo la pronuncia delle stesse Sezioni Unite n. 226/01, si è affermato non solo che l’esistenza del giudicato può essere rilevata d’ufficio sulla base degli atti acquisiti al processo, ma che la sua interpretazione debba essere operata alla stregua dell’interpretazione delle norme e non già degli atti e dei negozi giuridici in quanto costituisce la “regula iuris” del caso concreto, con la conseguenza che l’apprezzamento operato dal giudice di merito è sindacabile in sede di legittimità, non già in relazione al mero profilo del vizio di motivazione, ma nel più ampio ambito della violazione di legge e con l’ulteriore conseguenza che “il giudice di legittimità può direttamente accertare l’esistenza e la portata del giudicato esterno con cognizione piena che si estende alla diretta valutazione ed interpretazione degli atti processuali mediante indagini ed accertamenti anche di fatto, indipendentemente dall’interpretazione data dal giudice di merito”.

Accertata quindi la sindacabilità in questa sede della statuizione della Corte d’Appello, ritiene però il Collegio corretto il convincimento cui è pervenuta sul punto la sentenza impugnata la quale ha escluso l’esistenza di un giudicato – asseritamente formatosi nell’ambito del giudizio di divisione in ordine al legittimo godimento dell’abitazione da parte della B. per essere stata rigettata in quella sede la domanda del V. volta ad ottenere il corrispettivo, nella misura della metà, dell’utilizzo esclusivo dell’appartamento da parte della medesima – rispetto al presente giudizio nel quale è stato chiesto invece il rilascio dell’appartamento, ormai di esclusiva proprietà del V..

È evidente infatti la diversità del petitum e della causa petendi, costituiti, nel precedente giudizio, dalla richiesta di pagamento per l’uso esclusivo dell’appartamento da parte della B. e, nel presente invece, dalla richiesta di accertamento di occupazione abusiva e del conseguente rilascio dell’immobile a seguito della intervenuta divisione.

Nell’un caso infatti è stato fatto valere un rapporto obbligatorio per il ripristino di un equilibrio economico fra i soggetti comproprietari in conseguenza dell’uso esclusivo da parte di uno di essi, nell’altro (nel presente) invece viene richiesto il rilascio del bene, il cui diritto reale è stato già riconosciuto in via esclusiva in sede di scioglimento della comunione.

Trattasi all’evidenza di due giudizi del tutto distinti sotto i profili richiamati del petitum e della causa petendi, per la cui valutazione peraltro nessuna rilevanza può assumere la circostanza, sottolineata dalla ricorrente, che nel giudizio di divisione il giudice avesse escluso la presenza di un abuso nel comportamento della B., essendo stata tale affermazione riferita al periodo in cui vigeva la comproprietà e giustificata dal giudice in base alle regole della comunione.

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avvocato matrimonialista Bologna , avvocato per separazioni e divorzio , avvocato famigliarista Bologna avvocato Sergio Armaroli

avvocato matrimonialista Bologna , avvocato per separazioni e divorzio , avvocato famigliarista Bologna avvocato Sergio Armaroli

Con il quarto motivo la ricorrente denuncia ancora difetto di motivazione, osservando che la Corte d’Appello ha respinto la domanda di risoluzione per il mancato pagamento del conguaglio, limitandosi a richiamare una decisione della cassazione (2558/96), oltre tutto ritenuta non pertinente.

Con il quinto motivo la ricorrente denuncia violazione degli artt. 720, 1116 e 1453 e segg. C.C.. Ripropone la ricorrente la tesi dell’applicabilità – anche al caso come quello in esame di divisione giudiziale con l’attribuzione esclusiva del bene ad un condividente e l’imposizione al medesimo del pagamento del conguaglio – della tesi della risoluzione per inadempimento. Sostiene che nessuna diversità ontologica e giuridica è ipotizzabile se non nella forzosità del trasferimento.

Anche dette censure, da esaminarsi congiuntamente per l’identità delle questioni trattate, sono infondate.

L’istituto della risoluzione per inadempimento trova il suo fondamento nel rapporto sinallagmatico che lega le due prestazioni ed è finalizzato ad assicurare al creditore non inadempiente una tutela più efficace e più immediata di quella concessa con l’adempimento.

Nel caso in esame deve escludersi invece che le due prestazioni – quella del rilascio dell’immobile da parte della B. in conseguenza dell’attribuzione della proprietà esclusiva al V. disposta in sede giudiziale e quella di pagamento del conguaglio da parte di quest’ultimo disposto nello stesso procedimento – siano legate da un rapporto sinallagmatico, trattandosi di obbligazioni separate che, pur trovando la loro genesi nello scioglimento della comunione, non sono frutto di accordi collegati fra le parti e trovano un’autonoma tutela che, da parte della B., può essere assicurata ponendo in esecuzione il titolo che ha riconosciuto il diritto al conguaglio e, da parte del V., con la richiesta di rilascio avvenuta con l’atto introduttivo del presente giudizio.

Non può non tenersi conto inoltre della contraddittorietà della tesi della ricorrente la quale, deducendo che si era formato il giudicato sul suo diritto ad utilizzare l’appartamento coniugale anche dopo la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio ed osservando altresì che continuava ad avere efficacia l’assegnazione della casa coniugale a suo favore disposta in sede di separazione, in mancanza di una espressa disposizione contraria contenuta nella sentenza di divorzio, mostra all’evidenza che, indipendentemente dalla disponibilità del V. ad adempiere alla sua obbligazione di pagamento del conguaglio, non avrebbe in ogni caso rilasciato l’appartamento. Con la conseguenza che, non potendosi ritenere che fosse stata disponibile ad adempiere alla propria obbligazione, la mancata offerta della somma da parte del V. non è idonea a giustificare la risoluzione per inadempimento. In altri termini, avendo la B. dichiarato di non voler rilasciare l’appartamento anche per motivi diversi dal preteso inadempimento dell’altra parte, non v’è spazio per invocare la risoluzione la quale, oltre tutto, dovrebbe incidere sul contenuto di una statuizione del giudice che sull’attribuzione dell’abitazione aveva già provveduto.

Del tutto fuor di luogo è infine il richiamo all’art. 2932 comma 2 C.C., trattandosi di una norma specifica in tema di contratto preliminare non estensibile ad altre ipotesi né, tanto meno, allorché gli obblighi siano sorti in sede giudiziaria.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in euro 3.000,00 per onorario ed in euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.

 

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La separazione consensuale con figli: ciò che c’è da sapere

Separarsi, anche in via consensuale, parte da una constatazione di base: si tratta di un passo doloroso per entrambe le parti. Ma se ci sono figli di mezzo, allora, è il loro interesse che deve venire prima di tutto. Ai bambini, infatti, occorre pensare quando si decide di compiere un passo del genere e per farlo nel modo migliore, ancora prima di qualsiasi atto legale, è opportuno attenersi a qualche principio umano: evitare di litigare davanti a loro e rassicurarli sull’amore di entrambi i genitori che non viene (e non verrà) a mancare. Anzi, il legame affettivo potrà solo diventare più forte. Detto questo, c’è poi un iter legale che va affrontato in una separazione consensuale.

Quando la separazione diventa effettiva

 

Un momento importante è quello fissato dal presidente del tribunale per sondare la strada della conciliazione. Se questa strada risulta non percorribile, allora si procede arrivando alla cosiddetta omologazione del tribunale che si pronuncia in base alla relazione del presidente: è solo a quel punto che la separazione acquista efficacia, non basta infatti il solo accordo dei coniugi, e in essa sono contenute le condizioni della separazione stessa. Condizioni che, riguardando i coniugi e i figli, in seguito possono essere modificabili, se si modifica la situazione.

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Il rispetto dei diritti dei figli

 

I bambini hanno diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori. Inoltre, tra i loro diritti, rientrano le cure, l’educazione, l’istruzione e l’assistenza morale. A questi si aggiungono i rapporti con i nonni e con i parenti sia del padre che della madre e per soddisfare ciascuno di questi diritti, il giudice adotta provvedimenti che li garantiscano. Come primo passo, si verifica la possibilità che i bambini siano affidati a entrambi i genitori. Se questo non è possibile, allora il giudice indica quale sarà il genitore affidatario determinando quando e come l’altro potrà essere vedere i figli. Inoltre stabilisce anche come e quanto madre e padre devono contribuire dal punto di vista economico. Se infine nessuno dei genitori viene ritenuto idoneo, allora il giudice si può avvalere dell’affidamento familiare e una copia del provvedimento deve essere trasmessa dal pubblico ministero al giudice tutelare.

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I minori: chi prende le decisioni

 

Si chiama responsabilità genitoriale e viene esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni, dunque, devono essere prese di comune accordo tenendo presente specifiche condizioni dei figli, come le loro capacità, le loro inclinazioni naturali e le loro aspirazioni. Se questo accordo non c’è, ecco allora che interviene il giudice il quale, per le questioni di ordinaria amministrazione (quelle che riguardano la quotidianità), può disporre anche che i genitori agiscano separatamente. Se poi un genitore non si attenesse alle condizioni stabilite, il giudice può decidere di modificare le modalità di affidamento.

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Il mantenimento dei bambini

 

Se ne deve occupare ciascun genitore in modo proporzionale al proprio reddito. Se viene definito un assegno periodico (adeguato nel tempo in base agli indici Istat, a meno di parametri differenti indicati dalle parti o dal giudice), il suo importo tiene conto delle esigenze del bambino, del suo tenore di vita quando i genitori ancora convivevano, della durata del periodo che trascorre con ciascuno, delle risorse dei genitori e della portata dei compiti che si assumono sia la madre che il padre. Ovviamente, per procedere, occorre che siano disponibili informazioni economiche sui coniugi e se queste non risultano abbastanza chiare e documentate, allora può essere disposto un accertamento da parte della polizia tributaria su redditi e beni anche intestati a terzi.

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La casa familiare, la residenza e il domicilio

 

La casa familiare viene assegnata anche in questo caso in base all’interesse dei figli e l’assegnatario può vedersela revocare nel caso non vi abiti o non vi abiti stabilmente. Lo stesso accade se decide di convivere more uxorio o se si sposa di nuovo. Il provvedimento di assegnazione (o anche quello di revoca) può essere trascrivibile e ci si può opporre. Inoltre, entrambi i genitori sono obbligati a comunicarsi cambi di residenza o di domicilio e per farlo devono rispettare il termine perentorio di trenta giorni. Se ciò non accade, occorre risarcire l’eventuale danno derivato dalle difficoltà di rintracciare il genitore che non ha rispettato quest’obbligo.

Con riguardo alle ipotesi di nuova convivenza o nuovo matrimonio, la Corte Costituzionale ha statuito che la norma non può interpretarsi nel senso che dette circostanze devono considerarsi idonee, di per sé, a determinare la cessazione dell’abitazione,  ma il giudice deve sempre valutare quale è il prioritario interesse del figlio minore .

E dunque, ha affermato la Corte, la normativa va interpretata nel senso che l’assegnazione della casa coniugale non viene meno di diritto al verificarsi degli eventi di cui si tratta (instaurazione di una convivenza di fatto, nuovo matrimonio), ma la decadenza dall’assegnazione deve essere subordinata ad un giudizio di conformità all’interesse del minore.

In caso contrario si determinerebbe una discriminazione nella tutela dei minori in ragione delle scelte di vita del genitore.

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I rapporti patrimoniali tra i coniugi

 

Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.

 

 

  • LA SEPARAZIONE CONSENSUALE

  • La separazione dei coniugi può essere consensuale o giudiziale. Ai sensi dell’articolo 150 del codice civile come modificato dall’articolo 32 della Legge del 19.05.1975 n. 151 la separazione tra i coniugi può essere consensuale o giudiziale.

  • La separazione consensuale si basa sull’accordo dei coniugi.

  • Optare per una separazione consensuale è indubbiamente la strada più veloce ed economica per porre fine al proprio rapporto matrimoniale.

  • Si tratta di un accordo tra i coniugi che viene manifestato in un apposito atto (ricorso) davanti al Tribunale competente.

  • L’accordo di separazione consensuale dei coniugi viene consacrato in un ricorso (chiamato ricorso per separazione consensuale), all’interno del quale debbono essere indicate le condizioni alle quali i coniugi intendono separarsi. Ci riferiamo in particolare all’accordo sull’assegnazione della casa coniugale, sull’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge più debole.

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  • separazione dei coniugi e scioglimento della comunione legale

 


La pronuncia di addebito postula in ogni caso:

1) la violazione, da parte di uno dei coniugi, di uno dei fondamentali e più rilevanti obblighi o doveri nascenti dal matrimonio;

2) l’accertamento che il comportamento contrario ai doveri coniugali abbia causato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza (cosiddetto “accertamento del nesso eziologico”) e si sia determinato nel perdurare della convivenza. Quindi, in genere non si può addebitare la separazione sulla base di comportamenti successivi alla cessazione della convivenza. Tuttavia, possono essere considerati rilevanti i fatti eventualmente accaduti dopo il provvedimento del presidente del Tribunale che autorizza i coniugi a vivere separatamente, nello specifico caso in cui posseggano autonomo e concreto rilievo causale in ordine alla produzione dell’effetto dell’improseguibilità della convivenza e dell’addebito (Cass. Civ. Sent. 6621 del 14.7.1994).

3) La riferibilità dell’atto contrario ai bona matrimonii al comportamento volontario e cosciente di uno dei due coniugi, ovvero a persona capace di intendere e di volere. Ne consegue la non addebitabilità della separazione al coniuge che abbia posto in essere comportamenti contrari ai doveri coniugali a causa di uno stato di malattia mentale.

SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO PER SEPARAZIONE BOLOGNA-DIVORZIO BOLOGNA-AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNASuprema Corte di Cassazione

sezione II

sentenza 19 dicembre 2014, n. 27128

Svolgimento del processo

1.- D.S. conveniva in giudizio dinanzi al tribunale di Roma il coniuge separato F.A. chiedendo la divisione dell’immobile sito in (omissis) , e dell’appartamento in (omissis) , entrambi acquistati in regime di comunione.

Costituitasi in giudizio, la F. si opponeva alla domanda di divisione dell’appartamento in (omissis) , a lei assegnato in sede di separazione.

Con sentenza non definitiva n. 969/1993 il tribunale dichiarava inammissibile la divisione in natura della casa coniugale di via (omissis) e ammissibile la divisione dello stesso immobile mediante vendita (salvo l’ipotesi in cui l’appartamento risultasse comodamente divisibile).

Rimessa la causa in istruttoria si costituiva in giudizio la chiamata in causa, Le Assicurazioni di Roma, alla quale il D. , con atto del 6 aprile 1993, aveva concesso ipoteca per L. 225.000.000 sulla quota indivisa dell’appartamento in (omissis) ; la F. , con atto del 31 luglio 1993, acquistava la restante quota indivisa dell’immobile di (…).

Il tribunale dichiarava lo scioglimento della comunione sull’appartamento in (omissis) che attribuiva alla convenuta, determinando il conguaglio dovuto all’attore, con prelazione a favore del creditore ipotecario, nell’importo di Euro 92.810,42 previa decurtazione del 30% del valore dell’immobile in considerazione del diritto di abitazione a favore della convenuta.

Con sentenza dep. il 5 luglio 2011 la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della decisione impugnata dall’attore, determinava nella somma di Euro 500.000,00 il valore del bene assegnato in proprietà esclusiva alla convenuta, con l’obbligo da parte di quest’ultima di versare il conguaglio nella misura del 50% detratto l’importo dalla medesima sostenuto per spese di manutenzione; con gli interessi legali sull’importo dovuto.

I Giudici ritenevano quanto segue:

– erroneamente il tribunale aveva operato la decurtazione del valore della quota di comproprietà dell’immobile spettante all’attore, considerando la facoltà di abitazione attribuita al coniuge affidatario dei figli minori in sede di separazione;

– il valore deve essere determinato con riferimento al valore effettivo dell’immobile, tenuto conto che, secondo quanto affermato dalla S.C., il diritto di abitazione – di natura personale costituito nell’interesse dei figli – viene meno con la assegnazione in proprietà esclusiva della casa al coniuge affidatario;

– in considerazione della natura di debito di valore del conguaglio, la somma determinata dal consulente di ufficio con la stima effettuata nel 1998 andava rivalutata, dovendosi considerare l’innegabile lievitazione dei prezzi del mercato immobiliare, in particolare di quello romano, non apparendo al riguardo sufficiente il ricorso agli indici di svalutazione monetaria;

– pertanto, andavano considerati gli indici c.d. Rendistato accertati anno per anno dalla Banca d’Italia, che tengono conto della media del rendimento dei titoli di Stato, come forma di investimento maggiormente remunerativa su un mercato ordinario.

  1. – Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione F.A. sulla base di quattro motivi illustrati da memoria.

Resiste con controricorso Le Assicurazioni di Roma Mutua Assicuratrice Romana.

Motivi della decisione

1.- Preliminarmente va dichiarata inammissibile la produzione depositata dalla ricorrente con la nota del 15 ottobre 2014, posto che i documenti in oggetto non rientrano fra quelli previsti dall’art. 372 cod. proc. civ., che concernono l’ammissibilità del ricorso (o del controricorso) e la nullità della sentenza impugnata.

2.- La notificazione dell’impugnazione tempestivamente e validamente effettuata nei confronti di uno dei litisconsorti necessari determina l’idoneità della instaurazione del rapporto processuale anche nei confronti degli altri, dovendo in tal caso il giudice disporre la integrazione nei confronti dei soggetti contro i quali non è stato notificato il gravame: nella specie, il ricorso era stato tempestivamente notificato alla società Le Assicurazioni di Roma Mutua Assicuratrice Romana, litisconsorte necessario (creditore ipotecario), di guisa che appare irrilevante verificare la tempestività o meno della rinnovazione della notifica – effettuata ad iniziativa della ricorrente – nei confronti del D. .

3.1.- Il primo motivo censura la decisione gravata che, nell’applicare i principi formulati dalla S.C., non aveva considerato la peculiarità della fattispecie in, esame – radicalmente diversa da quella oggetto dei casi decisi dalla Cassazione – in cui il figlio dell’affidataria e poi assegnataria dell’immobile è affetto da grave disabilità per cui andavano contemperati i diritti costituzionalmente garantiti del figlio (artt. 30 primo comma, 32 primo comma, 38, primo, secondo, terzo, quarto e quinto comma Cost.) con l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento, all’educazione e all’istruzione (art. 148 cod. civ.) e con il diritto del D. di vedersi attribuita una quota pari al 50% del valore di mercato dell’immobile. Il provvedimento di assegnazione della casa, pronunciato dal Giudice della separazione e confermato in sede di divorzio, era stato emesso in favore esclusivamente del minore, di cui si occupa stabilmente la madre che lo ospita provvedendo alle sue necessità mentre il padre corrisponde l’assegno mensile di Euro 300,00 oltre rivalutazione ISTAT.

Il diritto a favore dell’invalido era prevalente rispetto a quello del padre, il quale aveva l’obbligo di fornire una adeguata abitazione al figlio in concorso con quello della madre.

3.2. – Il motivo va disatteso.

Va innanzitutto osservato che la questione relativa alla disabilità del figlio della affidataria e poi assegnataria in proprietà esclusiva dell’immobile de quo ha carattere di novità, non essendo stata trattata dalla sentenza impugnata: involgendo anche accertamenti di fatto, è inammissibile in sede di legittimità.

Peraltro, anche volendo prescindere dalla assorbente considerazione che precede, deve rilevarsi l’infondatezza della censura.

Occorre premettere che: il diritto di abitazione della casa familiare è un atipico diritto personale di godimento (e non un diritto reale), previsto nell’esclusivo interesse dei figli (art. 155, comma quarto, cod.civ.) e non nell’interesse del coniuge affidatario, che viene meno con l’assegnazione della casa familiare in proprietà esclusiva al coniuge affidatario dei figli, non avendo più ragione di esistere. Ed invero, la tutela del figlio minore o disabile è assicurata dall’affidamento al coniuge al quale la casa coniugale sia assegnata nonché dall’obbligo di mantenimento, cura ed educazione che è posto a carico di entrambi i genitori. Nel caso in cui, come nella specie, l’immobile sia assegnato in proprietà esclusiva al coniuge affidatario la invalidità di cui sia portatore il figlio e le sue condizioni di vita – che, per quel che si è detto, assumono rilevanza in relazione agli obblighi dei genitori – non possono avere alcuna interferenza sul valore di mercato dell’immobile ovvero sulla determinazione della porzione corrispondente alla quota di comproprietà spettante al condividente. Infatti, ove si operasse la decurtazione del valore in considerazione del diritto di abitazione, il coniuge non assegnatario verrebbe ingiustificatamente penalizzato con la corresponsione di una somma che non sarebbe rispondente alla metà dell’effettivo valore venale del bene: il che è comprovato dalla considerazione che, qualora intendesse rivenderlo a terzi, l’assegnatario in proprietà esclusiva potrebbe ricavare l’intero prezzo di mercato, pari al valore venale del bene, senza alcuna diminuzione.

  1. – Il secondo motivo censura la sentenza impugnata che aveva proceduto alla mera rivalutazione del conguaglio determinato dal CTU, senza compiere alcuna indagine volta ad accertare – in base ai prezzi di mercato – se, al momento della pronuncia, effettivamente il valore venale dell’immobile de quo avesse subito aumenti o diminuzioni rispetto alla stima compiuta nel 1998.

5.- Il terzo motivo censura la sentenza che, apoditticamente e di ufficio, aveva dato per scontato l’aumento del valore degli immobili i sul mercato romano, procedendo peraltro alla rivalutazione del conguaglio in base agli indici dei titoli di Stato, senza indicare gli elementi e i criteri in base ai quali avesse compiuto tale accertamento, tenuto conto che il valore dell’immobile era rimasto inalterato rispetto alla stima del 1998.

6.- Il secondo e il terzo motivo – che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono fondati.

Innanzitutto, deve ,escludersi che, come invece sostenuto dalla ricorrente, la mancata impugnazione della statuizione relativa alla assegnazione dell’immobile avrebbe comportato che il valore del conguaglio si fosse era cristallizzato al momento del passaggio in giudicato della decisione del tribunale.

Nel caso di attribuzione al condividente del bene oggetto di divisione sorge a favore dell’altro (o degli altri) il diritto al conguaglio in denaro: la relativa determinazione rientra nelle modalità di attuazione della divisione che hanno la finalità assicurare la formazione di porzioni di valore corrispondente alle quote; nessuna efficacia poteva assumere la stima del valore compiuta dal tribunale, attesa l’avvenuta impugnazione da parte dell’attore di quel capo della sentenza.

Ciò posto, va ricordato che in tema di divisione giudiziale, il debito da conguaglio che grava sul condividente assegnatario di un immobile non facilmente divisibile ha natura di debito di valore, da rivalutarsi, anche “officio iudicis”, se e nei limiti in cui l’eventuale svalutazione si sia tradotta in una lievitazione del prezzo di mercato del bene.

La sentenza, pur avendo inizialmente affermato che il valore degli immobili sul mercato nazionale e, in particolare, su quello romano, era fortemente aumentato e che non poteva operarsi il solo adeguamento alla svalutazione intervenuta medio tempore, si è poi, in realtà, limitata ad adeguare all’attualità – in considerazione del diminuito potere di acquisto della moneta nel frattempo verificatosi – l’espressione monetaria del valore del bene determinato dal consulente con la stima compiuta nel 1998: ha calcolato l’importo, prima tenendo conto delle rendite dei titoli di Stato (Euro 401.392,00) e poi, in modo del tutto immotivato, rivalutando tale somma all’attualità in Euro 500.000,00. In sostanza, la stima è stata compiuta prescindendo da qualsiasi indagine su quello che nel periodo considerato sarebbe stato l’andamento del mercato immobiliare, di guisa che non è stato minimamente accertato se vi sia stata o meno la lievitazione o diminuzione dei prezzi di mercato.

4.1.- Con il quarto motivo la ricorrente denuncia che – ove l’importo dovuto fosse rivalutato in base a quanto statuito dalla sentenza impugnata – subirebbe un danno patrimoniale conseguente a un fatto a lei non imputabile costituito dal rinvio della decisione della causa per motivi dell’Ufficio; chiede pertanto che la somma dovuta sia comunque congruamente ridotta.

4.2.- Il motivo va disatteso.

Con la doglianza, formulata ai sensi degli artt. 111 Cost. e 2 della legge n. 89 del 2001,la ricorrente formula una domanda che non solo è nuova ma, concernendo eventualmente il danno da irragionevole durata del processo addebitato all’Ufficio, non può avere alcuna incidenza nella decisione della presente causa in merito all’ammontare della somma dovuta a titolo di conguaglio al condividente non assegnatario dell’immobile : evidentemente sono del tutto estranei al presente giudizio i presupposti della domanda di cui alla L. n. 89 del 2001 (che si propone nei confronti del Ministero della Giustizia e al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio nel cui ambito la violazione della ragionevole durata si assume verificata).

La sentenza va cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

P.Q.M.

Accoglie il secondo e il terzo motivo del ricorso rigetta gli altri cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

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SEPARAZIONI BOLOGNA -AVVOCATO PER SEPARAZIONE BOLOGNA-DIVORZIO BOLOGNA-AVVOCATO PER DIVORZIO BOLOGNA

 

Auspica la rimeditazione dell’orientamento adottato dalle Sezioni Unite nel 2004 e pone una serie di quesiti che trascendono la soluzione della vicenda processuale e mirano a una “sistemazione” dell’istituto.

Alla sezione rimettente sembra opportuno che sia stabilito quando e come insorga il vincolo di destinazione a casa familiare; quale sia il momento di cessazione di esso; quale sia il regime di opponibilità e come sia connotata la posizione giuridica del coniuge e dei figli del comodatario iniziale.

3.1) In particolare l’ordinanza critica la sentenza 13603/04 per avere affermato che il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare “attribuisce un diritto personale di godimento, variamente segnato da tratti di atipicità”: tale affermazione sarebbe incongrua qualora riferita a una posizione giuridica di natura reale, preesistente in capo ad uno o a entrambi i coniugi.

Più pertinente è il rilievo secondo cui sarebbe stato stabilito che in caso di comodato pattuito a tempo indeterminato, il comodante sarebbe tenuto a consentire la continuazione del godimento fino al sopraggiungere di un bisogno ex art. 1809 c.c. Ciò appare incongruo ai giudici rimettenti qualora il comodato sia stato pattuito in attesa di altra soluzione abitativa, eventualmente già in corso di predisposizione. E incertezze vengono palesate con riguardo al comodato precario concesso al figlio che, unendosi in matrimonio, destini successivamente l’alloggio a residenza della neo costituita famiglia.

3.2) Il cuore della critica risiede tuttavia nell’osservazione secondo la quale le Sezioni Unite del 2004 hanno determinato ciò che avevano detto di voler evitare, cioè una sostanziale espropriazione delle facoltà del comodante. Ciò deriverebbe dall’aver escluso la recedibilità ad nutum ex art. 1810 c.c., senza neppure distinguere a seconda che il proprietario sia genitore del beneficiario o un terzo estraneo.

A differenza del coniuge proprietario, tenuto a rispettare la solidarietà post coniugale in ragione della tutela costituzionale dell’istituto familiare, i terzi non dovrebbero essere costretti a subire una situazione “destinata a durare indefinitamente nel tempo”. Inoltre la soluzione prescelta giungerebbe a negare la configurabilità del precario di casa familiare, con l’effetto di “scoraggiare” il diffuso istituto del comodato quale soluzione ai problemi abitativi delle giovani coppie. E costituirebbe un modo per attribuire al coniuge assegnatario diritti poziori rispetto a quelli vantati dall’originario comodatario.

Viene quindi sollecitato un diverso contemperamento tra le contrapposte esigenze del concedente e del comodatario assegnatario della casa coniugale.

4) Nel precedente pronunciamento (Cass. civ., sez. un., 21-07-2004, n. 13603) è stato stabilito, come si legge nell’enunciazione finale del principio di diritto, che nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed impreveduto bisogno, ai sensi dell’art. 1809 c.c.

A questo principio si è attenuta successivamente la giurisprudenza della Corte Suprema, la quale, muovendo dalle premesse fissate dalle Sezioni Unite, ha ribadito che la specificità della destinazione, impressa per effetto della concorde volontà delle parti, è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorità e dall’incertezza, che caratterizzano il comodato cosiddetto precario, e che legittimano la cessazione “ad nutum” del rapporto su iniziativa del comodante, con la conseguenza che questi, in caso di godimento concesso a tempo indeterminato, è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno (3072/06; 13260/06; 16559/08 in Riv. not, 2008; Cass. 19939/08, in Foro it., 2008, I, 3552; Cass. 18619/10 in Giur. it., 2011, 1279; Cass. 4917/11 in Riv. giur. Ed., 2011, I, 890; Cass. 13592/11 in Contratti, 2011, 1103; Cass. 16769/12; 14177/12; v. anche implicitamente Cass. 9253/05).

È stato altresì riaffermato che il vincolo di destinazione appare idoneo a conferire all’uso, cui la cosa deve essere destinata, il carattere di elemento idoneo ad individuare il termine implicito della durata del rapporto, rientrando tale ipotesi nella previsione dell’art. 1809, primo comma, cod. civ.. Se ne è tratta la conseguenza che, una volta cessata la convivenza ed in mancanza di un provvedimento giudiziale di assegnazione del bene, questo deve essere restituito al comodante, essendo venuto meno lo scopo cui il contratto era finalizzato (Cass. 2103/12).

4.1) In contrasto, a quanto sembra inconsapevole, con l’orientamento invalso dal 2004, si è posta una sola pronuncia recente, Cass. 15986/10, la quale, senza nulla aggiungere, si è esplicitamente rifatta a un precedente del 1997 per sancire la irrilevanza della destinazione a casa familiare di un immobile, con relativa configurabilità di un comodato precario, soggetto a recesso ad nutum.

Non è invece in contrasto con l’orientamento delle Sezioni Unite Cass. 3179/07, invocata da parte ricorrente, perché, pur prestandosi ad un’equivoca interpretazione a causa della sua stringata motivazione, ha in sostanza ribadito i principi esposti dalle Sezioni Unite.

Nel caso del 2007, relativo ad immobile concesso in comodato da un’azienda al suo amministratore unico, il giudice di merito aveva ravvisato la stipulazione di un comodato precario. Aveva pertanto ordinato al comodatario il rilascio, appena richiesto dal comodante, senza tener conto “delle regole sull’assegnazione della casa coniugale a coniuge affidatario di figli minori”.

La Corte di Cassazione, pur conscia che il ed precario non è in linea di principio compatibile con la destinazione a casa familiare, ha confermato questa decisione, che si differenzia dal caso regolato dalle Sezioni Unite, e da quello odierno, perché l’indagine di merito aveva configurato un contratto stipulato tra le parti come contratto di comodato immobiliare senza determinazione di durata ai sensi dell’art. 1810 c.c. e non come contratto soggetto alla disciplina dell’art. 1809 c.c.

Ed infatti la sentenza del 2007 ha fatto espresso riferimento a SU 13603/04 e ha ripetuto che il provvedimento di assegnazione di un immobile destinato a casa familiare non modifica né la natura né il titolo di godimento dell’immobile.

4.1.1) Perché l’assegnatario possa opporre al comodante, che chieda il rilascio dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione della casa familiare, è necessario che tra le parti (cioè almeno con uno dei coniugi, salva la concentrazione del rapporto in capo all’assegnatario, ancorché diverso) sia stato in precedenza costituito un contratto di comodato che abbia contemplato la destinazione del bene quale casa familiare senza altri limiti o pattuizioni.

In relazione a questa destinazione, se non sia stata fissata espressamente una data di scadenza, il termine è desumibile dall’uso per il quale la cosa è stata consegnata e quindi dalla destinazione a casa familiare, applicandosi in questo caso le regole che disciplinano questo istituto.

5) Si giunge così al nucleo della questione posta, da dirimere confermando la soluzione adottata a suo tempo, con le precisazioni che seguiranno.

Un’esigenza di puntualizzazione si pone in relazione alla individuazione del regime contrattuale.

A questo proposito si impone un primo chiarimento.

Tralasciando opinioni minoritarie, si può dire che il codice civile disciplina due “forme” del comodato, quello propriamente detto, regolato dagli artt. 1803 e 1809 e il c.d. precario, al quale si riferisce l’art. 1810 c.c., sotto la rubrica “comodato senza determinazione di durata”.

È solo nel caso di cui all’art. 1810 c.c., connotato dalla mancata pattuizione di un termine e dalla impossibilità di desumerlo dall’uso cui doveva essere destinata la cosa, che è consentito di richiedere ad nutum il rilascio al comodatario.

L’art. 1809 c.c. concerne invece il comodato sorto con la consegna della cosa per un tempo determinato o per un uso che consente di stabilire la scadenza contrattuale.

Esso è caratterizzato dalla facoltà del comodante di esigere la restituzione immediata solo in caso di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno (art. 1809 c. 2 c.c.).

È a questo tipo contrattuale che va ricondotto il comodato di immobile che sia stato pattuito per la destinazione di esso a soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario, da intendersi in tal caso “anche nelle sue potenzialità di espansione”.

Trattasi infatti di contratto sorto per un uso determinato e dunque, come è stato osservato, per un tempo determinabile per relationem, che può essere cioè individuato in considerazione della destinazione a casa familiare contrattualmente prevista, indipendentemente dall’insorgere di una crisi coniugale.

È grazie a questo inquadramento che risulta senza difficoltà applicabile il disposto dell’art. 1809 comma secondo, norma che riequilibra la posizione del comodante ed esclude distorsioni della disciplina negoziale.

5.1) Si può osservare che nella sentenza 13603/04, l’ipotesi di comodato di casa familiare è stata inquadrata nello “schema del comodato a termine indeterminato”.

Questa definizione non riconduce però il rapporto negoziale qui descritto al contratto senza determinazione di durata, cioè al precario cui all’art. 1810 c.c., avendo essa riguardo alla configurazione di un termine non prefissato, ma desumibile dall’uso convenuto; ipotesi ben distinta da quella in cui le parti abbiano stabilito un termine finale di godimento del bene, come può accadere sia quando venga fissata una data di scadenza, sia, si deve ora aggiungere esemplificativamente, qualora il comodante abbia ceduto l’alloggio ad un comodatario (p. es. un figlio) stabilendo che possa abitarvi fino al matrimonio di altro figlio/a, o fino alla conclusione dei lavori di costruzione e restauro di casa di proprietà, o fino all’acquisto di un immobile analogo.

In ogni caso, si disse, in cui il contratto prevede espressamente ed univocamente un termine finale, si configura senz’altro un contratto a tempo determinato.

5.1.1) È stata la dottrina, proprio in relazione al comodato di immobile ad uso abitativo, ad avvertire l’opportunità di descrivere un comodato “a tempo indeterminato”, ma lo ha subito riconosciuto concettualmente come diverso dal comodato senza determinazione di durata.

 

 

 

 

 

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SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Sentenza 27 maggio – 29 settembre 2014, n. 20448

(Presidente Rovelli – Relatore D’Ascola)

Svolgimento del processo

1) V.G. con citazione del 1 dicembre 1999 ha agito nei confronti del proprio figlio C. e della di lui moglie Ve.Ma.Lu. per ottenere il rilascio dell’immobile concesso in comodato al figlio nel 1992, in occasione del matrimonio.

La sola Ve. ha resistito, opponendo che in sede di separazione coniugale il 23 dicembre 1999 ella, quale affidataria del figlio P., nato nel (…), aveva ottenuto l’assegnazione della casa familiare; che pertanto aveva titolo per il godimento dell’immobile.

La domanda è stata respinta dal tribunale di Nardo con sentenza 27 marzo 2003.

La Corte di appello di Bari con sentenza 20 novembre 2006 ha rigettato il gravame interposto dal V.

Si è espressamente adeguata al precedente costituito da SU 13603/04 in tema di comodato di casa familiare, affermando la sussistenza nella specie dei presupposti fissati dalla giurisprudenza.

L’attore ha proposto tempestivo ricorso per cassazione, notificato il 20 dicembre 2007 al difensore domiciliatario dell’appellata.

La intimata non ha svolto attività difensiva.

Con ordinanza n. 15113/13, la Terza Sezione, auspicando un ripensamento dell’orientamento giurisprudenziale affermatosi nel 2004, ha rimesso gli atti al Primo Presidente, che ha assegnato la causa alle Sezioni Unite della Corte.

Motivi della decisione

2.1) Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt.1809, 1810 cod. civ., 155 c.c. e vizi di motivazione.

In via principale invoca i principi desumibili da Cass. 3179/07 e afferma che il comodato di immobile destinato a casa familiare, ove pattuito senza determinazione di tempo, comporta l’obbligo del comodatario di restituire il bene non appena il comodante lo richieda.

Deduce che nel caso regolato dalle Sezioni Unite del 2004 era configurabile un vincolo di destinazione dell’immobile alle esigenze abitative familiari, insussistente nel caso di specie, in cui le parti hanno convenuto la concessione in godimento dell’alloggio “quale sistemazione temporanea provvisoria e precaria per i giovani coniugi”. A tal fine rileva che trattasi di una villetta sita in zona di villeggiatura; che la convenuta era già a quel tempo comproprietaria di una residenza estiva della propria famiglia di origine posta nel medesimo comune; che attualmente la propria figlia, coniugata con tre bambini, risiede in altro alloggio concesso al ricorrente dallo Iacp, ente che avrebbe richiesto a qual titolo sussista tale occupazione da parte di famiglia non assegnataria.

Lamenta che la Corte di appello non abbia valutato tali circostanze, pur rilevanti a suo avviso quale bisogno ex art. 1809 c.c., per ritenere sussistente un comodato precario. Con più “quesiti di diritto” formulati ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c, chiede alla Corte di stabilire che, in caso di comodato c.d. precario di abitazione destinata a casa familiare, il comodatario è tenuto al rilascio a semplice richiesta del comodante. In subordine, domanda alla Corte di Cassazione di ribadire che l’effettiva destinazione a casa familiare voluta dal comodante è desumibile solo da una specifica verifica in punto di fatto; che la verifica della comune intenzione delle parti sarebbe stata omessa; che nella specie il bene era stato concesso in godimento solo al fine di una temporanea sistemazione.

2.2) Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1803, 1809, 1810 cod. civ. con riferimento agli artt. 147 e 155 c.c. e 42 Cost. e vizi di motivazione.

Parte ricorrente si duole che la sentenza impugnata abbia ravvisato un contratto con determinazione implicita del termine ex art. 1809 c.c., ancorando la scadenza al raggiungimento della indipendenza dei figli conviventi con l’assegnatario.

2.2.1) Sostiene che, tutt’al più, nel caso di specie la volontà delle parti era di condizionare la concessione in comodato al raggiungimento della condizione di autosufficienza economica dei coniugi, condizione ormai raggiunta dalla convenuta, o alla sopravvenuta necessità per il comodante di rientrare in possesso dell’immobile.

2.2.2) Far coincidere la scadenza del comodato con il raggiungimento della indipendenza dei figli del comodatario potrebbe comportare, secondo il ricorso, il rischio che la beneficiaria ostacoli le inclinazioni del figlio, per “conservare quanto è più possibile” la casa concessa in comodato.

2.2.3) Con altri tre quesiti mira a far accertare quanto dedotto nei due sottoparagrafi precedenti e a far dichiarare che il comodato con scadenza coincidente con il raggiungimento della indipendenza economica dei figli conviventi con l’assegnatario viola il precetto costituzionale di “tutela della proprietà privata”.

2.3) Il terzo motivo lamenta violazione dell’art. 345 c.p.c. in relazione alla ammissibilità – negata dalla Corte territoriale – della deduzione in appello di una situazione di bisogno di natura familiare, sopravvenuta dopo la introduzione della causa.

3) La Terza Sezione si fa interprete di alcune osservazioni e suggestioni critiche che in sede dottrinale sono state esposte all’indomani di Cass. SU 13603/04 e che contrastano i commenti favorevoli al provvedimento.

Auspica la rimeditazione dell’orientamento adottato dalle Sezioni Unite nel 2004 e pone una serie di quesiti che trascendono la soluzione della vicenda processuale e mirano a una “sistemazione” dell’istituto.

Alla sezione rimettente sembra opportuno che sia stabilito quando e come insorga il vincolo di destinazione a casa familiare; quale sia il momento di cessazione di esso; quale sia il regime di opponibilità e come sia connotata la posizione giuridica del coniuge e dei figli del comodatario iniziale.

3.1) In particolare l’ordinanza critica la sentenza 13603/04 per avere affermato che il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare “attribuisce un diritto personale di godimento, variamente segnato da tratti di atipicità”: tale affermazione sarebbe incongrua qualora riferita a una posizione giuridica di natura reale, preesistente in capo ad uno o a entrambi i coniugi.

Più pertinente è il rilievo secondo cui sarebbe stato stabilito che in caso di comodato pattuito a tempo indeterminato, il comodante sarebbe tenuto a consentire la continuazione del godimento fino al sopraggiungere di un bisogno ex art. 1809 c.c. Ciò appare incongruo ai giudici rimettenti qualora il comodato sia stato pattuito in attesa di altra soluzione abitativa, eventualmente già in corso di predisposizione. E incertezze vengono palesate con riguardo al comodato precario concesso al figlio che, unendosi in matrimonio, destini successivamente l’alloggio a residenza della neo costituita famiglia.

3.2) Il cuore della critica risiede tuttavia nell’osservazione secondo la quale le Sezioni Unite del 2004 hanno determinato ciò che avevano detto di voler evitare, cioè una sostanziale espropriazione delle facoltà del comodante. Ciò deriverebbe dall’aver escluso la recedibilità ad nutum ex art. 1810 c.c., senza neppure distinguere a seconda che il proprietario sia genitore del beneficiario o un terzo estraneo.

A differenza del coniuge proprietario, tenuto a rispettare la solidarietà post coniugale in ragione della tutela costituzionale dell’istituto familiare, i terzi non dovrebbero essere costretti a subire una situazione “destinata a durare indefinitamente nel tempo”. Inoltre la soluzione prescelta giungerebbe a negare la configurabilità del precario di casa familiare, con l’effetto di “scoraggiare” il diffuso istituto del comodato quale soluzione ai problemi abitativi delle giovani coppie. E costituirebbe un modo per attribuire al coniuge assegnatario diritti poziori rispetto a quelli vantati dall’originario comodatario.

Viene quindi sollecitato un diverso contemperamento tra le contrapposte esigenze del concedente e del comodatario assegnatario della casa coniugale.

4) Nel precedente pronunciamento (Cass. civ., sez. un., 21-07-2004, n. 13603) è stato stabilito, come si legge nell’enunciazione finale del principio di diritto, che nell’ipotesi di concessione in comodato da parte di un terzo di un bene immobile di sua proprietà perché sia destinato a casa familiare, il successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell’assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato, con la conseguenza che il comodante è tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed impreveduto bisogno, ai sensi dell’art. 1809 c.c.

A questo principio si è attenuta successivamente la giurisprudenza della Corte Suprema, la quale, muovendo dalle premesse fissate dalle Sezioni Unite, ha ribadito che la specificità della destinazione, impressa per effetto della concorde volontà delle parti, è incompatibile con un godimento contrassegnato dalla provvisorità e dall’incertezza, che caratterizzano il comodato cosiddetto precario, e che legittimano la cessazione “ad nutum” del rapporto su iniziativa del comodante, con la conseguenza che questi, in caso di godimento concesso a tempo indeterminato, è tenuto a consentirne la continuazione anche oltre l’eventuale crisi coniugale, salva l’ipotesi di sopravvenienza di un urgente ed imprevisto bisogno (3072/06; 13260/06; 16559/08 in Riv. not, 2008; Cass. 19939/08, in Foro it., 2008, I, 3552; Cass. 18619/10 in Giur. it., 2011, 1279; Cass. 4917/11 in Riv. giur. Ed., 2011, I, 890; Cass. 13592/11 in Contratti, 2011, 1103; Cass. 16769/12; 14177/12; v. anche implicitamente Cass. 9253/05).

È stato altresì riaffermato che il vincolo di destinazione appare idoneo a conferire all’uso, cui la cosa deve essere destinata, il carattere di elemento idoneo ad individuare il termine implicito della durata del rapporto, rientrando tale ipotesi nella previsione dell’art. 1809, primo comma, cod. civ.. Se ne è tratta la conseguenza che, una volta cessata la convivenza ed in mancanza di un provvedimento giudiziale di assegnazione del bene, questo deve essere restituito al comodante, essendo venuto meno lo scopo cui il contratto era finalizzato (Cass. 2103/12).

4.1) In contrasto, a quanto sembra inconsapevole, con l’orientamento invalso dal 2004, si è posta una sola pronuncia recente, Cass. 15986/10, la quale, senza nulla aggiungere, si è esplicitamente rifatta a un precedente del 1997 per sancire la irrilevanza della destinazione a casa familiare di un immobile, con relativa configurabilità di un comodato precario, soggetto a recesso ad nutum.

Non è invece in contrasto con l’orientamento delle Sezioni Unite Cass. 3179/07, invocata da parte ricorrente, perché, pur prestandosi ad un’equivoca interpretazione a causa della sua stringata motivazione, ha in sostanza ribadito i principi esposti dalle Sezioni Unite.

Nel caso del 2007, relativo ad immobile concesso in comodato da un’azienda al suo amministratore unico, il giudice di merito aveva ravvisato la stipulazione di un comodato precario. Aveva pertanto ordinato al comodatario il rilascio, appena richiesto dal comodante, senza tener conto “delle regole sull’assegnazione della casa coniugale a coniuge affidatario di figli minori”.

La Corte di Cassazione, pur conscia che il ed precario non è in linea di principio compatibile con la destinazione a casa familiare, ha confermato questa decisione, che si differenzia dal caso regolato dalle Sezioni Unite, e da quello odierno, perché l’indagine di merito aveva configurato un contratto stipulato tra le parti come contratto di comodato immobiliare senza determinazione di durata ai sensi dell’art. 1810 c.c. e non come contratto soggetto alla disciplina dell’art. 1809 c.c.

Ed infatti la sentenza del 2007 ha fatto espresso riferimento a SU 13603/04 e ha ripetuto che il provvedimento di assegnazione di un immobile destinato a casa familiare non modifica né la natura né il titolo di godimento dell’immobile.

4.1.1) Perché l’assegnatario possa opporre al comodante, che chieda il rilascio dell’immobile, l’esistenza di un provvedimento di assegnazione della casa familiare, è necessario che tra le parti (cioè almeno con uno dei coniugi, salva la concentrazione del rapporto in capo all’assegnatario, ancorché diverso) sia stato in precedenza costituito un contratto di comodato che abbia contemplato la destinazione del bene quale casa familiare senza altri limiti o pattuizioni.

In relazione a questa destinazione, se non sia stata fissata espressamente una data di scadenza, il termine è desumibile dall’uso per il quale la cosa è stata consegnata e quindi dalla destinazione a casa familiare, applicandosi in questo caso le regole che disciplinano questo istituto.

5) Si giunge così al nucleo della questione posta, da dirimere confermando la soluzione adottata a suo tempo, con le precisazioni che seguiranno.

Un’esigenza di puntualizzazione si pone in relazione alla individuazione del regime contrattuale.

A questo proposito si impone un primo chiarimento.

Tralasciando opinioni minoritarie, si può dire che il codice civile disciplina due “forme” del comodato, quello propriamente detto, regolato dagli artt. 1803 e 1809 e il c.d. precario, al quale si riferisce l’art. 1810 c.c., sotto la rubrica “comodato senza determinazione di durata”.

È solo nel caso di cui all’art. 1810 c.c., connotato dalla mancata pattuizione di un termine e dalla impossibilità di desumerlo dall’uso cui doveva essere destinata la cosa, che è consentito di richiedere ad nutum il rilascio al comodatario.

L’art. 1809 c.c. concerne invece il comodato sorto con la consegna della cosa per un tempo determinato o per un uso che consente di stabilire la scadenza contrattuale.

Esso è caratterizzato dalla facoltà del comodante di esigere la restituzione immediata solo in caso di sopravvenienza di un urgente e imprevisto bisogno (art. 1809 c. 2 c.c.).

È a questo tipo contrattuale che va ricondotto il comodato di immobile che sia stato pattuito per la destinazione di esso a soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario, da intendersi in tal caso “anche nelle sue potenzialità di espansione”.

Trattasi infatti di contratto sorto per un uso determinato e dunque, come è stato osservato, per un tempo determinabile per relationem, che può essere cioè individuato in considerazione della destinazione a casa familiare contrattualmente prevista, indipendentemente dall’insorgere di una crisi coniugale.

È grazie a questo inquadramento che risulta senza difficoltà applicabile il disposto dell’art. 1809 comma secondo, norma che riequilibra la posizione del comodante ed esclude distorsioni della disciplina negoziale.

5.1) Si può osservare che nella sentenza 13603/04, l’ipotesi di comodato di casa familiare è stata inquadrata nello “schema del comodato a termine indeterminato”.

Questa definizione non riconduce però il rapporto negoziale qui descritto al contratto senza determinazione di durata, cioè al precario cui all’art. 1810 c.c., avendo essa riguardo alla configurazione di un termine non prefissato, ma desumibile dall’uso convenuto; ipotesi ben distinta da quella in cui le parti abbiano stabilito un termine finale di godimento del bene, come può accadere sia quando venga fissata una data di scadenza, sia, si deve ora aggiungere esemplificativamente, qualora il comodante abbia ceduto l’alloggio ad un comodatario (p. es. un figlio) stabilendo che possa abitarvi fino al matrimonio di altro figlio/a, o fino alla conclusione dei lavori di costruzione e restauro di casa di proprietà, o fino all’acquisto di un immobile analogo.

In ogni caso, si disse, in cui il contratto prevede espressamente ed univocamente un termine finale, si configura senz’altro un contratto a tempo determinato.

5.1.1) È stata la dottrina, proprio in relazione al comodato di immobile ad uso abitativo, ad avvertire l’opportunità di descrivere un comodato “a tempo indeterminato”, ma lo ha subito riconosciuto concettualmente come diverso dal comodato senza determinazione di durata.

Sebbene inizialmente sia stato proposto di desumere la disciplina applicabile da quella di cui all’art. 1810 c.c., l’evolversi degli studi ha fatto maggiormente riflettere sul “comodato di lunga durata”, caratterizzato da una scadenza non predeterminata e non di rado volta a superare la stessa vita del comodante, con il sopravvenire per via ereditaria del diritto di proprietà in capo al titolare del diritto di godimento attribuito gratuitamente al congiunto.

A questo comodato, chiaramente connesso con le finalità solidaristiche che sono state tratteggiate dall’intervento del 2004 delle Sezioni Unite, mal si attaglia la natura instabile della situazione negoziale di cui all’art. 1810 c.c.

Ed è invece implicita nella previsione di destinazione dell’immobile ad abitazione familiare la determinazione della durata della concessione, che va rapportata a tale uso, come colto da Cass. 2627/06, postasi lucidamente nella sequela di Cass. 13603/04.

Dunque l’espressione contenuta nella sentenza del 2004, nata dall’obbiettiva difficoltà di descrivere un comodato a durata indefinita e comunque non determinata con scadenza fissa, ancorché determinabile per relationem, va intesa nel senso di ricondurre la fattispecie al contratto in cui il termine risulta dall’uso cui la cosa è stata destinata.

Restano così non accoglibili i suggerimenti dottrinali, pur indiscutibilmente utili alla riflessione, volti a mitigare con l’utilizzo dell’art. 1183 c.c. comma secondo la eventuale applicabilità al comodato di lunga durata della disciplina del precario.

Sono per opposto verso non condivisibili quelle voci che auspicano una ancora maggiore tutela dei soggetti deboli, attraverso la configurazione di un contratto atipico di scopo che imponga al comodante di rispettare la destinazione a casa familiare indipendentemente dalle circostanze sopravvenute.

6) L’inquadramento qui precisato offre il destro per ribadire che le preoccupazioni dell’ordinanza di rimessione possono essere superate con una attenta lettura e una prudente applicazione della sentenza del 2004.

Quest’ultima, prevenendo le obiezioni, ha esplicitato che non intendeva affermare che, ogniqualvolta un immobile venga concesso in comodato con destinazione abitativa, si debba immancabilmente riconoscergli durata pari alle esigenze della famiglia del comodatario, ancorché disgregata.

Ha infatti in primo luogo (si veda pag. 11) invitato i giudici di merito a valutare la sussistenza della pattuizione di un termine finale di godimento del bene, che potrebbe emergere dalle motivazioni espresse nel momento in cui è stato concesso il bene e che impedirebbe di protrarre oltre l’occupazione.

In secondo luogo ha precisato che la concessione per destinazione a casa familiare implica una scrupolosa verifica della intenzione delle parti, che tenga conto delle loro condizioni personali e sociali, della natura dei loro rapporti, degli interessi perseguiti.

Ciò significa che il comodatario, o il coniuge separato con cui sia convivente la prole minorenne o non autosufficiente, che opponga alla richiesta di rilascio la esistenza di un comodato di casa familiare con scadenza non prefissata, ha l’onere di provare, anche mediante le inferenze probatorie desumibili da ogni utile fatto secondario allegato e dimostrato, che tale era la pattuizione attributiva del diritto personale di godimento.

La prova potrebbe risultare più difficile qualora la concessione sia avvenuta in favore di comodatario non coniugato né prossimo alle nozze, dovendosi in tal caso dimostrare che dopo l’insorgere della nuova situazione familiare il comodato sia stato confermato e mantenuto per soddisfare gli accresciuti bisogni connessi all’uso familiare e non solo personale.

Trattasi sempre di un mero problema di prova, risolvibile grazie al prudente apprezzamento del giudice di merito in relazione agli elementi (epoca dell’insorgenza della nuova situazione, comportamenti e dichiarazioni delle parti, rapporti intrattenuti, tempo trascorso etc.) che sono sottoponili al suo giudizio.

Spetta invece a chi invoca la cessazione del comodato per il raggiungimento del termine prefissato, dimostrare il relativo presupposto.

6.1) Se così è, risulta vano prospettare l’iniquità di uno sviluppo contrattuale che è stato voluto dalle parti. Né si potrà dire, come sembra sotteso anche nel ricorso e nella memoria conclusiva, che il comodante intende sempre che la concessione in comodato è precaria e soggetta a risoluzione ad nutum.

Si è visto prima che un comodato immobiliare precario o a termine più breve può, in relazione ai rapporti tra le parti e alle finalità (rapporti di lavoro, solidarietà emergenziale) essere configurabile.

Non di questo si discute qui, ma della ipotesi in cui il comodante concede al figlio, o a persona che egli intende beneficiare, un’abitazione da destinare a casa familiare, senza porre in alcun modo limiti temporali.

Ed in questi casi, al di là delle nozioni giuridiche possedute dal comodante, di cui tuttavia vanno indagate le intenzioni obbietti va mente risultanti, rilevano la innegabile stabilità della destinazione abitativa, la finalità solidaristica che fa venire in risalto i bisogni della prole del comodatario, in definitiva la stessa causa del negozio, che è quella di attribuire il godimento di un bene, cioè di realizzare l’interesse del comodatario.

6.1.1) È stato scritto che questo interesse permea e orienta il rapporto contrattuale di comodato. Questa affermazione si concretizza nell’assecondare la attuazione dell’iniziale programma negoziale e non nell’interpretare l’istituto al fine di facilitare reazioni ritorsive alle vicende esistenziali del beneficiario.

È comprensibile che la novità recata dalla parziale dissoluzione del nucleo familiare (che nella sua composizione residua continua ad occupare l’abitazione familiare, mantenendone la destinazione) porti ad interrogarsi sulla ragionevolezza del permanere della destinazione, nonostante l’intendimento sopravvenuto di ritrattare la concessione.

La risposta, per tutte le ragioni manifestate qui e da SU 13603/04, non può che essere nel segno di rispettare il potere di disposizione del bene, quale esercitato al sorgere del contratto.

Se il contratto ancorava la durata del comodato alla famiglia del comodatario, corrisponde a diritto che esso perduri fino al venir meno delle esigenze della famiglia.

È negli articoli 337 bis e segg. del codice civile (dopo la modifica di cui D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154; già art. 155 e segg. c.c.) e nella giurisprudenza di legittimità che trova attuazione il disposto normativo circa la sopravvivenza o il dissolversi delle necessità familiari legittimanti l’assegnazione della casa familiare e quindi il perdurare della fattispecie contrattualmente disegnata.

È appena il caso di rilevare che la questione relativa ai limiti di opponibilità del comodato al terzo acquirente, sulla quale l’ordinanza di rimessione sollecita un intervento delle Sezioni Unite, è del tutto estranea al tema del decidere (cfr. sub 3.1. primo capoverso).

6.1.2) Giova a questo punto precisare che proprio la giurisprudenza conduce ad escludere, al contrario di quanto ventilato in ricorso, che trovino immeritata tutela di comportamenti ostruzionistici dei beneficiari dell’alloggio, finalizzati a protrarre indebitamente il godimento della casa familiare.

Proprio recentissimamente la Prima Sezione della Corte ha avuto modo di riepilogare efficacemente(Cass. 18076/14) i principi che si sono andati affermando circa i limiti dell’obbligo di mantenimento del figlio maggiorenne.

Questi, è stato osservato, in forza dei doveri di autoresponsabilità che su di lui incombono, non può pretendere la protrazione dell’obbligo oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, perché “l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione”.

6.2) Su altro versante la soluzione prescelta da Cass. 13603/04 è da confermare, richiamando all’attenzione la portata della facoltà di recedere ex art. 1809 capoverso c.c., forse sin qui non ben compresa.

Si è detto che l’opportunità di cui al 1809 c.c. è stata evocata dalle Sezioni Unite per conseguire un compromesso tra opposte tesi, ma non è così.

Si tratta invece di piana applicazione del tipo contrattuale al quale è stato ricondotto il comodato di casa familiare, riconosciuto estraneo al “precario” ex art. 1810 e invece disciplinato dall’art. 1809 cod. civ.

Questa disposizione rivela che il comodato a tempo determinato, soprattutto se con le connotazioni della lunga durata di cui ci si è occupati supra, nasce nella convinzione della piena stabilità del rapporto, anche tenendo conto della possibilità di risolverlo motivatamente in caso di bisogno.

Questa eventualità è una componente intrinseca del tipo contrattuale e costituisce insieme espressione di un potere e di un limite del comodante, da questi accettato nel momento in cui concede il bene per un uso potenzialmente di lunghissima durata e di fondamentale importanza per il beneficiario.

Con l’implicazione che il comodante, contrariamente a quanto ipotizzato da una risalente dottrina, ritiene di poter rispettare il contratto per tutto il tempo di durata prevedibile.

A fronte di questa scelta, che fa ritenere che il comodante non prevedesse di volere o dovere alienare il bene, non può trovare tutela la sua intenzione, verosimilmente ritorsiva, di rimuovere l’occupante rimastone beneficiario.

Trova invece tutela il sopravvenire di un urgente e impreveduto bisogno.

La giurisprudenza, significativamente, non ha dovuto occuparsi spesso di questa disposizione.

Si conviene generalmente tuttavia, in dottrina e nei precedenti noti (Cass. 1132/87; 2502/63), che la portata di questo bisogno non deve essere grave, dovendo essere solo imprevisto, quindi sopravvenuto rispetto al momento della stipula, e urgente.

L’urgenza è qui da intendersi come imminenza, restando quindi esclusa la rilevanza di un bisogno non attuale, non concreto, ma soltanto astrattamente ipotizzabile.

Ovviamente il bisogno deve essere serio, non voluttuario, né capriccioso o artificiosamente indotto.

Pertanto non solo la necessità di uso diretto, ma anche il sopravvenire imprevisto del deterioramento della condizione economica, che obbiettivamente giustifichi la restituzione del bene anche ai fini della vendita o di una redditizia locazione del bene immobile, consente di porre fine al comodato anche se la destinazione sia quella di casa familiare.

È da notare soltanto che, essendo in gioco valori della persona, ed in particolare le esigenze di tutela della prole, questa destinazione, con più intensità di ogni altra, giustifica massima attenzione in quel controllo di proporzionalità e adeguatezza, sempre dovuto in materia contrattuale, che il giudice deve compiere quando valuta il bisogno fatto valere con la domanda di restituzione e lo compara al contrapposto interesse del comodatario.

7) Alla luce dei principi che sono stati qui puntualizzati il ricorso non merita accoglimento.

I quesiti e le censure motivazionali esposti con il primo motivo sono infatti resistiti dal coerente e logico accertamento reso dalla Corte di appello.

Essa ha ravvisato la concessione del godimento del bene “nella specifica prospettiva della sua utilizzazione quale casa familiare”. Ha congruamente giustificato questa ricostruzione sulla base della stessa prospettazione contenuta in citazione, che ha riconnesso la concessione in comodato al matrimonio del figlio e dunque alle esigenze del nucleo familiare in formazione.

Le deduzioni contrapposte in ricorso per tratteggiare una concessione temporanea e provvisoria sono rimaste mere contrapposizioni di una diversa lettura della vicenda negoziale, non essendo state indicate in ricorso risultanze trascurate o malvalutate dai giudici di merito che giustifichino la censura.

È anzi da notare che in sentenza risulta la lunga durata del comodato già al momento della crisi coniugale, manifestatasi con ricorso per separazione del 1999, sette anni dopo la celebrazione del matrimonio (ottobre 1992).

7.1) Altrettanto deve dirsi con riguardo al secondo profilo del secondo motivo di ricorso (sesto quesito) che postula, senza offrire elementi decisivi idonei a ribaltare la decisione di appello, che la scadenza del comodato di casa familiare sia stata fissata dalle parti al raggiungimento della indipendenza ed autonomia dei comodatari.

7.2) Le argomentazioni esposte nella parte generale della motivazione valgono a smentire il secondo motivo nella parte in cui deduce che costituirebbe una espropriazione delle facoltà del proprietario far coincidere la fine del comodato di casa familiare con il termine implicito costituito dal raggiungimento dell’indipendenza economica dei figli del comodatario separato e con lui conviventi.

E sono state già smentite anche le censure portate alla tesi sancita dalle Sezioni Unite prefigurando che possano essere per tal via favoriti comportamenti ostruzionistici, volti a impedire che il figlio della coppia si renda autonomo e autosufficiente.

7.3) Quanto al terzo motivo, appare ineccepibile la decisione della Corte di appello, che ha dichiarato inammissibile la domanda nuova formulata “con le memorie depositate in sede di giudizio di appello”.

Alla richiesta di rilascio del bene in relazione alla cessazione del comodato, è stata infatti sostituita tardivamente la pretesa di rilascio ex art. 1809 comma secondo c.c., che si fonda su presupposti di fatto e di diritto completamente diversi.

8) Il ricorso è rigettato.

Non v’è luogo per pronunciare sulle spese, atteso che l’intimata occupante l’immobile, unica oppostasi alla domanda, non ha svolto in questa sede attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.

 

 

 

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